Oli o Olii: qual è il plurale di OLIO?



Un noto modo di dire italiano dice "andare (o filare) liscio come l'olio" per indicare delle situazioni che si sono svolte senza difficoltà e senza problemi. Forse chi lo ha ideato non ha tenuto conto che uno degli errori più diffusi nella lingua italiana si trova nella parola "olio" stessa, o meglio nel suo plurale. Il dubbio riguarda il numero di "i" che bisogna mettere al plurale di olio: oli o olii?

La forma corretta è oli, con una sola i.
Qui di seguito andremo a spiegarne il perché.



La regola grammaticale

1) Il plurale dei sostantivi e degli aggettivi che terminano in -io sarà con due "i" quando quest'ultima è tonica, cioè quando su di essa cade l'accento. Ne sono un esempio i seguenti plurali:
  • addìo > addii,
  • gracidìo > gracidii,
  • leggìo > leggii,
  • oblìo > oblii,
  • pendìo > pendii,
  • vocìo > vocii


2) Il plurale dei sostantivi e degli aggettivi che terminano in -io sarà con una sola "i" quando su di essa non cade alcun accento, perché appunto l'accento si trova su un'altra vocale. E questo è il caso di olio, che diventa oli al plurale.
  • òlio > oli
  • bàcio > baci
  • àglio > agli
  • àgio > agi



Casi di omografia al plurale

La regola precedente è valida fino a quando non ci troviamo davanti a casi di ambiguità come i seguenti:
  • principe > principi, 
  • principio > principii
  • condomino > condomini, 
  • condominio > condominii.

Nel caso di olio, non c'è ambiguità, quindi non necessità il raddoppiamento della vocale.
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Inferno Canto 10 - Analisi e Commento


L'incontro di Dante con Farinata e Cavalcante nell'immaginazione di William Blake


La trama e la struttura

Domina, in questo canto degli epicurei, la figura nobile e forte di Farinata degli Uberti, spirito magnanimo. Intorno a lui si costruiscono tutti gli elementi del canto. La costruzione dell’incontro di Dante con il potente concittadino è particolarmente complessa e ricercata: prima, l’improvviso e altezzoso discorso di Farinata a Dante; poi, l’avvio serrato del dialogo e del contrasto politico; quindi l'inserimento dell’episodio di Cavalcante; infine, la ripresa del dialogo con la conclusione della polemica politica e la trattazione della questione dottrinaria sui destini ultimi dei dannati. Dalla fusione coerente di questi elementi deriva uno dei passi più celebri dell’opera.



I contenuti

La figura di Farinata degli Uberti
Il personaggio di Farinata domina il canto non solo metaforicamente: già la sua rappresentazione fisica, con quell’ergersi dalla cintola in su e l’espressione accigliata e sdegnosa, ci fanno capire che si tratti di una figura importante e degna. Benché ghibellino irriducibile (era uno dei capi del partito filoimperiale), avversario fiero del guelfo Dante, questi non può non rilevarne la statura morale e politica, che si espresse nell’amor patrio e nell’atteggiamento magnanimo, e che raggiunse il punto più alto nella difesa valorosa di Firenze contro i progetti dei suoi stessi compagni di partito. Ma Farinata non è solo l’appassionato politico, è anche l’uomo che ha meditato gravemente sui destini suoi e della sua città, che è colpito da quanto Dante gli racconta, che mormora, quasi a giustificarsi, che le violenze della battaglia di Montaperti non furono senza una causa. Farinata rappresenta insomma la figura dell’uomo politico integro, fedele a una causa da generazioni, la cui azione è comunque dettata da necessità e che opera in direzione del bene e della grandezza della patria. Così d’altra parte vi aveva già accennato Dante nel colloquio con Ciacco fra le anime «degne» (canto VI - v. 79). Meno evidente nel personaggio è il riflesso dell’eresia epicurea, per cui pure è relegato qui nell’inferno; appena un cenno è rilevabile nella parte dottrinaria del colloquio, in chiusura di canto.


