Inferno Canto 29 - Parafrasi



Prima di lasciare la nona bolgia Dante cerca con gli occhi in essa un suo congiunto, Geri del Bello, seminatore di discordia, la cui morte violenta è rimasta invendicata, ma Virgilio gli ricorda che l’ombra di questo suo parente è passata sotto il ponte, mostrando sdegno e minacciandolo col dito, quando egli era tutto intento ad osservare Bertran de Born. Ripreso il cammino, i due pellegrini giungono sopra l’ultima bolgia dell’ottavo cerchio, nella quale si trovano i falsatori, divisi in quattro categorie: falsatori di metalli con alchimia, falsatori di persone, falsatori di monete, falsatori di parole. Con il corpo deformato da orribili morbi giacciono a mucchi o si trascinano carponi gli alchimisti. Due di questi dannati attirano l’attenzione di Dante: stanno seduti, appoggiandosi l’uno alla schiena dell’altro, e cercano, con furiosa impazienza, di liberarsi delle croste che li ricoprono interamente. Furono arsi sul rogo dai Senesi, il primo, Griffolino d’Arezzo, per non avere mantenuto fede alla promessa di far alzare in volo, novello Dedalo, uno sciocco; il secondo, Capocchio, per aver falsificato i metalli, da quell'eccellente imitatore della natura che fu in vita.

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Parafrasi

Il gran numero di peccatori e gli orribili (diverse) supplizi
avevano resi quasi ebbri (inebrïate) i miei occhi (luci),
a tal punto che erano desiderosi di piangere.
Ma Virgilio mi disse: «Che cosa fissi insistentemente (pur)?
perché il tuo sguardo si sofferma (soffolge) ancora (pur)
laggiù in basso tra le anime mutilate?
Tu non hai fatto così nelle altre bolge;
se hai intenzione di contarle tutte (annoverar), pensa
che la bolgia si estende su un cerchio di ventidue miglia.
La luna è ormai (già) sotto i nostri piedi,
il tempo che ci è concesso è davvero poco,
e c’è ben altro da vedere che non quello che tu ora stai guardando».
Poi risposi io: «Se tu avessi considerato (atteso)
il motivo per cui io guardavo,
forse mi avresti concesso (dimesso) di soffermarmi».
Nel frattempo (Parte) la guida si incamminava,
e io lo seguivo, già rispondendogli,
e soggiungevo: «Dentro quella fossa (cava)
dove io adesso tenevo gli occhi fissi (a posta),
credo che un’anima della mia famiglia (sangue) espii (pianga)
la colpa che in quel luogo causa tanto dolore».
Allora disse il maestro: «Da questo momento
il tuo pensiero non si soffermi (franga) sopra di lui.
Pensa (Attendi) ad altro, ed egli se ne rimanga là;
io infatti lo vidi ai piedi del ponticello
indicarti a dito e minacciarti con violenza,
e sentii che veniva chiamato Geri del Bello.
Tu eri in quel momento completamente assorto
su quel dannato che fu signore di Altaforte,
per cui non volgesti gli occhi là, fino a quando se ne fu partito».
«O mia guida, è stata la sua morte violenta
che non ha ancora trovato vendetta», dissi io,
«da parte (per) di qualche parente che sia partecipe dell’offesa,
a renderlo sdegnato; per questo egli andò
senza parlarmi, almeno così io credo:
e proprio per questo egli mi ha reso più pietoso (pio) verso di lui».
Così discorremmo fino al bordo (loco primo) del ponte (scoglio)
dal quale si scorgerebbe la bolgia successiva (altra)
fino al fondo (imo), se ci fosse più luce.
Quando giungemmo sull’ultima bolgia (chiostra)
di Malebolge, così che i suoi dannati (conversi)
potevano essere veduti da noi,
mi colpirono (saettaron) strani (diversi) lamenti,
che penetravano come punte di ferro per il loro tono pietoso;
per cui io mi chiusi le orecchie con le mani.
Quali sarebbero (fora) le grida di dolore se, dagli ospedali
di Valdichiana, della Maremma o della Sardegna,
nei mesi di luglio e settembre, i malati (mali)
fossero riuniti tutti insieme in un sol luogo ristretto (fossa),
così era qui, e vi esalava il medesimo puzzo
che si leva dalle membra incancrenite.
Noi discendemmo sull’estremo argine
del lungo ponte, ancora (pur) da sinistra,
e allora il mio vedere giù verso il fondo
fu più nitido, laddove la giustizia,
infallibile ministro del sommo Re,
punisce i falsari che qui (sulla terra) essa segna sul suo libro (registra).
Non credo che fosse una tristezza maggiore
vedere nell’isola di Egina tutto il popolo infermo
quando l’aria fu così colpita dalla pestilenza (malizia),
che gli animali, anche il più piccolo essere vivente (vermo),
morirono tutti, e in seguito le popolazioni originarie,
secondo quanto i poeti tramandano come certo,
rinacquero (si ristorar) dalla stirpe (seme) delle formiche;
quanto era triste osservare in quella bolgia oscura
languire quelle anime in diversi gruppi (biche).
Chi giaceva sul ventre e chi si addossava alle spalle
di un altro, e chi si trascinava (trasmutava) carponi
per il doloroso sentiero.
Noi procedevamo lentamente (Passo passo) senza parole,
guardando e ascoltando i dannati colpiti da malattie,
i quali non potevano sollevare il corpo.
Ne vidi due seduti che s’appoggiavano l’uno all’altro,
come si accosta teglia con teglia per farle scaldare,
infettati di croste (schianze) da capo a piedi;
e non vidi mai un garzone lavorar di striglia (stregghia)
quando è atteso dal suo padrone (segnorso),
né colui che sta sveglio controvoglia,
come ciascuno di costoro spesso dava forti colpi (morso)
con le unghie su di sé per la gran smania del prurito,
al quale non c’è altro rimedio;
e le unghie penetravano (traevan) tanto in profondo (giù) nelle piaghe della scabbia,
quanto il coltello nelle squame della scardova
o di altro pesce che le abbia ancor più larghe.
«O tu che ti laceri (dismaglie) con le dita»,
disse la mia guida a uno di costoro,
«e che talvolta le trasformi in tenaglie,
dicci se tra costoro che sono qui dentro
c’è qualche italiano (Latino), e possa (se) in eterno
la tua unghia bastarti per questo lavoro».
«Siamo italiani noi due che tu puoi vedere
entrambi così deturpati», rispose uno piangendo;
«ma chi sei tu che chiedesti notizie di noi?».
E la guida rispose: «Io discendo
con questo vivo giù di cerchio in cerchio,
e mi propongo (intendo) di mostrargli l’Inferno».
Allora si ruppe il reciproco (comun) sostegno (rincalzo);
e ognuno si volse tremando a me
con gli altri che ascoltarono indirettamente (di rimbalzo).
Il valente maestro si accostò tutto verso di me,
dicendo: «Di’ loro ciò che tu vuoi»;
e io incominciai, dopo che egli volle (volse):
«Possa (Se) il ricordo di voi non dileguarsi (s’imboli) nella mente
degli uomini nel mondo della prima vita (primo),
ma possa vivere ancora per molti anni (soli),
ditemi chi siete e di qual città (genti);
non vi trattenga dal mostrarvi a me
la vostra sconcia e fastidiosa pena».
Uno rispose: «Io fui (originario) di Arezzo,
e Albero da Siena mi fece mettere al rogo (foco);
ma non mi conduce in questa bolgia l’accusa di eresia per la quale io morii.
È ben vero che io gli dissi, ma parlando per scherzo:
‘Io sarei in grado di sollevarmi in volo per l’aria’;
e quello, che aveva curiosità ma poco senno,
volle che io gli insegnassi la tecnica; e solo
perché io non riuscii a trasformarlo in Dedalo, mi fece
ardere da un tale (il vescovo di Siena) che lo considerava come un figlio.
Ma Minosse, a cui non è lecito (lece) errare,
mi condannò nell’ultima delle dieci bolge a causa
dell’alchimia che praticai (usai) nel mondo».
E io dissi al poeta: «Esistette forse mai gente
talmente fatua (vana) come quella senese?
Di certo non così tanto quella francese!».
Allora l’altro lebbroso, che mi capì,
rispose alle mie parole: «Escludi (Tra’mene) Stricca (dei Salimbeni)
che seppe fare spese moderate,
e Niccolò che per primo scoprì l’usanza dispendiosa (ricca)
dei chiodi di garofano nell’orto
dove questo seme attecchisce (s’appicca);
ed escludi (tra’ne) la brigata in cui Caccia d’Asciano
dilapidò la vigna e gli ampi possedimenti (fonda),
e l’Abbagliato diede ampia prova (proferse) del suo senno.
Ma perché tu sappia chi è colui che ti asseconda
in tal modo contro i Senesi, aguzza l’occhio verso di me,
in modo che il mio volto possa ben risponderti:
così vedrai che io sono l’anima (l’ombra) di Capocchio,
che per mezzo dell’alchimia falsai i metalli;
e ti devi ricordare, se ti ho ben riconosciuto,
come io fui valente imitatore (buona scimia) delle cose della natura».
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Inferno Canto 28 - Parafrasi



