Città vecchia - Saba: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Città vecchia" è stata scritta dal poeta Umberto Saba nel 1912 e fa parte della raccolta Trieste e una donna (1910-12) del Canzoniere. I temi trattati sono la solidarietà, il bisogno di comunicare con gli altri, il senso del mistero colto negli aspetti più umili della vita.


Testo

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un'oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va
dall'osteria alla casa o al lupanare
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l'infinito
nell'umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore.
la tumultuante giovane impazzita
d'amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s'agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.



Parafrasi

Spesso per tornare a casa mia
prendo una via buia della città vecchia
il color giallo di qualche fanale si specchia in qualche pozzanghera
e la strada è piena di persone

Qui tra il via vai della gente
tra l'osteria e la casa o a donne di malaffare,
dove gli uomini sono merci e sono come i residui
di un gran porto di mare,
io qui trovo quando passo l'infinito
nell'umiltà.
Qui la prostituta, il marinaio e il vecchio che
bestemmia la ragazza che litiga,
il soldato che siede alla bottega
del friggitore,
la giovane agitata e impazzita
d'amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
in loro e in me che le vedo c'è il Signore.

Qui sento la compagnia delle persone più umili
e il mio pensiero si fa più puro
più puro è il pensiero dove la vita è più turpe.



Analisi del testo

Schema metrico: tre strofe di versi dispari, di cui la prima è una quartina di endecasillabi rimata e assonanzata ABBA. Segue una strofa lunga di endecasillabi, quinari, un settenario e un trisillabo; gli ultimi versi sono due endecasillabi in rima intervallati da un settenario.

Il testo è scandito in tre momenti:
  1. il primo è narrativo: Spesso… / prendo un’oscura via;
  2. il secondo è descrittivo: Qui tra la gente che viene che va /dall’osteria alla casa o al lupanare;
  3. il terzo racchiude nei tre versi finali una sentenza conclusiva, come sintesi fra il momento oggettivo della narrazione e quello soggettivo della descrizione.

La lirica evidenzia alcuni temi più caratteristici di Saba:
  • l'attrazione per i personaggi delle classi più umili, in quanto dotati di maggiore vitalità e di minore consapevolezza (è il cosiddetto populismo di Saba, diverso da quello manzoniano);
  • una religiosità istintiva, legata alla convinzione che tutti gli esseri viventi siano partecipi della medesima realtà superiore (il Signore, cioè il principio della vita, s’agita in tutte le creature, anche le più semplice, così come nel poeta stesso);
  • l'idea che la vita sia sostanzialmente dolore. I due termini tornano affiancati (come avviene anche nella poesia La capra nei vv. 17-18.

Scaturisce da ciò la particolare posizione del poeta. Egli non è privo di consapevolezza di vivere: è un intellettuale, a differenza del popolo. Ciò permette la nascita della poesia, ma contemporaneamente questo privilegio costituisce, per lui, una condanna: non può infatti partecipare nel modo più pieno (cioè più istintivo) alla vita di tutti.
A conferma dell’attenta costruzione letteraria del testo, si noti come le tre strofe siano collegate da una sottile rete di rimandi interni:
  • la strada, alla fine della prima strofa, e la via alla fine della terza;
  • nell’umiltà, nella seconda strofa, e degli umili nella terza.
  • Si osservi anche l’anafora (ripetizione) Qui… Qui… Qui…, nella seconda e nella terza strofa.



Figure retoriche

Ossimoro: "l'infinito nell'umiltà" (vv. 9-10). Non è un vero è proprio ossimoro, anche se lo si può considerare tale perché c'è più o meno un accostamento di due parole di significato opposto, difatti l'umiltà non può contenere l'infinito, appunto perché è una cosa infinita.

Iperbole: "tumultuante giovane impazzita d'amore" (vv. 15-16). L'iperbole (che si usa per esagerare un concetto tramite termini esagerati, sia per difetto, che per eccesso) viene utilizzata per sottolineare la frenesia, l'impetuosità dell'amore che ha 'investito' quella giovane ragazza "pazza d'amore".

Assonanze: "casa-strada" (vv. 1-4), "va-umiltà" (vv. 5-10).

Antitesi: "viene-va" (v. 5), "della vita e del dolore" (vv. 17-18) "puro-turpe" (v. 22).

Anafora: "Qui" (vv. 5-11-20).

Iperbato: "Giallo in qualche pozzanghera si specchia qualche fanale" (vv. 3-4).

Anastrofe: son merci ed uomini il detrito / s'agita in esse come in me, il Signore.

Anastrofe: "e affollata è la strada" (v. 4)

Metafora: "uomini il detrito si è di un gran porto di mare" (vv. 7-8)

Enjambements = vv. 3-4; 7-8; 13-14; 15-16; 17-18; 21-22.



Spiegazione per parola

  1. Città vecchia: i quartieri popolari del porto. Come scrisse lo stesso poeta, assai, essi erano la parte più antica e più incontestabilmente italiana della città, e furono poi, senza necessità, abbattuti.
  2. Lupanare: postribolo, bordello.
  3. Dove son… di mare: dove uomini e merci rappresentano come i rifiuti, gli scarti abbandonati di un grande porto di mare, quello di Trieste.
  4. Bega: litiga (dialettismo).
  5. Dragone: soldato di cavalleria.
  6. Siede alla bottega: si direbbe che qui cita Leopardi, più precisamente nel Sabato del villaggio (v. 8 "Siede con le vicine"; vv. 34-35 "che veglia / nella chiusa bottega").
  7. Friggittore: venditore di vivande fritte.
  8. Tumultuante: si riferisce all'agitazione e alla vitalità della passione amorosa.
  9. Dove più turpe è la via: la purezza nasce da ciò che apparentemente ne è più lontano.



