Purgatorio Canto 5 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del quinto canto del Purgatorio. In questo canto Dante e Virgilio si trovano nel secondo balzo dell'Antipurgatorio e incontrano i morti per forza (coloro che sono morti violentemente e hanno peccato sino all'ultima ora). Tra questi ha modo di colloquiare con Iacopo del Cassero, Bonconte da Montefeltro e Pia de' Tolomei. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 5 del Purgatorio.



Le figure retoriche

Ve’ = apocope (v. 4). Cioè: "vedi".

E come vivo par che si conduca = similitudine (v. 6). Cioè: "e come un vivo sembra che cammini".

Pur me, pur me = anadiplosi (v. 9).

Sta come torre ferma, che non crolla già mai la cima per soffiar di venti = similitudine (vv. 14-15). Cioè: "sta come una torre salda, immobile", per indicare la saldezza d'animo.

Non crolla / già mai = enjambement (vv. 14-15).

La foga l’un de l’altro insolla = iperbato (v. 18). Cioè: "perché la forza dell'uno indebolisce quella dell'altro".

Del color consperso = anastrofe (v. 20). Cioè: "cosparso del colore".

Di perdon talvolta degno = iperbato (v. 21). Cioè: "degno di essere perdonato".

Non dava loco / per lo mio corpo = enjambement (vv- 25-26).

In forma di messaggi = metonimia (v. 28). Cioè: "in qualità di messaggeri".

Vapori accesi non vid’io sì tosto di prima notte mai fender sereno, né, sol calando, nuvole d’agosto, che color non tornasser suso in meno; e, giunti là = similitudine (vv. 37-40). Cioè: "Io vidi mai stelle cadenti fendere il cielo sereno all'inizio della notte, né lampi squarciare le nuvole d'agosto al calar del sole, tanto rapidamente quanto quelle anime tornarono in alto".

Con li altri a noi dier volta come schiera che scorre sanza freno = similitudine (v. 42). Cioè: "corsero verso di noi con le altre come una schiera sfrenata".

O anima che vai per esser lieta con quelle membra con le quai nascesti = perifrasi (vv. 46-47). Per indicare Dante, cioè: "O anima che vai per raggiungere la beatitudine, con lo stesso corpo con cui sei nato".

Fora di vita = enjambement (vv. 55-56).

S’a voi piace / cosa = enjambement (vv. 59-60).

Del beneficio tuo = anastrofe (v. 65). Cioè: "della tua promessa".

Fatti mi fuoro = anastrofe (v. 75). Cioè: "mi sono stati fatti, inferti".

Quel da Esti il fé far che m’avea in ira assai più là che dritto non volea = perifrasi (v. 77). Per indicare Azzo VIII d'Este.

Ancor sarei = anastrofe (v. 81). Cioè: "sarei ancora".

De le mie vene farsi in terra laco = iperbole (v. 84). Cioè: "il mio sangue formò in terra un lago (di sangue)".

Quel disio / si compia = enjambement (vv. 85-86).

Con bassa fronte = metonimia (v. 90). Cioè: "con vergogna".

Qual ventura / ti traviò = enjambement (vv. 91-92).

Un’acqua = sineddoche (v. 95). Per indicare il fiume.

Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano = perifrasi (v. 97). Cioè: "nel punto dove si getta nell'Arno e perde il suo nome", per indicare la foce del fiume.

Quivi caddi = enjambement (vv. 101-102).

Quel d’inferno / gridava = enjambement (vv. 104-105).

Si raccoglie / quell’umido = enjambement (vv. 109-110).

Giunse quel mal voler che pur mal chiede con lo ‘ntelletto = perifrasi (vv. 112-113). Per indicare l'angelo dell'inferno.

Coperse di nebbia = enjambement (vv. 116-117).

Veloce si ruinò = enjambement (vv. 122-123).

Sospinse ne l’Arno = enjambement (vv. 125-126).

Mi coperse e cinse = endiadi (v. 129). Cioè: "mi coprì e avvolse".

Siena mi fé, disfecemi Maremma = chiasmo (v. 134). Cioè: "nacqui a Siena e fui uccisa in Maremma".

Colui che ‘nnanellata pria disposando m’avea con la sua gemma = perifrasi (vv. 135-135). Per indicare il marito di Pia.

Gemma = sineddoche (v. 136). La parte per il tutto, per indicare l’anello.
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Paradiso Canto 5 - Parafrasi



La prima parte del canto quinto è occupata dalla spiegazione con la quale Beatrice risponde alla domanda di Dante riguardante la possibilità di compensare i voti non adempiuti con altre opere buone. Ella dapprima dimostra la santità del voto: con esso, infatti, I’uomo fa sacrificio a Dio del dono più grande ricevuto dal suo Creatore, quello del libero arbitrio. Non può, dunque, usare nuovamente della libertà che egli ha offerto a Dio con un atto della propria volontà. Per prevenire una nuova domanda di Dante (perché, allora, la Chiesa può dispensare dal voto?), Beatrice distingue nel voto i due elementi essenziali: la materia e il patto. La prima può essere mutata, ma solo con il permesso della Chiesa e solo se la nuova offerta è superiore, in valore, alla prima. Il secondo non può essere cancellato se non quando il voto è stato adempiuto completamente. Da qui deriva la necessità, per i cristiania di riflettere attentamente prima di offrire voti che non possono mantenere. Beatrice e Dante ascendono poi al secondo cielo, quello di Mercurio, nel quale si trovano le anime di coloro che in vita operarono il bene per conseguire onore e gloria. Uno spirito si rivolge al Poeta dichiarandosi pronto a soddisfare, in nome della carità, ogni sua domanda. Dante chiede di poter conoscere il nome di quest’anima e il motivo per cui essa gode del grado di beatitudine proprio del cielo di Mercurio.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 5 del Paradiso. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

