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Giuseppe Ungaretti - Riassunto: vita, opere, poetica

Ungaretti

Giuseppe Ungaretti è uno dei massimi poeti italiani del Novecento e una delle voci più struggenti della poesia di guerra di tutti i tempi.






La vita

Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d'Egitto da genitori lucchesi nel 1888. Trascorre l'infanzia e l'adolescenza in Egitto dove i genitori erano emigrati al tempo dei lavori del canale di Suez. Importanti saranno i suoi ricordi di questo periodo: deserti, miraggi, beduini, ecc., che gli daranno l’ispirazione per molte sue composizioni. Nel 1912 si trasferisce a Parigi per studiare alla Sorbona (e nel tragitto vide per la prima volta l'Italia, la terra dei suoi genitori), viene a contatto con l'ambiente del simbolismo francese che influisce sulla sua formazione letteraria: frequenta pittori (Leger, Severini, Picasso, Modigliani, De Chirico…) e scrittori (Apollinaire, Soffici, Palazzeschi…). Pubblicò le sue prime poesie sulla rivista futurista Lacerba. Tornato in Italia aderisce al fascismo, lavora corrispondente da Parigi de Il Popolo d’Italia fondato da Mussolini e quest’ultimo firma una prefazione a un’edizione del 1923 di Allegria di naufragi e si sposa con Jeanne Dupoix. In seguito prende parte alla prima guerra mondiale e combatte come soldato di fanteria volontario sul Carso contro gli austriaci, esperienza che lo segna come uomo e come poeta.
La guerra di trincea non da spazio a delle azioni grandi, perché ha una realtà giornaliera molto squallida: fame, freddo e sporcizia, oltre all'angoscia della morte costantemente in agguato. A tutto questo si aggiunge la consapevolezza dell’inutilità e atrocità del conflitto.
Dopo essersi stabilito a Roma e aver superato una crisi religiosa, che si risolve con un avvicinamento alla fede cattolica, si reca nel 1936 in Brasile per insegnare letteratura italiana all'università di San Paolo e qui la sua vita viene sconvolta dalla morte di Antonello, il figlio di nove anni.
Ritornato in Italia nel 1942 assiste alla devastazione della seconda guerra mondiale e rimase profondamente impressionato dalla tragica occupazione nazista nella capitale; insegna per molti anni all'università di Roma dedicandosi alla prosa e alla traduzione di poeti stranieri ed è considerato un maestro indiscusso già di grande fama internazionale..
Nell’immediato dopoguerra, a causa dei suoi trascorsi fascisti, fu fortemente criticato dagli intellettuali più in vista e ne soffrì amaramente, Nel frattempo, però, la sua poesia veniva conosciuta e apprezzata dal grande pubblico. Ungaretti fu inviato a tenere conferenza all’estero e per due volte sfiorò il premio Nobel (che sicuramente avrebbe meritato ma che probabilmente non ricevette mai sempre per i suoi trascorsi fascisti).
Morì a Milano all'età di 82 anni. Era la notte del primo giugno 1970.



Le opere

Tra le sue raccolte di versi ricordiamo:
"Il porto sepolto" (1916), la sua prima raccolta di poesie che in seguito venne ampliata nella raccolta "Allegria di naufragi" (1919): sono state scritte durante la sua dolorosa esperienza di guerra, tra un momento di tregua e l'altro in trincea e sono caratterizzate dallo spazio banco per creare delle pause, da versi brevi ma ricchi di significato, da titoli evocativi, uso di similitudini, metafore e analogie. Inoltre abolisce la punteggiatura e raramente fa uso delle congiunzioni perché secondo Ungaretti la parola, che deve essere pura ed essenziale, si arricchisce di significato grazie all'isolamento dalle altre parole.

Sentimento del tempo (1933): è una poesia nuova caratterizzata da analogie complesse e per questa raccolta che Ungaretti è considerato il precursore dell'Ermetismo. I temi trattati non sono più la guerra bensì religiosi e il destino dell'uomo.

Il dolore (1947): la raccolta che raccoglie l'e i lutti familiari del Poeta, come quello del figlio e del fratello ma è anche il libro che più ama perché parla delle persone a lui care.

Altre raccolte sono La terra promessa (1950); Un grido e paesaggi (1952); Il taccuino del vecchio (1960). L'edizione definitiva delle sue opere, col titolo Vita d'un uomo (1969) raccoglie anche numerose traduzioni, soprattutto di poeti francesi e inglesi.



Il pensiero

Allegria-dolore: L'originalità del pensiero di Ungaretti sta proprio in questo binomio (non a caso tali parole intitolano due sue raccolte): l’uomo è inevitabilmente infelice, creatura nata per soffrire, ma può riscattare la sua misera condizione in quanto anche nel momento di massima sofferenza l'individuo può recuperare la propria identità primordiale ed affrontare il dolore con orgoglio e coraggio, felice di essere parte dell’Universo armonico e perfetto. Non si tratta di consolazione, la sofferenza rimane, né rassegnazione, ma di un vero e proprio slancio vitale sull'orlo dell'abisso.


Ungaretti e la guerra
Ungaretti ritiene la poesia strumento di conoscenza della realtà, sia quella interiore della coscienza, sia quella esteriore dell'universo. Il poeta sente l'esperienza della guerra non come un'occasione di eroismo e di esaltazione patriottica ma come immensa tragedia che rivela la fragilità dell'uomo in balia di un destino più grande di lui: lo rende consapevole della solitudine, del dolore, della pena di esistere.
La sua ricerca della quiete, il suo amore per la vita, lo spingono a opporre alla crudeltà e al dolore un comune sentimento di fraternità.




Poesie celebri

Non andiamo a spiegare qui le singole poesie perché, all'interno di esse troverete il testo, le parafrasi, l’analisi del testo, il commento e le figure retoriche.
  1. Fratelli
  2. San Martino del Carso
  3. Soldati
  4. Veglia
  5. La Madre
  6. Sono una creatura
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Riassunto vita: Riccardo Bacchelli


Riccardo Bacchelli nasce a Bologna nel 1891. Sin dai primi anni universitari inizia a impegnarsi nella pubblicistica e nella narrativa, scrivendo articoli sul «Resto del Carlino» e sulla «Patria», pubblicando nel 1911 il suo primo romanzo, Il filo meraviglioso di Lodovico Clò (nella prefazione, intitolata Intenzioni, dichiara di voler stabilire un rapporto costruttivo con il lettore, sottraendo la letteratura dalla sola prospettiva di trarne un guadagno).

Successivamente si trasferisce a Firenze, dove collabora alla «Voce». È questa una fase importante per la crescita intellettuale dello scrittore, in cui si va formando una visione "classica" e tradizionalistica della realtà, polemica verso ogni forma di disordine.

Allo scoppio della prima guerra mondiale Bacchelli parte volontario e, dopo l'esperienza del fronte, torna a Bologna, dove partecipa alla pubblicazione della rivista «La Raccolta». Trasferitosi a Roma, è tra i fondatori della rivista romana «La Ronda».

All'esperienza maturata nel frattempo sono legate le Memorie del tempo presente (prose pubblicate nel 1918-19 sulla «Raccolta», che testimoniano il passaggio all'atteggiamento rondista); il dramma Amleto, pubblicato a puntate sulla «Ronda» nel 1919; il racconto irreale, in forma di apologo, Lo sa il tonno, del 1923.

La successiva produzione letteraria mantiene una continuità ideologica tradizionale e conservatrice, rivolta alle esigenze dei ceti medi.

Bacchelli intensifica inoltre la collaborazione a quotidiani e riviste; nel 1926, trasferitosi a Milano, si dedica alla critica drammatica, curando, sulla «Fiera letteraria», la rubrica Prime rappresentazioni (per il teatro scriverà L'alba dell'ultima sera, 1949, e Nòstos).

