Paradiso canto 27 Analisi e Commento


Il Paradiso visto da Gustave Doré


Analisi del canto

Le invettive profetiche di S. Pietro e Beatrice
Due drammatiche e profetiche invettive aprono e chiudono il canto: la prima per bocca di S. Pietro (vv. 1-60), la seconda annunciata da Beatrice (vv. 121-148). L'oggetto dell'invettiva di S. Pietro è consueto, cioè la depravazione di papa Bonifacio VIII e più in generale la corruzione degli ecclesiastici del tempo; ma alcune caratteristiche eccezionali la distinguono da tutte le altre:
  • l'autorità di S. Pietro fondatore della Chiesa;
  • il luogo eccelso in cui viene pronunciata;
  • la partecipazione di tutti i beati; 
  • la scenografia apocalittica.

A quella di S. Pietro, risponde in chiusa del canto l'invettiva di Beatrice, che in tono minore estende all'umanità intera parole di condanna, e che si pone come ultima invettiva dell'opera, il sigillo alle tante denunce morali e politiche che hanno accompagnato tutto il viaggio.


Dante scriba Dei
L'invettiva di S. Pietro si conclude (vv. 64-66) con una conferma dell'importanza della missione di Dante, come già annunciato da Cacciaguida: egli dovrà ridire al mondo tutto ciò che ha visto e tutto ciò che ha sentito nel suo viaggio, per contribuire a riportare l'umanità traviata sulla giusta strada. È un nuovo dato per l'interpretazione di Dante come scriba Dei, scrittore del Signore, e della sua opera come «poema sacro».


L'ultimo sguardo sulla terra
La parte centrale del canto descrive l'ascesa al nono cielo, e illustra le caratteristiche di questa che è la più ampia e sublime delle sfere celesti. Ai vv. 79-87 Dante rivolge per l'ultima volta lo sguardo alla terra: è un colpo d'occhio sul bacino del Mediterraneo, privo di ogni coinvolgimento affettivo, descritto attraverso dati e riferimenti astronomici in cui sembra esaurirsi l'intenzione di Dante. Anche la terra ormai non è che un punto, il più noto ma anche il meno nobile, di quel miracolo del creato di cui Dante sta ora raggiungendo il luogo eccelso.


La lingua di Dante
In questo, più che in altri canti, risalta l'abilità di Dante nell'uso dei più diversi linguaggi a sua disposizione, adattandoli agli argomenti trattati e riuscendo a creare un'armonia di opposti. Qui il linguaggio sublime e nobile dell'estasi paradisiaca e della trattazione scientifica (cfr. vv.19 e 106-120) convive con il più crudo e realistico lessico dell'invettiva (cloaca, sangue, puzza, bozzacchioni).



Commento

Verso l'infinito
Un'atmosfera trionfante apre il canto: è l'esplosione di gioia dei beati che intonano il Gloria a Dio. Un coro forte e grandioso s'impone al lettore; improvvisamente però viene interrotto e, sullo scenario paradisiaco, cala il silenzio: ben altra voce infatti deve parlare al pellegrino Dante. Si tratta di San Pietro che, rosso per la vergogna e per l'ira, lancia una feroce invettiva contro la Chiesa e gli ecclesiastici. Le accuse, incentrate su termini fortemente realistici, quali cloaca del sangue e de la puzza, dipingono il quadro fosco di una Chiesa invischiata nelle mene del potere, nella corruzione e nell'avidità: Beatrice, di fronte a queste parole, resta fortemente imbarazzata. Tutte le anime partecipano allo sdegno di San Pietro e un rossore si dipinge nel cielo. Il Santo denuncia che non è certo questa la sposa di Cristo per cui tanti patirono il martirio, la sua Chiesa, ora ricettacolo di politicanti e mercanti. L'ira di San Pietro s'accosta all'ira evangelica di Gesù contro i mercanti del tempio e l'ammonimento dei lupi che si camuffano da agnelli rinvia anch'esso al Vangelo. Dante afferma con decisione che il male va condannato senza mezzi termini o ipocrisie, che la bontà cristiana non va confusa con il lassismo. Anche questa dura invettiva è, in fondo, un Gloria a Dio, che sempre stimola l'uomo al bene; il contrasto poi tra l'inizio gioioso e l'ira di San Pietro rende ancor più viva e drammatica l'accusa del male che è penetrato tra gli uomini di Chiesa. Le vie del Signore sono infatti molteplici e anche il pellegrino Dante può farsi strumento della Provvidenza divina, comunicando all'umanità il messaggio del fondatore della Chiesa cristiana. Nella confidenza nell'intervento di Dio si riaccende la gioia celeste, che apre a spazi infiniti. L'occhio di Dante vaga dalle Colonne d'Ercole al Mediterraneo orientale, in un sereno godimento visivo a cui si associa il piacere di un amore estatico, senza confini. Nella dimensione d'infinito, l'io finito di Dante assapora l'eterno, di cui è misura il riso della sua donna. Ma quanto più forte è la gioia divina, tanto più drammatico è il confronto con il limite umano; e i versi ritrovano un'umanità meschina, arida, chiusa nel ristretto spazio della sua pochezza. La cupidigia, che inchioda l'uomo al finito, raggiunge il culmine, nel racconto di Beatrice, nel desiderio che alcuni hanno di vedere morta la propria madre per impadronirsi dell'eredità: solo i piccoli sulla terra sono innocenti. La grave accusa contro un'umanità perduta, unita all'invettiva di San Pietro, costituisce un energico invito alla rigenerazione, all'avvio di tempi nuovi, portatori di valori soffocati dall'avidità di chi ha fatto dei beni materiali il proprio dio. Sullo sfondo di spazi infiniti, Dante esprime il sogno di un'umanità rinnovata nei singoli e nelle istituzioni, oltre che la convinzione che ciò sarà nel segno della Provvidenza divina.
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Paradiso canto 26 Analisi e Commento


