Purgatorio Canto 7 - Parafrasi



Sordello, mentre si avvicinano, dice che già prima del tramonto indicherà i personaggi che stanno in questo posto. Così dicendo, passa in rassegna i principi negligenti: Rodolfo, Ottocaro, che si nutrì di lussuria e ozio, Filippo III e Enrico I.
L'elenco continua con il robusto Pietro III d'Aragona e con Carlo I d'Angiò. Ma le sue virtù, purtroppo, non si trasmisero agli altri eredi. Esse sarebbero state ben tramandate se fosse salito al trono il giovanetto, che ora risiede accanto a lui. Da questo episodio Dante trae spunto per dimostrare che la virtù non si eredita da padri, ma discende da Dio, come una grazia. Sordello indica ancora Arrigo III d'Inghilterra, seduto in disparte, e poi posto in luogo più basso, Guglielmo VII, alla cui morte seguì una dolorosa guerra nelle regioni del suo marchesato (Monteferrato e Canavarese).

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 7 del Purgatorio. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Sordello, dopo avere ripetuto più volte (iterate)
i suoi festosi e cortesi gesti di accoglienza,
si tirò indietro e disse: «Voi, chi siete?».
«Il mio corpo fu sepolto per ordine di Ottaviano
prima della venuta di Cristo,
che consentì alle anime degne di accedere a questo monte.
Io sono Virgilio; e ho perso il Paradiso per nessuna altra colpa (rio),
che per non avere avuto la fede».
Così rispose allora la mia guida.
Come diventa chi vede una cosa improvvisa (sùbita),
per cui si stupisce al punto
da crederci e non crederci, dicendo «È vera ... non è vera»,
così sembrò Sordello; poi abbassò gli occhi,
e rispettosamente si avvicinò ancora a Virgilio,
abbracciandolo nel punto in cui l’inferiore abbraccia la persona più importante.
«O gloria degli Italiani», disse, «per merito
del quale la nostra lingua mostrò tutta la sua capacità artistica (ciò che potea),
o eterno onore (pregio) del territorio in cui anch’io nacqui,
quale mio merito o quale grazia ti mostra a me?
Se io sono degno di ascoltare le tue parole,
dimmi se vieni dall’Inferno e da quale cerchio (chiostra)».
«Io sono venuto qua attraversando tutti i cerchi dell’Inferno,
il regno del dolore (dolente)», gli rispose Virgilio; «sono stato indotto
a venire da una potenza (virtù) celeste, ed essa mi accompagna (con lei vegno).
Non per fare, ma per non fare ho perduto
la possibilità di vedere Dio, l’alto Sole che tu desideri (disiri) vedere,
e che fu conosciuto da me troppo tardi.
Nell’Inferno esiste un luogo non rattristato da sofferenze fisiche (martìri),
ma solo da tenebre, dove i lamenti
non risuonano come gemiti di dolore (guai), ma sono sospiri.
Io sto in quel luogo in compagnia dei bambini innocenti,
che furono presi dal morso della morte prima
che fossero purificati (essenti) dal peccato originale (l’umana colpa);
lì sto con le anime di coloro che non si rivestirono delle tre virtù teologali (sante virtù)
e conducendo una vita virtuosa (sanza vizio)
conobbero e praticarono tutte le altre.
Ma se tu sai e puoi, dacci qualche indicazione,
che ci consenta di arrivare più velocemente (più tosto)
là dove il Purgatorio ha il suo vero (dritto) inizio».
Rispose: «A noi non è fissato (c’è posto) un luogo determinato;
mi è consentito muovermi verso l’alto e intorno;
ti sto al fianco (mi t’accosto) come guida, per quanto posso andare.
Ma vedi come ormai il giorno si avvia al tramonto (dichina),
e di notte non si può salire;
perciò è opportuno cercare un luogo piacevole per fermarsi (di bel soggiorno).
Da questo lato, a destra, ci sono anime appartate (remote);
se me lo permetti, ti condurrò (merrò) da esse,
e potrai conoscerle non senza gioia da parte tua».
«Com’è possibile?» rispose Virgilio. «Se uno volesse
salire di notte, sarebbe (fora) ostacolato
da qualcuno (d’altrui), o non salirebbe (sarria)?».
E il cortese Sordello tracciò col dito un segno sul suolo,
dicendo: «Vedi? Dopo il tramonto del sole,
non riusciresti a varcare neppure questa linea:
e non per altra causa che desse impedimento (briga)
a salire (irsuso), se non l’oscurità della notte;
questa togliendo la possibilità (nonpoder) di salire, ne ostacola (intriga) anche il desiderio.
Con la tenebra (con lei) sarebbe tuttavia possibile tornare in basso
e camminare vagando attorno al monte,
finché l’orizzonte nasconde (tien chiuso) la luce del giorno».
Allora il mio signore, come chi si meraviglia (quasi ammirando),
disse: «Guidaci (Menane) dunque là dove dici
che il soggiorno (dimorando) può essere motivo di diletto».
Ci eravamo appena allontanati da lì (lici),
quando mi accorsi che il monte era incavato (scemo),
come i valloni incavano (scemano) i fianchi delle montagne sulla terra (quici).
«Là», disse quell’anima (Sordello), «noi ora ci dirigeremo,
dove il fianco della montagna (costa) si raccoglie (face grembo);
e lì attenderemo il nuovo giorno».
C’era un sentiero trasversale (schembo) un po’ in salita e un po’ pianeggiante,
