Paradiso Canto 20 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del ventesimo canto del Paradiso. In questo canto l'aquila descrive il proprio occhio, formato dalla luce di sei anime che vengono quindi presentate: Davide, re d'Israele, l'imperatore Traiano, Ezechia, re di Giuda, l'imperatore Costantino, Guglielmo II di Sicilia, Rifeo, troiano che compare nell'Eneide. Dante rimane meravigliato di fronte alla salvezza di Traiano e di Rifeo in quanto pagani. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 20 del Paradiso.



Le figure retoriche

Colui che tutto ‘l mondo alluma = perifrasi (v. 1). Cioè: "colui che illumina tutto il mondo", per indicare il sole.

De l’emisperio nostro = anastrofe (v. 2). Cioè: "dal nostro emisfero".

‘l segno del mondo e de’ suoi duci = perifrasi (v. 8). S'intende l'aquila.

Labili e caduci = dittologia (v. 12). Cioè: "difficili e impossibili".

O dolce amor che di riso t’ammanti quanto parevi ardente in que’ flailli, ch’avieno spirto sol di pensier santi! = apostrofe (vv. 13-15).

Cari e lucidi = endiadi (v. 16). Cioè: "preziose e scintillanti".

Il sesto lume = perifrasi (v. 17). Per indicare il sesto pianeta Giove.

Udir mi parve = anastrofe (v. 19). Cioè: "mi sembrò si sentire".

E come suono al collo de la cetra prende sua forma, e sì com’al pertugio de la sampogna vento che penètra, così, rimosso d’aspettare indugio, quel mormorar de l’aguglia salissi su per lo collo, come fosse bugio = similitudine (vv. 22-27). Cioè: "E come il suono si forma sul manico della cetra, e così come si sente il soffio d'aria che entra nel foro della zampogna, così, ponendo fine a ogni esitazione, quel mormorio dell'aquila salì lungo il collo, come se questo fosse forato".

Aguglia = perifrasi (v. 26). Per indicare l'aquila.

La parte in me che vede e pate il sole ne l’aguglie mortali = perifrasi (vv. 31-32). Per indicare l'occhio.

Vede e pate = endiadi (v. 31) Cioè: "vede e sopporta" la vista del sole.

Il cantor de lo Spirito Santo che l’arca traslatò di villa in villa = perifrasi (vv. 38-39). Per indicare re David.

Colui che più al becco mi s’accosta, la vedovella consolò del figlio = perifrasi (vv. 44-45). Per indicare Traiano.

Dolce vita e de l’opposta = eufemismo (v. 48). Per indicare il Paradiso e l'Inferno.

E quel che segue in la circunferenza di che ragiono, per l’arco superno, morte indugiò per vera penitenza = perifrasi (vv. 49-51). Per indicare re Ezechia.

L’altro che segue, con le leggi e meco, sotto buona intenzion che fé mal frutto, per cedere al pastor si fece greco = perifrasi (vv. 55-57). Per indicare Costantino.

Guiglielmo fu = anastrofe (v. 62). Cioè: "fu Gugliemo, è Guglielmo".

Carlo e Federigo vivo = sineddoche (v. 63). Il singolare per il plurale, cioè: "dai vivi Carlo II d'Angiò e Federico II d'Aragona".

Nel mondo errante = perifrasi (v. 67). Per indicare la Terra.

Divina grazia = anastrofe (v. 71). Cioè: "grazia divina".

Quale allodetta che ‘n aere si spazia prima cantando, e poi tace contenta de l’ultima dolcezza che la sazia, tal mi sembiò l’imago de la ‘mprenta de l’etterno piacere = similitudine (vv. 73-77). Cioè: "come l'allodola che dapprima vola nell'aria cantando e poi tace, compiacendosi delle ultime dolci noti del canto che le danno soddisfazione, così mi sembrò l'immagine dell'impronta divina".

L’imago de la ‘mprenta de l’etterno piacere = perifrasi (vv. 76-77). Per indicare l'aquila.

Al dubbiar mio = anastrofe (v. 79). Cioè: "al mio dubitare".

Lì quasi vetro a lo color ch’el veste = similitudine (v. 80). Cioè: "ero come un vetro che assume il colore di ciò che contiene".

Benedetto segno = perifrasi (v. 86). Per indicare l'aquila.

Fai come quei che la cosa per nome apprende ben, ma la sua quiditate veder non può se altri non la prome = similitudine (vv. 91-93). Cioè: "tu sei come colui che conosce una cosa dal nome, ma non sa coglierne l'essenza se qualcun altro non gliela spiega".

Divina volontate = anastrofe (v. 96). Cioè: "volontà divina".

Non a guisa che l’omo a l’om sobranza = similitudine (v. 97). Cioè: "non come l'uomo che ne supera un altro".

Vince ... vinta ... vinta ... vince = figura etimologica (vv. 98-99). Hanno la stessa radice.

La prima vita del ciglio e la quinta = perifrasi (v. 100). Per indicare Traiano e Rifeo.

La region de li angeli = perifrasi (v. 102). Per indicare il Paradiso.

La carne = metonimia (v. 113). La materia per l'oggetto, nella carne anziché nel suo corpo.

In lui che potea aiutarla = perifrasi (v. 114). Cioè: "colui che che poteva aiutare l'anima in questione", ovvero Cristo.

Questo gioco = perifrasi (v. 117). Per indicare la beatitudine.

Li aperse l’occhio = sineddoche (v. 123). Cioè: "gli aprì gli occhi".

Quelle tre donne = allegoria (v. 127). Per indicare le tre virtù teologali.

O predestinazion, quanto remota è la radice tua da quelli aspetti che la prima cagion non veggion tota! = apostrofe (v. 130-132).

Radice tua = anastrofe (v. 131). Cioè: "tua radice".

Imagine divina = perifrasi (v. 139). Per indicare l'aquila.

E come a buon cantor buon citarista fa seguitar lo guizzo de la corda, in che più di piacer lo canto acquista, sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda ch’io vidi le due luci benedette, pur come batter d’occhi si concorda, con le parole mover le fiammette = similitudine (vv. 142-146). Cioè: "E come un bravo citarista accompagna col vibrare delle corde il bravo cantore, accrescendo la piacevolezza del canto, così, mentre l'aquila parlava, mi ricordo di aver visto le anime luminose dei due beati che lampeggiavano insieme, come il batter degli occhi avviene simultaneamente".

Le due luci benedette = perifrasi (v. 146). Per indicare Traiano e Rifeo.
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Paradiso Canto 19 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del diciannovesimo canto del Paradiso. In questo canto, le numerose anime che formano l'immagine dell'Aquila iniziano a parlare come se fossero un'unica anima, come se a parlare fosse l'Aquila stessa. Ed essa senza che fosse necessario per Dante aprire bocca, scioglie il suo dubbio riguardante coloro che non hanno mai commesso peccato ma che non hanno ricevuto il battesimo in quanto nel luogo in cui vivevano non era arrivato il messaggio cristiano. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 19 del Paradiso.



Le figure retoriche

La bella image = perifrasi (v. 2). Cioè: "la bella immagine o la santa immagine", per indicare l'aquila. 

Parea ciascuna rubinetto in cui raggio di sole ardesse sì acceso, che ne’ miei occhi rifrangesse lui = similitudine (vv. 4-6). Cioè: "ognuna delle anime appariva come un rubino colpito da un raggio di sole, talmente splendente da rifletterne la luce nei miei occhi".

Lo rostro = sineddoche (v. 10). La parte per il tutto, il becco anziché l'aquila. 

