Inferno Canto 6 - Parafrasi



Il terzo cerchio è quello in cui scontano la pena i golosi (che in vita amarono troppo i cibi raffinati) ed è custodito da Cerbero, una fiera con tre teste che squarta, graffia e fa assordare i golosi che sono sdraiati con la testa nel fango puzzolente, generato da una un pioggia di neve, grandine e acqua sporca.
Cerbero, a vedere Dante e Virgilio, mostra i suoi denti e Virgilio prende del fango e glielo getta nelle sue fauci. Tutti giacciono nel fango tranne uno e rivolgendosi ai due chiede se lo riconoscono, sfortunatamente però i poeti non lo riconoscono e pregano di svelargli loro la sua identità. Disse che era soprannominato Ciacco
E sentendo che era fiorentino, Dante gli chiede che fine abbiano fatto i fiorentini.
Ciacco gli rispose che i Bianchi cacciarono i Neri e gli predice che alla fine saranno i Neri a cacciare i Bianchi, grazie all'aiuto di Bonifacio VIII.
Finito questo, Ciacco ritornò nella sua posizione sdraiata nel nel fango, senza più rialzarsi fino al giorno del giudizio universale.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 6 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Quando ritornò in sé la mia mente,
che si era totalmente offuscata (si chiuse) per la compassione (la pietà) dei due cognati (Paolo e Francesca),
che mi aveva vinto (tutto mi confuse) per la tristezza
vedo intorno a me nuovi tormenti e nuove anime tormentate,
da qualunque parte cammini (come ch'io mi mova)
e mi giri (e ch'io mi volga) e da qualunque parte punti lo sguardo (guati).
Io sono al terzo cerchio, che è quello della pioggia eterna,
nociva, fredda e pesante
nessuna novità la caratterizza mai, né per quanto riguarda il ritmo, né riguardo alla natura.
Grossa grandine, acqua nerastra (tinta) e neve
cade con violenza (si riversa) per l'aria carica di tenebre
e la terra che riceve questo miscuglio (questo) puzza.
Cerbero, fiera crudele e mostruosa
latra come un cane (caninamente) dalle sue tre gole
sopra i dannati che sono (quivi) affogati nella pioggia.
Ha gli occhi rossi (come Caronte), ha la barba (quasi fosse un uomo) unta e nera,
il ventre prominente e le mani unghiate;
graffia i dannati, li scuoia (iscoia) e li squarta (isquatra).
La pioggia li fa urlare come cani
con uno dei lati fanno da riparo all'altro;
si rigirano spesso quei miserabili peccatori (profani).
Quando Cerbero, l’orrendo mostro (gran vermo), ci vide
aprì le bocche e ci mostrò le fauci (le sanne);
tremava con tutto il corpo.
Allora la mia guida protese le mani,
prese della terra, e con i pugni colmi la gettò
dentro alle voraci cavità delle tre gole.
Come il cane che latra per la brama del cibo,
e si quieta quando addenta il cibo,
poiché pone ogni sua attenzione (intende) e sforzo (pugna) nel divorarlo
tali divennero (cioè si placarono) quelle facce sporche
del demonio Cerbero, che stordisce (’ntrona)
le anime tanto che vorrebbero esser sorde.
Noi passavamo sopra le anime che la pioggia tanto gravosa
prostra (adona), e posavamo i piedi
sopra le loro figure evanescenti (vanità), che sembrano persone.
Esse giacevano tutte distese a terra,
eccetto una che si levò a sedere,
non appena (ratto ch'ella) ci vide passare davanti a sé (passarsi).
'O tu che sei condotto (tratto) per questo inferno,
mi disse, se sei capace, vedi di riconoscermi:
tu nascesti prima che io morissi.
E io a lui: La sofferenza (angoscia) che patisci (hai)
forse ti toglie dalla mia memoria (mente),
tanto che non mi pare di averti mai visto.
Ma dimmi chi sei tu che sei stato collocato
in un luogo così doloroso e sconti una tal pena,
che se qualche altra è maggiore (maggio), nessuna tuttavia è più sgradevole.
Ed egli a me: la tua città (Firenze), che è a tal punto piena di odio (invidia)
che già ne è colma la misura (già trabocca il sacco),
mi ebbe dentro le sue mura (seco mi tenne) durante la vita terrena (serena).
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la colpa della gola, dannosa sia materialmente che spiritualmente,
come tu vedi, sono abbattuto dalla pioggia.
E io anima dannata (trista) non sono qui da sola,