che ci condusse a un lato dell’avvallamento (lacca),
dove l’orlo di esso digrada (muore) oltre la metà della costa
L’oro e l’argento puro, la cocciniglia (cocco) e la biacca,
l’azzurro cupo, il legno luminoso e chiaro (lucido e sereno),
il verde fresco dello smeraldo appena spezzato (in l’ora che si fiacca),
se fossero messi tutti dentro quella valle (seno),
ognuno di essi sarebbe sconfitto dal colore dell’erba e dei fiori,
come una cosa minore (il meno) è vinta da quella che è superiore (suo maggiore) a lei.
Ma la natura in quel luogo non aveva soltanto (pur) dipinto,
ma dalla soavità di mille odori,
ne creava uno sconosciuto (incognito) e indistinto.
Vidi che nella valle, sull’erba verde e sui fiori,
sedevano anime che cantavano ‘Salve, Regina’,
e a causa dell’avvallamento (per la valle) non si vedevano dall’esterno (di fuori).
«Prima che il poco sole che ancora rimane, tramonti (s’annidi)»,
disse Sordello che ci aveva guidati lì (vòlti),
«non chiedetemi di condurvi fra queste anime.
Da questa altura (balzo) voi potrete distinguere i volti
e gli atteggiamenti di tutte quante le anime,
meglio che se entraste laggiù nella valle (lama) mischiati a esse.
Colui che siede più in alto e che con l’aspetto manifesta (fa sembianti)
di aver trascurato (negletto) di compiere il suo dovere,
e non unisce (move) la sua voce al canto delle altre anime,
fu l’imperatore Rodolfo, che avrebbe potuto
guarire le ferite che hanno distrutto (morta) l’Italia,
tanto che essa sarà ricostruita (si ricrea) tardi e per merito di un altro.
L’altro che col suo atteggiamento (vista) sembra confortarlo,
regnò (resse) sulla terra da cui nascono le acque
che il fiume Moldava (Molta) riversa nell’Elba (Albia), e l’Elba porta nel mare:
si chiamò Ottocaro (Ottacchero) e anche in fasce
fu assai più saggio di suo figlio Venceslao adulto (barbuto),
che si nutre (pasce) di lussuria e di ozio.
E quello dal piccolo naso (il re di Francia Filippo III) che si vede impegnato a parlare (stretto a consiglio)
con l’altro che ha un’apparenza così benevola,
morì mentre fuggiva e disonorava (disfiorava) il giglio di Francia:
guardate là come si batte il petto!
Osservate l’altro che, sospirando,
ha appoggiato la guancia al palmo della mano.
Essi sono padre (Filippo III) e suocero (Enrico di Navarra) del re che è la rovina della Francia (Filippo il Bello):
conoscono la sua vita oziosa e corrotta (lorda),
e di qui (quindi) deriva il dolore che li strazia (li lancia) in tal modo.
Quello (Pietro III d’Aragona) che sembra così robusto (membruto) e che unisce
il suo canto a quello dal grande naso (Carlo I d’Angiò),
fu un cavaliere pieno d’ogni virtù (portò cinta la corda);
e se dopo di lui fosse rimasto sul trono
il giovinetto (Alfonso III d’Aragona) che siede alle sue spalle,
la virtù si sarebbe certo trasmessa di padre in figlio (di vaso in vaso),
il che non si può invece dire degli altri eredi (rede);
Giacomo e Federico hanno ereditato i reami;
ma né uno né l’altro posseggono il meglio (la saggezza e il valore del padre) dell’eredità (retaggio).
Raramente si trasmette la virtù umana (probitate)
tramite la discendenza (per li rami); e Colui che la assegna
vuole così, perché si invochi da Lui.
Le mie parole si riferiscono anche a quello dal grande naso (Carlo d’Angiò),
non meno che all’altro, Pietro d’Aragona, che canta con lui,
i cui successori già fanno soffrire i reami di Napoli e di Provenza.
Carlo II (la pianta) è di tanto inferiore al padre Carlo I (seme),
quanto ha maggiore ragione di vantarsi del proprio marito (Pietro d’Aragona)
Costanza, che non Beatrice e Margherita (prima e seconda moglie) del loro (Carlo d’Angiò).
Osservate il re dalla vita semplice
Arrigo d’Inghilterra, che siede là in disparte:
questi ha migliore fortuna (uscita) nei suoi discendenti (ne’ rami suoi).
Colui che sta seduto per terra (s’atterra) fra costoro,
più in basso, e guarda verso l’alto (in suso) è il marchese Guglielmo VII di Monferrato,
per la cui morte Alessandria e la sua guerra
hanno provocato gravi lutti (fa pianger) nel Monferrato e nel Canavese».
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Inferno Canto 8 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche dell'ottavo canto dell'Inferno. È il continuo del canto precedente dal momento che Dante e Virgilio si trovano ancora nel V Cerchio (dove sono puniti gli iracondi e gli accidiosi): qui gli appare Flegiàs, simbolo dell'ira violenta e del fuoco, che prima scambia Dante per un dannato e poi traghetta i due poeti nella palude dello Stige. Incontrano Filippo Argenti, un essere malvagio che fa arrabbiare perfino Dante. Infine giungono alla città di Dite ma dei diavoli non gli consentono il passaggio. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 8 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Già scorgere puoi = anastrofe (v. 11). Sta a significare "già puoi vedere".