Giusto e pio = endiadi (v. 13). Cioè: "giusto e devoto o misericordioso".

 Son io = anastrofe (v. 13). Cioè: "io sono".

Così un sol calor di molte brage si fa sentir, come di molti amori usciva solo un suon di quella image = similitudine (vv. 19-21). Cioè: "come da molti carboni ardenti si diffonde un unico calore, così dalle molte anime di quell'immagine usciva un unica voce". 

Di quella image = perifrasi (v. 21). Per indicare l'Aquila.

Il gran digiuno che lungamente m’ha tenuto in fame, non trovandoli in terra cibo alcuno = perifrasi (vv. 25-27). Per indicare il grande dubbio che da lungo tempo lo faceva stare in ansia poiché sulla Terra non riusciva a trovare una risposta.     

Ben so io = anastrofe (v. 28). Cioè: "io so bene, io so per certo".

Altro reame = perifrasi (v. 28). Cioè: "altra gerarchia angelica". Per indicare i Troni nel cielo di Saturno.

Divina giustizia = anastrofe (v. 29). Cioè: "giustizia divina".

Sapete ... sapete = iterazione (v.31 - v.32). Ripetizione della stessa parola.

Quasi falcone ch’esce del cappello, move la testa e con l’ali si plaude, voglia mostrando e faccendosi bello, vid’io farsi quel segno = similitudine (vv. 34-37). Cioè: "come un falcone, quando si toglie il cappuccio, scuote la testa e sbatte le ali, manifestando il desiderio di volare e pavoneggiandosi, così io vidi fare quell'aquila".

Voglia mostrando = anastrofe (v. 36). Cioè: "mostrando la voglia, mostrando il desiderio".

Quel segno = perifrasi (v. 37). Per indicare l'Aquila.

Divina grazia anastrofe (v. 38). Cioè: "grazia divina".

Colui che volse il sesto a lo stremo del mondo, e dentro ad esso distinse tanto occulto e manifesto = perifrasi (vv. 40-42). Per indicare Dio.

Occulto e manifesto = antitesi (v. 42). Cioè: "cose visibili e invisibili" oppure "comprensibili e incomprensibili".

‘l primo superbo = perifrasi (v. 46). Cioè: "il primo peccatore di superbia", per indicare Lucifero.

Quel bene = perifrasi (v. 50). Per indicare Dio.

La mente di che tutte le cose son ripiene = perifrasi (vv. 53-54). Cioè: "la mente di Dio che è presente in tutte le cose". Per indicare Dio.

Possente / tanto = anastrofe e enjambement. Cioè: "tato forte, tanto potere".

Suo principio = perifrasi (v. 56). Per indicare Dio creatore.

Però ne la giustizia sempiterna la vista che riceve il vostro mondo, com’occhio per lo mare, entro s’interna = similitudine (vv. 58-60). Cioè: "Perciò la capacità di comprendere degli esseri umani penetra nella giustizia divina come l'occhio nel mare".

Dal sereno che non si turba mai = perifrasi (v. 64). Per indicare Dio.

Buoni / sono = anastrofe ed enjambement (vv. 73-74). Cioè: "sono buoni, sono virtuosi".

Colpa sua = anastrofe (v. 78). Cioè: "sua colpa".

Oh terreni animali! oh menti grosse! = esclamazione (v. 85). Cioè: "Oh, creature terrene! Oh, menti grossolane!".

La prima volontà = perifrasi (v. 86). Per indicare la volontà di Dio.

Quale sovresso il nido si rigira poi c’ha pasciuti la cicogna i figli, e come quel ch’è pasto la rimira; cotal si fece, e sì levai i cigli, la benedetta imagine, che l’ali movea sospinte da tanti consigli = similitudine (vv. 91-96). Cioè: "come la cicogna, dopo aver sfamato i suoi piccoli, vola sopra il nido, e come i piccoli, avendo mangiato, la osservano con gratitudine, così fece la figura dell'Aquila che muoveva le ali spinte da tanti spiriti, mentre io alzai lo sguardo verso di essa".

La benedetta imagine = perifrasi (v. 95). Per indicare l'Aquila.

Quali son le mie note a te, che non le ‘ntendi, tal è il giudicio etterno a voi mortali = similitudine (vv. 97-99). Cioè: "come tu non comprendi il canto che ti rivolgo, così la volontà divina è inconoscibile a voi mortali".

Incendi = iperbole (v. 100). Anziché dire semplicemente "lumi".

Nel segno che fé i Romani al mondo reverendi = perifrasi (vv. 101-102). Per indicare ancora una volta l'Aquila.

Al legno = metonimia (v. 105). La materia per l'oggetto, al legno anziché in croce.

Sovra Senna = sineddoche (v. 118). La parte per il tutto, s'intende la Francia.

Quel che morrà di colpo di cotenna = perifrasi (v. 120). Per indicare Filippo il Bello.

La superbia ch’asseta = metafora (v. 121). Cioè: "la superbia che alimenta la sete di potere".

Lo Scotto e l’Inghilese = perifrasi (v. 122). Per indicare i re di Scozia e d'Inghilterra.

Quel di Spagna = perifrasi (v. 125). Per indicare il re di Spagna Ferdinando IV.

Quel di Boemme = perifrasi (v. 125). Per indicare il re di Boemia Venceslao II.

 Ciotto di Ierusalemme = perifrasi (v. 127). Per indicare Carlo II d'Angiò, lo zoppo di Gerusalemme.

La sua bontate = sineddoche (v. 128). Il singolare per il plurale, buona azione anziché buone azioni.

L’avarizia e la viltate di quei che guarda l’isola del foco = perifrasi (vv. 130-131). Per indicare Federico II d'Aragona.

L’isola del foco = perifrasi (v. 131). Per indicare la Sicilia.

Ove Anchise finì la lunga etate = eufemismo (v. 132). Cioè: "dove Anchise morì".

Del barba e del fratel = perifrasi (v. 137). Per indicare Giacomo di Maiorca e Giacomo II di Sicilia.

Quel di Portogallo e di Norvegia = perifrasi (v. 139). Per indicare i re di Portogallo (Dionigi) e di Norvegia (Acone).

Quel di Rascia che male ha visto il conio di Vinegia = perifrasi (vv. 140-141). Per indicare il sovrano di Serbia Stefano Uroš.

Oh beata Ungheria, se non si lascia più malmenare! e beata Navarra, se s’armasse del monte che la fascia! = esclamazione (vv. 142-144).

Del monte che la fascia = perifrasi (v. 144). Per indicare la catena montuosa dei Pirenei che delinea i confini con la Francia.

Niccosia e Famagosta = metonimia (v. 146). Il contenente per il contenuto. Per indicare il Regno di Cipro.

Per la lor bestia = perifrasi (v. 147). Pe indicare Arrigo di Lusignano.

Si lamenti e garra = endiadi (v. 147). Cioè: "piange e grida".
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Paradiso Canto 18 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del diciottesimo canto del Paradiso. In questo canto, Dante è turbato dalle parole di Cacciaguida riguardanti il suo esilio ma viene confortato da Beatrice. Cacciaguida indica a Dante alcuni spiriti combattenti per la fede, nel mentre Dante si accorge di essere salito al cielo di Giove dove appaiono gli spiriti giusti che compongono prima una scritta nel cielo e poi la figura di un'aquila. Come conseguenza a quanto visto Dante scaglia un'invettiva contro gli ingiusti tra cui i papi corrotti, e più precisamente nei confronti di papa Giovanni XXII. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 18 del Paradiso.



Le figure retoriche

Beato = perifrasi (v. 2). Per indicare Cacciaguida.

