Inferno Canto 6 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del sesto canto dell'Inferno, il canto in cui Dante e Virgilio fanno il loro ingresso nel nel terzo cerchio infernale. Qui incontrano Cerbero (un mostruoso cane mastino gigantesco e sanguinario dotato di tre teste) e i lussuriosi, ovvero coloro che in vita hanno ecceduto con cibi e bevande (tra questi Ciacco e la sua oscura profezia sul destino politico della città di Firenze). Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 6 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Novi tormenti e novi tormentati = figura etimologica (v. 4).

Come ch’io mi mova e ch’io mi volga, e come che io guati = climax (vv. 5-6). Sta a significare "in qualunque modo mi muova, mi giri, e mi guardi intorno".

De la piova etterna, maladetta, fredda = allitterazione della d (vv. 7-8).

Etterna, maladetta, fredda e greve = climax (v. 8).

Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra = allitterazione della r (vv. 13-14). Serve a dare un valore espressivo del verso per dare rilievo e allungare la durata del latrato assordante di Cerbero.

E ’l ventre largo, e unghiate le mani = chiasmo (v. 17). Sta a significare "il ventre gonfio e le zampe con artigli".

Graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra = climax ascendente (v. 18). Sta a significare "graffia, scuoia e fa a pezzi i dannati".

Urlar li fa la pioggia come cani = anastrofe (v. 19). Sta a significare che "la pioggia li fa urlare come cani".

Come cani = similitudine (v. 19).

De l’un de’ lati fanno a l’altro schermo = anastrofe (v. 20). Sta a significare "cercano di proteggersi l'un l'altro coi fianchi".

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna / Qual è quel cane ch’abbaiando agogna = similitudine (vv. 28-33).

Tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto = iperbato (v. 42). Sta a significare "tu nascesti prima che io morissi".

La tua città, ch’è piena d’invidia sì che già trabocca il sacco, seco mi tenne in la vita serena = iperbato (v. 50). Sta a significare "La tua città, che è tanto piena di invidia che ormai ha raggiunto il limite, mi ospitò nella vita terrena".

Trabocca il sacco
= metafora (v. 50). Sta a significare che si è raggiunto il limite.

A la pioggia mi fiacco = anastrofe (v. 54). Sta a significare "sono fiaccato dalla pioggia".

Ch’a lagrimar mi ’nvita = anastrofe (v. 59). Sta a significare "che mi viene da piangere".

Verranno al sangue = metonimia (v. 65). L'effetto per la causa. Sta a significare che verranno allo scontro violento.

Tal che testé piaggia = perifrasi (v. 60). Per indicare Papa Bonifacio VIII.

Alte terrà lungo tempo le fronti = iperbato (v. 70). Sta a significare che "la fazione dei Neri reggerà alte le sue sorti politiche".

Le tre faville c’hanno i cuori accesi = metafora (v. 75). Per indicare le cause della discordia.

Di là più che di qua essere aspetta = anastrofe (v. 111). aspetta di essere di là dal Giudizio universale che di qua.

Enjambements = vv. 7-8; 32-33; 46-47; 49-50; 100-101.
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Ultimi cori per la Terra Promessa - Ungaretti: analisi e commento



La poesia "Ultimi cori per la terra promessa" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1960 e fa parte della raccolta Il taccuino del vecchio.


Testo

Agglutinati all'oggi
I giorni del passato
E gli altri che verranno,
Per anni e lungo secoli
Ogni mattino sorpresa

Nel sapere che ancora siamo in vita,
Che scorre sempre come sempre il vivere,
Dono e pena inattesi
Nel turbinio continuo
Dei vani mutamenti.

Tale per nostra sorte
Il viaggio che proseguo,
In un battibaleno
Esumando, inventando
Da capo a fondo il tempo,
Profugo come gli altri
Che furono, che sono, che saranno.

Se nell’incastro d’un giorno nei giorni
Ancora intento mi rinvengo a cogliermi
E scelgo quel momento,
Mi tornerà nell’animo per sempre.

La persona, l’oggetto o la vicenda
O gl’inconsueti luoghi o i non insoliti
Che mossero il delirio, o quell’angoscia,
O il fatuo rapimento
Od un affetto saldo,
Sono, immutabili, me divenuti.

Ma alla mia vita, ad altro non più dedita
Che ad impaurirsi cresca,
Aumentandone il vuoto, ressa di ombre
Rimaste a darle estremi
Desideri di palpito,
Accadrà di vedere
Espandersi il deserto
Sino a farle mancare
Anche la carità feroce del ricordo?

Ma alla mia vita, ad altro non più dedita
Che ad impaurirsi cresca,
Aumentandone il vuoto, ressa di ombre
Rimaste a darle estremi
desideri do palpito,
Accadrà di vedere
Espandersi il deserto
Sino a farle mancare
Anche la carità feroce del ricordo?

Quando un giorno ti lascia,
Pensi all’altro che spunta.

È sempre pieno di promesse il nascere
Sebbene sia straziante
E l’esperienza di ogni giorno insegni
Che nel legarsi, sciogliersi e durare
Non sono i giorni se non vago fumo.

Verso meta si fugge:
Chi la conoscerà?
Non d'Itaca si sogna

Smarriti in vario mare,
Ma va la mira al Sinai sopra sabbie
Che novera monotone giornate.


Si percorre il deserto con residui
Di qualche immagine di prima in mente,

Della Terra Promessa
Nient'altro un vivo sa.

All'infinito se durasse il viaggio,
Non durerebbe un attimo, e la morte
E' già qui, poco prima.

Un attimo interrotto,
Oltre non dura un vivere terreno:

Se s'interrompe sulla cima a un Sinai,
La legge a chi rimane si rinnova,
Riprende a incrudelire l'illusione.

