Inferno Canto 15 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del quindicesimo canto dell'Inferno. In questo canto sono puniti i violenti contro Dio (tra cui i sodomiti) e Dante ha modo di incontrare il suo maestro Brunetto Latini e ascoltarlo... ma non comprende bene la profezia del suo esilio. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 15 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, temendo ’l fiotto che ’nver lor s’avventa, fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia; 6 e quali Padoan lungo la Brenta, per difender lor ville e lor castelli, anzi che Carentana il caldo senta: 9 a tale imagine eran fatti quelli, tutto che né sì alti né sì grossi, qual che si fosse, lo maestro felli = similitudine (vv. 4-12). Sta a significare "Come i Fiamminghi fra Wissant e Bruges erigono dighe per tener lontana la marea, temendo che le onde si avventino contro di loro; e come fanno i Padovani lungo il Brenta per difendere le loro città e i castelli prima che la Carinzia senta il caldo (si sciolgano le nevi): così erano costruiti quegli argini, anche se il costruttore, chiunque fosse, non li aveva eretti così alti e grossi".

D’anime una schiera = anastrofe (v. 16). Sta a significare "una schiera d'anime".

Ciascuna ci riguardava come suol da sera guardare uno altro sotto nuova luna = similitudine (vv. 17-19). Sta a significare "ognuna di esse ci guardava come si osserva qualcuno in una sera di novilunio".

E sì ver’ noi aguzzavan le ciglia come ’l vecchio sartor fa ne la cruna = similitudine (vv. 20-21). Sta a significare "e strizzavano gli occhi verso di noi come fa il vecchio sarto per infilare l'ago nella cruna".

I’ non osava scender de la strada per andar par di lui; ma ’l capo chino tenea com’uom che reverente vada = similitudine (vv. 43-45). Sta a significare "Io non osavo scendere dall'argine per andare insieme a lui; ma tenevo il capo chino, come un uomo che cammina riverente".

A ca = apocope (v. 54). Sta a significare "a casa".

Ti si farà, per tuo ben far, nimico = iperbato (v. 64). Sta a significare "diventerà tuo nemico per le tue buone azioni".

Umana natura = anastrofe (v. 81). Sta a significare "natura umana" o "vita umana".

Giri Fortuna la sua rota = anastrofe (v. 95). Sta a significare "la fortuna giri pure la sua ruota".

D’un peccato medesmo al mondo lerci = anastrofe (v. 108). Sta a significare "lercia dello stesso peccato".

Servo de’ servi = perifrasi (v. 112). Per indicare Bonifacio VIII.

Poi si rivolse, e parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la campagna; e parve di costoro quelli che vince, non colui che perde = similitudine (vv. 121-124). Sta a significare "Poi si voltò e sembrò come uno di quelli che corrono il palio a Verona per il drappo verde, nella campagna; e tra questi figurò come il vincitore, non il perdente.".

Enjambements = vv. 23-24; 32-33; 37-38; 44-45; 80-81; 101-102.
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Far venire il latte alle ginocchia - Significato



Far venire il latte alle ginocchia è solo uno dei tanti modo di dire italiani, per cui evitate di spremervi le ginocchia, da cui non uscirà un bel niente, perché il latte in questione è proprio quello della mucca!



Significato

Questo modo di dire sta a significare che la persona, l'animale o la cosa (l'argomento di discussione) è terribilmente, noiosa, fastidiosa, stancante, ripetitiva, insopportabile.



Origine

Per quanto riguarda l'origine di questo modo di dire ci sono dei parere un po' discordanti, anche se la teoria più realistica è quella che esso derivi dalla pratica della mungitura (quella manuale s'intende), durante la quale il mungitore si sedeva su uno sgabello con uno secchio da riempire in mezzo alle gambe e mungeva finché il latte non raggiungeva l'altezza delle sue ginocchia. Come potete immaginare si trattava di un lavoro molto lungo e ripetitivo, che richiedeva molta calma e pazienza, e che di certo non rientrava nella lista dei lavori più entusiasmanti.
Esso era anche un lavoro necessario al sostentamento della famiglia in quanto dal latte si potevano ricavare latticini (formaggio, burro). Difatti era una buona abitudine, per chi poteva permetterselo, tenere una mucca in casa per evitare di comprare il latte da altri venditori (specie nei periodi di magra, quando il prezzo del latte lievitava), per averlo sempre fresco e in caso di abbondanza rivenderlo per trarne profitto o per scambiarlo con qualcos'altro.