perché tutte queste (anime) sono collocate qui (stanno), condannate
a una pena simile (alla mia) a causa di una colpa simile. E non pronunciò più altro.
Io gli risposi: Ciacco, il tuo tormento (affanno)
mi fa soffrire a tal punto che mi spinge a piangere
ma dimmi, se lo sai, a che punto giungeranno
i cittadini della città divisa in fazioni (partita);
se c'è qualche persona retta; e dimmi il motivo
per cui (Firenze) è stata investita da un'ondata così grave di discordia cittadina.
E quegli a me: Dopo una lunga lotta,
faranno scorrere il sangue, e la fazione selvaggia (i Bianchi)
caccerà in esilio l'altra (gli esponenti dei Neri) imponendo molte pene (offensione)
Poi, poco dopo (appresso), deve necessariamente capitare (convien) che la fazione dei Bianchi (questa) cada (caggia)
entro tre anni e che la fazione dei Neri (l'altra) prenda il sopravvento (sormonti)
con l'appoggio politico e militare (forza) di Bonifacio VIII (tal) il quale ora si destreggia (fra le due parti).
La fazione dei Neri reggerà alte le sue sorti politiche (fronti),
tenendo l'altra sotto una pesante oppressione (gravi pesi),
benché (come che) quest'ultima di ciò soffra o s'offenda fortemente (n'aonti).
Vi sono solo due giusti, ma non vengono ascoltati;
la superbia, l'invidia e l'avarizia sono
le tre passioni che hanno acceso i cuori dei fiorentini.
Qui interruppe le parole dolorose (lagrimabil suono).
E io a lui: voglio che tu mi dia ancora nuove informazioni
e che mi faccia dono di ulteriori discorsi.
Farinata e Tegghiaio, che furono così degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e il Mosca
e gli altri che impegnarono la loro mente nell'operare per il bene civile e sociale di Firenze,
dimmi dove sono e fa' in modo che possa sapere di loro (li conosca);
poiché mi spinge un gran desiderio di sapere
se il Paradiso li renda partecipi della sua dolcezza (addolcia), o l'Inferno li avveleni (attosca)
E quegli a me: Essi sono tra i dannati macchiatisi delle più gravi colpe,
peccati diversi pesano su di essi (grava) costringendoli nei cerchi più bassi dell'Inferno:
se scendi tanto quanto essi sono in basso, li potrai vedere (i potrai valere) laggiù (là).
Ma quando tu tornerai sulla dolce terra,
ti prego di portarmi alla memoria (mente) degli altri sulla terra:
non ti dico più altro, e non ti rispondo più.
Allora girò obliquamente (torse in biechi) gli occhi che stavano guardando dritto verso di me;
mi guardò (guardommi,) un poco e poi abbassò il capo;
cadde riverso con il capo allo stesso modo degli altri dannati immersi nel fango, e quindi incapaci di vedere (ciechi)
E la guida mi disse: Non si sveglierà
più prima (di qua) del suono della tromba degli angeli ,
quando giungerà Cristo giudicante (nimica podesta):
ciascuno rivedrà la sua triste tomba,
riprenderà il suo corpo e la sua figura umana,
ascolterà la sentenza che risuonerà in eterno.
Così passammo oltre attraverso una putrida mescolanza
delle ombre e della pioggia, a passi lenti,
parlando un poco della vita dell'aldilà;
per cui io dissi: «Maestro, questi tormenti
cresceranno, essi (ei), dopo il Giudizio universale
diventeranno minori, o saranno dolorosi come adesso (si cocenti)?
Ed egli a me: «Rifatti alla tua dottrina
la quale ritiene che, quanto la cosa è più perfetta,
tanto più sentirà sia il bene sia il dolore (la doglienza).
Benché (Tutto che) questa gente dannata (maladetta)
non pervenga giammai alla vera perfezione
aspetta di essere in maggior perfezione di là dal (dopo il) Giudizio universale che di qua (cioè prima di esso).
Noi facemmo la strada che gira intorno al cerchio,
discorrendo assai più di quanto non dica;
giungemmo al punto dove si discende (nel IV Cerchio):
qui incontrammo Pluto, il gran nemico.
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Stasera - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Stasera" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti, porta l'indicazione "Versa, 21 maggio 1916" e fa parte della raccolta Allegria di naufragi. Inizialmente il titolo di questa poesia era "Finestra a mare", poi prese il nome di "Tramonto" e alla fine finì per chiamarla "Stasera".