Se una tua mano schiva la sventura,
Con l'altra mano scopri
Che non è il tutto se non di macerie.

E'sopravvivere alla morte, vivere?

Si oppone alla tua sorte una tua mano,

Ma l'altra, vedi, subito t'accerta
Che solo puoi afferrare
Bricioli di ricordi.

Sovente mi domando
Come eri ed ero prima.

Vagammo forse vittime del sonno?

Gli atti nostri eseguiti
Furono da sonnambuli, in quei tempi?

Siamo lontani, in quell'alone d'echi,
E mentre in me riemergi, nel brusio
Mi ascolto che da un sonno ti sollevi
Che ci previde a lungo.

Ogni anno, mentre scopro che Febbraio
E' sensitivo e, per pudore, torbido,
Con minuto fiorire, gialla irrompe
La mimosa. S'inquadra alla finestra
Di quella mia dimora d'una volta,
Di questa dove passo gli anni vecchi.

Mentre arrivo vicino al gran silenzio,
Segno sarà che niuna cosa muore
Se ne ritorna sempre l'apparenza?

O saprò finalmente che la morte
Regno non ha che sopra l'apparenza?

Le ansie che mi hai nascoste dentro gli occhi,
Per cui non vedo che irrequiete muoversi
Nel tuo notturno riposare, sola
Le tue memori membra,
Tenebra aggiungono al mio buio solito,
Mi fanno più non essere che notte,
Nell’urlo muto,notte.

E'nebbia, acceca vaga, la tua assenza,
E'speranza che logora speranza,

Da te lontano più non odo ai rami
I bisbigli che prodigano foglie
con ugole novizie
Quando primaverili arsure provochi
nelle mie fibre squallide.

L'Ovest all'incupita spalla sente
Macchie di sangue che si fanno larghe,
Che, dal fondo di notti di memoria,
Recuperate, in vuoto
S'isoleranno presto,
Sole sanguineranno.

Rosa segreta, sbocci sugli abissi
Solo ch'io trasalisca rammentando
Come improvvisa odori

Mentre si alza il lamento.
L'evocato miracolo mi fonde
La notte allora nella notte dove
Per smarrirti e riprenderti inseguivi,
Da libertà di pili
In pili fatti roventi,
L'abbaglio e 1'addentare.

Somiglia a luce in crescita,
Od al colmo, l'amore..

Se solo d'un momento
Essa dal Sud si parte,
Già puoi chiamarla morte.

Se voluttà li cinge,
In cerca disperandosi di chiaro
Egli in nube la vede
Che insaziabile taglia
A accavallarsi d'uragani,. freni.

Da quella stella all'altra
Si carcera la notte
In turbinante vuota dismisura,

Da quella solitudine di stella
A quella solitudine di stella.

Rilucere inveduto d'abbagliati
Spazi ove immemorabile
Vita passano gli astri
Dal peso pazzi della solitudine.

Per sopportare il chiaro, la sua sferza,
Se il chiaro apparirà,

Per sopportare il chiaro, per fissarlo
Senza battere ciglio,
Al patire ti addestro,

Espio la tua colpa,

Per sopportare il chiaro
La sferza gli contrasto
E ne traggo presagio che, terribile,
La nostra diverrà sublime gioia!


Veglia e sonno finiscano, si assenti
Dalla mia carne stanca,
D'un tuo ristoro, senza tregua spasimo.

Se fossi d'ore ancora un'altra volta ignaro,
Forse succederà che di quel fremito
Rifrema che in un lampo ti faceva
Felice, priva d'anima?

Darsi potrà che torni
Senza malizia, bimbo?

Con occhi che non vedano
Altro se non, nel mentre a luce guizza,
Casta l'irrequietezza della fonte?

E'senza fiato, sera, irrespirabile,
Se voi, miei morti, e i pochi vivi che amo,
Non mi venite in mente
Bene a portarmi quando
Per solitudine, capisco, a sera.

In questo secolo della pazienza
E di fretta angosciosa,
Al cielo volto, che" si doppia giù
E più formando guscio, ci fa minimi
In sua balia, privi d'ogni limite,
Nel volo dall'altezza
Di dodici chilometri vedere
Puoi il tempo che s'imbianca e che diventa
Una dolce mattina,
Puoi, non riferimento
Dall'attorniante spazio
Venendo a rammentarti
Che alla velocità ti catapultano
Di mille miglia all'ora,
L'irrefrenabile curiosità
E il volere fatale

Scordandoti dell'uomo
Che non saprà mai smettere di crescere
E cresce già in misura disumana,
Puoi imparare come avvenga si assenti
Uno, senza mai fretta né pazienza
Sotto veli guardando
Fino all'incendio della terra a sera.

Mi afferri nelle grinfie azzurre il nibbio
E, all'apice del sole,
Mi lasci sulla sabbia
Cadere in pasto ai corvi.

Non porterò piu sulle spalle il fango,
Mondo mi avranno il fuoco,
I rostri crocidanti,
L'azzannare afroroso di sciacalli.

Poi mostrerà il beduino,
Dalla sabbia scoprendolo
Frugando col bastone,
Un ossame bianchissimo.

Calava a Siracusa senza luna
La notte e l'acqua plumbea
E ferma nel suo fosso riappariva,

Soli andavamo dentro la rovina,

Un cordaro si mosse dal remoto.

Soffocata da rantoli scompare,
Torna, ritorna, fuori di sé torna,
E sempre l’odo più addentro di me
Farsi sempre più viva,
Chiara, affettuosa, più amata, terribile,
La tua parola spenta.

L’amore più non è quella tempesta
Che nel notturno abbaglio
Ancora mi avvinceva poco fa
Tra l’insonnia e le smanie,

Balugina da un faro
Verso cui va tranquillo
Il vecchio capitano.