L'anno seguente, con la pubblicazione del Diavolo al Pontelungo, ha inizio la sua intensa attività di narratore storico, che, oltre a risultare più affine alla sua visione delle cose, rispecchiandone l'amore per la tradizione, gli farà ottenere ampi consensi da parte del pubblico. Essa raggiunge il punto più alto con i tre volumi Il mulino del Po (composto da Dio ti salvi, 1938; La miseria viene in barca, 1939; Mondo vecchio, sempre nuovo, 1940), grande rappresentazione storica che va dalla fine del periodo napoleonico (1812) e dalla restaurazione fino alla prima guerra mondiale (1918), più di un secolo di storia italiana, osservata appunto da un mulino fluviale.

Il suo gusto per la ricerca è evidente in alcune opere di ricostruzione e riflessione storiografica come La congiura di Don Giulio d'Este, 1931; Nel fiume della storia, 1955; Africa fra storia e fantasia, 1970), che lo inducono a spaziare, negli altri romanzi, in epoche anche molto lontane fra di loro: Il pianto del figlio di Lais (1945), ispirato alla Bibbia; Lo sguardo di Gesù (1948); Il figlio di Stalin (1953); I tre schiavi di Giulio Cesare (1958); Non ti chiamerò più padre (1959), incentrato sulla figura di San Francesco; Il coccio di terracotta (1966), un racconto biblico su Giobbe.

Nella sua vasta produzione narrativa vi sono anche vicende di costume contemporaneo e di argomento amoroso come La città degli amanti (1929); Una passione coniugale (1930); Oggi domani e mai (1932); Rapporto segreto (1967); L'Afrodite, un romanzo d'amore (1969).

La meditazione sulle vicende umane l'ha indotto a dedicarsi anche nella scrittura satirica (La cometa, 1949) oppure in quella fantastica e ironica, in stile favole e con una morale (Lo sa il tonno del 1923, Il progresso è un razzo del 1975).

Lo scrittore è morto a Monza nel 1985.
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Riassunto vita: Carlo Bo


Carlo Bo nasce a Sestri Levante (Genova) nel 1911, ha insegnato letteratura francese presso l'Università di Urbino, della quale è stato a lungo rettore. Ha svolto un'intensa attività di critico letterario, su riviste e quotidiani (tra cui il «Corriere della Sera» e il settimanale «Gente»).
Nel 1984 è stato nominato senatore a vita dal presidente della repubblica in carica all'epoca, Sandro Pertini.

È stato promotore e interprete dell'Ermetismo, stabilendone i fondamenti nel saggio Letteratura come vita, del 1936.

È stato un esponente della cultura cattolica e, nel secondo dopoguerra, ha preso parte al dibattito sui rapporti fra cristianesimo e marxismo, promosso da Elio Vittorini sul «Politecnico».
È autore di importanti traduzioni da poeti francesi e spagnoli.

Fra le sue opere principali ricordiamo: Jacques Rivière (1935), Otto studi (1939), Studi di letteratura francese (1940), Bilancio del surrealismo (1944), Mallarmé (1945), Carte spagnole (1948), Inchiesta sul neorealismo (1951), Riflessioni critiche e Della lettura e altri saggi (1953), L'eredità di Leopardi (1964), La religione di Serra (1967).

Muore nel 2001 nell'ospedale di Genova dove si trovava ricoverato in seguito a una caduta sulle scale avvenuta nella sua casa a Sestri.
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Riassunto vita: Giovanni Gentile



La vita

Giovanni Gentile è nato nel 1875 a Castelvetrano, in provincia di Trapani.

Dopo aver studiato presso la Scuola normale di Pisa, fu docente di storia della filosofia presso le università di Palermo, di Pisa e di Roma.

È stato, insieme a Benedetto Croce, il maggior esponente della cultura idealistica italiana del primo Novecento. Dopo un periodo di collaborazione (esercitato anche sulle pagine della «Critica»), i due prendono strade diverse per contrasti sempre più profondi sul piano filosofico (nel 1920 Gentile fondò il Giornale critico della filosofia italiana) e, soprattutto, sul piano politico: Croce non solo prese le distanze dal fascismo ma divenne anche il punto di riferimento di tutti gli intellettuali contrari al regime, mentre Gentile vi aderì subito con entusiasmo, divenendo ben presto l'intellettuale più autorevole del regime.

Tra il 1922 e il 1924 è stato Ministro della Pubblica Istruzione e ha realizzato la riforma della scuola che porta il suo nome.

Gentile ha redatto il Manifesto degli intellettuali del fascismo (1925) e ricoprì, negli anni, cariche di prestigio, da quella di presidente dell’Enciclopedia italiana (dal 1925 al 1944) a quella di rettore della Scuola normale di Pisa, da quella di membro del Gran Consiglio del fascismo a quella di senatore del Regno.

L'11 febbraio 1929, con la firma dei Patti lateranensi, l'Italia e la Santa Sede pongono fine al conflitto insorto nel 1870 in seguito all'annessione dei territori dello stato pontificio nello stato italiano. I Patti, che rappresentano per il regime fascista un'importante legittimazione politica, consentono anche alla Chiesa cattolica di acquisire notevoli privilegi economici e diplomatici. In questo documento sonoro, il filosofo Giovanni Gentile difende la scelta del governo fascista. Il discorso viene letto il 25 maggio 1929 nel Campidoglio, a Roma, in occasione dell'inaugurazione del VII Congresso di filosofia.

Aderì nel 1943, dopo il crollo del regime fascista, alla Repubblica sociale italiana governata da Mussolini. Fu ucciso a Firenze per mano dei partigiani il 15 aprile 1944.



Il pensiero

Gentile sviluppa la sua riflessione in direzione di una "riforma della dialettica hegeliana"; ma il suo pensiero è anche influenzato dalla lettura di Marx (La filosofia di Marx, 1899), che egli interpreta come una integrale “filosofia della prassi”, secondo la quale la realtà va concepita come una “produzione soggettiva dell’uomo”; questa, tuttavia, non può essere intesa materialisticamente, come voleva il fondatore del materialismo storico. La riforma dell’idealismo hegeliano perseguita da Gentile consiste nel tentativo di risolvere nell’atto dello spirito (la sua filosofia è detta "attualismo") ogni determinazione dialettica dell’Assoluto, negando la trascendenza dell’Idea e della natura. Per Gentile, reale è solo il pensiero nella sua “attualità”, cioè l’atto puro del pensiero che pensa: ogni aspetto dell’oggettività non sussiste al di fuori dell’atto del pensiero; o meglio, sussiste solo in quanto prodotto dell’attività stessa dell’Io trascendentale, che deve oggettivarsi per potersi nuovamente affermare come soggetto.

L’arte costituisce per Gentile l’esaltazione della pura soggettività, il sentimento che l’Io trascendentale ha nella sua soggettività, mentre la religione rappresenta l’atto mediante cui il soggetto dimentica se stesso in un oggetto assoluto (Dio), giungendo a una negazione della propria libertà.

Particolare rilievo assume, nella filosofia di Gentile, la dottrina del diritto e dello stato. Egli procede a una identificazione della sfera del diritto (e quindi dello stato) con la morale (e quindi con la sfera dell’individuo e della sua interiorità), della sfera pubblica con la sfera privata: ciò significa che l’individuo trova la propria libertà solo nello stato, in quanto incarnazione della morale. Con questa dottrina dello “stato etico” Gentile diede basi filosofiche alla concezione dello stato totalitario, propria del fascismo.

In campo pedagogico Gentile sostenne la dottrina dell’educazione come “autoeducazione” e come unità vivente, nell’atto educativo, di maestro e discepolo. L’educazione consiste nel rapporto spirituale fra maestro e allievo, in cui l’autorità del primo garantisce al secondo “l’attualità dello spirito, che è l’essenza stessa della libertà”. Nel Sommario di pedagogia come scienza filosofica affermava: “l'autorità dell’educatore diventa la libertà dell'alunno”.

Sul piano pedagogico, le innovazioni formulate da Gentile si tradussero nella riforma della scuola italiana varata nel 1923.

Fra le opere principali: Sommario di pedagogia come scienza filosofica (1912), La riforma della dialettica hegeliana (1913), Teoria generale dello spirito come atto puro (1916), Sistema di logica come teoria del conoscere (1917-1922).

