Paradiso Canto 20 - Parafrasi



Dopo che l’aquila ha concluso il suo discorso sulla predestinazione, le anime dei giusti riprendono i loro canti finché dal collo dell’uccel di Dio sale un mormorio che diventa ben presto voce. L’aquila indica a Dante gli spiriti che formano il suo occhio e che godono il più alto grado di beatitudine nel cielo di Giove. Il primo è Davide, l’autore dei Salmi; il secondo è Traiano, che conobbe, come sarà spiegato più avanti, anche il mondo della dannazione eterna; terzo appare il re ebraico Ezechia che, giunto in punto di morte, ottenne da Dio di poter vivere per altri quindici anni; il quarto spirito indicato è Costantino, che trasferì la capitale dell’impero romano da Roma a Bisanzio; nella parte bassa dell’arco sopracciliare dell’aquila si trova Guglielmo II, re di Sicilia e di Puglia; l’ultimo è il guerriero troiano Rifeo. A Dante, che ha manifestato il suo profondo stupore nel vedere due pagani, come Traiano e Rifeo, partecipi della beatitudine celeste, l’aquila spiega che il primo fu salvato per le preghiere di San Gregorio Magno e il secondo perché, amante della giustizia, ricevette da Dio il dono di conoscere la futura redenzione. Occorre dunque che gli uomini siano cauti nel giudicare quelli che sono dannati e quelli che sono salvi, perché neppure i locati conoscono ancora tutti gli eletti.

