Franz Kafka - Vita e Opere



L'infanzia e l'educazione
Franz Kafka nasce a Praga nel 1883: il padre Hermann era un commerciante di origine ebraica mentre la madre Julie Löwy era una donna colta e dal carattere docile. Il padre aveva un aspetto imponente e autoritario nelle maniere, domina prepotentemente la fragile personalità del figlio, che sogna spesso di fuggire da casa. L'incoerenza e la brutalità della sua educazione sono tali da farlo sentire responsabile anche di azioni che non ha commesso.


La lettera al padre
I disagi psicologici derivanti da questo rapporto conflittuale saranno documentati in una famosa lettera-confessione del 1919, la Lettera al padre, dalla quale emergono, in tutta la loro drammaticità, la debolezza del giovane, le accuse di parassitismo che gli sono rivolte, l'estremo bisogno di affetto e di comunicazione, la sua inettitudine al matrimonio e gli affari, i due pilastri su cui si reggeva la società piccolo e medio borghese dell'epoca. Si tratta di un'accurata autoanalisi, ma nello stesso tempo di una testimonianza storica che rappresenta la crisi di un mondo impietoso e falsamente moralista.
Dopo aver superato l'esame di maturità, nel 1901, s’iscrive all'Università tedesca di Praga, dove si laureerà, nel 1906, in Giurisprudenza, lavorando poi dopo un breve periodo presso la corte di giustizia, in un istituto di assicurazioni. Legge i classici della letteratura tedesca e francese, oltre ai filosofi greci.


Il Diario
A partire dal 1910, datano le pagine del "Diario", espressione di un forte desiderio di narrarsi, di trascrivere sulla pagina i progetti mancati e i desideri insoddisfatti. Si interessa di spiritismo e della cultura ebraica. Nel 1912, conosce la dirigente di una ditta di Berlino, Felice Bauer, che lo attrae per le sue qualità di donna volitiva, pratica e sicura; ma il padre si oppone decisamente al matrimonio.


Il verdetto e le tematiche psicanalitiche
Il 1912, è anche l'anno della stesura delle sue prime opere. Fra queste "Il verdetto", racconto scritto in una sola notte, in cui si trova la conclusione antiedipica di un conflitto padre - figlio: il padre condanna il figlio a morte per annegamento, e questi esegue amorevolmente la sentenza. In questa acuta e sofferta trasposizione di tematiche psicanalitiche dalla vita alla letteratura, l'autore avverte come insopprimibile il senso di colpa causatagli dall'autorità paterna, fino a considerare se stesso, metaforicamente, come uno spregevole insetto.


La metamorfosi, l'alienazione, regressione e inversione
Così il protagonista del racconto lungo "La metamorfosi" (1916), Gregor Samsa, si sveglia un giorno una mattina trasformato in un enorme scarafaggio e, senza meraviglia della sua nuova quanto strana condizione, inizia una vita parassita fra le mura domestiche, lasciandosi alla fine morire di fame.
Kafka utilizza, come sfondo, lo stesso ambiente in cui vive la propria famiglia, estendendo poi la sua critica alla società del XX secolo, i cui valori dominanti, sono il successo e il guadagno. Emerge prepotentemente anche la forte rivalità del protagonista nei confronti del padre, esponente di quel mondo borghese ipocrita e perbenista rispetto al quale lo scrittore si sente irrimediabilmente diverso. L'alienazione dell'individuo del suo io più vero e profondo, emerge dall'analisi cruda del sistema capitalistico.
Il motivo della metamorfosi, rappresenta la regressione al mondo delle paure infantili, per l'incapacità di affrontare una realtà adulta. Ne scaturisce di rintanarsi e di chiudersi in un mondo tutto personale, nel quale ritrovare un impossibile segreto e la negata serenità, ossia l’identità del soggetto per sempre perduta.
Di grande interesse, infine, è la particolare tecnica narrativa usata dall'autore, cioè la tecnica dell'inversione, in cui risultano capovolti i piani narrativi del reale e dell'irreale.
Kafka, presenta come realmente accaduti degli avvenimenti impossibili, mentre la realtà perde, per il protagonista, ogni consistenza e significato.