Corda non pinse mai da sé saetta che sì corresse via per l’aere snella, com’io vidi una nave piccioletta venir per l’acqua verso noi in quella = similitudine (vv. 13-16). Sta a significare "La corda di un arco non scoccò mai una freccia che fendesse l'aria così veloce, come io vidi una piccola barca venire verso di noi in quel momento nell'acqua".

Qual è colui che grande inganno ascolta che li sia fatto, e poi se ne rammarca, fecesi Flegiàs ne l’ira accolta = similitudine (vv. 22-24). Sta a significare "Come colui che ascolta un grande inganno che gli è stato fatto, e poi se ne rammarica, così fece Flegiàs ardendo d'ira".

Con piangere e con lutto = dittologia (v. 37).

Lo collo poi con le braccia mi cinse = anastrofe (v. 43). Sta a significare "Poi mi abbracciò al collo con le braccia".

Che ’n te s’incinse = pleonasmo (v. 45). È presente un si pleonastico.

Qui staranno come porci in brago = similitudine (v. 50). Sta a significare "qui all'Inferno saranno come porci nel fango".

Avante che la proda ti si lasci veder = metonimia (vv. 55-56). Sta a significare "Prima che ti sia consentito di vedere l’altra riva".

Vermiglie come se di foco uscite = similitudine (v. 72). Sta a significare "rosse come se fossero uscite dal fuoco".

Sol si ritorni = pleonasmo (v. 91). È presente un si pleonastico.

Udir non potti = anastrofe (v. 112). Sta a significare "Non fui in grado di sentire".

Chiuser le porte que’ nostri avversari nel petto al mio segnor = metonimia (vv. 115-116). Sta a significare "Quei nostri nemici chiusero le porte in faccia al mio maestro".

Enjambements = vv. 1-2; 73-74; 97-98; 104-105; 118-119.
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Tappeto - Ungaretti: analisi e commento



La poesia "Tappeto" è stata scritta dal poeta Giuseppe Ungaretti nel 1914 e fa parte della raccolta L'allegria, nella sezione Ultime.


Testo

Ogni colore si espande e si adagia
negli altri colori

Per essere più solo se lo guardi.



Analisi del testo e commento

Per capire di cosa parla la poesia occorre conoscere la definizione di "tappeto": esso è un manufatto, perlopiù rettangolare, in tessuto di fibre naturali o artificiali, con disegni decorativi.

Il poeta ci vuole dire che ci sono due modi di osservare un tappeto: con superficialità e con attenzione.
  1. Il tappeto – visto come un unico elemento – è un drappo di tessuto, formato da tanti colori che si "espandano e si adagiano" per creare un disegno, proprio come le singole persone si uniscono per formare una comunità.
  2. Sebbene il tappetto sia un singolo oggetto, andandolo a osservare da vicino, è possibile notare che è formato da colori isolati e ben distinti; così è per il singolo individuo, essere unico e irripetibile.

Da ciò si può dedurre che il tappeto di questa poesia esprime la condizione dell'io nella sua relazione con gli altri.