Nella nona bolgia il contrappasso punisce chi seminò discordie e provocò scismi, con squartamenti, mutilazioni e ferite ancor più sanguinose di quelle provocate dalle guerre più cruente della storia. Un diavolo è preposto alla punizione, che è tanto più spettacolare e orribile quanto più grave fu la colpa del dannato: fra questi Dante incontra Maometto con le interiora e l’intestino che gli penzolano da uno squarcio fra il mento e l’inguine, e suo genero Alì con il volto spaccato dal mento alla fronte. Dopo aver saputo da Virgilio che Dante è vivo, il profeta dell’islamismo gli raccomanda di avvertire lo scismatico fra Dolcino dell’assedio in cui lo stringerà il vescovo di Novara, affinché possa prepararsi e ritardare il proprio arrivo nella nona bolgia. Anche il romagnolo Pier da Medicina, con la gola squarciata e privo del naso e di un orecchio, affida a Dante un messaggio per due eminenti cittadini di Fano, preannunciando un prossimo tradimento del signore di Rimini, città che costò cara a un altro dannato, il tribuno Curione che spinse Cesare contro Pompeo e ora porta la lingua mozzata in gola. Quindi il fiorentino Mosca dei Lamberti con le mani mozzate chiede di essere ricordato come colui che diede inizio alle faide fra guelfi e ghibellini. Infine si presenta il trovatore Bertran de Born che, per aver istigato il re Enrico III a ribellarsi al padre, ora è smembrato egli stesso e porta in mano la propria testa come fosse un lume.

