Inferno Canto 34 - Parafrasi



Nella quarta zona, detta Giudecca, i traditori dei benefattori sono completamente immersi nel ghiaccio. Virgilio avverte Dante che fra poco incontreranno Lucifero. Infatti il sommo poeta, alla vista del Diavolo, quasi muore dalla paura dato che è immenso nel lago di ghiaccio fino al petto: è gigantesco, con sei ali di pipistrello e tre facce, una rossa, una gialla e una nera; con ciascuna delle tre bocche dilania un dannato: Giuda, Bruto e Cassio. Intanto sta cominciando la notte ed essi sono pronti a lasciare l’Inferno. I due poeti si aggrappano così ai peli di Lucifero e iniziano la salita. Quando arrivano al bacino del mostro, essi si capovolgono e Dante rimane dubbioso. Virgilio lo fa rialzare e spiega a Dante che tutto questo è dovuto al passaggio da un emisfero all’altro.
Entrano in un passaggio stretto, salgono su una burella scura ed arrivano sulla terra ferma e guardano le stelle dopo tanto tempo.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 34 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Virgilio disse: «Avanzano verso di noi le insegne
del re dell’Inferno; perciò guarda attentamente (mira)
davanti se riesci a scorgerlo».
Come quando si diffonde (spira) una fitta (grossa) nebbia,
quando il nostro emisfero si fa buio,
appare da lontano un mulino a vento,
mi sembrò allora (allotta) di vedere un’enorme costruzione (un tal dificio);
poi a causa del vento mi riparai (mi ristrinsi)
dietro la mia guida, poiché lì non c’era un altro rifugio (grotta).
Ormai ero giunto, e con orrore lo dico nei miei versi,
dove le anime erano interamente sommerse
e trasparenti come una pagliuzza imprigionata nel vetro.
Alcune stanno distese; altre stanno diritte in posizione verticale,
alcune in piedi, altre capovolte;
altre ancora, come fa l’arco, riversano il viso verso i piedi.
Quando noi ci fummo inoltrati di quel tanto,
che al mio maestro parve opportuno per mostrarmi
l’essere che fu il più bello (ebbe il bel sembiante),
si scostò e mi fece fermare, dicendo:
«Ecco Dite, ed ecco il luogo dove è
necessario che ti armi di coraggio».
Come io allora diventai ghiacciato e muto (fioco),
non chiedermelo, o lettore, perché non lo dico,
dal momento che ogni parola (parlar) sarebbe inadeguata (poco).
Io non morii ma neanche rimasi del tutto vivo;
pensa ormai (oggimai) da te, se hai appena un po’ (fior) di ingegno,
come sia diventato, privo dell’una e dell’altra cosa.
Il sovrano del regno del dolore
sporgeva fuori dal ghiaccio dalla metà del petto;
e io mi avvicino (convegno) alle proporzioni di un gigante
più di quanto i giganti non si avvicinino alle proporzioni delle sue braccia;
vedi ormai quanto deve essere l’intero corpo (quel tutto)
che sia proporzionato a braccia del genere.
Se egli fu così bello come ora è brutto,
e ciò nonostante (e) osò ribellarsi (alzò le ciglia) al suo Creatore,
è ben naturale (ben dee) che derivi da lui ogni male (lutto).
Oh quanto stupefacente mi sembrò la cosa
quando vidi che la sua testa aveva tre facce!
Una era davanti, ed era di colore rosso;
le altre due si addizionavano (s’aggiugnieno) alla prima (questa)
a metà di ciascuna spalla,
e si congiungevano (dietro nella parte occipitale) dove alcuni animali hanno la cresta;
e mentre la destra appariva giallastra (tra bianca e gialla),
la sinistra al vederla aveva lo stesso colore
di chi proviene dalla terra dove il Nilo scende (s’avvalla).
Sotto ciascuna (faccia) uscivano due grandi ali,
proporzionate a un uccello tanto grande:
io non vidi mai per mare vele di queste dimensioni (cotali).
Non avevano penne, ma erano formate come quelle
del pipistrello; e quelle agitava (svolazzava),
tanto che da lui provenivano tre correnti d’aria:
per effetto di ciò Cocito diventava tutto quanto ghiacciato.
Piangeva con sei occhi e su tre menti faceva
gocciolare lacrime e bava sanguinolenta.
In ognuna delle bocche stritolava (dirompea) con i denti
un peccatore, come una gramola (maciulla),
in modo che contemporaneamente ne seviziava (facea così dolenti) tre.
Per quello nella bocca della faccia anteriore lo stritolamento era cosa da nulla
rispetto alle graffiate, tanto che a volte la schiena
restava tutta spogliata della pelle.
Il maestro disse: «Quel dannato lassù che subisce
la pena più dura è Giuda Iscariota,