Vi è anche una seconda teoria riguardante la sua origine, ma è meno nota. Con il termine latino "lactes" vengono indicati i visceri, ovvero le budella degli animali. Con murenarum lactes, latte di murena, i latini definivano la sostanza molle e lattiginosa che si trova nelle interiora. E dunque l'immagine dei visceri che per stanchezza si srotolano, si allungano e si distendono fino a toccare le ginocchia potrebbe essere stata associata al rilassamento, noia e impotenza.

E aggiungiamo anche una terza teoria trovata sul web, ma solo per curiosità, perché in effetti di questa non vi è alcun riscontro né storico né etimologico. Potrebbe essere associato a un altro tipo di "latte", l'acido lattico, che il corpo produce dopo uno sforzo fisico e ci fa sentire stanchi e appesantiti, proprio come una conversazione con una persona noiosa.



Come si usa

Come abbiamo già detto può essere usato per riferirsi a persone o cose che il solo vederle, sentirle o sentirne parlare ci spazientisce. Viene anche usato con delle varianti, ma il senso del modo di dire rimane invariato. Eccovi alcuni esempi:

Mi sta venendo il latte alle ginocchia con tutta queste smancerie.

Il film che la maestra ci ha consigliato di vedere mi ha fatto venire il latte alle ginocchia.

Paolo, con le sue spiegazioni, mi fa proprio venire il latte alle ginocchia.

Mi sta calando il latte dalle ginocchia nel sentire i tuoi discorsi.

Cambia stazione radio, per favore. Questa fa scendere il latte dalle ginocchia!
.
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A riposo - Ungaretti: analisi e commento



La poesia "A riposo" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti, porta l'indicazione "Versa, il 27 aprile 1916" e fa parte della raccolta L'allegria, all'interno della sezione Il porto sepolto.



Testo

Chi mi accompagnerà pei campi

Il sole si semina in diamanti
di gocciole d'acqua
sull'erba flessuosa

Resto docile
all'inclinazione
dell'universo sereno

Si dilatano le montagne
in sorsi d'ombra lilla
e vogano col cielo

Su alla volta lieve
l'incanto si è troncato

E piombo in me

E m'oscuro in un mio nido.



Analisi del testo e commento

A riposo = il titolo si riferisce al luogo in cui i soldati si riposano. Da ciò è possibile intuire che è stata scritta durante un momento di tregua dalla guerra.

Chi mi accompagnerà pei campi: qui il poeta appare sereno (e chi non lo sarebbe senza la guerra) e chiede a qualcuno dei suoi compagni (di guerra) se è disponibile ad andare insieme a lui nei campi.

Il sole si semina in diamanti di gocciole d'acqua sull'erba flessuosa: la luce del sole colpisce le gocce d'acqua di rugiada che si trovano sull'erba flessuosa (cioè che si piega con facilità) e, per via del fenomeno chiamato "rifrazione", ai suoi occhi sembrano diamanti. La luce si "spezza" andando a creare una varietà di migliaia di colori (tipo l'arcobaleno) e per questa ragione li paragona a un elemento così prezioso e raro. Attraverso questi versi il poeta vuole farci sentire la vitalità della natura, anche se esse sono solo un fenomeno naturale.

Resto docile all'inclinazione dell'universo sereno: Ungaretti vive in armonia con la natura (= vita universale) e si lasciare trasportare da essa.