Commento

Città vecchia è una lirica che va considerata come un modello della poesia di Saba che segue sempre una costante: l'immettere la sua vita nella vita di tutti, essere come tutti gli uomini di tutti i giorni.

Si può definire come un viaggio attraverso la città, attraverso il male che c'è nella vita, in cui scopre la presenza di Dio. Qui viene descritto un angolo popolare di Trieste senza cadere mai nel populismo e in tematiche simili, perché il poeta in questo mondo ci vive dentro, lo sente come un mondo popolato da creature simili a lui e come lui sentono che sostanzialmente la vita è dolore. Nel mondo umile, che anima i vicoli stretti e bui, Saba ritrova l'essenza dell'umanità e la consapevolezza che chiunque, anche il più derelitto degli uomini, è partecipe del mistero della vita (Dio s'agita in tutte le creature, come nel poeta stesso) che accomuna tutti gli esseri viventi. Grazie a tale scoperta, il poeta può sentirsi vicino e uguale a questa umanità, provando di conseguenza un personale senso di liberazione. La poesia trova la sua forza proprio nella descrizione sentimentale del poeta nei confronti del mondo descritto.
La poesia nasce da abitudini semplici, quotidiane; la città sembra un prolungamento della casa. Il poeta sa riconoscere, negli aspetti più umili della vita, il senso dell’infinito, dell’assoluto. Vivere per Saba significa soffrire ma anche respirare in una dimensione d’istintiva religiosità. È tipico di Saba il bisogno di unirsi con gli altri uomini (il sentimento religioso della fratellanza).
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Trieste - Saba: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Triste" è stata scritta dal poeta Umberto Saba e fa parte della raccolta Trieste e una donna (1910-12) del Canzoniere.


Testo

Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.



Parafrasi

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho percorso una strada in salita,
trafficata in principio e poi deserta,
che terminava con un piccolo muro:
un angolino in cui siedo
solo; e mi pare che dove esso finisce,
finisca anche la città.

Trieste ha una grazia
scontrosa. Se piace,
è come un ragazzaccio dal carattere aspro e vorace,
dagli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
pervaso dalla gelosia.

Da questa salita ogni chiesa, e ogni via della città (di Trieste)
scopro, e posso scorgere fino all'affollata spiaggia
o alla collina in cui sulla cima
ricoperta di sassi, sorge un casa, l'ultima, come se si aggrappasse.
Intorno
ad ogni cosa
c'è un'aria strana e tormentosa,
è l'aria del paese natio (del luogo in cui sono nato).

La mia città è viva in ogni sua parte
e mi riserva un cantuccio solo per me, adatto alla mia vita
pensosa e solitaria.



Analisi del testo

Metrica: strofe irregolari di endecasillabi, settenari e quinari (ad eccezione del v. 19) liberamente disposti. Numerose le rime baciate.


"Trieste" è la prima poesia di Saba che testimonia la sua volontà di cantare Trieste proprio in quanto tale, e non solo come città natale. Saba ama osservare la realtà che gli sta attorno, che lo circonda.

Prima strofa: il poeta descrive la strada in salita che conduce alla collina affollata, vivace, rumorosa all'inizio e sempre più solitaria alla fine. Percorrendo la strada giunge in un piccolo spazio chiuso da un muricciolo, "un cantuccio" che segna il confine della città e lì il poeta siede solo ma non diviso dal mondo che ama.

Seconda strofa: Qui paragona Trieste a "un ragazzaccio aspro e vorace", facendola diventare un personaggio vivo e autonomo. Il ragazzo possiede una grazia innata, una bellezza spontanea e naturale; i suoi "occhi azzurri", che riflettono il colore del mare di Trieste, evocano tenerezza. Le sue mani sono grandi per compiere atti gentili (come regalare un fiore) ma dietro questa apparenza si nasconde una grande dolcezza. Questo contrasto viene identificato dal poeta come un amore tormentato dalla gelosia. Dall'alto della salita che gli consente di avere una visione panoramica di tutta la sua città, gli pare che "ogni chiesa, ogni via", "l’ingombra spiaggia" e "la collina", gli appartengano e che sono avvolti nell' “aria natia” che è anche un'aria strana e tormentosa.

Terza strofa: Dalla sua postazione, il cantuccio, ossia una difesa  o un riparo protettivo in poeta fa le sue riflessioni, osserva la vita intorno senza farne parte, ma senza neppure sentirsi estraniato. Sa di poter trovare nella città uno spazio adatto alla sua vita "pensosa e schiva".

Livello lessicale
: Trieste nella prima strofa viene identificata con il termine "la città" (nome comune di cosa), nella seconda assume il nome proprio e nella terza "la mia città". Questa differenza serve a indicare il passaggio da una visione oggettiva a una soggettiva.



Figure retoriche

Enjambements = vv. 5-6; 8-9; 11-12; 15-16.

Similitudine = "come un ragazzaccio" (v. 10).

Similitudine = "come un amore" (v. 13).

Interiezione = "un'aria strana, un'aria tormentosa" (v. 21).

Personificazione = "Trieste" (v. 8). Nomina la città come se fosse dotata di vita propria.

Ipallage = "Alla mia vita pensosa e schiva" (vv. 24-25).

Iperbato= "Intorno / circola ad ogni cosa" (vv. 19-20).

Anastrofe = "da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via scopro" (v. 15-16).

Chiasmo = "popolosa in principio, in là deserta" (v. 3).

Allitterazione = "solo siedo" (vv. 5-6).

Poliptoto = "termina /termini" (vv. 6-7).

Ossimoro = "scontrosa grazia" (vv. 8-9).