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Parafrasi

Chi mai potrebbe, pur con parole libere dalla metrica,
descrivere esaurientemente il sangue e le ferite che io vidi allora,
benché (per) tentasse di raccontarle ripetutamente?
Certo ogni lingua verrebbe meno
a causa del linguaggio e dell’intelletto umano
che hanno un’inadeguata capacità a comprendere tanto.
Se anche (ancor) si riunisse tutta la gente
che un tempo (già) nella terra del meridione d’Italia (Puglia),
soggetta alle vicende della fortuna provò dolore (fu ... dolente)
per le sanguinose guerre a causa dei Romani (Troiani) e per il lungo conflitto (con i Cartaginesi)
in cui si fece un grande bottino (spoglie) di anelli (strappati ai vinti),
come scrive Livio, il quale non sbaglia,
insieme a quella gente (con quella) che,
per contrastare Roberto il Guiscardo, sentì il dolore delle ferite;
e quell’altra gente le cui spoglie (ossame) sono raccolte
ancor oggi a Ceprano, là dove ogni barone pugliese
fu traditore (bugiardo), e quell’altra presso Tagliacozzo,
dove, senza ricorrere alle armi, il vecchio Alardo riuscì a vincere;
e se parte di tutti questi morti mostrasse le membra ferite
e parte le membra mozzate, sarebbe impossibile uguagliare (d’aequar)
la ripugnante condizione della nona bolgia.
Certo una botte, dopo aver perduto la doga mediana del fondo (mezzul) o quella laterale (lulla),
non si apre come io vidi un peccatore,
squarciato dal mento fin dove si scorreggia (si trulla).
Le budella pendevano tra le gambe;
si vedevano la corata e lo stomaco ripugnante
che trasforma in escrementi quanto si trangugia.
Mentre fermo il mio sguardo attento (tutto) per osservarlo,
mi fissò e con le mani si squarciò il petto,
dicendo: «Guarda adesso come io sono lacerato!
vedi come Maometto è mutilato (storpiato)!
Dinanzi a me se ne va piangendo Alì,
con il volto tagliato (fesso) dal mento alla fronte (ciuffetto).
E tutti gli altri che tu vedi qui,
da vivi furono seminatori di scandali e scismi,
e per questo motivo sono così mutilati (fessi).
Qua dietro è appostato un diavolo che ci acconcia (n’accisma)
in modo così crudele, sottoponendo ciascun’anima
di questa schiera (risma) al taglio della spada,
quando abbiamo compiuto il giro della dolorosa bolgia;
perché le nostre ferite sono già richiuse
prima che ognuno di noi (altri) ripassi dinanzi a lui.
Ma chi sei tu che indugi (muse) sul ponte,
forse per tergiversare e non andare alla pena
che è stata stabilita in base (in su) alle tue ammissioni di colpa?».
Rispose il mio maestro:
«Non lo raggiunse ancora la morte, e neppure lo porta qui una colpa per essere punito;
ma per fornirgli un’esperienza completa,
io, che sono morto, devo condurlo (convien menarlo)
quaggiù nell’Inferno, di cerchio in cerchio;
e questo è vero, com’è vero che ti parlo».
Furono più di cento i dannati che, quando lo udirono,
si fermarono nella bolgia (fosso) a guardarmi
per la meraviglia, scordando la sofferenza (martiro).
«Tu che forse tra breve vedrai il sole, di’ a fra Dolcino dunque
che si rifornisca (s’armi) di provviste,
se non vuole presto seguirmi qui,
in modo che il blocco (stretta) della neve
non regali (rechi) la vittoria ai Novaresi (Noarese),
ai quali non sarebbe facile (leve) prevalere (acquistar) in altro modo (altrimenti)».
Dopo che levò in alto un piede per andarsene (girsene),
Maometto mi fece questo discorso;
poi l’appoggiò a terra per allontanarsi.
Un altro peccatore, che aveva la gola forata
e il naso tagliato fin sotto le ciglia,
e non aveva che un’orecchia soltanto,
fermatosi a guardare per la meraviglia
insieme agli altri, prima di loro spalancò la canna della gola,
che fuori da ogni parte era rossa di sangue (vermiglia),
e disse: «O tu che da nessuna colpa sei condannato
e che io conobbi sulla terra italiana (latina),
se non m’inganna una straordinaria somiglianza,
ricordati (rimembriti) di Pier da Medicina,
e possa (se) tu un giorno tornare a vedere la dolce pianura
che declina da Vercelli fino a Marcabò.
E fai sapere ai due ragguardevoli cittadini di Fano,
a messer Guido (del Cassero) e ad Angiolello (da Carignano),
che, se qui la preveggenza non è illusoria (vano),
saranno buttati fuori del loro vascello
e gettati in mare in un sacco, legati con una grossa pietra (mazzerati) presso i lidi di Cattolica
per il tradimento di un signore codardo.
Non vide mai il mare (Nettuno),
tra l’isola di Cipro e di Maiorca, un così efferato delitto (fallo),
né per mano di pirati né di greci (gente argolica).
Quel traditore che vede soltanto con un occhio
e governa (tien) quella terra che un dannato (tale) qui con me
non vorrebbe mai avere avuto occasione di vedere,
li farà andare a parlare con lui;
poi farà in modo che essi non abbiano bisogno (non sarà lor mestier)
né di voto né di supplica contro il vento di Focara (monte vicino a Cattolica)».
E io a lui: «Dimmi pure con chiarezza,
se vuoi che io porti tue notizie sulla terra,
chi è quello per cui è stato funesto (amara) il vedere (veduta) (Rimini)».
Allora stese la mano verso la mascella
di un suo compagno e gli aprì la bocca,
gridando: «È proprio costui (desso), ma non parla.
Questi, esiliato da Roma, rimosse in Cesare il dubbio,
affermando che chi è ben preparato (fornito)
ha sempre subito (sofferse) un danno quando ha indugiato».
Oh quanto mi pareva sbigottito Curione,
con la lingua mozzata in gola (tagliata ne la strozza),
lui che a parlare fu così audace (ardito)!
E un altro dannato che aveva l’una e l’altra mano tagliata,
sollevando i moncherini per l’aria fosca,
così che il sangue gli imbrattava (facea ... sozza) la faccia,
gridò: «Ti ricorderai anche del Mosca (dei Lamberti)
che disse, sciagurato! ‘Quello che è fatto, ormai non può disfarsi’,
la qual cosa fu origine (seme) di sventura per la gente toscana».
E io gli dissi ancora: «E fu anche rovina della tua famiglia (schiatta)»;
per cui egli, aggiungendo dolore a dolore,
se ne andò come una persona afflitta e fuori di sé.
Ma io rimasi a fissare la schiera dei dannati,
e vidi una cosa che avrei paura,
senza il sostegno di un’altra prova, di raccontare io solo;
se non che mi dà certezza la consapevolezza di dire la verità,
quella buona compagna che rassicura l’uomo,
con la garanzia (l’asbergo) del sentirsi onesto.
Io vidi con certezza, e mi par ancora di vederlo,
il busto di un peccatore senza testa procedere
innanzi come tutti gli altri di quella dannata schiera (greggia);
e teneva il capo mozzo per i capelli,
sospeso (pesol) con la mano come una lanterna:
e il capo (quel) ci guardava e diceva «Ohimè!».
Di sé faceva luce a sé medesimo,
ed erano due parti in un corpo e uno in due;
come questo possa accadere, lo sa colui che così punisce (governa).
Quando fu dritto ai piedi del ponte,
sollevò in alto il braccio con tutta la testa
per farci sentire più vicino le sue parole,
che furono: «Osserva adesso l’angosciosa (molesta) pena,
tu che, col respiro della vita, vai visitando il regno dei morti:
considera se ne esiste un’altra grande come questa.
E perché tu riferisca mie notizie,
sappi che io sono Bertran de Born, colui
che diede al giovane re (Enrico III) i malvagi suggerimenti (conforti).
Io spinsi alla ribellione il figlio contro il padre;
con i suoi malvagi consigli (punzelli) neppure Achitofel
ottenne di più da Assalonne e Davide.
Perché io separai persone così congiunte
da vincoli, io, misero! ho il cervello diviso (partito)
dal suo principio (il midollo spinale) che è in questo busto mozzato (troncone).
Così in me si applica la regola del contrappasso».
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Inferno Canto 27 - Parafrasi



(Dante incontra l'anima di Guido da Montefeltro, che un diavolo disputò con successo a S. Francesco). Dopo le parole di Ulisse, un'altra fiamma attira i due poeti, muovendosi. Chiede notizie sulla Romagna. Dante fa un quadro della situazione politica della regione, dominata da uomini pronti alla guerra. L’anima si fa riconoscere dicendo: "Fui guerriero e poi frate, credendo così di riparare al male creato. Ma la sua conversione era stata soltanto formale, dettata dalla convenienza, il cordiglio francescano non aveva cinto un uomo nuovo. Alla sua morte San Francesco venne per portarlo in cielo, ma il diavolo lo fermò con queste parole: "Quest’anima deve seguirmi all'inferno, poiché è contraddittorio che ci si possa pentire di una colpa che si ha l’intenzione di compiere. Quando fu davanti a Minosse, questi girò otto volte la coda intorno al suo corpo, destinandolo al cerchio ottavo. Dopo la conversazione, la fiamma si fa indietro e Dante giunge al ponte che domina la bolgia dei seminatori di discordia.