Dolce l’acerbo = ossimoro (v. 3).

Dolce = perifrasi (v. 3). S'intende la gloria futura che gli spetta dopo l'esilio.

L'acerbo = perifrasi (v. 3). S'intendono le brutte notizie della profezia dell'esilio.

Colui ch’ogne torto disgrava = perifrasi (v. 6). Per indicare Dio, ovvero "colui che ripara ogni ingiustizia".

L’amoroso suono del mio conforto = perifrasi (vv. 7-8). Per indicare Beatrice.

Libero fu = anastrofe (v. 15). Cioè: "fu libero, fu sollevato".

‘l piacere etterno = perifrasi (v. 16). S'intende la bellezza divina.

Come si vede qui alcuna volta l’affetto ne la vista, s’elli è tanto, che da lui sia tutta l’anima tolta, così nel fiammeggiar del folgór santo, a ch’io mi volsi, conobbi la voglia in lui di ragionarmi ancora alquanto = similitudine (vv. 22-27). Cioè: "Come talvolta sulla Terra si vede il sentimento nello sguardo di una persona, se questo è tale che tutta la persona sia presa da lui, così nello sfolgorare di quella luce beata verso cui mi voltai compresi quanto il beato avesse ancora desiderio di parlarmi".

Folgór santo = perifrasi (v. 25). Cioè: "luce santa o beata", per indicare Cacciaguida.

Soglia / de l’albero = enjambement (vv. 28-29).

In questa quinta soglia de l’albero che vive de la cima e frutta sempre e mai non perde foglia = metafora (vv. 28-30). Si sta parlando del Paradiso ed esso viene paragonato a un albero che riceve la vita dalla cima, fruttifica sempre e non perde mai le foglie.

Foglia = sineddoche (v. 30). Il singolare per il plurale, "non perde mai le foglie".

Spiriti son beati = iperbato (v. 31). Cioè: "ci sono spiriti beati".

Lì farà l’atto che fa in nube il suo foco veloce = similitudine (vv. 35-36). Cioè: "si manifesterà come nella nube fa il lampo". Sta a significare che scorrerà rapidissimo da una parte all'altra.

Moversi un altro roteando = iperbato (v. 41). Cioè: "muoversi girando, muoversi in tondo".

Vidi moversi un altro roteando, e letizia era ferza del paleo = metafora (vv. 41-42). S'intende che l'altra luce girava in tondo come una trottola per la gioia.

Due ne seguì lo mio attento sguardo, com’occhio segue suo falcon volando = similitudine (vv. 44-45). Cioè: "il mio sguardo attento seguì altri due bagliori, come l'occhio che segue il proprio falcone da caccia mentre vola".

Trasse ... la mia vista = iperbato (vv. 46-47). Cioè: "attrassero la mia vista, attrassero il mio sguardo".

L’alma = perifrasi (v. 50). Cioè: "l'anima" di Cacciaguida.

E vidi le sue luci tanto mere, tanto gioconde, che la sua sembianza vinceva li altri e l’ultimo solere = climax ascendente (vv. 55-57). Cioè: "e vidi i suoi occhi così splendenti, così gioiosi, che il suo aspetto superava in bellezza qualunque altro solitamente avesse, compreso l'ultimo che avevo visto".

E come, per sentir più dilettanza bene operando, l’uom di giorno in giorno s’accorge che la sua virtute avanza, sì m’accors’io che ‘l mio girare intorno col cielo insieme avea cresciuto l’arco, veggendo quel miracol più addorno = similitudine (vv. 58-63). Cioè: "E come l'uomo, sentendo una maggiore gioia nel fare il bene, di giorno in giorno si rende conto di accrescere la propria virtù, così io mi accorsi che il mio ruotare intorno col Cielo era aumentato in ampiezza, vedendo che accrescere la bellezza di Beatrice".

Quel miracol = perifrasi (v. 63). Cioè: "donna miracolosa", per indicare Beatrice.

E qual è ‘l trasmutare in picciol varco di tempo in bianca donna, quando ‘l volto suo si discarchi di vergogna il carco, tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto, per lo candor de la temprata stella sesta, che dentro a sé m’avea ricolto = similitudine (vv. 64-69). Cioè: "E come una donna di carnagione chiara riacquista velocemente il suo aspetto, quando il suo volto si libera dal rossore della vergogna, così avvenne alla mia vista quando vidi la sesta stella che aveva un colore più candido di Marte e che mi aveva accolto nella sua sfera".

Occhi miei = anastrofe (v. 67). Cioè: "miei occhi".

Stella / sesta = enjambement, anastrofe e antonomasia (vv. 68-69). Cioè: "sesta stella", s'intende il sesto pianeta Giove.

Giovial facella = perifrasi (v. 70). Per indicare Giove.

Occhi miei anastrofe (v. 72). Cioè: "miei occhi".

E come augelli surti di rivera, quasi congratulando a lor pasture, fanno di sé or tonda or altra schiera, sì dentro ai lumi sante creature volitando cantavano, e faciensi or D, or I, or L in sue figure = similitudine (vv. 73-78). Cioè: "E come uccelli che si alzano in volo dall'acqua, quasi rallegrandosi a vicenda del pasto consumato, si raggruppano in cerchio o in altre forme, così dentro quelle luci le anime beate si misero a cantare volando, e assumevano l'aspetto ora della lettera D, poi la I, quindi la L".

S’arrestavano e taciensi = endiadi (v. 81). Cioè: "si fermavano e tacevano".

O diva Pegasëa che li ‘ngegni fai gloriosi e rendili longevi, ed essi teco le cittadi e ‘ regni, illustrami di te, sì ch’io rilevi le lor figure com’io l’ho concette: paia tua possa in questi versi brevi! = apostrofe (vv. 82-87). Rivolta alla divina Musa.

‘ngegni ... longevi = paronomasia (v.82 - v.83).

Del vocabol quinto = anastrofe (v. 94). Cioè: "della quinta parola".

Il ben ch’a sé le move = perifrasi (v. 99). Per indicare Dio, il bene che le attira a sé.

Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi surgono innumerabili faville, onde li stolti sogliono agurarsi, resurger parver quindi più di mille luci e salir, qual assai e qual poco, sì come ‘l sol che l’accende sortille = similitudine (vv. 100-105). Cioè: "Poi, come colpendo i ciocchi ardenti si sprigionano moltissime faville, dalle quali gli sciocchi hanno l'abitudine di trarre presagi, così dalla parte alta della 'M' sembrò che si alzassero più di mille luci, alcune di più e altre di meno, a seconda di come aveva deciso il sole che le aveva accese".

Mille / luci = enjambement (vv. 103-104).

‘l sol = perifrasi (v. 105). Per indicare Dio.

Quei che dipinge lì, non ha chi ‘l guidi; ma esso guida = perifrasi (vv. 109-110). Per indicare Dio, ovvero colui che lì dipinge, non ha modelli né maestri e che lui stesso un maestro.

Contenta pareva = anastrofe (v. 112-113). Cioè: "sembravano contente".

O dolce stella, quali e quante gemme mi dimostraro che nostra giustizia effetto sia del ciel che tu ingemme! = apostrofe (vv. 115-117). Rivolta al pianeta Giove.

Gemme = perifrasi (v. 115). Per indicare i beati.

La mente = perifrasi (v. 118). Per indicare Dio.

Templo che si murò di segni e di martìri = perifrasi (vv. 122-123). Cioè: "il tempio, che fu costruito con miracoli e con il sangue dei martiri". Per indicare la Chiesa.