Ossimoro = "amore / gelosia" (vv. 13-14)



Spiegazione per parole

  1. Erta: altura, strada in salita che porta alla collina.
  2. Aspro: rude.
  3. Vorace: ingordo, goloso.
  4. Un amore con gelosia: un amore tempestoso, turbato, pieno di inquietudine, di contraddizioni, di tormento. (Simile ai vv. 51-52 della poesia A mia moglie).
  5. Mena: conduce.
  6. Ingombrata: affollata, piena di bagnanti.
  7. L'aria natia: aria di casa.
  8. Pensosa e schiva: questo modo di accoppiare gli aggettivi è forse derivato da Leopardi (si pensi ad esempio agli occhi di Silvia, "ridenti e fuggitivi"). Saba li usa per descrivere e accentuare il suo carattere chiuso e prudente.



Commento

Trieste è tra i temi in assoluto più cari a Saba, un tema che si estende, pur attraverso modi e prospettive ogni volta differenti, da un capo all'altro del Canzoniere. Il poeta ama Trieste quasi al di là del fatto che sia la sua città: perché è una città affollata e in continuo movimento, dal momento che si affaccia sul porto, e questo senso di movimento dona giovinezza alla città (un po' come i bambini che non riescono mai a stare fermi un momento).
Trieste non è solo questo per Saba, in quanto la considera un luogo privilegiato anche per il suo carattere contraddittorio: è una città portuale, aperta, disinibita e sempre giovane di vita nuova e fresca, ma allo stesso tempo è una città riservata e diffidente, graziosa e scontrosa.
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La capra - Saba: parafrasi, analisi e commento



La poesia "La capra" è stata scritta dal poeta Umberto Saba e fa parte della raccolta Casa e campagna, una delle più antiche del Canzoniere con le sue sei liriche risalenti al 1909-10. Il poeta incontra per caso una capra solitaria, e in essa vede materializzarsi il destino di sofferenza proprio di qualsiasi esistenza.



Testo

Ho parlato ad una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d'erba, bagnata
dalla pioggia, belava .

Quell'uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.



Parafrasi

Ho parlato a una capra.
Era legata in un prato ed era sola.
Aveva appena mangiato, era bagnata
per la pioggia e belava.
Quel belato mi sembrava solidale con il mio dolore.
Ed io risposi, prima
per scherzo, poi perché il dolore è eterno,
ha un'unica voce ed è immutabile.
Sentivo questa voce
gemere nel verso di una capra solitaria.
In una capra dal viso simile a quello degli ebrei,
sentivo il lamento di tutti i mali,
di ogni altra creatura.


Parafrasi discorsiva:
Ho avuto modo di parlare con una capra, aveva da poco finito di mangiare l'erba e belava in solitudine sul prato, nella quale era legata.
Il suo belare era continuo e monotono come il mio dolore. Ed io prima risposi inizialmente per scherzo, poi perché ricordai che il dolore è eterno, con una voce sempre identica (monotona) proprio come il belato della capra che sentivo gemere in essa.
In una capra dal volto simile a quello degli ebrei (forse per via della barbetta) riuscivo a sentire il lamentarsi di tutti i mali di ogni essere vivente.



Analisi del testo

Schema metrico: tre strofe irregolari di endecasillabi e settenari (l'ultimo verso è però un quinario), legati da rime e assonanze liberamente disposte.

La poesia si suddivide in tre strofe.
  1. La prima ha un carattere descrittivo. Il primo verso suona quasi provocatorio, con la sua azione insolita: l'immagine del poeta che parla con la capra rientra nel sentimento di intima partecipazione al mondo animale che è caratteristico di Saba, ma il tono, così diretto e realistico, suscita in prima battuta il sorriso del lettore.
  2. La seconda strofa racconta l'episodio, il fatto. Il poeta risponde all'animale, prima per scherzo, poi sulla base di una motivazione più profonda: il belato della capra esprime un dolore universale, un male di vivere che è lo stesso per tutti gli esseri viventi. Il brusco mutamento di tono costituisce una spia e un richiamo al lettore: non di uno scherzo si tratta, ma di una raffigurazione simbolica.
  3. La terza strofa, di carattere sentenzioso, enuncia la conclusione: Saba mette in rapporto (attraverso il parallelismo: ogni altro male / ogni altra vita) i due termini male e vita. La pena del poeta si fa specchio, e risonanza, della pena che unisce ogni essere vivente: la fraternità universale si rivela dunque come una fraternità radicata nel comune dolore.



Figure retoriche

Assonanze = "capra-legata" (vv. 1-2), "bagnata-belava" (vv. 3-4), "prima-sentiva" (vv. 6-9), "semita-sentiva" (vv. 11-12).

Similitudine sottintesa = "Quell'uguale belato era fraterno" (v. 5). Seppure non è esplicita nel testo lui paragona il suo dolore a quello della capra.

Iperbole = "il dolore è eterno" (v. 7).

Metafora = "In una capra dal viso semita" (v. 11).

Sineddoche = "In una capra dal viso semita sentiva querelarsi ogni altro male, ogni altra vita" (vv. 11-12-13).

Anafora = "sentiva" (vv. 9-12).

Enjambements = vv. 3-4; 5-6; 6-7; 9-10; 11-12.

Sono presenti diverse rime liberamente disposte come fraterno-eterno, varia-solitaria, semita-vita.



Spiegazione per parola

  1. Uguale: sempre uguale a se stesso, continuo e monotono.
  2. Fraterno: affine.
  3. Per celia: per scherzo.
  4. Una voce: una sola, sempre identica, proprio come il belato della capra.
  5. Sentiva: io sentivo, come al v. 12.
  6. Viso semita: il muso della capra ricorda al poeta i tratti tipici di un volto ebraico (semita). Saba era ebreo per parte di madre. Ed il suo nome "Saba" significa pane per ricordare la madre.
  7. Querelarsi: lamentarsi.
  8. Vita: essere vivente.