Il disperso (Amerika)
L'altro importante lavoro, avviato nel 1912 ma rimasto incompiuto, è Il disperso, pubblicato postumo nel 1927 con il titolo di Amerika. Si tratta di una sorta di enciclopedia di generi diversi intrecciati fra loro: dal romanzo realistico a quelli di appendice, del genere avventuroso alla favola.
Il protagonista Karl Rossmann, persona ingenua e piena di ideali, si rifiuta di crescere mentalmente e si rifugia nella sua infanzia inviolata; egli rispecchia il punto di vista dell'autore, sebbene la narrazione si svolge in terza persona (stile tipico kafkiano per proiettare le proprie angosce e i fantasmi interiori).


Il processo
Nel 1914 Kafka scrive un altro capolavoro, Il processo, che contiene anch'esso una forte carica autobiografica.
Il funzionario di banca Josef K. viene  arrestato mentre è ancora a letto e portato in tribunale senza che gli venga spiegata l'imputazione; pur essendo senza colpa, subisce passivamente l'interrogatorio, trasformandolo in una sorta di autoaccusa e di confessione volontaria. Ancora una volta lo scrittore è interessato alle non-reazioni degli uomini, più che alle cose o agli avvertimenti. Alla fine il protagonista verrà condannato senza ragioni e giustiziato da due persone qualsiasi, che lo accompagnano in un luogo appartato e gli immergono un coltello nel cuore. Ai motivi della privazione dell'identità, dell'impotenza e della colpa, si aggiunge la satirica rappresentazione del provincialismo e della burocrazia di una società che si impadronisce dell'individuo fino a distruggerlo. La dimensione dell'assurdo, che nella Metamorfosi si esprimeva attraverso un caso del tutto eccezionale e inverosimile, si estende qui all'intera esistenza, diffondendo anche le sue manifestazioni più normali e comuni. Proprio perché è appena percettibile, indeterminata e priva di senso, l'angoscia diventa così uno stato d'animo assoluto, opprimente e incombente.


Gli ultimi anni
Al medesimo anno risale la stesura di alcuni fra i racconti più suggestivi, come Nella colonia penale, La costruzione della muraglia cinese e Il canto delle sirene. Segue un periodo di pausa letteraria, in cui Kafka prende finalmente la decisione di staccarsi dalla famiglia per vivere da solo. Nel 1918 soggiorna presso la sorella Ottla, alla quale era legato da un affetto particolare.
Rientrato a Praga, attraversa una profonda crisi religiosa, che lo conduce alla fede in un Dio personale e alla negazione del dogma del peccato originale. A questi ripensamenti non sono estranee le sofferenze dei reduci e la difficile situazione del dopoguerra.
Aveva intanto avvertito i primi sintomi della tubercolosi, che, dopo diversi ricoveri in sanatorio, lo renderà alla fine incapace di parlare, conducendolo alla morte nel 1924.
Le sue opere furono pubblicate quasi tutte postume dall'amico Max Brod, nonostante la volontà dell'autore di vederle distrutte.


Il castello
Negli ultimi anni aveva lavorato al romanzo Il castello, rimasto incompiuto. Il protagonista, designato con la sola lettera K., vorrebbe chiedere al signore di un castello il permesso di esercitare il proprio mestiere di agrimensore, ma uno stuolo di burocrati e di funzionari gli impedisce ogni volta di essere ricevuto, mentre è guardato con sospetto e ostilità dagli abitanti del villaggio.
Solo una persona si offre di aiutarlo, ma egli è addormentato, non la sente. Qui si interrompe il racconto, che avrebbe dovuto concludersi con la scena in cui, mentre sta morendo, il protagonista viene finalmente accettato e accolto da tutti. Proiezione dell'impotenza e delle frustrazioni dell'individuo, che si trova ovunque alienato e disperatamente solo, il romanzo esprime anche una tormentosa ansia di conoscenza, simbolo di una ricerca della verità assoluta che non è dato tuttavia conoscere.
Anche qui, come in altre opere di Kafka, non compare per esteso il nome del protagonista, quasi a voler significare la perdita che l'individuo contemporaneo ha subìto della propria identità (anche se l'uso dell'iniziale K. riconduce alla figura dell'autore stesso).
L'assurdo kafkiano (l'aggettivo ormai comunemente usato) rappresenta la manifestazione più tragica e cupamente grandiosa della letteratura della crisi dei primi anni del Novecento, che, dopo aver distrutto le attese esistenziali e le illusioni del singolo, scuote alle radici le presunzioni e le menzogne di un'intera civiltà, mostrandone l'irreversibile declino.
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Riassunto vita: Andrè Breton



André Breton nasce a Tinchebruy nel 1896. A Parigi inizia a studiare medicina, interessandosi soprattutto di neuropsichiatria. Nello stesso tempo si manifesta la sua passione per la poesia; è affascinato dall'esperienza di Rimbaud e le sue prime prove nascono sotto l'influenza del Simbolismo.