O milizia del ciel cu’ io contemplo, adora per color che sono in terra tutti sviati dietro al malo essemplo! = apostrofe (vv. 124-126). Rivolta all'esercito del Cielo contro i papi.

Lo pan = perifrasi (v. 129). S'intende il sacramento dell'Eucarestia.

’l pio Padre = perifrasi (v. 129). Per indicare Dio.

La vigna = perifrasi (v. 132). Per indicare la Chiesa.

Colui che volle viver solo e che per salti fu tratto al martiro = perifrasi (vv. 134-135). Per indicare San Giovanni Battista.

Salti = perifrasi (v. 135). Per indicare la danza di Salomé.

Il pescator né Polo = perifrasi (v. 136). Per indicare Pietro e Paolo.
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Paradiso Canto 17 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del diciassettesimo canto del Paradiso. In questo canto, al termine del discorso dell'avo Cacciaguida, Dante ha dei dubbi che inizialmente si tiene per sé, ma quando viene esortato da Beatrice a parlare pone alcune domande a Cacciaguida circa il suo futuro. Questi profetizza l'esilio di Dante da Firenze e l'incontro di alcuni personaggi positivi nella sua avventura, tra i quali Bartolomeo I della Scala e Cangrande della Scala. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 17 del Paradiso.



Le figure retoriche

Qual venne a Climené, per accertarsi di ciò ch’avea incontro a sé udito, quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi; 3 tal era io, e tal era sentito e da Beatrice e da la santa lampa che pria per me avea mutato sito = similitudine (vv. 1-6). Cioè: "Come colui che ancora oggi induce i padri a non essere arrendevoli verso i figli, andò dalla madre Climene per avere rassicurazioni su quanto aveva udito contro di sé, così ero io, e ben lo compresero Beatrice e la santa luce che prima aveva cambiato posizione per me".

Qual venne a Climené, per accertarsi di ciò ch’avea incontro a sé udito, quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi = perifrasi (vv. 1-3). Per indicare Fetonte.

Tal ... tal = iterazione (v. 4). Ripetizione della stessa parola nello stesso verso.

La santa lampa = perifrasi (v. 5). Per indicare l'avo Cacciaguida.

Mia donna = perifrasi (v. 7). Per indicare Beatrice.

La vampa / del tuo disio = enjambement e metafora (vv. 7-8). La curiosità di Dante è paragonata a una fiamma che deve essere viva.

Ma perchét’ausi a dir la sete, sì che l’uom ti mesca = metafora (vv. 11-12). Cioè: "ma affinché tu ti abitui a manifestare i tuoi desideri, in modo che essi vengano esauditi". La sete qui è intesa non come desiderio di acqua ma di conoscenza.

O cara piota = perifrasi (v. 13). Il termine piota sta per "radice" o "ceppo", difatti l'espressione è traducibile in "o caro mio capostipite".

Insusi = dantismo (v. 13). Termine coniato da Dante, in+suso, cioè: "sopra".

O cara piota mia che sì t’insusi, che, come veggion le terrene menti non capere in triangol due ottusi, così vedi le cose contingenti anzi che sieno in sé = similitudine (vv. 13-18). Cioè: "O caro mio capostipite, che ti elevi a tal punto che, come gli uomini vedono che in un triangolo non possono esserci due angoli ottusi, così vedi le cose prima che avvengano".

Capere = latinismo (v. 15)

Il punto a cui tutti li tempi son presenti = perifrasi (vv. 17-18). Per indicare Dio, che essendo eterno per lui non esiste il passato o il futuro ma solo il presente.

A Virgilio congiunto = anastrofe (v. 19). Cioè: "insieme a Virgilio".

Su per lo monte che l’anime cura e discendendo nel mondo defunto = histeron proteron (vv. 20-21).

Lo monte che l’anime cura = perifrasi (v. 20). S'intende il Purgatorio.

Discendendo nel mondo defunto = perifrasi (v. 21). Per indicare l'Inferno.

Dette mi fuor = anastrofe (v. 22). Cioè: "mi furono dette".

Dette mi fuor ... parole gravi = iperbato (vv. 22-23). Cioè: "mi furono dette parole gravi".

Di mia vita futura parole gravi = perifrasi (vv. 22-23). Per indicare le profezie sull'esilio di Dante.

Fortuna = vox media (v. 26). Termine che significa semplicemente sorte (buona o cattiva), che non possiede autonomamente un valore positivo o negativo.

Saetta previsa vien più lenta = epifonema o aforisma (v. 27).

Quella luce stessa che pria m’avea parlato = perifrasi (vv. 28-29). Per indicare Cacciaguida.

Ambage = latinismo (v. 31). Deriva dal latino ambages e significa "ambiguità".

L’Agnel di Dio che le peccata tolle = metafora (v. 33). Espressione liturgica per indicare il Cristo, ovvero l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.

Amor paterno = metonimia (v. 35). L'astratto per il concreto, anziché dire "padre amorevole".

Preciso / latin = enjambement (vv. 34-35).

Chiuso e parvente = antitesi (v. 36).

Quaderno de la vostra matera = metafora (vv. 37-38). Cioè: "vostro mondo terreno".

Necessità però quindi non prende se non come dal viso in che si specchia nave che per torrente giù discende = similitudine (vv. 40-42). Cioè: "ma non sono per questo necessari, come non lo è il fatto che una nave scenda un fiume impetuoso solo perché qualcuno la osserva".

Viene ...  viene = iterazione (vv. 43-44). Ripetizione.

Da indi, sì come viene ad orecchia dolce armonia da organo, mi viene a vista il tempo che ti s’apparecchia = similitudine (vv. 43-45). Cioè: "Da quella mente divina giunge al mio sguardo il futuro che si prepara per te, come dall’organo giunge all’orecchio la dolce armonia.".

Qual si partio Ipolito d’Atene per la spietata e perfida noverca, tal di Fiorenza partir ti convene = similitudine (vv. 46-48). Cioè: "Ti sarà inevitabile lasciare Firenze, come Ippolito lasciò Atene a causa della spietata e perfida matrigna". Significa che Dante è innocente come lo era Ippolito.

Perfida noverca = perifrasi (v. 47). Per indicare Fedra.

Là dove Cristo tutto dì si merca = perifrasi (v. 51). S'intende nella Curia papale dove si mercifica Cristo e le cose sacre.

Questo si vuole e questo già si cerca, e tosto verrà fatto a chi ciò pensa là dove Cristo tutto dì si merca = metafora (vv. 49-51). È un accusa verso il Papa e la Chiesa corrotta di Roma diventata un luogo di mercato dei benefici ecclesiastici.

E tosto verrà fatto a chi ciò pensa = perifrasi (v. 50). S'intende Bonificacio VIII.

Là dove Cristo tutto dì si merca = perifrasi (v. 51). S'intende nella Curia Papale.

Diletta / più caramente = enjambement (vv. 55-56). Cioè: "che ami di più".

E questo è quello strale che l’arco de lo essilio pria saetta = metafora (vv. 56-57). Cioè: "e sarà questa la dolorosa pena che l'esilio fa provare per prima". S'intende che Dante dovrà lasciare gli affetti e le cose care quando sarà esiliato. Si ricollega alla saetta del verso 27.

Lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale = metafora (v. 60). Cioè: "salire e scendere le scale altrui", è inteso come accettare l'aiuto dei potenti salendo, appunto, le scale dei loro palazzi.

Malvagia e scempia = endiadi (v. 62). Cioè: "crudeli e folli".

In questa valle = metonimia (v. 63). Il concreto per l'astratto, "in questa valle" anziché "misera condizione d'esilio".