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Parafrasi

Quando il sole, che illumina (alluma) tutto l’universo,
cala dal nostro emisfero, così che in ogni luogo
la luce del giorno si va spegnendo (si consuma), il cielo,
che prima brillava (s’accende) solo di esso,
improvvisamente torna a risplendere (si rifà parvente)
per i molti astri in cui si riflette l’unica luce (del sole);
e questo fenomeno (atto) del cielo mi venne in mente
quando l’Aquila, insegna dell’Impero e dei suoi capi (duci),
tacque nel suo santo becco (rostro);
così che tutti quegli ardenti spiriti, splendendo ancor di più,
iniziarono a intonare canti difficili e
impossibili da ricordare per la mia memoria (labili).
O santa carità che ti avvolgi (t’ammanti) di letizia (riso),
quanto ti mostravi splendente in quelle fiaccole (flailli)
che erano ispirate solo da beati pensieri!
Dopo che le preziose e lucenti gemme (lapilli)
da cui io vedevo incastonato il sesto pianeta (Giove)
fecero tacere i loro canti (squilli) paradisiaci,
mi sembrò di sentire come il mormorio delle acque
di un fiume che scende limpido di roccia in roccia,
dimostrando l’abbondanza (ubertà) della sua sorgente (cacume).
E come i suoni assumono le loro modulazioni
sul manico (collo) della cetra, e così come dal buco
(pertugio) della zampogna il soffio che vi entra, così,
tolta ogni esitazione e attesa, quel suono interno
(mormorar) dell’Aquila (aguglia) salì lungo il collo,
come se fosse bucato (bugio).
Lì si articolò in voce, e da lì uscì attraverso il
becco con parole distinte, quelle che desiderava
il mio animo nel quale io le impressi.
«Quella parte del mio corpo che nelle aquile
terrene regge la vista (vede e pate) del sole, (cioè l’occhio)»
cominciò a dirmi, «adesso devi osservare attentamente (fisamente),
poiché delle luci che formano la mia figura (figura fommi),
quelle di cui risplende nel mio capo l’occhio,
esse (e’) sono le anime più nobili di tutta la loro schiera (lor gradi).
L’anima che brilla al centro come pupilla, fu (Davide)
colui che cantò ispirato dallo Spirito Santo
e che trasportò (traslatò) l’Arca santa di città in città;
adesso sa quanto ha ben meritato per il suo canto,
come risultato (effetto) della sua volontà (consiglio),
poiché la ricompensa (remunerar) è a esso proporzionato (è altrettanto).
Delle cinque anime luminose che formano
l’arco del mio sopracciglio, quella più vicina (mi s’accosta) al becco
è (Traiano) colui che consolò la vedova per la morte del figlio:
adesso sa quanto si paga il non aver la fede in Cristo,
per la sua esperienza diretta di questa beatitudine paradisiaca e
della contraria dannazione nel limbo.
E l’anima successiva (Ezechia), nella parte
più alta del ciglio (circunferenza) di cui sto parlando,
differì (indugiò) la sua morte con la sua sincera penitenza:
ora sa che il giudizio divino non cambia,
quando una giusta preghiera (preco) sulla terra porta
a domani (fa crastino) ciò che dovrebbe accadere oggi.
La luce seguente (Costantino), con leggi e con me,
trasferì l’Impero in Oriente (si fece greco) per fare dono
di terre al papa (pastor), ottima intenzione che diede pessimi risultati;
ora sa che il male derivato (dedutto) dalla sua buona azione
non gli è stato dannoso, per quanto (avvegna che) da esso
il mondo sia stato mandato in rovina.
L’anima che brilla nella curva discendente (arco declivo) (del sopracciglio)
è il re Guglielmo II d’Altavilla, e lui rimpiangono (plora)
quei territori che adesso soffrono per colpa
dei re Carlo II d’Angiò e Federico II d’Aragona:
ora sa quanto Dio (ciel) ami (s’innamora) il re giusto,
e lo dimostra anche (ancora) nell’aspetto del suo splendore.
Chi potrebbe immaginare, laggiù sulla
terra peccatrice (errante), che il troiano Rifeo
sia la quinta anima beata di questo sopracciglio (tondo)?
Adesso egli sa molto di quello che l’uomo (’l mondo) non
può comprendere della bontà di Dio, anche se la
sua conoscenza non può raggiungere la perfezione (il fondo)».
Come un’allodola (allodetta) che vola nell’aria
dapprima cantando, quindi tacendo felice delle
ultime dolci note che la soddisfano pienamente (la sazia),
così mi sembrò l’Aquila, immagine dell’impronta (’mprenta) di Dio,
perfetta gioia, secondo il desiderio del quale
tutte le cose si fanno quello che sono.
E per quanto (avvenga ch’) rispetto al mio nuovo dubbio
io fossi trasparente come un vetro al colore dell’oggetto
che esso contiene (veste), non riuscii (patio) ad attendere in silenzio,
ma l’urgenza del dubbio mi spinse a dire:
«Come è possibile?» e per queste parole io vidi
una grande gioia nel farsi più brillante delle anime (di coruscar).
Subito dopo, mentre già l’occhio si era fatto
più ardente, il santo simbolo dell’Aquila mi rispose
per non lasciarmi sospeso nel mio meravigliato
dubbio: «Io so che tu hai fede in queste cose perché
io te le rivelo, ma non ne capisci il motivo, così che ti
rimangono oscure (ascose), anche se credute vere.
Sei come colui che ben conosce il nome di una
cosa, ma non sa coglierne l’essenza (quiditate) se
qualcun altro non gliela manifesta (prome).
Il regno dei cieli sopporta (pate) la violenza
che gli deriva da un’ardente carità e da un’intensa
speranza, che vincono la volontà divina; non come
l’uomo che supera (sobranza) l’altro uomo, ma esse
vincono la volontà divina perché questa vuole essere vinta,
e una volta vinta, a sua volta le supera in benignità (beninanza).
La prima e la quinta delle luci (Traiano e Rifeo),
che costituiscono il mio sopracciglio, ti colmano di stupore,
poiché vedi il cielo angelico adornato da loro.
Essi non abbandonarono il loro corpo da pagani (Gentili),
come tu pensi, ma da cristiani, con fede sicura l’uno (Rifeo)
nella futura passione di Cristo (i passuri … piedi) e l’altro (Traiano) nell’avvenuta crocifissione (passi).
Una (Traiano) tornò nel corpo (a l’ossa) dopo essere stata all’Inferno,
da dove (u’) non si può mai ritornare (non si riede) per redimersi (a buon voler);
e questo fu il premio (mercede) di un’ardente speranza:
l’ardente speranza che diede forza alle preghiere rivolte (da s. Gregorio)
a Dio perché l’anima di Traiano resuscitasse,
così che la sua volontà potesse essere convertita (esser mossa).
Lo spirito glorioso a cui mi riferisco, ritornato
nel suo corpo (carne), in cui rimase poco tempo,
dichiarò la sua fede in Dio che lo poteva salvare; e
con questo atto di fede si infiammò in tanto ardore
di giusto amore, che dopo la sua seconda morte fu
degno di salire a questa beatitudine (gioco).
L’altra anima (Rifeo) rivolse tutto il suo spirito
alla giustizia (drittura), per la grazia che gli instillò Dio,
eterna fonte alla cui sorgente (prima onda) nessuna creatura
poté mai spingere (pinse) la propria vista;
per cui, ricolmandola di sempre maggior grazia,
Dio gli rivelò la futura salvezza umana (per opera di Cristo);
e dunque egli ebbe fede in essa, e da quel momento
non sopportò più il lezzo del paganesimo;
e anzi rimproverò di questo i popoli traviati (perverse).
A battezzarlo furono le tre donne (le tre virtù teologali)
che tu hai visto sul lato destro (del carro allegorico),
più di mille anni prima dell’istituzione del battesimo.
O predestinazione, quanto imperscrutabile
è la tua origine per gli intelletti (aspetti) che non
possono capire pienamente (tota) Dio, causa prima di tutte le cose!
E voi, uomini, siate prudenti nell’esprimere giudizi:
che neppure noi beati, che vediamo Dio,
sappiamo già chi saranno tutti i prescelti alla salvezza (eletti);
e tale ignoranza (così fatto scemo) è per noi (ènne) piacevole,
perché la nostra felicità si perfeziona (s’affina) in questo piacere,
che la volontà di Dio è anche la nostra».
In questo modo mi fu donato da quella
santa immagine dell’Aquila il dolce rimedio per
comprendere i limiti della mia mente (mia corta vista).
E come l’abile citarista accompagna il bravo
cantante con il vibrare (lo guizzo) delle corde,
che rende ancor più piacevole il canto, così,
mentre essa parlava, mi ricordo che vidi le anime
luminose dei due beati (Traiano e Rifeo) lampeggiare in modo
concorde alle parole, proprio (pur) come è concorde
il movimento delle palpebre (batter d’occhi).
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Paradiso Canto 19 - Parafrasi



L'aquila parla dell'imperscrutabilità del pensiero e delle intenzioni divine, affermando che nel giorno del Giudizio molti che non conobbero la fede saranno posti più vicino al Creatore di molti che nominalmente si professano Cristiani.