Adamo entra nel Paradiso Terrestre. Mosaico del Duomo di Monreale


Analisi del canto

Da S. Giovanni ad Adamo
Il colloquio con S. Giovanni nella prima parte del canto (vv. 1-69) conclude il triplice esame di Dante sulle virtù teologali. Il simbolico recupero della vista (vv. 70-81) segna il passaggio alla nuova situazione del dialogo con Adamo (vv. 82-142).


L'esame sulla carità
L'argomento è trattato da Dante dal punto di vista filosofico e teologico, con rigore logico piuttosto che con slancio sentimentale: tutte le risposte coincidono nell'indicare in Dio l'oggetto, il fine unico dell'amore, che si rivolge poi alle altre creature solo come riflesso. Così Dante indica agli uomini la via da seguire per raggiungere la felicità eterna: la carità è infatti l'unica delle virtù teologali che ancora opera nel Paradiso e in eterno, in presenza di Dio, dato che fede e speranza non hanno più motivo di esistere.


L'incontro con Adamo

Significativamente, la prima figura che compare a Dante appena concluso l'esame sulle virtù teologali è quella di Adamo, padre di tutti gli uomini. Il colloquio vuole risolvere alcune questioni vive nella cultura dell'epoca, e sulle quali Dante intende esprimere la propria convinta opinione. Esse sono presentate in ordine di importanza, a partire dall'unico problema di interesse assoluto, quello morale del peccato originale: esso fu un peccato di superbia, per la trasgressione dei limiti imposti da Dio e per il desiderio, analogo a quello di Lucifero, di potersi fare uguale a Lui. I due dubbi sul tempo della nascita di Adamo e sulla durata della permanenza nell'Eden sono aspetti particolari, collegati alla visione medievale della Bibbia come narrazione di episodi storicamente precisi.


La questione della lingua

Si affronta per ultima la questione della lingua usata da Adamo. L'interesse di Dante alla storia della lingua è molto noto, e si riflette soprattutto nell'importante trattato del De volgari eloquentia. Per questo la questione della lingua usata da Adamo è tema appassionante, all'interno della mentalità cristiana medievale, per chi come Dante crede nel linguaggio come strumento fondamentale di espressione umana. Significativa, ed estremamente moderna, è dunque la risposta fornita in questo canto: ogni linguaggio, e quindi anche quello di Adamo, è sottoposto alle leggi naturali della trasformazione, così che le parole che risuonarono nel Paradiso terrestre erano già completamente scomparse e dimenticate ai tempi della torre di Babele.
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Paradiso canto 25 Analisi e Commento


San Giovanni apostolo, Firenze, Museo dell'Opera del Duomo.