«Se io risplendo a te con un ardore divino superiore
a quello che (di là dal modo che) si può vedere nel mondo,
così da vincere la forza della tua vista (del viso tuo),
non devi stupirti poiché questo deriva (procede)
dalla mia perfetta visione (di Dio) la quale, come lo percepisce,
così procede (move il piede) nel Bene conosciuto.
Vedo chiaramente quanto risplenda ormai
nella tua mente la verità divina (l’etterna luce), che,
una volta percepita, infiamma d’amore essa sola e per sempre;
e se un altro oggetto attrae traviandolo (seduce) il desiderio
di voi mortali, non può che essere una qualche apparenza (vestigio),
fraintesa, di quella verità, che ivi traspare.
Tu desideri sapere se si può, dopo aver mancato al voto,
con altre buone opere (con altro servigio) compensarlo in modo
che l’anima sia rassicurata da ogni contrasto (con la giustizia divina)».
Con queste parole (Sì, così) Beatrice iniziò il presente canto;
e come la persona (uom) che non interrompe il proprio discorso,
proseguì in tal modo il suo santo ragionamento (processo):
«Il regalo più prezioso che Dio nella sua liberalità fece (fesse)
nell’atto di creare, il più connaturale alla sua bontà,
quello che egli apprezza maggiormente,
fu il libero arbitrio (de la volontà la libertate):
di questo furono e sono dotate tutte le
creature fornite di intelligenza e soltanto esse (sole).
Adesso ti sarà chiaro (parrà), se ragioni partendo da ciò (quinci),
il grande valore del voto, se viene fatto in modo
che Dio lo accetti quando tu vi acconsenti;
poiché, nello stipulare il patto tra Dio e l’uomo,
si fa sacrificio di questo bene prezioso, del quale sto parlando;
e lo si fa di propria scelta (suo atto).
Dunque che cosa si può offrire di compenso (per ristoro)?
Se pensi di far buon uso di ciò che hai già donato,
vuoi fare del bene con qualcosa di rubato (maltolletto).
Tu hai ora chiara la questione principale;
ma poiché la Chiesa concede dispensa a questo proposito,
la qual cosa sembra contraddire le verità che ti ho rivelato,
dovrai fermarti ancora un momento a questo banchetto (di sapienza),
poiché il cibo duro che hai ricevuto ha ancora bisogno
di qualche aiuto perché tu lo possa digerire (a tua dispensa).
Rivolgi la tua intelligenza a quello che io ti rivelo
e fissalo in essa (fermalvi entro); perché l’avere ascoltato
senza ricordare (sanza lo ritenere) non costituisce conoscenza.
Due componenti costituiscono la natura del
voto (questo sacrificio): la prima è ciò che si sacrifica,
la seconda è il patto in sé (convenenza).
Questa seconda componente non si può mai annullare
se non adempiendola (servata), e di essa abbiamo già parlato
prima con precisione: per questo fu stabilito (necessitato) comunque (pur)
per gli Ebrei l’obbligo delle offerte (l’offerere),
anche se l’oggetto di tali offerte veniva talvolta cambiato,
cosa che tu dovresti sapere.
L’altro elemento, che ti è stato spiegato (t’è aperta) esserne l’oggetto (per materia),
può ben essere di tale natura che se viene sostituito (si converta)
con altro oggetto non si compie peccato (non si falla).
Nessuno però osi cambiare di propria iniziativa (per suo arbitrio)
il peso che si è caricato, senza il giro (volta) della chiave bianca e della gialla (cioè: senza il consenso della Chiesa);
e ritieni erronea ogni sostituzione (permutanza)
per cui l’offerta abbandonata (dimessa)
non stia (non è raccolta) in quella messa
al posto (sorpresa) come il quattro nel sei.
Perciò qualunque materia (di voto) sia così pesante
per il suo valore da far traboccare (che tragga) ogni bilancia,
non può essere compensata da altra offerta.
Gli uomini non prendano alla leggera (a ciancia) i voti;
mantenete fede e non siate irragionevoli (bieci) nel farli,
come nella sua prima offerta (mancia) fu Iepte (giudice d’Israele),
al quale sarebbe convenuto riconoscere di aver fatto male,
piuttosto che, mantenendo (il voto), fare peggio;
e altrettanto sconsiderato puoi giudicare il grande comandante dei Greci (Agamennone),
a causa del quale la figlia Ifigenia si dolse della propria bellezza,
e fece soffrire per lei stolti e savi,
che sentirono narrare di un simile (siffatto) atto di culto.
Siate, o cristiani, più prudenti (gravi) nell’agire:
non siate come piuma esposta a tutti i venti
e non pensiate che qualunque acqua possa purificarvi.
Avete il Nuovo e l’Antico Testamento
e il papa (’l pastor de la Chiesa) che vi guida;
questo sia sufficiente per la vostra salvezza.
Se passioni malvagie vi spingono ad altri comportamenti,
siate uomini e non pecore insensate, affinché un Ebreo
che viva in mezzo a voi (tra voi) non possa farsi beffe di voi.
Non comportatevi come l’agnello che si allontana dalle mammelle
della madre, e ingenuo e irrequieto mette in contrasto (combatte)
se stesso con il proprio interesse!».
Beatrice parlò proprio come io ho trascritto;
poi si volse ardente di desiderio verso quella parte
dove l’universo è più luminoso.
Il suo tacere e il suo mutato aspetto (’l trasmutar sembiante) imposero
di tacere anche alla mia mente desiderosa
che già si poneva (avea davante) nuove domande;
e come la freccia che colpisce il bersaglio prima ancora
che la corda abbia finito di vibrare (queta),
con tale velocità (così) giungemmo (corremmo) nel secondo cielo (regno).
Qui vidi Beatrice (la donna mia) così raggiante,
non appena giunse nella luce di quella sfera,
che la stella stessa divenne più splendida per questo.
E se il pianeta mutò il suo aspetto e risplendeva,
come divenni io che già per la mia natura
sono mutabile sotto tutti gli aspetti!
Come in una peschiera placida e limpida
i pesci accorrono (traggonsi) verso quello che vi
giunge di fuori, purché lo credano cibo per loro (lor pastura),
così io vidi più di mille luci accorrere
verso di noi, e da ognuna di loro si sentiva dire:
«Ecco chi renderà più intenso il nostro spirito di carità».
E a mano a mano che ognuna di queste anime
si avvicinava a noi, se ne vedeva la figura (l’ombra) ricolma
di gioia nel limpido splendore che da essa emanava.
Immagina, o lettore, quanto sentiresti la dolorosa
mancanza (angosciosa carizia) di conoscere meglio (di più savere),
se ciò che sta per cominciare non continuasse;
e capirai da solo quanto fossi desideroso
di sentire da quelle anime la spiegazione della loro sorte (lor condizioni),
non appena mi si rivelarono agli occhi.
«O tu, destinato al bene (bene nato), al
quale la bontà divina (grazia) permette di vedere
i seggi del trionfo eterno prima di lasciare la vita
terrena (la milizia), noi risplendiamo della luce che
si diffonde in tutto il regno celeste; e perciò, se vuoi
sapere di noi, soddisfa il tuo desiderio».
Queste parole mi furono rivolte da uno di quegli spiriti santi,
e (queste altre) da Beatrice: «Parla, parla senza esitazione (sicuramente),
e credi a loro come in esseri divini (dii)».
«Io vedo chiaramente come tu stia chiusa come in un nido (t’annidi)
nella tua luce, e che la effondi (il traggi) dagli occhi,
perché essa scintilla (corusca) quando sorridi;
ma non conosco chi tu sia, e neanche perché tu,
o nobile spirito, abbia meritato la condizione (aggi… il grado) propria del pianeta (Mercurio)
che si nasconde alla vista umana dietro i raggi del sole (altrui)».
Così mi espressi verso lo splendore che mi aveva prima parlato;
e per questo l’anima divenne molto
più luminosa di quello che già appariva.
Come il sole che per la sua stessa natura (elli stessi)
si nasconde a causa della grande intensità della luce,
quando il suo calore ha consumato (róse) la forza temperante dei vapori densi,
così quell’anima beata a causa della sua maggior letizia
si celò ai miei occhi nel suo rifulgere (dentro al suo raggio);
e così totalmente avvolta (chiusa chiusa)
mi rispose come il prossimo canto dice.
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Paradiso Canto 4 - Parafrasi