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Parafrasi

Dinnanzi a me si mostrava la santa immagine (dell’Aquila),
con le ali distese, che le anime felici unite insieme (conserte)
avevano formato nel loro beato piacere (frui);
e ognuna di esse appariva come un rubino (rubinetto)
in cui sfolgorasse il raggio di un sole tanto intenso
da riflettere la sua luce (lui) nei miei occhi.
E ciò che adesso (testeso) devo riferire non fu mai riportato (portò)
da alcuna voce, né alcuna penna lo scrisse (scrisse incostro),
né alcuna immaginazione mai lo poté concepire prima;
poiché io vidi e sentii parlare il becco (rostro) (dell’Aquila);
e nel parlare la sentii dire ‘io’ e ‘mio’ (al singolare)
quando secondo logica (nel concetto) doveva dire ‘noi’ e ‘nostro’ (al plurale).
E l’Aquila iniziò a dire: «Io sono stata innalzata (essaltato) a questa gloria (del Paradiso),
che non può essere superata da alcun desiderio,
poiché sono stata giusta e misericordiosa;
nel mondo ho lasciato un ricordo di me tale,
che laggiù anche le persone malvagie lo lodano (commendan),
ma poi non ne imitano le azioni (storia)».
Come da più carboni ardenti si effonde un
unico fuoco, così di tante anime beate (amori) si
sentiva da quella figura (dell’Aquila) un’unica voce.
E io subito dopo (appresso) (dissi): «O eterni
fiori dell’infinita beatitudine, che fate sì che tutti i
vostri profumi mi appaiano come uno solo,
risolvetemi, parlando (spirando), il grave dubbio (digiuno)
che da molto tempo mi fa stare in ansia (in fame),
poiché sulla terra non ho trovato alcuna risposta (cibo alcuno).
Io so per certo che, pur se la giustizia divina
si specchia qui in Paradiso in un altro ordine di angeli (i Troni nel cielo di Saturno),
voi la potete conoscere senza alcuna oscurità (velame).
Voi vedete con quanta attenzione mi dispongo
ad ascoltarvi: voi conoscete qual è il dubbio
che è per me antico (vecchio) inappagato desiderio (digiun)».
Simile a un falcone cui si toglie il cappuccio,
e che scuote la testa e sbatte le ali (si plaude),
dimostrando la bramosia di cacciare e pavoneggiandosi,
io vidi muoversi quell’Aquila simbolica (quel segno),
che era formata (contesto) da spiriti che glorificavano (di laude) la grazia divina,
con canti che conosce bene chi gode la gioia di lassù (i beati in Paradiso).
Quindi iniziò: «Dio, colui che girò (volse) il compasso (sesto)
nel creare i confini (stremo) dell’universo,
e in questo dispose ordinatamente le cose
incomprensibili (occulto) e comprensibili (manifesto),
non poté imprimere la sua potenza in tutte le creature
in modo tale che il suo Verbo non restasse infinitamente superiore a loro.
E di questo è prova sicura il fatto che Lucifero (’l primo superbo),
la più alta delle creature, per non aver saputo attendere
la Grazia divina precipitò imperfetto (acerbo) all’Inferno;
e dall’esempio (quinci) risulta chiaro che ogni creatura più bassa
è contenitore insufficiente (corto recettacolo) per l’infinita bontà (di Dio).
che può essere misurata solo con se stessa.
Pertanto la vista della vostra mente (veduta),
che è necessario (convene) che sia solo uno (alcun)
dei raggi della mente divina che ricolma di sé tutte le creature,
per sua natura non può avere tanto potere,
da riuscire a comprendere il suo principio (Dio creatore)
molto più profondamente (di là) di quanto appaia ai sensi (parvente).
Perciò la capacità di comprendere che la natura umana (il vostro mondo)
ha avuto, penetra (s’interna) nel mistero dell’eterna
giustizia divina come la vista fisica penetra nel mare;
la quale, per quanto a riva (da la proda) riesca a scorgere
il fondo, al largo (in pelago) non lo vede più; e ciò
nonostante esso c’è (èli), ma la sua profondità lo nasconde (cela) alla vista.
Non c’è vera luce, se non discende da Dio, luminosità che mai si offusca;
altrimenti c’è solo il buio o l’apparenza vaga che deriva
dai sensi (carne), o da essi corrotta (suo veleno).
Adesso ti è stata chiarita (aperta) la profondità (latebra)
in cui ti si nascondeva l’essenza della giustizia divina,
su cui ti interrogavi tanto frequentemente (crebra);
poiché tu ti chiedevi: ‘Una persona nasce presso
le sponde dell’Indo, e in quel luogo non c’è nessuno
che predichi o insegni o scriva di Cristo;
e tutte le sue intenzioni (voleri) e azioni sono buone,