Testo

Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia



Parafrasi

Una balaustra accarezzata dalla brezza
che in questa sera sorregge
la mia malinconia



Analisi del testo

Metrica: tre versi in ottonari piani.

Ungaretti è considerato il precursore dell'ermetismo poiché le sue poesie sono molto brevi, ridotte all'essenziale ed ermetiche (cioè chiuse e di difficile comprensione) esattamente come quelle degli ermetici.

Nelle poesie si tende a sottovalutare l'importanza del titolo, ma sarebbe un errore gravissimo farlo anche in questa. Il titolo "stasera" serve a dare una collocazione temporale: non si parla del passato e nemmeno del futuro, bensì del presente, di questa specifica sera.



Figure retoriche

Enjambements = vv. 1-2; 2-3.

Analogia = "Balaustrata di brezza" (v. 1).

Allitterazione della "b" e della "r" = "balaustrata" e "brezza" (v. 1).

Allitterazione della "m" = "mia" e "malinconia" (v. 3)

Metonimia = "per appoggiare...la mia malinconia" (v. 2).



Commento

In questa poesia Ungaretti cerca un sostegno per la sua malinconia, che è diventata così pesante al punto da non riuscire più a sorreggerla da solo, e si affida a una balaustrata (un parapetto) fatta di brezza leggera. La sensazione è quella che la sua malinconia sia lì ferma ad ammirare un paesaggio statico, nonché la propria condizione di vita. La scelta del titolo "stasera" conferma quanto detto: non fa riferimento al futuro e nemmeno al passato, ma a quello che sta accadendo in quella determinata sera, come se il tempo si fosse bloccato. La scelta della brezza (vento debole locale di breve durata), che stimola le emozioni, può essere dovuta al fatto che il poeta desidera essere confortato dagli elementi naturali, che si trovi nelle vicinanze del mare (brezza marina) o che la balaustra esista solo nella sua immaginazione.
Non bisogna dimenticare che ci troviamo in piena prima guerra mondiale, che il poeta ha vissuto al fronte. Egli potrebbe anche essere al fronte e non aver alcun appoggio e allora la brezza che in quel momento lo sfiora appena, per via della malinconia, gli dà quella sensazione di essere sorretto da una balaustra. Da notare che la poesia descrive il contatto fra due cose astratte, la brezza e la malinconia, che per la loro condizione astratta non potrebbero mai e poi mai congiungersi come invece sostiene il testo della poesia. Sta usando la tecnica dell'ermetismo: ovvero quel procedimento per il quale ci si serve di un oggetto qualsiasi per rappresentare qualcos'altro. Da ciò possiamo dedurre che la malinconia e il poeta sono un tutt'uno: egli si illude di poter addossare almeno una parte del peso della malinconia sulla balaustra ma, quest'ultima non è reale (perché è di brezza), e anche se lo fosse la malinconia non potrebbe posarsi ugualmente su di essa (perché è astratta); quindi la malinconia non è scaturita dalla brezza ma è sempre stata dentro il poeta che continua a sostenerne tutto il peso.
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Dannazione - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Dannazione" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti, porta l'indicazione "Mariano del Friuli, il 29 giugno 1916" e fa parte della raccolta L'allegria.


Testo

Chiuso fra cose mortali

(Anche il cielo stellato finirà)

Perché bramo Dio?



Parafrasi

Se sono circondato da cose mortali
(perfino le stelle del cielo un giorno si spegneranno)
perché allora desidero Dio?



Analisi del testo

Nonostante la poesia sia molto breve, può essere suddivisa in due parti: la prima parte (i primi due versi) è caratterizzata dalla rassegnazione, invece la seconda parte è caratterizzata dalla (irraggiungibile) speranza.

Il titolo, come già avrete certamente studiato in altre poesie più celebri (es. Mattina), è la chiave per capire il senso della poesia. Dannazione è intesa come la nostra condanna: vuole esprimere la dolorosa consapevolezza dei limiti dell’uomo, della fragilità di ogni cosa esistente, ma al contempo il profondo desiderio che l'uomo ha di superare questi limiti, di giungere all'assoluto, al perfetto, a Dio, forse.



Figure retoriche

Ellissi = "dato che sono chiuso fra cose mortali" (v. 1). Cioè è assente il verbo essere, che è sottinteso.



Commento

Il primo verso ci dice che il poeta è un individuo mortale (cioè che è soggetto alla morte) e che si trova "chiuso tra le cose mortali". Questo vuol dire che non solo egli stesso morirà prima o poi (la morte è inevitabile per le persone), ma anche tutto ciò che lo circonda è destinato a finire. Questo morire va visto con desolazione e disperazione, come una sensazione claustrofobica, in quanto il poeta si sente accerchiato e impossibilitato ad uscire da questa negatività.

Il secondo verso non solo conferma quanto detto nel primo ma tende anche a rendere più forte il concetto di morte: se prima si stava facendo riferimento alle cose in terra, ora il discorso viene esteso al cielo, in particolare alle stelle. Nel cielo apparentemente infinito vi sono le stelle, che noi vediamo sempre brillare (di luce propria), ma se perfino il loro destino è segnato e un giorno si spegneranno, che speranza possiamo avere noi comuni mortali (egli compreso) sulla Terra? È questa la domanda esistenziale che si pone il poeta. Quindi la morte non fa eccezione fra chi vive in terra o in cielo.