Il tema autobiografico: Firenze e la profezia
L’incontro fra Dante e Farinata avviene nel segno della patria comune, Firenze, che è fattore centrale nell’autobiografismo del poeta: un autobiografismo di affetti e di ideologia. Contrapposti per ideologie politiche, violentemente polemici per schieramenti comunali avversi, i due personaggi si riconoscono comunque: prima nella comune lingua toscana e specificamente fiorentina, poi nell’appassionato, leale e sdegnato amore per la loro città. E sempre nel segno di Firenze viene pronunciato l’inquietante presagio dei vv. 79-81: per la prima volta, con linguaggio volutamente oscuro, viene predetto a Dante l’evento drammatico dell’esilio. Altre profezie sul proprio doloroso destino egli sentirà da altri spiriti nei diversi regni oltremondani e sarà questo un costante motivo di emozione e tensione narrativa, fino al definitivo svelamento del suo futuro nell’episodio decisivo dell’incontro con l’avo Cacciaguida.


Il tema politico
Soggetto principale del dialogo fra Dante e Farinata è la loro passione civile in ambito fiorentino. Attraverso le loro parole si ripercorrono le tappe della recente storia politica dì Firenze, così fortemente legata alla storia delle lotte tra fazioni guelfe e ghibelline, tra Bianchi e Neri, cui partecipavano attivamente famiglie di potere e di tradizione come gli Uberti, i Donati e gli stessi Alighieri. L’antagonismo tra Farinata e Dante è dunque un antagonismo anche di casato: si manifesta fin dalla cacciata dei guelfi da Firenze nel 1248 e nella vittoria ghibellina di Montaperti nel 1260 (per due fiate dispersi, v. 48). Dante non era ancora nato, ma poco importa; e poco importa che la famiglia degli Alighieri non avesse in realtà il peso politico degli Uberti: Dante è qui partecipe, nella finzione poetica, di quelle vicende che lo vedranno protagonista appassionato e poi, nell’esilio, sempre più amareggiato osservatore.


Cavalcante: Il dolore paterno
La figura di Cavalcante Cavalcanti, padre di Guido Cavalcanti, poeta e amico di Dante, viene presentata in netta contrapposizione con quella di Farinata nella raffigurazione fisica e negli atteggiamenti psicologici. Personaggio minore — si solleva nell’arca solo fino al mento, in ginocchio, mentre l’altro si erge con tutto il busto, imponente —, vive come personificazione dell’amore paterno, angosciato per la sorte del figlio, al punto da fraintendere le parole di Dante e crederlo morto. Il passo di Cavalcante, pur occupando un autonomo spazio narrativo, ha una evidente funzione strutturale rispetto all’episodio centrale del canto: inserito all’interno del dialogo fra Dante e Farinata, crea la sospensione e il contrasto necessari a enfatizzare le loro parole e i loro sentimenti, prima e dopo l’interruzione.


Il tema dottrinario: la preveggenza del dannati
Cavalcante crede che il figlio sia morto (vv. 87 69), e questo fa dubitare Dante sulla preveggenza dei dannati. La questione viene poi trattata da Farinata (vv. 94-117): la loro conoscenza del futuro è simile alla vista dei presbiti, che vedono bene da lontano, ma non da vicino. Le anime possono quindi conoscere bene gli avvenimenti nel futuro, ma quando quelli si avvicinano non li riconoscono più, fino alla ignoranza completa del presente. Tale conoscenza del futuro durerà fino al giudizio universale: poi, non esisterà più il tempo, le arche verranno chiuse e per gli eretici sarà totale e definitiva cecità.