Analisi del canto

La struttura del canto
Canto centrale nella triade dell'esame di Dante sulle virtù teologali , e quindi tipico «canto dottrinario», si divide in un «prologo» autobiografico (vv. 1-12), e in due sezioni principali: la prima (vv. 13-99) espone la prova di Dante sulla virtù della speranza, la seconda (vv. 100-139) narra il miracoloso incontro con S. Giovanni e introduce la terza e ultima prova sulla carità.


L'incipit autobiografico
All'inizio del canto, Dante ritaglia uno spazio tutto per sé. In questo celeberrimo esordio sono concentrati alcuni motivi fondamentali della sua poesia e del suo animo: la coscienza della sacralità della propria opera ('I poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra), la lunga fatica che gli è costato (che m'ha fatto per molti anni macro), la nostalgia per l'amata Firenze natia e la malvagità di coloro che lo hanno condannato all'esilio (la crudeltà che fuor mi serra / del bello ovile ov'io dormi' agnello), la speranza e l'orgoglio di poter tornare nella sua città con gli onori degni di un grande poeta (ritornerò poeta, e in sul fonte/ del mio battesmo prenderò 'I cappello). Significativo, ovviamente, è il fatto che tale speranza sia espressa tanto solennemente all'inizio del canto in cui sosterrà l'esame su tale virtù teologale.


L'esame sulla speranza
La prova teologica sulla speranza si svolge con modalità diverse da quella sulla fede. Più rapida e concisa, vede la partecipazione attiva di Beatrice, ma soprattutto si risolve essenzialmente con riferimenti diretti ed esclusivi all'autorità delle Scritture e dei testi canonici: la definizione della speranza è ricavata dalla tradizione scolastica (vv. 67-69), l'origine della speranza sono principalmente i Salmi di David e l'Epistola di S. Giacomo, e alla domanda sull'oggetto della sua speranza Dante risponde con una formula derivata da Isaia e dall'Apocalisse di S. Giovanni.


La leggenda di San Giovanni
L'incontro fra Dante e S. Giovanni è caratterizzato dall'eccezionale luminosità del santo che provoca la momentanea cecità di Dante. L'episodio prende spunto da una diffusa leggenda medievale, ritenuta possibile dallo stesso S. Tommaso, secondo la quale l'apostolo sarebbe stato assunto in cielo con il corpo. Dante nega decisamente tale ipotesi, dimostrando una rigorosa interpretazione dei dogmi scritturali, e confermando quella sua attenzione a chiarire questioni particolari e popolari; ma è anche ulteriore elemento del tema della luce e della vista, così specifico della poesia del Paradiso.
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Paradiso canto 24 Analisi e Commento


Dante Alighieri meditante in un ritratto di Joseph Noel Paton


Analisi del canto

L'incipit del canto
Nella prima parte del canto viene evocato quel clima di gioia intensa e indicibile, tipica del Paradiso, fatta di danze, di «carole» coreograficamente studiate e frutto di movimenti diversi e singoli in cui ogni anima è protagonista e autonoma, cosicché l'armonia risulta dalla composizione perfetta di molte diversità, come le ruote dell'orologio congegnate in modo che la prima, a chi osserva, sembri immobile e l'ultima sembri volare. Al centro di questa coreografia paradisiaca si trova Beatrice, fulcro attorno a cui ruota il coro delle anime, centro che dà ordine e senso. Unitamente alla danza c'è il trionfo della luce determinato dalle anime che splendono al punto da apparire comete splendenti. L'incipit è costituito dalle parole stesse che Beatrice rivolge ai beati, commensali dell'Agnello divino al banchetto eterno del Paradiso, dove ogni desiderio viene realizzato e la gioia è piena; essi che hanno raggiunto la felicità e partecipano alla gran cena del benedetto Agnello, essi che attingono ogni conoscenza dalla fonte prima di ogni sapere, Dio, estinguano la sete di Dante e il suo desiderio di conoscere la verità che gli ha meritato il privilegio straordinario di potersi sedere alla mensa dei beati ancor prima della morte.


I tre canti delle virtù teologali
Con questo canto inizia una lunga sequenza che si sviluppa fino al canto xxvi, dedicata alle virtù teologali della fede, della speranza e della carità. Il viaggio di Dante, giunto all'ottavo cielo delle Stelle Fisse, deve sostare per affrontare un difficile esame sulle tre virtù fondamentali per il cristiano, indispensabili per la sua ascesa spirituale. Soltanto superando questo esame Dante potrà affrontare quella missione che la grazia divina ha previsto per lui e proporsi come esempio e modello, lui che è anche l'«inquieto cuore cristiano».