Tutta ingrata, tutta matta ed empia = climax ascendente (v. 64). Cioè: "tutta ingrata, stupida e malvagia".

Ella, non tu, n’avrà rossa la tempia = metafora (v. 66). Cioè: "saranno loro (Guelfi Bianchi) e non tu ad avere le tempie rosse di sangue e vergogna a causa della sconfitta". Riferimento alla battaglia della Lastra del 1304, con cui i Bianchi esiliati tentarono a forza il rientro in città.

Sua ... suo = poliptoto (v. 67).

Lo primo tuo refugio e ‘l primo ostello = dittologia (v. 70). Cioè: "Il tuo primo rifugio e la tua prima dimora".

Gran Lombardo = antonomasia (v. 71). Per indicare un abitante del nord Italia.

Che ‘n su la scala porta il santo uccello = perifrasi (vv. 71-72). Per indicare Bartolomeo Della Scala, signore di Verona, che sul suo stemma ha raffigurato il simbolo della famiglia "della Scala" e quello dell'aquila imperiale.

La cortesia del gran Lombardo = metonimia (vv. 71). L'astratto per il concreto, "la cortesia" anziché "il cortese signore lombardo".

Colui che ‘mpresso fue, nascendo, sì da questa stella forte = perifrasi (vv. 76-77). L'uomo in questione è Cangrande, la stella è il pianeta Marte.

L’opere sue = anastrofe (v. 78). Cioè: "le sue azioni, le sue imprese".

Non se ne son ... ancora accorte = iperbato (v. 79).

Il Guasco = perifrasi (v. 82). Per indicare papa Clemente V, che prima dell’elezione a pontefice era stato arcivescovo di Bordeaux in Guascogna.

L’alto Arrigo = perifrasi (v. 82). S'intende l’Imperatore Arrigo VII di Lussemburgo.

Le lingue = sineddoche (v. 87). La parte per il tutto, "le lingue" anziché "le bocche".

Infutura = dantismo (v. 98). Termine coniato da Dante. Significa prolungarsi nel futuro, nella memoria delle generazioni future.

La trama in quella tela ch’io le porsi ordita = metafora (vv. 101-102). La tela è quella del futuro di Dante, l'ordito corrisponde alle profezie oscure ricevute in precedenza, e la trama è la spiegazione chiara che ora ha fornito Cacciaguida che si mostrò subito disponibile a rispondere alle domande e a chiarire i dubbi di Dante.

Io cominciai, come colui che brama, dubitando, consiglio da persona che vede e vuol dirittamente e ama = similitudine (vv. 103-105). Cioè: "io, come una persona che avendo un dubbio desidera avere il consiglio di chi conosce bene le cose e desidera il bene e gli vuole bene, ricominciai a chiedere".

Padre mio = apostrofe (v. 106).

Per colpo darmi tal = anastrofe (vv. 107-108). Cioè: "per darmi un colpo tale".

Di provedenza è buon ch’io m’armi = metafora (v. 109). Cioè: "è necessario che io mi armi di buona prudenza". S'intende che dovrà prestare attenzione.

Se loco m’è tolto più caro = perifrasi (v. 110). Cioè: "se sarò allontanato dal luogo a me più caro". Per indicare Firenze.

Giù per lo mondo sanza fine amaro = perifrasi (v. 112). S'intende l'Inferno.

Cacume = latinismo (v. 113). Deriva da "cacumen", cioè vetta.

E per lo monte del cui bel cacume = perifrasi (v. 113). Cioè: "e lungo il monte dalla cui bella cima". S'intende il Purgatorio.

Per lo ciel = perifrasi (v. 115). S'intende il Paradiso.

S’io ridico, a molti fia sapor di forte agrume = sinestesia (vv. 116-117). Cioè: "ho appreso cose che, se le riferirò, avranno per molti un sapore sgradevole". Sfere sensoriali differenti.

S’io al vero son timido amico = metafora (v. 118). Con queste parole Dante parla dell'ipotesi di omettere dei particolari, cioè di non dire tutta la verità.

Tra coloro che questo tempo chiameranno antico = perifrasi (vv. 119-120). Per indicare i posteri, le nuove generazioni.

La luce in che rideva il mio tesoro = perifrasi (v. 121). Per indicare l'anima di Cacciaguida.

Corusca = latinismo (v. 122).

Si fé prima corusca, quale a raggio di sole specchio d’oro = similitudine (vv. 122-123). Cioè: "dapprima si fece splendente, come uno specchio dorato colpito da un raggio sole".

Fusca = latinismo (v. 124).

La tua parola = sineddoche (v. 126). Il singolare per il plurale, "le tue parole".

Lascia pur grattar dov’è la rogna = metafora (v. 129). Cioè: "e lascia pure che chi ha la rogna si gratti". Sta a significare che chi ha colpe ne paghi le conseguenze.

Ché se la voce tua sarà molesta nel primo gusto, vital nodrimento lascerà poi, quando sarà digesta = metafora (vv. 130-132). Cioè: "Poiché ciò che tu dirai, se al primo assaggio risulterà fastidioso, poi diventerà cibo vitale, una volta digerito". Il testo letterario ha lo stesso valore del nutrimento per l'essere umano.

La voce tua = anastrofe (v. 130). Cioè: "la tua voce".

Digesta = latinismo (v. 132)

Questo tuo grido farà come vento, che le più alte cime più percuote = similitudine (vv. 133-134). Cioè: "questo tuo grido accusatore sarà come un vento che maggiormente colpisce le cime più alte".

Le più alte cime = metafora (v. 134). Per indicare le personalità più potenti.

Più ... più = iterazione (v. 134).

Nel monte e ne la valle dolorosa = perifrasi (v. 137). Per indicare il Purgatorio e l'Inferno.

Incognita e ascosa = endiadi (v. 141).
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Paradiso Canto 16 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del sedicesimo canto del Paradiso. In questo canto Dante continua a parlare con il suo trisavolo Cacciaguida della decadenza di Firenze, del suo passato e della propria missione futura. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 16 del Paradiso.



Le figure retoriche

O poca nostra nobiltà di sangue = apostrofe (v. 1).

Ben se’ tu manto che tosto raccorce: sì che, se non s’appon di dì in die, lo tempo va dintorno con le force = metafora (vv. 7-9). Cioè: "Certo tu sei un mantello che si accorcia in fretta: cosicché, se non se ne aggiunge un po' ogni giorno, il tempo lo sforbicia continuamente".

Dì in die = poliptoto (v. 8). Cioè: "di giorno in giorno".

Le parole mie = anastrofe (v. 12). Cioè: "le mie parole".

Beatrice, ch’era un poco scevra, ridendo, parve quella che tossio al primo fallo scritto di Ginevra = similitudine (v. 13-15). Cioè: "Beatrice, che stava un po' in disparte, sorrise, e così sembrò quella donna che tossì al primo compromettente incontro di Ginevra con Lancillotto".

Il padre mio = perifrasi (v. 16). Per indicare Cacciaguida in quanto era un suo progenitore.

Voi = accumulazione (vv. 16-18).

La mente mia = anastrofe (v. 20). Cioè: "la mia mente, la mia anima".

Mia primizia = perifrasi (v. 22). Per indicare il fatto che Cacciaguida sia un suo antenato.

L’ovil di San Giovanni = metafora (v. 25). I fiorentini vengono descritti come il gregge di san Giovanni Battista, santo patrono della città.

