Perfino o Persino: come si scrive?



I termini "perfino" e "persino" esistono nella lingua italiana e, quindi, sono da considerarsi entrambi corretti. Sono dei sinonimi, cioè esprimono lo stesso concetto: "indicano che ciò di cui si parla è considerato quasi al limite del possibile".  Una parola che potrebbe sostituire benissimo entrambi i termini è "addirittura".

L'utilizzo di un termine rispetto all'altro sarà solo una questione di "gusti", perché i due termini sono interscambiabili, cioè si possono reciprocamente scambiare.

Ad esempio si potrebbe fare questa scelta di stile:
  • Perfino = più colloquiale.
  • Persino = più arcaico ed elegante.

Ma chi scrive per professione ci tiene ai dettagli, pensate per esempio ai poeti, agli autori di libri o agli aforisti che si divertono a giocare con le parole, alfine di rendere la lettura più leggera possibile devono prestare molta attenzione anche alla cacofonia, che è l'effetto sgradevole provocato da certi accostamenti di parole o ripetizione di sillabe uguali o da abusate allitterazioni.

Per esempio, invece di dire "Perfino alla fine" (le cui due "f" vanno a formare quasi uno scioglilingua) si potrebbe dire "Persino alla fine" che, almeno evita l'incespicarsi della lingua.

Inoltre certe espressioni sono così popolari che il problema di cacofonia passa in secondo piano, in quanto è difficile sbagliare con frasi che si sentono dire o che vengono usate di frequente, ad esempio "fino alla fine" o "fino in fondo" difficilmente li vedrete sostituiti da "sino alla fine" o "sino in fondo", anzi, sembra quasi che con la grafia "sino" perdano una parte del loro significato.



Esempi

Perfino e persino possono essere usati in funzione di avverbio e di preposizione.


AVVERBIO:
Per capire come vanno utilizzati in funzione di avverbio i due termini "perfino" e "persino" vi basta osservare l'immagine posta in cima all'articolo in questione. Quale pensiero potrebbe venirci in mente se non il seguente:
"Ha addirittura legato il triciclo? E chi se lo ruba...", oppure "Perfino il triciclo?" o "Persino il triciclo?".

È davvero incredibile che una persona abbia pensato di legare al palo con una grossa catena e un grosso lucchetto un triciclo per bambini (tra l'altro mezzo rotto) per evitare che venisse rubato. Ovviamente è una foto buffa realizzata proprio per risaltarne l'eccessiva prudenza.

- Non si intona bene col design, è perfino ridicolo.

- Arrivò perfino al Polo Nord.

Quelli che avete letto sono esempi di utilizzo di "perfino" e "persino" in funzione di avverbio.


PREPOSIZIONE:
In funzione di preposizione "perfino" e "persino" servono a stabilire un punto di arrivo o un limite di tempo. Ad esempio:

- Se a te sta bene possiamo rivederci perfino di domenica.

- È consentito pagare la multa perfino nel giorno della scadenza.

- La cercò ovunque, per mari e monti e, perfino nel deserto.
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Vanità - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Vanità" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti, porta l'indicazione "Vallone il 19 agosto 1917" e fa parte della raccolta L'allegria (1931).


Testo

D’improvviso
è alto
sulle macerie
il limpido stupore
dell’immensità

E l’uomo
curvato
sull’acqua
sorpresa
dal sole
si rinviene
un’ombra

Cullata e
piano
franta



Parafrasi

D'un tratto
al di sopra
delle distruzioni di guerra
l'inaspettata
luminosità

E l'uomo
rivolto
verso l'acqua
illuminata
dai raggi del sole
si scopre
essere un'ombra

Oscillante e
lentamente
spezzata



Analisi del testo

Metrica: versi liberi.

Il poeta riprende in questa poesia il motivo morale e religioso della vanità delle cose umane, impresso nella visione cristiana del mondo, attraverso la letteratura medievale, prendendo come riferimento lo stile di Petrarca.

Ogni verso è composto al massimo da due parole. Nella prima strofa è contenuto l'indicazione essenziale per poter cogliere la natura di questo movimento infinito e indefinito
  • "D'improvviso" = questa locuzione avverbiale indica il carattere subitaneo e repentino;
  • "è alto" = indica la prospettiva dell'altezza che incombe sulle cose;
  • "stupore" = indica un evento insolito e sorprendente;
  • "immensità" = compare solo alla fine della strofa, quasi per aumentare l'atmosfera di magica evocazione.