Dante si chiede perché aver subito violenza possa diminuire la beatitudine futura, come fosse una colpa; e se è vero ciò che dice Platone, che le anime tornano alle stelle. Beatrice spiega che in realtà tutti i beati stanno nell'Empireo, ma si mostrano a Dante nei diversi cieli perché egli possa distinguere tra i vari gradi di beatitudine, e che gli spiriti di questo cielo non resistettero completamente alla violenza.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 4 del Paradiso. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Tra due cibi ugualmente (d’un modo) distanti e stimolanti,
un uomo libero morirebbe di fame prima di portarsene uno alla bocca;
ugualmente (sì) un agnello rimarrebbe immobile
tra la voracità di due lupi selvaggi (fieri),
avendone paura nella stessa misura;
altrettanto farebbe un cane da caccia tra due daini (dame):
pertanto, se stavo zitto, non rimprovero me stesso,
stimolato in ugual misura (d’un modo) dai miei dubbi,
poiché era inevitabile, né mi lodo (commendo).
Io stavo zitto, ma traspariva sul mio volto (dipinto m’era nel viso) il desiderio
e insieme (con ello) la domanda, molto più ferventi (più caldo)
che se fossero stati espressi (distinto) a parole.
Beatrice fece la stessa cosa del profeta Daniele,
quando aveva sollevato il re Nabucodonosor dall’ira
che lo aveva reso ingiustamente crudele (fello), e mi disse:
«Vedo bene come i tuoi due desideri ti attirino a tal punto,
che la tua preoccupazione si intralcia (lega) da sola
in modo che non riesce a esprimersi.
Tu fai questo ragionamento (argomenti):
‘Se un’intenzione buona continua, per quale motivo la
violenza degli altri può diminuire (scema) la quantità del merito?’.
Inoltre (Ancor) è per te motivo di dubbio il fatto
che sembri che le anime (dopo la morte) ritornino
sulle stelle, come afferma Platone.
Queste sono le domande che premono (pontano, puntano)
con ugual forza sulla tua volontà (velle); e perciò parlerò
per prima di quella che contiene più veleno (felle).
Il Serafino che più si profonda in Dio (s’india),
Mosè, Samuele, e quello dei due Giovanni (Battista Evangelista)
che tu voglia, dico tutti, non esclusa la Madonna,
non hanno la loro sede (i loro scanni) in un cielo diverso
da quello delle anime che ti sono appena (mo) apparse,
e la loro esistenza non ha una maggiore o minore durata;
tutte invece adornano il cielo più alto,
e godono di una diversa beatitudine (differentemente han dolce vita)
per la loro maggiore minore capacità di accogliere (sentir più e men) l’amore divino (l’etterno spiro).
(Tali anime) ti sono apparse qui non perché a loro
sia destinata questa sfera, ma come simbolo sensibile
(per far segno) della loro più bassa condizione celeste.
All’intelletto umano è necessario parlare così,
perché solo dai dati sensibili (sensato) può cominciare
a conoscere le cose che poi eleverà (fa … degno) alla sfera intellettiva.
È per questo motivo che la Bibbia si adatta (condescende)
alle vostre capacità, e descrive Dio con mani e piedi,
ma vuole significare altre cose;
e la Santa Chiesa rappresenta con aspetto umano,
per voi, gli arcangeli Gabriele, Michele
e l’altro che guarì Tobia (Raffaele).
Ciò che Platone, nella sua opera Timeo,
afferma sullo stato delle anime non si accorda
con quello che si può vedere in questi cieli,
poiché sembra che egli creda veramente (senta) a quanto dice.
Egli afferma che l’anima torna alla propria stella,
poiché pensa che si sia staccata (decisa) da questa
quando la natura l’unì (al corpo) come suo principio vitale (forma);
e forse la sua opinione è di tipo diverso da come è espressa a parole,
e può avere un significato degno di non essere deriso.
Se egli intende far risalire ai diversi cieli i meriti
e le colpe (l’onor … e ’l biasmo) delle influenze celesti,
forse il suo ragionamento (suo arco) colpisce una parte di verità.
Tale principio, frainteso, traviò quasi tutte le genti,
così che per molto tempo si giunse (trascorse)
a dare ai cieli i nomi (nominar) di Giove, Mercurio e Marte.
L’altro dubbio che ti turba (ti commuove) è meno pericoloso,
perché ciò che in esso vi è di male (sua malizia)
non potrebbe comunque allontanarti dalla vera dottrina (da me).
Il fatto che la giustizia divina (nostra) possa
apparire ingiusta alla mente degli uomini
è prova di fede e non di iniquità eretica.
Ma poiché l’intelligenza umana (vostro accorgimento)
può facilmente comprendere questa verità,
ti soddisferò in ciò che desideri.