Il terzo verso, invece, quasi ribalta quel senso di pessimismo che hanno caratterizzato i primi due versi. Egli dice "perché perdiamo tempo a cercare Dio se tanto alla fine moriremo in ogni caso?" oppure "perché desideriamo la vita eterna in un mondo dove tutto ciò che ci circonda ha un inizio e una fine?".
Qui Ungaretti esprime drammaticamente tutto il tormento dell'uomo in ricerca di dare un senso alla vita. Egli invoca Dio, l'unico essere che resisterà in eterno, perché noi comuni mortali non possiamo sapere ciò che c'è dopo la vita, cioè abbiamo dei limiti che non siamo in grado di superare da soli, a meno che non facciamo affidamento alla fede. Credere in Dio e riporre in lui le nostre speranze è un modo per sentirci più leggeri in quanto possiamo scaricare nella religione tutte le nostre preoccupazioni più grandi e di cui non siamo in grado di dare una spiegazione (come quello che ci sarà dopo la vita), e chi non è capace di fare affidamento a Dio cade in dannazione (non a caso la poesia si chiama dannazione).
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Natale - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Natale" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti, porta l'indicazione "Napoli, il 26 dicembre 1916" e fa parte della raccolta L'allegria. I temi trattati sono: il rifugio della casa e del focolare, la stanchezza del poeta e il suo bisogno di pace.


Testo

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare



Parafrasi

Non ho voglia
di perdermi
nel groviglio
di strade

Sono parecchio
stanco

Lasciatemi solo
come un oggetto
dimenticato in un angolo

Qui
non c'è
altro
oltre al piacevole calduccio

e il movimento fumoso
del camino



Parafrasi discorsiva
Non ho voglia di uscire di casa, di immettermi in quell'atmosfera natalizia che rallegra le strade di Napoli.
dentro di me regna tanta angoscia che mi impedisce di vivere.
Non insistete, lasciatemi qua, solo, come una cosa dimenticata
Il calore del camino mi avvolge, mi da protezione e mi consola.
Io sto bene così: sento il divampare del fuoco e vedo il colore delle fiamme.
Lasciatemi in pace con i giochi che può provocare il focolare che mi tengono lontano dalle ossessioni e dai pericoli.



Analisi del testo

Metrica: cinque strofe di versi liberi.

Natale è uno dei testi più spezzati di Ungaretti: la frantumazione del discorso rompe l'unità logica dei versi, creando segmenti privi di significato se presi singolarmente. La lentezza, il ritmo smozzicato (come un singhiozzo), che rinnega ogni musicalità, vogliono tradurre quel senso di stanchezza, cui corrisponde il bisogno di tregua e pace, che è poi il messaggio fondamentale della poesia. Questo ritmo crea infatti tristezza e raggela l’animo del lettore, il che contrasta con l’immagine del caminetto, il quale più che calore pare evocare quelle emozioni che mancano.



Spiegazione per parola

  • Gomitolo: groviglio, intrico. Il poeta non vuole perdersi nel groviglio delle strade, annullarsi nella forma anonima.
  • Ho tanta stanchezza: la vita grava su di lui con il suo peso di dolore che il Natale non riesce a disperdere.
  • Qui: l'indicazione è lasciata indefinita, ma si può comunque riportare a un'idea di spazio domestico, come suggerisce poi l'immagine del focolare.
  • Buono: perché fatto delle dolci cose domestiche.
  • Capriole: la nota vivace dell'immagine non riesce a rompere l'atmosfera di dolore e di accorata stanchezza.



Figure retoriche

Metafora = "gomitolo di strade" (vv. 3-4).

Metafora = "ho tanta stanchezza sulle spalle" (vv. 5-7).

Allitterazione della s = "stanchezza sulle spalle" (vv. 6-7).

Similitudine = "come una cosa posata" (vv. 9-10-11).

Sinestesia = "caldo buono" (v. 18).

Metafora = "sto con le quattro capriole di fumo" (vv. 19-23).

Allitterazione della f = "fumo del focolare" (vv. 22-23).