Tre le sue opere dedicate più specificamente alla letteratura ricordiamo: Studi vichiani (1915), Giordano Bruno e il pensiero del Rinascimento (1920), Gino Capponi e la cultura toscana del secolo XIX (1922), Dante e Manzoni (1923), Studi sul Rinascimento (1923), L'eredità di Vittorio Alfieri (1926), Vincenzo Cuoco (1927), Manzoni e Leopardi (1928), La profezia di Dante (1933), Poesia e filosofia di Giacomo Leopardi (1939), Il pensiero di Leonardo (1941).
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Riassunto vita: Piero Gobetti



La vita

Piero Gobetti nasce a Torino nel 1901 da una famiglia di piccoli commercianti. Qui copie gli studi e intraprende una precoce attività politico-culturale.

A soli 17 anni fonda la rivista «Energie Nove» (1918-1920), organo di un gruppo di studenti liceali che, per la serietà dei suoi contenuti, ottiene ben presto ampi riconoscimenti nazionali. La rivista richiama all'Unità di Gaetano Salvemini e in essa sono integrati gli inviti al rinnovamento morale dell'idealismo dei vari Croce, Prezzolini e, soprattutto, Gentile. Le intenzioni erano quelle di portare un po' di spiritualità nella cultura di oggi povera e priva di affetti, suscitando nuovi movimenti di idee.

Il 1920 è un anno importante per la sua formazione: ha dei ripensamenti su molti punti fermi della sua giovinezza, compresa la lezione dei maestri di un tempo (ad eccezione del pensiero di Benedetto Croce).

Collaborerà come critico teatrale per la rivista «L'Ordine Nuovo» di Antonio Gramsci ed entrerà in contatto con il movimento dei consigli di fabbrica, esperienze che gli permetteranno di confrontare e arricchire il suo liberalismo.

Nel 1922 fonda «La rivoluzione liberale» che ha come programma un'alleanza fra gli operai e le forze più aperte ed avanzate della borghesia capitalistica per generare una rivoluzione democratica. Essendo un punto di riferimento antifascista, il regime la soppresse nel 1925.

Nel 1923 fonda una casa editrice, nota per aver fatto uscire Ossi di Seppia di Eugenio Montale.

Nel 1924 esce il primo numero della rivista da lui fondata, Il Baretti (derivato dallo scrittore e polemista Giuseppe Baretti), dove, impossibilitato a parlare apertamente di politica, usa la letteratura per continuare la sua battaglia ideologica.

Le riviste di Gobetti formarono alcune fra le più significative personalità della cultura e della critica del Novecento: Augusto Monti, Giacomo Debenedetti, Natalino Sapegno, Mario Fubini, Sergio Solmi.

Da qui in poi Gobetti diviene vittima di un crescendo di persecuzioni: è preso di mira e viene aggredito da un gruppo di squadristi e, inoltre, gli viene proibito l'esercizio di ogni attività pubblica.

Recatosi in esilio, a Parigi, per poter ridare vita alle sue iniziative, muore il 15 febbraio 1926, per le conseguenze dell'aggressione subita.
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Antonio Gramsci: Vita e Opere


Antonio Gramsci, il nome completo è Antonio Sebastiano Francesco Gramsci, nasce ad Ales (Cagliari) nel 1891, da una famiglia piccolo-borghese che versa in disagiate condizioni economiche. Debole di salute, è costretto a lavorare mentre prosegue gli studi. A scuola si distingue tra i compagni per i suoi vivi interessi culturali, legge moltissimo (in particolare Croce e Salvemini). Rivela spiccatissime tendenze per le scienze esatte e per la matematica. Dopo la licenza liceale, vince una borsa d studio al collegio Carlo Alberto di Torino, dove si trasferisce per frequentare la facoltà di Lettere.
A Torino, la città più industrializzata d'Italia (basti pensare alla Fiat e alla Lancia), entra in contatto con la realtà del proletariato, che costituirà il costante obiettivo della sua riflessione e della sua militanza.

Nel 1915 lascia l'università per dedicarsi all'attività politica e al giornalismo; è assunto alla redazione torinese del quotidiano socialista l'«Avanti!».

Nel 1917 cura la pubblicazione della rivista «La città futura» (numero unico della Federazione socialista torinese) e assume la direzione del «Grido del Popolo», dove continua ad occuparsi anche di letteratura e di teatro.

Nella rivista «L'ordine nuovo», da lui fondata nel 1919 insieme ad altri intellettuali socialisti torinesi (Palmiro Togliatti, Angelo Tasca e Umberto Terracini), tratta dell'assidua discussione sull'emancipazione dei lavoratori e sulla formazione di una nuova coscienza di classe. Nel 1921 il periodico si trasformerà in quotidiano, e ricaverà dall'esperienza russa dei Soviet l'idea dei consigli di fabbrica degli operai torinesi e appoggia l'occupazione delle fabbriche nel settembre-ottobre 1920.

Gramsci si ricollega ai princìpi teorici del marxismo, introdotti in Italia e discussi scientificamente da Antonio Labriola, e li rielabora in forma originale. Molto importante per Gramsci è stata l'attività giornalistica che gli consente di affrontare i problemi coinvolgendo direttamente i propri lettori. Sarà questo il suo modo di esprimersi per il suo pubblico e per questa ragione si rifiuterà sempre di raccogliere in volume i suoi scritti.

Nel 1921 partecipa ai lavori del congresso socialista di Livorno, da cui deriva la scissione che darà vita al Partito Comunista Italiano. Come delegato di questo partito, Gramsci si reca nel 1922 a Mosca, dove sposa una giovane musicista russa, Giulia Schucht, e avranno due figli.

Alla fine del 1923 si trasferisce a Vienna e segue i contatti internazionali per il partito e la nascita del nuovo quotidiano «L'Unità», il cui primo numero uscirà il 12 febbraio 1924.

Nello stesso anno eletto deputato, torna in Italia e, nell'agosto, diventa segretario del partito. Colpito dalle leggi speciali fasciste, come altri oppositori del regime, viene arrestato l'8 novembre 1926 e condannato a vent'anni  di reclusione, iniziando un penoso viaggio in molte prigioni italiane. Dopo aver avuto il permesso di scrivere, nel febbraio del 1929, lascia su numerosi quaderni di scuola una fittissima serie di annotazioni e di riflessioni, dedicate ai più disparati argomenti politici, storici e letterari. Nascono così i cosiddetti Quaderni del carcere, che, affidati in una delle sue visite alla cognata Tatiana Schucht, verranno pubblicati nel secondo dopoguerra.

Segnato dalle sofferenze fisiche e psicologiche e dopo essersi rifiutato di sottoscrivere la domanda di grazia, muore in una clinica romana il 27 aprile 1937.

Le sue sofferenze e la sua straordinaria umanità sono documentati nelle lettere scritte ai familiari e agli amici nei lunghi anni della sua prigionia (le Lettere dal carcere, edite nel 1947).

Tutte le opere di Gramsci sono uscite postume. Gli scritti della militanza culturale e politica sono stati raccolti nei seguenti volumi: L'Ordine nuovo (1954), Scritti giovanili (1958), Sotto la Mole (1960), Socialismo e fascismo (1966) e la La costruzione del partito comunista (1971).

Nel 1975 uscì l'edizione critica dei 32 Quaderni del carcere, che, nel dopoguerra, erano stati ordinati per argomenti tematici e pubblicati in sei volumi: Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce (1948), Gli intellettuali e l'organizzazione della cultura, Il Risorgimento e Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo stato moderno (1949), Letteratura e vita nazionale (1950), Passato e presente (1951).
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Riassunto vita: Andrè Breton


André Breton nasce a Tinchebruy nel 1896. A Parigi inizia a studiare medicina, interessandosi soprattutto di neuropsichiatria. Nello stesso tempo si manifesta la sua passione per la poesia; è affascinato dall'esperienza di Rimbaud e le sue prime prove nascono sotto l'influenza del Simbolismo.

Durante la grande guerra presta servizio in ospedale psichiatrici, legge Freud (che conoscerà nel 1921) e incontra Apollinaire, che fa lievitare la sua vocazione di poeta. Alla fine del conflitto, infatti, fonda, con Philippe Soupault e Louis Aragon, «Littérature», una rivista sulla quale intraprende la teorizzazione della dissociazione psichica e dell'automatismo dell'espressione, avviando le prime esperienze di scrittura automatica.