Se la violenza vera è quando la persona
che subisce (pate) non asseconda minimamente (nïente conferisce)
l’azione di chi le fa violenza, queste anime non furono giustificate per tale violenza,
poiché la volontà, se non vuole, non si piega (non s’ammorza),
ma agisce come la natura nel fuoco (che spinge le fiamme verso l’alto),
anche se mille volte una forza violenta lo torce.
Dunque, se tale volontà (ella) cede tanto o poco,
asseconda la violenza; e così queste anime fecero (fero)
quando ebbero la possibilità di tornare in monastero (nel santo loco).
Se la loro volontà fosse stata assoluta (intero),
come quella che Lorenzo conservò sulla graticola
e che rese Muzio Scevola drasticamente giusto (severo) verso la sua mano,
questa le avrebbe riportate (ripinte) lungo la strada
da cui erano state rapite, non appena nuovamente
libere; ma una volontà così ferma è rara.
Attraverso queste parole, se le hai comprese
come devi (dei), sarà risolta (casso) la questione
che avrebbe potuto intralciarti in molte altre occasioni.
Però adesso un altro difficile passaggio si frappone alla tua vista,
tanto arduo che con le tue sole forze non riusciresti a superarlo:
ti troveresti esausto prima.
Io ti ho messo nella mente la certezza (per certo)
che uno spirito beato non potrebbe dire cose false,
poiché è sempre vicino alla suprema verità;
e poi hai potuto sentire da Piccarda che Costanza
conservò sempre l’intima fedeltà al velo monacale;
e così sembra che ella mi contraddica.
È già successo (addivenne) molte volte, fratello,
che l’uomo, per sfuggire a un pericolo, contro voglia (contra grato)
abbia compiuto qualcosa che non si dovrebbe fare;
come fece Alcmeone quando uccise (spense) sua madre,
perché richiesto di ciò dal padre, e divenne esempio (si fé spietato)
per non commettere empietà (disobbedendo al dovere filiale nei confronti del padre).
Quando si è in tale situazione (A questo punto) devi capire
che la violenza si unisce alla volontà, e fanno in modo
che i peccati (offense) non possano essere scusati.
La volontà quando è assoluta non cede al male (non consente al danno);
ma in tanto vi acconsente in quanto teme,
ritraendosi, di subire una maggior sofferenza.
Perciò quando Piccarda dice (spreme) quelle cose,
si riferisce alla volontà assoluta, io invece a quella relativa;
pertanto tutte e due diciamo la verità».
Tale fu il fluire del santo ruscello (le parole di Beatrice)
che sgorgò dalla sorgente di tutte le verità;
e questo soddisfece entrambi i miei desideri.
«O donna prediletta (amanza) del primo amore, o
divina – dissi poi –, il cui parlare mi colma e riscalda talmente,
che sempre più si rinvigorisce, la mia forza di sentimenti (affezion)
non è così intensa da riuscire a ricambiare la vostra grazia
con pari gratitudine; ma colui che vede e può
compensi a questa insufficienza (a ciò risponda).
Capisco bene come la mente umana
non possa mai appagarsi, se non la illumina (illustra)
quella verità fuori della quale un’altra non può esistere (nessun vero si spazia).
E quando l’ha raggiunta si placa in essa
come la fiera nella tana (lustra); e la può (puollo) raggiungere;
altrimenti (se non) ogni desiderio sarebbe vano (frustra).
Per quel desiderio, come il germoglio della pianta,
nasce il dubbio dalle radici della verità: ed è la natura che ci spinge,
di ostacolo in ostacolo, alla cima (della verità).
E tale desiderio di conoscere (Questo) mi spinge
e mi rassicura a chiedervi rispettosamente, signora,
a proposito di un’altra verità a me non chiara.
Vorrei sapere se una persona può compensare (sodisfarvi)
i voti incompiuti con altre opere meritorie,
tali che non risultino insufficienti per la vostra bilancia (statera)».
Beatrice mi fissò con lo sguardo ricolmo
di faville d’amore così sublimi, che la mia facoltà visiva,
superata, voltò le spalle, e per poco non venni
meno (quasi mi perdei) con gli occhi abbassati.
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Purgatorio Canto 4 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del quarto canto del Purgatorio. In questo canto Dante e Virgilio incominciano la salita del monte del purgatorio, ed essendo lunga e ripida, Dante scoraggiato avverte subito l'immane fatica che dovrà affrontare. Virgilio gli spiega che è dovuto al peso del peccato a cui è sottoposto e che man mano se ne sarà liberato il percorso gli sarà più facile ed agevole.  Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 4 del Purgatorio.