Commento

In questa breve poesia Saba esprime in modo oggettivo, cioè senza scoppiare in lamenti e gridi suscitati da dolorose vicende private, la propria pessimistica concezione della vita, che ricorda sia il pessimismo cosmico leopardiano sia il montaliano "male di vivere".
Lo spunto alla meditazione sul dolore e sul male è infatti offerto da una capra solitaria, colta in un momento di disagio ("sazia" sì, ma "legata" e "bagnata dalla pioggia"), alla quale il poeta si sente vicino perché accomunato ad essa, come a tutti gli altri esseri viventi, da un'identica ed eterna legge di dolore. Il dialogo tra Saba e la capra sta a significare che cerca un colloquio con ogni realtà della vita.
Perciò la risposta del poeta (dapprima scherzosa) a "quell'uguale belato" non sembra più ridicola o buffa (come al primo verso), ma profondamente seria e partecipe perché si tratta di un sentimento di fratellanza, originato da una comune condizione di sofferenza.
Nella strofa finale, dopo il progressivo allargamento d'orizzonte dall'animale all'umano, la dimensione del dolore si estende all'universale (allude alle persecuzioni patite, nei secoli, dal popolo ebraico). E l'anafora finale lega in modo indissolubile i due termini "male " e "vita", con una considerazione che può dirsi ancor più pessimistica di quella espressa da Leopardi nel Canto notturno: "a me la vita è male".
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A mia moglie - Saba: parafrasi, analisi e commento


Umberto Saba con Lina… l'amata moglie

La poesia "A mia moglie" è stata scritta dal poeta Umberto Saba nel 1910 e fa parte della sezione del Canzoniere intitolata Casa e campagna, che comprende sei poesie scritte dal 1909-10. I temi trattati sono la celebrazione delle virtù femminili, l'intimità domestica e familiare, la bellezza e la bontà della natura.


Testo

Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell'andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull'erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio.
Così se l'occhio, se il giudizio mio
non m'inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun'altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.
Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la tua carne.
Se l'incontri e muggire
l'odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l'erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t'offro quando sei triste.
Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi un santa
sembra, che d'un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.
Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l'angusta
gabbia ritta al vederti
s'alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?
Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest'arte.
Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere;
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un'altra primavera.
Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l'accompagna.
E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun'altra donna.



Parafrasi

Donna sei giovane come una gallina di color bianco, con le piume che si irrigidiscono per il vento, col collo che si abbassa per bere, e che scava la terra; ma il tuo lento camminare ti fa apparire come una regina che avanza sull'erba con possanza e sicurezza. Meglio dell'essere (o sesso) maschile e come tutte le altre creature (animali) femmine che si avvicinano a Dio.
Non vorrei sbagliarmi ma credo che tu (riferito alla moglie) sei unica nel mondo animale e non puoi essere paragonata a nessun altra donna.
Quando giunge la sera le galline già dormono e producono suoni che mi ricordano quei tuoi dolcissimi lamenti che fai quando qualcosa non ti va bene, e non ti rendi conto che la tua voce e simile al chiocciare dei pollai. Sei come la femmina del bue (giovenca), libera da ogni fastidio (dal peso della gravidanza), anzi gioiosa che se viene accarezzata nel collo lo sposta verso il colore rosaceo della sua pelle.
Se ti imbatti in lei e la senti muggire, è così lamentosa che strappi l'erba in dono per farla zittire. È così io ti offro il dono della poesia per quando sarai triste.
Tu sei come una cagna allungata ai piedi del padrone che contempla con dolcezza e ferocia (come l’amore per gelosia o difesa). Ai tuoi piedi sembra una santa che arde di una passione indomabile,  e così ti guarda, come se tu fossi il suo Dio e Signore.
Quando in casa o fuori, chiunque ti si avvicini, le mostra i denti per via della gelosia.
Tu sei come la paurosa coniglia, che ti alzi in piedi dentro la stretta gabbia, e tendi verso te le orecchie lunghe e irrigidite appena mi vedi arrivare con la crusca e il radicchio (cibo), mentre quando ne sei sprovvista rimani rannicchiata su te stessa, nascosta in cerca di angoli bui. Chi gli toglierebbe il cibo sapendo che si strapperà i peli per fare la tana ai suoi piccoli? Chi potrebbe pensare ti farti del male?
Tu sei come la rondine che ritorna in primavera e riparte in autunno, anche se non hai queste sue determinate capacità. Della rondine possiedi il suo modo di muoversi e di atteggiarsi, questo, cioè che mi sentivo ed ero vecchio e segnavi l’inizio di un'altra primavera.
Tu sei come la previdente formica, tipico racconto popolare che le nonne raccontano ai bambini mentre si recano in campagna.
Ti ritrovo anche nell'ape, e in tutti gli altri esseri animali femminili che avvicinano a Dio, ma non in nessun altra donna.



Analisi del testo

Metrica: sei strofe libere di settenari, con rari endecasillabi, quinari (due, ai vv. 19 e 52) e trisillabi (uno, al v. 26, che formerebbe tuttavia un endecasillabo se unito al settenario che lo precede; il bisillabo al v. 56 è l'unico fuori metro). Numerose le rime, liberamente e irregolarmente disposte.

