Paradiso canto 25 Analisi e Commento


San Giovanni apostolo, Firenze, Museo dell'Opera del Duomo.


Analisi del canto

La struttura del canto
Canto centrale nella triade dell'esame di Dante sulle virtù teologali , e quindi tipico «canto dottrinario», si divide in un «prologo» autobiografico (vv. 1-12), e in due sezioni principali: la prima (vv. 13-99) espone la prova di Dante sulla virtù della speranza, la seconda (vv. 100-139) narra il miracoloso incontro con S. Giovanni e introduce la terza e ultima prova sulla carità.


L'incipit autobiografico
All'inizio del canto, Dante ritaglia uno spazio tutto per sé. In questo celeberrimo esordio sono concentrati alcuni motivi fondamentali della sua poesia e del suo animo: la coscienza della sacralità della propria opera ('I poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra), la lunga fatica che gli è costato (che m'ha fatto per molti anni macro), la nostalgia per l'amata Firenze natia e la malvagità di coloro che lo hanno condannato all'esilio (la crudeltà che fuor mi serra / del bello ovile ov'io dormi' agnello), la speranza e l'orgoglio di poter tornare nella sua città con gli onori degni di un grande poeta (ritornerò poeta, e in sul fonte/ del mio battesmo prenderò 'I cappello). Significativo, ovviamente, è il fatto che tale speranza sia espressa tanto solennemente all'inizio del canto in cui sosterrà l'esame su tale virtù teologale.


L'esame sulla speranza
La prova teologica sulla speranza si svolge con modalità diverse da quella sulla fede. Più rapida e concisa, vede la partecipazione attiva di Beatrice, ma soprattutto si risolve essenzialmente con riferimenti diretti ed esclusivi all'autorità delle Scritture e dei testi canonici: la definizione della speranza è ricavata dalla tradizione scolastica (vv. 67-69), l'origine della speranza sono principalmente i Salmi di David e l'Epistola di S. Giacomo, e alla domanda sull'oggetto della sua speranza Dante risponde con una formula derivata da Isaia e dall'Apocalisse di S. Giovanni.


La leggenda di San Giovanni
L'incontro fra Dante e S. Giovanni è caratterizzato dall'eccezionale luminosità del santo che provoca la momentanea cecità di Dante. L'episodio prende spunto da una diffusa leggenda medievale, ritenuta possibile dallo stesso S. Tommaso, secondo la quale l'apostolo sarebbe stato assunto in cielo con il corpo. Dante nega decisamente tale ipotesi, dimostrando una rigorosa interpretazione dei dogmi scritturali, e confermando quella sua attenzione a chiarire questioni particolari e popolari; ma è anche ulteriore elemento del tema della luce e della vista, così specifico della poesia del Paradiso.
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Paradiso canto 24 Analisi e Commento


Dante Alighieri meditante in un ritratto di Joseph Noel Paton


Analisi del canto

L'incipit del canto
Nella prima parte del canto viene evocato quel clima di gioia intensa e indicibile, tipica del Paradiso, fatta di danze, di «carole» coreograficamente studiate e frutto di movimenti diversi e singoli in cui ogni anima è protagonista e autonoma, cosicché l'armonia risulta dalla composizione perfetta di molte diversità, come le ruote dell'orologio congegnate in modo che la prima, a chi osserva, sembri immobile e l'ultima sembri volare. Al centro di questa coreografia paradisiaca si trova Beatrice, fulcro attorno a cui ruota il coro delle anime, centro che dà ordine e senso. Unitamente alla danza c'è il trionfo della luce determinato dalle anime che splendono al punto da apparire comete splendenti. L'incipit è costituito dalle parole stesse che Beatrice rivolge ai beati, commensali dell'Agnello divino al banchetto eterno del Paradiso, dove ogni desiderio viene realizzato e la gioia è piena; essi che hanno raggiunto la felicità e partecipano alla gran cena del benedetto Agnello, essi che attingono ogni conoscenza dalla fonte prima di ogni sapere, Dio, estinguano la sete di Dante e il suo desiderio di conoscere la verità che gli ha meritato il privilegio straordinario di potersi sedere alla mensa dei beati ancor prima della morte.


