Purgatorio Canto 8: analisi, commento, figure retoriche


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti dell'ottavo canto del Purgatorio (Canto VIII) della Divina Commedia di Dante Alighieri.

In questo canto ancora ambientato nella valletta dei principi negligenti vi sono le anime che intonano la preghiera della sera e mettono in fuga il serpente tentatore. Qui Dante incontra anche Nino Visconti e Corrado Malaspina.


Analisi del canto

Il tema allegorico: la tentazione
Il tema allegorico del canto viene sottolineato ai versi 19-21 dallo stesso Dante usando una figura retorica molto usata in questo poema: l'apostrofe, questa volta rivolta al lettore per esortarlo a restare concentrato in modo da non lasciarsi sfuggire l'occasione di capire questo canto che sarà spiegato facilmente.

I principali elementi allegorici sono:

Apparizione angeli a protezione della valletta = aiuto divino;

la comparsa del serpente = la tentazione del peccato;

il serpente messo in fuga dagli angeli = la grazia divina contro il male;

la scena con angeli e serpenti = simboleggia il Paradiso terrestre e il peccato originale;

le tre stelle che appaiono nel cielo = simboleggiano le tre virtù teologali: fede, speranza e carità.


Il tema sentimentale: gli affetti e l'esilio
Il tema sentimentale del canto è legato agli affetti umani attraverso i personaggi di Nino Visconti e della famiglia dei Malaspina. Con Nino Visconti viene messo in risalto l'amore paterno, il suo affetto coniugale e il suo dolore per il comportamento della moglie, e la cortese amicizia che lo legò a Dante.
Della famiglia dei Malaspina viene messa in risalto la loro generosità verso Dante e della sua sincera, commossa gratitudine, che a sua volta ricambia scrivendo nell'ultima parte del canto una delle più intense lodi mai rivolte ai signori del suo tempo. Il tema sentimentale in chiusura del canto è anche legato alle sensazioni spiacevoli come il pensiero dell'esilio, in cui Dante si aspetta di essere accolto da famiglie generose come quella dei Malaspina, cioè è più legato alla riconoscenza che al risentimento, all'ammirazione per il mondo signorile e cortese che alla polemica contro la vita comunale e il disordine politico che ne sono stati la causa.


L'incipit
Il canto ha inizio con il verso "Era già l'ora che volge il disio", cioè è l'ora del tramonto, e proprio al tramonto sono collegati molti elementi del canto: l'attimo di riflessione, la nostalgia di casa, la malinconia che addolcisce il cuore, il ricordo degli amici, il suono delle campane serali che annunciano la fine del giorno.



La fisicità di Dante
Il canto diventa occasione per ricordare che il viaggio di Dante avviene per grazia divina e, quando spiega a Nino Visconti di essere giunto nel Purgatorio passando per l'Inferno, uscendone vivo, questi prima indietreggia stupefatto e subito dopo chiama l'anima di Corrado Malaspina per condividere con lui la straordinarietà di quanto visto e sentito.



Commento

Tra paradiso perduto e ritrovato
L'atmosfera della nostalgia apre il canto del ricordo e del rimpianto, concentrano intorno a due eventi: uno terreno, l'altro cosmico. Le anime, ancora legate alla vita terrena, sembrano attardarsi nel desiderio della passata condizione, ora che scende la sera e un nuvolo di ricordi s'affolla alla mente.
Nino Visconti, il primo spirito che incontra Dante, si trattiene infatti a ripensare al suo passato di signore e marito, nel rimpianto di una condizione di perduta felicità: sua moglie, Beatrice d'Este, invece che piangerne la scomparsa, si è affrettata a nuove nozze. Il fatto offre a Dante l'occasione per un'osservazione negativa nei confronti delle donne, non nuova nella Commedia e nella cultura del tempo, ad attestare l'ambivalenza affettiva di cui spesso è stata ed è oggetto la figura.
La situazione è comunque dominata dall'attesa di un evento sacro che si ripete puntualmente ogni sera: l'arrivo del serpente e la sua sconfitta per opera di due angeli muniti di spade fiammeggianti, prive della punta. Il rito rimanda a un fatto mitico-religioso anticipato dalla comparsa nel cielo di tre stelle presenti nel paradiso terrestre e ora invisibili all'uomo sulla terra.
La Costellazione, che fa pensare alle tre virtù teologali (fede, speranza, carità), rinvia a una felicità perduta, alla pienezza di un momento in cui uomo e Dio vivevano in stretto rapporto di amicizia, prima che giungesse il serpente tentatore. Anche questa sera giunge il "nemico" e, come allora, prova a stuzzicare l'orgoglio e la superbia di coloro che furono potenti in vita (i principi) nell'ormai vano tentativo di riportare una vittoria che un tempo, nell'Eden, fruttò all'uomo la perdita di privilegi quali l'eternità, la non sofferenza, la perfetta felicità. Ma, nell'assoluto dominio di Dio, in cui l'uomo ha già scelto il bene, nulla può il serpente, e le spade spuntate degli angeli celebrano il rito di una sconfitta avvenuta. La pausa rituale s'interrompe con le parole di Corrado Malaspina, principe di Lunigiana, che chiede a Dante notizie della sua terra. Il poeta coglie l'occasione per elogiare la famiglia dei Malaspina, presso la quale presto Dante avrà modo di soggiornare. Il canto della nostalgia, del ricordo di eventi terreni, di fatti che segnarono eternamente il destino dell'uomo, accompagnato dalle tenere note del Te lucis ante, conclude il percorso d'attesa di Dante, che fra breve si troverà davanti alla porta del Purgatorio per iniziare la scalata che lo condurrà a Dio.