il quale ha il capo nelle fauci di Lucifero (dentro) e agita le gambe di fuori.
Degli altri due che hanno la testa penzoloni,
quello che pende fuori dalla faccia di colore nero è Bruto;
vedi quanto si divincola senza emettere alcun lamento!;
e l’altro è Cassio, che appare così robusto (membruto).
Ma la notte ritorna (risurge) e ormai
dobbiamo allontanarci di qui, poiché abbiamo visto tutto».
Come Virgilio volle, mi avvinghiai al suo collo;
ed egli colse i punti propizi (poste) di tempo e di luogo,
e quando le ali furono aperte abbastanza,
si aggrappò ai fianchi villosi (le vellute coste);
da una manciata di pelo all’altra discese poi tenendosi
tra i fianchi fittamente pelosi e le incrostazioni della «ghiaccia».
Quando arrivammo nel punto in cui la coscia si articola (si volge),
esattamente in corrispondenza con l’ingrossarsi dell’anca,
la guida, con fatica e con respiro affannoso,
girò la testa dove teneva le gambe,
e si aggrappò al pelo come chi sale,
tanto che io credevo di tornare di nuovo (anche) in Inferno.
Ansimando come uomo affaticato il maestro disse:
«Tienti ben stretto a me, poiché per scale così ardue
è necessario allontanarsi da tanta malvagità».
Poi sbucò lungo la spaccatura (lo fóro) di una roccia (sasso)
e mi depose ai bordi;
dopo diresse verso di me (a me) il passo pronto (accorto).
Io alzai gli occhi ed ero convinto di vedere
Lucifero nella stessa posizione in cui lo avevo lasciato,
e invece (e) vidi che teneva le gambe per aria;
e se io allora restai confuso (travagliato),
lo immagini la gente ignorante (grossa),
la quale non comprende (non vede) qual è il punto che avevo oltrepassato.
Il maestro disse: «Alzati in piedi:
la strada è ancora lunga e il cammino è difficile,
e già il sole ritorna a metà tra l’inizio del mattino e la terza (ora del giorno)».
Non era una sala spaziosa (camminata di palagio)
il luogo in cui ci trovavamo, ma una caverna (burella) naturale
che aveva suolo sconnesso e luce scarsa.
Quando mi fui alzato dissi:
«Prima che mi stacchi (divella) dall’abisso infernale,
parlami un poco per togliermi di dubbio:
dov’è la ghiaccia? e come mai Lucifero (questi) è conficcato
così a rovescio? e com’è accaduto, in così breve tempo,
che il sole abbia compiuto il percorso dalla sera al mattino?».
E Virgilio a me: «Tu credi di essere ancora
dall’altra parte del centro della Terra, dove io mi aggrappai (mi presi)
al vello del verme malvagio che buca il mondo.
Ti trovasti nell’emisfero boreale per il tempo da me impiegato a scendere;
quando mi capovolsi, oltrepassasti il punto
sul quale da ogni parte gravitano i corpi.
Ora sei giunto sotto l’emisfero contrapposto
a quello che ricopre (coverchia) la terra emersa (la gran secca),
e sotto il cui più alto punto fu ucciso (consunto)
l’uomo che nacque e visse senza peccato;
tu poggi i piedi su un piccolo spazio circolare (spera)
che costituisce (fa) l’altra faccia della Giudecca.
Qui è mattina (da man), quando di là è sera;
e Lucifero (questi), che con il suo pelo ci fece da scala,
è tuttora confitto nella stessa posizione di prima.
Precipitò giù dal cielo dalla parte di questo emisfero;
e la terra, che originariamente emerse di qua,
per paura di lui si inabissò sotto le acque (fé del mar velo),
ed emerse nel nostro emisfero; e forse
per evitare il contatto con Lucifero, la terra che si vede nel nostro emisfero
lasciò qui questa cavità e si proiettò in su».
Laggiù c’è un luogo lontano da Belzebù
quanto è lunga la caverna (tomba),
ed esso è riconoscibile non per mezzo della vista ma per il mormorio di un piccolo ruscello
che sfocia a quell’altezza (quivi discende) attraverso
l’apertura di una roccia, che ha scavato
con il suo corso sinuoso e poco ripido (e poco pende).
La guida e io ci avviammo lungo quel cammino quasi invisibile (ascoso)
per tornare nel mondo luminoso (chiaro);
e senza curarci di riposare,
salimmo, lui davanti (primo) e io dietro (secondo),
finché io vidi, attraverso un foro rotondo,
alcune delle luci (le cose belle) che stanno nel cielo.
E passando di qui (quindi) uscimmo a riveder le stelle.
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Canto beduino - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Canto beduino" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1932 e fa parte della raccolta Sentimento del tempo.