Inoltre si possono dare due interpretazioni diverse e addirittura opposte tra loro. Tutto quello che si deve fare è leggere i primi due versi normalmente e, una volta arrivati al terzo verso, bisognerebbe spostare la virgola di una sola parola (una vera e propria magia poetica):

"Per essere più solo | se lo guardi"
La sua condizione di essere unico e irripetibile lo rende inevitabilmente solo. Per quanto viva assieme ad altri individui (i fili del tappeto), se preso singolarmente, l’uomo sarà sempre in una condizione di solitudine. Questa prima interpretazione ha quindi un risvolto triste e malinconico.

"Per essere più | solo se lo guardi"
Come già detto in precedenza, la seconda interpretazione è resa possibile spostando semplicemente la virgola di una sola parola (di un posto). Il significato che ne viene fuori è totalmente differente: non è affatto triste e malinconico, anzi, il singolo filo del tappeto, isolato dagli altri per essere osservato più attentamente, apparirà ancora più bello e luminoso. E ciò avviene anche per l'uomo.
Solo ponendo l'attenzione sul singolo individuo si riescono a cogliere tutte le sue particolarità e singolarità che lo rendono speciale; lo rendono un "più" che riesce ad emergere e a brillare sopra a tutto il resto.



Figure retoriche

Paronomasia = "colore" e "colori" (vv. 1-2).

Antitesi = "altri" e "solo" (vv. 2-3).
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Inferno Canto 7 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del settimo canto dell'Inferno, il canto in cui Dante e Virgilio fanno il loro ingresso nel quarto cerchio infernale. Qui incontrano Pluto, il guardiano dell'area dove sono puniti gli avari e i prodighi. Questi inveisce contro i due poeti ma viene prontamente rimproverato da Virgilio. In seguito entrano nel V Cerchio (Stige) dove scontano la pena gli iracondi e gli accidiosi. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 7 dell'Inferno.



Le figure retoriche

'nfiata labbia = sineddoche (v. 7). Il termine "labbia" sta per "labbro"; il significato è "volto gonfio di ira".

Quali dal vento le gonfiate vele caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca, tal cadde a terra la fiera crudele = similitudine (vv. 13-15). Sta significare: "Come le vele gonfiate dal vento cadono ravvolte, se l'albero della nave si spezza, così cadde a terra la belva crudele.".

Come fa l’onda là sovra Cariddi, che si frange con quella in cui s’intoppa, così convien che qui la gente riddi = similitudine (vv. 22-24). Sta a significare: "Come fa l'onda presso Cariddi, quando si infrange con quella che proviene da Scilla, così quei dannati devono danzare la ridda".

Così tornavan per lo cerchio tetro = allitterazione della r (v. 31).

Ontoso metro = metonimia (v. 33). Sta per "parole ingiuriose, parolacce".

Che è occulto come in erba l’angue = similitudine (v. 84). Sta a significare: "che è nascosto, come il serpente che si annida tra l'erba".

Questa provede, giudica, e persegue = climax ascendente (v. 86).

Queste si percotean non pur con mano, ma con la testa e col petto e coi piedi, troncandosi co’ denti a brano a brano = climax ascendente (vv. 112-114). Sta a significare che "Essi si colpivano non solo con le mani, ma con la testa, il petto, i piedi, strappandosi la carne a morsi".

Queste si percotean non pur con mano, ma con la testa e col petto e coi piedi = enumerazione (vv. 112-113).

L’aere dolce che dal sol s’allegra = allitterazione della l (v. 122)

Gorgoglian = onomatopea (v. 125).

Tristi, aere, allegra, portando, dentro, or, attristiam, negra, gorgoglian, strozza = allitterazione della r (vv. 121-126).
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Notte di maggio - Ungaretti: analisi e commento



La poesia "Notte di maggio" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti e fa parte della raccolta L'allegria, nella sezione Ultime.


Testo

Il cielo pone in capo
ai minareti
ghirlande di lumini.



Analisi del testo e commento

Questa poesia è stata scritta poco prima della guerra (come Fase d'Oriente, Tramonto, Fase, Silenzio) e, come affermava il poeta, erano brevi e allo stesso tempo così profonde perché "alcuni vocaboli deposti nel silenzio come un lampo nella notte, un gruppo fulmineo d’immagini, mi bastavano a evocare il paesaggio sorgente d’improvviso ad incontrarne tanti altri nella memoria". In questa Notte di maggio, ad esempio, gli bastava osservare le luci parigine nel buio per ricreare il miraggio della sua terra natia: Alessandria d'Egitto. Ad Ungaretti sono bastati 3 versi per esaltare la fede e la speranza.


Notte di maggio = maggio potrebbe essere il mese in cui ha scritto questa poesia oppure il mese che egli ricorda. Di certo è che il paesaggio che egli rievoca è la visione notturna di Alessandria d'Egitto vista dall'alto.