Analisi del testo e commento

I frammenti sono complessivamente 27: essi rendono chiaro il percorso del pensiero e della poesia di Ungaretti. "Ultimi cori per la Terra Promessa", nasce, a detta dello stesso autore, da un breve ritorno in Egitto nel 1951 (all'età di 64 anni) insieme a Leonardo Sinisgalli e l'ispirazione gliel'ha data il paesaggio del deserto della Necropoli di Sakkarah.

Il poeta ha sempre pensato, fin dall'infanzia, al suo paese, all'Italia, come, appunto, a una "terra promessa" (come una meta irraggiungibile e come tale sarebbe dovuta rimanere). Quando si recherà in Italia ne resterà deluso e vorrebbe tornare al deserto della sua terra natia (Alessandria d'Egitto). Lo lascia intendere nel testo quando dice "ossame bianchissimo" che potrebbe essere il suo corpo defunto ricoperto dalla sabbia bianca. La Necropoli rappresenta la fine di un viaggio per il poeta (che era iniziato per la ricerca del porto sepolto), infatti le necropoli sono un luogo di morti: un agglomerato di tombe, disposte in modo disordinato nelle vicinanze dei centri antichi.

Coro 1: In questo luogo il passato e il futuro si riuniscono in un unico istante, che è il presente, perché lo spazio e il tempo sono nascosti nelle tombe millenarie ed assumono un'altra dimensioni ed altri significati.
Ungaretti, prosegue il suo pellegrinaggio che consiste in una specie di discesa agli Inferi (col suo paesaggio sotterraneo d'oltretomba), disseppellisce il tempo e lo riporta alla luce del sole (mentre prima era nell'oblio, in silenzio, ricoperto dalla povere antica); così facendo vuole ridare al tempo una nuova forma e nuovi contorni, come se lo volesse reinventare di nuovo.
Questa concentrazione del tutto nell'istante (un "battibaleno") è più evidente nel Coro 2 dove il poeta, decide di scegliere il momento in cui egli può ritornare nel suo animo e ritrovare tutte le sue cose (la persona, l'oggetto, la vicenda, i luoghi, le sensazioni e le emozioni di angoscia e affetto) immutate, cioè rimaste invariate perché è come se il tempo fosse in lui.
Detto ciò il poeta si chiede se l'espandersi del deserto (visto come un mare di sabbia) non possa ricoprire (sommergere) tutto il paesaggio e con lui anche la carità di un ricordo. Il deserto e il mare sono legati all'immagine della morte.
Continua dicendo che quando un giorno finisce bisogna pensare positivo perché ne inizierà un altro, tuttavia è straziante pensarla in questo modo in quanto l'esperienza ci insegna che il legarsi (passato), lo sciogliersi (presente) e il durare (futuro) non esistono, cioè non sono altro che fumo che si disperde nell'aria.
Nel Coro 4 parla di una meta da raggiungere e da oltrepassare, vista come termine paesaggistico e come fine o scopo del viaggio, ma è una meta che nessuno conosce. Inoltre, nomina Itaca e quindi in un certo senso accenna all'Ulisse che rinuncia al ritorno in Patria sopraffatto dal desiderio di conoscere nuove terre e nuovi popoli, ma nomina anche il Sinai, che Mosé raggiunse dopo 3 mesi di cammino.
Il destino di Ulisse (e di Ungaretti) è sul mare, egli è cresciuto lungo il mare che lo ha portato lontano dalla sabbia nativa, poi il mare lo ha ripreso e lo ha spinto, tra bonacce e tempeste, di gente in gente, di lido in lido, di ventura in ventura.
Il mare lo riporterà in patria, sulla terraferma, alla sua casa, per rimettersi, però, ancora in viaggio e navigare, camminare, approdare, tornare e attendere, ormai "vecchio", la morte che gli verrà dal mare e dal deserto.
Ogni porto, allora, anche se sepolto (proprio come una necropoli), era una promessa, un invito, una tentazione, una sfida.
Nel Cori 5 ci dice che ha "immagini di prima in mente", cioè ricordi di esperienze vissute nel deserto.
Nel Coro 6 dice che anche se il viaggio durasse all'infinito esso sarebbe in ogni caso solo un attimo perché la nostra vita terrena è breve e presto si giunge la morte.
Nel Coro 9 fa riferimento al giorno del compleanno del poeta che mette in evidenza il tempo che passa: tutti gli anni la mimosa torna a fiorire. Nell'ultimo periodo della sua vita, dopo la morte della moglie, Ungaretti si era trasferito da via Remuria a Roma, all’Eur dalla figlia. L’immagine della mimosa fiorita ogni anno e che ritorna a fiorire è manifestata già nella sua duplice diversità di presente e di passato: la mimosa che il soggetto poetico vedeva dalla finestra della casa dove aveva abitato e la mimosa che vede ora fiorire dalla finestra della casa dove abita e dunque nel confronto tra presente e passato. Nello stesso Coro dice che si sta avvicinando al silenzio (ogni parola nasce e finisce nel silenzio) che aggiunge buio alla notte: logora la speranza e crea sensazioni di vuoto. L'oblio diventa metafora della morte.
Nel Coro 27 un vecchio capitano si dirige in direzione della luce intermittente e incerta. Questa figura umana potrebbe associata allo spirito avventuriero di chi è pronto a tutte le partenze.
Questa è una poesia drammatica e cupa, ma ci sarà per il poeta, sebbene tanto in là con gli anni, ancora una stagione d'amore.



Figure retoriche

Ripetizione = da "Ma alla mia vita" (v. 28) a "la carità feroce del ricordo" (v. 45).