Testo

Una donna s'alza e canta
La segue il vento e l'incanta
E sulla terra stende
E il sogno vero la prende.

Questa terra è nuda
Questa donna è druda
Questo vento è forte
Questo sogno è morte.



Analisi del testo e commento

È presente la rima baciata a ogni verso.

La poesia può essere suddivisa in due strofe:
  • nella prima strofa è protagonista la donna e tutto quello intorno a lei trasmette positività ed energia, come il suo cantare spensierato appena alzata, il vento che la incanta (la rende più affascinante), la terra che si estende (che dà un senso di infinità) e, soprattutto, la capacità di sognare.
  • nella seconda strofa la terra è priva di protezione (il termine nuda può essere inteso come secca o spoglia), la donna è druda (una compagna fedele, termine usato anche per animali), il vento non è più dolce bensì forte (in senso cattivo), e quel sogno che sembrava speciale e da perseguire si è tramutato in morte.

Tutto ciò di cui si parla positivamente nella prima strofa potrebbe essere quello che il poeta ha vissuto (ricordi di amori passati, terre lasciate), mentre nella seconda parte per gli stessi ricordi vengono usati aggettivi con accezione negativa perché nel poeta è riemerso in modo insistente il tema della morte (sa di non poter rivivere le stesse piacevoli esperienze).



Figure retoriche

Personificazione = "terrà è nuda" (v. 5).

Antitesi = "sogno" e "morte" (v. 8). Il sostantivo "sogno" solitamente è usato per qualcosa di incerto, talvolta irrealizzabile, per contrasto la "morte" è una realtà a cui nessuno può sfuggire.

Anafora = "E...E" (vv. 3-4).

Anafora = "questa...questa" (vv. 5-6).

Anafora = "questo...questo" (vv. 7-8).
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Inferno Canto 33 - Parafrasi