I tre canti delle virtù teologali
Con questo canto inizia una lunga sequenza che si sviluppa fino al canto xxvi, dedicata alle virtù teologali della fede, della speranza e della carità. Il viaggio di Dante, giunto all'ottavo cielo delle Stelle Fisse, deve sostare per affrontare un difficile esame sulle tre virtù fondamentali per il cristiano, indispensabili per la sua ascesa spirituale. Soltanto superando questo esame Dante potrà affrontare quella missione che la grazia divina ha previsto per lui e proporsi come esempio e modello, lui che è anche l'«inquieto cuore cristiano».


L'esame di Dante
La parte centrale e finale del canto è occupata dall'interrogazione di Dante sulla fede: si tratta di un vero e proprio esame teologico, costruito nelle sue varie parti e passaggi sul modello degli esami universitari medievali. Dante si rifà ai moduli della cultura filosofico-religiosa medievale e soprattutto alla più scolastica delle prove, cioè l'interrogazione, l'esame. L'eccezionalità della situazione è evidente fin dalla presentazione del primo dei tre esaminatori (gli altri saranno S. Giacomo e S. Giovanni), S. Pietro, il primo papa, lo spirito che diffonde la luce più intensa e si esprime in un canto così dolce da essere indescrivibile con i semplici mezzi umani. Questi dettagli contribuiscono a creare la giusta attesa di un evento che è destinato a costituire un momento centrale della Commedia intera, non dal lato dell'intreccio, ma dal lato dottrinale e didascalico. Per questo si muovono addirittura i tre apostoli che hanno avuto un ruolo determinante per la Chiesa delle origini, e, primo tra tutti, S. Pietro. La funzione didascalica della Commedia dantesca, centrale negli intenti del poeta, trova qui il punto di massima e più sistematica espressione.


Il ruolo di Beatrice
Ruolo determinante è quello di Beatrice, che non è solo il centro della coreografia celeste ma anche colei che porta avanti il progetto voluto da Dio per Dante. Tutto avviene sotto la sua regia e con la sua direzione; è lei il centro gerarchico a cui tutto fa riferimento. A ben guardare, è lei che conduce le fila dell'esame: a lei si rivolgono gli esaminatori, è lei a incitarli a procedere, è lei a ribadire l'importanza dell'evento. Gli esaminatori eseguono il loro compito sotto le direttive di Beatrice, poiché fede, speranza e carità sono appunto virtù teologali, parte determinante della teologia di cui Beatrice è simbolo.


Sentimento e poesia del canto
A differenza di altri canti in cui l'elemento dottrinario è esclusivo e spesso inaridisce la lettura, in questo, come nei due successivi, l'ardore della conoscenza e della dottrina si fonde all'ardore sentimentale degli affetti e della poesia: lo si percepisce dai segni di amore tra Beatrice e S. Pietro e tra S. Pietro e Dante, e risulta evidente dal linguaggio fortemente metaforico. Così il linguaggio apparterrà al codice tipico dei testi dei grandi autori scolastici, con continui riferimenti alla Summa di S. Tommaso, ma costante è soprattutto il richiamo alla centralità delle Sacre Scritture, in particolare alle lettere di S. Paolo da cui viene tratta la definizione, la quiditate (l'essenza) della fede stessa sustanza di cose sperate / e argomento de le non parventi (vv. 64-65). Su questa definizione paolina si innestano le altre domande di S. Pietro sulla fede, ma poi l'esame lascia il terreno dell'indagine filosofica e teologica per farsi indagine personale, per verificare se, accanto alle conoscenze teoriche, Dante possieda questo straordinario dono di Dio. È proprio questo passare dall'alta teologia ai risvolti individuali che permette al canto di non perdersi nelle altezze della teorizzazione astratta e di conservare intatta la cifra della poesia.
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Paradiso canto 23 Analisi e Commento