L'esame di Dante
La parte centrale e finale del canto è occupata dall'interrogazione di Dante sulla fede: si tratta di un vero e proprio esame teologico, costruito nelle sue varie parti e passaggi sul modello degli esami universitari medievali. Dante si rifà ai moduli della cultura filosofico-religiosa medievale e soprattutto alla più scolastica delle prove, cioè l'interrogazione, l'esame. L'eccezionalità della situazione è evidente fin dalla presentazione del primo dei tre esaminatori (gli altri saranno S. Giacomo e S. Giovanni), S. Pietro, il primo papa, lo spirito che diffonde la luce più intensa e si esprime in un canto così dolce da essere indescrivibile con i semplici mezzi umani. Questi dettagli contribuiscono a creare la giusta attesa di un evento che è destinato a costituire un momento centrale della Commedia intera, non dal lato dell'intreccio, ma dal lato dottrinale e didascalico. Per questo si muovono addirittura i tre apostoli che hanno avuto un ruolo determinante per la Chiesa delle origini, e, primo tra tutti, S. Pietro. La funzione didascalica della Commedia dantesca, centrale negli intenti del poeta, trova qui il punto di massima e più sistematica espressione.


Il ruolo di Beatrice
Ruolo determinante è quello di Beatrice, che non è solo il centro della coreografia celeste ma anche colei che porta avanti il progetto voluto da Dio per Dante. Tutto avviene sotto la sua regia e con la sua direzione; è lei il centro gerarchico a cui tutto fa riferimento. A ben guardare, è lei che conduce le fila dell'esame: a lei si rivolgono gli esaminatori, è lei a incitarli a procedere, è lei a ribadire l'importanza dell'evento. Gli esaminatori eseguono il loro compito sotto le direttive di Beatrice, poiché fede, speranza e carità sono appunto virtù teologali, parte determinante della teologia di cui Beatrice è simbolo.


Sentimento e poesia del canto
A differenza di altri canti in cui l'elemento dottrinario è esclusivo e spesso inaridisce la lettura, in questo, come nei due successivi, l'ardore della conoscenza e della dottrina si fonde all'ardore sentimentale degli affetti e della poesia: lo si percepisce dai segni di amore tra Beatrice e S. Pietro e tra S. Pietro e Dante, e risulta evidente dal linguaggio fortemente metaforico. Così il linguaggio apparterrà al codice tipico dei testi dei grandi autori scolastici, con continui riferimenti alla Summa di S. Tommaso, ma costante è soprattutto il richiamo alla centralità delle Sacre Scritture, in particolare alle lettere di S. Paolo da cui viene tratta la definizione, la quiditate (l'essenza) della fede stessa sustanza di cose sperate / e argomento de le non parventi (vv. 64-65). Su questa definizione paolina si innestano le altre domande di S. Pietro sulla fede, ma poi l'esame lascia il terreno dell'indagine filosofica e teologica per farsi indagine personale, per verificare se, accanto alle conoscenze teoriche, Dante possieda questo straordinario dono di Dio. È proprio questo passare dall'alta teologia ai risvolti individuali che permette al canto di non perdersi nelle altezze della teorizzazione astratta e di conservare intatta la cifra della poesia.
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Paradiso canto 23 Analisi e Commento


Giovanni Di Paolo - Cristo e i beati


Analisi del canto

Il trionfo di Cristo e l'esperienza mistica
Il racconto del trionfo di Cristo occupa la prima parte del canto (vv. 16-45), e si suddivide poeticamente in quattro momenti: l'annuncio di Beatrice del giungere delle schiere beate, la similitudine della notte stellata e serena di plenilunio, l'apparizione dei beati illuminati dall'alto dalla luce di Cristo, e la contemplazione mistica del miracolo. Non si tratta dunque di un «trionfo» nel senso classico, cioè della figura di Cristo preceduta o seguita da schiere festose, bensì (come riprodotto in tanta pittura del tempo) del tripudio luminoso dei beati, della Chiesa trionfante nei cieli, disposti intorno a Cristo che li sovrasta con la luce di salvezza, premio della loro vittoria sul male e sul peccato. L'esperienza mistica della visione di Cristo, come di tutti i misteri più alti della divinità, è possibile solo tramite l'excessus mentis, cioè con l'espandersi della mente oltre i propri limiti naturali per speciale grazia. Esperienza sublime, forma somma di conoscenza, la visione mistica non può essere ricordata, e infatti Dante si paragonerà a colui che si risveglia da un sonno e cerca inutilmente di ricordarsi ciò che ha sognato (cfr. vv. 49-51); annunciato nel canto 1 (vv. 79), il fenomeno andrà accentuandosi man mano che ci si avvicina a Dio, assumendo la dimensione anche stilistica di una «poetica della ineffabilità».


