D'agosto - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "D'agosto" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1925 e fa parte della raccolta Sentimento del tempo.



Testo

Avido lutto ronzante nei vivi,

Monotono altomare,
Ma senza solitudine,

Repressi squilli da prostrate messi,

Estate,

Sino ad orbite ombrate spolpi selci,

Risvegli ceneri nei colossei…

Quale Erebo t’urlò?



Parafrasi

(In agosto)
Una morte avida sorvola tra i vivi,

il mare è noiosamente calmo,
e mai deserto,

rintocchi ovattati provengono da chiese spente.

L'estate

fino alle ombre della sera logora la pietra,

scuote la quiete degli impolverati colossei...

Quale divinità ti ha generato?



Analisi del testo e commento

Come abbiamo già visto nella poesia Di luglio, per Ungaretti l'estate rappresenta più il male che il bene. La paragona dapprima alla morte personificata che sfiora le persone (i vivi); poi la definisce noiosa, poiché in estate il mare è una tavola e pure affollato e quindi non è né affascinante come un mare agitato né utile per isolarsi e per riflettere; dice che la luce del sole consuma la selce (roccia sedimentaria composta quasi esclusivamente da silice); disturba perfino la polvere dei colossei e infine si chiede chi mai l'abbia generata. Nomina la divinità greca Erebo in quanto è la personificazione dell'oscurità ed è anche usato per indicare gli Inferi, e poi anche perché da Egli nacquero numerosi figli come Nemesi (la vendetta), Apate (l'inganno), Ker (la morte violenta), Eris (la discordia), Thanatos (la morte) ecc.



Figure retoriche

Antonomasia = "Erebo" (v. 8).
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Tu ti spezzasti - Ungaretti: spiegazione, analisi e commento



La poesia "Tu ti spezzasti" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti e fa parte della raccolta Il dolore, pubblicata nell'immediato dopoguerra.


Testo

I molti, immani, sparsi, grigi sassi
Frementi ancora alle segrete fionde
Di originarie fiamme soffocate
Od ai terrori di fiumane vergini
Ruinanti in implacabili carezze,
- Sopra l'abbaglio della sabbia rigidi
In un vuoto orizzonte, non rammenti?

E la recline, che s'apriva all'unico
Raccogliersi dell'ombra nella valle,
Araucaria, anelando ingigantita,
Volta nell'ardua selce d'erme fibre
Più delle altre dannate refrattaria,
Fresca la bocca di farfalle e d'erbe
Dove le radici si tagliava,
- Non la rammenti delirante muta
Sopra tre palmi d'un rotondo ciottolo
In un perfetto bilico
Magicamente apparsa?

Di ramo in ramo fiorrancino lieve,
Ebbri di meraviglia gli avidi occhi
Ne conquistavi la screziata cima,
Temerario, musico bimbo,
Solo per rivedere all'ilmo lucido
D'un fondo e quieto baratro di mare
Favolose testuggini
Ridestarsi fra le alghe.
Della natura estrema la tensione
E le subacquee pompe,
Funebri moniti.

2.

Alzavi le braccia come ali
E ridavi nascita al vento
Correndo nel peso dell'aria immota.

Nessuno mai vide posare
Il tuo lieve piede di danza.

3.

Grazia, felice,
Non avresti potuto non spezzarti
In una cecità tanto indurita
Tu semplice soffio e cristallo,

Troppo umano lampo per l'empio,
Selvoso, accanito, ronzante
Ruggito d'un sole d'ignudo.



Analisi del testo e Commento

In questa poesia Ungaretti presenta il figlio Antonietto come un bimbo svelto, curioso di voler scoprire gli aspetti "favolosi" della flora e della fauna. Il ricordo del figlioletto è rievocato in lui per via del paesaggio brasiliano, ricco di colori accesi, di alberi sospesi, di fondi marini, aspro e possente. Ma al padre pieno di ansia e apprensione, Antonietto appariva debole come un "semplice soffio" e delicato come il "cristallo" di fronte alla natura tropicale immane, selvaggia, opprimente: non avrebbe potuto reggere il confronto e, quindi, non avrebbe potuto non "spezzarsi"...
Per Ungaretti la natura è spietata e vi è un qualcosa di crudele nella forza che sprigiona il paesaggio perché fa da contrasto alla fragilità del corpicino del figlioletto (morto a San Paolo, in Brasile, alla tenera età di 9 anni a causa di un'appendicite mal curata). E in un certo senso si chiede come sia possibile che vi sia così tanta forza da una parte e così tanta fragilità dall'altra.
Per il poeta è una coesistenza impossibile e, infatti, il suo bimbo cederà di fronte a questa natura spietata, giungendo audacemente di ramo in ramo alla cima per guardare il mare sottostante.



Figure retoriche

Personificazione = "sole ignudo" (v. 41).

Climax ascendente = "I molti, immani, sparsi, grigi sassi" (v. 1). Evidenzia la durezza e la solitudine del paesaggio.