Il cielo pone in capo = sta a significare che il cielo, come fosse una figura umana, pone delle ghirlande di lumini sopra i minareti.

Minareti = sono le torri presenti in quasi tutte le moschee (vedi foto in alto) e, come il campanile cristiano, vengono usate per richiamare alla preghiera i devoti di Allāh.

Ghirlande di lumini = cioè stelle che si dispongono a ghirlanda quasi ad omaggiare quei luoghi di culto che si protendono verso il cielo fondendosi con esso.



Figure retoriche

Personificazione = "il cielo" (v.1). Perché gli viene associato il verbo "pone".

Iperbato = (vv. 1-3). Così sarebbe dovuta essere la frase senza spezzettatura "Il cielo pone ghirlande di lumini in capo ai minareti".
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Inferno Canto 6 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del sesto canto dell'Inferno, il canto in cui Dante e Virgilio fanno il loro ingresso nel nel terzo cerchio infernale. Qui incontrano Cerbero (un mostruoso cane mastino gigantesco e sanguinario dotato di tre teste) e i lussuriosi, ovvero coloro che in vita hanno ecceduto con cibi e bevande (tra questi Ciacco e la sua oscura profezia sul destino politico della città di Firenze). Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 6 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Novi tormenti e novi tormentati = figura etimologica (v. 4).

Come ch’io mi mova e ch’io mi volga, e come che io guati = climax (vv. 5-6). Sta a significare "in qualunque modo mi muova, mi giri, e mi guardi intorno".

De la piova etterna, maladetta, fredda = allitterazione della d (vv. 7-8).

Etterna, maladetta, fredda e greve = climax (v. 8).

Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra = allitterazione della r (vv. 13-14). Serve a dare un valore espressivo del verso per dare rilievo e allungare la durata del latrato assordante di Cerbero.

E ’l ventre largo, e unghiate le mani = chiasmo (v. 17). Sta a significare "il ventre gonfio e le zampe con artigli".

Graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra = climax ascendente (v. 18). Sta a significare "graffia, scuoia e fa a pezzi i dannati".

Urlar li fa la pioggia come cani = anastrofe (v. 19). Sta a significare che "la pioggia li fa urlare come cani".

Come cani = similitudine (v. 19).

De l’un de’ lati fanno a l’altro schermo = anastrofe (v. 20). Sta a significare "cercano di proteggersi l'un l'altro coi fianchi".

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna / Qual è quel cane ch’abbaiando agogna = similitudine (vv. 28-33).

Tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto = iperbato (v. 42). Sta a significare "tu nascesti prima che io morissi".

La tua città, ch’è piena d’invidia sì che già trabocca il sacco, seco mi tenne in la vita serena = iperbato (v. 50). Sta a significare "La tua città, che è tanto piena di invidia che ormai ha raggiunto il limite, mi ospitò nella vita terrena".

Trabocca il sacco
= metafora (v. 50). Sta a significare che si è raggiunto il limite.

A la pioggia mi fiacco = anastrofe (v. 54). Sta a significare "sono fiaccato dalla pioggia".

Ch’a lagrimar mi ’nvita = anastrofe (v. 59). Sta a significare "che mi viene da piangere".

Verranno al sangue = metonimia (v. 65). L'effetto per la causa. Sta a significare che verranno allo scontro violento.

Tal che testé piaggia = perifrasi (v. 60). Per indicare Papa Bonifacio VIII.

Alte terrà lungo tempo le fronti = iperbato (v. 70). Sta a significare che "la fazione dei Neri reggerà alte le sue sorti politiche".

Le tre faville c’hanno i cuori accesi = metafora (v. 75). Per indicare le cause della discordia.

Di là più che di qua essere aspetta = anastrofe (v. 111). aspetta di essere di là dal Giudizio universale che di qua.

Enjambements = vv. 7-8; 32-33; 46-47; 49-50; 100-101.
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Ultimi cori per la Terra Promessa - Ungaretti: analisi e commento



La poesia "Ultimi cori per la terra promessa" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1960 e fa parte della raccolta Il taccuino del vecchio.


Testo

Agglutinati all'oggi
I giorni del passato
E gli altri che verranno,
Per anni e lungo secoli
Ogni mattino sorpresa

Nel sapere che ancora siamo in vita,
Che scorre sempre come sempre il vivere,
Dono e pena inattesi
Nel turbinio continuo
Dei vani mutamenti.

Tale per nostra sorte
Il viaggio che proseguo,
In un battibaleno
Esumando, inventando
Da capo a fondo il tempo,
Profugo come gli altri
Che furono, che sono, che saranno.