Il trionfo della Madonna
La seconda parte del canto, dal v. 70 al termine, è tradizionalmente nota come il trionfo della Madonna, ed è uno dei passi più esemplari del culto di Dante per Maria, vista come madre amorosa che intercede in cielo per i suoi figli terreni, come annunciato fin dal II canto dell'Inferno. Qui per la prima volta Dante la incontra direttamente, e le dedica il primo di quegli omaggi poetici che si ripeteranno frequenti nei prossimi canti di avvicinamento a Dio fino alla sublime preghiera del canto XXXIII. La scena è solenne, articolata in diversi momenti di natura allegorica e liturgica (dal bel fior simbolo di Maria alla rievocazione dell'annunciazione e alla preghiera dei beati), ma contiene note di semplicità e intimità che mostrano l'affetto materno di Maria verso i beati e Dante; pensiamo in particolare alla similitudine dei vv. 121-123 che paragona lo slancio dei beati verso di lei alle braccia protese del bambino verso la madre, e che rimanda alla lunga similitudine in apertura di canto (v. 19), con l'uccello-madre che attende sul ramo la nascita del sole per poter vedere i propri piccoli e poterli sfamare.
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San Martino del Carso: parafrasi, analisi e commento - Ungaretti



La poesia San Martino del Carso è stata scritta dal poeta Giuseppe Ungaretti nel 1916 e fa parte de Il Porto Sepolto, la sua prima raccolta di poesie. È stata scritta quando aveva 28 anni e si trovava come soldato semplice sul fronte di trincea nel Carso.


Testo

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non m'è rimasto
neppure tanto

Ma nel mio cuore
nessuna croce manca

E' il mio cuore
il paese più straziato



Parafrasi

Delle case di questo paese
non è rimasto più niente,
sono rimasti
solo qualche
pezzo di muro.

Tutte
quelle persone che conoscevo
non vi sono più,
sono tutte morte.

Ma nel mio cuore
c'è spazio per ognuno di loro.

Il mio cuore è
molto più straziato di questo paese.


Parafrasi discorsiva:
Di queste case non è rimasto che qualche pezzo di muro. Di tanti di amici che conoscevo e avevano con me delle relazioni non è rimasto in vita nessuno. Ma nel mio cuore sono e saranno sempre presenti: il mio cuore è il paese più tormentato.



Analisi del testo

METRICA: La poesia è composta da versi liberi distribuiti in quattro strofe, le prime due composte di quattro versi, le ultime di due versi. Come sempre non abbiamo la punteggiatura

Stessa costruzione di “Veglia”, appena più complessa, troviamo quattro strofe che esprimono ognuna un concetto, l’ultima esprime la sintesi.
1° strofa: descrizione della città di San Martino bombardata.
2° strofa: descrizione dei compagni.
3° strofa: constatazione del poeta.
4° strofa: sintesi fra la prima e la seconda strofa.

La lirica crea un'analogia tra due elementi:
- da una parte, il paese di S. Martino del Carso, semidistrutto dai combattimenti;
- dall'altra, il cuore del poeta, che è prima di tutto il cuore di un uomo che soffre.

Le prime due strofe si possono dire descrittive, pur trattandosi di una descrizione scarna ed essenziale. Del paese carsico non sono rimasti che pochi ruderi: la desolazione è ovunque. Ma la guerra ha creato un vuoto ancora più grande, e più doloroso, fra le persone care al poeta.
Tuttavia, con le due brevi strofe conclusive, dove prevale la riflessione, nel cuore del poeta non manca nessuno; lo scrittore ricorda tutti e soffre per tutti. Il suo cuore è un paese ancora più distrutto e sconvolto di S. Martino.