Le figure retoriche

Che crede / ch’un’anima = enjambement (vv. 5-6).

O vede / che tegna forte = enjambement (v. 7-8).

Salito era = anastrofe (v. 15). Cioè: "era salito".

Salito era / lo sole = enjambement (vv. 15-16).

Quando venimmo = enjambement (vv. 16-17).

Maggiore aperta molte volte impruna con una forcatella di sue spine l’uom de la villa quando l’uva imbruna, che non era la calla onde saline lo duca mio, e io appresso, soli, come da noi la schiera si partìne = similitudine (vv. 19-24). Cioè: "Molto più aperto è il buco che spesso il contadino riempie con una manciata di spine di pruno quando l’uva comincia a maturare, rispetto al sentiero attraverso il quale salì il mio maestro e io dietro di lui".

Con le piume / del gran disio = enjambement (vv. 28-29).

Il poggio tutto gira = anastrofe (v. 48). Cioè: "circonda tutto il monte".

Stava / stupido = enjambement (vv. 58-59).

Carro de la luce = perifrasi (v. 59). Per indicare il sole.

Specchio che sù e giù del suo lume conduce = perifrasi (vv. 62-63). Per indicare il sole.

In su la terra stare = anastrofe (v. 69). Cioè: "stare sulla Terra"

Unquanco non vid’io chiaro sì com’io discerno là dove mio ingegno parea manco, che ‘l mezzo cerchio del moto superno, che si chiama Equatore in alcun’arte, e che sempre riman tra ‘l sole e ‘l verno, per la ragion che di’, quinci si parte verso settentrion = similitudine (vv. 76-83). Cioè: "non ho mai compreso così chiaramente alcuna cosa, davanti alla quale il mio ingegno pareva insufficiente, come ora comprendo che il cerchio mediano della rotazione celeste, che in astronomia si chiama Equatore, e che rimane sempre tra il sole e l’inverno, per il motivo che tu dici, si allontana da questo monte verso settentrione, mentre gli Ebrei lo vedevano allontanarsi verso il sud".

Discerno / là dove = enjambement (vv. 77-78).

Tra ‘l sole e ‘l verno = metonimia (v. 81).

Si parte / verso settentrion = enjambement (v. 82-83).

Calda parte = anastrofe perifrasi(v. 84). Cioè "la zona calda", per indicare il sud.

Volontier saprei / quanto = enjambement (vv. 85-86)

Che sù andar ti fia leggero com’a seconda giù andar per nave = similitudine (vv. 92-93). Cioè: "che il salire sarà per te agevole come per una nave scendere la corrente di un fiume".

Di riposar l’affanno aspetta = anastrofe (v. 95). Cioè: "aspetta che si plachi l'affanno".

Stavano a l’ombra dietro al sasso come l’uom per negghienza a star si pone = similitudine (v. 104-105). Cioè: "(le anime) stavano all'ombra dietro il sasso, come qualcuno che riposa negligente".

Per negghienza a star si pone = anastrofe (v. 105). Cioè: "nella posizione che si assume per negligenza".

‘l viso = sineddoche (v. 108). La parte per il tutto, il viso anziché la testa.

E poscia / ch’a lui = enjambement (vv. 117-118).

Non dole / di te = enjambement (vv. 123-124).

Assiso quiritto se’ = anastrofe (v. 124-125). Cioè: "perché sei seduto proprio qui".

Lo modo usato = anastrofe (v. 126). Cioè: "le vecchie abitudini".

A la riva / cuopre = enjambement (vv. 138-139).
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Purgatorio Canto 3 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del terzo canto del Purgatorio. In questa canto Dante e Virgilio si trovano ancora sulla spiaggia del Purgatorio e si incamminano verso la montagna. Virgilio inizia un discorso sulla giustizia divina e invita gli uomini ad accettarne il mistero, inoltre racconta che i saggi che in passato erano desiderosi di svelarne il mistero, si trovano adesso a scontare la loro pena nel limbo. Qui incontrano le anime dei contumaci e tra i personaggi di spicco vi è Manfredi di Svevia. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 3 del Purgatorio.



Le figure retoriche

O dignitosa coscienza e netta = apostrofe (v. 8). Cioè: "o nobile e pura coscienza".

Lo ‘ntento rallargò, sì come vaga = similitudine (v. 13). Cioè: "si allargò come desiderosa di vedere altro".

Viso = sineddoche (v. 14). Il tutto per la parte. il viso anziché lo sguardo.

Con paura / d’essere abbandonato = enjambement (vv. 19-20).

E ‘l mio conforto = perifrasi (v. 22). Per indicare Virgilio.

Non credi tu me teco = ellissi (v. 24). Cioè: "non credi tu che io sia con te".

È sepolto / lo corpo = enjambement (vv. 25-26).