Durante la grande guerra presta servizio in ospedale psichiatrici, legge Freud (che conoscerà nel 1921) e incontra Apollinaire, che fa lievitare la sua vocazione di poeta. Alla fine del conflitto, infatti, fonda, con Philippe Soupault e Louis Aragon, «Littérature», una rivista sulla quale intraprende la teorizzazione della dissociazione psichica e dell'automatismo dell'espressione, avviando le prime esperienze di scrittura automatica.

Nel 1920 escono i Campi magnetici, composti in collaborazione con Soupalt. Ha dei contatti con Tzara, ma presto si allontana dall'esperienza dadaista, per dare vita a Parigi, nel 1924, alla «Centrale di Ricerche Surrealiste», i cui obiettivi vengono formulati nei due manifesti del Surrealismo (1924 e 1930).

Escono in questi anni, e in quelli immediatamente successivi, alcune delle sue opere più importanti. Fra queste ricordiamo il lungo racconto Nadja (1928), dove rifiuta la finzione della scrittura romantica e propone un antiromanzo che si sviluppa in un clima allucinato fra sogno e realtà; Vasi comunicanti (1932); L'amore folle e l'Antologia dell'humor nero, del 1937.

Dopo l'invasione della Francia da parte dei nazisti si rifugia negli Stati Uniti e a New York fonda nel 1941 una nuova rivista, «VVV», insieme a Max Ernst, Marcel Duchamp ed altri.

Ritornato in Francia, alla fine del conflitto riprende l'attività di un tempo, sebbene il Surrealismo si fosse spento già prima dell'inizio della tragedia bellica. Per Breton arrivano i momenti del bilancio. Alla raccolta delle sue poesie, uscita nel 1948, seguono i Sentieri della libertà (1953), che sono un consuntivo del decennio precedente.

Muore a Parigi nel 1966.
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Saliente: analisi e commento - Guillaume Apollinaire




Testo




Analisi del testo e commento

Riprendendo i procedimenti paroliberisti proposti da Marinetti, Apollinaire si pone come il più significativo anello di congiunzione fra il Futurismo e i successivi movimenti dell'avanguardia europea, il Dadaismo e il Surrealismo, che videro in lui un precursore.

In questo testo usa il principio della varietà e libertà compositiva, disponendo le parole - scritte con caratteri diversi - secondo linee orizzontali, verticali e oblique (spesso Apollinaire userà anche le linee curve).

Sul piano tematico la situazione si riferisce a un momento della guerra, in cui lo scoppio di una granata, rompendo l'atmosfera di quiete, riporta alla memoria la serenità di un tempo, animata dalle presenze femminili.

Il "saliente" indica la zona più avanzata nell'occupazione di una linea militare, che sporge in fuori verso le linee nemiche; dove conviene stare con attenzione sempre tesa, poiché è qui che può scatenarsi da un momento all'altro l'attacco. In giro c'è una falsa aria di pace: un soldato senz'armi, una scopa di frasche tra le pietre, una biscia che guarda immobile; e a un tratto una granata si affonda nel terreno molle, la biscia è annientata, non resta che un cratere liscio fra altri più piccoli, come un pastore fra le pecore. Strani ricordi di pace: una fila di ragazze andava lungo il canale. Sui margini della poesia si può scrivere un nome di donna amata da Apollinaire - Lou - che appartiene anch'esso al passato e, accanto, un fiero "viva il Capitano", in gergo militaresco.

Lionato = di colore fulvo, che ricorda il manto del leone.

Svastica = antico segno simbolico, divenuto poi tristemente famoso per essere stato adottato, come emblema, dai nazisti e da altri movimenti antisemiti.

Ay = è una località della Francia, in Champagne sulla Marna, dove si producono vini assai rinomati.
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Riassunto vita: Guillaume Apollinaire



Guillaume Apollinaire nasce a Roma nel 1880 dall'unione di una nobildonna polacca con un ex ufficiale borbonico. Frequenta il Collège Saint-Charles a Monaco e, per la chiusura di questo, continua gli studi a Cannes, Nizza e Monaco. Dopo il diploma, conseguito nel 1898, incomincia a tradurre dall'italiano.