Il dannato che rode la testa all'altro è il conte Ugolino della Gherardesca, la sua vittima l'arcivescovo Ruggeri. Dante e Virgilio passano poi nella zona detta Tolomea, dove i traditori degli amici tengono il capo talmente all'insù che le lacrime gli si congelano sugli occhi: tra essi frate Alberigo e Branca Doria.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 33 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Quel peccatore sollevò la bocca dal pasto bestiale (fiero),
pulendola (forbendola) sui capelli del capo,
che aveva morso (guasto) nella parte posteriore.
Poi cominciò: «Tu vuoi che io rinnovi
un dolore implacabile (disperato) che mi opprime il cuore
già al solo pensiero (pur pensando), prima ancora di parlarne.
Ma se le mie parole devono essere seme
che dia frutti d’infamia al traditore che sto stritolando con i denti,
mi sentirai parlare e insieme piangere.
Io non so chi tu sia né
in che modo sei arrivato quaggiù; ma mi sembri un Fiorentino
schietto (veramente) quanto al tuo modo di parlare (quand’io t’odo).
Devi sapere che io fui il conte Ugolino,
e costui è l’arcivescovo Ruggieri:
ora ti dirò perché gli (i) sono vicino così feroce (tal vicino).
Non è necessario dire come in conseguenza
dei suoi piani malvagi io, avendo fiducia in lui,
fossi catturato e poi ucciso;
però sentirai da me ciò che non puoi aver sentito dire,
ossia come la mia morte sia stata crudele,
e potrai giudicare fino a che punto egli (e’) mi abbia recato offesa.
Una stretta feritoia dentro la (torre) Muda,
che per esservi morto io (per me) ha preso il nome di torre della Fame,
e che per altri ancora dovrà accadere di venire chiusa,
mi aveva mostrato attraverso la sua apertura (forame)
più lunazioni (lune), quando feci il sogno funesto
che mi svelò il futuro.
Mi pareva che costui fosse guida e signore
nel cacciare il lupo e i suoi cuccioli verso il monte (di San Giuliano)
a causa del quale i Pisani non possono scorgere Lucca.
Egli aveva schierato davanti a sé
Gualandi, Sismondi, Lanfranchi e insieme
con loro le cagne fameliche (magre), ardenti di cacciare (studïose) ed esperte (conte).
Dopo breve corsa, il padre e il figlio mi parevano
affaticati e mi sembrava di veder lacerare
i loro fianchi dalle aguzze zanne (scane) delle cagne.
Quando mi destai prima che fosse mattino,
sentii piangere nel sonno i miei figli
che erano con me, e chiedere del pane.
Sei davvero crudele, se fin d’ora non provi dolore
pensando a ciò che il mio cuore presagiva a se stesso;
e se non piangi per questo, per che cosa sei solito piangere?
Erano ormai svegli, e si avvicinava l’ora
in cui il cibo ci (ne) veniva come al solito portato (addotto),
e a causa del sogno premonitore ognuno aveva timore;
e io udii inchiodare (chiavar) la porta esterna
dell’orribile torre; per cui guardai i miei figliuoli
negli occhi (nel viso) senza dire una sola parola.
Io non piangevo, a tal punto dentro di me diventai di pietra:
essi piangevano invece; e il mio Anselmuccio disse.
‘Tu guardi in modo così strano (sì), o padre! che hai?’
Perciò non piansi né risposi tutto
quel giorno e la notte successiva,
finché non apparve (uscìo) nel mondo il sole della giornata successiva (l’altro sol).
Non appena entrò un po’ di luce (raggio)
nel carcere doloroso, e io intravidi riflesso
nei quattro volti il mio stesso volto,
mi morsi in un gesto di dolore ambedue le mani;
ed essi pensando che lo facessi per fame (voglia di manicar),
prontamente (di sùbito) si alzarono in piedi e dissero:
‘Padre, sarà per noi minor dolore
se tu ti cibi di noi: tu ci hai dato
queste carni consunte, e dunque mangiale (le spoglia)’.
Allora mi calmai per non renderli ancora più tristi;
per tutto quel giorno e per quello successivo (l’altro) rimanemmo tutti in silenzio;
ahi, terra crudele (dura), perché non ti squarciasti?
Quando fummo arrivati al quarto giorno,
Gaddo mi si gettò ai piedi dicendo:
‘Padre mio, perché non mi aiuti?’
Ai miei piedi morì; e come tu vedi me,
io vidi con i miei occhi gli altri tre soccombere ad uno ad uno
tra il quinto e il sesto giorno; per cui cominciai (mi diedi),
cieco, a brancolare su ciascuno
e per due giorni ancora dopo la loro morte li chiamai.
Poi, più che il dolore, mi uccise la fame».
Dette queste parole, con gli occhi biechi (torti)
afferrò nuovamente il teschio miserando con i denti,