Si dilatano le montagne in sorsi d'ombra lilla: il poeta osserva l'orizzonte e gli sembra che le montagne, colpite dal riflesso della luce, siano diventate più grandi rispetti a prima, e che anche la loro ombra è più grande ed assorbe la luce. La natura dà la sensazione di essere in costante movimento man mano che si continua a leggere questa poesia.

E vogano col cielo: il movimento delle nuvole sembra andare di pari passo col movimento delle montagne, come se montagne e cielo fossero un tutt'uno.

Su alla volta lieve l'incanto si è troncato: il poeta inizialmente ha lo sguardo rivolto verso il basso, in direzione dell'erba; attraverso un leggero movimento lo alza per osservare prima le montagne e poi il cielo. Alzando lo sguardo l'illusione che terra e cielo siano un'unica cosa svanisce, quindi ritorniamo nel nostro piccolo essere e ci rendiamo conto che l'armonia con la natura si è spezzata (rotta). Il poeta usa il paesaggio come "mezzo" ma in realtà sta parlando se se stesso, dei suoi pensieri, e delle angosce della vita.

E piombo in me
: sta a significa "è quindi ritorno a parlare di me". Qui il poeta sente la condizione mortale, il peso dell’individualità.

E m'oscuro in un mio nido: cioè ritorna all’intimità, nido inteso come rifugio ma anche come ripiegamento su sé: chiudersi nell’ombra dell’individuo. il poeta dice che dopo aver visto la luce, ritorna a rifugiarsi nell'ombra. È questo fa da contrasto alla poesia Mattina, in cui il poeta scriveva "m'illumino d'immenso".



Figure retoriche

Metafora = "Il sole si semina in diamanti di gocciole d'acqua" (vv. 2-3).

Sinestesia = "sorsi s'ombra lilla" (v. 9).

Clima ascendente
= prima metà della poesia.

Climax discendente = seconda metà della poesia.
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Inferno Canto 14 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del quattordicesimo canto dell'Inferno. Il canto in cui sono puniti i violenti contro Dio (tra cui i bestemmiatori). Vengono descritti il sabbione infuocato e la pioggia in fiamme e, inoltre, Virgilio racconta a Dante del gigante Capaneo e dell'origine dei fiumi infernali. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 14 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Natio loco = anastrofe (v. 1). Sta a significare "patria natia".

Quali Alessandro in quelle parti calde d’India vide sopra ’l suo stuolo fiamme cadere infino a terra salde, per ch’ei provide a scalpitar lo suolo con le sue schiere, acciò che lo vapore mei si stingueva mentre ch’era solo: tale scendeva l’etternale ardore = similitudine (vv. 31-37). Sta a significare "Come Alessandro Magno nelle calde regioni dell'India vide cadere intatte sino a terra delle fiamme sulle sue truppe, per cui diede ordine ai soldati di scalpicciare il suolo in quanto il vapore si estingueva meglio prima di propagarsi: Così scendevano quelle fiamme eterne".

Com’esca sotto focile, a doppiar lo dolore = similitudine (vv. 38-39). Sta a significare "proprio come l'esca con l'acciarino, per accrescere il dolore".

Quindi...quinci = figura etimologica (v. 41).

Arsura fresca = ossimoro (v. 42). Sta a significare "calura fresca", detto in tono ironico.

Con miglior labbia = metonimia (v. 67). Sta a significare "con aspetto più sereno", il concreto per l'astratto.

Quale del Bulicame esce ruscello che parton poi tra lor le peccatrici, tal per la rena giù sen giva quello = similitudine (vv. 79-81). Sta a significare "Come dal Bulicame esce un ruscello che poi le prostitute si dividono, così quel fiumiciattolo scorreva giù per la sabbia".

Lo fondo suo = anastrofe (v. 82). Sta a significare "il suo fondale".

Tra tutto l’altro t’ho dimostrato
= allitterazione della t (v. 85).

Duca mio = anastrofe (v. 91). Sta a significare "mio maestro".