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Parafrasi

La fiamma (di Ulisse e Diomede) s’era già drizzata e rimaneva ferma (queta)
poiché (per) non parlava più, e si allontanava (gia) ormai da noi
con il consenso del dolce poeta,
quando un’altra, che veniva dietro quella,
ci (ne) fece volgere gli occhi verso la sua punta
per un suono indistinto che di là (n’) usciva.
Come il bue (del tiranno) siciliano (cicilian) che la prima volta (prima) muggì
proprio con i lamenti di colui che l’aveva forgiato
con la sua opera (lima), e questa fu cosa giusta,
muggiva per mezzo della voce di colui che era dentro torturato,
così che, nonostante fosse di rame,
sembrava tuttavia tormentato (trafitto) dal dolore;
così le dolenti (grame) parole all’inizio, poiché (per) non avevano
né un tragitto né un’uscita (forame) attraverso la fiamma,
si trasformavano nel suo linguaggio (incomprensibile).
Ma dopo che esse ebbero trovato (colto) il loro cammino (vïaggio)
su verso la punta, imprimendole quel guizzo
che aveva dato loro la lingua al passaggio,
udimmo dire: «O tu, al quale io rivolgo
le parole (voce) e che ora (mo) colloquiavi in lombardo,
dicendo ‘Adesso (Istra) vai pure, perché più non ti sollecito (t’adizzo)’,
benché io sia giunto alquanto tardi,
non ti spiaccia (non t’incresca) di fermarti a parlare con me;
vedi che a me non spiace, eppure brucio!
Se tu sei precipitato ora (mo) in questo mondo senza luce (cieco)
da quella dolce terra italiana (latina)
dove commisi le mie colpe,
dimmi se la gente di Romagna vive (han) in pace o in guerra,
perché io fui originario di quella regione montuosa tra Urbino
e il giogo (gli Appennini) da cui scaturisce (si diserra) il Tevere».
Io ero ancora rivolto in basso (in giuso) intento a osservare (attento),
quando la mia guida mi toccò nel fianco (costa),
dicendo: «Parla tu, costui è italiano (latino)».
E io, che avevo la risposta già pronta,
cominciai a parlare senza indugio:
«O anima, che sei laggiù nascosta,
la Romagna tua non è, e non è mai stata,
senza guerra nel cuore dei tuoi signori (tiranni);
ma adesso non vi lasciai nessuna guerra in atto.
Ravenna si trova nella stessa condizione da molti anni:
l’aquila dei signori da Polenta la protegge (cova),
così che con le sue ali (vanni) ricopre anche Cervia.
La città (terra) che già sostenne (fé) il lungo assedio (prova)
e compì il cruento massacro (mucchio) dei Francesi (Forlì),
si trova sotto gli artigli del verde leone (lo stemma degli Ordelaffi).
E i mastini dei Verrucchio, padre e figlio (Malatesta e Malatestino),
che compirono il terribile omicidio di Montagna (il ghibellino Montagna dei Parcitadi),
nella terra dove sono soliti fanno strazio (succhio) con i denti.
Le città bagnate dal Lamone e dal Santerno (Faenza e Imola)
le governa (conduce) il leoncello dal bianco nido (lo stemma di Maghinardo Pagani),
che cambia partito dall’estate all’inverno.
E quella città (Cesena), cui il fiume Savio lambisce i margini (fianco),
così come ella giace tra il piano e la collina,
vive tra tirannia e libertà.
Ora ti prego di dirci chi sei tu;
non essere restio più di quanto io (altri) sono stato,
e possa il tuo nome lassù nel mondo resistere (tegna fronte) (al tempo)».
Dopo che il fuoco ebbe ruggito un poco
a modo suo, mosse la punta aguzza di qua di là,
e poi uscì con tali parole (fiato):
«Se io sapessi di rispondere a una persona
che potesse ancora (mai) far ritorno su nel mondo,
questa fiamma rimarrebbe senza più movimento (scosse);
ma poiché mai da questo abisso (fondo)
nessuno tornò vivo, se io odo il vero,
ti rispondo senza paura di disonore (infamia).
Io fui uomo d’armi, e poi francescano (cordigliero),
pensando di far penitenza, così cinto;
e certo quanto credevo si sarebbe avverato interamente,
se non fosse stato il più grande dei sacerdoti (il papa Bonifacio VIII), al quale mal prenda!
che nuovamente mi spinse nelle colpe di un tempo;
e voglio che ascolti come e perché.
Fin tanto che la mia anima fu la forma del corpo (d’ossa e di polpe)
che mi diede la madre, le mie azioni
non furono di leone, ma di volpe.
Io conobbi tutte le astuzie e i mezzi subdoli (coperte vie),
e sfruttai (menai) talmente la loro tecnica (arte),
che la fama raggiunse (uscie) gli estremi confini della terra.
Quando raggiunsi quel momento
della vita (etade) in cui ognuno dovrebbe
ammainare le vele e raccogliere le funi (sarte),
quanto prima mi affascinava, allora mi ripugnava,
e, dopo essermi pentito e confessato, mi feci frate (mi rendei);
ahi misero disgraziato! eppure la scelta avrebbe potuto salvarmi.
Il principe dei nuovi Farisei,
conducendo la guerra (avendo guerra) dentro il Laterano (la sede del papa),
e non contro i Saraceni o contro i Giudei,
poiché ogni suo nemico era cristiano,
e nessuno era stato a combattere a San Giovanni d’Acri,
né era stato mercante nella terra del Soldano,
non ebbe riguardo verso di sé per l’altissimo incarico e per gli ordini sacerdotali,
e verso di me per quel cordone francescano
che era solito rendere più mortificati quelli che lo cingevano.
Ma come Costantino mandò a chiamare (chiese) papa Silvestro
dalla grotta del monte Soratte per guarire dalla lebbra,
così costui chiamò me come medico (maestro)
per guarire dalla sua folle febbre (di potere);
mi chiese consiglio, ma io tacqui
poiché le sue mi parvero parole di chi delira (ebbre).
Poi mi disse di nuovo: ‘Il tuo cuore non abbia timori;
io ti assolvo fin d’ora, e tu mostrami
come io possa abbattere (la fortezza di) Palestrina.
Tu ben sai che io ho facoltà di aprire e chiudere (serrare e diserrare) il cielo;
perciò due sono le chiavi
che il mio predecessore non amò’.
Gli autorevoli (gravi) argomenti mi spinsero
al punto di considerare (mi fu avviso) il tacere come il partito peggiore (peggio),
e dissi: ‘Padre, dal momento che tu mi assolvi
da quel peccato in cui io ora (mo) sono obbligato (deggio) a cadere,
ti farà trionfare sull’alto seggio
il promettere molto e il mantenere poco (corto)’.
Quando io morii, giunse Francesco
per la mia anima (per me); ma uno dei neri Cherubini
gli disse: ‘Non portarmelo via, non mi far torto.
Deve venire giù tra i miei sudditi
perché ha dato un consiglio fraudolento
e da allora in poi (dal quale in qua) gli sono stato accanto, pronto ad afferrarlo per i capelli (a’ crini);
poiché non si può assolvere chi non si pente,
e neppure si può insieme pentirsi e desiderare la colpa,
per la contraddizione che non lo consente’.
Oh me infelice! come mi riscossi
quando mi prese dicendomi: ‘Tu forse
non credevi che io fossi un maestro di logica (löico)!’.
Mi portò di fronte a Minosse; e questi avvolse
la coda per otto volte al suo busto rigido (dosso duro);
e dopo che se la morse per la gran rabbia,
disse: ‘Costui è dei dannati del fuoco che nasconde (furo)’;
perciò io sono perduto dove vedi,
e così avvolto dalla fiamma (vestito), andando, mi tormento (rancuro)».
Quando ebbe terminato il suo discorso,
la fiamma tra i lamenti (dolorando) se ne partì,
piegando e scuotendo la punta alta.
Noi andammo oltre, io e la mia guida,
su per il ponte (scoglio) fin su quello seguente
che sovrasta la bolgia (fosso) in cui si fa pagare il fio
a quelli che si aggravano di colpe con il seminar discordie (scommettendo).
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Inferno Canto 26 - Parafrasi