Come s’avviva a lo spirar d’i venti carbone in fiamma, così vid’io quella luce risplendere a’ miei blandimenti = metafora (vv. 28-30). Cioè: "Come il carbone tra le fiamme si ravviva, se soffia il vento, così io vidi quella luce che risplendeva per le mie affettuose parole".

Occhi miei = anastrofe (v. 31). Cioè: "miei occhi".

Dolce e soave = endiadi (v. 32). Cioè: "pura e aggraziata".

Da quel dì che fu detto ‘Ave’ al parto in che mia madre, ch’è or santa, s’alleviò di me ond’era grave, al suo Leon cinquecento cinquanta e trenta fiate venne questo foco a rinfiammarsi sotto la sua pianta = perifrasi (vv. 34-39). Per indicare la data di nascita di Cacciaguida. la cui comprensione è legata ad una serie di fatti cronologici. Dal giorno dell'Annunciazione dell'Arcangelo Gabriele alla Vergine fino a quello della nascita di Cacciaguida il pianeta Marte era entrato in congiunzione con la costellazione del Leone per 580 volte; secondo le informazioni di Dante, il moto rivoluzionario di Marte avviene in 687 giorni terrestri, in questo modo si calcola che l'antenato di Dante sia nato nel 1091.

Antichi miei = anastrofe (v. 40). Cioè: "i miei antenati"

Li antichi miei e io nacqui nel loco dove si truova pria l’ultimo sesto da quei che corre il vostro annual gioco = perifrasi (vv. 40-42). Per indicare la località di nascita di Cacciaguida e della sua famiglia che è il sestiere di S. Pietro, che si trovava nell'ultima parte che deve percorrere chi partecipa al palio di Firenze.

Annual gioco = perifrasi (v. 42). Per indicare il palio fiorentino.

Villan d’Aguglion = perifrasi (v. 56). Per indicare Baldo d'Agugliano, giurista e uomo politico del XIII sec. che nel 1299 fu coinvolto nello scandalo di Niccolò Acciaiuoli.

Di quel da Signa = perifrasi (v. 56). Per indicare Bonifazio di Ser Rinaldo Morubaldini, giurista di parte Bianca passato poi ai Neri e che contribuì all'esilio di Dante.

Se la gente ch’al mondo più traligna = perifrasi (v. 58). Per indicare il Clero, la Chiesa.

Cesare = sineddoche, la parte per il tutto (v. 59). Per indicare l’intero istituto imperiale.

Noverca = latinismo (v. 60). Termine che viene ripreso da Dante dalle Metamorfosi di Ovidio dove Fedra, perfida matrigna di Ippolito, viene definita con quel termine.

Non fosse stata a Cesare noverca, ma come madre a suo figlio benigna = similitudine (vv. 59-60). Cioè: "se la Chiesa non fosse stata matrigna verso l'imperatore, ma fosse stata come un'amorevole madre verso il figlio".

E forse in Valdigrieve i Buondelmonti = ellissi (v. 66). Rispetto a due versi precedenti non fa uso del verbo "sariesi" (sarebbero rimasti).

Sempre la confusion de le persone principio fu del mal de la cittade, come del vostro il cibo che s’appone = similitudine (vv. 67-69). Cioè: "La mescolanza delle genti è sempre stato l'inizio del male delle città, come l'aggiunta di cibo ad altro non digerito è fonte di malanni nell'uomo".

Cieco toro = anastrofe (v. 70). Cioè: "toro cieco".

Avaccio = latinismo (v. 70). Significa "presto".

Cieco agnello = anastrofe (v. 71). Cioè: "agnello cieco".

E cieco toro più avaccio cade che cieco agnello; e molte volte taglia più e meglio una che le cinque spade = epifonema o aforisma (vv. 70-72). Cioè: "e un toro cieco crolla più velocemente di un agnello cieco; e molto spesso una sola spada taglia più e meglio di cinque spade".

Più e meglio = endiadi (v. 72).

Termine hanno = anastrofe (v. 78). Cioè: "hanno fine, sono destinate a finire".

Tutte hanno = anastrofe (v. 79). Cioè: "hanno tutte".

Le vostre cose tutte hanno lor morte, sì come voi = similitudine (vv. 79-80). Cioè: "tutte le cose terrene muoiono, proprio come voi uomini".

E come ‘l volger del ciel de la luna cuopre e discuopre i liti sanza posa, così fa di Fiorenza la Fortuna = similitudine (vv. 82-84). Cioè: "E come la Luna con le sue fasi copre e scopre senza sosta le coste (con le maree), così la Fortuna fa con le sorti di Firenze".

De la barca = perifrasi (v. 96). Cioè: "di Firenze".

Dorata in casa sua già l’elsa e ‘l pome = perifrasi (v. 102). Cioè: "avevano già in casa l'elsa e l'impugnatura della spada dorata", ovvero erano cavalieri.

Quei ch’arrossan per lo staio = perifrasi (v. 105). Cioè: "quelli che arrossiscono per la frode dello staio", per indicare i Chiaramontesi. La famiglia dei Chiaramontesi fu protagonista di uno scandalo di cui si parla nel Purgatorio canto XII.

Curule = perifrasi (v. 108). Il termine fa riferimento al sedile ornato d'avorio, simbolo del potere giudiziario nell'antica Roma. E viene usato per indicare le famiglie a cui hanno avuto accesso alle alte cariche.

Quei che son disfatti per lor superbia = perifrasi (vv. 109-110). Per indicare la famiglia degli Uberti.

Palle de l’oro = perifrasi (v. 110). Per indicare lo stemma della famiglia dei Lamberti.

L’oltracotata schiatta = perifrasi (v. 115). Per indicare la famiglia degli Adimari.

Indraca = dantismo (v. 115). Espressione coniata da Dante, sta ad indicare il gesto di qualcuno che si fa drago, cioè forte e potente, nei confronti di qualcun altro.

E a chi mostra ‘l dente o ver la borsa, com’agnel si placa = similitudine (vv. 116-117). Cioè: "mentre si placa come un agnello davanti a chi oppone resistenza o offre denaro".

A chi mostra ‘l dente = sineddoche (v. 116). Il singolare per il plurale, "mostrare i denti".

‘l Caponsacco = sineddoche (v. 121). Il singolare per il plurale, "i Caponsacchi".

E già era buon cittadino Giuda e Infangatosineddoche (v. 121). Il singolare per il plurale, "ed erano già diventati cittadini onorari i Giudi e gli Infangati".

Picciol cerchio = perifrasi (v. 125). Per indicare lo stretto cerchio delle antiche mura cittadine.

Del gran barone il cui nome e ‘l cui pregio la festa di Tommaso riconforta = perifrasi (vv. 128-129). Per indicare Ugo di Toscana, o di Tuscia, detto a volte Il Grande.

Con popol si rauni oggi colui che la fascia col fregio = perifrasi (vv. 131-132). Per indicare Giano della Bella.

La casa di che nacque il vostro fleto = perifrasi (v. 136). Per indicare la famiglia degli Amidei.

Se Dio t’avesse conceduto ad Ema = metafora (v. 143). Significa che sarebbe stato meglio se Buondelmonte fosse morto nel torrente dell'Ema.

Pietra scema = sineddoche (v. 145). La materia per l'oggetto, per indicare la statua mutilata di Marte.

Glorioso e giusto = endiadi (vv. 152-153).

Il popol suo = anastrofe (v. 153). Cioè: "la sua popolazione".
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Paradiso Canto 15 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del quindicesimo canto del Paradiso. In questo canto fa la sua apparizione l'avo Cacciaguida che saluta Dante e si presenta a lui, gli parla dell'antica Firenze e della storia della sua vita, in particolare si sofferma sulla sua partecipazione alla seconda crociata. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 15 del Paradiso.