Similitudine = "Alzavi le braccia come ali" (v. 30).

Metafora = "Correndo nel peso dell'aria" (v. 32).
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Inferno Canto 31 - Parafrasi



Dante e Virgilio lasciano Malebolge, e, superato l’ultimo argine roccioso, si ritrovano immersi nel crepuscolo e odono un suono di corno più terribile di quello lanciato da Orlando a Roncisvalle. Per la scarsa luce Dante crede di vedere le torri di una città che sono invece, gli spiega Virgilio, giganti conficcati attorno al pozzo dalla vita in giù: via via che si avvicinano diminuisce l’errore e aumenta la paura di Dante. Giunti ai margini del pozzo Virgilio mostra al suo allievo Nembrot, il gigante responsabile della costruzione della torre di Babele, reso ora incapace di parlare una lingua comprensibile, poi Fialte che sfidò Giove tentando di scalare l’Olimpo e ora è incatenato in modo da non potersi muovere, mentre Briareo, di cui Dante ha chiesto notizie, è immobilizzato più lontano e non è visibile. Accanto a Nembrot è conficcato Anteo, il gigante ucciso da Ercole, libero da catene perché non prese parte alla rivolta contro Giove: dopo averlo blandito, Virgilio gli chiede di trasportarlo sul fondo del pozzo. Anteo non può opporsi alla richiesta, quindi distende la mano e afferra Virgilio, che a sua volta stringe a sé Dante; infine depone i due sulla distesa ghiacciata di Cocito.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 31 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