rispetto a quello che la mente umana può capire,
senza peccati nelle opere (vita) o nei discorsi.
Questi muore senza battesimo e senza fede:
in che consiste la giustizia che lo danna?
Qual è la sua colpa per il fatto di non avere la fede cristiana?’.
Ma chi sei tu che vuoi sederti sul seggio
del giudice (scranna), per giudicare cose lontane
mille miglia con la vista lunga un palmo?
È vero che chi ragiona sottilmente (s’assottiglia) su di me,
avrebbe motivi straordinari (a maraviglia) di dubbio,
se non esistessero le Sacre Scritture a illuminare le vostre menti (sovra voi).
O esseri mortali (terreni animali)! O ottusi (grosse) intelletti!
La volontà di Dio (prima), che è di per sé buona,
non si allontanò mai da se stessa, che è il bene supremo.
Tutto e solo ciò che si accorda con essa (consuona) è giusto;
nessun bene creato la può attrarre, anzi è essa che
con i suoi raggi (radïando) produce (cagiona) le cose buone».
Come sopra (sovresso) il nido volteggia la cicogna
dopo aver cibato i piccoli, e come i piccoli
che sono stati sfamati (quel ch’è pasto) la riguardano con gratitudine,
così fece la santa figura dell’Aquila, che muoveva
le ali spinte da tanti (concordi) spiriti (consigli),
e così io alzai gli occhi (cigli).
Volando in tondo l’Aquila cantava, dicendo:
«Come il mio canto è per te tale, che non lo comprendi,
così la volontà divina (giudicio etterno) è per voi uomini».
Dopo che quei lumi accesi (incendi) dallo Spirito Santo
si fermarono sempre formando quell’insegna (dell’Aquila)
che rese tutto il mondo sottomesso (fé … reverendi) ai Romani,
essa ricominciò: «In questo regno (Paradiso) non si elevò
mai un’anima che non professò la fede di Cristo,
né prima né dopo che egli venisse inchiodato sulla croce (chiavasse al legno).
Ma sta’ attento: molti che esclamano ‘Cristo, Cristo!’,
nel giorno del giudizio si troveranno meno vicini (prope) a lui,
di altri che non conobbero la fede cristiana;
e un Etiope potrà condannare siffatti cristiani,
quando si divideranno le due schiere (collegi),
l’una eternamente ricca, l’altra in eterno povera (inòpe).
Che cosa potranno dire i Persiani ai vostri re,
non appena leggeranno le pagine di quel libro
sul quale sono scritti tutti i loro peccati (dispregi)?
Lì si leggerà, fra le altre ingiustizie dell’imperatore Alberto,
quella che presto indurrà la mano di Dio a scrivere,
per la quale il regno di Boemia verrà distrutto (diserto).
In quel volume (Lì) si leggerà il male che colui che morirà
per il morso di un cinghiale (di colpo di cotenna) (Filippo il Bello),
arrecherà alla Francia (Senna), falsando il valore della moneta.
In quel volume (Lì) si leggerà la bramosa arroganza
che rende stolti il re di Scozia (Scotto) e d’Inghilterra (l’Inghilese),
così da non riuscire a contenersi nei propri confini (sua meta).
Si leggerà la vita lussuriosa e oziosa del re di Castiglia (Ferdinando IV),
e del re di Boemia (Venceslao IV), il quale non conobbe
né volle mai conoscere la virtù.
Si leggeranno al nome di Carlo II lo Zoppo (Ciotto),
re di Gerusalemme, registrate con una I le sue azioni virtuose,
mentre quelle malvagie le indicherà una M.
Si leggerà dell’avarizia e della viltà di colui
che regge la Sicilia (Federico II d’Aragona),
dove Anchise terminò la sua lunga vita;
e per capire quanto poco egli vale, le righe che lo riguarderanno
saranno scritte con parole abbreviate (lettere mozze),
per poter annotare molte cose in poco spazio (parvo loco).
E saranno chiare a tutti le azioni vergognose (sozze)
dello zio (barba) e del fratello, che hanno disonorato (fatte bozze)
una così nobile stirpe e due troni.
E su quel libro si saprà di Dionigi di Portogallo,
di Acone VII di Norvegia, e di Stefano Uros II di Serbia (Rascia),
che a proprio danno conobbe la moneta di Venezia (Vinegia).
O felice l’Ungheria, se non si lascerà più maltrattare!
E felice la Navarra, se si farà baluardo
dei Pirenei (del monte) che la cingono (la fascia)!
E come preavviso (arra) di ciò, tutti devono (de’)
sapere che il regno di Cipro (Niccosïa e Famagosta) già piange
e grida il suo rimprovero (garra) per colpa del suo bestiale re,
per nulla diverso (non si scosta) da tutti gli altri».
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Paradiso Canto 18 - Parafrasi