che arrivarono all’osso, forti come quelli di un cane.
Guai a te, Pisa, vergogna dei popoli
che abitano il bel paese in cui risuona (la lingua che afferma con) il sì,
poiché i vicini si muovono con lentezza a punirti,
si muovano la Capraia e la Gorgona,
e formino uno sbarramento (siepe) sulla foce dell’Arno,
in modo che il fiume (elli) sommerga ogni tuo abitante!
Poiché se il conte Ugolino aveva fama (voce)
di averti tradita nella circostanza dei castelli,
non per questo tu dovevi sottoporre a così orribile supplizio (a tal croce) i figli.
La giovane (novella) età rendeva innocenti,
o seconda (novella) Tebe, Uguccione e il Brigata
e gli altri due che il canto nomina (appella) sopra (suso).
Io e Virgilio passammo nella terza zona,
dove la crosta di ghiaccio serra duramente altri dannati,
non immersi verticalmente, ma completamente supini (tutta riversata).
Lì il pianto stesso impedisce di piangere,
e le lacrime che trovano un ostacolo (rintoppo) negli occhi,
ritornano dentro a rendere più intensa la sofferenza;
poiché le lacrime uscite per prime formano un nodo di ghiaccio
e, come visiere di cristallo, riempiono
sotto il sopracciglio tutta la cavità dell’occhio (coppo).
E sebbene, come accade per una parte callosa,
a causa del freddo ogni sensibilità (sentimento)
avesse abbandonato (cessato) di far dimora (stallo) sul mio viso,
ormai mi sembrava di avvertire del (alquanto) vento;
per cui (domandai): «Maestro mio, chi lo produce (move)?
Non è estinto ogni vento (vapore) quaggiù?».
Per cui egli mi rispose: «Presto (Avaccio) sarai
nel luogo dove l’occhio ti darà la risposta,
poiché vedrai la causa che fa cadere il vento dall’alto (’l fiato piove)».
E uno dei malvagi (tristi) immersi nella crosta ghiacciata
ci gridò: «O anime a tal punto spietate
da esservi assegnata la zona infima dell’Inferno,
toglietemi dal viso le incrostazioni di ghiaccio,
perché io possa almeno un poco sfogare il dolore
che mi colma il cuore prima che le lacrime tornino a ghiacciarsi».
Per cui io dissi a lui: «Se vuoi che io ti soccorra,
dimmi chi sei, e se non ti libero dall’impedimento,
mi tocchi andare nello strato più profondo della ghiacciaia».
Rispose dunque: «Io sono frate Alberigo;
sono quello dei frutti nati nel terreno del male (del mal orto),
e qui ricevo pan per focaccia (dattero per figo)».
Io gli dissi: «Ma come, tu sei già (ancor) morto?».
E lui a me: «Del perché (Come) il mio corpo
stia nel mondo di su, non so dare nessuna spiegazione.
Questa Tolomea ha un privilegio (vantaggio) cosiffatto,
che spesso l’anima vi cade prima che
Atropo le dia (dea) la spinta (mossa).
E perché tu più volentieri mi tolga via (rade)
dal volto le lacrime diventate come vetro,
sappi che, non appena l’anima tradisce (trade)
così odiosamente come feci io, il corpo le
è tolto da un demonio, che poi lo regge
finché non sia interamente trascorso (vòlto) il tempo di vita che gli è assegnato (’l tempo suo).
L’anima (Ella) precipita in questo pozzo infernale (cisterna);
e forse è ancora visibile sulla terra (suso) il corpo
dell’anima che qua dietro di me ghiaccia.
Tu lo devi sapere, se arrivi solo ora (pur mo) nell’Inferno (giuso);
egli è Branca Doria e diversi anni
sono passati da quanto fu così racchiuso».
Io dissi a lui: «Credo che tu m’inganni;
poiché Branca Doria non è mai (unquanche) morto
e mangia, beve, dorme e veste panni».
Egli disse: «Su nella bolgia (nel fosso) dei Malebranche,
dove bolle la tenace pece,
Michele Zanche non era ancora arrivato,
quando costui lasciò nel corpo un diavolo al posto suo,
e lo stesso accadde a un suo parente (prossimano)
che commise con lui il tradimento.
Ma stendi ormai (oggimai) la mano verso di me;
aprimi gli occhi». Ma io non glieli aprii;
e fu cortesia essere villano nei suoi confronti.
Ahi Genovesi, uomini lontani (diversi)
da ogni buon costume, e pieni invece di ogni vizio (magagna),
perché non siete estirpati (spersi) dal mondo?
Poiché in compagnia dell’anima più perversa della Romagna
trovai un vostro concittadino (di voi un tal), che per il suo tradimento
è già immerso (già si bagna) con l’anima (in anima) nel Cocito
e con il corpo appare ancora vivo sulla terra (di sopra).
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Lucca - Ungaretti: spiegazione, analisi e commento