Epifora = "vivere" (v.7 e v.74).

Antitesi = "dono e pena" (v. 8).

Enumerazione = da "La persona, l’oggetto o la vicenda" (v. 22) a "Od un affetto saldo" (v. 26).

Antitesi = "espandersi" (v. 34) e "mancare" (v. 35).

Epifora = "notte" (v.104, 105, 140).

Epanalessi = "La notte allora nella notte dove" (v. 124).

Epifora = "quella solitudine di stella" (v.142 e v.143).

Anafora = "per sopportare il chiaro" (v.148, v. 150, v.154).
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Inno alla morte - Ungaretti: spiegazione, analisi e commento



La poesia "Inno alla morte" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1925 e fa parte della raccolta Sentimento del tempo, nella sezione La fine di Crono.



Testo

Amore, mio giovine emblema,
Tornato a dorare la terra,
Diffuso entro il giorno rupestre,
E' l'ultima volta che miro
(Appiè del botro, d'irruenti
Acque sontuoso, d'antri
Funesto) la scia di luce
Che pari alla tortora lamentosa
Sull'erba svagata si turba.

Amore, salute lucente,
Mi pesano gli anni venturi.

Abbandonata la mazza fedele,
Scivolerò nell'acqua buia
Senza rimpianto.

Morte, arido fiume...

Immemore sorella, morte,
L'uguale mi farai del sogno
Baciandomi.

Avrò il tuo passo,
Andrò senza lasciare impronta.
Mi darai il cuore immobile
D'un iddio, sarò innocente,
Non avrò più pensieri nè bontà.

Colla mentre murata,
Cogli occhi caduti in oblio,
Farò da guida alla felicità.



Analisi del testo e commento

Questa poesia inizia con un'invocazione d'amore, un amore collegato all'immagine del sole che illumina con la sua luce ed è dorato in quanto viene fatto riferimento ad Apollo, Dio del sole, che col cocchio dorato attraversava il cielo durante il giorno.
Ungaretti ricorre al binomio eros e thanatos, ma usa anche termini già presenti in alcuni suoi componimenti precedenti. Come per esempio il verbo "turbare" della prima strofa, era già stato usato in Sirene, ma come effetto dell’azione d’amore e che in questo caso invece viene applicato alla luce: se per Agostino essa mette in evidenza la realtà, dall'altra parte (per Cezanne) è quella che fa cambiare gli aspetti della realtà in quanto lui non dipinge quello che è, ma quello che vede e percepisce, che cambia a seconda di come è la luce (gioco di luci e ombre).
Qui, l'amore raffigurato come immagine del tempo, del sole e della forza è un'emblema di giovinezza che fa da contrasto alla vecchiaia ("mi pesano gli anni venturi"), che è solo il principio di un percorso che porta alla morte.
Il "giorno rupestre" sta a significare che l'alba è collocata all'interno di un paesaggio rupestre (costituito da rocce grandi e scoscese), a cui aggiunge che vi sono fossati, cavità naturali e corsi d'acqua che scorrono impetuosi.
Continua creando un legame di tipo sinestetico tra la luce e la tortora: dice che la scia di luce è paragonabile allo spostamento della tortora, perché la scia di luce è in continuo cambiamento. Di conseguenza si ha la percezione non solo del mutare delle cose ma anche del fatto che ci sfuggono e possiamo perderle per sempre e, quindi, la vita non è altro che la perdita di un qualcosa. È per questo che al poeta pesano gli anni che dovranno ancora arrivare (venturi), in quanto oltre a quelli che ha già perso se ne andranno ad aggiungerne altri che faranno la stessa fine. Continua dicendo che l'amore è una la luce che diventa lucente (v. 10), un altro modo per dire che è l'immagine stessa della vita, cioè senza amore non c'è vita.

Giungiamo quindi nei versi più importanti del testo "Abbandonata la mazza fedele..morte arido fiume", dove il poeta come era solito fare nelle poesie della raccolta Sentimento del tempo, fa riferimento a un fiume e per ogni fiume corrisponde un periodo storico della sua vita. Tutti i fiumi sfociano nell'Isonzo e il fiume in questione rappresenta la nostalgia per ciò che non c'è più; l'acqua è buia perché in essa si riflette l'oscurità della notte e il vuoto della perdita, ma anche perché è arrido. Per Ungaretti l'acqua raffigura la vita e l'assenza di acqua raffigura la morte. Il rapporto tra Ungaretti e la morte è così stretto da essergli familiare, infatti definisce la morte come una sorella ("Immemore sorella morte").

Infine, riprendendo il concetto di eros e thanatos, il poeta ci vuole dire che la piena consapevolezza del gesto di abbandonare la "mazza fedele", cioè accettando la morte, può scatenare nel nostro animo le stesse piacevoli sensazioni prodotte da un rapporto d'amore. È la fine dei rimpianti ("Non avrò più pensieri né bontà") e l'inizio di una speranza ("Farò da guida alla felicità").



Figure retoriche

Anafora = "Amore" (v. 1, 10).

Antitesi = "irruenti" (v. 5) e "arido" (v. 15).

Antitesi = "luce" (v. 7) e "buia" (v. 13).

Sinestesia = "scia di luce Che pari alla tortora lamentosa" (vv. 7-8). Sfera sensoriale visiva e uditiva.

Similitudine = scia di luce Che pari alla tortora lamentosa" (vv. 7-8).

Paronomasia = "turba" (v. 9) al posto di "tuba", che è il verso della tortora.

Metafora = "cuore immobile" (v. 21).

Paronomasia = "mentre" al posto di "mente" (v. 24).
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Mughetto - Ungaretti: spiegazione, analisi e commento



La poesia "Mughetto" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti e fa parte della raccolta Vita d'un uomo, nella sezione Poesie disperse. È apparsa nel 1915 sulla rivista «Lacerba», poi rifiutata forse perché un po' crepuscolare.