La seconda strofa sposta il suo discorso sull'uomo riprendendo alcuni elementi già introdotti in precedenza.
  • "sole" = sensazione di luce.
  • "sorpresa" = viene usato questo termine per recuperare la sensazione di stupore.

La poesia da qui in poi sviluppa gli elementi di un'antitesi esistenziale:
  • all'immagine dell'altezza (è alto) si sostituisce quella dell'«uomo curvato»
  • lo spazio si sposta dal cielo alla terra
  • si passa dalla luce all'ombra.

L'ombra è un sostantivo astratto che sta a indicare la fragilità e la precarietà della condizione umana, che si riflette nella mobile superficie dell'acqua, elemento essenziale e simbolo della vita (come il "sole", ma con un significato completamente diverso).


I tre versi conclusivi che vanno a comporre la terza strofa sono collegati alla strofa precedente (all'acqua e all'ombra), ma lo spazio tra le due strofe e l'iniziale maiuscola servono a dare un'idea di continuità e allo stesso tempo di rottura.

Infine i verbi coniugati al participio passato indicano con estrema delicatezza uno stato di ondeggiante sospensione fra la dolcezza protettiva ("cullata" rievoca l'infanzia a Ungaretti) e il rischio di perdersi (la precarietà di "franta", attenuata dall'avverbio piano)



Figure retoriche

Enjambements = vv. 1-2; 2-3; 3-4; 4-5; 6-7; 7-8; 8-9; 9-10; 10-11; 11-12; 13-14; 14-15.

Antitesi = "vanità" (titolo della poesia) "immensità" (v.5).
Vanità: rappresenta la fragilità umana, specialmente in quel luogo di guerra.
Immensità: la scoperta della vastità del cielo, della sua grandezza rispetto all'uomo.
che si riconosce 'ombra', cioè passeggero del mondo. L'uomo si illude, si fa cullare, ma può essere 'franto', spezzato.



Commento

Se andassimo a cercare sul dizionario la definizione del termine "vanità", troveremo che si tratta di una qualità negativa di una persona, ovvero un frivolo compiacimento di sé e delle proprie qualità personali. Ma il titolo della poesia affronta un altro tipo di vanità, infatti, la parola deriva dal latino vanĭtas -atis, der. di vanus, il cui significato è "vuoto", in questo caso un vuoto che ci confonde e ci smarrisce difronte alla vastità del cielo.

La poesia si apre con qualcosa di inatteso, che evoca una dimensione che ci porta verso l'alto, verso il cielo: uno squarcio di cielo che illumina le macerie della guerra che non viene mai nominata da Ungaretti ma evocata. La "luce" è qualcosa di inatteso, qualcosa che si apre nel paesaggio cupo e che illumina dall'alto il paesaggio. Questa luce non è descritta come la vediamo, ma come è sentita nell'intimo.
Lo "stupore" è per qualcosa di inaspettato, qualcosa di rarefatto e non terreno, infatti la luce ci porta in un'altra dimensione, cioè l'immensità.
La luce del sole che filtra con la vastità del cielo che si apre non viene vista alzando gli occhi al cielo ma attraverso il riflesso di essa nell'acqua, acqua che ci riporta al mito di Narciso. Quella pozzanghera, prima cupa, riflette la luce del sole e anche l'acqua è sorpresa dal sole e l'uomo, lì, si rende conto di essere solo un riflesso in quello specchio d’acqua: insomma scopre di essere un'ombra e prende coscienza del carattere breve e transitorio dell'uomo.
L'acqua, simbolo del ciclo della vita, scorre e su di essa si riflette l'immagine fragile e oscura dell'uomo. Inizialmente trova conforto in questo ma il moto dell'acqua tende a cancellare l'ombra che prima era visibile e questo ci fa capire che siamo solo dei passeggeri in questa natura immortale, mettendo in evidenza la precarietà dell'uomo e la sua vanità nel mondo.
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Mattina (M'illumino d'immenso) - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Mattina" è stata scritta dal poeta Giuseppe Ungaretti e viene ricordata sotto il nome "M'illumino d'immenso" proprio perché è l'unica frase del testo della poesia. Fu scritta il 26 gennaio 1917 a Santa Maria la Longa e il suo titolo originario era Cielo e mare; e fa parte della raccolta L'allegria, nella sezione Naufragi. È la più breve poesia di Ungaretti e sicuramente quella con il significato più profondo ed interpretativo. I temi affrontati sono la tensione verso la luce, l'aspirazione all'armonia e la fusione con l'infinito.