Giovanni Di Paolo - Cristo e i beati


Analisi del canto

Il trionfo di Cristo e l'esperienza mistica
Il racconto del trionfo di Cristo occupa la prima parte del canto (vv. 16-45), e si suddivide poeticamente in quattro momenti: l'annuncio di Beatrice del giungere delle schiere beate, la similitudine della notte stellata e serena di plenilunio, l'apparizione dei beati illuminati dall'alto dalla luce di Cristo, e la contemplazione mistica del miracolo. Non si tratta dunque di un «trionfo» nel senso classico, cioè della figura di Cristo preceduta o seguita da schiere festose, bensì (come riprodotto in tanta pittura del tempo) del tripudio luminoso dei beati, della Chiesa trionfante nei cieli, disposti intorno a Cristo che li sovrasta con la luce di salvezza, premio della loro vittoria sul male e sul peccato. L'esperienza mistica della visione di Cristo, come di tutti i misteri più alti della divinità, è possibile solo tramite l'excessus mentis, cioè con l'espandersi della mente oltre i propri limiti naturali per speciale grazia. Esperienza sublime, forma somma di conoscenza, la visione mistica non può essere ricordata, e infatti Dante si paragonerà a colui che si risveglia da un sonno e cerca inutilmente di ricordarsi ciò che ha sognato (cfr. vv. 49-51); annunciato nel canto 1 (vv. 79), il fenomeno andrà accentuandosi man mano che ci si avvicina a Dio, assumendo la dimensione anche stilistica di una «poetica della ineffabilità».


Il trionfo della Madonna
La seconda parte del canto, dal v. 70 al termine, è tradizionalmente nota come il trionfo della Madonna, ed è uno dei passi più esemplari del culto di Dante per Maria, vista come madre amorosa che intercede in cielo per i suoi figli terreni, come annunciato fin dal II canto dell'Inferno. Qui per la prima volta Dante la incontra direttamente, e le dedica il primo di quegli omaggi poetici che si ripeteranno frequenti nei prossimi canti di avvicinamento a Dio fino alla sublime preghiera del canto XXXIII. La scena è solenne, articolata in diversi momenti di natura allegorica e liturgica (dal bel fior simbolo di Maria alla rievocazione dell'annunciazione e alla preghiera dei beati), ma contiene note di semplicità e intimità che mostrano l'affetto materno di Maria verso i beati e Dante; pensiamo in particolare alla similitudine dei vv. 121-123 che paragona lo slancio dei beati verso di lei alle braccia protese del bambino verso la madre, e che rimanda alla lunga similitudine in apertura di canto (v. 19), con l'uccello-madre che attende sul ramo la nascita del sole per poter vedere i propri piccoli e poterli sfamare.
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San Martino del Carso: parafrasi, analisi e commento - Ungaretti



La poesia San Martino del Carso è stata scritta dal poeta Giuseppe Ungaretti nel 1916 e fa parte de Il Porto Sepolto, la sua prima raccolta di poesie. È stata scritta quando aveva 28 anni e si trovava come soldato semplice sul fronte di trincea nel Carso.


Testo

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non m'è rimasto
neppure tanto

Ma nel mio cuore
nessuna croce manca

E' il mio cuore
il paese più straziato



Parafrasi

Delle case di questo paese
non è rimasto più niente,
sono rimasti
solo qualche
pezzo di muro.

Tutte
quelle persone che conoscevo
non vi sono più,
sono tutte morte.

Ma nel mio cuore
c'è spazio per ognuno di loro.

Il mio cuore è
molto più straziato di questo paese.


Parafrasi discorsiva:
Di queste case non è rimasto che qualche pezzo di muro. Di tanti di amici che conoscevo e avevano con me delle relazioni non è rimasto in vita nessuno. Ma nel mio cuore sono e saranno sempre presenti: il mio cuore è il paese più tormentato.



Analisi del testo

METRICA: La poesia è composta da versi liberi distribuiti in quattro strofe, le prime due composte di quattro versi, le ultime di due versi. Come sempre non abbiamo la punteggiatura

Stessa costruzione di “Veglia”, appena più complessa, troviamo quattro strofe che esprimono ognuna un concetto, l’ultima esprime la sintesi.
1° strofa: descrizione della città di San Martino bombardata.
2° strofa: descrizione dei compagni.
3° strofa: constatazione del poeta.
4° strofa: sintesi fra la prima e la seconda strofa.

La lirica crea un'analogia tra due elementi:
- da una parte, il paese di S. Martino del Carso, semidistrutto dai combattimenti;
- dall'altra, il cuore del poeta, che è prima di tutto il cuore di un uomo che soffre.

Le prime due strofe si possono dire descrittive, pur trattandosi di una descrizione scarna ed essenziale. Del paese carsico non sono rimasti che pochi ruderi: la desolazione è ovunque. Ma la guerra ha creato un vuoto ancora più grande, e più doloroso, fra le persone care al poeta.
Tuttavia, con le due brevi strofe conclusive, dove prevale la riflessione, nel cuore del poeta non manca nessuno; lo scrittore ricorda tutti e soffre per tutti. Il suo cuore è un paese ancora più distrutto e sconvolto di S. Martino.