La stessa lingua prima mi rimproverò (morse),
tanto da farmi arrossire di vergogna,
e poi mi riconfortò (la medicina mi riporse);
così sento raccontare che la lancia
di Achille, e di suo padre (Peleo), soleva essere causa
prima di un dannoso e poi di un benefico assalto (mancia).
Noi volgemmo le spalle (il dosso) alla miserabile bolgia,
percorrendo (su per) la spianata dell’argine
che la circonda, senza pronunciare parola.
Qui c’era meno buio che di notte e meno chiaro che di giorno,
così che la mia vista si spingeva avanti di poco;
ma udii risuonare un corno tanto fragorosamente,
che avrebbe fatto parere debole qualsiasi tuono,
e indirizzò in un sol punto i miei occhi
che seguivano il percorso del suono in senso opposto (per risalire alla sua provenienza).
Dopo la dolorosa disfatta, quando
Carlo Magno perdette la schiera dei paladini che combattevano per la fede,
Orlando non suonò così terribilmente.
Dopo aver voltato per poco tempo il capo nella direzione del suono (in là),
mi parve di vedere molte alte torri;
per cui: «Maestro, dimmi, che città (terra) è questa?».
Ed egli a me: «Poiché tu ti spingi con lo sguardo
troppo lontano attraverso le tenebre,
accade che nel dare a ciò che vedi una figura (maginare), lo fai in modo impreciso (abborri).
Vedrai bene, se arriverai fin là (là ti congiungi),
quanto il senso s’inganna da lontano;
perciò stimola (pungi) di più te stesso».
Poi mi prese affettuosamente per mano e
mi disse: «Prima che noi siamo più avanti,
affinché ciò che vedrai ti appaia meno sorprendente,
devi sapere che non si tratta di torri, ma di giganti,
e che essi sono disposti intorno alla parete (ripa) del pozzo,
(confitti) in tutta la loro lunghezza (tutti quanti) dall’ombelico in giù».
Come, quando la nebbia si disperde,
gli occhi a poco a poco ravvisano
le cose nascoste dal vapore che addensa (stipa) l’aria,
così penetrando con lo sguardo (forando) in quest’aria spessa e tenebrosa,
via via che mi avvicinavo all’orlo del pozzo,
si dissolveva l’equivoco (fuggiemi errore) e aumentava il timore;
poiché, come il castello di Monteriggioni è cinto di torri
disposte lungo il muro circolare,
così i giganti spaventosi, che (cui) ancora oggi
Giove sembra minacciare dal cielo quando tuona,
come torri sormontavano (torreggiavan) con metà del corpo (di mezza la persona)
la sponda che gira intorno (circonda) al pozzo.
E io già di uno (d’alcun) distinguevo (scorgeva) la faccia,
le spalle, il petto, gran parte del ventre
e le due braccia pendenti (giù) lungo i fianchi (per le coste).
Certo quando la natura cessò di produrre
siffatti esseri animati, agì con molta accortezza
perché sottrasse (tòrre) a Marte ministri di potenza indicibile.
E se la natura (ella) non si pente di (generare) elefanti e balene,
chi esamina a fondo, la giudica per questo (la ne tene)
più giusta e più saggia (discreta);
poiché dove lo strumento (l’argomento) dell’intelligenza
si aggiunge alla volontà malvagia e alla forza fisica,
gli uomini non possono opporre alcun argine.
La sua faccia mi appariva lunga e grossa
come la pigna (pina) di San Pietro a Roma,
e l’intera struttura (l’altre ossa) era proporzionale a questa;
cosicché la sponda del pozzo,
coprendo come un perizoma la parte inferiore del corpo,
ne lasciava apparire sopra l’orlo una mole tale,
che tre abitanti della Frisia non avrebbero potuto vantarsi di arrivare ai capelli;
poiché io del suo corpo vedevo trenta palmi abbondanti
a partire dal punto in cui l’uomo si affibbia il mantello verso il basso.
«Raphèl maì amècche zabì almi»,
cominciò a gridare l’orribile (fiera) bocca,
alla quale non si addicevano parole (salmi) più dolci.
E la mia guida volgendosi a lui: «Anima sciocca,
accontentati (tienti) del corno e sfogati con quello
quando l’ira o qualche altra passione ti prendono (ti tocca)!
Cerca intorno al collo, e troverai la cinghia (soga)
che lo tiene legato, o anima confusa,
e vedrai il corno che ti attraversa il petto potente come una doga».
Poi mi disse: «Si rivela da se stesso per ciò che è (s’accusa);
costui è Nembrot, a causa del cui empio pensiero
nel mondo non si usa un linguaggio solo.
Lasciamolo stare e non parliamo inutilmente (a vòto);
poiché così è per lui ogni linguaggio umano
come per gli altri il suo, che non è conosciuto da nessuno».
Facemmo dunque un percorso più lungo,
volgendo a sinistra; e, a un tiro di balestra,
incontrammo l’altro gigante ancor più feroce e di maggior statura.
Chi fosse l’artefice (maestro) che lo legò (cigner)
io non so dire, ma egli aveva il braccio sinistro legato (soccinto)
davanti e il destro dietro con una catena
che lo teneva avvinto dal collo in giù,
in modo che essa si avvolgeva per cinque giri (infino al giro quinto)
intorno alla parte del corpo che era fuori del pozzo.
«Questo superbo volle sperimentare
la sua forza fisica contro il sommo Giove»,
disse la mia guida, «per cui ha un tale premio (merto).
Si chiama Fialte, e compì le grandi prove
quando i giganti fecero paura agli dèi;
le braccia che mosse, non muoverà più per l’eternità (già mai)».
E io a Virgilio: «Se fosse possibile (S’esser puote), vorrei
che i miei occhi avessero diretta esperienza
dello smisurato Briareo».
Ed egli rispose: «Tu vedrai qui vicino (presso di qui) Anteo,.
che parla e non è incatenato,
che ci porterà nel fondo di ogni colpa (ogne reo).
Il gigante che tu vuoi vedere, è molto più lontano ed è incatenato
e ha la stessa conformazione di questo,
a eccezione del fatto che appare più terribile nel volto».
Non ci fu mai un terremoto così violento (rubesto)
che scuotesse una torre con la stessa forza
con cui Fialte fu pronto a scrollarsi.
Allora io ebbi paura della morte più che mai,
e a farmi morire sarebbe bastata (non v’era mestier) la paura (dotta),
se non avessi visto le catene (ritorte).
Noi allora (allotta) avanzammo oltre,
e giungemmo vicino ad Anteo, che usciva fuori del pozzo (grotta)
di sette metri abbondanti (cinque alle), esclusa la testa.
«O tu che nella valle fortunata,
che rese glorioso (di gloria reda) Scipione,
quando Annibale fu volto in fuga insieme con il suo esercito,
un tempo (già) recasti come preda moltissimi (mille) leoni,
e che, se fossi stato presente alla grande (alta) guerra dei tuoi fratelli,
c’è ancora chi mostra di credere
che i giganti (i figli de la terra) avrebbero vinto:
calaci (mettine giù) dove il freddo (la freddura) fa ghiacciare (serra) Cocito
e non avere a sdegno di farlo.
Non ci costringere (Non ci fare) a ricorrere (ire) a Tizio o a Tifo:
Dante può darti ciò che nell’Inferno (qui) si desidera;
per questo abbassati e non torcere il volto.
Egli ti può ancora dar fama nel mondo,
poiché è vivo, e avrà ancora molto da vivere,
se la Grazia divina non lo chiama a sé prima del tempo».
Così disse il maestro; e Anteo stese rapidamente le mani,
di cui (ond’) Ercole sentì una volta (già)
la morsa (stretta) poderosa, e abbrancò la mia guida.
Quando Virgilio si sentì afferrare, mi disse:
«Avvicinati, affinché io possa prenderti»;
poi mi abbracciò in modo che lui ed io formavamo un solo fascio.
Come appare la Garisenda a osservarla
dal lato verso cui è inclinata, quando una nuvola
vi passi sopra, in modo che essa penda nella direzione contraria:
così Anteo apparve a me che stavo attentamente guardando
per vederlo piegare, e fu un momento di tale paura
che avrei voluto andare per un diverso cammino.
Ma con delicatezza ci depose
al fondo (ci sposò) che inghiotte (divora)
Lucifero e Giuda; né rimase a lungo così chinato,
e si raddrizzò (levò) come un albero di nave.
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Amaro accordo - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Amaro accordo" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti e fa parte della raccolta Il dolore.