In questa poesia Giuseppe Ungaretti si mette nei panni di un soldato che esce dalla trincea e si fonde con l'universo quindi c'è un sentimento di libertà.


Testo

M'illumino
d'immenso



Parafrasi

La luce del mattino dopo la notte
rende l'immensità del creato,
che mi pervade e riempie di gioia.



Analisi del testo

Spesso quando si va ad analizzare questa poesia si sottovaluta il titolo che, però, è assolutamente fondamentale ed è parte integrante della lirica.

Il titolo "Mattina", o meglio il mattino, è il momento in cui la luce nascente vince le tenebre della notte, e rivela le cose prima adombrate dal buio. Quella luce che svela tutto, dà il senso dell'immensità.
Metaforicamente, può essere Mattino, anche la folgorazione del poeta che scopre la sua ispirazione, e gli detta verità nuove e non ancora pensate, lo porta alla ricerca di parole chiave che, nella loro brevità esprimano tutti i significati possibili (immensi, quindi, perché inesauribili).

Il messaggio che la lirica vuol comunicare è la fusione di due elementi contrapposti:
- da una parte il singolo, ciò che è finito (l'autore);
- dall'altra l'immenso, ciò che respira in una dimensione d'assolutezza.

Straordinaria per concisione, essenzialità, potenza evocativa ed espressiva, questa brevissima lirica è composta da due soli versi-parola, dal momento che le elisioni fondono nella pronuncia il pronome e la preposizione in un'unica emissione di fiato con il verbo e il sostantivo.



Figure retoriche

Sinestesia = "M'illumino d'immenso" (vv. 1-2).

La lirica è costruita su un'unica sinestesia analogica, che mette in connessione campi diversi della percezione: la vista e il tatto, perché la luce oltre a vedersi è anche calore; e l'olfatto, perché è apertura all'aria fresca del mattino (la lirica si intitola Mattina); e l'udito, perché l'immensità è eco e silenzio. L'altra connessione è tutta interiore, in quanto l'immensità è il luogo dello spirito in cui si acquietano tutti i desideri di infinito e di eterno dell'uomo.

L’analogia pone quindi in stretta relazione il finito, rappresentato dal poeta nella sua pochezza d'uomo, e l'infinito, rappresentato dall'immensità in cui terra, cielo e mare si fondono e confondono, così come il pronome "mi" che richiama l'individualità del poeta e della sua personale esperienza, attraverso l'elisione, è fuso e confuso con la luce che lo proietta nella dimensione dell'assoluto.



Commento

Scritto nel 1917, il brevissimo testo è confluito nell'Allegria con il titolo definitivo di Mattina, mentre in alcune stampe precedenti aveva quello di Cielo e Mare. Questo primitivo titolo aiuta ad attribuire il giusto significato al testo: Ungaretti si alza di mattina, in riva al mare; qui il poeta s'illumina perché assiste al sorgere del sole, la cui luce si riflette sul mare. L'idea di immenso scaturisce invece dall'impressione che cielo e mare, nella luce del mattino, si fondono in un'unica, infinita chiarita.

Fa parte dell'ermetismo e con questa poesia Ungaretti ha voluto esprimere tutto l'entusiasmo del nuovo giorno, la sua gioia nel vedere il mondo al mattino. Ciò che produce la sensazione di magia non può essere spiegato, altrimenti perderebbe il suo fascino e secondo molti esperti in letteratura questa poesia è più vera e piena di significati che alcuni romanzi. Bisogna tenere conto che a quanto pare l'ispirazione per questa poesia Ungaretti l'ebbe durante il servizio militare, quando un mattino scorse dalla sua postazione nei pressi di Trieste in montagna il sole riflesso nel mare adriatico che diventa così un annuncio di speranza, e volge il pensiero dalle brutture della guerra alle bellezze del creato. Egli ha voluto così esprimere con due parole la gioia di immergersi nella bellezza del creato dopo il frangente doloroso della guerra, quando tornò dal fronte con i suoi amici martoriati.
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Intercambiabili o Interscambiabili: come si scrive?



I termini "intercambiabili" e "interscambiabili" esistono nella lingua italiana e, quindi, sono entrambi corretti. Sono dei sinonimi, cioè esprimono lo stesso concetto: "che si possono scambiare o sostituire con uno o più altri elementi uguali, analoghi o affini".

Non sono due termini così utilizzati, dato che possono essere facilmente sostituiti da altri più comuni, come: sostituibili, commutabili, scambiabili ecc.