Analisi per parola:
BRANDELLO DI MURO: metafora originale che richiama l’immagine di un corpo lacerato.

CHE MI CORRISPONDEVANO: che ricambiavano il mio affetto.

DI TANTI: Così accentato e isolato evoca tutto l’orrore tragico della guerra. È uno dei tanti esempi in cui la parola, staccata dal contesto logico, vibra di una sola vita propria.

NEPPURE TANTO: neppure i brandelli dei corpi straziati dalle cannonate.

NESSUNA CROCE MANCA: tutti quei cari morti sono presenti nel mio cuore.

IL PAESE PIÙ STRAZIATO: perché ogni croce è presente nella sua mente, ogni brandello di muro gli ricorda quelle ore dolorose.



Figure retoriche

Anafora = "di" e "di" (vv. 1 e 5). Ripetizione della stessa parola a inizio del verso.

Metafora = "brandello di muro" (v. 4). Si parla di muro, un oggetto, ma richiama l'immagine di un corpo lacerato, ovvero i brandelli di carne.

Anafora = "non è rimasto" (vv. 2 e 7). Per la ripetizione delle stesse parole.

Epifora = "tanti" e "tanto" (vv. 5 e 8). Ripetizione di una stessa parola alla fine di più versi per rafforzarne l'importanza.

Metafora = "Ma nel mio cuore nessuna croce manca" (vv. 8-9). Il poeta con questo intende dire che se pur i suoi compagni sono morti, e di loro non restano nemmeno i corpi, nei suoi ricordi (nel suo cuore) ci saranno tutti (nessuna croce manca), come in un grande cimitero.

Anafora = cuore (vv. 9 e 11). Ripetizione della parola.

Analogia = "E' il mio cuore il paese più straziato" (vv. 10-11). Cuore-paese: con ciò il poeta afferma allegoricamente che la sua anima è più martoriata quanto la gente del paese, e il paese stesso.

Allitterazione della A = case-rimasto-qualche-tanti-tanto-manca-straziato

Allitterazione della R = rimasto-brandello-muro-corrispondevano-neppure-cuore-croce-straziato

Allitterazione della C = cuore-croce-manca.



Commento

La distruzione di un paese diventa l’emblema del dolore spirituale del poeta. È una lirica scarna senza effusioni sentimentali. Il poeta rivive in essa lo strazio provato in quelle ore lontane avvampanti di fuoco e cariche di dolore. Come è facile osservare, la poesia è impostata sul confronto tra il paese e il cuore del poeta: le case di S. Martino ridotte a brandelli, il cuore del poeta straziato dal dolore e dalle rovine della guerra.
La parola "brandello" di solito si riferisce agli uomini (brandello di carne), ma proprio questo è l'obiettivo del poeta: sottolineare l'identificazione fra il paese e la vicenda umana.
Alla realtà spaventosa e drammatica della guerra, è possibile opporre solo il potere del ricordo e la fragile arma della poesia: per tanti compagni sventurati che la morte ha inghiottito, il ricordo straziante del poeta rappresenta l'ultimo disperato legame con il mondo della luce e della vita. Ritorna dunque il valore della poesia come testimonianza e memoria, che Ungaretti aveva già esplicitato nella lirica In memoria.
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Denunciare o Denunziare: come si scrive?



La denuncia è l'atto formale con il quale si dà notizia alla competente autorità di un reato perseguibile d'ufficio. È una di quelle parole che è bene conoscere come si scrive e pronuncia in tutte le sue versioni perché potrebbe rivelarsi imbarazzante, e addirittura dannoso, sbagliare davanti a un giudice in un'aula di tribunale. Si tratta del secondo articolo che dedichiamo a questa parola, il primo riguardava il corretto plurale di denuncia (ed era denunce, con denuncie caduta in disuso), invece adesso andremo a trattare l'altro dubbio: se si scrive denuncia o denunzia, denunciare o denunziare.

Le forme più comuni sono denuncia e denunciare, invece per quanto riguarda denunzia e denunziare bisogna precisare che sono termini corretti ma desueti, cioè appartengono a uno stile discorsivo del passato: denunciare, annunziare, renunziare.

La Z di "denunziare" andava inizialmente a sostituire la T latina ("denuntiare"), e successivamente la Z è stata sostituita dalla C ("denunciare").

Il plurale di denunzia non sarà denunce ma DENUNZIE​.
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