Testo

Mughetto fiore piccino
calice di enorme candore
sullo stelo esile
innocenza di bimbi gracile
sull'altalena del cielo.



Analisi del testo e commento

Il poeta osserva una pianta di mughetto, caratterizzata da piccoli fiori bianchi a forma di campana e dal profumo molto intenso raccolti a grappolo. Alle ridotte dimensioni e alla delicatezza del fiore fa da contrasto l'enorme candore del suo bianco e questo gli fa venire in mente la grande innocenza e purezza dei bambini che fa contrasto con la loro fragilità. Inoltre il mughetto è una pianta che cresce nei boschi umidi, ombreggiati e nascosti, come se volesse nascondersi per evitare il contatto con il mondo.



Figure retoriche

Antitesi = "piccino" (v. 1) e "enorme" (v. 2).

Metonimia = "innocenza di bimbi gracile sull'altalena" (vv. 4-5). L'astratto per il concreto.

Metafora = "sull'altalena del cielo" (v. 5).
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Purgatorio Canto 6 - Parafrasi



Il canto inizia con le anime dei morti uccisi per violenza che fanno ressa intorno a Dante per raccomandarsi a lui e alle sue preghiere.
Esse gli si accalcano intorno, e a ciascuna Dante promette dunque di ricordarle, una volta tornato sulla Terra.
Per descrivere questa situazione, il poeta ricorre ad una similitudine, nella quale paragona se stesso ad un vincitore del gioco della “zara”.
La zara era un gioco piuttosto popolare all’epoca, ed era una specie di morra che si era soliti praticare nelle taverne o nelle osterie, facendo uso di tre dadi.
Il gioco era di origine orientale, infatti il termine “zara” altro non è che la storpiatura della parola araba (“zahr”) che significa “dado”, e dalla quale in italiano deriva anche la parola “azzardo”. Virgilio nota in disparte l'anima di Sordello, poeta mantovano come lui, e lo abbraccia. A quella vista Dante amaramente ricorda come gli Italiani siano invece in continua lotta fra loro, con i Fiorentini in prima fila.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 6 del Purgatorio. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Quando il gioco della zara finisce (si parte),
colui che perde resta addolorato,
riprovando le gittate (le volte) dei dadi e rattristato (tristo) cerca di imparare;
col vincitore (l’altro) se ne va tutto il pubblico;
chi gli sta davanti, e chi lo tira (il prende) di dietro,
e chi gli si affianca per farsi notare (li si reca a mente):
egli non si ferma, e ascolta (intende) questo e quello;
chi ottiene qualcosa, si sottrae alla ressa (più non fa pressa);
e così facendo si difende dalla calca.
In una stessa situazione mi trovavo io fra quella folla (turba spessa) di anime,
e rivolgendo il viso verso di loro, un po’ da una parte e un po’ dall’altra,
mi liberavo (mi sciogliea) da essa promettendo (suffragi).
Era qui l’Aretino (Benincasa da Laterina), che fu ucciso
dalle braccia feroci (fiere) di Ghino di Tacco,
e c’era colui (Guccio dei Tarlati) che annegò inseguendo (in caccia) i nemici.
Qui pregava con le mani protese (sporte)
Federigo Novello, e quel di Pisa (Gano degli Scornigiani)
che fece apparire forte il virtuoso Marzucco.
Vidi il conte Orso e l’anima separata dal suo corpo,
come egli stesso diceva, per odio e per invidia (inveggia),
non per aver commesso alcuna colpa;
parlo di Pier della Broccia; e a questo proposito provveda (proveggia)
Maria di Brabante, finché è nel mondo (mentr’è di qua),
così che per ciò (però) non debba appartenere a una schiera infernale (peggior greggia).
Appena fui libero da tutte quante
quelle anime che pregavano soltanto perché i vivi pregassero (ch’altri prieghi) (per loro),
in modo che si affretti (s’avacci) la loro salvezza,
io presi a dire: «Mi pare, o mia guida illuminante,
che tu in qualche tuo libro (testo) neghi esplicitamente (espresso)
che la preghiera possa piegare i decreti del cielo;
e queste anime pregano solo per questo:
la loro speranza sarebbe quindi vana,
o quello che tu hai detto non mi è ben chiaro (manifesto)?».
Ed egli a me: «La mia scrittura è chiara;
ma la speranza di costoro non è vana (non falla),
se si guarda attentamente (ben) con mente retta (sana);
perché l’alto giudizio divino (cima di giudicio) non si piega (s’avalla)
per il fatto che un ardore (foco) di carità risolva (compia) in un solo momento
ciò che deve espiare chi sosta (s’astalla) qui;
e là dove io trattai (fermai) questa questione (punto),
con la preghiera non si espiava (non s’ammendava … difetto),
perché la preghiera era disgiunta da Dio.
Pur tuttavia (Veramente) non fermarti davanti
a un così profondo dubbio, finché non te lo chiarirà colei
che sarà luce (lume fia) tra la verità e il tuo intelletto.
Non so se capisci: mi riferisco a Beatrice;
tu la vedrai felice e ridente più in alto (di sopra),
sulla cima di questo monte».
E io gli dissi: «Signore, camminiamo più in fretta,
perché ora non sento più la fatica come prima,
e vedi ormai che il monte (poggio) proietta la sua ombra».
«Noi andremo avanti – rispose – finché è giorno,
quanto più possiamo ormai;
ma la ragione è diversa da quella che tu pensi (stanzi).
Prima di arrivare lassù, tu vedrai sorgere altre volte (tornar) il sole,
che già si nasconde (si cuopre) dietro il monte,