Analisi per parola:
BRANDELLO DI MURO: metafora originale che richiama l’immagine di un corpo lacerato.

CHE MI CORRISPONDEVANO: che ricambiavano il mio affetto.

DI TANTI: Così accentato e isolato evoca tutto l’orrore tragico della guerra. È uno dei tanti esempi in cui la parola, staccata dal contesto logico, vibra di una sola vita propria.

NEPPURE TANTO: neppure i brandelli dei corpi straziati dalle cannonate.

NESSUNA CROCE MANCA: tutti quei cari morti sono presenti nel mio cuore.

IL PAESE PIÙ STRAZIATO: perché ogni croce è presente nella sua mente, ogni brandello di muro gli ricorda quelle ore dolorose.



Figure retoriche

Anafora = "di" e "di" (vv. 1 e 5). Ripetizione della stessa parola a inizio del verso.

Metafora = "brandello di muro" (v. 4). Si parla di muro, un oggetto, ma richiama l'immagine di un corpo lacerato, ovvero i brandelli di carne.

Anafora = "non è rimasto" (vv. 2 e 7). Per la ripetizione delle stesse parole.

Epifora = "tanti" e "tanto" (vv. 5 e 8). Ripetizione di una stessa parola alla fine di più versi per rafforzarne l'importanza.

Metafora = "Ma nel mio cuore nessuna croce manca" (vv. 8-9). Il poeta con questo intende dire che se pur i suoi compagni sono morti, e di loro non restano nemmeno i corpi, nei suoi ricordi (nel suo cuore) ci saranno tutti (nessuna croce manca), come in un grande cimitero.

Anafora = cuore (vv. 9 e 11). Ripetizione della parola.

Analogia = "E' il mio cuore il paese più straziato" (vv. 10-11). Cuore-paese: con ciò il poeta afferma allegoricamente che la sua anima è più martoriata quanto la gente del paese, e il paese stesso.

Allitterazione della A = case-rimasto-qualche-tanti-tanto-manca-straziato

Allitterazione della R = rimasto-brandello-muro-corrispondevano-neppure-cuore-croce-straziato

Allitterazione della C = cuore-croce-manca.



Commento

La distruzione di un paese diventa l’emblema del dolore spirituale del poeta. È una lirica scarna senza effusioni sentimentali. Il poeta rivive in essa lo strazio provato in quelle ore lontane avvampanti di fuoco e cariche di dolore. Come è facile osservare, la poesia è impostata sul confronto tra il paese e il cuore del poeta: le case di S. Martino ridotte a brandelli, il cuore del poeta straziato dal dolore e dalle rovine della guerra.
La parola "brandello" di solito si riferisce agli uomini (brandello di carne), ma proprio questo è l'obiettivo del poeta: sottolineare l'identificazione fra il paese e la vicenda umana.
Alla realtà spaventosa e drammatica della guerra, è possibile opporre solo il potere del ricordo e la fragile arma della poesia: per tanti compagni sventurati che la morte ha inghiottito, il ricordo straziante del poeta rappresenta l'ultimo disperato legame con il mondo della luce e della vita. Ritorna dunque il valore della poesia come testimonianza e memoria, che Ungaretti aveva già esplicitato nella lirica In memoria.
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Denunciare o Denunziare: come si scrive?



La denuncia è l'atto formale con il quale si dà notizia alla competente autorità di un reato perseguibile d'ufficio. È una di quelle parole che è bene conoscere come si scrive e pronuncia in tutte le sue versioni perché potrebbe rivelarsi imbarazzante, e addirittura dannoso, sbagliare davanti a un giudice in un'aula di tribunale. Si tratta del secondo articolo che dedichiamo a questa parola, il primo riguardava il corretto plurale di denuncia (ed era denunce, con denuncie caduta in disuso), invece adesso andremo a trattare l'altro dubbio: se si scrive denuncia o denunzia, denunciare o denunziare.

Le forme più comuni sono denuncia e denunciare, invece per quanto riguarda denunzia e denunziare bisogna precisare che sono termini corretti ma desueti, cioè appartengono a uno stile discorsivo del passato: denunciare, annunziare, renunziare.