La sua testa è di fin oro formata, e puro argento son le braccia e ’l petto, poi è di rame infino a la forcata da indi in giuso è tutto ferro eletto, salvo che ’l destro piede è terra cotta = climax discendente (vv. 106-110).

Che lagrime goccia = anastrofe (v. 113). Sta a significare "che sgorga lacriime".

Enjambements = vv. 1-2; 5-6; 10-11; 16-17; 31-32; 38-39; 43-44; 46-47; 61-62; 97-98; 100-101; 130-131; 139-140.
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Inferno Canto 13 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del tredicesimo canto dell'Inferno. Il canto è ambientato nella selva dei suicidi, luogo in cui Dante ha modo di vedere in azione le Arpie, che aggrediscono gli scialacquatori, cioè coloro che in vita hanno sciupato il loro patrimonio (tra cui Lano da Siena e Iacopo da Sant'Andrea) e dialogare con Pier della Vigna, che ha assunto le sembianze di una pianta. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 13 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Non = anafora (vv. 1, 4, 7). NON fronda, NON rami, NON porni.

Pennuto ’l gran ventre = anastrofe (v. 14). Sta a significare "gran ventre piumato".

Fanno lamenti in su li alberi strani = iperbato (v. 15). Cioè non sono strani gli alberi bensì i lamenti; il significato è "emettono suoni lamentosi e orribili (strani) sugli alberi".

Cred’io ch’ei credette ch’io credesse = poliptoto (v. 25). Perché si ripete la stessa parola a breve distanza ma con significati diversi.

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi...se state fossimo anime di serpi = chiasmo (v.37 e v.39).

Come d’un stizzo verde ch’arso sia da l’un de’capi, che da l’altro geme e cigola per vento che va via, sì de la scheggia rotta usciva insieme parole e sangue; ond’io lasciai la cima cadere, e stetti come l’uom che teme = similitudine (vv. 40-45). Sta a significare "Come quando si brucia un ramoscello verde da una delle estremità, e dall'altra cola la linfa e si sente un cigolio in quanto esce dell'aria, così dal ramo rotto uscivano insieme parole e sangue; allora io lasciai cadere il ramo spezzato e restai lì pieno di timore.".

La mia rima = sineddoche (v. 48). La parte per il tutto.

Adeschi...inveschi = paronomasia (vv. 55-57).

Non gravi = litote (v. 56). Sta a significare "non sia fastidioso".

Io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo = metafora (vv. 58-59). Sta a significare "Io sono colui che tenni entrambe le chiavi del cuore di Federico II".

La meretrice che mai da l’ospizio di Cesare non torse li occhi putti, morte comune e de le corti vizio = metafora (vv. 64-66). Sta a significare "La prostituta (invidia) che non distolse mai gli occhi disonesti dalla reggia dell'imperatore, e che è morte di tutti e vizio delle corti".

Fede portai = anastrofe (v. 62). Sta a significare "portai fede, fui fedele".

'Nfiammati infiammar = poliptoto (v. 68). Sta a significare "infiammarono a loro volta".

Lieti...tristi = antitesi (v. 69).

Ingiusto...giusto = paronomasia (v. 72).

Vi giuro che già mai non ruppi fede = antitesi (v. 74). Sta a significare "vi giuro che non fui mai infedele".

Quivi germoglia come gran di spelta = similitudine (v. 99). Sta a significare "lì germoglia come un seme di farro".

Fanno dolore, e al dolor fenestra = chiasmo (v. 102). Sta a significare "provocano dolore e insieme sfogo al dolore".

Bramose e correnti come veltri ch’uscisser di catena = similitudine (vv. 125-126). Sta a significare "correvano affamate come cani da caccia scatenati".