tanto che tu non interrompi più i suoi raggi.
Ma guarda là un’anima che, seduta (posta)
tutta sola, guarda fisso verso di noi:
quella ci indicherà la via più breve (più tosta)».
Ci avvicinammo a lei: o anima lombarda,
come apparivi fiera e sdegnosa
e com’era dignitoso e pacato (onesta e tarda) il movimento del tuo sguardo!
Ella non ci parlava,
ma ci lasciava avvicinare (lasciavane gir), muovendo solo gli occhi
come (a guisa di) un leone quando sta in riposo.
Nondimeno (Pur) Virgilio si avvicinò (si trasse) a lei,
pregandola che ci indicasse la strada più agevole per salire;
e quella non rispose alla sua domanda,
ma ci chiese (ci ’nchiese) del nostro paese e della nostra vita;
e la dolce guida aveva appena preso a dire
«Mantova...», quando l’ombra, prima tutta raccolta (romita) in se stessa,
si alzò dal posto dove stava prima e corse verso di lui dicendo:
«O Mantovano, io sono Sordello
della tua stessa terra!», e l’uno abbracciava l’altro.
Ahi Italia serva, luogo (ostello) di dolore,
nave senza timoniere (nocchiere) nella gran tempesta,
non più signora (donna) di province, ma bordello!
Quell’anima nobile (gentil) fu così svelta (presta)
soltanto per aver sentito risuonare il dolce nome della sua città (terra),
a festeggiare qui il suo concittadino;
e invece i tuoi abitanti (li vicini tuoi) non stanno in te senza farsi guerra,
anzi si dilaniano (si rode) fra loro persino
quelli che abitano rinchiusi da un unico muro e un unico fossato.
Guarda (cerca) misera, le tue marine lungo i litorali (da le prode),
e poi guarda nel tuo stesso seno,
per vedere se alcuna parte di te vive in pace.
A che valse che Giustiniano abbia restaurato (ti racconciasse) per te
il freno delle leggi, se la sella manca del cavaliere (è vota)?
La vergogna sarebbe (fora) minore se non vi fossero tali leggi.
Ahi gente di Chiesa che dovresti essere obbediente al volere di Dio (esser devota)
e lasciare che Cesare stia in sella,
se comprendi nel senso giusto ciò che Dio ordina (ti nota),
guarda come questa bestia selvaggia è diventata ribelle (fella)
perché non è governata dagli sproni dell’imperatore,
dopo che tu prendesti le redini (predella).
O Alberto d’Asburgo (tedesco), che abbandoni
l’Italia che è diventata ribelle (indomita) e selvaggia,
mentre dovresti guidarla cavalcandola (inforcar li suoi arcioni),
la giusta punizione (giudicio) scenda (caggia) dal cielo
contro la tua stirpe, e sia tremenda e chiara (novo e aperto),
in modo tale che il tuo successore ne abbia terrore (temenza n’aggia)!
Perché tu e tuo padre avete sopportato (sofferto),
distolti (distretti) dalla cupidigia dei domini tedeschi,
che il giardino dell’Impero restasse abbandonato.
Vieni a vedere le lotte fra Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uomo che non ti prendi cura (sanza cura):
i primi già abbattuti e i secondi col timore (con sospetti) di esserlo!
Vieni, o crudele, vieni, e guarda la tribolazione (pressura)
dei tuoi seguaci (gentili), e cura i loro mali (magagne);
e vedrai com’è in decadenza Santafiora!
Vieni a vedere la tua Roma che,
abbandonata dal marito, piange e chiama giorno e notte:
«Cesare mio, perché non mi guidi?».
Vieni a vedere quanto si ama la gente!
e se non ti muove nessuna pietà di noi,
vieni a vergognarti della tua fama.
E se mi è permesso (se licito m’è), o sommo Cristo (Giove),
che fosti crocefisso per noi sulla terra,
la tua giustizia (li giusti occhi tuoi) si è rivolta altrove?
Oppure nella profondità della tua mente
provvidenziale (consiglio) prepari un qualche bene,
assolutamente disgiunto (scisso) dalla nostra capacità di capire (l’accorger nostro)?
Perché le città d’Italia sono tutte piene
di tiranni, e ogni villano che si destreggia
nei partiti (parteggiando viene) diventa un Marcello.
Firenze mia, puoi ben essere contenta
di questa mia digressione che non ti riguarda,
grazie (mercé) all’opera del tuo popolo che si ingegna (si argomenta) a ben operare.
Molti hanno la giustizia nel cuore, ma si manifesta tardi (tardi scocca),
perché non scocchi la freccia del giudizio senza ponderazione;
ma il tuo popolo l’ha in punta (in sommo) di labbra.
Molti rifiutano il peso delle cariche pubbliche (lo comune incarco);
ma il tuo popolo pronto (solicito) senza esser chiamato
risponde e grida: «Accetto la grave responsabilità (mi sobbarco)!».
Ora rallegrati, perché tu hai ben di che rallegrarti:
tu che sei ricca, che vivi in pace, che hai giudizio!
I fatti mostrano chiaramente (l’effetto nol nasconde) se io dico la verità.
Atene e Sparta (Lacedemona), che crearono
le antiche leggi e furono tanto civili,
fornirono per quanto riguarda il vivere civile un ben magro esempio (picciol cenno)
a paragone (verso) di te, che emani
provvedimenti così sottili, che quello che tu crei
in ottobre non giunge a metà novembre.
Quante volte, nel tempo che ricordi,
tu hai cambiato leggi, moneta, uffici pubblici e consuetudini,
e hai rinnovato i tuoi cittadini!
E se ben ricordi e vedi chiaramente (vedi lume),
potrai paragonare te a quell’ammalata
che non riesce a trovare una posizione riposante nel letto (piume),
ma cerca rivoltandosi di trovare sollievo (scherma) al suo dolore.
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Purgatorio Canto 5 - Parafrasi