Nel 1920 escono i Campi magnetici, composti in collaborazione con Soupalt. Ha dei contatti con Tzara, ma presto si allontana dall'esperienza dadaista, per dare vita a Parigi, nel 1924, alla «Centrale di Ricerche Surrealiste», i cui obiettivi vengono formulati nei due manifesti del Surrealismo (1924 e 1930).

Escono in questi anni, e in quelli immediatamente successivi, alcune delle sue opere più importanti. Fra queste ricordiamo il lungo racconto Nadja (1928), dove rifiuta la finzione della scrittura romantica e propone un antiromanzo che si sviluppa in un clima allucinato fra sogno e realtà; Vasi comunicanti (1932); L'amore folle e l'Antologia dell'humor nero, del 1937.

Dopo l'invasione della Francia da parte dei nazisti si rifugia negli Stati Uniti e a New York fonda nel 1941 una nuova rivista, «VVV», insieme a Max Ernst, Marcel Duchamp ed altri.

Ritornato in Francia, alla fine del conflitto riprende l'attività di un tempo, sebbene il Surrealismo si fosse spento già prima dell'inizio della tragedia bellica. Per Breton arrivano i momenti del bilancio. Alla raccolta delle sue poesie, uscita nel 1948, seguono i Sentieri della libertà (1953), che sono un consuntivo del decennio precedente.

Muore a Parigi nel 1966.
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Riassunto vita: Guillaume Apollinaire


Guillaume Apollinaire nasce a Roma nel 1880 dall'unione di una nobildonna polacca con un ex ufficiale borbonico. Frequenta il Collège Saint-Charles a Monaco e, per la chiusura di questo, continua gli studi a Cannes, Nizza e Monaco. Dopo il diploma, conseguito nel 1898, incomincia a tradurre dall'italiano.

L'anno successivo si stabilisce a Parigi e, per guadagnare denaro, nel 1901 scrive il primo in una serie di romanzi pornografici. Lavora intanto a diverse poesie raccolte, poi in Alcools, che riunisce cinquanta componimenti scritti fra il 1898 e il 1913, l'anno in cui l'opera viene data alle stampe. Sempre nel 1902 lavora come impiegato in banca e inizia una fitta collaborazione con importanti riviste.

Nel periodo della rivoluzione cubista Apollinaire pubblica Onirocritique (1908). Nello stesso anno scrive la prefazione al catalogo della mostra di Georges Braque, che, con Picasso, diviene il massimo esponente del Cubismo. Contemporaneamente si occupa di letteratura femminile e pubblica le Opere di Sade. Nel 1910 esce una raccolta di racconti intitolata L'eresiarca & C., e nel 1913 il celebre scritto su I pittori cubisti. Meditazioni estetiche.

In quello stesso anno entra in contatto con Marinetti e pubblica il manifesto L'antitradizione futurista, collaborando a «Lacerba» e l'interesse per il moderno lo porta a sostenere anche la pittura metafisica di Giorgio de Chirico. Allo scoppio della guerra, si arruola come volontario e parte per il fronte, ma nel 1916 viene ferito alla testa. Dopo la complessa operazione chirurgica rientra a Parigi per la convalescenza e pubblica Il poeta assassinato.

Fu sospettato di essere l'autore del furto del dipinto della Gioconda, stessa sorte toccò anche a Pablo Picasso, e per questo venne arrestato, ma risultò del tutto estranei ai fatti dal momento che il vero ladro non era altro che un dipendente del Louvre che avrebbe voluto restituirla all'Italia.

Nei due anni successivi mette a punto i Calligrammi (Calligrammes) per la pubblicazione. Questa nuova raccolta include 86 poesie, di cui però solo 19 hanno la vera struttura del "calligramma", della composizione figurata. Sono poesie scritte fra il 1913 e il 1916 e, come indica il sottotitolo, sono «poèmes de la paix et de la guerre» (poemi della pace e della guerra).

Apollinaire muore poco dopo l'uscita della raccolta, per un attacco di febbre spagnola, nell'epidemia del 1918.

Nonostante la continuità degli scritti teorici, dei saggi e delle prose, di cui abbiamo accennato solo i più importanti, Apollinaire è celebre soprattutto per le due raccolti di poesie Alcools e Calligrammi. Soprattutto in quest'ultima vi sono componimenti che si situano in una prospettiva di acceso sperimentalismo ostentato dalla frantumazione del discorso poetico e dal ritmo accelerato del "testo simultaneo", equivalente futurista della tecnica compositiva del Cubismo. Il testo è spesso risolto nella disordinata accumulazione di materiali tratti dalla cronaca o dall'attualità più bassa e provocatoria, per spingere l'immagine (anche visiva) verso una libertà assoluta, che anticipa le soluzioni del Dadaismo e del Surrealismo.

Altre liriche, invece, come Il ponte Mirabeau di Alcools o La chiamavano Lu di Calligrammi si muovono su tomi e motivi neoromantici e simbolisti, in cui è possibile rintracciare echi della poesia popolare, di Villon ma anche di Verlaine, fusi nelle cadenza di un ironica o malinconia cantabilità.
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Riassunto vita: Dino Campana


Nacque a Marradi, un paese della provincia fiorentina (1885), e fin dall'adolescenza accusa diversi disturbi psichici. Inizia comunque la facoltà di Chimica a Bologna ma viene internato nel manicomio di Imola nel 1906. Per questo interrompe gli studi e intraprende una serie di vagabondaggi in Italia e in europa. Nel 1918 è addirittura in Argentina, dove lavora come bracciante, ma l'anno successivo ritorna a Firenze e tenta di riprendere, senza successo, gli studi universitari.

Nel 1913 consegna a Soffici e Papini, i direttori di «Lacerba», il manoscritto di un volume di liriche, Il più lungo giorno. Ma Soffici lo perde e Campana è costretto a riscrivere i testi raccolti della raccolta a memoria. Infine, col nuovo titolo di Canti orfici, pubblica a sue spese l'opera nel 1914 e ne vende le copie per le strade e i caffè.

Allo scoppio della guerra vorrebbe partire come volontario ma viene riformato. Seguono altri viaggi, alternati ad un nuovo ricovero e a una tumultuosa storia d'amore con Sibilla Aleramo (1867-1960), che preannuncia, nella sua drammatica evoluzione, l'ultimo e definitivo internamento nel manicomio di Castel Pulci, presso Firenze, nel 1918, dove Campana resterà fino alla morte (1932). E sono molti gli scritti usciti dopo la sua morte, come:
  • l'edizione degli Inediti, delle liriche apparse su riviste e raccolte col titolo di Versi sparsi
  • dei Taccuini
  • delle Lettere, fra cui anche quelle numerose indirizzate a Sibilla, documenti preziosi per capire l'intensa relazione fra il poeta e la scrittrice; 
  • e infine l'importante pubblicazione del manoscritto perso nel '13 e ritrovato fra le carte di Soffici dopo la sua morte.

La poesia di Campana, che parte, come quasi tutti gli altri poeti della sua generazione, dalla lettura di D'Annunzio, tende a bruciare le atmosfere sensuali dell'esperienza dannunziana o quelle troppo intimistiche e rassegnate di certi crepuscolari, orientandosi quasi subito verso un lirismo che assorbe alcuni degli slanci più estremi della poesia ottocentesca (Poe, Baudelaire e le Illuminazioni di Rimbaud), coniugandoli con il vitalismo esaltato da Nietzsche. Anche per questo Campana è stato considerato il nostro esponente più significativo della "poesia maledetta".