Dante scaglia una feroce invettiva contro Firenze, così ben conosciuta all’Inferno. I due poeti passano poi nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio dove si trovano i consiglierei fraudolenti che vagano incessantemente avvolti in una fiamma, e fra i dannati incontrano Diomede e Ulisse (eroi presenti nelle opere di Virgilio). Virgilio chiede a Ulisse come sia morto e l’eroe gli risponde raccontando il suo ultimo viaggio: quando si allontanò da Circe, nessun affetto l’avrebbe contrastato a viaggiare. Allora con una nave e i suoi fedeli uomini partì.
Arrivato alle Colonne d’Ercole, egli incominciò a incitare i compagni dicendo che erano nati per vivere nella conoscenza e nella virtù. Rincuorati, continuarono il loro viaggio. Erano trascorsi 5 mesi, quando videro una montagna: si rallegrarono, ma presto la felicità si trasformò in disperazione poiché sotto di loro si formò un turbine che li risucchiò e uccise.
Legge del contrappasso: avvolsero gli altri con l’inganno, adesso sono avvolti da fiammelle.

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Parafrasi

Godi, Firenze, poiché sei così grande
che diffondi la tua fama per mare e per terra,
e il tuo nome si spande per l'Inferno!
Trai dannati per furto trovai cinque noti (cotali)
tuoi cittadini per cui mi vergogno
e tu non puoi certo crescere molto in onore (orranza).
Ma se (è vero che) sul far del mattino,
si sogna la verità, tu sperimenterai, fra breve,
quello che Prato, e altre città (non ch'’altri), bramano per te.
E se questa punizione fosse già avvenuta, non sarebbe troppo presto.
Magari avvenisse, dal momento che deve succedere!
Poiché mi recherà tanto dolore (graverà), quanto più invecchierò.
Noi ci allontanammo, e su per quelle scale
che ci avevano fatti impallidire (iborni) prima, in discesa,
la mia guida risalì e trasse anche me;
e proseguendo per la solitaria via,
tra le rocce (schegge) e i massi sporgenti della parete (scoglio),
il piede non riusciva a muoversi (si spedia) senza l’aiuto della mano.
Allora provai dolore, e ancora oggi ne provo
quando ripenso ciò che vidi,
e freno il mio intelletto più di quanto sia solito fare,
perché non proceda senza la guida della virtù;
così che, se l'influsso benefico degli astri o se una forza migliore
mi hanno concesso il bene della salvezza, io stesso non me ne privi.
Quante lucciole vede giù nella valle
il contadino (’ villan) che si riposa sulla collina (al poggio),
quando il sole che rischiara il mondo tiene
meno nascosta a noi la sua faccia,
quando la mosca lascia il posto (cede) alla zanzara,
forse nel posto dove egli vendemmia oppure ara:
di altrettante fiammelle risplendeva tutta
l'ottava bolgia, così come io m'accorsi
appena giunsi in un punto dove si scorgeva il fondo.
E come colui che trovò vendetta (si vengiò) per mezzo degli orsi (Eliseo)
vide il carro del profeta Elia mentre si levava da terra (al dipartire),
quando i cavalli si levarono ritti verso il cielo,
tale che non lo poteva seguire con gli occhi,
tanto da non vedere altro che una sola fiamma
salire in alto, proprio come una nuvoletta:
così si muove ogni fiamma per le strettoie della bolgia,
poiché nessuna mostra l'anima che nasconde ('l furto),
e ogni fiamma nasconde (invola) un peccatore.
Io stavo ritto (surto) sul ponte a osservare,
in modo che se non mi fossi aggrappato a una sporgenza rocciosa,
sarei caduto in basso senza essere spinto.
E la guida che mi vide così intento a guardare,
disse: «Le anime sono prigioniere dei fuochi;
ognuna è avvolta (si fascia) dalla fiamma (di quel) da cui è arsa».
«Maestro mio», risposi io, «poiché lo ascolto da te (per udirti),
sono più certo, ma già m’ero reso conto
che era così, e già ti volevo domandare:
chi c'è in quella fiammella che nella parte
superiore è così divisa, da sembrare levarsi dalla pira
dove Eteocle fu deposto col fratello?».
Mi rispose: «Dentro quella fiamma sono puniti (si martira)
Ulisse e Diomede, e così vanno insieme
nel castigo come nella colpa commessa;
e dentro alla loro fiamma si espia (si geme)
l'inganno del cavallo che aprì (fé) la porta di Troia,
da cui uscì il nobile progenitore (seme) dei Romani.
Dentro si sconta l’astuzia (l'arte) per la quale, sebbene morta,
Deidamia piange ancora per Achille,
e si sconta la pena (per il furto) della statua di Pallade».
«Se essi dentro queste fiamme (faville) possono
parlare», dissi io, «maestro, assai ti prego e ti rinnovo la preghiera,
e la mia preghiera ne valga mille,
che non mi neghi (facci ... niego) di attendere
fino a quando la fiamma bipartita (cornuta) giunga qua;
vedi che dal desiderio mi piego verso lei!».
Ed egli a me: «La tua preghiera è degna
di molta lode, e per questo (però) io l’assecondo (l’accetto);
ma fa in modo che la tua lingua si trattenga (sostegna).
Lascia parlare me, che ho capito (concetto)
quello che tu vuoi; poiché essi, dal momento che furono greci,