Cacciaguida mostra otto grandi spiriti, poi Dante e Beatrice salgono al cielo di Giove, mosso dalle Dominazioni, in cui gli spiriti giusti volteggiano nell'aere formando le parole di una sentenza biblica e l'immagine di un'aquila. Dante riflette sulla giustizia terrena e pronuncia un'invettiva contro la curia di Roma che mercanteggia la fede.

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Parafrasi

Già in sé gioiva del proprio pensiero quell’anima beata (Cacciaguida),
specchio (della luce divina), e io assaporavo il mio,
mitigando il dolore (l’acerbo) con le notizie gradevoli (dolce);
e quella donna (Beatrice) che mi stava guidando a Dio mi disse:
«Lascia i tuoi turbamenti: ricorda che io già sono vicina a colui (Dio),
che toglie il peso (disgrava) di ogni ingiustizia».
Io mi voltai alle caritatevoli parole della mia consolatrice (conforto);
e rinuncio a descrivere qui la sublime luce di carità
che in quel momento vidi sul suo volto beato;
non solo perché diffido della mia capacità espressiva,
ma perché la memoria non può ritornare (redire) così a fondo su se stessa,
se non la guida un aiuto soprannaturale (altri).
Solo questo posso riferire a quel proposito,
che guardando in Beatrice, la mia anima fu sollevata (libero fu)
da ogni altro desiderio, dato che l’assoluta bellezza divina (piacere etterno),
che risplendeva direttamente (diretto) in lei,
riflettendosi (col secondo aspetto) dal suo luminoso volto,
mi dava una gioia totale (mi contentava).
Beatrice mi disse, forzando la mia volontà con
il bagliore del sorriso: «Girati e ascolta le sue parole;
poiché la felicità celeste (paradiso) non risiede solo nel mio volto».
Come sulla terra (qui) a volte vediamo dagli occhi (vista)
il sentimento (l’affetto) di una persona, se esso è tanto
forte che tutta la persona (anima) è presa da esso,
così nello sfolgorare di quella luce (folgór) beata,
verso la quale mi girai, compresi il suo intenso desiderio
di spiegarmi ancora molte altre cose.
Egli così iniziò a dire: «In questo quinto cielo (soglia) (del Paradiso),
che è come un albero che trae vita (vive) dalla sua cima
e dà sempre frutti e da cui non cade mai una foglia,
ci sono delle anime sante che sulla terra (giù), prima di salire qui,
furono di tanta fama (fuor di gran voce), che ogni opera poetica (musa)
ricaverebbe da loro ricca ispirazione (ne sarebbe opima).
Perciò osserva bene i bracci (corni) di questa croce:
lo spirito che io nominerò vi (lì) si manifesterà
come un lampo (foco) nella propria nuvola».
Vidi lungo la croce un lampo suscitato dal nome
di Giosuè, non appena venne menzionato;
e non mi accorsi del suo nome prima che del suo manifestarsi (fatto).
E quando fu nominato il grande Giuda Maccabeo,
vidi un’altra luce muoversi in tondo, e come la corda (ferza)
con la trottola (paleo) così era la sua gioia a farla girare.
Similmente al nome di Carlo Magno e di Orlando
i miei occhi attenti seguirono altri due bagliori,
come l’occhio (del falconiere) segue il falcone mentre vola.
Poi Guglielmo d’Orange e Rinoardo, il duca
Goffredo di Buglione e Roberto il Guiscardo attrassero
il mio sguardo muovendosi lungo la croce.
Infine, tornata (mota) e riunita (mista) alle altre,
l’anima (di Cacciaguida) con cui avevo parlato mi mostrò
quale eccellente cantore essa fosse fra gli altri di quella sfera.
Io mi voltai verso destra per avere
indicazioni (vedere ... segnato) da Beatrice, con parole
o con gesti, su ciò che dovevo fare (il mio dovere);
e vidi i suoi occhi (luci) così splendenti (mere), così gioiosi,
che il suo aspetto superava tutti quelli
che le erano soliti (solere), compreso l’ultimo.
E come una persona si rende conto che
la sua virtù cresce (avanza) di giorno in giorno,
per il fatto di provare sempre maggior piacere dall’agire virtuosamente,
così io mi accorsi dal vedere più splendente quella donna miracolosa
che il mio girare insieme alla sfera celeste
aveva aumentato la sua circonferenza (arco).
E come avviene in breve spazio di tempo (picciol varco)
il cambiamento di colore (trasmutare) in una donna dalla carnagione chiara,
quando il suo viso si libera dal peso (si discarichi ... il carco) della vergogna,
così avvenne alla mia vista, una volta giratomi,
per la luce bianca del tiepido sesto pianeta (Giove),
che mi aveva accolto nella sua sfera.
Io vidi in quella luminosa sfera (facella) di Giove (giovïal)
le anime splendenti di carità, che si trovavano là,
comporre ai miei occhi i segni del nostro parlare umano (favella).
E simili a uccelli che si alzano dall’acqua (surti di rivera),
come per festeggiare il loro pasto, e si schierano
in cerchio (tonda) o in altra forma,
così le anime beate dentro alle loro luci si misero
a cantare volando (volitando), e formavano con le loro
disposizioni le forme della lettera D, poi la I, quindi la L.
Dapprima danzavano seguendo il ritmo del loro canto (a sua nota),
poi, assumendo la forma di tali lettere,
si fermavano un attimo in silenzio.
O divina Musa (Pegasëa), che dai la gloria e
rendi immortali (longevi) le menti dei poeti (li ’ngegni),
e queste, grazie a te (teco), immortalano città e stati:
illuminami con la tua virtù, così che io sappia rappresentare (rilevi)
quelle immagini come le ho impresse nella mente (concette):
si dimostri la tua forza in questi piccoli versi.
Le anime mi si mostrarono in trentacinque lettere
tra vocali e consonanti; e io presi nota delle singole lettere
quanto dell’ordine in cui apparivano raffigurate.
‘Amate la giustizia’ furono il primo verbo
e il primo sostantivo di tutta la raffigurazione (dipinto);
‘voi che giudicate la terra’, furono gli ultimi (fur sezzai).
Poi le anime si fermarono disposte nella
forma della M della quinta parola; così che il cielo
di Giove si mostrava lì come argento trapuntato (distinto) d’oro.
E dall’alto vidi calare altri spiriti luminosi sul
punto più alto (colmo) della M, e lì fermarsi inneggiando,
mi parve, il Bene che li attira a sé (a Dio).
Quindi, come colpendo dei tizzoni ardenti
si sprigionano miriadi di faville, da cui le persone
ignoranti hanno l’abitudine di trarre presagi (agurarsi),
dal colmo dell’emme (quindi) si videro innumerevoli lumi levarsi (resurger)
e alzarsi, chi più chi meno, a seconda di come le ha destinate (sortille)
il sole (Dio), che le fa ardere di carità;
e quando ognuna si fu fermata al posto designato,
vidi la testa e il collo di un’aquila (aguglia) raffigurati da quegli
splendori (foco) che si distinguevano sullo sfondo del cielo (distinto).
Colui che così dipinge in cielo (Dio), non ha un modello,
è lui il modello e in lui si riconosce quella virtù generativa
che è principio vitale per le creature (li nidi).
Gli altri beati, che prima si mostravano felici
nel comporre a forma di giglio (ingigliarsi) l’emme,
con pochi spostamenti completarono l’immagine (’mprenta).
O beato pianeta, quanto preziose e quanto numerose luci sante
mi diedero prova che la giustizia terrena deriva
dall’influsso di questo cielo che tu adorni (ingemme)!
Per questo invoco Dio, che imprime il tuo movimento e la tua virtù,
affinché rivolga lo sguardo al luogo da cui proviene
la caligine (fummo) che offusca (vizia) la tua influenza;
così che si indigni finalmente per una seconda volta (fïata)
contro il commercio che si fa dentro quel santo tempio
che fu eretto (si murò) con i miracoli (segni) e con il sangue dei martiri.
O beata schiera del cielo che io ancora
contemplo, prega Dio (adora) per tutti quelli che
sulla terra vivono traviati dal cattivo (malo) esempio!
Una volta si combatteva con le armi;
adesso invece lo si fa negando ora a questo ora a quello il sacramento (pan)
che il Dio di carità non nega (serra) a nessuno.
Ma tu (papa Giovanni XXII) che firmi scomuniche solo per poi annullarle (per denaro),
ricordati che s. Pietro e s. Paolo, morti per il bene
della Chiesa (vigna) che tu rovini, sono ancora vivi.
Vero è che tu puoi dire: «Il mio unico desiderio va a Giovanni Battista (al fiorino su cui è impressa l’immagine del santo),
colui che volle vivere da eremita e che fu condotto al martirio
per le danze (salti) di Salomè, ché non so chi siano
né il pescatore (Pietro) né Paolo».
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Purgatorio Canto 19 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del diciannovesimo canto del Purgatorio. In questo canto Dante vede una donna brutta che mantenendo lo sguardo fisso verso di lei tente a diventare di bell'aspetto, ma si tratta solo di un illusione in quanto Virgilio gli appare in sonno rivelandone il marcio e il puzzo. Questo sogno simboleggia il peccato per il troppo amore che si ha per i beni terreni. Qui Dante incontra anche gli avari e i prodighi, tra questi Papa Adriano V. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 19 del Purgatorio.