La sua estraneità alla società costituita sconvolge l'equilibrio della scrittura e della comunicazione con aperture improvvise su fantasie oniriche, che trasfigurano, attraverso folgorazioni e allucinazioni, la superficie della realtà, i luoghi e le persone, per tentare di catturarne, oltre l'ordine e le convenzioni borghesi, l'aspetto più profondo e segreto. Del resto lo stesso titolo della sua opera principale - i Canti orfici, che sono però un insieme di versi e poemetti in prosa - allude ai misteri orfici dell'antichità e intende proporre una concezione della prosa come fatto magico e misterioso; concezione che avrà un seguito significativo nella poesia italiana del Novecento, rappresentandone una componente essenziale.
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Riassunto Corrado Govoni: Vita e opere


Corrado Govoni nasce a Tamara (Ferrara) nel 1884 da una famiglia di agricoltori benestanti. Non prosegue gli studi con regolarità e il suo primo lavoro è stato nell'azienda familiare. In giovane età viaggia spesso e frequenta vari ambienti letterari, nella Milano e nella Roma inizio secolo. Nel primo dopoguerra, periodo nel quale muoiono entrambi i suoi genitori, vende le proprietà ereditate e si trasferisce a Roma, dove resterà fino alla morte (1965), vivendo con impieghi diversi.

Esordisce non ancora ventenne con una raccolta poetica di modi dannunziani e simbolisti, Le Fiale (1903), legata alla forma tradizionale del sonetto, per passare poi velocemente a toni e atmosfere crepuscolari nel volume Armonia in grigio et in silenzio (1903), dove si assiste già ad una certa apertura delle forme metriche.

L'attività di scrittore diventa così il suo lavoro di primario interesse e inizia a collaborare alle riviste Poesia, Lacerba, e Riviera Ligure.

Nelle due raccolte successive, Fuochi d'artifizio (1905) e Aborti (1907), Govoni opta risolutamente per il verso libero, che valorizza un ininterrotto flusso di immagini, caratteristica costante della sua poesia, e anticipa un'accostamento al Futurismo, il movimento che esalterà proprio l'esigenza di piena libertà dello sguardo e della parola che così naturalmente si andava manifestando in Govoni.

In seguito si trasferisce a Milano e strinse rapporti con Filippo Tommaso Marinetti e aderì con entusiasmo al movimento Futurista.

Del periodo futurista sono le Poesie elettriche (1911), Rarefazioni e parole in libertà e l'Inaugurazione dello primavera (1915), dove all'esplorazione del mondo industriale e all'audace sperimentalismo formale si accompagna ancora una descrizione della pianura emiliana, un luogo attraversato dall'ingenuità, dallo stupore, rappresentato, quasi cinematograficamente, da un continuo susseguirsi di oggetti, di immagini vive e singolarmente animate.

Nel 1919 si trasferisce a Roma, dove, dopo la rivoluzione fascista, ottiene un impiego al Ministero della Cultura Popolare.

Staccatosi dal Futurismo, Govoni continuerà a scrivere non solo liriche ma anche libri di narrativa (La strada sull’acqua, 1923; Misirizzi, 1930; I racconti delle ghiandaie, 1932), arrivando a dare prove di grande maturità con le raccolte poetiche Quaderno dei sogni e delle stelle (1924) e, soprattutto, Canzoni a bocca chiusa (1938), dove si ritrovano uniti tutti gli elementi della sua formazione: il crepuscolare, il "barocco", il metafisico, il bucolico, il mitico tendente al simbolismo, la creazione di immagini di sapore surrealistico.

In seguito, però, tristi casi di vita (la seconda guerra mondiale, un figlio morto fucilato dai tedeschi alle Fosse Ardeatine) influiscono sul suo modo di comporre. Quindi Govoni si abbandona ad atmosfere più tenui e musicali: vi è una maggiore concentrazione di affetti, un nuovo impegno civile e un accostamento al Neorealismo. Nascono opere come Aladino (1946), in ricordo del figlio ucciso dai nazisti, Preghiera al trifoglio (1953) e Stradario della primavera (1958), alle quali si può accostare la raccolta postuma La ronda di notte (1966).

Nel dopoguerra lo scrittore si trovò in precarie condizioni economiche: restò per un certo periodo disoccupato, ma poi trovò un nuovo impiego presso un ministero come protocollista e come direttore della rivista Il sestante letterario.

Colpito da una grave malattia agli occhi che lo aveva quasi condotto alla cecità, morì a Roma nel 1965.
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Riassunto vita: Marino Moretti


Marino Moretti (Cesenatico, 18 luglio 1885 – Cesenatico, 6 luglio 1979) è stato uno scrittore, poeta e romanziere italiano. Fu anche autore di opere teatrali. È noto soprattutto come poeta crepuscolare.

Si trasferì nel 1902 a Firenze, non portò a termine gli studi e iniziò a frequentare la scuola di recitazione, dove ebbe modo di stringere amicizia solida e duratura con Aldo Palazzeschi, altro allievo della scuola. Entra poi in contatto con altri crepuscolari (Gozzano, Corazzini, Govoni, Gianelli). Dichiaratosi contrario al fascismo, firmò il manifesto antifascista di Benedetto Croce, pur non partecipando attivamente alla vita politica. Condusse un'esistenza schiva e appartata, collaborando intensamente al Corriere della Sera.

La sua attività iniziale è rivolta alla poesia. Nella raccolta Fraternità (1905), dedicata al fratello morto e alla madre viva e piangente, l'atmosfera dominante è quella pascoliana: al centro sono gli affetti domestici, il legame condizionante con la madre, la contrapposizione fra la casa-nido e il mondo.

Nei poemetti della Serenata delle zanzare i contenuti sono minori e degradati, orientati verso una mentalità piccolo-borghese.

Le Poesia scritte col lapis (1910) introducono gli ambienti più tipiche del crepuscolarismo morettiano: signorine appassite e chiusi ambienti di provincia ; il grigiore e la noia quotidiana, segno di un'ansia e di una insoddisfazione represse; i cani randagi e gli organetti di Barberia; il senso di inutilità della vita, cui corrisponde un linguaggio monotono e uniforme, basato sulle ripetizioni e sulle riprese; il mondo infantile, regressivo, dei banchi e dei compagni di scuola. Non mancano tuttavia momenti ironici, con toni di più risentita e graffiante cattiveria.

La situazione di fondo non muta nelle Poesie di tutti i giorni (1911), che ribadiscono lo stretto rapporto fra infanzia e dimensione del quotidiano. Non a caso il libro si apre con l'Ode al lapis; contiene una sorta di itinerario nei luoghi topici della noia cittadina; ripropone il motivo delle beghine (beghinaggio) e torna sulla raffigurazione di luoghi chiusi (La farmacia), sottratti al trascorrere del tempo.

Il giardino dei frutti (1916) conclude il discorso poetico sin qui condotto da Moretti accentuandone le componenti critiche. Nelle poesie scolastiche prevalgono ora gli aspetti di una insofferenza corrosiva (la scarsa propensione al Leopardi, l'amore per Carolina Invernizio, l'avida lettura del D'annunzio "proibito").

Quando scoppia la prima guerra mondiale, pur non essendo stato ritenuto idoneo al servizio militare, volle partecipare; e si arruolò come infermiere lavorando negli ospedali da campo.
Durante gli anni della guerra avvenne l'esordio di Moretti come romanziere, con Il sole del sabato, cui seguiranno, tra gli altri, Guenda (1918), La voce di Dio (1920), Né bella né brutta (1921), I puri di cuore (1923), Il segno della croce (1926), L'Andreana (1935), I coniugi Allori (1946), La camera degli sposi (1958). Ambientate in un mondo piccolo-borghese, queste opere ne riflettono l'ideologia dominante, ma ne colgono anche la crudeltà e le storture.

Ancora più numerose, tra il 1907 e il 1956, le raccolte delle novelle. Da segnalare i libri di memorie che iniziano come rievocazioni patetico-sentimentale e finiscono per diventare anticonformistici e insofferenti: Mia madre (1923), Via Laura (1931), Scrivere non è necessario (1937), I grilli di Pazzo Pazzi (1951).

Negli ultimi anni, Moretti ritorna a dedicarsi alla poesia adottando uno stile moderno, con un distacco ironico e sentenzioso: L'ultima estate (1969), tre anni e un giorno (1971), Le poverazze (1973) e Diario senza le date (1974). Qui il suo stile è scontroso e sincero, disarmante e tagliente, mescola verità e finzione, semplicità e paradosso.

Muore qualche anno più tardi, nel 1979, a Cesenatico.
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Riassunto vita: Sergio Corazzini


Sergio Corazzini (Roma, 6 febbraio 1886 – Roma, 17 giugno 1907) è stato un poeta italiano appartenente al crepuscolarismo romano del primo decennio del Novecento.