potrebbero essere schivi dal parlare con te».
Quando la fiamma giunse dove
alla mia guida parve il luogo e il tempo opportuno,
sentii lui parlare in tal modo:
«O voi che siete due in un solo fuoco,
se mai io ho acquistato qualche merito presso di voi quando ero in vita,
se io presso di voi ho acquistato qualche merito piccolo o grande che sia
quando nel mondo ho scritto i nobili versi (che vi riguardano),
non vi muovete; ma uno di voi riveli dove,
smarrito (perduto) (in un'avventura temeraria), egli andò (gissi) a morire».
Il lembo (corno) più alto di quella fiamma da tanto tempo accesa,
cominciò a muoversi mormorando,
proprio (pur) come quella che il vento scuote (affatica);
poi, muovendo qua e là la punta (la cima ... menando),
quasi fosse la lingua che parlava,
fece uscire una voce e disse: «Quando
mi allontanai da Circe, che per più di un anno
mi lusingò (sottrasse) presso Gaeta,
prima ancora che Enea così la chiamasse,
né l'affetto (dolcezza) verso il figlio (Telemaco), né la pietà
verso il vecchio padre (Anchise), né il legittimo (debito) amore
che doveva allietare Penelope,
riuscirono a vincere dentro di me l'ardente desiderio
che io ebbi di diventare esperto del mondo,
dei vizi umani e della virtù;
ma mi posi sul mare profondo (alto) e sconfinato
con una nave sola e con quei pochi compagni (compagna)
da cui non fui abbandonato (diserto).
Vidi una costa e l'altra (L'un lito e l’altro) fino alla Spagna,
fino al Marocco e l’isola dei Sardi,
e le altre che quel mare circonda (intorno bagna).
Io e i miei compagni eravamo vecchi e stanchi (tardi)
quando giungemmo a quello stretto varco (foce)
dove Ercole pose i suoi confini (riguar di)
perché l’uomo non si spinga oltre;
dalla mano destra mi lasciai Siviglia,
mentre dall’altra avevo già lasciato Ceuta (Setta).
‘O fratelli’, dissi, ‘che siete giunti in mezzo a centomila
pericoli all'estremità del mondo (occidente),
non vogliate rifiutare a questo poco tempo (vigilia)
della nostra vita sensibile (d’ nostri sensi) che ci resta (ch'è del rimanente)
di conoscere (l’esperienza), seguendo il corso del sole,
l'emisfero (inesplorato), senza gente.
Considerate la vostra origine (semenza):
non foste creati per vivere come animali (bruti),
ma per seguire la virtù e la conoscenza (canoscenza)’.
Io resi i miei compagni così desiderosi (aguti)
del cammino, con questa piccola orazione,
che a stento li avrei poi trattenuti (ritenuti);
e volta la poppa della nostra nave verso il levante (mattino),
dei remi facemmo ali al folle volo,
sempre procedendo (acquistando) verso il lato sinistro.
La notte mostrava (vedea) già le stelle dell'altro polo (l'emisfero australe),
mentre quelle del nostro erano così basse,
che non emergevano dalla superficie del mare (marin suolo).
Cinque volte si era acceso e altrettante spento (casso)
l'emisfero più basso della luna,
da quando (poi che) avevamo intrapreso l’arduo viaggio (alto passo),
quando ci (n') apparve una montagna, indistinta (bruna)
per la distanza, e mi parve così alta
quanto mai altra avevo veduta.
Noi ci rallegrammo, ma subito (la gioia) si convertì (tornò) in pianto;
poiché dalla terra sconosciuta si levò
un turbine e colpì la parte anteriore della nave.
Questo la fece girare tre volte in un unico vortice (con tutte l'acque);
alla quarta sollevò la poppa in alto e
la prora si inabissò (ire in giù), come altri stabilì (Dio),
fin quando il mare fu sopra noi rinchiuso».
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Poesie di Giuseppe Ungaretti



Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d'Egitto nel 1888 e qui trascorse la sua giovinezza. Nel 1912 si trasferì a Parigi dove completò la sua formazione culturale. Tornato in Italia prese parte alla Prima Guerra Mondiale. Egli morì a Milano nel 1970. È considerato il precursore dell'Ermetismo, la principale corrente poetica italiana del periodo tra le due guerre. La poesia ermetica è caratterizzata in particolar modo dall'uso di metafore, analogie e sinestesie, risultandone di difficile interpretazione. Le poesie di Ungaretti, sono molto diverse da quelle degli altri poeti. Esse, infatti, sono molto brevi: un verso può formato anche da una parola sola, e una sola frase può costituire l'intera poesia; inoltre mancano di punteggiatura e in esse è molto importante il titolo. Il titolo, nelle poesie ermetiche, racchiude tutto il significato della poesia e, a volte, in esso ne è racchiusa la morale. Fra le sue opere più importanti vi sono: Il porto sepolto, L'allegria, Sentimento del tempo, Il dolore.

In questa pagina trovate tutte le poesie di Giuseppe Ungaretti, i cui titoli sono disposti per ordine alfabetico, mentre quelli in grassetto rappresentano le sue poesie più celebri. Cliccando sul titolo di una poesia si aprirà una nuova pagina contenente il testo, la parafrasi, l'analisi del testo, le figure retoriche e il commento.