Piazza dell'Anfiteatro di Lucca

La poesia "Lucca" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1919 e fa parte della raccolta L'allegria.


Testo

A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre
ci parlava di questi posti.
La mia infanzia ne fu tutta meravigliata.
La città ha un traffico timorato e fanatico.
In queste mura non ci si sta che di passaggio.
Qui la meta è partire.
Mi sono seduto al fresco sulla porta dell'osteria con della gente
che mi parla di California come d'un suo podere.
Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone.
Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei miei morti.
Ho preso anch'io una zappa.
Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.

So di passato e d'avvenire quanto un uomo può saperne.
Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
Non mi rimane che rassegnarmi a morire.
Alleverò dunque tranquillamente una prole.
Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali, lodavo
la vita.
Ora che considero, anch'io, l'amore come una garanzia della specie,
ho in vista la morte.



Analisi del testo

È una poesia in prosa, caratterizzata da un testo molto lungo in cui le frasi sono brevi e schematiche grazie alla punteggiatura, ma rispetto alle sue poesie più ermetiche, questa presenta versi più articolati e collegati fra loro.

Non vi sono rime e manca l'intestazione diaristica tipica di molte composizioni di Ungaretti, con l'indicazione del luogo e della data.

Viene fatto un frequente uso di aggettivi possessivi che svelano il forte legame che il poeta avverte con le tematiche trattate. Ciò che racconta è la sua reale esperienza e non il frutto di qualche vaga immaginazione. Inoltre se nella prima parte del testo compaiono parole rustiche e semplici come "zappa", "rosario", "madre", "città" e "osteria"; la seconda parte è caratterizzata da uno slancio poetico concentrato sull'interiorità del poeta e, quindi, compaiono termini più sofisticati ("nostalgie e desideri", "appetito maligno", "amori mortali") e tematiche più concettuali e profonde (amore, destino, morte).

La città è spesso caratterizzata da aggettivi di accezione negativa ("Timorato e fanatico") o termini che richiamano alla semplicità della vita campestre ("zappa", "prole").



Figure retoriche

Ossimoro = "timorato" e "fanatico" (v. 4).

Similitudine = "come d'un suo podere" (v, 8).

Antitesi = "passato" e "avvenire" (v. 14).

Similitudine = "come una garanzia della specie" (v, 20).

Enjambements = vv. 1-2; 7-8; 18-19.



Commento

Nel testo Ungaretti descrive Lucca, città natia dei suoi genitori, ma non la sua perché egli è nato in Alessandria d'Egitto.
Il testo si apre con un ricordo d'infanzia: dopo aver cenato tutti insieme e dopo aver recitato il rosario, la madre del poeta era solita raccontare al figlio di come era la città lucchese e che poi dovette lasciare per andare a lavorare in Egitto, dove Ungaretti nasce e trascorre la sua prima infanzia. Alessandria d'Egitto era una città nella quale fatica a riconoscersi e identificarsi. Invece, Lucca, descritta amorevolmente come una sola madre sa fare, affascinava il piccolo Ungaretti al punto che si ritrovava ad immaginare la fisicità della città, con le sue mura ed il traffico, e si immaginava lui stesso in quelle mura.
Un giorno (al termine della Prima Guerra Mondiale) Ungaretti, che si trova in una fase molto significativa della sua vita (scosso dal dolore), decide di recarsi nella città che ha visto nascere i suoi genitori (Lucca), con la speranza di ottenere un cambiamento o una maturazione, e si scopre simile alla gente che lo circonda. I lucchesi di cui parla Ungaretti sono persone molto semplici, che ben poco hanno conosciuto al di là della propria esistenza paesana (non sanno dove sia o addirittura cosa sia la California).
Questo pensiero gli piace e allo stesso tempo lo turba: da un lato si sente parte di questo mondo contadino e si immagina con la zappa, ma dall'altro questo pensiero lo terrorizza.
Il terrore che prova Ungaretti nasce dal fatto che lui si è sempre considerato senza patria, come un viandante che aspira al ritorno a casa, invece, in questo modo egli sa di avere radici toscane e contadine e, lo riscoprire le proprie radici, significa per lui essere diventato vecchio. Quando Ungaretti scrisse questa poesia aveva solo trent'anni, e il fatto che questo aspetto lo facesse sentire vecchio lo terrorizzava.
Giungendo nella patria tanto ricercata, il poeta si ritrova costretto ad abbandonare nostalgie e desideri passati. L'insoddisfazione di questa scoperta lo obbliga a cambiare il suo stile di vita con triste rassegnazione. Il futuro e il destino si tramutano in momenti di morte, di cambiamento e di distacco dai desideri e dai sogni giovanili diventando una routine priva di interesse e di stimoli. Anche il concetto di amore è costretto a trasformarsi: all'appetito maligno che lo spingeva negli "amori mortali" sostituisce un rapporto amoroso concepito unicamente come mezzo per dare vita alle generazioni future.
Per questo si sente pronto ad "allevare tranquillamente una prole" e a diventare "un'origine", così come i suoi antenati lo sono stati per lui. Si rende conto che il destino e il futuro non sono un'incognita misteriosa ma la semplice continuazione della vita cittadina, e che bisogna abbandonarsi alla quotidianità come qualcosa di inevitabile e di giusto.
Lo stato d’animo che si può cogliere nei versi finali è di pace e rassegnazione, serenità e mancanza di turbamento. Ora il poeta ha ricostruito le dinamiche della propria esistenza, conosce la sua origine e il suo destino, l’inizio e la fine, e può abbandonarsi all’idea della morte.
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Inferno Canto 32 - Parafrasi