Chinò la fronte = sineddoche (v. 44). La parte per il tutto, la fronte anziché il capo.

Piè del monte = metafora (v. 46). Cioè: "l'inizio della salita della montagna".

La più rotta ruina è una scala = antitesi (v. 50). Cioè: "la roccia più scoscesa e impervia a confronto di quella è una scala".

Viso = sineddoche (v. 55). Il tutto per la parte. il viso anziché lo sguardo.

Del cammin la mente = anastrofe (v. 56). Cioè: "nella mente (riflettevo) del cammino".

Io mirava suso intorno al sasso = metafora (v. 57). Cioè: "io guardavo in alto intorno alla parete rocciosa".

Una gente / d’anime = enjambement (vv. 58-59).

Duri massi / de l’alta ripa = enjambement (vv. 70-71).

Stetter fermi e stretti com’a guardar, chi va dubbiando, stassi = similitudine (vv. 71-72). Cioè: "e rimasero fermi lì, proprio come chi, mentre mentre cammina, si arresta dubbioso a guardare".

Come le pecorelle escon del chiuso a una, a due, a tre, e l’altre stanno timidette atterrando l’occhio e ‘l muso; e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, addossandosi a lei, s’ella s’arresta, semplici e quete, e lo ‘mperché non sanno; sì vid’io muovere a venir la testa di quella mandra fortunata allotta = similitudine (vv. 79-86). Cioè: "Come le pecorelle escono dall'ovile, a una, a due, a tre per volta, e le altre stanno ferme, timorose e tengono il muso e l'occhio in basso; e ciò che fa la prima fanno anche le altre, andandole addosso se questa si ferma, semplici e mansuete, e non conoscono il motivo del loro comportamento; così io vidi muoversi verso di noi la testa di quella schiera di anime fortunate".

Di quella mandra fortunata allotta = metafora (v. 86). Cioè: "anime muoversi in maniera disordinata".

Pudica in faccia e ne l’andare onesta = chiasmo (v. 87). Cioè: "pudiche nell'aspetto e dignitose nei movimenti".

Vider rotta / la luce = enjambement (vv. 88-89).

Biondo era = anastrofe (v. 107).

Chiunque / tu se’ = enjambement (vv. 103-104).

Biondo era e bello e di gentile aspetto = enumerazione (v. 107).

Di gentile aspetto = metonimia (v. 107). Cioè: "di nobile aspetto", l'effetto (gentile) per la causa (nobile).

Disdetto d’averlo = enjambement (vv. 109-110).

Visto mai = anastrofe (v. 110). Cioè: "mai visto".

Di Costanza imperadrice = anastrofe (v. 113). Cioè: "dell'imperatrice Costanza".

Genitrice / de l’onor = enjambement (vv. 115-116).

A quei che volontier perdona = perifrasi (v. 120). Cioè: "colui che volentieri perdona, Dio".

Li peccati miei = anastrofe = (v. 121). Cioè: "i miei peccati".

A la caccia / di me = enjambement (vv. 124-125).

Sarieno ancora / in co del ponte = enjambement (vv. 127-128). Cioè: "sarebbero ancora all'estremità del ponte".

De la grave mora = latinismo (v. 129). Cioè: grave nel senso di pesante.

Mentre che la speranza ha fior del verde = metafora (v. 136). Cioè: "finché la speranza ha ancora un poco di verde, finché c'è un po' di speranza".

In contumacia more / di Santa Chiesa = enjambement (vv. 136-137).
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Purgatorio Canto 2 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del secondo canto del Purgatorio. In questa canto Dante e Virgilio si imbattono nell'angelo nocchiero, incaricato di raccogliere sulla sua barca le anime salve destinate al Purgatorio; incontrano le anime dei penitenti e tra questi l'amico Casella che intona una canzone in grado di attirare l'attenzione di tutte le anime e questo fa arrabbiare Catone che le rimprovera per la loro lentezza e negligenza invitandole a correre. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 2 del Purgatorio.



Le figure retoriche

A l’orizzonte giunto = anastrofe (v. 1). Cioè "giunto all'orizzonte".

Più alto punto = anastrofe (v. 3). Cioè "col suo punto più alto".

Di Gange fuor = anastrofe (v. 5). Cioè: "fuori dal Gange".

Sì che le bianche e le vermiglie guance...divenivan rance = personificazione(v. 7). Il soggetto non è una persona bensì l'alba.

Come gente che pensa a suo cammino, che va col cuore e col corpo dimora = similitudine (vv. 11-12). Cioè: "come coloro che pensano al cammino che devono fare e sono pronti col desiderio, ma rimangono fermi con il corpo".

Va col cuore = metonimia (v. 12). Il concreto per l'astratto, il cuore invece che il desiderio.

Qual, sorpreso dal mattino, per li grossi vapor Marte rosseggia giù nel ponente sovra ‘l suol marino, cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia, un lume per lo mar venir sì ratto = similitudine (vv. 13-17). Cioè: "come sorpresa dal mattino, Marte, rosseggia sulla superficie del mare a causa dei vapori densi che lo avvolgono, così mi apparve e, possa rivederla ancora, una luce che veniva dal mare".

Che ‘l muover suo nessun volar pareggia = similitudine (v. 18). Cioè: "così rapidamente che nessun volatile può eguagliare il suo modo di muoversi".

Ebbi ritratto / l’occhio = enjambement (vv. 19-20).

Ritratto l’occhio = sineddoche(vv. 19-20). Cioè: "distolsi gli occhi", il singolare per il plurale, l'occhio invece degli occhi.

Lucente e maggior = endiadi (v. 21).

M’appario / un non sapeva = enjambement (vv. 22-23).