Testo

Oppure in un meriggio d'un ottobre
Dagli armoniosi colli
In mezzo a dense discendenti nuvole
I cavalli dei Dioscuri,
Alle cui zampe estatico
S'era fermato un bimbo,
Sopra i flutti spiccavano

(Per un amaro accordo dei ricordi
Verso ombre di banani
E di giganti erranti
Tartarughe entro blocchi
D'enormi acque impassibili:
Sotto altro ordine d'astri
Tra insoliti gabbiani)

Volo sino alla piana dove il bimbo
Frugando nella sabbia,
Dalla luce dei fulmini infiammata
La trasparenza delle care dita
Bagnate dalla pioggia contro vento,
Ghermiva tutti e quattro gli elementi.

Ma la morte è incolore e senza sensi
E, ignara d'ogni legge, come sempre,
Già lo sfiorava
Coi denti impudichi.



Parafrasi

Oppure come quando nelle ore più calde di un giorno d'ottobre,
dai tranquilli colli
e tra le dense nuvole che andavano ad abbassarsi
apparvero i cavalli di Càstore e Pollùce,
che spiccavano sopra le acque,
e alle cui gambe, affascinato,
si era avvicinato un bimbo.

(Per una spiacevole combinazione di ricordi
Verso ombre di banani
E di giganti erranti
Tartarughe entro blocchi
D'enormi acque impassibili:
Sotto altro ordine d'astri
Tra insoliti gabbiani)

Giungo fino alla pianura dove il bimbo,
giocando nella sabbia,
durante un temporale illuminato
dall'innocenza delle sue tenere mani
bagnate dalla pioggia controvento,
afferrava tutti e quattro gli elementi.

Ma la morte è spietata e senza sentimento
Non tiene conto delle leggi umane, come sempre,
Già ti sfiorava coi suoi denti
senza provare alcuna vergogna.



Analisi del testo

La prima strofa descrive una scena del presente: Ungaretti vede un bambino affascinato dalla statua che si trova a Roma.

La seconda strofa è un continuo rievocare di ricordi confusi e malinconici.

La terza strofa lo riporta indietro nel tempo, nel passato, quando il suo figlioletto era felice e giocava all'aperto ed Egli era altrettanto felice nel vederlo giocare.

La quarta strofa inizia con un "Ma" che riporta Ungaretti coi piedi per terra. La morte non si lascia intenerire nemmeno da un bambino che gioca (l'esempio di anima più pura al mondo) e sceglie le sue vittime senza badare all'età e senza fare distinzioni tra buoni e cattivi.



Figure retoriche

Iperbato = "I cavalli dei Dioscuri" (v. 4) e "Sopra i flutti spiccavano" (v. 7).

Enjambements = vv. 15-16; 18-19; 23-24.



Commento

In questa poesia il poeta racconta di un bimbo che si era fermato ad ammirare le statue dei Dioscuri in piazza del Quirinale a Roma. Quel bambino felice, sorridente e pieno di vita gli fa tornare in mente il suo Antonietto, con il quale si trovava nel paesaggio esotico brasiliano, e che morì all'età di 9 anni a causa di un'appendicite mal curata. I bambini sono delle creature innocenti, degli angeli, e nessuno di loro meriterebbe mai di morire così presto. È questo che vuole dire il poeta, che la morte è gestita in modo spietato quanto ingiusto. Solo la poesia è in grado di esorcizzare - almeno in parte - la morte "incolore e senza sensi" e il tormento che essa provoca.
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Eco - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Eco" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1927 e fa parte della raccolta Sentimento del tempo.



Testo

Scalza varcando da sabbie lunari,
Aurora, amore festoso, d'un eco
Popoli l'esule universo e lasci
Nella carne dei giorni,
Perenne scia, una piaga velata.



Parafrasi

Aurora
varchi le sabbie lunari silenziosamente,
ti manifesti come un eco festoso
che riempie l'esule universo e si allontana
in un esilio inesorabile,
lasciando dietro una scia che
pare un'ininterrotta coperta.



Analisi del testo e commento

Il tema di questa poesia è l'aurora, ovvero l'apparizione della luce, dorata e talvolta rosea, che appare nel cielo poco prima del sorgere del Sole.

Tre movimenti è possibile distinguere in essa:
  1. il moto d'esilio, che è l'esilio della storia dell'uomo ma anche quello dello poeta che considera la sua vita come un pellegrinaggio;
  2. il moto dell'alba celeste;
  3. l'effetto eco, presente nel titolo e nel testo, che lascia intendere a qualcosa che per un po' si avvicina (è la capacità dell'eco restituire il suono al mittente) e poi si allontana (riecheggiando con meno intensità fino a diventare impercettibile).