Sono anche aggettivi composti, cioè formati dall'unione tra due elementi (prefissoide più un aggettivo):
  • intercambiabile inter- e cambiabile.
  • interscambiabile inter- e scambiabile.


Curiosità

Anche se è una regola non scritta e, quindi, non soggetta a delle regole grammaticali che ci obbligano a rispettarla, i due termini vengono spesso usati nel seguente modo:
  • Intercambiabile = quando si possono cambiare dei pezzi in un singolo oggetto ("per esempio le ruote di una bicicletta che si possono adattare alle altre della stessa misura").
  • Interscambiabile = quando A e B si scambiano tra di loro ("i loro ruoli sono interscambiabili" cioè possiamo mettere uno nella posizione dell'altro e non cambia nulla, per esempio gli addendi di una somma che scambiandoli di posto otteniamo sempre lo stesso risultato, 2+3 o 3+2 fa sempre 5).


Esempio

Nell'immagine presente all'interno di questo articolo sono raffigurati due strumenti da lavoro: una chiave inglese regolabile e un martello, che però vengono utilizzati in modo illogico. Dal momento che il martello va associato al chiodo e la chiave inglese al bullone a testa esagonale, possiamo dire che i due strumenti non sono "intercambiabili" o "interscambiabili".

- La scheda sim dello smartphone era intercambiabile con una sim più piccola.

- Io credo che mito e immaginazione siano in realtà concetti quasi interscambiabili e che la credenza sia la sorgente di entrambi.

- È la globalizzazione. Ci vogliono tutti uguali e intercambiabili.

- Gli addendi dell'addizione sono interscambiabili.
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Commiato - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Commiato" è stata scritta dal poeta Giuseppe Ungaretti. Il titolo originario della lirica era, semplicemente, Poesia. Il destinatario è Ettore Serra, ufficiale dell'esercito e proprietario, a Udine, dello Stabilimento Tipografico Friulano; fu lui, sul finire del 1916, a stampare in poche decine di copie Il porto sepolto. Quella prima raccolta veniva conclusa appunto da questa poesia, il cui titolo fu perciò mutato da Poesia a Commiato.


Testo

Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso



Parafrasi

Locvizza il 2 ottobre 1916
Caro Ettore Serra
la poesia è il mondo,
l'umanità e la propria vita
(tutti) nati dalla parola.
La poesia è la bellezza chiara
(che nasce attraverso o dopo) un folle movimento (interiore).

Quando io (Ungaretti) trovo,
in un silenzio mio,
una parola,
essa scava nella mia vita
qualcosa che assomiglia ad un abisso.



Analisi del testo

Metrica: due strofe di versi liberi.

Manca la punteggiatura; l'assenza di segni di interpunzione, in questo caso, rende particolarmente densa di significato la definizione di poesia con quell'accostamento de "il mondo l’umanità la propria vita" senza interruzioni. Solo dopo lo spazio bianco, che separa le due strofe, compare la lettera maiuscola. Gli ultimi cinque versi esprimono il senso del lavoro del poeta, quasi in forma di sentenza.

Il poeta si rivolge al proprio editore nell'atto di congedare il suo volumetto (da qui il titolo Commiato): il risultato è una dichiarazione di fede, ingenua ma appassionata, nella poesia. La dedica all'amico Ettore Serra, considerato da Ungaretti come una parte di sé, è significativa, perché, fin dall'esordio, il concetto di poesia appare strettamente connesso con l’amicizia, con la gentilezza, con la sfera degli affetti.

Nella prima strofa Ungaretti illustra le potenzialità della poesia su due versanti:
- da un lato, la parola sa esprimere e far fiorire (cioè far conoscere e, insieme, arricchire) ogni cosa;
- dall'altro lato, aggiunge l'autore, poesia è anche fermento, è cioè l'espressione palpitante della vita stessa, nella sua bruciante e inafferrabile intensità.

Nella seconda strofa l'autore mette in gioco se stesso: il suo essere poeta dipende dal cercare, nel proprio silenzio interiore, una parola, una soltanto, si noti, e quando la trova, essa è sufficiente a illuminare il mistero, l'abisso della nostra vita. ("scavata" ricorda il "penetrata" in Veglia)



Spiegazione per parola

  1. Ettore Serra: l'amico ufficiale, conosciuto al fronte, che patrocinò la pubblicazione, nel 1916, del Porto Sepolto.
  2. Fioriti dalla parola: la parola della poesia rende la realtà più dura e viva.
  3. In questo mio silenzio: le poesie di Ungaretti sembrano sgorgare davvero da un silenzio interiore.