Commento

Una distesa di tombe, un cimitero in cui scontano la pena quei dannati che credettero che l'anima muore col corpo; questo è l'ambiente che hanno di fronte i due poeti. Eretici e materialisti, questi spiriti, dopo il Giudizio universale, giaceranno col corpo per sempre serrati dentro il sepolcro. Un'atmosfera claustrofobica s'afferma sulla scena, quasi tragico contrappasso di chi credette nella vitalità, nella bellezza del vivere, nella libertà del corpo e del pensiero, in una pienezza umana totale ma contingente, sprezzante della dimensione metafisica. Uomini completi, ma ancorati alla terra, gli epicurei rivivono le passioni terrene nel momento in cui incontrano Dante.
Due sono gli affetti che dominano il canto: la passione politica e l'amore paterno. Questi sentimenti sono ammirevoli, capaci di conferire dignità ai personaggi, ma pur sempre cosi temporanei all'occhio del pellegrino Dante in cammino verso la salvezza. Il canto dominato da Farinata, il ghibellino possente e ragguardevole che avvia uno scontro politico con Dante, il discendente di quei Guelfi con cui venne in conflitto a Montaperti e altrove. La diatriba è tipica di due avversari politici che si affrontano senza reticenze: sono due linee ideologiche diverse, ma ciò non significa che l'uno valga meno dell'altro. Seguono nel canto gli eventi fondamentali della lotta tra le due fazioni, costellata di momenti di sangue. Ma c'è un attimo in cui il fiero ghibellino abbassa il tono altezzoso e deciso per abbandonarsi su un ricordo imperioso: egli fu il solo a opporsi alla distruzione di Firenze. Su questo piano Farinata e Dante s'incontrano: al di la della feroce critica alla loro città, entrambi la amano tanto intensamente da doverne subire dolorose conseguenze. Dante infatti viene a sapere da Farinata che presto sarà scacciato da Firenze e costretto all'esilio: l'odio dei concittadini vincerà ancora una volta, come già avvenne con Farinata. Momenti di intensa passione politica s'intrecciano ad altri di tonalità individuale e sentimentale. È Cavalcante Cavalcanti, il padre dell'amico Guido, che offre a Dante lo spunto per affrontare il tema del doloroso amore paterno. Cavalcante ha, dei padri, lo sconfinato amore e l'orgoglio che spinge a esaltare i propri figli, a considerarli unici al mondo. Cavalcante è convinto che il suo Guido sia al di sopra di tutti gli altri intellettuali fiorentini, certamente non lo giudica inferiore a Dante, e si chiede come mai non sia con lui in un viaggio cosi importante. L'assurda domanda svela un retroterra di passioni terrene, di legami intensi, di richiami affettivi che non hanno consolazione. Ancor più sconsolato è poi Cavalcante quando teme che suo figlio sia già morto. Egli non accetta la morte tanto più quella di suo figlio: per lui che ha creduto nella scolarità della vita, l'evento mortale risulta inspiegabile e insensato. Farinata e Cavalcante: due facce di una stessa medaglia, due diverse interpretazioni di una passione per la vita, che la morte ha spezzato definitivamente. A conclusione dell'incontro, a Dante resta l'amaro di una profezia chi presto si avvererà.
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Inferno Canto 9 - Analisi e Commento



Il tema morale: la lotta fra il bene e il male
La tensione dei due poeti in attesa dell’aiuto divino è l’indice della difficile battaglia che il bene deve sostenere contro il male. La ragione e la volontà umana (Virgilio) sono insufficienti a vincere il vizio (i demoni), ma la Provvidenza divina non abbandona l’uomo di buona volontà: l’intervento della Grazia, simboleggiata dal Messo celeste, sconfigge il male.


Il tema allegorico
Come ci avvertono i vv. 61-63, il canto richiede un’attenta interpretazione allegorica: la dottrina si nasconde sotto 'I velame de li versi strani.

Questi sono i significati simbolici delle figure presenti nel canto.
  • Le tre Furie (o Erinni): la cattiva coscienza; il rimorso, la vendetta, la punizione. Probabilmente simboleggiano anche i tre ordini di peccato puniti nel Basso Inferno: Megera la violenza (VII cerchio), Aletto la frode contro chi non si fida (VIII cerchio), Tesifone la frode contro chi si fida (IX cerchio).
  • Medusa: il terrore; il dubbio religioso; la disperazione. Ma anche l’eresia (Lana), la sensualità che acceca l’uomo (Boccaccio).
  • Messo celeste: la dottrina cristiana; la Grazia divina che soccorre chi vuole redimersi.
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In forma o Informa: come si scrive?



"In forma" e "Informa" sono due parole simili che esistono nella lingua italiana, ma non hanno nulla in comune nel loro significato.


Informa

"Informa" in analisi grammaticale è voce del verbo informare, modo indicativo, tempo presente, terza persona singolare.

INDICATIVO PRESENTE:
io informo
tu informi
lui/lei informa
noi informiamo
voi informate
loro informano


Informare significa istruire, e quindi dare un'informazione o una notizia. Tale verbo viene spesso usato nelle forme impersonali.


ESEMPIO:
- Si informa la gentile clientela che l'attività resterà chiusa per l'intera giornata.
- Si informa la gentile clientela di riferire qualsiasi atto sospetto al personale.
- Il programma meteorologico ti informa in diretta sulle condizioni del tempo.