I’ fui de la città che nel Batista mutò il primo padrone = perifrasi (vv. 143-144). Per indicare Firenze.
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Purgatorio Canto 10 - Parafrasi



Varcata la porta, i due poeti salgono su un cornicione del monte la cui parete sul lato interno è colma di bassorilievi in marmo bianco riproducenti esempi di umiltà. Qui i superbi camminano curvi sotto il peso di enormi macigni, studiando gli esempi dei bassorilievi.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 10 del Purgatorio. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Dopo che oltrepassammo la soglia della porta (del Purgatorio),
che l’amore degli uomini rivolto al male (’l mal amor) lascia in disuso,
perché fa sembrare retta la via errata,
avvertii che si era richiusa dal suono che aveva provocato;
e se io avessi rivolto a essa lo sguardo,
quale scusa sarebbe stata sufficiente a giustificare la mia trasgressione (fallo)?
Noi salivamo (salavam) attraverso una fenditura nella roccia (pietra fessa),
che procedeva tortuosamente piegando ora a destra, ora a sinistra,
come l’onda che si ritrae e si avvicina.
«Qui è necessario usare un po’ d’accortezza (arte)»,
iniziò a dire la mia guida, «nell’avvicinarsi ora da una parte (quinci),
ora dall’altra (quindi) al fianco della parete che rientra (che si parte)».
E questo rese i nostri passi lenti (scarsi),
tanto che la luna calante (scemo)
era ritornata all’orizzonte per tramontare (rigiunse al letto suo per ricorcarsi),
prima che noi fossimo fuori da quello scavato sentiero (cruna);
ma quando ci liberammo e fummo in luogo aperto,
in alto dove il monte si ritrae (si rauna) indietro,
essendo io stanco e ambedue incerti sulla strada
da seguire, sostammo su un ripiano,
più solitario delle strade che attraversano i deserti.
Dalla parte esterna (sponda), dove confina con il vuoto (vano),
fino alla base della parete che continua (pur) a salire,
misurerebbe circa tre volte la lunghezza del corpo umano;
e, fino a quanto il mio sguardo poteva spaziare (trar d’ale),
ora dalla parte sinistra, ora dalla destra,
questa cornice mi pareva della stessa misura (cotale).
Lassù non avevamo ancora fatto un passo,
quando io mi accorsi che quella parte della ripa
che era meno (manco) ripida,
era di marmo candido e decorata (addorno)
di bassorilievi (intagli) tali che non solo Policleto (uno dei massimi scultori greci),
ma la natura stessa sarebbe sconfitta (avrebbe scorno).
L’angelo (Gabriele) che scese in terra portando
con sé il decreto della pace (fra Dio e gli uomini), sospirata per lunghi secoli,
che aprì le porte del cielo sciogliendo il lungo divieto (dovuto al peccato originale),
appariva lì davanti a noi così verosimile,
scolpito qui in un atteggiamento dolce,
da non sembrare una muta raffigurazione.
Si sarebbe giurato che egli dicesse ‘Ave!’;
infatti vi era scolpita colei (la Madonna)
che girò la chiave per aprire le porte all’amore divino (alto);
e nel suo atteggiamento (in atto) sembrava veramente dire (esta favella):
‘Ecco l’ancella di Dio’, in modo preciso
come nella cera si imprime la figura del sigillo (suggella).
«Non rivolgere la tua attenzione sempre a un’unica scena (un loco)»,
disse il caro maestro, rispetto al quale io
ero dalla parte del cuore (alla sinistra).
Perciò io mi spostai con lo sguardo, e vidi
dietro (alla scena di) Maria, dalla parte (da quella costa)
in cui era colui che mi guidava (mi movea),
un’altra storia scolpita (imposta) nella roccia;
allora oltrepassai (varcai) Virgilio e mi avvicinai (fe’ mi presso)
in modo che si offrisse ai miei occhi nella sua ampiezza (disposta).
Erano scolpiti lì, sempre nel marmo,
il carro e i buoi che tiravano (traendo) l’Arca santa,
per la quale l’uomo teme di svolgere un compito (officio) che non gli è stato affidato (non commesso).
Davanti al carro appariva una folla; e tutta quanta,
suddivisa in sette schiere (cori), ai miei due sensi
faceva dire all’uno (l’udito) ‘No, non canta’, all’altro (la vista) ‘Sì, canta’.
Allo stesso modo di fronte al fumo degli incensi
che vi erano raffigurati, gli occhi e il naso (la vista e l’olfatto)
si fecero discordi (di scordi fensi) nell’affermare e nel negare.
Lì davanti all’Arca santa (benedetto vaso) avanzava Davide,
l’umile cantore di salmi, danzando (trescando) con vesti succinte (alzato),
e in quell’occasione era più che re (di fronte a Dio perché danzava in suo onore) e meno che un re (per gli uomini, perché il suo atteggiamento non era considerato regale).