Continuando a salire, Dante e Virgilio incontrano i negligenti morti violentemente. Questi notano che il corpo di Dante proietta l'ombra, e quindi è vivo; lo pregano perciò di dire loro se riconosce qualcuno per il quale fare pregare i vivi. Pur non conoscendone nessuno, Dante promette di esaudire i loro desideri; si fanno avanti Jacopo del Cassero, Buonconte da Montefeltro e Pia de' Tolomei.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 5 del Purgatorio. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Io mi ero già allontanato (partito) da quelle ombre,
e seguivo i passi (orme) della mia guida,
quando alle mie spalle, puntando (drizzando) il dito,
una gridò: «Vedi (Ve’) che non sembra che il raggio di sole trapassi (luca)
dalla parte sinistra quello che sta dietro,
e sembra che cammini (si conduca) come un vivo!».
Al suono di queste parole (motto) volsi indietro lo sguardo
e le vidi guardare con stupore solo (pur) me,
solo me e la luce del sole che era interrotta.
«Perché la tua attenzione si lascia distrarre (s’impiglia)»,
disse il maestro, «tanto da rallentare il passo?
che t’importa (ti fa) di quello che qui si bisbiglia (pispiglia)?
Seguimi, e lascia che la gente parli:
sta come una torre immobile, che non muove (crolla)
mai la cima per quanto soffino i venti;
perché l’uomo il cui pensiero nasce (rampolla)
continuamente su un altro, allontana (dilunga) da sé la meta,
poiché l’impeto (foga) di uno indebolisce (insolla) l’altro».
Che cosa potevo rispondere (ridir), se non «Io vengo»?
Lo dissi, un po’ soffuso (consperso) del colore
che talvolta rende l’uomo degno di essere perdonato.
E intanto lungo il balzo perpendicolare (di traverso)
a noi, un po’ più in alto, veniva gente cantando
in coro a versi alternati (a verso a verso) il «Miserere».
Quando si accorsero che io non davo modo (loco)
ai raggi del sole di trapassare il mio corpo,
trasformarono il loro canto in un «oh!» lungo e fioco;
e due di loro, in qualità di messaggeri (in forma di messaggi),
ci corsero incontro e ci chiesero:
«Spiegateci (fatene saggi) il vostro stato».
E il mio maestro: «Voi potete ritornare e
riferire (ritrarre) a coloro che vi hanno mandati
che il corpo di costui è di vera carne.
Se si sono fermati (restaro) per lo stupore nel vedere la sua ombra,
come credo di capire, questa risposta è sufficiente:
lo accolgano con cortesia, che per loro potrebbe essere vantaggioso (caro)».
Non vidi mai stelle cadenti (Vapori accesi)
al principio della notte fendere così velocemente (tosto) il cielo sereno,
né lampi (Vapori accesi) attraversare nubi estive, al calare del sole,
che coloro non tornassero su (suso) in minor tempo;
e giunti lassù, tornarono (dier volta) tutti insieme nella nostra direzione,
come una schiera che corre sfrenatamente.
«Queste anime che si accalcano (preme) intorno a noi sono molte,
e vengono a chiederti favori», disse il poeta,
«perciò (però) avanza, e ascoltale mentre cammini (in andando)».
«O anima che procedi per raggiungere la beatitudine
con lo stesso corpo con cui nascesti»,
venivano gridando, «rallenta (queta) un poco il passo.
Osserva se mai (unqua) vedesti qualcuno di noi,
in modo che tu possa riportarne notizie (novella) nel mondo:
deh, perché continui a camminare? deh, perché non ti fermi?
Noi morimmo tutti violentemente (per forza),
e fummo peccatori fino all’ultima ora;
in quel momento la grazia (lume) celeste ci rese consapevoli (ne fece accorti),
tanto che, col pentimento e col perdono,
uscimmo dalla vita riconciliati con Dio,
il quale ci strugge (n’accora) col desiderio di vederlo».
E io: «Per quanto (Perché) io guardi attentamente (guati) nei vostri visi,
non riconosco alcuno, ma se desiderate qualcosa
che io possa fare, spiriti ben destinati (nati),
dite pure, e io l’esaudirò in nome di quella pace
che mi spinge a cercarla di mondo in mondo,
seguendo i passi (dietro a’ piedi) di una così autorevole guida».
E uno cominciò: «Ognuno di noi si fida
delle tue promesse (beneficio tuo) senza che tu lo giuri,
a meno che la tua intenzione non sia recisa dall’impossibilità (nonpossa).
Per cui io che parlo da solo prima degli altri,
ti prego, se mai vedrai quel paese situato
fra la Romagna e il regno di Carlo d’Angiò,
che tu sia generoso (cortese) nel chiedere suffragi per la mia anima (prieghi)
a Fano, in modo che i buoni (ben) preghino (s’adori) per me,
affinché io possa purgare le gravi colpe.
Io fui di là (Quindi: cioè di Fano), ma le profonde ferite (fòri)
dalle quali sgorgò il sangue in cui aveva sede la mia anima (io sedea),
mi furono fatte nel territorio (in grembo) di Antenore,
là dove io credevo di essere più sicuro:
me le provocò (il fé far) quello d’Este, che mi odiava
molto più in là dei limiti del giusto (dritto).
Ma se fossi fuggito verso Mira,
quando mi raggiunsero (fu’ sovragiunto) a Oriago,
sarei ancora là dove si respira.
Corsi verso la palude, e le canne e il fango (braco)
mi impigliarono tanto che caddi; e lì vidi
il mio sangue fare in terra un lago».
Poi disse un altro: «Deh, che possa realizzarsi
quel desiderio che ti conduce (tragge) verso l’alto monte,
e tu aiuta il mio con la pietosa preghiera (buona pïetate)!
Io fui da Montefeltro, io son Buonconte:
Giovanna o altri non si curano della mia salvezza;
perciò io cammino (vo) fra queste anime a capo chino».
E io a lui: «Quale violenza o quale caso (ventura)
ti trascinò (traviò) così lontano (fuor) da Campaldino,
che non si seppe mai dove eri stato sepolto (tua sepoltura)?».
«Oh!» rispose egli, «nella parte sud (a piè) del Casentino
scorre perpendicolare (all’Arno) un fiume che si chiama Archiano,
che nasce sugli Appennini sopra l’Eremo.
Là dove il suo nome cambia (diventa vano),
io arrivai con una ferita (forato) nella gola,
fuggendo a piedi e insanguinando la pianura.
Qui perdetti i sensi della vista e della parola;
le ultime parole (fini’) furono un’invocazione alla Madonna (nel nome di Maria),
e qui caddi morto e rimase solo la mia carne.
Io dirò la verità e tu riferiscila (ridì) nel mondo dei vivi:
l’angelo di Dio prese la mia anima, mentre quello dell’Inferno
gridava: ‘O tu del cielo, perché mi togli questo diritto?
Tu porti via l’anima (l’etterno) di costui,
per una lacrimuccia di pentimento che me la sottrae (toglie);
ma io farò del suo corpo (de l’altro) un diverso trattamento!’.
Sai bene come si addensa (si raccoglie) nell’aria
il vapore umido che torna giù in pioggia (in acqua riede),
appena (tosto che) raggiunge la zona dell’aria (sale) dove è colto dalle zone fredde.
Quel diavolo (mal voler), che con il suo intelletto vuole (chiede)
solo il male, sopraggiunse e agitò (mosse) il vento e le nubi
per via del potere (virtù) che gli deriva dalla sua natura.
Poi coprì di nebbia la pianura, appena finì (fu spento) il giorno,
da Pratomagno alla catena principale degli Appennini (gran giogo);
e di sopra fece addensare (intento) nubi nel cielo,
tanto che l’aria satura (pregno) si convertì in acqua;
cadde la pioggia, e quella che la terra non
poté assorbire (non sofferse) confluì nei fossi;
e appena si raccolse (si convenne) nei torrenti (rivi grandi),
si riversò (si ruinò) in direzione dell’Arno (ver lo fiume real)
così velocemente, che niente la fermò (la ritenne).
L’Archiano impetuoso (rubesto) raggiunse
il mio corpo gelato sulla foce; e lo trascinò
nell’Arno, sciogliendo dal mio petto la croce
che avevo fatto con le braccia quando fui vinto dal dolore;
mi rivoltò (voltòmmi) lungo le rive e sul fondo,
poi con i suoi detriti mi coprì e avvolse (cinse)».
«Deh, quando tu sarai ritornato nel mondo
e riposato dal lungo viaggio (de la lunga via)»,
seguì il terzo spirito al secondo,
«ricordati di me, che sono la Pia;
nacqui (mi fé) a Siena, morii (disfecemi) in Maremma:
lo sa (salsi) colui che prima,
sposandomi, mi aveva inanellata con la sua gemma nuziale».
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Inferno Canto 5 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del quinto canto dell'Inferno, il canto in cui Dante e Virgilio fanno il loro ingresso nel nel secondo cerchio infernale. Qui incontrano Minosse (essere dall'aspetto animalesco che gli ringhia contro) e i lussuriosi, ovvero coloro che sono morti violentemente per amore (tra questi Paolo e Francesca, con i quali Dante ha modo di conversare). Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 5 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Enjambements = vv. 7-8; 11-12; 23-24; 25-26; 64-65; 67-68; 70-71; 113-114; 127-128.