La poesia è basata su una struttura assai semplice: ognuna delle sei strofe introduce il paragone tra la moglie e un animale (due animali nella sesta e ultima strofa):
  • Lina assomiglia alla gallina per il modo di camminare e per il tono della voce quando si duole;
  • a una giovenca gravida, il cui muggito lamentoso fa venire voglia di donarle qualcosa, per consolarla;
  • a una cagna fedele, che nel suo affetto non vede altro che il padrone;
  • alla coniglia, timorosa e indifesa, a cui nessuno può fare del male;
  • alla rondine, per la grazie giovanile con cui si muove (e anche perché è fedele al nido);
  • alla formica previdente, che accumula provviste e bada alla casa;
  • all'ape, che lavora instancabilmente.
I primi quattro sono animali domestici e la similitudine impostata dal poeta può sembrare provocatoria: si tratta infatti di animali il cui nome è spesso usato come offesa, soprattutto se riferito a una donna.
La gallina è emblema di scarsa intelligenza, la giovenca di scarsa bellezza, la cagna di scarsa pudicizia, la coniglia di scarso coraggio. Logico che, al suo apparire, la poesia suscitasse un po' di scandalo e allegre risate, come lo stesso Saba ricordò in Storia e cronistoria del Canzoniere. 
In realtà, il poeta capovolge il valore negativo di questi paragoni attribuendo alle femmine degli animali domestici una serie di virtù che culminano con l'affermazione "avvicinano a Dio".

Gli ultimi tre animali, descritti più brevemente, sono femmine solo linguisticamente (la rondine che torna in primavera può essere anche maschio; api e formiche sono praticamente asessuate). Il poeta considera la moglie simile a loro lodandola per la sua cura della casa e per l'operosità.



Figure retoriche

Similitudine: donna-gallina (v. 1)
Similitudine: donna-giovenca (vv. 25-26)
Similitudine: donna-cagna (vv. 38-39)
Similitudine: donna-coniglia (vv. 53-54)
Similitudine: donna-rondine (v. 69)
Similitudine: donna-formica (v. 77-78)
Similitudine: donna-ape (. 82)
Similitudine: "e così...in tutte le femmine di tutti i sereni animali" (vv. 83-84)
Similitudine: "come il suo Dio e Signore" (v. 46)


Anafora = "Tu sei come" (vv. 1, 25, 38, 53, 69, 77)

Assonanza = "scopre, soffre" (vv. 50-51); "orecchi, radicchi" (vv. 57-59); "cibo, nido" (vv. 63-66).

Anastrofe = "il collo china" (v. 4); "in terra raspa" (v. 5); "il giudizio mio" (v. 27); "libera ancora" (vv. 29-30); "il collo volge" (vv. 34-35); "che l'erba strappi" (vv. 36-37); "il mio dono t'offro" (vv. 42-43); "una santa sembra" (vv. 42-43); "Chi potrebbe quel cibo/ ritoglierle?" (vv. 63-64).. In questi versi viene posticipato il verbo.

Iperbato = "tanto è quel suono lamentoso" (vv. 33-34); "altri protende e fermi" (v. 58).

Figura etimologica ="gravida gravezza" (vv. 25-28).

Sinestesia = "rosa tenero" (vv. 30-31). La prima appartiene alla sfera sensoriale visiva, la seconda a quella tattile.

Poliptoto = "tutte tutti" (vv. 12-12); "tutte tutti" (vv. 83-84).

Metafore = "ha il lento tuo passo di regina" (vv. 6-7); "la tua voce ha la soave e triste musica dei pollai" (vv. 23-24); "Ai tuoi piedi una santa sembra" (vv. 42-43); "un'altra primavera" (v. 76).

Enjambements = vv. 1-2; 3-4; 4-5; 6-7; 8-9; 11-12; 12-13; 13-14; 15-16; 16-17; 18-19; 20-21; 21-22; 22-23; 23-24; 25-26; 27-28; 29-30; 30-31; 32-33; 33-34; 34-35; 36-37; 38-39; 39-40; 40-41; 42-43; 43-44; 45-46; 47-48; 48-49; 49-50; 51-52; 53-54; 54-55; 55-56; 57-58; 59-60; 60-61; 63-64; 64-65; 65-66; 66-67; 69-70; 71-72; 75-76; 77-78; 78-79; 79-80; 80-81; 82-83; 83-84; 84-85; 85-86; 86-87.

Gioco di parole: il coniglio non fa il nido, o per lo meno si costruisce la tana per i suoi figlioli, ma non il nido che è tipico degli uccelli.



Spiegazione per parola:

  1. Incede: avanza (voce letteraria).
  2. Fra queste hai le tue uguali: la moglie non ha paragoni tra le altre donne, ma unicamente nel mondo animale, che per Saba è connotato da valori soltanto positivi.
  3. Assonna: il verbo è usato transitivamente, reca il sonno.
  4. Mettono voci: producono suoni.
  5. Onde: con le quali.
  6. Quereli: lamenti.
  7. La soave e triste / musica: l'enjambement sottolinea l'effetto quasi musicale del chiocciare serale all'interno del pollaio.
  8. Giovenca: la femmina del bue.
  9. Senza /gravezza: non appesantita, all'inizio della gravidanza. Il feto non è ancora cresciuto al punto di procurarle fastidio.
  10. Rosa / tenero: la sinestesia è evidenziata dall'enjambement.
  11. Se... muggire /l'odi: se ti imbatti in lei e la senti muggire.
  12. Una lunga / cagna: una cagna allungata per terra, ai piedi del padrone; la sua fedeltà è fata di dolcezza e ferocia, poiché l'amore può diventare gelosia o esprimersi come volontà di difesa.
  13. Una santa... Signore: la cagna contempla (riguarda) il suo padrone con lo stesso amore con cui una santa adora Dio. Al v. 43, infatti, fervore indica uno stato di entusiasmo religioso d'intensa partecipazione affettiva.
  14. Pavida: paurosa.
  15. Angusta: stretta.
  16. Che la crusca... si rannicchia: la coniglia si alza in piedi perché sa che te le porti il cibo (la crusca e i radicchi), ma quando le manca (di cui / priva) si rannicchia su se stessa, a conferma del suo carattere pauroso.
  17. Chi... chi... chi: chi mai, di fronte all'atteggiamento della coniglia potrebbe pensare di farle del male? La sequenza anaforica delle domande retoriche vivacizza il ritmo che nei versi precedenti era lento e quasi solenne.
  18. Quest'arte: questa abitudine, questa disposizione (ricorda il dantesco «ma i vostri non appreser ben quell'arte», nell'Inferno canto X, v. 51).
  19. Movenze: modo di muoversi e di atteggiarsi.
  20. Questo che: questo, cioè che.
  21. Mi sentiva ed era: mi sentivo ed ero. La desinenza in a alla prima persona dell'imperfetto indicativo era tradizionale nella letteratura italiana fino all'inizio del Novecento.
  22. Provvida: previdente.
  23. Escono alla campagna: si recano in campagna.
  24. Parla... la nonna: la formica è protagonista di molte favole popolari.
  25. Pecchia: ape (voce letteraria).