Enjambements = vv. 3-4; 5-6; 6-7; 9-10; 11-12; 13-14; 16-17; 20-21; 21-22; 22-23;



Commento

Il poeta è in licenza a Napoli e vive il Natale del 1916 da un punto di vista tutto interiore e soggettivo: Natale è la più intima delle feste cristiane, è il simbolo della pace e della gioia che spesso si esprimono con allegria rumorosa. Ma quale gioia maggiore, per chi torna dai disagi del fronte (freddo, umidità, fatiche, paura, dolore...) di quella di sentirsi al caldo e al sicuro, lontano dalla folla? Questo cerca il poeta. In questo momento di dolente stanchezza egli preferisce restare solo nell'intimità, nella pace della sua casa, in un malinconico fantastico colloquio con il suo cuore, ripensando alle esperienze vissute, prima di rituffarsi nel dramma della guerra. Si avverte in sottofondo la presenza, sospesa ma mai annullata, della guerra; il poeta soldato cerca di dimenticare, in questa pausa dai combattimenti, le ansie e i pericoli dell'esterno, del mondo collettivo (il gomitolo di strade), per rifugiarsi nella dimensione squisitamente individuale dell'angolo, la dimensione della casa e del focolare.

La poesia Natale è stata scritta da Giuseppe Ungaretti durante la prima guerra mondiale combattuta tra il 1915-1918.
In precedenza al conflitto l'Italia si trovava divisa in due settori con opinioni contrapposte:da una parte gli interventisti che erano favorevoli all'entrata in guerra dell’Italia poiché vedevano il conflitto come una quarta guerra di indipendenza che sarebbe durato non più di pochi mesi,e dall'altra i neutralisti i quali ritenevano il che il conflitto sarebbe durato a lungo e non volevano imporre questo sacrificio agli italiani.
Inizialmente Ungaretti faceva parte del primo gruppo,infatti entrò in guerra come volontario ma dopo aver assistito a drammatiche scene cruente, alla morte di molti commilitoni e alla distruzione di interi paesi (San Martino del Carso) si convinse che la guerra era soltanto un’assurdità e scrisse per denunciare tutte quelle atrocità che ogni giorno si presentavano ai suoi occhi.
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Sono una creatura - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento


Lapide sul Monte San Michele (San Martino del Carso - Provincia di Gorizia)

La poesia "Sono una creatura" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti, porta l'indicazione "Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916" e fa parte della raccolta L'allegria. I temi trattati sono: l'assoluta disumanità della guerra - la solitudine, l'angoscia, il dolore.


Testo

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo



Parafrasi

Come questa pietra
di S.Michele
cosi fredda,
cosi dura,
cosi prosciugata,
cosi resistente,
cosi totalmente
priva di vita.

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede.

La morte
si paga
vivendo.



Analisi del testo

Metrica: tre strofe di versi liberi.

Varia il numero dei versi nelle strofe e varia anche la misura dei versi, che sono senari, quinari, quaternari e ternari. La lirica è costruita secondo una struttura molto semplice, sia per la brevità dei versi che per le immagini ridotte all'essenziale, in modo da ottenere il massimo risultato espressivo (cioè evocare sentimenti, emozioni, oggetti e paesaggi) con il minimo uso di parole poetiche.

Due sono i procedimenti adottati dal poeta:
  • il primo è quello dell'accumulazione ascendente, che tende, attraverso una serie di immagini in successione, a culminare in un vertice emotivo (climax) costituito da "totalmente disanimata". 
  • Il secondo procedimento consiste nell'uso della figura retorica dell'anafora: ancora una volta si raggiunge il vertice emotivo (climax) attraverso quattro versi costituiti da aggettivi di spessore semantico crescente (fredda, dura, prosciugata, refrattaria) introdotti dall'avverbio "così", ripetuto all'inizio di ognuno dei quattro versi e anche nel penultimo verso della strofa, seguito dall'avverbio "totalmente", così perentorio, il quale, a sua volta, introduce l'ultimo verso della strofa, che è formato da una sola parola: l'aggettivo "disanimata". L'altra ripetizione di verso "Come questa pietra": serve a mettere in rapporto di comparazione le prime due strofe (comparativo di uguaglianza).

La parola chiave della poesia è "pietra": viene, infatti, ripetuta per due volte. 

La rima collega "prosciugata" a "refrattaria" con affinità di senso (entrambi i termini suggeriscono un'idea di privazione).

I punti sono sostituiti dagli spazi bianchi (effetto di solitudine e sofferenza) e la cadenza del ritmo sostituisce le virgole.



Figure retoriche

Similitudine = "Come questa pietra" (v. 1 e 9);

Assonanza = "pietra-fredda"; "prosciugata-refrattaria-disanimata";

Allitterazioni = delle consonanti "t" ed "r": "questa pietra; prosciugata refrattaria";

Epanalessi = "Come questa pietra" (v. 1 e 9);

Anafora = "così…così", perché è all'inizio di più versi (vv. 3-7);

Anastrofe = "come questa pietra / è il mio pianto" (vv. 9-10);

Epifonema = "La morte si sconta vivendo”, cioè un’asserzione che ha valore di sentenza, ogni giorno con la nostra sofferenza paghiamo il nostro tributo. (vv. 12-14);

Enjambement = vv. 1-2; 7-8.