Figure retoriche

Anastrofe = "Scalza varcando da sabbie lunari" (v. 1)

Personificazione = Aurora (v. 2)

Enjambements = vv. 3-4; 4-5.

Antitesi = "popoli" e "lasci" (v. 3).

Iperbole = "perenne" (v. 5).
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Inferno Canto 30 - Parafrasi



Improvvisamente compaiono due anime, pazze di furore: l'una si avventa su Capocchio da Siena, e azzannandolo al collo lo trascina, l'altra su Griffolino. Ma prima di essere sbranato, l'aretino rivela a Dante l'identità e il peccato dei due: sono il fiorentino Gianni Schicchi e Mirra, che si finsero un'altra persona per ottenere favori da un testamento l'uno, l'altra per commettere adulterio con il padre. Quindi a Dante appare un dannato, con il ventre rigonfio per l'idropisia, che confessa di essere maestro Adamo, e di aver falsificato il fiorino di Firenze su incarico dei conti Guidi da Romena, nel Casentino. Su invito di Dante, maestro Adamo denuncia l'identità di due suoi compagni di pena che sembrano fumare per la febbre: l'una è la moglie di Putifarre che accusò ingiustamente Giuseppe, l'altro falsario di parola è il greco Sinone che, fingendosi amico, convinse i troiani a far entrare il cavallo dell'inganno in città. Sinone reagisce alla denuncia di maestro Adamo, e i due danno vita a una rissa fatta di tragicomici colpi e di reciproche accuse. Dante rimane intento a seguire la lite fino a che non lo distolgono i rimproveri di Virgilio per aver dimostrato tanto volgare interesse.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 30 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Nel tempo in cui Giunone era adirata
contro la popolazione (sangue) di Tebe a causa (per) di Semele,
e ne diede prova in ben due circostanze,
Atamante divenne tanto pazzo (insano) che,
vedendo la moglie camminare
tenendo in braccio (andar carcata) i due figli,
gridò: «Stendiamo le reti, così che io catturi
la leonessa e i suoi leoncini al varco»;
e poi allungò gli artigli impietosi
afferrando il figlio di nome Learco,
e lo fece roteare e lo mandò a sbattere contro il muro;
e la madre (quella) si annegò insieme all’altro figlio (carco).
E nel tempo in cui la fortuna umiliò (volse in basso)
la superbia (l’altezza) dei Troiani che osava tutto,
così che fu ucciso (casso) insieme al regno anche il suo re (Priamo),
infelice (trista) Ecuba, misera e schiava (cattiva),
quando vide la figlia Polissena uccisa (morta),
e quando angosciata (dolorosa) ritrovò (si fu ... accorta)
il suo Polidoro sulla riva del mare,
forsennata urlò (latrò) come un cane;
a tal punto il dolore le sconvolse (fé ... torta) la ragione.
Ma neppure tra le furie tebane o troiane
se ne trovarono mai di così crudeli contro qualcuno,
che colpissero (punger) animali o esseri umani,
quanto io vidi (accadere) in due anime pallide e nude
che correvano, mordendo come il porco
quando viene liberato dal chiuso del porcile.
L’una raggiunse Capocchio e l’azzannò
alla nuca e in tal modo, strattonandolo,
lo costrinse a grattare il ventre sul duro terreno.
E l’Aretino che rimase, tremando
mi disse: «Quello spirito maligno (folletto) è Gianni Schicchi,
e pieno di rabbia va straziando in tale modo gli altri».
Gli risposi: «Oh, ti auguro (se) che quell’altro non ti pianti
i denti addosso, ma a te non rincresca
dirmi chi egli sia, prima che se ne corra via di qui (spicchi)».
Ed egli a me: «Quella è l’anima vissuta in tempi remoti (antica)
della scellerata Mirra, che divenne
amante (amica) del padre, fuori da ogni legittimo (dritto) amore.
Questa riuscì (venne) a compiere l’adulterio (peccar) con lui,
falsificando il proprio aspetto con quello di altri,
come quel peccatore che corre laggiù, ebbe l’ardire,
per riuscire ad avere la migliore cavalla (donna) della mandria (torma),
di fingersi Buoso Donati,
facendo testamento e dando a questo validità legale (norma)».
E dopo che quei due dannati rabbiosi
sui quali avevo fissato lo sguardo se ne furono andati,
mi volsi a osservare gli altri sciagurati (mal nati).
Ne vidi uno, ridotto in forma di liuto,
se solo avesse avuto l’inguine (anguinaia)
privo (tronca) di quanto l’uomo possiede che in quel punto si biforca.
La grave forma di idropisia (idropesì), che rende deformi (dispaia)
le membra a causa dei liquidi che non smaltisce correttamente,
in modo che il viso non è proporzionato (non risponde) al ventre,
lo costringeva a tenere le labbra aperte
come il tisico (l’etico), che per la sete
ne rivolge una verso il mento e l’altra verso l’alto.
«O voi che siete nel mondo dei malvagi (gramo)
senza alcun supplizio, e non ne conosco il motivo»,