Le figure retoriche

E come ‘l sol conforta le fredde membra che la notte aggrava, così lo sguardo mio le facea scorta la lingua, e poscia tutta la drizzava in poco d’ora, e lo smarrito volto = similitudine (vv. 10-14). Cioè: "e come il sole riscalda le membra intorpidite dal freddo notturno, così il mio sguardo le rendeva spedita la lingua, e poi drizzava in breve tempo tutta la persona, e infine coloriva il suo viso scialbo".

Lo sguardo mio = anastrofe (v. 12). Cioè: "il mio sguardo".

Scorta / la lingua = enjambement (v. 12).

Smarrito volto = anastrofe (v. 14). Cioè: "volto smarrito".

Santa e presta = endiadi (v. 26).

Fieramente dicea = anastrofe (v. 29). Cioè: "diceva fieramente, con sdegno".

Venìa / con li occhi fitti = enjambement (vv. 29-30).

Almen tre / voci = enjambement (vv. 34-35).

De l’alto dì = perifrasi (v. 38). Per indicare il sole alto.

Portava la mia fronte come colui che l’ha di pensier carca = similitudine (v. 40-41). Cioè: "tenevo la fronte bassa come colui che l'ha carica di pensieri".

Che fa di sé un mezzo arco di ponte = similitudine (v. 42). Cioè: "che tiene la sua persona curvata come una mezza arcata di ponte".

Soave e benigno = endiadi (v. 44).

Mortal marca = anastrofe (v. 45). Cioè: "mondo mortale, mondo terreno".

Con l’ali aperte, che parean di cigno = similitudine (v. 46). Cioè: "stando con le ali aperte e bianche come quelle di un cigno".

La guida mia = anastrofe (v. 53). Cioè: "la mia guida".

Quell’antica strega = perifrasi (v. 58). Per indicare la cupidigia dei beni terreni.

Batti a terra le calcagne = metonimia (v. 61). Cioè: "affretta il passo", la causa per l'effetto.

Lo rege etterno = perifrasi (v. 63). Cioè: "il re eterno", per indicare Dio.

Quale ‘l falcon, che prima a’ pié si mira, indi si volge al grido e si protende per lo disio del pasto che là il tira, tal mi fec’ io = similitudine (vv. 64-67). Cioè: "Come il falcone, che prima guarda a terra e poi si volge al richiamo del padrone e vola per il desiderio del cibo che lo attira, così feci io".

Si fende / la roccia = enjambement (vv. 67-68).

Li alti saliri = sineddoche (v. 78). Cioè: "la via per salire", il plurale per il singolare.

Al segnor mio = anastrofe (v. 85). Cioè: "al mio signore".

Una fiumana bella = anastrofe (v. 101). Cioè: "un bel fiume, un bel torrente".

Prova’ io = anastrofe (v. 103). Cioè: "io provai".

Che piuma sembran tutte l’altre some = similitudine (v. 105). Cioè: "ogni altra carica al confronto (di quella del pontefice) sembra leggera come una piuma".

Come / pesa = enjambement (v. 103-104).

Dal fango = perifrasi (v. 104). Per indicare la corruzione.

Fatto fui = anastrofe (v. 107). Cioè: "fui fatto".

Roman pastore = anastrofe (v. 107). Cioè: "pastore romano", ovvero papa.

Partita / da Dio = enjambement (v. 112). Cioè: "separata da Dio".

Non s’aderse / in alto = enjambement (vv. 118-119). Cioè: "non si levò in alto".

Come avarizia spense a ciascun bene lo nostro amore, onde operar perdési, così giustizia qui stretti ne tene, ne’ piedi e ne le man legati e presi = similitudine (vv. 121-124). Cioè: "E come l'avarizia ci tolse l'amore verso ogni bene spirituale, così che perdemmo la possibilità di ben operare, così qui la giustizia ci tiene immobilizzati, legati nelle mani e nei piedi".

Giusto Sire = perifrasi (v. 125). Per indicare Dio.

Immobili e distesi = endiadi (v. 126).

Sono / teco = enjambement (vv. 134-135).

Così ragiono = anastrofe (v. 138). Cioè: "ragiono così".
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Purgatorio Canto 18 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del diciottesimo canto del Purgatorio. In questo canto Dante chiede al suo maestro Virgilio spiegazione sulla natura dell'amore. Qui nella IV Cornica incontrano gli accidiosi che si esortano a vicenda a non sprecare tempo per accidia (tra questi spiriti l'abate di San Zeno a Verona). Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 18 del Purgatorio.