Commento:

La poesia, una delle più famose di Saba, fu scritta nell’estate del 1910, a Montebello, vicino a Trieste, dove il poeta si era stabilito con la moglie Lina. La lirica nacque dall’atmosfera di pace e quiete che in quel periodo caratterizzava la vita di Saba. La scelta di paragonare la moglie alle figure del mondo animale (la pollastra, la giovenca, la cagna, la coniglia, la rondine, la formica e l’ape) era una novità che all’epoca fece scandalo, provocando commenti ironici. Saba ricordò che, inizialmente, la poesia non piacque neppure alla moglie Lina. Ma spiegò di aver scelto questi termini di paragone perché gli animali per la semplicità e la nudità della loro vita, ben più degli uomini, obbligati da necessità sociali a continui infingimenti, avvicinano a Dio, alle verità cioè che si possono leggere nel libro aperto della creazione.

Significato:
L’accostamento tra donna e animali vantava una lunga tradizione poetica legata al filone satirico: già l’antico poeta greco Semonide (VII secolo a.C.), per esempio, aveva associato alla donna animali come la scrofa, la volpe, la donnola, la cagna, la cavalla, la scimmia, assumendoli come altrettanti simboli dei vizi e dei difetti femminili.
Saba in questa poesia, infrange coscientemente alcune regole di cortesia, che si osservano di solito nei confronti delle donne (per esempio: A una donna non si deve mai chiedere l'età).
Ma, a differenza di Semonide, non ha invece alcun intento parodistico o satirico, anzi: A mia moglie manifesta un tono di partecipe e accorata sincerità e in essa Saba tende a recuperare la dimensione naturale della donna, riscoprendo per esempio il suo ruolo positivo di madre, o le qualità legate alla sua discreta presenza nel quotidiano; in tal modo essa si avvicina a Dio. Tanto che la si può definire una poesia religiosa, seguendo l’indicazione di Saba stesso, secondo cui fu scritta come la recitazione di una preghiera. Questo è, per Saba, il punto più alto della riflessione.
Se l’accostamento agli animali non ha nulla di umiliante o di morboso, ciò dipende in primo luogo dal tono di infantile spontaneità che anima la lirica. Saba osservò che se un bambino potesse sposare e scrivere una poesia per sua moglie, scriverebbe questa. Del resto, nella poetica di Saba, un profondo legame univa poesia e infanzia, vista come età di spontaneità, innocenza, istintiva vicinanza alla vita comune.
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Amai - Saba: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Amai" è stata scritta dal poeta Umberto Saba nel 1946 ed appartiene alla sezione Mediterranee del suo Canzoniere, che è una raccolta di tutti i suoi componimenti poetici. I temi trattati sono: una dichiarazione di poetica, l'amore per la bellezza semplice, la passione della verità, il desiderio di comunicazione con il pubblico.


Testo

Amai trite parole che non uno
osava. M'incantò la rima fiore
amore,
la più antica, difficile del mondo.

Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l'abbandona.

Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.



Parafrasi

Amai parole frammentate che nessuno
osava dire. Mi piaceva molto la rima fiore e amore
che è quella più vecchia e più difficile.
Amavo la verità che era in fondo a queste parole
come un sogno ormai perso, che il dolore
le fa da compagno. Con la paura nel cuore
il dolore si accosta e più non ti abbandona.
Ti amo a te che mi ascolti e amo la carta vincente
che uno lascia alla fine del gioco!


Parafarsi discorsiva
Amai le parole logorate che nessun poeta osava più utilizzare.
Mi piacque, in particolare la rima fiore e amore, tra le più antiche e quindi tra le più difficili da usare.
Amai la verità più nascosta che si trova in fondo all'animo umano, quasi un sogno dimenticato, che tramite il dolore ci permette di giungere alla verità di noi stessi (riscopre amica).
Con timore il cuore si accosta a questa profonde verità ma una volta scoperta non l'abbandona più.
Amo te (lettore o pubblico) che mi ascolti e la poesia che è come una carta da gioco vincente che il poeta getta sul tavolo solo alla fine della partita (come estrema risorsa).



Analisi del testo

Schema metrico: endecasillabi sciolti, liberamente rimati; eccetto il v. 3, composto da un'unica parola isolata, di tre sillabe (è un ternario).