ci disse quegli, «guardate e prestate attenzione (attendete)
alla misera condizione di maestro Adamo;
io, da vivo, godetti in abbondanza di quanto potevo desiderare,
ma ora, infelice! desidero una goccia d’acqua.
I torrenti che dai verdi colli
del Casentino scendono all’Arno
e rendono i loro alvei (canali) freschi e umidi (molli),
sempre mi stanno innanzi, e non inutilmente (indarno),
poiché il loro ricordo (l’imagine) mi inaridisce assai
più della malattia (male) per la quale il mio volto si fa scarno.
L’inflessibile giustizia che mi tormenta (fruga)
prende lo spunto dalla terra ove io peccai
per aggravare di più i miei sospiri.
Lì c’è Romena, dove io falsificai la moneta (lega)
con il conio (suggellata) del Battista (il fiorino);
per questo in terra (sù) lasciai il mio corpo sul rogo.
Ma se io potessi vedere qui l’anima malvagia (trista)
di Guido o di Alessandro o del loro fratello,
non cambierei questa vista neppure per la Fonte Branda.
Qui c’è già una di queste anime, se i dannati pien di rabbia
che vanno intorno alla bolgia dicono il vero;
ma che mi serve, poiché ho le membra impedite?
Se io fossi più leggero di quel tanto
che mi permettesse di spostarmi in cento anni di un’oncia soltanto,
già mi sarei messo in cammino,
alla ricerca di costui tra questa gente sconcia,
nonostante la bolgia (ella) abbia una circonferenza (volge) di undici miglia,
e non abbia mai un diametro inferiore a mezzo miglio.
Per causa loro io sono in questa bella compagnia;
essi mi spinsero a battere i fiorini
che avevano tre carati di metallo vile (mondiglia)».
E io a lui: «Chi sono quei due meschini (tapini)
che fumano come le mani bagnate d’inverno,
e stanno stretti a destra ai margini del tuo ventre (confini)?».
«Li ho trovati qui – e da allora non si sono più mossi –»,
rispose, «quando precipitai in questa bolgia (greppo),
e credo che non si muoveranno più in eterno.
Una è la bugiarda che accusò Giuseppe;
l’altro è il bugiardo Sinone, greco di Troia:
per la febbre altissima esalano un fortissimo odor di bruciato (leppo)».
E uno di questi, dispiaciuto forse
per essere stato nominato in modo così offensivo (oscuro),
con il pugno gli percosse il ventre (epa) duro (croia).
Questo risuonò come se fosse stato un tamburo;
e maestro Adamo gli percosse il viso con il braccio,
che non sembrò meno duro, dicendogli:
«Nonostante (Ancor che) mi sia impedito (tolto)
di muovermi a causa delle membra appesantite,
io ho il braccio libero (sciolto) per tale scopo».
Per cui egli rispose: «Quando salivi
il rogo, non l’avevi così lesto (presto);
ma certo era così e forse ancor più quando coniavi».
E l’idropico: «Tu in questo caso dici il vero;
ma non fosti certo un verace testimone
nella circostanza in cui a Troia fosti chiamato a dir la verità».
«S’io falsificai la parola, tu falsificasti la moneta»,
disse Sinone, «e io sono qui per un solo peccato,
mentre tu per colpe più numerose di qualsiasi altro dannato!».
«Ricordati, spergiuro, del cavallo (di Troia)»,
rispose colui che aveva il ventre gonfio,
«e ti sia di cruccio (reo) il fatto che tutto il mondo lo conosce (sallo)!».
«E il tuo cruccio siano la sete per cui»,
disse il Greco, «ti si spacca la lingua, e quel putrido liquido
che ti ingrossa (t’assiepa) il ventre su fino agli occhi!».
Allora il falsario: «La tua bocca si squarcia
per quel tuo male che in tal modo agisce (come suole),
perché se io ho sete e questo umore mi rigonfia (rinfarcia),
tu hai l’arsura della febbre e il capo che ti duole,
e per leccare lo specchio (d’acqua) di Narciso,
non avresti bisogno di molte parole che ti invoglino».
Io ero tutto intento (fisso) ad ascoltarli,
quando il maestro mi disse: «Adesso stai bene attento
che per poco non litigo (risso) con te!».
Quando lo sentii indirizzarsi a me con ira,
mi volsi a lui con tale vergogna, che ancora adesso
mi è viva (mi si gira) nella memoria.
Come colui che sta sognando di subire un danno,
e mentre sogna desidera sognare,
così che spera che quel che accade non sia vero,
tale mi feci io, non potendo (possendo) parlare,
che volevo chiedere scusa, e tuttavia mi scusavo,
anche se non mi pareva di farlo.
«La vergogna che mostri (men) basterebbe
a scusare un errore maggiore del tuo», disse il maestro,
«per questo liberati (ti disgrava) da ogni mestizia.
E fa’ conto che io ti sia sempre vicino,
se ancora succede che la fortuna ti mandi
in un luogo dove si trovino persone in simile contesa (piato):
poiché è un desiderio volgare voler ascoltare liti come questa».
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Inferno Canto 29 - Parafrasi