Non andò oltre gli studi ginnasiali per il dissesto economico della sua famiglia, che lo costrinse a cercare un lavoro di impiegato presso una compagnia di assicurazioni, "La Prussiana", per dare un sostegno alla famiglia. Povera di avvenimenti esteriori, la sua infelice vita (la madre era ammalata di tisi, il fratello Gualtiero morirà della stessa malattia, il fratello Erberto perirà in un incidente d'auto in Libia e il padre morirà in un ospizio) è tutta risolta nell'attività poetica e nel rapporto di intensa amicizia con scrittori che sentì spiritualmente affini (Martini, Palazzeschi, Govoni, Moretti).

Colpito dalla tisi (etisia, tubercolosi), morì giovanissimo, nel 1907.

La sua poesia segnata profondamente dalle sofferenze e dalla malattia, finì per farne un simbolo di una nuova condizione esistenziale.

I suoi poeti italiani preferiti erano Carducci, Pascoli e D'Annunzio, ma prende le distanze da quella che era l'immagine più diffusa di poeta: "il poeta - vate". Dichiara "Io non sono un poeta" ma un "piccolo fanciullo che piange".

Venne influenzato dal simbolismo minore dei poeti francesi e fiamminghi (tra i quali Albert Samain, Charles Guérin, Maurice Maeterlinck, Georges Rodenbach, Jules Laforgue), nella cui produzione trovano posto i motivi e le atmosfere più care alla sensibilità crepuscolare: il senso di una sofferenza e di una solitudine "esistenziale", il mondo delle "povere piccole cose" e degli effetti comuni degli uomini, il simbolismo infantile delle marionette e un pianto diretto ed elementare, che mai si risolve in semplice lamento vittimistico, ma cerca, nella sua libertà, gli indefiniti valori spirituali di cui è intessuta la trama della realtà.

Nei tre anni precedenti la morte pubblicò diverse raccolte, tra le quali Dolcezze (1904), L'amaro calice (1905), Piccolo libro inutile e Libro per la sera della domenica (1906).
Ha lasciato anche un testo teatrale, Il traguardo (1905).
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Riassunto vita: Renato Serra


Renato Serra (Cesena, 5 dicembre 1884 – Monte Podgora, 20 luglio 1915) è stato un critico letterario e scrittore italiano.

Frequentò l'università di Bologna, dove ebbe come insegnanti Giosuè Carducci, Severino Ferrari, Francesco Acri e Giovanni Battista Gandino, e si laureò in Lettere nel 1904 con una tesi sullo "Stile dei Trionfi del Petrarca". In seguito prese parte a un corso di perfezionamento all'Istituto di Studi superiori di Firenze, dove condusse il resto della sua breve vita, insegnando e dirigendo la Biblioteca Malatestiana. Partecipa assiduamente al dibattito culturale del tempo, nel quale assume una posizione di notevole rilievo. Sensibile anche ai problemi del rapporto fra società e letteratura, decide di partire come volontario per la guerra, pur senza condividere l'entusiasmo di un'intera generazione di intellettuali. E durante questa muore, mentre combatte sul Podgora, presso Gorizia, nel 1915.
Decisivo il suo apporto, in ambito critico, per il recupero dei valori linguistici, stilistici e tecnici dell'opera letteraria, che l'estetica crociana aveva trascurato. In un articolo del 1910, Per un catalogo, Serra dichiara polemicamente la sua discendenza da Carducci, anche se dello stesso Carducci avversa il "metodo storico" e positivista nell'interpretazione letteraria, mentre è affascinato dal suo maestro quando studia con fine sensibilità il linguaggio poetico e le sue forme metriche, su cui egli stesso concentra la propria attenzione, in numerosi saggi dedicati agli autori contemporanei.
Serra tenta di coglierne le suggestioni, inseguendo, in virtù di intuizioni illuminanti, la trama dello stile, delle immagini e dei problemi esistenziali che queste veicolano. Con questa pratica e con la definizione, che si ritaglia addosso, di «lettore di provincia», egli interpreta la critica come una sottile esercitazione del gusto, come un'attività che non ha nulla da spartire con il "mestiere" del letterato di professione.
Inoltre, è attento, nel volumetto delle Lettere (1914), alle condizioni del mercato librario, anticipando orientamenti sociologici della critica più recente. Scrive alcuni articoli per la rivista «La Romagna» e contribuisce alla «Voce» di De Robertis (1888-1963), che ha caratteristiche più tipicamente letterarie rispetto a quella di Prezzolini (1882-1982); con l'Esame di coscienza di un letterato (1915) constata una crisi di valori nel mondo degli intellettuali, interrogandosi sul destino della letteratura che uscirà dalla guerra.
Fu anche in corrispondenza con Benedetto Croce.
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Riassunto vita: Benedetto Croce



La vita e le opere

Benedetto Croce nasce a Pescasseroli (L'Aquila) il 25 febbraio 1866 e muore a Napoli il 20 novembre 1952.
Subito dopo la licenza liceale perde i genitori e la sorella nel terremoto di Casamicciola, a Ischia. Viene accolto a Roma dallo zio Silvio Spaventa, ideologo della destra storica. Qui si iscrive alla facoltà di legge, ma ad ad attrarlo sono gli insegnamenti di Arturo Labriola, che introduce la conoscenza del marxismo in Italia e spinge l'allievo verso questo orientamento storico-filosofico: ne è testimone la raccolta di interventi pubblicata nel 1900, Materialismo storico ed economia marxista.
Ma negli anni successivi Croce ripensa Hegel, medita a fondo su Vico e, soprattutto sul pensiero e sull'opera di Francesco De Sanctis, modello di un esercizio critico su cui aveva già riflettuto nella Storia ridotta sotto il concetto generale dell'arte (1983).
Elabora così un proprio sistema filosofico, di tipo idealista, e ne parla nell'Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale (1902), opera che proietta la sua attenzione alla cultura italiana. Dopo aver stretto un rapporto di collaborazione con Giovanni Gentile fonda "La Critica", che esce a partire dal 1903.
A seguire progetta e dirige per l'editore "Laterza", la collana «Scrittori d'Italia», all'interno della quale inserisce autori fino all'allora trascurati o sconosciuti.
Si dedica alla dottrina della storia, da ricordare le sue opere storiche Storia del regno di Napoli (1925), che va dal XV secolo al compimento dell'unità italiana, o la Storia d'Italia dal 1871 al 1915 (1928, nostalgico ma appassionato ripensamento dei progressi fatti dal nostro paese sotto il regime liberale, in particolare durante l'età giolittiana.
Tra il 1920 e il 1920, nell'ultimo governo Giolitti, diviene ministro della Pubblica Istruzione.
Croce, dopo un un'iniziale incertezza, respinge l'azione repressiva del fascismo e compila nel 1925 - in risposta al Manifesto degli intellettuali del fascismo redatto nella stesso anno da Gentile, con il quale rompe definitivamente - il manifesto degli intellettuali antifascisti, che raccoglie molte prestigiose firme della cultura italiana (Luigi Einaudi, Eugenio Montale, Marino Moretti, Aldo Palazzeschi, ecc.).
Nell'immediato dopoguerra, nonostante l'anzianità, decide di partecipare vivamente all'attività politica senza mettere da parte il lavoro intellettuale.
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Gabriele D'annunzio, vita e poetica in breve


Vita

Gabriele D'Annunzio (Pescara, 1863 – Gardone Riviera, Brescia 1938) nasce a Pescara (Abruzzo) da una famiglia adagiata, compie studi liceali e compone fin da giovanissimo poesie; si trasferisce a Roma per compiere gli studi universitari. Frequenta i salotti più esclusivi della città, e collabora come cronista di giornali e riviste; non porterà mai a termine l’università e la sua vita sarà sempre al centro di scandali e di gesti eroici. Nel 1897 viene eletto deputato nelle file dell’estrema destra, la sua vita sentimentale e passionale, famosa sarà la sua relazione con Eleonora Duse (attrice); vive a Firenze per un periodo abbastanza lungo nella famosa villa detta “Capponcina”.
A un certo punto, assediato dai creditori, è costretto nel 1910 a scappare in Francia e la villa viene messa all’asta.
Con lo scoppio della 1° guerra mondiale appoggia l’intervento dell’Italia a fianco dell’Intesa, compie atti audaci e torna in Italia.
Durante l’atterraggio ha un incidente nel quale perde un occhio, compie un volo su Vienna buttando dall’aereo i volantini del tricolore. Alla fine della guerra prende con la forza la città di Fiume che il trattato di pace (Versailles) non aveva assegnato all’Italia e proclama la repubblica del Carnaro (1919) ma l’anno successivo il governo italiano lo costringe con l’esercito a sloggiare da Fiume.
Dal 1920 inizia l’ultimo periodo della sua vita, caratterizzato da ambigui rapporti con il fascismo.
Si ritira a Gardone Riviera nella villa detta il Vittoriale degli Italiani, che diventa un vero e proprio museo della sua vita. Muore nel 1938 per un’emorragia cerebrale.