Se nell’incastro d’un giorno nei giorni
Ancora intento mi rinvengo a cogliermi
E scelgo quel momento,
Mi tornerà nell’animo per sempre.

La persona, l’oggetto o la vicenda
O gl’inconsueti luoghi o i non insoliti
Che mossero il delirio, o quell’angoscia,
O il fatuo rapimento
Od un affetto saldo,
Sono, immutabili, me divenuti.

Ma alla mia vita, ad altro non più dedita
Che ad impaurirsi cresca,
Aumentandone il vuoto, ressa di ombre
Rimaste a darle estremi
Desideri di palpito,
Accadrà di vedere
Espandersi il deserto
Sino a farle mancare
Anche la carità feroce del ricordo?

Ma alla mia vita, ad altro non più dedita
Che ad impaurirsi cresca,
Aumentandone il vuoto, ressa di ombre
Rimaste a darle estremi
desideri do palpito,
Accadrà di vedere
Espandersi il deserto
Sino a farle mancare
Anche la carità feroce del ricordo?

Quando un giorno ti lascia,
Pensi all’altro che spunta.

È sempre pieno di promesse il nascere
Sebbene sia straziante
E l’esperienza di ogni giorno insegni
Che nel legarsi, sciogliersi e durare
Non sono i giorni se non vago fumo.

Verso meta si fugge:
Chi la conoscerà?
Non d'Itaca si sogna

Smarriti in vario mare,
Ma va la mira al Sinai sopra sabbie
Che novera monotone giornate.


Si percorre il deserto con residui
Di qualche immagine di prima in mente,

Della Terra Promessa
Nient'altro un vivo sa.

All'infinito se durasse il viaggio,
Non durerebbe un attimo, e la morte
E' già qui, poco prima.

Un attimo interrotto,
Oltre non dura un vivere terreno:

Se s'interrompe sulla cima a un Sinai,
La legge a chi rimane si rinnova,
Riprende a incrudelire l'illusione.

Se una tua mano schiva la sventura,
Con l'altra mano scopri
Che non è il tutto se non di macerie.

E'sopravvivere alla morte, vivere?

Si oppone alla tua sorte una tua mano,

Ma l'altra, vedi, subito t'accerta
Che solo puoi afferrare
Bricioli di ricordi.

Sovente mi domando
Come eri ed ero prima.

Vagammo forse vittime del sonno?

Gli atti nostri eseguiti
Furono da sonnambuli, in quei tempi?

Siamo lontani, in quell'alone d'echi,
E mentre in me riemergi, nel brusio
Mi ascolto che da un sonno ti sollevi
Che ci previde a lungo.

Ogni anno, mentre scopro che Febbraio
E' sensitivo e, per pudore, torbido,
Con minuto fiorire, gialla irrompe
La mimosa. S'inquadra alla finestra
Di quella mia dimora d'una volta,
Di questa dove passo gli anni vecchi.

Mentre arrivo vicino al gran silenzio,
Segno sarà che niuna cosa muore
Se ne ritorna sempre l'apparenza?

O saprò finalmente che la morte
Regno non ha che sopra l'apparenza?

Le ansie che mi hai nascoste dentro gli occhi,
Per cui non vedo che irrequiete muoversi
Nel tuo notturno riposare, sola
Le tue memori membra,
Tenebra aggiungono al mio buio solito,
Mi fanno più non essere che notte,
Nell’urlo muto,notte.

E'nebbia, acceca vaga, la tua assenza,
E'speranza che logora speranza,

Da te lontano più non odo ai rami
I bisbigli che prodigano foglie
con ugole novizie
Quando primaverili arsure provochi
nelle mie fibre squallide.

L'Ovest all'incupita spalla sente
Macchie di sangue che si fanno larghe,
Che, dal fondo di notti di memoria,
Recuperate, in vuoto
S'isoleranno presto,
Sole sanguineranno.

Rosa segreta, sbocci sugli abissi
Solo ch'io trasalisca rammentando
Come improvvisa odori

Mentre si alza il lamento.
L'evocato miracolo mi fonde
La notte allora nella notte dove
Per smarrirti e riprenderti inseguivi,
Da libertà di pili
In pili fatti roventi,
L'abbaglio e 1'addentare.

Somiglia a luce in crescita,
Od al colmo, l'amore..

Se solo d'un momento
Essa dal Sud si parte,
Già puoi chiamarla morte.

Se voluttà li cinge,
In cerca disperandosi di chiaro
Egli in nube la vede
Che insaziabile taglia
A accavallarsi d'uragani,. freni.

Da quella stella all'altra
Si carcera la notte
In turbinante vuota dismisura,

Da quella solitudine di stella
A quella solitudine di stella.