Omai vedrai di sì fatti officiali = perifrasi (v. 30). Per indicare i ministri, le figure autorevoli che incotreranno nel purgatorio.

Non si mutan come mortal pelo = similitudine (v. 36). Cioè: "che non si trasformano come le penne dei mortali".

Venne / l’uccel divino = enjambement (vv. 37-38).

L’uccel divino = perifrasi (v. 38). Per indicare l'angelo di Dio.

Snelletto e leggero = endiadi (v. 41).

Tal che faria beato pur descripto = iperbole (v. 44).

Selvaggia/ parea del loco = enjambement (vv. 52-53).

Selvaggia parea = anastrofe (vv. 52-53). Cioè: "sembrava inesperta".

Rimirando intorno come colui che nove cose assaggia = similitudine (vv. 53-54). Cioè: "si guardava intorno come colui che sperimenta cose nuove"

Saettava il giorno / lo sol = enjambement (vv. 55-56).

Lo sol, ch’avea con le saette conte = metafora (v. 56). Cioè: "il sole, con le sue saette infallibili".

La fronte = sineddoche (v. 58). Cioè: "la testa", la parte per il tutto.

Lo salire omai ne parrà gioco = metafora (v. 66). Cioè: "salire il monte ci sembrerà uno scherzo, un gioco".

E come a messagger che porta ulivo tragge la gente per udir novelle, e di calcar nessun si mostra schivo, così al viso mio s’affisar quelle anime fortunate tutte quante, quasi obliando d’ire a farsi belle = similitudine (vv. 70-75). Cioè: "E come la gente si affolla intorno al messaggero che porta notizie di pace, e nessuno si sottrae alla calca, così quelle anime destinate alla salvezza puntarono su di me i loro sguardi, quasi dimenticando di andare a purificarsi".

Trarresi avante / per abbracciarmi = enjambement (vv. 76-77).

Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto = apostrofe (v. 78). Cioè: "Oh ombre vane, tranne che nell'aspetto".

Com’io t’amai / nel mortal corpo = enjambement (vv.88-89).

L’ala = sineddoche (v. 103). Il singolare per il plurale, l'ala invece delle ali.

Alquanto / l’anima mia = enjambement (vv. 109-110).

Amor che ne la mente mi ragiona = personificazione (v. 112).

La dolcezza ancor dentro mi suona = metafora (v. 114). Cioè: "la dolcezza di quel canto risuona ancora dentro di me".

Come a nessun toccasse altro la mente = similitudine (v. 117). Cioè: "come se a nessuno altri pensieri sfiorassero la mente".

Fissi e attenti = endiadi (v. 118).

Attenti / a le sue note = enjambement (vv. 118-119).

Correte al monte a spogliarvi lo scoglio = metafora (v. 122). Cioè: "correre al monte per liberarvi del peccato".

Come quando, cogliendo biado o loglio, li colombi adunati a la pastura, queti, sanza mostrar l’usato orgoglio, se cosa appare ond’elli abbian paura, subitamente lasciano star l’esca, perch’assaliti son da maggior cura; così vid’io quella masnada fresca lasciar lo canto = similitudine (vv. 124-131). Cioè: "Come quando i colombi, beccando biada o zizzania, radunati per il pasto, quieti e senza mostrare il consueto orgoglio, se appare qualcosa che li spaventa lasciano subito il cibo perché sono assaliti da una preoccupazione maggiore; così io vidi quelle anime appena arrivate abbandonare il canto".

E fuggir ver’ la costa, com’om che va, né sa dove riesca = similitudine (vv. 131-132). Cioè: "e correre verso la montagna come qualcuno che va senza sapere dove andrà a finire".
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Paradiso Canto 3 - Parafrasi