Le figure retoriche

Liqua (v. 1)latinismo. Dal verbo liquere, cioè "sciogliere".

La volontà di fare il bene, in cui si manifesta sempre l'amore ben diretto, così come la cupidigia si manifesta nella volontà malvagia = similitudine (vv. 1-3). Cioè: "La volontà di fare il bene, in cui si manifesta sempre l'amore ben diretto, così come la cupidigia si manifesta nella volontà malvagia".

Silenzio puose a quella dolce lira, e fece quietar le sante corde che la destra del cielo allenta e tira = metafora (vv. 4-6). Cioè: "fece stare in silenzio quella dolce lira e fece acquietare le sante corde che la mano di Dio allenta e tira".

Silenzio puose = anastrofe (v. 4). Cioè: "fece tacere".

La destra del cielo = perifrasi (v. 6). Per indicare la mano di Dio.

Tranquilli e puri = endiadi (v. 12). Cioè: "quieti e trasparenti".

Quale per li seren tranquilli e puri discorre ad ora ad or sùbito foco, movendo li occhi che stavan sicuri, e pare stella che tramuti loco, se non che da la parte ond’e’ s’accende nulla sen perde, ed esso dura poco: tale dal corno che ‘n destro si stende a piè di quella croce corse un astro de la costellazion che lì resplende = similitudine (vv. 13-20). Cioè: "Come nei cieli quieti e trasparenti all'improvviso passa una stella cadente, attirando lo sguardo che prima era fermo, e sembra una stella che cambi posizione, salvo che nel punto in cui essa si accende non sparisce nessun astro e il fenomeno è di breve durata: così, dal braccio destro della croce fino alla parte inferiore, si mosse una delle luci che costellavano quella figura".

S’accende ... perde = assonanza (vv. 17-18).

Né si partì la gemma dal suo nastro, ma per la lista radial trascorse, che parve foco dietro ad alabastro = similitudine (vv. 22-24). Cioè: "e l'anima preziosa non si separò dal suo nastro, ma percorse il braccio della croce simile a un fuoco dietro una lastra di alabastro".

Sì pia l’ombra d’Anchise si porse, se fede merta nostra maggior musa, quando in Eliso del figlio s’accorse = similitudine (v. 25, v.27). Cioè: "Così devota l'anima di Anchise si mostrò quando vide il figlio Enea nei Campi Elisi".

Nostra maggior musa = perifrasi (v. 26). Per indicare Virgilio, autore dell'Eneide.

Rivolsi ... il viso = iperbato (v. 32). Cioè: "rivolsi lo sguardo".

A la mia donna = perifrasi (v. 32). Per indicare Beatrice.

Stupefatto fui = anastrofe (v. 33). Cioè: "rimasi meravigliato".

De la mia gloria e del mio paradiso = endiadi (v. 36). Cioè: "della beatitudine e della felicità".

Trino e uno = perifrasi (v. 47). Per indicare Dio.

Nel mio seme = metafora (v. 48). Cioè: "alla mia discendenza".

Magno volume = perifrasi (v. 50). Per indicare la mente divina.

Mercè di colei ch’a l’alto volo ti vestì le piume = perifrasi (vv. 53-54). Per indicare Beatrice.

Da quel ch’è primo = perifrasi (v. 56). Per indicare Dio.

Tu credi che a me tuo pensier mei da quel ch’è primo, così come raia da l’un, se si conosce, il cinque e ‘l sei = similitudine (vv. 55-57). Cioè: "Tu credi che il tuo pensiero venga a me da Dio, così come dall'uno, se lo si conosce, derivano gli altri numeri (il cinque e il sei)".

Di questa vita = perifrasi (v. 62). Per indicare il Paradiso.

Ne lo speglio = perifrasi (v. 62). Per indicare Dio.

Pandi = latinismo (v. 63). Dal verbo latino pandere, cioè "spiegare".

La voce tua = anastrofe (v. 67). Cioè: "la tua voce".

Balda e lieta = endiadi (v. 67). Cioè: "ferma e gioiosa".

Fece crescer l’ali al voler mio = metafora (v. 72). Cioè: "fece crescere le ali al mio desiderio", ovvero ne aumentò l'intensità del desiderio.

Voler mio = anastrofe (v. 72). Cioè: "mio volere", inteso come "mio desiderio".

Sol = perifrasi (v. 76). Per indicare Dio.

V’allumò e arse = endiadi (v. 76). Cioè: "vi illuminò e vi scaldò".

Questa / disagguaglianza = enjambement (vv. 82-83).

Gioia preziosa = perifrasi (v. 86). S'intende la Croce del cielo di Marte.

Che questa gioia preziosa ingemmi = metafora (v. 86). Viene usata la metafora delle pietre preziose per indicare i beati e gli astri celesti.

O fronda mia in che io compiacemmi pur aspettando, io fui la tua radice = metafora (vv. 88-90). Si usano termini legati all'albero per indicare un certo legame fra i due personaggi. Con il termine "fronda" (ramoscello di foglie) s'intende che Dante è un suo discendente, con il termine "radice" s'intende che lui fu il capostipite o progenitore della famiglia di Dante.

Quel da cui si dice tua cognazione e che cent’anni e piùe girato ha ‘l monte in la prima cornice = perifrasi (v. 91-93). Per indicare Alighiero I, che si trova nella prima cornice del Purgatorio.

Mio figlio fu = anastrofe (v. 94). Cioè: "fu mio figlio".

L’opere tue = anastrofe (v. 96). Cioè: "le tue preghiere o le tue buone azioni".

Sobria e pudica = endiadi (v. 99). Cioè: "tranquilla e rispettosa dei limiti".

Non = anafora (v. 100, v. 103, v. 106, v. 109).

Non avea catenella, non corona, non gonne contigiate, non cintura = accumulazione (vv. 100-101). Cioè: "le donne ancora non esibivano catenelle, corone, gonne ricamate, cinture".

A veder più = anastrofe (v. 102). Cioè: "più appariscenti".

Sardanapalo = metonimia, il concreto per l'astratto (v. 107). Cioè: "il re assiro Assurbanipal (VII sec. a.C.) viene usato per indicare la lussuria fatta a persona".

Montemalo e Uccellatoio = sineddoche (vv. 109-110). Cioè: "sono due luoghi che si trovano, rispettivamente, all'ingresso nord di Roma e di Firenze. Per sineddoche stanno qui a significare le due città".

Cinto / di cuoio e d’osso = enjambement (vv. 112-113).

E le sue donne = antonomasia (v. 117). Non vengono nominate col nome proprio.

Oh fortunate! = esclamazione (v. 118). 

A studio = latinismo (v. 121). Latinismo dalla parola studium, cura.

Una Cianghella, un Lapo Salterello, qual or saria Cincinnato e Corniglia = metonimia (vv. 128-129). La coppia formata da Cianghella e Lapo Salterello viene contrapposta a quella formata da Cincinnato e Cornelia: i quattro soggetti citati diventano per metonimia simboli di dissoluzione morale, i primi due, e di buoni costumi i secondi.

A così = accumulazione (vv. 130-132).

Ne l’antico vostro Batisteo = anastrofe (v. 134). Cioè: "nel vostro antico Battistero".

Fui cristiano = metonimia, l'effetto per la causa (v. 135). Dice "divenni cristiano", effetto, anziché "fui battezzato", causa.

Fu mio frate = sineddoche, il singolare per il plurale (v. 136). Cioè: "i miei fratelli furono Moronto ed Eliseo".