Climax = "fredda, dura, prosciugata, refrattaria, disanimata".

Ossimoro = "morte" e "vivendo" (vv. 12-14).



Commento

È ambientata nel monte di San Michele, presso Gorizia, alle pendici del quale gli eserciti italiani erano schierati nell'agosto del 1916 in attesa dell'imminente conquista della città.
Iniziamo col dire che in Ungaretti l'acqua è sempre un elemento positivo, mentre l'idea di morte è espressa con i termini di aridità. In questa poesia vi è uno scenario duro e arido: da una parte il pianto, segnale di dolore, ma anche di vita, dall'altra la pietra, in cui il pianto stesso si è ridotto, pietrificandosi. Non è sparito il dolore: solo, è penetrato nell'intimo dell'anima e non lascia più tracce all'esterno. L'aridità delle rocce, carsiche, però è solo apparente: in profondità l'acqua scorre. Alla pietra prosciugata del Carso corrispondono gli occhi asciutti del poeta. È una poesia triste, quasi come il paesaggio del Carso così arido e freddo. La sofferenza del poeta Ungaretti è così tale che non ha più le lacrime per piangere, o per meglio dire, si tratta di un pianto nascosto, intimo. Il suo dolore lo possiamo paragonare a quella pietra così senza vita. Vivere è uguale a soffrire, la sofferenza è uguale solo con la morte.
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In fondo o Infondo: come si scrive?



La lingua italiana è tanto stupenda quanto insidiosa, qualche volta perfino per noi madrelingua: ci sono parole che destano dubbi più di altre e, appartengono a questa categoria, le parole "in fondo" e "infondo" di cui ci si chiede quale delle due forme è quella corretta.
Partiamo dal presupposto che entrambe le parole esistono nella nostra lingua ma, anche se verbalmente sembrano uguali, non possiedono lo stesso significato. Ci sono casi in cui bisogna utilizzare "in fondo" e altri in cui bisognerà utilizzare "in fondo", quindi non sono interscambiabili.

Qui di seguito trovate la definizione di entrambi i termini ed esempi con frasi per capire come vanno usati in modo corretto.



Spiegazione

1) In fondo = è una locuzione avverbiale, cioè una locuzione con funzioni paragonabili a quelle di un avverbio. È formata dalla preposizione semplice "in" e dal sostantivo "fondo". Può avere funzioni modali (come se si stesse dicendo "tutto sommato") oppure di tipo locativo (che indica un luogo o una posizione).


Esempio:
- In fondo non sei noioso come si dice in giro.

- La stazione di polizia si trova in fondo alla strada.

- Non era difficile come pensavo, in fondo.

- In fondo è giusto così.

- In fondo ti voglio bene.



2) Infondo = è la prima persona singolare del presente indicativo del verbo infondere. Il suo significato letterale è quello di "versare dentro o sopra", il suo significato arcaico è "mettere in infusione", ma viene usato con una maggiore frequenza, in senso figurato, ovvero con il significato di "ispirare uno stato d'animo, trasmettere qualità e capacità, dare fiducia o coraggio".

PRESENTE (Indicativo)
Io infondo
Tu infondi
Egli infonde
Noi infondiamo
Voi infondate
Essi infondano


Esempio:
- Io ho un super potere: infondo fiducia alla gente.

- Ti infondo un po' della mia intelligenza perché ne ho davvero troppa.
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Inferno Canto 5 - Parafrasi



All'entrata del secondo cerchio Minosse (figlio di Giove e Europa è giusto e severo re di Creta) assegna ai peccatori il luogo in cui sconteranno la loro pena a secondo dei giri che fa con la coda. Più giri fa, più la condanna è grave. Mentre i peccatori vanno davanti a Minosse e confessano i loro peccati, giungono Dante e Virgilio, e Minosse li guarda con aria di avvertenza. Minosse ammonisce con durezza Dante e Virgilio risponde che egli è lì per volere divino, allora Minosse li lascia passare. Al suo interno gli spiriti dei lussuriosi sono trascinati da una tempesta incessante. Dante a modo di scambiare qualche parola con due di loro, Paolo e Francesca, amanti infelici uccisi dal marito di lei. I due innamorati raccontano a Dante la loro storia; questi si commuove e sviene nuovamente.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 5 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