Figure retoriche

Sinestesia = "limpida meraviglia" (v. 7).

Enjambements = vv. 1-2; 3-4; 4-5; 5-6; 6-7; 7-8; 9-10; 10-11; 11-12; 12-13.



Commento

Nella parola poetica, dice Ungaretti, si fondono ordine e caos, chiarezza e mistero (due dimensioni molto diverse ma riassunte nella sinestesia "limpida meraviglia" del v.7):
- da un lato con la poesia il poeta introduce lo sforzo di un ordine razionale (per gli antichi greci la "parola" era logos, "discorso ordinato");
- dall'altro, però, egli continua anche a testimoniare il calore e la complessità della vita, il suo delirante fermento.

In cosa consiste dunque il significato della "sua" poesia per il poeta?
Consiste in una miracolosa scoperta, in un’operazione di scavo. È una faticosa e sofferta esplorazione sotterranea nell’"abisso", l’abisso de "Il Porto Sepolto" (la prima lirica della raccolta, mentre "Commiato" è l’ultima) alla ricerca di una parola (l'unica che possa essere quella "giusta"). In questo abisso insondabile e misterioso, l’abisso di sé, il poeta sfiora per un attimo il mistero, è vicino ad una verità e…continua a cercare.
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Quoto e Quoziente: qual è la differenza?



In aritmetica e, nello specifico in una divisione, vengono usati dei nomi per identificare ciascuna cifra: dividendo, divisore, quoto, quoziente, resto. Alle scuole elementari ce la spiegarono bene questa lezioncina di matematica, però, col passare degli anni, sempre meno spesso si eseguono le divisioni in colonna con carta e penna e sempre di più mediante l'uso della calcolatrice, pertanto potrebbe capitare a chiunque di dimenticarsi i loro rispettivi nomi.



Definizioni

Qui di seguito sono riportati i nomi e la loro funzione per leggere correttamente una divisione:
  • Il dividendo è il numero da dividere.
  • Il divisore è il numero di volte che bisogna dividere.
  • Il risultato è detto quoziente o quoto, a seconda se la divisione presenta o meno il resto.
  • Il resto è presente in tutte quelle divisioni in cui ci si ferma per mantenere il risultato nell'insieme dei numeri interi. Se invece si prosegue con la divisione occorre aggiungere la virgola.



Esempio

15 : 2 = 7 (con resto di 1, altrimenti il risultato sarebbe stato 7,5)

10 : 2 = 5 (senza resto)




Quoto o Quoziente?

Come già detto, per sapere che nome assegnare al risultato della divisione bisogna andare a vedere se è presente o meno il resto.

1) Nella prima divisione vi è il resto (resto = 1), per cui il risultato è detto quoziente. Di conseguenza, andando a moltiplicare il "quoto" per il "divisore" e poi andando ad aggiungere il valore del resto, si otterrà il valore esatto del "dividendo".
dividendo = quoziente × divisore + resto

2) Nella seconda divisione non vi è il resto (resto = 0), per cui il risultato è detto quoto. Di conseguenza, andando a moltiplicare il "quoto" per il "divisore" si otterrà il valore esatto del "dividendo".
dividendo = divisore × quoto
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Risurrezione o Resurrezione: come si scrive?



Il processo di ritorno alla vita dopo la morte è detto risurrezione o resurrezione? La fede cristiana narra nei suoi vangeli che Gesù, al terzo giorno dalla sua morte in croce, è risorto. Questo giorno viene celebrato nel giorno di Pasqua, che è considerata la principale solennità del Cristianesimo. Pertanto, se questo dubbio di scrittura dovesse sorgervi (o "risorgervi") in concomitanza con la Pasqua è una cosa del tutto normale: quello che dovete fare è leggervi questo breve articolo che vi toglierà ogni dubbio!


La risposta

Sia Risurrezione che Resurrezione sono due forme corrette e accettate dalla lingua italiana. Entrambe le parole possiedono lo stesso significato, sono interscambiabili, e non c'è una netta superiorità di utilizzo di un termine rispetto all'altro. L'uso di una forma rispetto all'altra è solamente dettata dalle nostre preferenze o stile nello scrivere.

Derivano dal latino resurrectionem, da resurrectus, participio passato di resurgere, ossia "risorgere".


ESEMPIO:
Risurrezione Resurrezione
Risuscitato Resuscitato
Risuscitare Resuscitare
Risorto ma non Resorto
Risorgere ma non Resorgere
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