Di quella legge = perifrasi (v. 143). Per indicare la religione Islam.

D’i pastor = perifrasi (v. 144). Per intendere i pontefici.
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Paradiso Canto 14 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del quattordicesimo canto del Paradiso. In questo canto Salomone scioglie il dubbio di Dante riguardante il fatto se anche dopo il Giudizio Universale, quando il corpo sarà ricongiunto all'anima, rimarrà la luce intensa che ora avvolge ogni anima, e se questa luce non disturberà la vista dei beati. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 14 del Paradiso.


Le figure retoriche

Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro = anadiplosi (v. 1). Cioè: "si muove dal centro all'orlo e viceversa".

Ritondo vaso = anastrofe (v. 2). Cioè: "vaso rotondo, contenitore rotondo".

A cui sì cominciar, dopo lui, piacque = iperbato (v. 9). Cioè: "alla quale piacque iniziare a parlare dopo di lui".

Come, da più letizia pinti e tratti, a la fiata quei che vanno a rota levan la voce e rallegrano li atti, così, a l’orazion pronta e divota, li santi cerchi mostrar nova gioia nel torneare e ne la mira nota = similitudine (vv. 19-24). Cioè: "Come talvolta quelli che danzano in cerchio, spinti da una maggiore gioia, alzano la voce e rendono più allegri loro gesti, così a quella preghiera pronta e devota di Beatrice, quelle sante corone mostrarono nuova felicità, ruotando e cantando mirabilmente".

Pinti e tratti = endiadi (v. 19). Cioè: "spinti e trascinati".

L’etterna ploia = allegoria (v. 27). Cioè: la beatitudine della Grazia Divina.

Uno e due e tre = enumerazione (v. 28).

Vive / e regna = enjambement (vv. 28-29).

In tre e ‘n due e ‘n unoenumerazione (v. 29).

Circunscritto ... circunscrive = poliptoto (v. 30).

Tre volte era cantato = anastrofe (v. 31). Cioè: "era cantato / osannato tre volte".

Da ciascuno / di quelli spirti = enjambement (vv. 31-32).

Più dia del minor cerchio = enjambement (vv. 34-35).

La luce più dia del minor cerchio = perifrasi (vv. 34-35). Per indicare l'anima si Salomone.

Una voce modesta, forse qual fu da l’angelo a Maria = similitudine (vv. 35-36). Cioè: "una voce modesta, forse simile a quella dell'arcangelo Gabriele a Maria nell'Annunciazione".

La festa / di paradiso = enjambement (vv. 37-38).

L’ardore; l’ardor = figura etimologica (vv. 40-41).

Gloriosa e santa = endiadi (v. 43).

Dona di gratuito lume = enjambement (vv. 46-47).

Sommo bene = perifrasi (v. 47). Per indicare Dio.

Crescer = anafora e iterazione (v.50, v.51).

Ma sì come carbon che fiamma rende, e per vivo candor quella soverchia, sì che la sua parvenza si difende; così questo folgór che già ne cerchia fia vinto in apparenza da la carne che tutto dì la terra ricoperchia = similitudine (vv. 52-57). Cioè: "Ma come il carbone avvolto dalla fiamma la supera per la sua forte incandescenza, in modo tale da continuare ad essere visibile, così questo fulgore che già ci circonda sarà vinto dall'aspetto del corpo che tutt'ora è sepolto in terra".

Carbon ... candor = paronomasia (vv. 52-53).

Affaticarne = metonimia, l'effetto per la causa (v. 58). Cioè: "affaticare" anziché "dare fastidio".

Sùbiti e accorti = endiadi (v. 61). Cioè: "pronti e solleciti".

Nascere un lustro sopra quel che v’era, per guisa d’orizzonte che rischiari = similitudine (vv. 68-69). Cioè: "un chiarore in aggiunta a quello che già c'era, simile ad un orizzonte che incomincia a illuminarsi".

E sì come al salir di prima sera comincian per lo ciel nove parvenze, sì che la vista pare e non par vera, parvemi lì novelle sussistenze cominciare a vedere, e fare un giro di fuor da l’altre due circunferenze = similitudine (vv. 70-75). Cioè: "E come al calare della sera appaiono in cielo le prime stelle, tali che sembra e non sembra reale, così mi parve lì di vedere le nuove anime, e mi sembrò che ruotassero intorno alle altre due corone di beati".

Un giro / di fuor = enjambement (vv. 74-75).

Oh vero sfavillar del Santo Spiro! = esclamazione (v. 76).

Santo Spiro = anastrofe (v. 76). Cioè: "Spirito Santo".

Occhi miei = anastrofe (v. 78). Cioè: "miei occhi".

Bella e ridente = endiadi (v. 79). Cioè: "bella e splendente".

Che non seguir la mente = anastrofe (v. 81). Cioè: "che la memoria non poté trattenere".

Li occhi miei = anastrofe (v. 82). Cioè: "i miei occhi".

Ripreser ... virtute = iperbato (v. 82). Cioè: "ripresero forza".

Con mia donna = perifrasi (v. 84). Per indicare Beatrice.

Accors’io = dialefe (v. 85).

L’affocato riso de la stella = personificazione (v. 86). Ovvero "riso" sta per "splendore".

Per l’affocato riso de la stella, che mi parea più roggio che l’usato = similitudine (vv. 86-87). Cioè: "perché la stella era rossa come il fuoco e brillava più del solito".

Non er’anco ... essausto = iperbato (v. 91).

Accetto e fausto = endiadi (v. 93). Cioè: "accolto e soddisfatto".

O Eliòs che sì li addobbi! = esclamazione (v. 96). Cioè: "O Dio, tu li abbellisci così!".

Come distinta da minori e maggi lumi biancheggia tra ‘ poli del mondo Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi; sì costellati facean nel profondo Marte quei raggi il venerabil segno che fan giunture di quadranti in tondo = similitudine (vv. 97-102). Cioè: "Come la Via Lattea si stende chiara, punteggiata di stelle piccole e grandi, da un polo all’altro dell’universo, così da far dubitare i più sapienti, così quei raggi di luce uniti in una costellazione creavano nella profondità di Marte il venerabile segno (della Croce), come in un cerchio le linee che uniscono i quadranti".

La memoria mia = anastrofe (v. 103). Cioè: "la mia memoria".

Si movien lumi, scintillando forte nel congiugnersi insieme e nel trapasso: così si veggion qui diritte e torte, veloci e tarde, rinovando vista, le minuzie d’i corpi, lunghe e corte, moversi per lo raggio onde si lista talvolta l’ombra = similitudine (vv. 110-116). Cioè: "così vediamo muoversi i corpuscoli di polvere in diverse direzioni, veloci e lenti, lunghi e corti, cambiando aspetto attraverso il raggio di luce che talvolta illumina l'ombra".

Ingegno e arte = endiadi (v. 117). Cioè: "con ingegnosità".

E come giga e arpa, in tempra tesa di molte corde, fa dolce tintinno a tal da cui la nota non è intesa, così da’ lumi che lì m’apparinno s’accogliea per la croce una melode che mi rapiva, sanza intender l’inno = similitudine (vv. 118-123). Cioè: "E come la giga e l'arpa, facendo vibrare le corde tese, producono un dolce suono anche per chi non distingue le singole note, così dagli splendori che mi apparvero si raccoglieva nella croce una melodia che mi affascinava, anche se io non comprendevo l'inno".

Come a colui che non intende e ode = similitudine (v. 126). Cioè: "come a colui che ascolta e non comprende".

La mia parola = sineddoche, il singolare per il plurale (v. 130). Cioè: "le mie parole".
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