Lista poesie

  1. Agonia
  2. Allegria di naufragi
  3. Casa mia
  4. C'era una volta
  5. Commiato
  6. Dannazione
  7. Di luglio
  8. Dolina notturna
  9. Dove la luce
  10. Eterno
  11. Fratelli
  12. Giorno per giorno
  13. Girovago
  14. Godimento
  15. Il porto sepolto
  16. In memoria
  17. La madre
  18. La notte bella
  19. L'isola
  20. Mattina
  21. Natale
  22. Noia
  23. Non gridate più
  24. Ogni grigio
  25. O notte
  26. Paesaggio
  27. Pellegrinaggio
  28. Quiete
  29. Rose in fiamme
  30. San Martino del Carso
  31. Sereno
  32. Silenzio
  33. Soldati
  34. Sono una creatura
  35. Stasera
  36. Stelle
  37. Tramonto
  38. Vanità
  39. Veglia
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Ogni grigio - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Ogni grigio" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1925 e fa parte della raccolta Sentimento del tempo.


Testo

Dalla spoglia di serpe
Alla pavida talpa
Ogni grigio si gingilla sui duomi...

Come una prora bionda
Di stella in stella il sole s’accomiata
E s’acciglia sotto la pergola...

Come una fronte stanca
È riapparsa la notte
Nel cavo d’una mano...



Parafrasi

Dalla pelle del serpente
alla paurosa talpa
Ogni grigiore giocherella sui duomi...

E come una prua dorata
che passa di stella in stella
permettendo al sole di congedarsi
e di nascondersi sotto la pergola...

È ritornata la notte
provata come una fronte stanca
e segnata come gli incavi della mano...



Analisi del testo e commento

Questa poesia presenta uno dei nuclei portanti della raccolta Sentimento del tempo: il mito di Roma, Roma barocca, città non dei trionfi ma delle rovine, di monumenti consumati dal tempo (riferimento al mutare della pelle dei serpenti), che nella stagione estiva sono roventi e accecanti (riferimento alla talpa che è cieca e vive sottoterra). A proposito di Roma, Ungaretti scriveva in un commento alle sue poesie che era la città dove si poteva sentire il sentimento dell'eterno e nell'animo questa sensazione continuava a esserci anche quando si trovava davanti a strutture e sculture segnate dal tempo (forse si sentiva così il poeta quando si trovava al riparo sotto una pergola). Quando ci si trova davanti al Colosseo - diceva il poeta - essendo immenso, si ha una sensazione di vuoto, che è molto superiore a quello che si prova in qualsiasi altra parte della terra (incluso il deserto).
La notte viene vista come un giorno in più andato ad aggiungersi alle già vecchie e logorate strutture romane (paragonate alla fronte stanca e agli incavi che si creano nel palmo della mano arcuando le dita).



Figure retoriche

Similitudine = "Come una prora bionda" (v. 4)

Similitudine = "Come una fronte stanca" (v. 7)

Personificazione = "il sole...s'acciglia" (vv. 5-6).
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Inferno Canto 25 - Parafrasi