Cocito è diviso in zone: nella Caina i traditori dei parenti stanno immersi nel ghiaccio fino al capo, tenuto abbassato; nella Antenora i traditori della patria hanno invece il capo rivolto in alto: tra essi Bocca degli Abati e Gano di Maganza. Dante vede un dannato che rode la testa di un altro, e chiede a Bocca il nome di entrambi.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 32 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Se io possedessi un linguaggio poetico fatto di parole aspre e rauche (chiocce),
come sarebbe necessario per trattare dell’orrenda cavità
su cui premono tutti gli altri cerchi infernali,
esprimerei la sostanza (suco) della mia visione
più compiutamente; ma poiché non lo possiedo,
mi accingo a raccontare non senza paura;
poiché descrivere il fondo di tutto l’universo
non è un’impresa da prendere alla leggera,
né può essere affrontata da un linguaggio che usi termini (semplici) come mamma o babbo.
Vengano dunque in aiuto del mio verso le Muse
che aiutarono Anfione a cingere Tebe (di mura),
cosicché le parole non si allontanino dalla materia.
O anime più di tutte create al male e alla dannazione,
che state nel luogo di cui è arduo parlare,
meglio sarebbe che foste state sulla terra pecore o capre!
Non appena noi fummo giù nel buio fondo del pozzo,
molto più in basso dei piedi del gigante,
e io continuavo a guardare l’alta parete,
mi sentii dire: «Attento (Guarda) a come cammini (passi):
procedi in modo da non calpestare
le teste dei fratelli sciagurati e infelici».
Sicché io mi voltai, e vidi davanti a me
e sotto i miei piedi un lago che a causa del gelo
pareva (avea ... sembiante) di vetro e non d’acqua.
Non formarono mai durante il periodo invernale
nel loro corso una così spessa crosta di ghiaccio
né il Danubio in Austria (Osterlicchi) né il Don sotto il freddo cielo,
come quella lì formata; tanto che se il monte Tambura
o il Pania della Croce vi fossero precipitati,
non avrebbe scricchiolato nemmeno sull’orlo.
E come la rana sta a gracidare
col muso fuori dall’acqua, quando la contadina
sogna di cogliere spighe in abbondanza,
così le ombre dolenti dei dannati stavano, illividite,
confitte nel ghiaccio fino al punto del corpo in cui la vergogna traspare,
e battevano i denti con suono simile a quello prodotto dalle cicogne.
Ognuna teneva il viso volto in basso;
in loro il freddo è testimoniato (testimonianza si procaccia) dalla bocca
e la sofferenza (cor tristo) dagli occhi.
Dopo aver guardato intorno a me per diverso tempo,
piegai lo sguardo verso i piedi, e vidi due dannati così avvinti,
che avevano mescolato insieme i capelli del capo.
«Ditemi, voi che siete così strettamente congiunti per il petto»,
dissi, «chi siete?». Ed essi piegarono il collo (all’indietro);
e dopo aver alzato lo sguardo verso di me,
i loro occhi, che sotto le palpebre erano bagnati,
lasciarono scorrere il pianto fino alle labbra,
e il gelo ghiacciò le lacrime tra gli occhi accecandoli.
Una spranga non strinse mai un pezzo di legno a un altro
così saldamente; per cui essi come due montoni
cozzarono l’uno contro l’altro, tale fu l’ira che li vinse.
E un altro dannato che aveva perduto entrambi gli orecchi
per il gelo, continuando (pur) a stare con la testa abbassata,
disse: «Perché ci guardi fisso come se ti specchiassi?
Se vuoi sapere chi sono i due, (ti dirò che)
la valle da cui scende il Bisenzio appartenne
al loro padre Alberto e a loro stessi.
Furono generati dalla stessa madre;
e potrai cercare per tutta la Caina, ma non troverai un’anima
che meriti più di loro di esser confitta nel ghiaccio (gelatina):
non colui al quale il petto e l’ombra vennero trapassati (rotto)
con un solo colpo (esso un colpo) vibrato dalla mano di Artù;
non Focaccia; non costui che m’impedisce la vista
con il suo capo, cosicché io non riesco a vedere più in là,
e fu chiamato Sassolo Mascheroni;
se tu sei toscano, sai ormai bene chi sia.
E perché tu non mi costringa a far altre parole,
sappi che io fui Camicione de’ Pazzi;
e sono in attesa di Carlino che faccia apparire meno grave la mia onta.
Poi io vidi un gran numero di visi resi lividi (cagnazzi)
dal freddo; per cui mi vengono i brividi (riprezzo),
e sempre mi verranno, per le acque (guazzi) ghiacciate.
E mentre procedevamo verso il centro (lo mezzo)
dove convergono (si rauna) tutti i pesi (gravezza),
e io tremavo nell’eterno gelo (rezzo),
non so se si trattò di mia volontà, di predestinazione
o di caso fortuito, ma, camminando tra le teste,
picchiai con forza il piede nel viso di un dannato (ad una).
Piangendo mi gridò con tono di rimprovero: «Perché mi calpesti?
se tu non vieni ad accrescere la punizione (vendetta)
di Montaperti, perché mi tormenti?».
E io dissi: «Maestro, aspettami qui,
affinché io possa risolvere (esca d’) un dubbio riguardante (per) costui;
poi mi farai quanta (quantunque) fretta vorrai».
La guida si fermò (stette), e io dissi a colui
che aspramente continuava a imprecare:
«Chi sei tu che a questo modo mi (altrui) rimproveri?».
Rispose: «Piuttosto chi sei tu che vai per l’Antenòra,
percuotendo la faccia a me, in modo tale che,
se io fossi vivo, sarebbe (fora) un’ingiuria troppo grave?».
La mia risposta fu: «Io sono vivo, e ti può riuscire gradito,
se desideri essere ricordato nel mondo (dimandi fama),
che io metta il tuo nome nei miei versi».
Ed egli disse a me: «Proprio del contrario ho desiderio.
Levati di qui e non darmi più fastidio,
poiché non valgono le tue lusinghe in questa bassura (lama)!».
Allora lo afferrai per la collottola e dissi:
«Sarà bene che tu dica il tuo nome,
o non ti rimarrà in testa (qui sù) nemmeno un capello».
Per cui egli mi rispose: «Per quanti (Perché) capelli mi strappi,
né ti dirò chi sono, né te lo rivelerò,
anche se mi piombi sul capo (mi tomi) mille volte».
Io avevo già attorcigliato (avvolti) i capelli nella mano
e gliene avevo strappato (tratti) più di una ciocca,
mentre egli guaiva come un cane abbassando gli occhi,
quando un altro dannato gridò: «Che cos’hai, Bocca?
non ti basta battere i denti per il freddo
e devi anche latrare? che diavolo hai (ti tocca)?».
Io dissi: «Ormai non ho più bisogno che tu parli,
traditore maledetto; poiché a tua infamia porterò
nel mondo notizie certe (vere) di te».
Rispose: «Vattene e racconta ciò che vuoi;
ma non tacere, se tu puoi uscire di qui,
di colui che poco fa (or) ebbe la lingua così pronta
Egli sconta qui il denaro (l’argento) ottenuto dai Francesi:
potrai dire ‘Io vidi Buoso da Duera nel luogo
in cui i peccatori patiscono il freddo (stanno freschi)’.
Se ti venisse chiesto ‘Chi altro c’era?’,
sappi che tu hai al tuo fianco Tesauro dei Beccheria
al quale i Fiorentini (Fiorenza) tagliarono la gola (gorgiera).
Credo che più in là vi sia Gianni de’ Soldanieri
e con lui Gano di Maganza e Tebaldello de’ Zambrasi,
che, mentre la gente dormiva, aprì le porte di Faenza».
Ci eravamo già allontanati da lui,
quando vidi due dannati nella stessa buca,
messi in modo tale che il capo di uno ricopriva come un cappello il capo dell’altro;
e con la stessa avidità con cui si mangia il pane quando si ha fame,
così quello che stava sopra addentava l’altro
nel punto in cui il cervello si congiunge (s’aggiugne) con il midollo spinale:
non diversamente da Tideo, che rosicò
per odio la testa di Menalippo,
faceva costui con il cranio e tutto il resto.
Io dissi: «O tu che attraverso un gesto così bestiale
manifesti il tuo odio per colui che stai mangiando,
dimmi il perché, con questo patto (per tal convegno),
che se tu ti duoli con ragione di lui,
venendo a conoscere (sappiendo) chi siete voi e quale sia la sua colpa,
io possa ancora ricompensartene (te ne cangi) sulla terra (nel mondo suso),
se no mi si secchi la lingua con cui parlo».
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D'agosto - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "D'agosto" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1925 e fa parte della raccolta Sentimento del tempo.