Le anime del cielo della Luna, mosso dagli angeli, appaiono evanescenti. Tra esse Piccarda Donati, sorella di Forese, che spiega che qui stanno i beati che vennero meno ai loro voti. Ella fu rapita a forza dal convento, e sorte analoga fu anche quella dell'imperatrice Costanza.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 3 del Paradiso. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Beatrice (Quel sol) che per prima (pria) accese
l’amore nel mio cuore, mi aveva rivelato il dolce
aspetto della bella verità, dimostrando e confutando (riprovando);
e io, per dichiararmi corretto dell’errore
e convinto della verità (certo), nel rispetto della convenienza (tanto quanto si convenne)
alzai il capo più alto (erto) per parlare (proferer);
ma mi apparve una visione che mi tenne
così legato a sé solo al vedersi,
che mi dimenticai della mia dichiarazione (confession).
Come attraverso vetri trasparenti e puliti, ovvero
in sorgenti limpide e quiete, non tanto profonde
che i fondali diventino invisibili (persi), i lineamenti
(le postille) dei nostri volti si riflettono (tornan) tenui
al punto che (la vista di) una perla su di una fronte
bianca non giunge meno evidente ai nostri occhi,
così io vidi alcuni volti disposti a parlare; per questo
caddi nell’equivoco opposto (dentro all’error contrario corsi)
a quello che fece nascere l’amore tra Narciso (l’omo) e la fonte.
Non appena io mi accorsi di esse, giudicandole
immagini riflesse (specchiati sembianti), volsi
gli occhi per vedere chi fossero; ma non vidi nulla,
e li rigirai davanti a me, rivolti al viso luminoso della
mia dolce guida, la quale già sorrideva
risplendendo negli occhi santi.
Mi disse: «Non stupirti del mio sorriso per il
tuo pensiero (coto) infantile, poiché esso non poggia
ancora con sicurezza il piede sulla verità, ma ti
fa rigirare a vuoto, come avviene di solito; quelli che
tu vedi sono esseri reali (vere sustanze), confinati
in questo luogo (qui rilegate) per aver mancato ai
voti. Perciò discorri, ascolta e credi a loro, giacché
la verità divina (la verace luce) che li rende completamente
felici (li appaga) non permette loro di allontanarsi da essa».
Io mi rivolsi (drizza’mi) all’anima (ombra) che
sembrava più desiderosa di parlare, e iniziai a dire,
come una persona a cui (cui) un desiderio troppo
intenso toglie lucidità (smaga): «O spirito nato alla
beatitudine (ben creato), che, irradiato dalla Grazia
divina, ne senti quella dolcezza che non può essere
compresa se non la si gusta, mi sarebbe gradito
se tu mi soddisfacessi del tuo nome e della vostra condizione».
Allora quell’anima, subito (pronta) e con occhi gioiosi
disse: «Il nostro sentimento di carità non chiude le porte
a un buon desiderio, non altrimenti dalla carità di Dio (quella)
che rende tutto il suo regno (sua corte) simile a lui.
Io sulla terra fui monaca (vergine sorella)
e se bene ricerchi nella tua memoria (mente), non
mi nasconderà a te il fatto che ora io sia più bella,
ma riconoscerai in me Piccarda che, qui assegnata (posta qui)
insieme con queste altre anime beate,
sono beata nel cielo che gira più lentamente (la spera più tarda).
I nostri sentimenti, che ardono solo nella
gioia dello Spirito Santo, traggono felicità dall’essere
conformi all’ordine da lui stabilito. E questa
condizione che appare così bassa, ci è data per
questo, perché i nostri voti furono
trascurati (negletti) e mancanti in alcune parti».
E io (dissi) a lei: «Nelle vostre meravigliose
sembianze riluce qualcosa di sovrannaturale che
vi trasfigura dalle immagini (concetti) primitive;
per questo non sono stato sollecito (festino) nel
ricordarmi; ma adesso le cose che tu mi dici mi
aiutano, così che mi è più facile (latino) riconoscerti.
Ma dimmi: voi, che in questo cielo avete la vostra
felicità, non desiderate un luogo più elevato per
contemplare e amare meglio (più farvi amici) Dio?».
Prima accennò appena un sorriso insieme
alle altre anime, e poi rispose con tanta gioia che
sembrava infiammata di amore divino (primo foco):
«Fratello, la forza della carità appaga (quïeta) il nostro
desiderio, che ci fa desiderare soltanto ciò che
abbiamo, e non ci fa sentire il bisogno di altro.
Se desiderassimo essere più in alto (superne),
i nostri desideri sarebbero contrastanti con la
volontà di Dio, che ci distribuisce (ne cerne) qui (in
Paradiso); il che tu capirai che in questi cieli non
può aver luogo (capere), dato che è necessario qui
essere in spirito di carità, e se rifletti bene sulla sua natura.
È anzi essenziale (formale) alla condizione
di vita beata stare all’interno della volontà divina,
per cui i nostri stessi desideri diventano uno solo;
cosicché a tutto il Paradiso (a tutto il regno) piace
come noi siamo distribuite di gradino in gradino nei
vari cieli, come piace al re, che ci fa desiderare ciò
che lui vuole. Nella sua volontà è la nostra beatitudine:
essa è quel mare verso cui scorre tutto ciò
che ha creato e ciò che la natura opera».
Mi fu chiaro, a quel punto, come in cielo
ogni luogo sia di beatitudine (paradiso), sebbene
(etsi) la Grazia divina (del sommo ben) non vi scenda
in egual misura (un modo). Ma come accade
che, se di un cibo ci si è saziati e rimane golosità
di un altro cibo, si ringrazia di quello e si chiede
(chere) di questo, così feci io con l’atteggiamento
(atto) e con le parole, per sapere da lei quale fu la
tela ordita di cui (onde) non portò a termine (co) la spola.
Mi disse: «Santità di vita e nobili meriti (merto)
pongono in cieli più alti una donna (s. Chiara),
seguendo la cui regola sulla vostra terra si prende l’abito e il velo monacale,
perché si vegli (vegghi) e si dorma fino alla morte
con Cristo (quello sposo) che accoglie tutti i voti
che la carità rende concordi al suo volere.
Per seguirla, fuggii da adolescente dal mondo civile,
e riparai sotto la veste monacale (nel suo abito mi chiusi)
e feci voto di seguire la strada del suo ordine.
Ma poi degli uomini, soliti più al male che alla virtù,
mi strapparono fuori del caro monastero (chiostra):
Dio solo può sapere quale vita condussi (fusi) da quel momento in poi.
E quest’altra anima fulgente che vedi
alla mia destra e che si illumina di tutta la luce di
questo cielo può attribuire a se stessa quello che
ho narrato di me: fu monaca (sorella), e similmente (così)
le fu strappato dal capo il santo velo che le ombreggiava il volto.
Ma anche quando fu riportata (rivolta)
nel mondo civile contro il suo volere e contro
ogni norma morale (buona usanza), non si allontanò
mai nel suo cuore da quel velo. Questo è lo spirito
della nobile (gran) Costanza, che diede al mondo,
dal secondo imperatore (vento) di Svevia,
il terzo e ultimo signore (possanza)».
Così mi parlò, poi cominciò a cantare
‘Ave Maria’, e cantando svanì come un oggetto
pesante (grave) in acqua profonda (cupa).
La mia vista, che tanto la seguì quanto fu possibile,
dopo averla persa si volse verso
l’oggetto (segno) di maggior desiderio,
e si rivolse tutta a Beatrice;
ma quella folgorò nei miei occhi in modo tale
che immediatamente lo sguardo non lo resse;
e questo mi rese più lento (tardo) nel domandare.
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