L'anno successivo si stabilisce a Parigi e, per guadagnare denaro, nel 1901 scrive il primo in una serie di romanzi pornografici. Lavora intanto a diverse poesie raccolte, poi in Alcools, che riunisce cinquanta componimenti scritti fra il 1898 e il 1913, l'anno in cui l'opera viene data alle stampe. Sempre nel 1902 lavora come impiegato in banca e inizia una fitta collaborazione con importanti riviste.

Nel periodo della rivoluzione cubista Apollinaire pubblica Onirocritique (1908). Nello stesso anno scrive la prefazione al catalogo della mostra di Georges Braque, che, con Picasso, diviene il massimo esponente del Cubismo. Contemporaneamente si occupa di letteratura femminile e pubblica le Opere di Sade. Nel 1910 esce una raccolta di racconti intitolata L'eresiarca & C., e nel 1913 il celebre scritto su I pittori cubisti. Meditazioni estetiche.

In quello stesso anno entra in contatto con Marinetti e pubblica il manifesto L'antitradizione futurista, collaborando a «Lacerba» e l'interesse per il moderno lo porta a sostenere anche la pittura metafisica di Giorgio de Chirico. Allo scoppio della guerra, si arruola come volontario e parte per il fronte, ma nel 1916 viene ferito alla testa. Dopo la complessa operazione chirurgica rientra a Parigi per la convalescenza e pubblica Il poeta assassinato.

Fu sospettato di essere l'autore del furto del dipinto della Gioconda, stessa sorte toccò anche a Pablo Picasso, e per questo venne arrestato, ma risultò del tutto estranei ai fatti dal momento che il vero ladro non era altro che un dipendente del Louvre che avrebbe voluto restituirla all'Italia.

Nei due anni successivi mette a punto i Calligrammi (Calligrammes) per la pubblicazione. Questa nuova raccolta include 86 poesie, di cui però solo 19 hanno la vera struttura del "calligramma", della composizione figurata. Sono poesie scritte fra il 1913 e il 1916 e, come indica il sottotitolo, sono «poèmes de la paix et de la guerre» (poemi della pace e della guerra).

Apollinaire muore poco dopo l'uscita della raccolta, per un attacco di febbre spagnola, nell'epidemia del 1918.

Nonostante la continuità degli scritti teorici, dei saggi e delle prose, di cui abbiamo accennato solo i più importanti, Apollinaire è celebre soprattutto per le due raccolti di poesie Alcools e Calligrammi. Soprattutto in quest'ultima vi sono componimenti che si situano in una prospettiva di acceso sperimentalismo ostentato dalla frantumazione del discorso poetico e dal ritmo accelerato del "testo simultaneo", equivalente futurista della tecnica compositiva del Cubismo. Il testo è spesso risolto nella disordinata accumulazione di materiali tratti dalla cronaca o dall'attualità più bassa e provocatoria, per spingere l'immagine (anche visiva) verso una libertà assoluta, che anticipa le soluzioni del Dadaismo e del Surrealismo.

Altre liriche, invece, come Il ponte Mirabeau di Alcools o La chiamavano Lu di Calligrammi si muovono su tomi e motivi neoromantici e simbolisti, in cui è possibile rintracciare echi della poesia popolare, di Villon ma anche di Verlaine, fusi nelle cadenza di un ironica o malinconia cantabilità.
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La guerra è dichiarata: parafrasi, analisi e commento - Vladimir Majakovskij




Testo

«Edizione della sera! Della sera! Della sera!
Italia! Germania! Austria!»
E sulla piazza, lugubremente listata di nero,
si effuse un rigagnolo di sangue purpureo!

Un caffè infranse il proprio muso a sangue,
imporporato da un grido ferino:
«Il veleno del sangue nei giuochi del Reno!
I tuoni degli obici sul marmo di Roma!»

Dal cielo lacerato contro gli aculei delle baionette
gocciolavano lacrime di stelle come farina in uno staccio,
e la pietà, schiacciata dalle suole, strillava:
«Ah, lasciatemi, lasciatemi, lasciatemi!»

I generali di bronzo sullo zoccolo a faccette
supplicavano: «Sferrateci, e noi andremo!»
Scalpitavano i baci della cavalleria che prendeva commiato,
e i fanti desideravano la vittoria-assassina.