Testo

Avido lutto ronzante nei vivi,

Monotono altomare,
Ma senza solitudine,

Repressi squilli da prostrate messi,

Estate,

Sino ad orbite ombrate spolpi selci,

Risvegli ceneri nei colossei…

Quale Erebo t’urlò?



Parafrasi

(In agosto)
Una morte avida sorvola tra i vivi,

il mare è noiosamente calmo,
e mai deserto,

rintocchi ovattati provengono da chiese spente.

L'estate

fino alle ombre della sera logora la pietra,

scuote la quiete degli impolverati colossei...

Quale divinità ti ha generato?



Analisi del testo e commento

Come abbiamo già visto nella poesia Di luglio, per Ungaretti l'estate rappresenta più il male che il bene. La paragona dapprima alla morte personificata che sfiora le persone (i vivi); poi la definisce noiosa, poiché in estate il mare è una tavola e pure affollato e quindi non è né affascinante come un mare agitato né utile per isolarsi e per riflettere; dice che la luce del sole consuma la selce (roccia sedimentaria composta quasi esclusivamente da silice); disturba perfino la polvere dei colossei e infine si chiede chi mai l'abbia generata. Nomina la divinità greca Erebo in quanto è la personificazione dell'oscurità ed è anche usato per indicare gli Inferi, e poi anche perché da Egli nacquero numerosi figli come Nemesi (la vendetta), Apate (l'inganno), Ker (la morte violenta), Eris (la discordia), Thanatos (la morte) ecc.



Figure retoriche

Antonomasia = "Erebo" (v. 8).
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Tu ti spezzasti - Ungaretti: spiegazione, analisi e commento



La poesia "Tu ti spezzasti" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti e fa parte della raccolta Il dolore, pubblicata nell'immediato dopoguerra.


Testo

I molti, immani, sparsi, grigi sassi
Frementi ancora alle segrete fionde
Di originarie fiamme soffocate
Od ai terrori di fiumane vergini
Ruinanti in implacabili carezze,
- Sopra l'abbaglio della sabbia rigidi
In un vuoto orizzonte, non rammenti?

E la recline, che s'apriva all'unico
Raccogliersi dell'ombra nella valle,
Araucaria, anelando ingigantita,
Volta nell'ardua selce d'erme fibre
Più delle altre dannate refrattaria,
Fresca la bocca di farfalle e d'erbe
Dove le radici si tagliava,
- Non la rammenti delirante muta
Sopra tre palmi d'un rotondo ciottolo
In un perfetto bilico
Magicamente apparsa?

Di ramo in ramo fiorrancino lieve,
Ebbri di meraviglia gli avidi occhi
Ne conquistavi la screziata cima,
Temerario, musico bimbo,
Solo per rivedere all'ilmo lucido
D'un fondo e quieto baratro di mare
Favolose testuggini
Ridestarsi fra le alghe.
Della natura estrema la tensione
E le subacquee pompe,
Funebri moniti.

2.

Alzavi le braccia come ali
E ridavi nascita al vento
Correndo nel peso dell'aria immota.

Nessuno mai vide posare
Il tuo lieve piede di danza.

3.

Grazia, felice,
Non avresti potuto non spezzarti
In una cecità tanto indurita
Tu semplice soffio e cristallo,

Troppo umano lampo per l'empio,
Selvoso, accanito, ronzante
Ruggito d'un sole d'ignudo.



Analisi del testo e Commento

In questa poesia Ungaretti presenta il figlio Antonietto come un bimbo svelto, curioso di voler scoprire gli aspetti "favolosi" della flora e della fauna. Il ricordo del figlioletto è rievocato in lui per via del paesaggio brasiliano, ricco di colori accesi, di alberi sospesi, di fondi marini, aspro e possente. Ma al padre pieno di ansia e apprensione, Antonietto appariva debole come un "semplice soffio" e delicato come il "cristallo" di fronte alla natura tropicale immane, selvaggia, opprimente: non avrebbe potuto reggere il confronto e, quindi, non avrebbe potuto non "spezzarsi"...
Per Ungaretti la natura è spietata e vi è un qualcosa di crudele nella forza che sprigiona il paesaggio perché fa da contrasto alla fragilità del corpicino del figlioletto (morto a San Paolo, in Brasile, alla tenera età di 9 anni a causa di un'appendicite mal curata). E in un certo senso si chiede come sia possibile che vi sia così tanta forza da una parte e così tanta fragilità dall'altra.
Per il poeta è una coesistenza impossibile e, infatti, il suo bimbo cederà di fronte a questa natura spietata, giungendo audacemente di ramo in ramo alla cima per guardare il mare sottostante.



Figure retoriche

Personificazione = "sole ignudo" (v. 41).

Climax ascendente = "I molti, immani, sparsi, grigi sassi" (v. 1). Evidenzia la durezza e la solitudine del paesaggio.

Similitudine = "Alzavi le braccia come ali" (v. 30).

Metafora = "Correndo nel peso dell'aria" (v. 32).
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