Terminata la profezia, Vanni Fucci rivolge a Dio un gesto osceno di sfida, ma la sua superbia viene immediatamente punita dai serpenti che lo avvolgono fino a bloccarne i movimenti e le parole. Dante commenta l’intero episodio rivolgendo una dura invettiva contro Pistoia. Quindi compare Caco, il centauro colpevole del furto degli armenti di Ercole, con il dorso ricoperto di bisce. Lo seguono tre ladri, due dei quali subiscono metamorfosi: il primo si fonde con un serpente a sei piedi che lo ha avvinghiato come edera all’albero, formando una sola mostruosa creatura, il secondo si trasforma in serpe dopo essere stato trafitto da un serpentello che, contemporaneamente, diventa uomo. Nell’unico ladro che ha mantenuto il suo aspetto umano Dante riconosce Puccio Sciancato e nel serpente trasformato in uomo Francesco dei Cavalcanti, fiorentini come tutti gli altri protagonisti di queste metamorfosi.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 25 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Alla conclusione del suo discorso, il ladro
sollevò le mani facendo il gesto osceno delle doppie fiche,
gridando: «Prenditele, Dio, che proprio a te le rivolgo (squadro)!».
Da quel momento in poi le serpi mi furono amiche,
perché una allora gli si attorcigliò al collo,
come dicesse: ‘Non voglio che tu dica altro’;
e un’altra attorno alle braccia, e di nuovo lo legò
annodando testa e coda (ribadendo) dinanzi
in modo che il dannato con esse (le braccia) non poteva fare alcun movimento (crollo).
Ahi Pistoia, Pistoia, perché non decidi (stanzi)
di incenerirti in modo da sparire per sempre (più non duri),
poiché superi (avanzi) nel fare il male i tuoi progenitori (il seme tuo)?
Per tutti i gironi bui dell’Inferno
non vidi anima così superba contro (in) Dio,
neppure quella che precipitò giù dalle mura a Tebe (Capaneo).
Egli se ne fuggì e non disse più parola;
e io vidi sopraggiungere un centauro pieno di rabbia
gridando (chiamando): «Dov’è, dov’è quell’empio (acerbo)?».
Non credo che in Maremma ci siano tante bisce
quante costui aveva sulla groppa fino a quel punto
in cui comincia l’aspetto (labbia) umano (nostra).
Sopra le spalle, dietro la nuca (coppa),
era posto un drago con le ali aperte;
e quello lanciava il fuoco (affuoca) contro chiunque s’imbattesse (s’intoppa) in lui.
Disse il mio maestro: «Costui è Caco,
che, nella caverna (sasso) del monte Aventino,
molte volte uccise facendo un lago (laco) di sangue.
Non va per la stessa strada dei suoi fratelli centauri (nel girone dei violenti),
per il furto che con la frode (frodolente) fece
della numerosa mandria che egli ebbe vicino alla sua grotta;
per cui egli interruppe le sue malvagie (biece)
azioni sotto la clava di Ercole che forse
lo colpì con cento colpi, ma egli non sentì neppure i primi dieci».
Mentre così parlava, ecco che (ed) egli andò oltre (trascorse),
e tre spiriti vennero sotto di noi,
dei quali non ci accorgemmo né io né la mia guida,
se non quando gridarono: «Chi siete voi?»;
per questo il nostro discorso (novella) s’interruppe
e da quel momento prestammo attenzione solo a loro.
Io non li conoscevo; ma successe (ei seguette),
come suole succedere per qualche caso,
che uno dovette (convenette) chiamar (nomar) un altro,
dicendo: «Cianfa dove sarà rimasto?»;
per cui io, affinché la mia guida stesse attenta,
mi posi il dito dal mento al naso (facendogli segno di tacere).
Se tu ora, lettore, stenti a credere
ciò che io ti dirò, non ci sarà motivo di meraviglia,
dal momento che io stesso che fui spettatore, a stento consento a me stesso di credere (il).
Mentre io tenevo gli occhi fissi su loro,
ecco un serpente con sei piedi si lancia
davanti a un dannato, e tutto si avvinghia a lui.
Con i due piedi di mezzo si attaccò al ventre
mentre con gli anteriori gli bloccò le braccia;
poi gli addentò l’una e l’altra guancia;
distese le zampe posteriori (li diretani) sulle cosce
e in mezzo pose la coda
e la fece risalire (ritese) dietro su per le reni.
Mai ci fu edera (Ellera) così abbarbicata a un albero,
come quella terribile fiera avvolse
le sue spire sulle membra dell’altro.
Poi si fusero insieme (s’appiccar), quasi fossero stati di calda cera
e mescolarono il loro colore,
né l’uno né l’altro sembravano più quello che erano prima:
come su per un papiro, a causa del fuoco (ardore),
avanza un color bruno che non è nero
ancora e il bianco sparisce (more).
Gli altri due lo guardavano con attenzione, e ciascuno
gridava: «Ohimè, Agnolo, come ti trasformi!
Vedi che non sei ancora due ma neppure più uno».
Le due teste erano diventate una sola ormai,
quando ci apparvero due figure fuse in un sol volto,
dove si erano annullati i tratti dei due dannati.
Dai quattro arti si formavano (Fersi) le due braccia;
le cosce con le gambe e il ventre e il tronco (casso)
diventarono membra mai viste prima.
Ogni fattezza originaria qui era svanita (casso):
l’immagine trasformata (perversa) sembrava l’uno e l’altro
ma nessuno in particolare; e così se ne andò (gio) con lento passo.
Come il ramarro sotto la grande sferza dei giorni della canicola,
passando da una siepe all’altra,
sembra una folgore se la via attraversa,
così appariva, strisciando verso il ventre (l’epe)
degli altri due, un serpentello ritto (acceso),
livido e nero come un granello di pepe;
e trafisse a uno di essi quella parte dalla quale
per prima prendiamo il nostro nutrimento (l’ombelico);
poi gli cadde dinanzi disteso.
Colui ch’era stato trafitto lo guardò, ma non disse nulla;
anzi, con i piedi fermi, sbadigliava
come se lo assalisse il sonno o la febbre.
Egli guardava il serpente e questo lui;
mandavano fumo in gran quantità (forte) l’uno attraverso la ferita
e l’altro dalla bocca, e il fumo si mescolava.
Ormai taccia Lucano laddove racconta
del misero Sabello e di Nasidio e stia attento (attenda)
ad ascoltare quanto ora sto per raccontare (si scocca).
Taccia Ovidio su Aretusa e Cadmo,
poiché se egli con la poesia (poetando) trasforma
quello in serpente e quella in fonte io non lo invidio;
poiché egli non raccontò mai la metamorfosi (trasmutò) di due nature
una di fronte all’altra in modo che ambedue le essenze (forme)
fossero pronte a mutare la loro materia.
Si fusero insieme secondo tali regole,
in modo che il serpente divise (fesse) la coda in forma di forca,
mentre colui che era stato ferito saldò insieme i due piedi.
Le gambe con le cosce si congiunsero (s’appiccar)
tra loro così che in poco tempo la linea di congiunzione
non lasciava cicatrice visibile (che si paresse).
La coda biforcuta (fessa) (del rettile) assumeva la forma umana (figura)
che si perdeva nell’altra parte (là), e la sua pelle
diventava morbida, mentre quell’altra dura (e squamosa).
Io vidi ritrarsi le braccia dentro alle ascelle,
e vidi le zampe del serpente (fiera), che erano corte,
allungarsi quanto quelle s’accorciavano.
Poi le zampe posteriori, attorcigliate insieme,
diventarono il membro maschile che viene coperto,
e quel dannato dal suo membro trasse fuori due piedi.
Mentre il fumo ricopriva l’uno e l’altro di un nuovo colore,
e faceva nascere la peluria (genera ’l pel) sul primo
e la faceva sparire dall’altro (il dipela),
il serpente si alzò e l’altro cadde a terra,
non distogliendo però gli occhi (lucerne) torvi l’uno dall’altro,
sotto i quali ognuno cambiava anche il volto.
Quello che si era eretto in piedi, ritirò il muso (il) verso le tempie,
e dalla sovrabbondante materia che ivi si radunò
si formarono le orecchie sulle guance che ne erano prive;
quanto di quella materia in eccesso (quel soverchio) non si ritrasse
e rimase (si ritenne), formò il naso sulla faccia
e andò a ingrossare le labbra quant’era necessario.
Quello che era a terra, allunga (caccia) il muso in avanti,
e ritrae gli orecchi dalla testa
come fa la lumaca (lumaccia) con le corna;
e la lingua, che aveva prima unita e idonea (presta)
a parlare, si divide, mentre quella biforcuta (del serpente)
si unisce (si richiude); e cessa (resta) il fumo.
L’anima, che si era trasformata in serpente (fiera),
sibilando (suffolando) fugge per la bolgia (valle),
e l’altro parlando gli sputa dietro.
Poi gli voltò le spalle di recente formate (novelle)
e disse all’altro: «Io voglio che Buoso (Donati) corra,
come ho fatto io, carponi lungo questo sentiero (calle)».
Così io vidi i dannati della settima bolgia
cambiare natura e trasformarsi (trasmutare); e qui mi giustifichi
lo spettacolo mai visto se la narrazione si complica (abborra) un poco (fior).
E sebbene (avvegna che) i miei occhi
fossero un poco confusi e l’animo smarrito (smagato),
quelli non poterono allontanarsi tanto di soppiatto (chiusi),
che io non riconoscessi bene Puccio, detto lo Sciancato;
ed era quello soltanto, dei tre compagni
che vennero prima, che non si fosse trasformato;
l’altro era quello che tu, Gaville, piangi (Francesco dei Cavalcanti, ucciso da uomini del paese di Gaville, ma che dovettero poi subire la vendetta dei suoi parenti).
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