Le figure retoriche

Posto avea = anastrofe (v. 1). Cioè: "aveva posto".

Attento guardava = anastrofe (v. 2). Cioè: "guardava attentamente."

Luci de lo ‘ntelletto = enjambement (vv. 16-17).

Poi, come ‘l foco movesi in altura per la sua forma ch’è nata a salire là dove più in sua matera dura, così l’animo preso entra in disire = similitudine (vv. 28-31). Cioè "Poi, come il fuoco si leva verso l'alto per la sua natura, che tende a salire verso la sua sfera, dove, essendo nel suo elemento, resiste più a lungo, così l'animo preso da amore nutre il desiderio".

È nata a salire là dove più in sua matera dura = perifrasi (vv. 29-30). Cioè: "la sfera del fuoco, che sovrasta l’atmosfera".

Sempre esser = anastrofe (v. 38). Cioè: "è sempre".

È da matera ed è con lei unita = antitesi (v. 50). Cioè: "è separata dalla materia e al tempo stesso unita".

Come per verdi fronde in pianta vita = similitudine (v. 54). Cioè: "come la vita nella pianta si vede attraverso il verde delle foglie".

Sono in voi sì come studio in ape di far lo mele = similitudine (vv. 58-59). Cioè: "sono connaturati in voi come nell'ape l'abilità innata di produrre il miele".

Color che ragionando andaro al fondo = perifrasi (v. 67). Cioè: "Coloro che ragionando andarono al fondo della questione", per indicare i filosofi.

Fatta com’un secchion che tuttor arda = similitudine (v. 78). Cioè: "mostrandosi come un grande secchio scintillante".

Aperta e piana = endiadi (v. 85). Cioè: "chiaro e semplice".

Stava com’om che sonnolento vana = similitudine (v. 87). Cioè: "stavo come un uomo che vaneggia vinto dal sonno".

Mi fu tolta / subitamente = enjambement (vv. 88-89).

E quale Ismeno già vide e Asopo lungo di sè di notte furia e calca, pur che i Teban di Bacco avesser uopo, cotal per quel giron suo passo falca, per quel ch’io vidi di color, venendo, cui buon volere e giusto amor cavalca = similitudine (vv. 91-96). Cioè: "E come i fiumi Ismeno e Asopo videro di notte una folla che correva furiosamente lungo il loro corso, quando i Tebani avevano bisogno di Bacco, così in quel girone correva al galoppo, per quanto potevo scorgere, la folla (di anime) che sopraggiungeva spronata dalla buona volontà e dall’amore verso il bene".

Furia e calca = endiadi (v. 92). Cioè: "furiosamente e accalcandosi".

Fervore aguto = anastrofe (v. 106). Cioè: "acuto fervore".

Parole furon queste = anastrofe (v. 112). Cioè: "queste furono le parole".

Vieni / di retro = enjambement (vv. 113-114).

Villania nostra = anastrofe (v. 117). Cioè: "nostra villania".

Ha già l’un piè dentro la fossa = metafora (v. 121). Per dire che è già quasi morente.

Tristo fia = anastrofe (v. 123). Cioè: "sarà dolente".

Mal nacque = perifrasi (v. 125). Per dire che è un figlio illegittimo, fu un figlio bastardo.

Fue / morta = enjambement (vv. 133-134).

Le rede sue = anastrofe (v. 135). Cioè: "i suoi eredi".
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Purgatorio Canto 17 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del diciassettesimo canto del Purgatorio. In questo canto a Dante ha visioni di esempi di ira punita e al termine del quale l'angelo della pace gli cancella la seconda P dalla sua fronte. Virgilio spiega a Dante la teoria dell'amore e come si diventa peccatori di accidia. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 17 del Purgatorio.


Le figure retoriche

Vedessi non altrimenti che per pelle talpe come, quando i vapori umidi e spessi a diradar cominciansi, la spera del sol debilemente entra per essi = similitudine (vv. 2-6). Cioè: "tu vedesti non diversamente dalla talpa con gli occhi coperti dalla pelle, come il sole penetra debolmente attraverso i vapori umidi e spessi quando questi iniziano a diradarsi".

La spera / del sol = enjambement (vv. 5-6).

O imaginativa = apostrofe (v. 13).

Ch’om non s’accorge perché dintorno suonin mille tube = iperbole (v. 14-15). Cioè: "che uno non si accorge neppure che suonano mille trombe".

Chi move te = anastrofe (v. 16). Cioè "che ti muove".

Ne l’imagine mia = anastrofe (v. 21). Cioè: "nella mia immagine, nella mia mente".

Non venìa cosa = enjambement (vv. 23-24).

Dispettoso e fero = endiadi (v. 26). Cioè: "sdegnoso e irato".

Rompeo sé per sé stessa, a guisa d’una bulla cui manca l’acqua sotto qual si feo = similitudine (vv. 31-33). Cioè: "svanì di per se stessa, come una bolla d'aria che viene meno perché sotto di essa non c'è più acqua".

Ancisa t’hai = anastrofe (v. 37). Cioè: "ti sei uccisa".

Come si frange il sonno ove di butto nova luce percuote il viso chiuso, che fratto guizza pria che muoia tutto; così l’imaginar mio cadde giuso tosto che lume il volto mi percosse, maggior assai che quel ch’è in nostro uso
= similitudine (vv. 40-45). Cioè: "Come il sonno si interrompe, quando di colpo una luce improvvisa colpisce gli occhi chiusi, così che esso scompare gradualmente poco alla volta; così la mia visione cessò non appena il viso fu colpito da una luce, assai più intensa di quella cui siamo abituati"

Il viso chiuso = sineddoche (v. 41). Cioè: "gli occhi chiusi", il tutto per la parte.