La Z di "denunziare" andava inizialmente a sostituire la T latina ("denuntiare"), e successivamente la Z è stata sostituita dalla C ("denunciare").

Il plurale di denunzia non sarà denunce ma DENUNZIE​.
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Paradiso canto 22 Analisi e Commento


Lorenzo Monaco, San Benedetto resuscita un confratello, Firenze, Galleria degli Uffizi


Analisi del canto

I «canti gemelli»
Il canto compone un'unità lirico-narrativa con il precedente, con diversi fattori di complementarietà:
  • la continuità narrativa costituita dall'urlo finale dei beati nel canto XXI, che lega immediatamente la narrazione con quello del XXII;
  • i protagonisti Pier Damiani e Benedetto, figure emblematiche del monachesimo medievale;
  • la violenta polemica contro la corruzione della Chiesa e degli ordini conventuali;
  • l'analoga struttura narrativa dei canti: l'iniziale esitazione di Dante, il proporsi del beato, l'esposizione degli aspetti teologici, la biografia dei santi e l'invettiva finale;
  • il cielo di Saturno, che si esaurisce completamente nelle figure dei due santi.


S. Benedetto
La figura di S. Benedetto è la più rappresentativa della schiera di spiriti contemplanti, in quanto fondatore del monachesimo occidentale. Della sua biografia Dante ricorda un unico episodio, ma sufficiente a identificarlo: la conversione delle genti pagane che vivevano nelle valli del monte Cassino, con la conseguente fondazione dell'omonimo convento. S. Benedetto segna così storicamente il passaggio, in Italia, dall'età pagana a quella cristiana nel tramonto dell'Impero romano.


La condanna degli ordini monastici
Continua l'indignata denuncia di Dante contro la degradazione morale della Chiesa. Qui l'attacco è specifico contro gli ordini conventuali, la loro avidità e l'abbandono delle originarie regole monastiche. Non a caso l'invettiva è collocata nel cielo degli spiriti contemplanti, ed è messa in bocca a s. Benedetto, loro fondatore.


La visione liricoastronomica
Nell'ultima parte del canto Dante si volta indietro a vedere il cammino percorso: il suo sguardo poetico si apre in una descrizione grandiosa dell'armonia divina dello spazio e dei movimenti dei pianeti. All'interno di questa visione la terra si colloca lontana sul fondo, e si rivela misera e piccola, con le sue folli passioni e violenze da cui Dante prende poeticamente e concretamente distanza.


L'ultima apostrofe ai lettori

Ai vv. 106-111 Dante per l'ultima volta si rivolge direttamente ai suoi lettori. Egli così si congeda dal suo pubblico terreno nel momento in cui sta per ascendere ai più alti cieli del Paradiso, ma questo si collega con un dettaglio di natura autobiografica e quindi «terrena» (vv. 112-123): asceso al cielo delle Stelle Fisse, Dante si ritrova nello spazio occupato dalla costellazione dei Gemelli, la stessa sotto cui era nato.