Alla città accatastata giunse mostruosa nel sogno
la voce di basso del cannone sghignazzante,
mentre da occidente cadeva rossa neve
in brandelli succosi di carne umana.

La piazza si gonfiava, una compagnia dopo l’altra,
sulla sua fronte stizzita si gonfiavano le vene.
«Aspettate, noi asciugheremo le sciabole
sulla seta delle cocottes nei viali di Vienna!»

Gli strilloni si sgolavano: «Edizione della sera!
Italia! Germania! Austria!»
E dalla notte, lugubremente listata di nero,
scorreva, scorreva un rigagnolo di sangue purpureo.



Parafrasi

Edizione della Sera! Ripeto, della Sera!
Che parla di Italia, Germania e Austria!
E nella piazza tristemente segnata dal lutto,
scorre il sangue come un piccolo ruscello.
Le vetrine di un caffè si infrangono, sanguinando,
il cui sangue è colorato da un urlo bestiale:
«Richiami di morte e distruzione fino alle rive del Reno, in Germania!
Le cannonate verso i monumenti in marmo di Roma!»
Dal cielo strappato dalla punta delle baionette
fuoriescono stelle come se fossero lacrime in un setaccio,
mentre la pietà, viene calpestata sotto le suole delle scarpe
e grida un'invocazione di aiuto.
Le statue degli antichi condottieri in bronzo sui piedistalli sfaccettati,
supplicavano «Liberateci dal ferro che ci circonda e anche noi andremo a combattere!».
Gli zoccoli dei cavalli scalpitanti sembrano schioccare baci d'addio
Gli uomini della cavalleria davano gli ultimi baci e i loro cavalli scalpitavano per la fretta di andare,
e i fanti desideravano la vittoria che avrebbe causato inevitabilmente un gran numero di vittime.
Alla città piena di gente giunse nel cuore della notte mostruosa
il rombo del cannone divertito,
mentre ad occidente carne umana ridotta a brandelli
e lanciata per aria ricade come fiocchi di neve rossa e insanguinata.
La piazza diventava sempre più piena di soldati,
e le compagnie di soldati in fila sono come vene gonfie sulla fronte di un uomo irritato.
«Ce la spasseremo a Vienna, e asciugheremo il sangue delle nostre spade sui vestiti di seta delle donne eleganti e compiacenti che passeggiano nei viali della città.»
Gli urlatori gridavano: «Edizione della sera!
Italia! Germania! Austria!»
E nella notte nera (per lutto), scorrevano rivoli di sangue senza fine.



Analisi del testo


METRICA: Quartine variamente rimate.

Il futurismo di Vladimir Majakovskij non ha qui lo scopo di distruggere il linguaggio tradizionale, infatti è basato su un intenso repertorio di immagini analogiche, proposte in modo straordinariamente incisivo.
A differenza dei futuristi italiani condanna la guerra come evento che si oppone alla solidarietà umana e agli interessi della gente, ritenendola un "capriccio" di quelle classi agiate legate al passato, che perseguono solamente i loro interessi e non quelli della collettività..
Il pacifismo di Majakovskij utilizza qui l'arma dell'ironia sarcastica e la mescola con un profondo dolore e immagini che evocano il sangue e la morte (v. 11 - «la pietà, schiacciata dalle suole») che viene coperto dal clamore e dal frastuono (dalle urla degli strilloni al veemente scalpitare dei cavalli, nel delirio di chi desidera la «vittoria assassina»).
Sfruttando questo effetto intensamente dinamico, le analogie nei versi 9-10 assumono un ritmo allucinatorio ed eccessivo.
Vi sono segni di una potenza intensamente visiva «alla città accatastata», «la piazza si gonfiava», che ha anche contrasti violenti come «rossa neve» che cade «in brandelli succosi di carne umana» (vv. 19-20).
I versi 3-4 vengono riutilizzati nella quartina conclusiva, ma la "piazza" è diventata ormai "la notte", e "si effuse" si è trasformato in "scorreva, scorreva". Essi trasmettono i colori della morte e del sangue che sono resi concretamente percepibili, materializzati, dai termini "listata" e "rigagnolo".



Figure retoriche

Analogia = dal cielo lacerato contro gli aculei delle baionette / gocciolavano lacrime di stelle come farina in uno staccio (vv. 9-10)

Personificazione = pietà (v. 11). È un sentimento astratto, non calpestabile.