In seguito scesi dal primo cerchio
il quale (secondo cerchio) racchiude (cinghia) meno spazio
ma una sofferenza tanto più grande che spinge i dannati a urla disperate
Vi sta a guardia Minosse, dall'aspetto orribile, il quale dà sfogo alla sua rabbia (ringhia)
esamina le colpe all'ingresso (ne l'intrata) del cerchio
le giudica e le destina a seconda di quante volte avvolge la coda
Voglio dire che quando l’anima dannata (mal nata)
gli giunge dinanzi, si confessa senza reticenze (tutta);
e quel giudice (conoscitor) dei peccati (=Minosse)
vede quale luogo (loco) dell'Inferno le spetta
si avvolge (cignesi) con la coda tante volte
per quanti cerchi (gradi) verso il fondo (giù) vuole che l'anima sia collocata.
Davanti a lui ne stanno sempre molte;
vanno a sentire la propria condanna (vanno al giudizio) avvicendandosi (a vicenda) l'una all'altra (ciascuna).
Dicono le loro colpe (dicono) e ascoltano la sentenza (odono), e subito dopo (poi) sono precipitate giù (son giú volte)
«O tu che giungi a questo luogo (ospizio) dove regna il dolore»,
disse Minosse quando mi vide,
cessando temporaneamente l'esercizio di un compito tanto importante
«considera attentamente come entri e a chi presti fede;
non ti inganni l’ampiezza dell’entrata!».
E la mia guida (duca) a lui: «Perché continui (pur) a gridare?
Non ostacolare il suo viaggio voluto dal destino (fatale):
si vuole così là dove si può (puote)
ciò che si vuole e non porre altre domande».
Cominciano adesso a farsi sentire da me i suoni carichi di dolore
sono giunto adesso nel luogo
in cui un forte (molto) pianto mi colpisce.
Giunsi in un luogo privo totalmente di luce
che rumoreggia in maniera forte e roca come fa il mare a causa della tempesta,
se è sferzato (combattuto) da venti contrari.
La bufera infernale, che mai non si arresta
trascina le anime con la sua inarrestabile forza
li tormenta (li molesta) travolgendoli (voltando) e percuotendoli (percotendo)
Quando giungono davanti allo scoscendimento (la ruina),
là (quivi) risuonano le grida (le strida), i pianti (il compianto), i lamenti (il lamento)
qui bestemmiano Dio (la virtù divina).
Compresi che a questo tormento
sono (enno) condannati i peccatori carnali,
che sottomettono la ragione umana al piacere dei sensi
E come le ali portano gli storni
nella stagione fredda in schiera ampia e fitta,
allo stesso modo quel vento infernale (fiato)
sospinge (mena) di qua e di là, in su e in giù le anime dei dannati (li spiriti mali);
nessuna speranza le conforta mai
non solo di fermarsi (posa), ma nemmeno di un alleggerimento della pena.
E come le gru vanno cantando i loro lamenti (lai)
raggruppandosi nel cielo in lunghe schiere (faccendo in aere di sé lunga riga),
allo stesso modo vidi avanzare tra grida di dolore (guai)
delle anime (ombre) trascinate dalla suddetta bufera (briga)
per cui dissi: «Maestro, chi sono quelle genti
che il nero vento colpisce così duramente?».
«La prima di quelle di cui vuoi sapere notizie (novelle)»,
mi disse egli allora (allotta),
«fu regina di popoli di diverso linguaggio (fa velle).
Fu così dedita (rotta) alla lussuria,
che stabilì per legge che fosse lecito il piacere sensuale di ogni genere (libito)
per liberarsi della vergogna (torre il biasmo) in cui era caduta (in che era condotta)
Ella è Semiramide, di cui si legge
che fu sposa di Nino e gli succedette:
regnò sul territorio che ora governa (corregge) il Sultano
L’altra è colei che si uccise per amore
e violò la Fedeltà (ruppe fede) promessa alla memoria (al cener) di Sicheo.
poi c’è la lussuriosa Cleopatra.
Vedi Elena, per colpa della quale (per cui) trascorse (si volse)
un così lungo periodo luttuoso (tanto reo tempo), e vedi il grande Achille,
che alla fine (al fine) combatté con l'amore.
Vedi Paride, Tristano»; e mi indicò a dito
e mi nominò più di mille anime
che amore staccò dalla vita terrena
Dopo che (Poscia ch) io ebbi udito il mio maestro (dottore)
nominare (nomar) le antiche donne e gli eroi (e ' cavalier),
mi prese il turbamento (pietà mi giunse), e per poco non perdetti i sensi e la ragione (e fui quasi smarrito)
Io cominciai: «Poeta, parlerei volentieri
a quei due che vanno uniti ('nsieme),
e che sembrano opporre al vento così poca resistenza (paion sí al vento esser legger)».