Commento

Sotto il segno dei Gemelli
Un grido intenso interrompe l'atmosfera paradisiaca. Dante ne ha paura. Beatrice gli ricorda che in cielo tutto è bene ma quel grido ha suscitato nel poeta un'angoscia indicibile. È il grido d'orrore dei santi verso un mondo corrotto, la loro indignazione verso chi ha tradito il messaggio cristiano. Ciò significa il richiamo alla giustizia, che, dal centro del Paradiso, s'irradia giù sulla terra e giunge sino a Dante: ci sarà pertanto giustizia anche per il poeta, duramente colpito dalla cattiveria del mondo. Io sono Benedetto — dice il santo al poeta — e Dante vorrebbe vedere quel volto che tanta parte ebbe nella costruzione della cristianità e della civiltà medievale. Ma i suoi occhi non possono ancora reggere tale visione: bisognerà attendere l'ascesa all'Empireo, quando lo sguardo di Dante, accresciuto nella sua capacità di reggere la luce, potrà finalmente guardare il volto benedetto di tutti i beati raccolti nella candida rosa. Ora è troppo presto per Dante e un vorticoso volo di santi guida il sogno del poeta, portandolo con sé davanti a Dio, la beatitudine in cui tutto si realizza. Lo sguardo si dilata fra le costellazioni e i pianeti, fra gli incommensurabili spazi celesti e il mondo piccolissimo, laggiù, nella plaga terrestre. Nello splendore dei cieli brilla luminosa la costellazione dei Gemelli. Castore e Polluce, nati dall'uovo covato da Leda dopo gli amori con Giove che aveva assunto le sembianze di cigno, sono il simbolo dell'intelligenza, della creatività, della vivacità che essi conferiscono ai nati sotto la loro influenza astrale. Dante è tra questi e riconosce alla costellazione ogni sua dote. Astronomia e astrologia si mescolano al sacro, i segni zodiacali diventano strumenti di Dio, capaci di stimolare nell'uomo quelle capacità che, se ben usate, conducono a Lui. L'inno che Dante indirizza ai Gemelli è un ringraziamento che il poeta rivolge a Dio per i doni ricevuti, ma è anche una rinnovata dichiarazione della sua funzione di poeta e una nuova consacrazione delle sue capacità letterarie. Ancora una volta il poeta canta la mente e il cuore dell'uomo; alle soglie dell'incontro mistico con Dio, Dante ribadisce che nell'essere umano risiede una scintilla divina il cui dono richiede alle sue stelle, ai Gemelli, in maggior misura ora che s'avvia a conclusione il suo viaggio escatologico e deve essere portato a compimento il resoconto scritto di questo percorso, per il bene dell'umanità intera. Così Dante fa partecipe il lettore di una sua verità, già patrimonio degli antichi: la letteratura, l'arte, la poesia rappresentano una delle più alte espressioni dell'uomo. Di fronte a quell'aiuola piccola e meschina, fucina di ferocia, il poeta si erge libero e potente negli spazi immensi della sua fantasia.
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Paradiso canto 21 Analisi e Commento


Dante e Beatrice incontrano Pier Damiani. Miniatura di Giovanni di Paolo, British Library, Londra.


Analisi del canto

Gli elementi del canto
Nel canto «di Pier Damiani» distinguiamo i seguenti elementi caratterizzanti:
  • la speciale atmosfera del nuovo cielo di Saturno;
  • la figurazione simbolica della scala d'oro;
  • le dichiarazioni su Provvidenza e predestinazione divina;
  • la figura storica e morale di Pier Damiani;
  • la polemica antiecclesiastica.

Dal punto di vista della struttura generale del Paradiso, il canto costituisce un'unità lirico-narrativa con il successivo, dove alla figura di S. Pier Damiani si accoppia quella di S. Benedetto: una nuova coppia di «canti gemelli», analoga a quella formata dai canti di S. Francesco e S. Domenico, con protagonisti altri nobili esponenti di vita religiosa.


Il cielo di Saturno

L'atmosfera di questo cielo si presenta a Dante particolare e sospesa: l'assenza del sorriso di Beatrice e del canto dei beati crea intorno al poeta una tensione che indica la più alta e nuova condizione in cui si svolgerà l'azione. In quel silenzio si celebrerà con maggiore solennità il dialogo con Pier Damiani, e con maggior sbalordimento risuonerà quell'urlo finale dei beati, che segna la continuità narrativa con il canto successivo.


La scala d'oro

La scala celeste lungo la quale scendono dall'Empireo gli spiriti di Saturno è simbolo dell'ascesa a Dio attraverso la meditazione religiosa, lungo i «gradini» della contemplazione mistica. Si tratta della terza raffigurazione simbolica, tipica dei cieli superiori del Paradiso, dopo la croce nel cielo di Marte e l'Aquila nel cielo di Giove.


Il canto di Pier Damiani
È intorno alla figura del santo che sono costruiti gli aspetti più significativi del canto. Dante sceglie Pier Damiani a rappresentare gli spiriti contemplativi e a condannare la corruzione ecclesiastica, poiché egli impersona il suo ideale di uomo religioso: il santo, infatti, unisce alla vita mistica un'attiva partecipazione alle vicende politiche.


La predestinazione
Perché proprio Pier Damiani è stato mandato da Dio per parlare con Dante? La risposta non può essere conosciuta da nessuno, neanche dall'angelo più vicino a Dio, perché imperscrutabili sono i suoi disegni. La questione della predestinazione, già accennata nel canto precedente, trova così conclusivo corollario ai vv. 91-102, e diventa avvertimento agli uomini perché accettino i propri limiti intellettuali.
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