La lirica è scandita in tre momenti grazie alla ripetizione anaforica del verbo amare, che compare due volte al passato (Amai) e una al presente (Amo).
La prima strofa insiste sugli aspetti formali. Il poeta afferma con orgoglio (parole che non uno / osava; la più antica difficile del mondo) la propria predilezione per un vocabolario semplice, povero in apparenza, che vive di accostamenti scontati come la rima fiore / amore.
La seconda strofa passa al piano dei contenuti. La poesia, per Saba, è una ricerca di verità, che va scoperta nel fondo del cuore umano e comunicata agli altri. Il tema della verità che giace al fondo richiama l’aspetto autobiografico del Canzoniere: una sorta di romanzo psicoanalitico, che ripercorre le proprie esperienze alla ricerca delle oscure ragioni dell’essere.
Nella terza strofa il poeta coinvolge il lettore: la vera poesia sa creare un profondo legame d’affetto tra il poeta e il suo destinatario, entrambi chiamati a condividere un’unica, preziosa esperienza.

Molte parole della poesia tradizionale paiono logorate dal lungo uso: ebbene, Saba coraggiosamente dichiara di voler riscattare queste trite parole, di voler restituire loro la freschezza e pregnanza di significato che avevano alle origini. Assume a modello Francesco Petrarca, che nel suo Canzoniere aveva raggiunto un intenso lirismo utilizzando parole comuni, quelle di valore universale, che sono patrimonio di tutti. Perciò nelle rime di "Amai" compaiono vocaboli quali fiore, amore, dolore, cuore.
Il gusto della bellezza semplice e comune suggerisce a Saba l’amore per la musicalità, e quindi:
per la cantabilità sei settenari, degli ottonari, delle rime baciate: si vedano, qui, le rime fiore / amore; mondo / fondo; dolore / cuore; abbandona / buona;



Figure retoriche

Iperbole: Amai / M'incantò (v.1 e v.2).

Metafora: trite parole (v. 1) / osava (v. 2) / che il dolore riscopre amica (vv. 6-7).

Anafora: Amai (v. 1 e v. 5).

Personificazione: la verità (v. 5) / il cuore (v. 6).

Metafora e latinismo: quasi un sogno obliato (v. 6).

Polittoto: "Amo", al posto di "amai" (v. 9).

Enjambements: vv. 1-2, vv. 2-3, vv. 5-6, vv. 6-7, vv. 9-10.



Spiegazione per parola

  1. Trite: logorante dall'uso, che nessun poeta osava più utilizzare.
  2. La rima...amore: non è un'indicazione generica, ma rinvia ai vv. 12-13 di un'altra sua poesia, Trieste.
  3. Difficile: essendo tra le rime più antiche, è una delle più difficili da usare in maniera non banale.
  4. Giace al fondo: la verità più nascosta, che si trova in fondo all'animo umano.
  5. Obliato: dimenticato.
  6. Riscopre amica: perché conoscere tale verità può rappresentare un sollievo nei momenti di sofferenza; e anche perché solo sperimentando il dolore possiamo giungere alla verità di noi stessi.
  7. Con paura... l'abbandona: il cuore si accosta a questa verità profonda con timore, ma una volta scoperta non l'abbandona più, le si aggrappa come un'ancora di salvezza. Il pronome che è riferito a il cuore.
  8. Te: si rivolge direttamente al lettore.
  9. Carta... mio gioco: la carta vincente, che il giocatore conserva per la fine della partita..



Commento

Appartenente a una delle ultime sezioni del Canzoniere, Mediterranee, il componimento costituisce forse la migliore sintesi del mondo di Saba. Vi troviamo un'esplicita dichiarazione di poetica e anche un'implicita polemica rivolta ai poeti ermetici di quegli anni: Saba non apprezza il loro atteggiamento di superiorità, la mancanza di comunicatività con il pubblico, l'idea di arte come cosa aristocratica, come dono per pochi e non per tutti.
La prima strofa mostra uno stile di ricerca della comunicatività, la seconda strofa la ricerca della verità, mentre la terza il rapporto con il pubblico e la propria poesia.
Il discorso riguarda il cuore ed esprime un impegno soprattutto morale, in quanto il dolore rende amica anche la verità più dura; per Saba non c'è amore senza dolore, tanto che il "doloroso amore" costituisce l’essenza della vita. Ma la vita è anche una fonte insostituibile di gioia e di consolazione, come risulta dai due versi conclusivi, che si riferiscono direttamente al lettore ("Amo te che mi ascolti"), per renderlo partecipe di un’esperienza che resta comunque preziosa.
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L'unione fa la forza



L'unione fa la forza è un celebre proverbio della cultura popolare italiana.
Secondo alcuni e, quindi, secondo fonti non attendibili ma comunque interessanti, prende spunto dal "fascio littorio": di origine etrusca e poi adottati anche nell'Antica Roma, i fasces lictorii erano le armi portate dai littori e consistevano in un fascio di bastoni di legno legati con strisce di cuoio, in genere intorno a una scure.



Significato

Il proverbio sta a significare che gli obiettivi sono più facili da raggiungere se si agisce come gruppo.

In parte contraddice un altro famoso proverbio "chi fa da sé fa per tre" ma, anziché riferirsi all'individuo che agisce da solo, va a concentrarsi maggiormente su chi fa parte di una squadra che però non è realmente un gruppo unito, bensì un gruppo spaccato in due o ancora peggio in piccoli gruppetti.

Per esempio, in una partita di calcio da 90 minuti, fatta eccezione per la giocata fortunata, l'errore arbitrale e il talento davvero esagerato di certi calciatori, in genere vince la squadra che riesce a giocare come una vera squadra, ovvero una squadra che fa del collettivo il proprio punto di forza: tutti corrono e quindi le energie sono meglio distribuite rispetto a una squadra che sfrutta solo i giocatori più talentuosi, si conoscono a memoria e sanno come servire il pallone al compagno anche senza alzare lo sguardo per vedere dove si trova.