Prima di lasciare la nona bolgia Dante cerca con gli occhi in essa un suo congiunto, Geri del Bello, seminatore di discordia, la cui morte violenta è rimasta invendicata, ma Virgilio gli ricorda che l’ombra di questo suo parente è passata sotto il ponte, mostrando sdegno e minacciandolo col dito, quando egli era tutto intento ad osservare Bertran de Born. Ripreso il cammino, i due pellegrini giungono sopra l’ultima bolgia dell’ottavo cerchio, nella quale si trovano i falsatori, divisi in quattro categorie: falsatori di metalli con alchimia, falsatori di persone, falsatori di monete, falsatori di parole. Con il corpo deformato da orribili morbi giacciono a mucchi o si trascinano carponi gli alchimisti. Due di questi dannati attirano l’attenzione di Dante: stanno seduti, appoggiandosi l’uno alla schiena dell’altro, e cercano, con furiosa impazienza, di liberarsi delle croste che li ricoprono interamente. Furono arsi sul rogo dai Senesi, il primo, Griffolino d’Arezzo, per non avere mantenuto fede alla promessa di far alzare in volo, novello Dedalo, uno sciocco; il secondo, Capocchio, per aver falsificato i metalli, da quell'eccellente imitatore della natura che fu in vita.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 29 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Il gran numero di peccatori e gli orribili (diverse) supplizi
avevano resi quasi ebbri (inebrïate) i miei occhi (luci),
a tal punto che erano desiderosi di piangere.
Ma Virgilio mi disse: «Che cosa fissi insistentemente (pur)?
perché il tuo sguardo si sofferma (soffolge) ancora (pur)
laggiù in basso tra le anime mutilate?
Tu non hai fatto così nelle altre bolge;
se hai intenzione di contarle tutte (annoverar), pensa
che la bolgia si estende su un cerchio di ventidue miglia.
La luna è ormai (già) sotto i nostri piedi,
il tempo che ci è concesso è davvero poco,
e c’è ben altro da vedere che non quello che tu ora stai guardando».
Poi risposi io: «Se tu avessi considerato (atteso)
il motivo per cui io guardavo,
forse mi avresti concesso (dimesso) di soffermarmi».
Nel frattempo (Parte) la guida si incamminava,
e io lo seguivo, già rispondendogli,
e soggiungevo: «Dentro quella fossa (cava)
dove io adesso tenevo gli occhi fissi (a posta),
credo che un’anima della mia famiglia (sangue) espii (pianga)
la colpa che in quel luogo causa tanto dolore».
Allora disse il maestro: «Da questo momento
il tuo pensiero non si soffermi (franga) sopra di lui.
Pensa (Attendi) ad altro, ed egli se ne rimanga là;
io infatti lo vidi ai piedi del ponticello
indicarti a dito e minacciarti con violenza,
e sentii che veniva chiamato Geri del Bello.
Tu eri in quel momento completamente assorto
su quel dannato che fu signore di Altaforte,
per cui non volgesti gli occhi là, fino a quando se ne fu partito».
«O mia guida, è stata la sua morte violenta
che non ha ancora trovato vendetta», dissi io,
«da parte (per) di qualche parente che sia partecipe dell’offesa,
a renderlo sdegnato; per questo egli andò
senza parlarmi, almeno così io credo:
e proprio per questo egli mi ha reso più pietoso (pio) verso di lui».
Così discorremmo fino al bordo (loco primo) del ponte (scoglio)
dal quale si scorgerebbe la bolgia successiva (altra)
fino al fondo (imo), se ci fosse più luce.
Quando giungemmo sull’ultima bolgia (chiostra)
di Malebolge, così che i suoi dannati (conversi)
potevano essere veduti da noi,
mi colpirono (saettaron) strani (diversi) lamenti,
che penetravano come punte di ferro per il loro tono pietoso;
per cui io mi chiusi le orecchie con le mani.
Quali sarebbero (fora) le grida di dolore se, dagli ospedali
di Valdichiana, della Maremma o della Sardegna,
nei mesi di luglio e settembre, i malati (mali)
fossero riuniti tutti insieme in un sol luogo ristretto (fossa),
così era qui, e vi esalava il medesimo puzzo
che si leva dalle membra incancrenite.
Noi discendemmo sull’estremo argine
del lungo ponte, ancora (pur) da sinistra,
e allora il mio vedere giù verso il fondo
fu più nitido, laddove la giustizia,
infallibile ministro del sommo Re,
punisce i falsari che qui (sulla terra) essa segna sul suo libro (registra).