La poetica

Con d’Annunzio nasce in Italia il mito del superuomo: il mondo appartiene a pochi intelletti superiori, ne consegue un disprezzo totale per le masse (aspetto decadente). L’amore per la violenza, il disprezzo del pericolo, il dinamismo, l’eroismo sono le caratteristiche della vita del superuomo. Il culto della bellezza e dell’arte la massa non può comprenderlo perché è un’espressione del singolo. Aristocratica è la concezione del mondo e della storia, questa non la fanno le masse, ma i grandi uomini con le loro azioni e i pensieri; le masse subiscono e i grandi uomini possono e debbono sfruttarle. Si dichiara anti-borghese nel senso che rinnega la concezione politica della vita sociale, borghese equivale a fifone e codardo (concezione razzista). Diventa lo scrittore preferito dell’alta società romana della quale condivise la moda ed esaltò i miti. D’Annunzio fissò i canoni dell’estetismo: lo scopo della vita e la bellezza e la vita stessa è una forma di arte.
Raffinato, avventuroso, astratto, originale, aristocratico, anti-democratico. È un poeta sensuale e decadente: attraverso i sensi percepisce la realtà della vita, ricerca parole musicali che stimolino i sensi del lettore. I suoi rapporti con il fascismo si ruppero con l’ascesa al potere di questo.


Opere

Romanzi: Le Vergini delle Rocce, Il Piacere, L’Innocente, Il Trionfo della Morte, Il Fuoco, Il Libro Segreto.
Poesie: L’Alcione
Opere Teatrali: Francesca da Rimini, La Figlia di Jorio.
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Riassunto: Edgar Degas


Edgar Degas nacque a Parigi nel 1834 da un ricco banchiere. Seguì dei corsi di pittura, frequentò la scuola di Belle Arti e viaggiò molto in Italia. Fu un pittore impressionista che, tra tutti i pittori di quella corrente, è quello che conserva la maggiore originalità e distanza dagli altri.
Nel 1862 realizzò il suo primo quadro che lo rese famoso: «La famiglia Bellelli». In esso raffigura la famiglia della sorella sposata ad un fiorentino di nome Bellelli. Nel quadro compaiono il marito, la moglie e due figlie. L’inedito taglio compositivo, insieme ad una precisa riflessione psicologica dei personaggi, ne fanno un’opera di un realismo e di una modernità eccezionali.
Negli anni successivi iniziò ad uscire dal suo ambiente borghese per frequentare un café dove strinse amicizia con Manet e gli altri pittori che avrebbero formato il gruppo degli impressionisti. Fu tra i fondatori del gruppo e fu proprio egli ad organizzare la mostra presso il fotografo Nadar; partecipò a quasi tutte le otto successive mostre impressioniste.

Le sue differenze con gli altri impressionisti sono legate soprattutto alla costruzione disegnata e prospettica dei suoi quadri generalmente impostata su linee oblique. Le forme non si dissolvono e non si confondono con la luce. Sono invece rese plastiche con la luce e non con il chiaroscuro. Ciò che contraddistingue i suoi quadri sono sempre dei squarci prospettici molto originali. Per questi scorci si è molto parlato dell’influenza delle stampe giapponesi, anche se è evidente che i suoi quadri hanno una inquadratura tipicamente fotografica. Edgar Degas va ricordato come un grande pittore di figura, che realizzò quasi sempre negli interni. A differenza degli altri impressionisti egli non eseguirà mai un quadro all'aperto.

I suoi soggetti preferiti furono le figure in movimento e si dedicò molto allo studio diretto delle danzatrici del balletto classico.
Le esercitazioni delle ballerine del Teatro dell'Opera di Parigi furono l'occasione per osservare il corpo umano in ogni forma di movimento. Anche in questo, Degas coincide con l’impressionismo: la scelta poetica di dar immagine alla vita urbana, con i suoi riti e i suoi miti.

Degas realizzò anche delle sculture, soprattutto figure femminili e danzatrici, modellandole in creta o in cera.

La sua vista poi cominciò ad indebolirsi e morì quasi cieco nel 1917.


GUARDA ANCHE: La classe di danza, Degas
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Riassunto vita: Oriana Fallaci


Riassunto:

Oriana Fallaci nasce a Firenze il 29 giugno 1929, in piena era fascista. È la prima di quattro sorelle, il padre era un antifascista ed ha passato il suo "pensiero politico" anche alla figlia, che ha preso parte nella resistenza con compiti di vedetta.
Fallaci ha iniziato giovanissima la sua carriera giornalistica, lavorando come inviato speciale ed in seguito come corrispondente di guerra: dal 1967 in Vietnam, poi nella guerra Indo-Pakistana, in Sud America, in Medio Oriente. Poi si è dedicata alle interviste a importanti personalità della politica, le analisi dei fatti principali della cronaca e dei temi contemporanei più rilevanti.

Ha scritto fin dagli esordi per il settimanale "L’Europeo" e in seguito per "Il Corriere della Sera".

Vasta la sua bibliografia. Il primo libro della Fallaci fu "I sette peccati di Hollywood" (1956), a cui seguì "Il sesso inutile" (1961). Sono poi apparsi "Penelope alla guerra" (1962), "Gli antipatici" (1963), "Se il sole muore" (1965), "Niente e così sia" (1969), reportage dalla guerra del Vietnam: un lungo diario di guerra fino alla rivolta degli studenti di Città del Messico per rispondere alla domanda di una bambina "La vita, cos’è?"

Negli ultimi anni la sua attenzione critica verso l’Islam contemporaneo ha destato interessi e reazioni contrapposte, comprese denunce alla magistratura, in Italia e all’estero. (vedi: frasi sul terrorismo)

Dopo il 2000 scopre di avere un cancro ai polmoni: lei era una forte fumatrice e, pur riconoscendo che potesse essere questa la causa della sua malattia, attribuì la maggior responsabilità del cancro all'aver respirato, in Kuwait, dove si trovava per seguire la guerra del golfo nel 1991, il fumo dei pozzi di petrolio fatti incendiare da Saddam Hussein.
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Riassunto vita: Leonardo da Vinci