Ma come al sol che nostra vista grava e per soverchio sua figura vela, così la mia virtù quivi mancava = similitudine (vv. 52-54). Cioè: "Ma come davanti al sole che abbaglia la nostra vista e per eccesso di luce nasconde la sua figura, così in questo caso la mia capacità visiva veniva meno".

Divino spirito = anastrofe (v. 55). Cioè: "spirito divino".

Ne la / via = enjambement (vv. 55-56).

Sì fa con noi, come l’uom si fa sego = similitudine (v. 58). Cioè: "Si comporta con noi come l'uomo fa con se stesso".

Or accordiamo a tanto invito il piede = metonimia (v. 61). Cioè: "Ora affrettiamoci per assecondare un così alto invito", il concreto per l'astratto.

Al primo grado fui = anastrofe (v. 66). Cioè: "fui al primo gradino".

Beati / pacifici = enjambement (vv. 68-69). Cioè: "Beati i pacifici".

Che la notte segue = anastrofe (v. 71). Cioè: "che segue la notte".

O virtù mia = apostrofe (v. 73).

Ed eravamo affissi pur come nave ch’a la piaggia arriva = similitudine (v. 78). Cioè: "ed eravamo fermi proprio come una nave che è arrivata alla riva".

Maestro mio = anastrofe (v. 81). Cioè: "mio maestro".

Dolce mio padre = anastrofe (v. 82). Cioè: "Mio dolce padre".

Scemo / del suo dover = enjambement (vv. 85-86).

Nel primo ben diretto = perifrasi (v. 97). Per dire "verso Dio, il bene supremo".

Comprender puoi = anastrofe (v. 103). Cioè: "puoi comprender".

‘l contrario ama = anastrofe (v. 120). Cioè: "desidera il contrario".

Buona / essenza = enjambement (vv. 134-135).

Frutto e radice = endiadi (v. 135).
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Purgatorio Canto 16 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del sedicesimo canto del Purgatorio. I due poeti si addentrano nel fumo oscuro e denso e incontrano gli iracondi che intonano l'Agnus Dei come simbolo della mansuetudine, tra questi Marco Lombardo. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 16 del Purgatorio.


Le figure retoriche

Non fece al viso mio sì grosso velo come quel fummo ch’ivi ci coperse = similitudine (vv. 4-5). Cioè: "non stese mai sulla mia vista un così fitto velo, come quella nebbia che lì ci avvolse".

Né a sentir di così aspro pelo = metafora (v. 6). Cioè: "né così pungente al contatto".

Saputa e fida = endiadi (v. 8).

L’omero = sineddoche (v. 9). La parte per il tutto, l'omero invece che il braccio.

L’omero m’offerse = anastrofe (v. 9). Cioè: "e mi offri il suo appoggio".

Sì come cieco va dietro a sua guida per non smarrirsi e per non dar di cozzo in cosa che ‘l molesti, o forse ancida, m’andava io per l’aere amaro e sozzo, ascoltando il mio duca = similitudine (vv. 10-14). Cioè: "come il cieco segue la sua guida per non perdersi e non urtare qualcosa che possa ferirlo o forse ucciderlo, così io procedevo in quell'aria amara e oscura, ascoltando il mio maestro".

Amaro e nero = endiadi (v. 13). Cioè: "acre e acida". In riferimento al fumo.

Pareva / pregar = enjambement (vv. 16-17).

Che le peccata leva = anastrofe (v. 18). Cioè: "che toglie i peccati del mondo".

Una parola in tutte era e un modo, sì che parea tra esse ogne concordia = similitudine (vv. 20-21). Cioè: "tutti dicevano la stessa cosa e in modo tale che sembrava esserci una totale concordia".

Tu vero apprendi = anastrofe (v. 21). Cioè: "tu hai appreso il vero".

Detto fue = anastrofe (v. 28). Cioè: "fu detto".

Maestro mio = anastrofe (v. 29). Cioè: "mio maestro".

E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso = iperbato (v. 40). Cioè: "E se Dio mi ha accolto.. in sua grazia".

Del moderno uso = anastrofe (v. 42). Cioè: "dell'uso moderno".

Tue parole fier le nostre scorte = metafora (v. 45). Cioè: "le tue parole saranno le nostre guide, nel senso che accompagneranno il loro cammino".

Del mondo seppi = anastrofe (v. 47). Cioè: "sapiente/esperto del mondo".

Ciascun disteso l’arco = metafora (v. 48). Cioè: "ognuno ha abbandonato".

Per me / prieghi = anastrofe (v. 51). Cioè: "preghi per me".

Sentenza tua = anastrofe (v. 56). Cioè: "tua sentenza".

Gravido e coverto = endiadi (v. 60). Cioè: "ripieno e coperto".

Lo mondo è cieco = metafora (v. 66).

A maggior forza e a miglior natura = perifrasi (v. 79). Per indicare Dio.

A guisa di fanciulla che piangendo e ridendo pargoleggia, l’anima semplicetta che sa nulla = similitudine (vv. 86-88). Cioè: "come una fanciulla, che piange e ride senza saperne il motivo".

Volontier torna = anastrofe (v. 90). Cioè: "torna volentieri".

Per fren porre = anastrofe (v. 94). Cioè: "per porre freno".

’l pastor = perifrasi (v. 98). Per indicare il papa.

La spada / col pasturale = enjambement (vv. 109-110).

In sul paese ch’Adice e Po riga = perifrasi (v. 115). Per indicare la Lombardia.

Secol selvaggio = metonimia (v. 135). L'effetto per la causa, selvaggio invece di corrotto/corruzione.
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