Personificazione = piazza (v. 21). La piazza non ha una fronte.



Commento

La poesia venne composta nel luglio del 1914, alla notizia dello scoppio della guerra. Il poeta sente risuonare per le strade gli annunci dello scoppio della guerra e guardandosi intorno sembra prevedere gli strazi della morte e della distruzione che la guerra porta con sé. Contro quelli che inneggiano alla guerra, egli oppone la convinzione che la guerra è sangue, lacrime, dolore. All'ultimo verso tutte le speranza di gloria sono ormai svanite, rimane la notte nera che presagisce il lutto e solo tanto scorrimento di sangue che si sarebbe potuto evitare.
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Sogno di prigione: parafrasi, analisi e commento - Dino Campana




Testo

Nel viola della notte odo canzoni bronzee.
La cella è bianca, il giaciglio è bianco.
La cella è bianca, piena di un torrente di voci che muoiono nelle angeliche cune,
delle voci angeliche bronzee è piena la cella bianca. Silenzio: il viola della notte: in rabeschi dalle sbarre bianche il blu del sonno.
Penso ad Anika: stelle deserte sui monti nevosi: strade bianche deserte: poi chiese di marmo bianche: nelle strade Anika canta: un buffo dall’occhio infernale la guida, che grida. Ora il mio paese tra le montagne.
Io al parapetto del cimitero davanti alla stazione che guardo il cammino nero delle macchine, sù, giù. Non è ancor notte; silenzio occhiuto di fuoco:
le macchine mangiano rimangiano il nero silenzio nel cammino della notte.
Un treno: si sgonfia arriva in silenzio, è fermo: la porpora del treno morde la notte: dal parapetto del cimitero le occhiaie rosse che si gonfiano nella notte: poi tutto, mi pare, si muta in rombo: Da un finestrino in fuga io? io ch’alzo le braccia nella luce!! (il treno mi passa sotto rombando come un demonio).



Parafrasi

Nella notte dal colore violaceo sento canzoni che suonano come il bronzo percosso. La cella e il letto sono bianchi. La cella è bianca ed è piena di voci che si spengono nelle angeliche culle, delle voci angeliche bronzee riempiono la cella bianca. Silenzio: il violaceo della notte: le sbarre bianche in stile arabesco e il blu del sonno. Penso ad Anika: stelle isolate sui monti nevosi: strade bianche deserte: poi chiese di marmo bianco: nelle strade Anika canta: una figura infernale la guida gridando. Ora il mio paese natio (Marradi) che si trova tra le montagne. Io guardo dal parapetto del cimitero davanti alla stazione il passare e il ripassare dei treni. Non è ancora giunta la notte; nel silenzio lampeggiano occhi infuocati: le macchine assorbono il nero silenzio nell'andirvieni notturno. Un treno (= paragonato a una bestia infernale) arriva ansimando (= rumore degli stantuffi) in silenzio, e si ferma: le fiamme della caldaia del treno mordono (= è come una bocca infuocata) la notte: dal parapetto del cimitero i fanali (del treno) si avvicinano nella notte: poi tutto, mi sembra, trasformarsi in rombo: Sono io quello in fuga che si vede dal finestrino del treno? Sono io quello che alza le braccia nel finestrino illuminato!!! (il treno mi porta via come un mostro infernale)



Analisi del testo

Temi: ricordo, sogno, allucinazione, la bellezza della natura e della libertà, la visione dell'io in fuga da se stesso.
Anno: 1914.


Nel testo (un frammento di prosa poetica sul tipo di quelli diffusi tra gli scrittori vociani) si possono individuare tre momenti:
  • la cella e il sopraggiungere del sonno;
  • la visione fantastica di Anika e della sua guida, un buffo dall'occhio infernale;
  • la visione-ricordo di Marradi e della stazione all'arrivo della notte.