E quegli (elli) mi rispose (a me): «Starai attento (Vedrai) quando saranno
più vicini (pia presso) a noi; e allora pregali (li priega)
in nome di (per) quell'amore che li conduce, ed essi (ei) verranno».
Non appena (Si tosto come) il vento li spinse (li piega) verso di noi
iniziai a parlare: «O anime tormentate,
venite a intrattenervi con noi, se Dio non lo vieta!».
Come colombe trascinate dal desiderio (disio)
solcano l'aria (aere) con le ali spiegate e tese (alzate e ferme) verso il tenero nido,
portate dalla volontà (di raggiungerlo),
così esse (cotali) si staccarono dalla schiera dove si trovava Didone
per venire a noi attraverso l'aria malvagia dell'Inferno,
tanta fu la forza del mio richiamo commosso (l'affettuoso grido)
«O essere animato (animai) cortese (grazioso) e benevolo (benigno)
che attraverso l'aria fosca (cioè l'Inferno) vai visitando noi
che macchiammo (tignemmo) il mondo di sangue (sanguigno)
se Dio ci fosse amico
noi lo pregheremmo per la (de la) tua pace
poiché hai pietà del nostro atroce tormento (mal perverso)
Noi vi daremo ascolto (udiremo) e risposta (parleremo) riguardo a quello (Di quel)
che vi piacerà (vi piace) ascoltare (udire) e dire (parlar)
finché (mentre) il vento, come fa in questo istante (come fa), tace per noi
La terra in cui nacqui si distende lungo il mare Adriatico (Siede... su la marina)
dove sfocia il Po (dove 'l Po discende per aver pace)
con i suoi affluenti (co' seguaci sui)
Amore, che subito (ratto) s'accende in un cuore gentile
si impossessò (prese) del mio corpo,
che mi fu; e il modo ancora mi fa soffrire.
Amore che a nessuna persona amata concede di non ricambiare lo stesso sentimento
mi innamorò (mi prese) così fortemente (sí forte) della bellezza (del piacer) di costui (costui),
che, come vedi, (l'Amore) ancora non mi abbandona.
Amore ci portò a morire insieme.
La Caina sta aspettando colui che ci ha privato della vita».
Queste parole ci furono rivolte (fuor porte) da loro
Quando ebbi udito (intesi) quelle anime colpite (offense)
chinai gli occhi (il viso) e lo tenni basso fino
a che Virgilio mi disse: «Che cosa stai pensando?».
Quando risposi, dissi: «O me infelice,
quanti dolci pensieri, quanta passione (disio)
condusse costoro a compiere quel passo che si sarebbe rivelato tragico (doloroso) sia per l'anima sia per il corpo!"».
Poi mi rivolsi a loro e parlai, e cominciai:
«Francesca, le tue sofferenze acute (martiri)
mi rendono triste e pietoso fino alle lacrime
Ma dimmi: quando ancora non vi eravate manifestati apertamente l'amor
per quali indizi (a che) e in che modo (come) amore permise (concedette)
che conosceste i desideri che, prima incerti e inconfessati, poi si manifestarono in tutta la loro evidenza?».
E lei, rivolgendosi a me: «Non vi è nessun maggior dolore
che, all'apice dell'infelicità (ne la miseria), ricordarsi del tempo felice
e questo è conosciuto bene dal tuo maestro
Ma se hai un così grande desiderio (cotanto affetto)
di conoscere l'origine prima (la prima radice) del nostro amore
ti parlerò mescolando le parole al pianto.
Un giorno noi leggevamo per svago (per diletto)
di Lancillotto e di come lo prese l'amore;
soli eravamo e senza sospettare minimamente né di noi stessi né di ciò che presto sarebbe capitato a causa della lettura.
A più riprese (Per pia fiate) quella lettura mosse i nostri sguardi l'uno verso l'altro (li occhi ci sospinse),
e ci fece impallidire nel viso (scolorocci il viso)
ma solo un passo (un punto) fu quello che annullò ogni nostra resistenza (ci vinse).
Quando leggemmo che Lancillotto,
un così nobile amante, baciò la bocca sorridente di Ginevra (distato riso),
Paolo (questi) che non sarà mai diviso (non fia diviso) da me,
mi baciò la bocca tutto tremante.
Il libro e il suo autore (chi Io scrisse) rappresentarono per noi quello che rappresentò Galeotto:
quel giorno non potemmo più continuare la lettura (pia non vi leggemmo avante)».
Mentre una di quelle anime parlava, l’altra piangeva;
cosicché, per la pietà (verso quel pianto)
mi sentii venir meno come se morissi (così com' io morisse).
E caddi a terra come un morto (come corpo morto cade)"
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