Riassunto:
Leonardo nacque a Vinci il 15 aprile del 1452.
Nel 1469 si trasferì con tutta la famiglia a Firenze, qui entrò a far parte della bottega del Verrocchio dove vi rimase per otto anni e dove apprese l' arte del disegno, l'uso della prospettiva e dell'anatomia.
Questo può essere riscontrato nel suo quadro l' Annunciazione, tra il 1475 e il 1478, nella quale abbiamo una straordinaria qualità cromatica, e uno studio attento verso i particolari soprattutto naturali.
Abilissimo nel disegno, questa sua dote è evidente in due opere iniziate nel 1482 circa e rimaste incompiute: San Girolamo e l' Adorazione dei Magi.
In quest'ultima, rimasta incompiuta per la sua partenza per Milano, interpreta in modo nuovo il soggetto: intorno alla figura della Vergine col Bambino si raccoglie una folla gesticolante che ci lascia intendere l'emozione per l'evento sacro.
Ancora del periodo fiorentino sono il Ritratto di Ginevra Benci il cui volto è delineato da delicati effetti chiaroscurali mentre sullo sfondo si staglia un paesaggio di acqua e piante.
Abbiamo ancora la Madonna del garofano e la Madonna Benois.
Leonardo arrivò a Milano nel 1482 e vi rimase per ben sedici anni al servizio di Ludovico il Moro e dove si occupò dei diversi campi delle scienza e delle arti, ma si dedicò prevalentemente all'attività di pittore, infatti, qui realizzò opere molto importanti tra le quali la Vergine delle rocce.
Eseguì molte altre opere tra cui la Dama con l'ermellino di Cracovia, il Ritratto di dama del Louvre, ma il capolavoro dell'attività svolta a Milano è considerato l'Ultima Cena che realizza intorno al 1495-1497 nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie.
Nel 1499 Ludovico il Moro fuggì da Milano, dopo l'invasione del ducato da parte dei francesi, e Leonardo intraprese una serie di viaggi, si recò a Mantova, a Venezia, e poi ritornò a Firenze. Qui gli venne commissionato un'affresco per il salone di Palazzo Vecchio che rappresenta la Battaglia di Anghiari, in gara con Michelangelo che doveva affrescare nella parete opposta la Battaglia di Cascina. Il dipinto purtroppo però è andato perduto.
In questi anni iniziò anche il famoso ritratto della Gioconda, un dipinto a lui caro che portò con se anche in Francia dove rimane tutt'oggi, al museo del Louvre.
Nel 1506 si recò nuovamente a Milano, negli ultimi anni della sua vita l'artista alternò il suo soggiorno in questa città con brevi viaggi a Firenze. Le sue ultime opere sono Sant'Anna con Madonna e Bambino, di cui aveva già preparato un cartone nel 1501 e il San Giovanni Battista.
Nel 1516 accettò l'invito del re di Francia e si recò ad Amboise dove trascorre gli ultimi anni della sua vita e dove morì nel 1519.
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Riassunto vita: Albert Einstein

Riassunto:
Albert Einstein, nacque il 1879 a Ulm, da una famiglia di origine ebraica. Trascorse la sua infanzia a Monaco di Baviera, ma terminò gli studi in Svizzera, laureandosi al Politecnico di Zurigo (1900). Prese la cittadinanza svizzera per assumere un impiego all’Ufficio Brevetti di Berna. Il modesto lavoro gli consentì però di dedicare gran parte del suo tempo allo studio della fisica. Nel 1905 pubblicò tre studi teorici. Il primo e più importante studio che conteneva la prima esposizione completa della teoria della relatività ristretta. Il secondo studio, relativo al moto browniano, destinato a confermare l’esistenza degli atomi. Il terzo studio, sull’interpretazione dell’effetto fotoelettrico, avanzava l’ipotesi della propagazione della luce mediante quanti discreti di energia (fotoni); quest’ultimo studio gli valse il premio Nobel nel 1921. Nel 1916 pubblicò la memoria: I fondamenti della teoria della Relatività generale, frutto di oltre dieci anni di studio. Questo lavoro è considerato dal fisico stesso il suo maggior contributo scientifico e si inserisce nella sua ricerca rivolta alla geometrizzazione della fisica. Con l’avvento al poter di Hitler, Einstein fu costretto ad emigrare negli USA, dove insegnò all’Università di Princeton. Einstein disprezzava la violenza e la guerra, ma fu doppiamente coinvolto nella realizzazione della bomba atomica. In primo luogo perché è uno dei risultati della teoria della relatività, in secondo luogo perché scrisse, insieme a molti altri fisici, una famosa lettera al presidente Roosevelt, che segnò l’inizio per la costruzione dell’arma nucleare. Terminata la guerra Einstein s’impegnò attivamente contro la guerra e le persecuzioni razziste, compilando una dichiarazione pacifista contro le armi nucleari. Il mondo fu un po’ più piccolo quando morì, a Princeton, nel 1955.
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Riassunto storia di Martin Luther King

Meno di quaranta anni fa, in America, c'erano fontanelle pubbliche separate per bianchi e neri. A teatro, le balconate erano altrettanto separate e così i posti negli autobus pubblici. La lotta per cambiare queste condizioni e guadagnare la parità dei diritti di fronte alla legge per i cittadini di qualsiasi razza è stata la scelta di fondo della breve vita di Martin Luther King. Pacifista convinto e grande uomo del Novecento, Martin Luther King nasce il 15 gennaio 1929 ad Atlanta (Georgia), nel Profondo sud degli States. Suo padre era un predicatore della chiesa battista e sua madre una maestra. I King inizialmente vivono nella Auburn Avenue, soprannominata il Paradiso Nero, dove risiedono i borghesi del ghetto, gli "eletti della razza inferiore", per dirla con un'espressione paradossale in voga al tempo. Nel 1948 Martin si trasferisce a Chester (Pennsylvania) dove studia teologia e vince una borsa di studio che gli consente di conseguire il dottorato di filosofia a Boston. Qui conosce Coretta Scott, che sposa nel '53. A partire da quell'anno, è pastore della Chiesa battista a Montgomery (Alabama). Nel periodo '55-'60, invece, è l'ispiratore e l'organizzatore delle iniziative per il diritto di voto ai neri e per la parità nei diritti civili e sociali, oltre che per l'abolizione, su un piano più generale, delle forme legali di discriminazione ancora attive negli Stati Uniti. Nel 1957 fonda la "Southern Christian Leadership Conference" (Sclc), un movimento che si batte per i diritti di tutte le minoranze e che si fonda su ferrei precetti legati alla non-violenza di stampo gandhiano, suggerendo la nozione di resistenza passiva. Per citare una frase di un suo discorso: "...siamo stanchi di essere segregati e umiliati. Non abbiamo altra scelta che la protesta. Il nostro metodo sarà quello della persuasione, non della coercizione... Se protesterete con coraggio, ma anche con dignità e con amore cristiano, nel futuro gli storici dovranno dire: laggiù viveva un grande popolo, un popolo nero, che iniettò nuovo significato e dignità nelle vene della civiltà .". Il culmine del movimento si ha il 28 agosto 1963 durante la marcia su Washington quando King pronuncia il suo discorso più famoso "I have a dream...." ("Ho un sogno"). Nel 1964 riceve ad Oslo il premio Nobel per la pace. Durante gli anni della lotta, King viene più volte arrestato e molte manifestazioni da lui organizzate finiscono con violenze e arresti di massa; egli continua a predicare la non violenza pur subendo minacce e attentati. "Noi sfidiamo la vostra capacità di farci soffrire con la nostra capacità di sopportare le sofferenze. Metteteci in prigione, e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli, e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case nell'ora di mezzanotte, batteteci e lasciateci mezzi morti, e noi vi ameremo ancora. Fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi. Ma siate sicuri che vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello alla vostra coscienza e al vostro cuore che alla fine conquisteremo anche voi, e la nostra vittoria sarà piena. Nel 1966 si trasferisce a Chicago e modifica parte della sua impostazione politica: si dichiara contrario alla guerra del Vietnam e si astiene dal condannare le violenze delle organizzazioni estremiste, denunciando le condizioni di miseria e degrado dei ghetti delle metropoli, entrando così direttamente in conflitto con la Casa Bianca. Nel mese di aprile dell'anno 1968 Luther King si recò a Memphis per partecipare ad una marcia a favore degli spazzini della città (bianchi e neri), che erano in sciopero. Mentre, sulla veranda dell'albergo, s'intratteneva a parlare con i suoi collaboratori, dalla casa di fronte vennero sparati alcuni colpi di fucile: King cadde riverso sulla ringhiera, pochi minuti dopo era morto. Approfittando dei momenti di panico che seguirono, l'assassino si allontanò indisturbato. Erano le ore diciannove del 4 aprile. Il killer fu arrestato a Londra circa due mesi più tardi, si chiamava James Earl Ray, ma rivelò che non era stato lui l'uccisore di King; anzi, sosteneva di sapere chi fosse il vero colpevole. Nome che non poté mai fare perché venne accoltellato la notte seguente nella cella in cui era rinchiuso. Ancora oggi il mistero della morte dell'indimenticabile leader nero rimane insoluto.
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