In forma

"In forma" sta a indicare uno stato di salute ottimale. Viene spesso usato nelle seguenti espressioni: essere in forma, restare in forma, mantenersi in forma.


ESEMPIO:
- Oggi ti trovo in forma splendida.
- Se vuoi mantenerti in forma dovrai fare palestra anche in inverno.
- Voglio ritornare in forma come qualche anno fa.
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Inferno Canto 8 - Analisi e Commento



La vivacità del canto
Sequenza varia di movimento e vivace di situazioni: la visione da lontano della città di Dite, la scena con Flegias, l’attraversamento della palude Stigia, l’articolato incontro con Filippo Argenti, lo sbarco sotto le mura di Dite, lo scontro con i demoni, e l’attesa di un evento straordinario.


Filippo Argenti
All’anonimo personaggio è affidato il compito di rappresentare l’intera schiera degli iracondi, Il suo vizio si manifesta in due immagini: il gesto con cui tenta di rovesciare la barca, e il suo rabbioso sbranarsi tra le urla degli altri dannati. Nell’episodio è presente l’emotività moralistica dell’autobiografismo dantesco.


La città di Dite
La cittadella infernale ospita i dannati e le colpe più spregevoli, quelle in cui concorse anche la ragione: l’eresia, la violenza, la fraudolenza. Si può dire che qui cominci l’inferno vero e proprio, e per questo Dante vi incontra l’ostacolo maggiore. Dite è rappresentata come una città-fortezza medievale, con le mura intercalate dalle torri, i segnali luminosi fra i posti di guardia, gli sbarramenti difensivi, i soldati sugli spalti.
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Far sì che o Far si che: come si scrive?



La locuzione far sì che si scrive in questo modo, con l'accento grave sulla "i". Nel caso in questione starebbe per "far così che...".
Va inserito l'accento per distinguerlo dal "si" particella pronominale.

In caso di dubbio o vuoto mentale potreste sempre utilizzare altre forme simili come: "fare in modo che, affinché, per cercare di fare..." ecc.


ESEMPIO:

"Far sì che" significa "fare in modo che si compia un effetto, cercare di creare volontariamente la situazione o la conseguenza":
  • Devi far sì che il giornale non si bagni = Devi cercare di non bagnare il giornale.
  • Faccio sì che tu capisca = cerco di farti capire / faccio in modo da farti capire.
  • Fa' sì che non si svegli = non farlo svegliare / cerca di non svegliarlo. (si apostrofa il verbo fare perché è il modo imperativo)
  • Bisogna far sì che tutti restino soddisfatti. = fare in modo di soddisfare tutti.
  • Tutti si impegnino a far sì che nessuno sia escluso. = affinché nessuno sia escluso / per cercare di non escludere nessuno.
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    Inferno Canto 7 - Analisi e Commento



    La struttura del canto
    Per la prima volta, varia il sistema che fa corrispondere un canto a un cerchio di dannati. Qui infatti vengono narrate le vicende del quarto e del quinto cerchio, e nel passaggio fra le due zone si inserisce una pausa di carattere dottrinario (la disquisizione sulla Fortuna). Si tratta di uno schema che ritroveremo spesso.


    I dannati del quarto cerchio
    Fra gli avari e i Prodighi Dante non riconosce nessuna personalità specifica, l’unico rilievo si riferisce al gran numero di ecclesiastici. In questo modo coinvolge nella condanna l’intera istituzione: la Chiesa si è macchiata di uno dei peccati maggiori, l’avarizia, che corrompe la sua missione di servizio al popolo cristiano.


    Il concetto di Fortuna
    Nella trattazione dottrinaria, Dante modifica la concezione classica della Fortuna, trasformandola da dea capricciosa in intelligenza celeste e strumento della Provvidenza divina. Attraverso Virgilio spiega che la fortuna è una ministra di Dio, e che le sua funzione è di favorire il passaggio delle ricchezze da un uomo ad un altro, da una famiglia ad un'altra, da un popolo ad un altro, affinché vi sia ricambio nelle sorti materiali dei mortali. Inoltre fa presente che molti dei mortali la maledicono, anche se dovrebbero ringraziarla, ma essa è, per disegno Provvidenziale, una creatura beata e sorda, cioè non sente né le loro imprecazioni, né i loro desideri e talvolta resta indifferente ai loro stessi meriti: sta con le altre creature celesti, gira la sua sfera lieta e beatamente gode della sua condizione.
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