Ogni cosa viene osservata e ritratta come nel dormiveglia notturno: le sensazioni normali della vita (suoni e colori) si trasformano in altre percezioni, solo sognate. Mancano rapporti logici o di consequenzialità fra le varie immagini. Alla fine giunge il particolare più inquietante: lo sdoppiamento dell'io; l'io poeta vede se stesso in sogno, rapito dal treno in corsa nella notte. Ciò che all'inizio era musica celestiale si muta adesso in inquietudine, in un urlo, quello della figura a braccia levate sulla carrozza del treno.
Grande rilievo hanno, nel testo, colori e suoni.
Tra i colori, emerge un contrasto tra il viola (due volte ripetuto) della notte al di fuori della cella e il colore bianco all'interno di essa (dentro, più volte ripetuto). Al centro del testo i bianchi della cella si trasformano in altri bianchi (la neve sui monti, le strade, le chiese). Infine al nero del cimitero e della notte si oppone il rosso fuoco dei treni e delle caldaie, che paiono occhi spalancati nel buio.
Tra i suoni, spicca il canto celestiale dell'inizio, capace di trasformare la realtà (anche i giacigli diventano angelici).
Subentra poi il silenzio del buio e della notte, interrotto dal canto di Anika. Poi la scena cambia e con la stazione ritorna il silenzio: anche il treno giunge senza fare rumore, come sgonfiandosi. Viene poi l'improvviso rombo di un treno in movimento che, rombando come un demonio nel buio, si porta via l'immagine (appena intravista) di sé.

La scrittura si affida alla punteggiatura, molto accurata, e alle ripetizioni, spesso insistenti:
  • La cella è bianca, il giaciglio è bianco. La cella è bianca... la cella è bianca;
  • nelle angeliche cune, delle voci angeliche.
Questa ripetizione di parole crea come un refrain o ritornello musicale.



Commento

È notte. Dino Campana è recluso in una cella dell’ospedale psichiatrico in cui era ricoverato, come un prigioniero. Può osservare il mondo solo da dietro le sbarre, ma la bellezza che intuisce al di là è sufficiente a trasformare la povera realtà della prigione in qualcosa di angelico. Poi giunge il momento dolcissimo del sonno: ora la mente conduce il poeta alla visione di Anika (una creatura misteriosa, priva di connotati reali) e poi al ricordo della stazione di Marradi, il suo paese. Si arriva così fino all'immagine del treno in corsa, rombante nella notte, sul quale l'io poeta crede di vedere se stesso. Tutto si consuma in un attimo, in un susseguirsi di colori e di voci alternate a silenzi, secondo il rapidissimo processo di associazioni mentali proprio, appunto, dei sogni.
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Biografia: Piero Jahier



Piero Jahier nasce a Genova nel 1884. Il cognome Jahier è di origine francese, anche se era già presente in Italia da molte generazione. Rimasto orfano del padre, un pastore protestante, inizia gli studi teologici ma li interrompe e si impiega nelle ferrovie. Isolato sotto il fascismo per la sua ostilità al regime, smette di scrivere e conclude gli studi, laureandosi in Legge e in Letteratura francese. Esordisce nel 1915 con le Resultanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi, dove utilizzava lo pseudonimo di Gino Bianchi per raffigurare in modo satirico il ritratto del mondo borghese: caratterizzato da un esistenza grigia e arida. Insofferenza che si esprime temporaneamente negli articoli sulla "Voce", in cui attacca particolarmente la situazione religiosa nazionale, e poi, nel 1919, nelle prose di Ragazzo, dove la confessione autobiografica si alterna all'affannato ricorso ai valori intramontabili di una vita vissuta con slancio, con gioia spontanea e con un intenso fervore religioso.
Nello stesso anno esce Con me e con gli alpini, volume di prose e di liriche che, nonostante l'alto valore della testimonianza "diretta" sulla grande guerra, in quanto era ufficiale degli alpini del primo conflitto mondiale, si abbandona spesso ad una celebrazione un po' ingenua, anche se particolarmente sentita, del sacrificio degli umili, delle classi subalterne.
Fonda due giornali «L'Astico», un giornale di trincea, e «Il nuovo contadino», per dare voce ai soldati e ai congedati che stentano a reinserirsi nella vita civile.
Per quanto riguarda la sua produzione letteraria è notevole il tentativo di rendere l'essenza di tutte le cose, dall'uomo agli oggetti, dai paesaggi ai moti interiori dell'anima, attraverso una scrittura decisamente sperimentale in cui si fondano realismo e ispirazione lirica, linguaggio quotidiano e lingua della tradizione, toni biblici e gergo burocratico.
Le sue poesie, rimaste per lungo tempo inedite o sparse su diverse riviste («Lacerba», «Riviera ligure», «La Diana»), sono state raccolte in un volume unico dall'editore Vallecchi poco prima della morte (che lo coglie a Firenze nel 1967).
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