Non credo che fosse una tristezza maggiore
vedere nell’isola di Egina tutto il popolo infermo
quando l’aria fu così colpita dalla pestilenza (malizia),
che gli animali, anche il più piccolo essere vivente (vermo),
morirono tutti, e in seguito le popolazioni originarie,
secondo quanto i poeti tramandano come certo,
rinacquero (si ristorar) dalla stirpe (seme) delle formiche;
quanto era triste osservare in quella bolgia oscura
languire quelle anime in diversi gruppi (biche).
Chi giaceva sul ventre e chi si addossava alle spalle
di un altro, e chi si trascinava (trasmutava) carponi
per il doloroso sentiero.
Noi procedevamo lentamente (Passo passo) senza parole,
guardando e ascoltando i dannati colpiti da malattie,
i quali non potevano sollevare il corpo.
Ne vidi due seduti che s’appoggiavano l’uno all’altro,
come si accosta teglia con teglia per farle scaldare,
infettati di croste (schianze) da capo a piedi;
e non vidi mai un garzone lavorar di striglia (stregghia)
quando è atteso dal suo padrone (segnorso),
né colui che sta sveglio controvoglia,
come ciascuno di costoro spesso dava forti colpi (morso)
con le unghie su di sé per la gran smania del prurito,
al quale non c’è altro rimedio;
e le unghie penetravano (traevan) tanto in profondo (giù) nelle piaghe della scabbia,
quanto il coltello nelle squame della scardova
o di altro pesce che le abbia ancor più larghe.
«O tu che ti laceri (dismaglie) con le dita»,
disse la mia guida a uno di costoro,
«e che talvolta le trasformi in tenaglie,
dicci se tra costoro che sono qui dentro
c’è qualche italiano (Latino), e possa (se) in eterno
la tua unghia bastarti per questo lavoro».
«Siamo italiani noi due che tu puoi vedere
entrambi così deturpati», rispose uno piangendo;
«ma chi sei tu che chiedesti notizie di noi?».
E la guida rispose: «Io discendo
con questo vivo giù di cerchio in cerchio,
e mi propongo (intendo) di mostrargli l’Inferno».
Allora si ruppe il reciproco (comun) sostegno (rincalzo);
e ognuno si volse tremando a me
con gli altri che ascoltarono indirettamente (di rimbalzo).
Il valente maestro si accostò tutto verso di me,
dicendo: «Di’ loro ciò che tu vuoi»;
e io incominciai, dopo che egli volle (volse):
«Possa (Se) il ricordo di voi non dileguarsi (s’imboli) nella mente
degli uomini nel mondo della prima vita (primo),
ma possa vivere ancora per molti anni (soli),
ditemi chi siete e di qual città (genti);
non vi trattenga dal mostrarvi a me
la vostra sconcia e fastidiosa pena».
Uno rispose: «Io fui (originario) di Arezzo,
e Albero da Siena mi fece mettere al rogo (foco);
ma non mi conduce in questa bolgia l’accusa di eresia per la quale io morii.
È ben vero che io gli dissi, ma parlando per scherzo:
‘Io sarei in grado di sollevarmi in volo per l’aria’;
e quello, che aveva curiosità ma poco senno,
volle che io gli insegnassi la tecnica; e solo
perché io non riuscii a trasformarlo in Dedalo, mi fece
ardere da un tale (il vescovo di Siena) che lo considerava come un figlio.
Ma Minosse, a cui non è lecito (lece) errare,
mi condannò nell’ultima delle dieci bolge a causa
dell’alchimia che praticai (usai) nel mondo».
E io dissi al poeta: «Esistette forse mai gente
talmente fatua (vana) come quella senese?
Di certo non così tanto quella francese!».
Allora l’altro lebbroso, che mi capì,
rispose alle mie parole: «Escludi (Tra’mene) Stricca (dei Salimbeni)
che seppe fare spese moderate,
e Niccolò che per primo scoprì l’usanza dispendiosa (ricca)
dei chiodi di garofano nell’orto
dove questo seme attecchisce (s’appicca);
ed escludi (tra’ne) la brigata in cui Caccia d’Asciano
dilapidò la vigna e gli ampi possedimenti (fonda),
e l’Abbagliato diede ampia prova (proferse) del suo senno.
Ma perché tu sappia chi è colui che ti asseconda
in tal modo contro i Senesi, aguzza l’occhio verso di me,
in modo che il mio volto possa ben risponderti:
così vedrai che io sono l’anima (l’ombra) di Capocchio,
che per mezzo dell’alchimia falsai i metalli;
e ti devi ricordare, se ti ho ben riconosciuto,
come io fui valente imitatore (buona scimia) delle cose della natura».
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