Di fronte a lui, scolpita alla finestra di un grande palazzo,
la moglie Micòl guardava stupita,
come una donna sprezzante (dispettosa) e crucciata.
Io mossi i passi dal luogo dove mi ero fermato,
per osservare da vicino un’altra scena,
che risaltava sul marmo bianco (biancheggiava) dopo la raffigurazione di Micòl.
Qui era scolpita (storïata) la storia dell’azione più gloriosa (gloria)
dell’imperatore (principato) romano, la cui virtù fece sì
che Gregorio Magno si muovesse verso la sua grande vittoria;
io parlo dell’imperatore Traiano;
e una vedovella era raffigurata mentre teneva le briglie del suo cavallo (li era al freno),
in atteggiamento di pianto e di dolore.
Intorno a lui lo spazio era gemito (calcato) e pieno di una folla di cavalieri,
e gli stemmi delle aquile (aguglie) ricamate nell’oro
sembravano (in vista) muoversi al vento sopra di loro.
La povera donna in mezzo a tutta questa gente
sembrava dire: «O Signore, rendimi giustizia
per mio figlio che è stato ucciso, e per il quale io piango disperata (m’accoro)»;
e l’imperatore pareva risponderle: «Aspetta finché io torni».
E quella: «Mio Signore», con l’atteggiamento di una persona
nel cui animo urge (s’affretta) il dolore,
«se tu non tornassi?»; ed egli: «Chi occuperà (fïa) il mio posto (dov’io),
ti renderà giustizia»; ed ella: «Il bene fatto da un altro a che ti gioverà (che fia),
se trascurerai (metti in oblio) di farlo tu stesso?»;
per cui egli: «Fatti ora coraggio;
ché è giusto (convene) che io compia il mio dovere prima che io parta:
lo vuole la giustizia, e la pietà mi impedisce di partire (ritene)».
Dio, per il quale nessuna cosa è nuova,
fu l’artefice (produsse) di questo linguaggio
che diventa immagine (visibile), meraviglioso (novello) per noi perché sulla terra non si trova.
Mentre io godevo ad ammirare le raffigurazioni
di così celebri atti di umiltà, preziose (care) a vedersi
e per via del loro artefice (fabbro),
«Ecco da questa parte, ma avanzano lentamente (passi radi)»,
mormorava Virgilio, «molte anime:
queste ci indicheranno la via (’nvïeranno) verso le cornici più alte».
I miei occhi, che erano paghi dalla gioia di ammirare
perché vedevano cose straordinarie di cui sono sempre desiderosi (vaghi),
non furono lenti nel rivolgersi verso Virgilio.
Non voglio però, o lettore, che tu ti distolga (ti smaghi)
dal buon proposito di pentirti, nell’udire
come Dio esige che si saldi il debito delle colpe.
Non pensare (attender) alla forma del castigo (martìre):
pensa a ciò che viene dopo (succession);
pensa che, nel peggiore dei casi, non può andare oltre il giudizio universale (gran sentenza).
Io cominciai a dire: «Maestro, quel che io vedo
avanzare verso di noi, non mi sembrano figure umane
e non so che cosa siano, tanto mi confondo (vaneggio) nel discernere».
Ed egli a me: «La terribile qualità del loro tormento
li fa stare rannicchiati a terra,
tanto che i miei occhi in un primo momento stentarono a riconoscerle (n’ebber tencione).
Ma osserva attentamente (fiso) là, e con gli occhi districa (disviticchia)
la gente che cammina sotto a quei massi:
ecco già puoi scorgere come ogni anima si batta il petto (si picchia)».
O cristiani superbi, infelici e sventurati (lassi),
che, ottenebrati d’intelletto,
avete fiducia (fidanza) nei passi a ritroso;
non vi accorgete che noi uomini siamo come delle larve (vermi),
nati per trasformare (formar) l’anima in un’angelica farfalla,
che si presenta davanti alla giustizia di Dio senza nessuna difesa (schermi)?
Per quali motivi il vostro animo galleggia (galla) in alto,
poiché siete quasi insetti (antomata) incompleti (in difetto),
così come il bruco (vermo) il cui sviluppo non è ancora completo (formazion falla)?
Come talvolta si vede una figura umana rannicchiata
con le ginocchia al petto per sostenere un soffitto o un tetto,
che, pur non essendo vera, fa nascere in chi la vede un senso
di vera compassione (rancura);
a quel modo io vidi atteggiati quegli spiriti,
quando li osservai con attenzione.
È vero tuttavia che erano più o meno rannicchiati (contratti),
a seconda del maggiore o minore peso che essi avevano addosso;
e quello che dimostrava nell’atteggiamento maggiore capacità di sopportazione (pazïenza)
sembrava dire piangendo: ‘Non ne posso più’.
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Nello stesso modo In cui o Con cui: come si scrive?