Le figure retoriche

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche dell'ottavo canto del Purgatorio. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 8 del Purgatorio.


Il disio / ai navicanti = enjambement (vv. 1-2).

Il core / lo = enjambement (vv. 2-3). Cioè: "il loro cuore".

D’amore / punge = enjambement (vv. 4-5).

Se ode squilla di lontano che paia il giorno pianger che si more = similitudine (vv. 5-6). Cioè: "se egli sente il suono lontano di una campana che sembra piangere il giorno che finisce".

A render vano / l’udire = enjambement (vv. 7-8).

Dolcemente e devote = endiadi (v. 16).

L’inno intero = anastrofe (v. 17). Cioè: "l'intero inno".

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, ché ’l velo è ora ben tanto sottile, certo che ’l trapassar dentro è leggero = apostrofe (vv. 19-21).

Chè ‘l velo è ora ben tanto sottile, certo che ‘l trapassar dentro è leggero = iperbole (vv. 20-21). Cioè: "poiché il velo allegorico è qui così sottile che è facile passarvi attraverso".

Riguardare in sùe quasi aspettando = similitudine (vv. 23-24). Cioè: "guardare verso l'alto come in attesa".

Verdi come fogliette pur mo nate erano in veste = similitudine (vv. 28-29). Cioè: "indossavano vesti di un colore verde simile a quello delle foglioline appena nate".

La testa bionda = sineddoche (v. 34). Il tutto per la parte, la testa anziché i capelli.

L’occhio si smarria, come virtù ch’a troppo si confonda = similitudine (vv. 35-36). Cioè: "il mio sguardo si smarriva nel loro volto, come quando la facoltà visiva è sopraffatta da un'immagine troppo forte".

A le fidate spalle = sineddoche(v. 42). La parte per il tutto, per indicare Virgilio, la guida fidata.

Mirava / pur me = enjambement (vv. 47-48).

Come conoscer mi volesse = similitudine (v. 48). Cioè: "come se mi volesse riconoscere".

I luoghi tristi = perifrasi (v. 58). Per indicare l'inferno.

In dietro si raccolse come gente di sùbito smarrita = similitudine (vv. 62-63). Cioè: "si trassero indietro come persone improvvisamente smarrite per la meraviglia".

Assai di lieve = antitesi (v. 76). Cioè: "molto facilmente".

Non le farà sì bella sepultura la vipera che Melanesi accampa, com’avria fatto il gallo di Gallura = similitudine (vv. 79-81). Cioè: "La vipera che i Milanesi pongono sullo stemma non onorerà tanto la sua tomba, così come avrebbe fatto il gallo dei Signori di Gallura".

In core avvampa = metafora (v. 84).

Sì come rota più presso a lo stelo = similitudine (v. 87). Cioè: "così come una ruota gira più lentamente vicino al suo asse".

‘l nostro avversaro = perifrasi (v. 95). Per indicare il demonio.

Non si sfregia / del pregio = enjambement (vv. 128-129).

Or va; che ‘l sol non si ricorca sette volte nel letto che ‘l Montone con tutti e quattro i piè cuopre e inforca = perifrasi (vv. 133-135). Per dire "non passeranno sette anni".


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