Pure nel regno animale "l'unione fa la forza", basti pensare al branco di lupi, di leoni, di iene che si organizzano per attaccare tutti insieme animali di stazza superiore.

Un altro famoso motto dal significato simile è "tutti per uno, uno per tutti".



Come si usa?

Questo proverbio viene adoperato ogni volta che si presenta una qualche situazione complicata dove si deve partecipare in gruppo, come: un evento sportivo, una gara di qualsiasi tipo, un lavoro che richiede la stretta collaborazione fra colleghi ecc. Viene usato dallo stesso membro della squadra o da qualcuno dall'esterno, che può essere l'allenatore, un fan, un amico o parente, per incitare appunto la squadra a lottare tutti insieme verso il raggiungimento dell'obiettivo.

ESEMPIO
:
Ci sarà da soffrire ma se restiamo uniti torneremo in Serie A.
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Chi fa da sé fa per tre



Chi fa da sé fa per tre è un famosissimo proverbio italiano. Non possiamo risalire alla sua origine o all'autore di questa dicitura che, spesso, viene messa in discussione: si viene a creare una sorta di scontro fra chi preferisce lavorare in gruppo, come una squadra, e chi invece preferisce lavorare da solo, senza interferenze.

La traduzione letterale in inglese di questo proverbio è: "If you do something by yourself, you can do what 3 people could do!"



Significato

Il proverbio sta a significare che se una persona intraprende un'attività, senza coinvolgere altre persone in suo aiuto, riuscirà ugualmente a completarla e anche in modo così sorprendentemente bene da far sembrare che il lavoro sia stato eseguito da ben tre persone.

Probabilmente il numero "tre" è stato scelto, rispetto a un 2 o a un 4, perché è considerato il numero perfetto per vari riferimenti matematici, religiosi e anche un po' superstiziosi.

Alcuni credono che il significato di questo proverbio sia che un individuo deve lavorare (sgobbare) anche per gli altri due sfaticati. In realtà questa versione è errata. Come abbiamo già detto, la versione corretta è quella che un individuo lavora ma senza gli altri due, cioè li esclude totalmente dalla sua attività oppure sono loro stessi ad autoescludersi.

E più logico e ironico, invece, che accada questo:
"Chi fa da sé fa per tre e crea due disoccupati".



Vantaggi e svantaggi

Vantaggi: I vantaggi del fare tutto da soli consistono nel non dover temere gli errori commessi dagli altri aiutanti volutamente o per negligenza, perché qualsiasi errore commesso avrà un solo responsabile: noi stessi; d'altra parte qualsiasi successo non dovremo condividerlo con nessuno e potremo vantarci di aver fatto tutto da soli. Inoltre non c'è bisogno di spiegare a nessuno come funzionano le cose e questo farà sicuramente risparmiare tempo prezioso, e anche se il progetto non convince non si deve dare alcuna spiegazione a nessuno, e alla peggio, in caso di fallimento, possiamo sempre far finta di nulla dato che nessun altro ne è coinvolto.

Svantaggi: Gli svantaggi del fare tutto da soli possono essere la mancanza di idee, l'assenza di qualcuno che ci dia il cambio per ragioni di sicurezza (a seconda del tipo di lavoro), lo stress accumulato perché non si ha nessuno durante il lavoro con la quale scambiare quattro chiacchiere e scherzare. In caso di errore, qualcuno che sorveglia la situazione potrebbe accorgersene in tempo prima che il danno diventi davvero irreparabile.


Ricordiamo che i proverbi non sono delle verità assolute e, dal momento che ne esiste uno per ogni situazione, vuol dire che se il proverbio "chi fa da sé fa per tre" ci invita ad agire da soli, ve ne sono altri che favoriscono l'operato di gruppo, come "l'unione fa la forza".



Curiosità

Tra il 1526 e il 1533, il minatore Colombano Romean, scavò, in completa solitudine, un'opera idraulica quasi incredibile: il Gran Pertus (piemontese, per grande buco e buco), una galleria di 400 metri che si trova a 2015 metri sopra il livello del mare. Essa permette di convogliare in Val di Susa le acque della vicina Val Clarea. È tuttora funzionante e nei mesi di minor portata (tra agosto e ottobre) è anche possibile percorrerlo a piedi, ovviamente muniti di torce, attrezzature e vestiario adeguato.

Per questo individuo, probabilmente, è anche troppo riduttivo dire che ha fatto per tre.



Come si usa?

Vi sono molti modi per utilizzare questo proverbio, per esempio: quando si lavora in squadra e tutto d'un tratto per disaccordi o altre esigenze tutti i componenti del team (escluso uno) decidono di abbondare il progetto su cui stavano lavorando.

ESEMPIO:
[con disappunto] Perché mi mollate proprio adesso? E va bene, me la sbrigherò da solo, tanto chi fa da sé fa per tre...

Quando si arriva in ritardo in qualcosa dove lo scopo era lavorare insieme: ad esempio la realizzazione delle ricerche di gruppo che di tanto in tanto gli insegnanti assegnano ai loro studenti che dovranno darsi appuntamento nella casa di uno di loro (per migliorare i loro rapporti sociali). Può capitare che qualcuno quel giorno sia stato assente o che abbia avuto la febbre e non potendo organizzarsi con gli altri compagni decide di farsi la ricerca da solo.

ESEMPIO:
[con tono ironico] La mia ricerca è sicuramente venuta meglio della vostra. Chi fa da sé fa per tre...

Quindi il proverbio viene usato principalmente per vantarsi di riuscire a fare le stesse cose che riescono a fare tre persone, oppure per rinfacciare agli altri che si sta agendo da soli, e in un certo senso si sta invocando l'aiuto di chi gli è vicino ma senza ammettere di averne bisogno.
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