Andiamo a rivolvere un altro dubbio grammaticale che ha come protagonista il pronome relativo "cui", in particolare quando è preceduto dalle preposizioni semplici "in" e "con".


IN CUI

"In cui" corrisponde alle forme "nel quale, nella quale, nei quali, nelle quali".

ESEMPIO:
- La città in cui andremo a vivere è Roma.
- La città nel quale andremo a vivere è Roma.



CON CUI

"Con cui" corrisponde alle forme "con il quale, con la quale, con i quali, con le quali".

ESEMPIO:
- L'autobus con cui saremmo dovuto andare in gita è guasto.
- L'autobus con il quale saremmo dovuti andare in gita è guasto.



Nello stesso modo in cui o con cui?

Se le espressioni da usare sono "nel modo..." o "nello stesso modo...", esse dovranno essere seguite dalla preposizione semplice "in" e il pronome relativo "cui". Quindi è corretto scrivere "nel modo in cui" e "nello stesso modo in cui". Questo perché con il termine "modo" si intende "la maniera" e risponde alla domanda "in che modo?".

Del resto si dice "dire in questo modo", "fare in questo modo", "comportarsi in questo modo", "procedere in questo modo" ecc.

Non possiamo dire per certo se le espressioni "con questo modo", "nel modo con cui" e "nello stesso modo con cui" siano sbagliate, perché potrebbero esserci rari casi in cui sarà possibile utilizzarle (non ce ne viene in mente nessuno). Comunque, nella maggior parte dei casi, si tratta di forme errate. E inoltre sarebbe meglio usare la preposizione semplice "con" in espressioni del tipo: "con questo metodo", "con questa modalità", "con lo stesso metodo con cui...". Questo perché con il termine "metodo" si intende "lo strumento" e risponde alla domanda "con quale mezzo?".


Qui di seguito vi proponiamo alcune frasi per rendere più chiaro il concetto.

ESEMPIO:
Non rispondere nello stesso modo in cui lui ti risponde. Ti rendi ridicola!

Trovate una persona che vi guardi nello stesso modo in cui si guardano le partite di calcio.

Se non imparo nel modo in cui insegni, insegnami nel modo in cui io imparo!

Puoi conoscere una persona dal modo in cui ride.

Questa è la serie di numeri con cui ho vinto al Lotto.

Facebook ha aggiornato il metodo con cui serve la pubblicità.

Descrivimi le modalità con cui posso pagare l'acquisto.

La persona con cui stavi parlando è andata via.
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