Rilucere inveduto d'abbagliati
Spazi ove immemorabile
Vita passano gli astri
Dal peso pazzi della solitudine.

Per sopportare il chiaro, la sua sferza,
Se il chiaro apparirà,

Per sopportare il chiaro, per fissarlo
Senza battere ciglio,
Al patire ti addestro,

Espio la tua colpa,

Per sopportare il chiaro
La sferza gli contrasto
E ne traggo presagio che, terribile,
La nostra diverrà sublime gioia!


Veglia e sonno finiscano, si assenti
Dalla mia carne stanca,
D'un tuo ristoro, senza tregua spasimo.

Se fossi d'ore ancora un'altra volta ignaro,
Forse succederà che di quel fremito
Rifrema che in un lampo ti faceva
Felice, priva d'anima?

Darsi potrà che torni
Senza malizia, bimbo?

Con occhi che non vedano
Altro se non, nel mentre a luce guizza,
Casta l'irrequietezza della fonte?

E'senza fiato, sera, irrespirabile,
Se voi, miei morti, e i pochi vivi che amo,
Non mi venite in mente
Bene a portarmi quando
Per solitudine, capisco, a sera.

In questo secolo della pazienza
E di fretta angosciosa,
Al cielo volto, che" si doppia giù
E più formando guscio, ci fa minimi
In sua balia, privi d'ogni limite,
Nel volo dall'altezza
Di dodici chilometri vedere
Puoi il tempo che s'imbianca e che diventa
Una dolce mattina,
Puoi, non riferimento
Dall'attorniante spazio
Venendo a rammentarti
Che alla velocità ti catapultano
Di mille miglia all'ora,
L'irrefrenabile curiosità
E il volere fatale

Scordandoti dell'uomo
Che non saprà mai smettere di crescere
E cresce già in misura disumana,
Puoi imparare come avvenga si assenti
Uno, senza mai fretta né pazienza
Sotto veli guardando
Fino all'incendio della terra a sera.

Mi afferri nelle grinfie azzurre il nibbio
E, all'apice del sole,
Mi lasci sulla sabbia
Cadere in pasto ai corvi.

Non porterò piu sulle spalle il fango,
Mondo mi avranno il fuoco,
I rostri crocidanti,
L'azzannare afroroso di sciacalli.

Poi mostrerà il beduino,
Dalla sabbia scoprendolo
Frugando col bastone,
Un ossame bianchissimo.

Calava a Siracusa senza luna
La notte e l'acqua plumbea
E ferma nel suo fosso riappariva,

Soli andavamo dentro la rovina,

Un cordaro si mosse dal remoto.

Soffocata da rantoli scompare,
Torna, ritorna, fuori di sé torna,
E sempre l’odo più addentro di me
Farsi sempre più viva,
Chiara, affettuosa, più amata, terribile,
La tua parola spenta.

L’amore più non è quella tempesta
Che nel notturno abbaglio
Ancora mi avvinceva poco fa
Tra l’insonnia e le smanie,

Balugina da un faro
Verso cui va tranquillo
Il vecchio capitano.



Analisi del testo e commento

I frammenti sono complessivamente 27: essi rendono chiaro il percorso del pensiero e della poesia di Ungaretti. "Ultimi cori per la Terra Promessa", nasce, a detta dello stesso autore, da un breve ritorno in Egitto nel 1951 (all'età di 64 anni) insieme a Leonardo Sinisgalli e l'ispirazione gliel'ha data il paesaggio del deserto della Necropoli di Sakkarah.

Il poeta ha sempre pensato, fin dall'infanzia, al suo paese, all'Italia, come, appunto, a una "terra promessa" (come una meta irraggiungibile e come tale sarebbe dovuta rimanere). Quando si recherà in Italia ne resterà deluso e vorrebbe tornare al deserto della sua terra natia (Alessandria d'Egitto). Lo lascia intendere nel testo quando dice "ossame bianchissimo" che potrebbe essere il suo corpo defunto ricoperto dalla sabbia bianca. La Necropoli rappresenta la fine di un viaggio per il poeta (che era iniziato per la ricerca del porto sepolto), infatti le necropoli sono un luogo di morti: un agglomerato di tombe, disposte in modo disordinato nelle vicinanze dei centri antichi.