Che men loco cinghia = anastrofe (v. 2). Significa che "cinge uno spazio minore".

Tutta si confessa = anastrofe (v. 8). Sta a significare che "si confessa tutta", cioè senza nascondere alcun peccato.

Loco d’ogne luce muto = sinestesia (v. 28). Significa che è un luogo totalmente buio.  La luce appartiene al senso della vista, il termine muto al senso dell'udito.

Come fa mar per tempesta = similitudine (v. 29). Sta significare che "risuona come il mare in tempesta".

Quivi le strida, il compianto, il lamento = ellissi (v. 35).

E come li stornei ne portan l’ali nel tempo freddo = similitudine (vv. 40-41). Sta a significare "e come d'inverno gli stornelli sono trasportati in volo dalle loro ali".

E come i gru van cantando lor lai = similitudine (v. 46). Sta a significare "e come le gru emettono i loro lamenti".

Quali colombe, dal disìo chiamate = similitudine (v. 82). Sta a significare "come le colombe chiamate dal desiderio".

Che visitando vai = anastrofe (v. 89). Sta a significare "che vai visitando".

O animal grazioso e benigno = sineddoche (v. 88). Si riferisce alla specie umana classificandola come genere animale.

Il re de l'universo = perifrasi (v. 91). S'intende Dio.

Dove nata fui = anastrofe (v. 97). Sta a significare "dove sono nata".

Amor, ch’a nullo amato amar perdona = annominazione (v. 103).

Amor = anafora (v. 100, 103 e 106).

Il disiato riso esser basciato = metonimia (vv. 133-134). L'astratto per il concreto.

Quel giorno più non vi leggemmo avante = preterizione (v. 138).

Come corpo morto cade = similitudine (v. 142). Sta a significare "e caddi come un corpo privo di vita".
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