Coro 1: In questo luogo il passato e il futuro si riuniscono in un unico istante, che è il presente, perché lo spazio e il tempo sono nascosti nelle tombe millenarie ed assumono un'altra dimensioni ed altri significati.
Ungaretti, prosegue il suo pellegrinaggio che consiste in una specie di discesa agli Inferi (col suo paesaggio sotterraneo d'oltretomba), disseppellisce il tempo e lo riporta alla luce del sole (mentre prima era nell'oblio, in silenzio, ricoperto dalla povere antica); così facendo vuole ridare al tempo una nuova forma e nuovi contorni, come se lo volesse reinventare di nuovo.
Questa concentrazione del tutto nell'istante (un "battibaleno") è più evidente nel Coro 2 dove il poeta, decide di scegliere il momento in cui egli può ritornare nel suo animo e ritrovare tutte le sue cose (la persona, l'oggetto, la vicenda, i luoghi, le sensazioni e le emozioni di angoscia e affetto) immutate, cioè rimaste invariate perché è come se il tempo fosse in lui.
Detto ciò il poeta si chiede se l'espandersi del deserto (visto come un mare di sabbia) non possa ricoprire (sommergere) tutto il paesaggio e con lui anche la carità di un ricordo. Il deserto e il mare sono legati all'immagine della morte.
Continua dicendo che quando un giorno finisce bisogna pensare positivo perché ne inizierà un altro, tuttavia è straziante pensarla in questo modo in quanto l'esperienza ci insegna che il legarsi (passato), lo sciogliersi (presente) e il durare (futuro) non esistono, cioè non sono altro che fumo che si disperde nell'aria.
Nel Coro 4 parla di una meta da raggiungere e da oltrepassare, vista come termine paesaggistico e come fine o scopo del viaggio, ma è una meta che nessuno conosce. Inoltre, nomina Itaca e quindi in un certo senso accenna all'Ulisse che rinuncia al ritorno in Patria sopraffatto dal desiderio di conoscere nuove terre e nuovi popoli, ma nomina anche il Sinai, che Mosé raggiunse dopo 3 mesi di cammino.
Il destino di Ulisse (e di Ungaretti) è sul mare, egli è cresciuto lungo il mare che lo ha portato lontano dalla sabbia nativa, poi il mare lo ha ripreso e lo ha spinto, tra bonacce e tempeste, di gente in gente, di lido in lido, di ventura in ventura.
Il mare lo riporterà in patria, sulla terraferma, alla sua casa, per rimettersi, però, ancora in viaggio e navigare, camminare, approdare, tornare e attendere, ormai "vecchio", la morte che gli verrà dal mare e dal deserto.
Ogni porto, allora, anche se sepolto (proprio come una necropoli), era una promessa, un invito, una tentazione, una sfida.
Nel Cori 5 ci dice che ha "immagini di prima in mente", cioè ricordi di esperienze vissute nel deserto.
Nel Coro 6 dice che anche se il viaggio durasse all'infinito esso sarebbe in ogni caso solo un attimo perché la nostra vita terrena è breve e presto si giunge la morte.
Nel Coro 9 fa riferimento al giorno del compleanno del poeta che mette in evidenza il tempo che passa: tutti gli anni la mimosa torna a fiorire. Nell'ultimo periodo della sua vita, dopo la morte della moglie, Ungaretti si era trasferito da via Remuria a Roma, all’Eur dalla figlia. L’immagine della mimosa fiorita ogni anno e che ritorna a fiorire è manifestata già nella sua duplice diversità di presente e di passato: la mimosa che il soggetto poetico vedeva dalla finestra della casa dove aveva abitato e la mimosa che vede ora fiorire dalla finestra della casa dove abita e dunque nel confronto tra presente e passato. Nello stesso Coro dice che si sta avvicinando al silenzio (ogni parola nasce e finisce nel silenzio) che aggiunge buio alla notte: logora la speranza e crea sensazioni di vuoto. L'oblio diventa metafora della morte.
Nel Coro 27 un vecchio capitano si dirige in direzione della luce intermittente e incerta. Questa figura umana potrebbe associata allo spirito avventuriero di chi è pronto a tutte le partenze.
Questa è una poesia drammatica e cupa, ma ci sarà per il poeta, sebbene tanto in là con gli anni, ancora una stagione d'amore.



Figure retoriche

Ripetizione = da "Ma alla mia vita" (v. 28) a "la carità feroce del ricordo" (v. 45).

Epifora = "vivere" (v.7 e v.74).

Antitesi = "dono e pena" (v. 8).

Enumerazione = da "La persona, l’oggetto o la vicenda" (v. 22) a "Od un affetto saldo" (v. 26).

Antitesi = "espandersi" (v. 34) e "mancare" (v. 35).

Epifora = "notte" (v.104, 105, 140).

Epanalessi = "La notte allora nella notte dove" (v. 124).

Epifora = "quella solitudine di stella" (v.142 e v.143).

Anafora = "per sopportare il chiaro" (v.148, v. 150, v.154).
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