Tesina sull'Irlanda - Terza Media



L'Irlanda, formalmente Repubblica d'Irlanda, è un Paese membro dell'Unione europea. 

In questa pagina trovate suggerimenti per ogni materia al fine di realizzare una tesina sull'Irlanda, e a seguire fra parentesi è presente il perché della scelta di quello specifico argomento. Tra i temi correlati si vedano gli appunti tesina sull'Inghilterramappa concettuale dell'Irlanda e la sezione tesine di terza media svolte.


Storia:
- La storia antica dell'Irlanda (i Celti), 

- La guerra d'indipendenza irlandese (combattuta dall'Esercito repubblicano irlandese contro il governo britannico in Irlanda)

- Conflitto nordirlandese (guerra a bassa intensità tra "Unionisti" e "Nazionalisti" tra la fine degli anni sessanta e la fine degli anni novanta del XX secolo in Irlanda del Nord)

- Grande carestia irlandese


Geografia:
- L'Irlanda


Scienze:
- Il trifoglio (simbolo dell'Irlanda)

- Il luppolo (ingrediente per la birra)


Tecnologia:
- Il processo di produzione della birra (passione degli irlandese per la birra)

- La Guinness (fabbrica più importante, produttrice di birra)

- Industria manifatturiera (tra le industrie principali)


Inglese:
- Ireland (testo sull'Irlanda in inglese)

- Saint Patrick (testo su San Patrizio in inglese)

- National symbols of Ireland, the Republic of Ireland and Northern Ireland (testo sui simboli che rappresentano l'Irlanda in inglese)

- Education in Britain (testo sul sistema scolastico inglese)

- Union Jack (la bandiera inglese)



Letteratura:
- Gabriele D'Annunzio e Il Piacere (collegabile solo con Oscar Wilde in quanto entrambi sono esteti)

William Butler Yeats (scrittore e poeta irlandese)

James Joyce (scrittore e drammaturgo irlandese)



Ed. fisica:
- Calcio gaelico (sport popolare)

- Calcio (è lo sport più praticato ma non è il più seguito)

- Hurling (sport popolare)

- Pallamano (sport popolare)

- Rounder (sport popolare)

- Equitazione (per le corse dei cavalli)

- Pugilato (sport popolare)

- Golf (sport popolare)

- Rugby (sport popolare)

- Hockey (sport popolare)

- Cricket (sport popolare)


Arte:
- Francis Bacon (uno dei pittori irlandesi di spicco del ventesimo secolo)

- Jack Butler Yeats (pittore irlandese)

- Thomas Burke (pittore irlandese)

- Arte celtica


Musica:
- Dolores O'Riordan (cantante irlandese dei Cranberries deceduta nel 2018)

- Musica irlandese


Francese:
- La Francophonie (in Irlanda si parla anche in francese)


Spagnolo:
- Siege of Kinsale (gli spagnoli supportarono gli irlandesi nell'assedio di Kinsale)


Religione:
- 17 marzo Festa di san Patrizio (santo patrono dell'Irlanda, come si festeggia)

- Halloween (è una festa celtica antichissima)

- Cattolici e protestanti
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Danni con fantasia - Ungaretti: analisi e commento



La poesia "Danni con fantasia" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1928 e fa parte della raccolta Sentimento del tempo.



Testo

Perché le apparenze non durano?

Se ti tocco, leggiadra, geli orrenda,
nudi l'idea e, molto più crudele,
nello stesso momento
mi leghi non deluso ad altra pena.

Perché crei, mente, corrompendo?

Perché t'ascolto?

Quale segreto eterno
mi farà sempre gola in te?

T'inseguo, ti ricerco,
rinnovo la salita, non riposo,
e ancora, non mai stanca, in tempesta
o a illanguidire scogli,
danni con fantasia.

Silenzi trepidi, infiniti slanci,
corsa, gelose arsure, titubanze,
e strazi, risa, inquiete labbra, fremito,
e delirio clamante
e abbandono schiumante
e gloria intollerante
e numerosa solitudine,

la vostra, lo so, non è vera luce,

ma avremmo vita senza il tuo variare,
felice colpa?




Analisi del testo e commento

Fornisco un'interpretazione personale di questa poesia, che è quello che mi ha suscitato leggendola e non sono per nulla certo che sia questo il messaggio che avrebbe voluto mandare Ungaretti (ammesso che ce ne sia uno, o se ce ne siano molteplici). Sentitevi libere di lasciare la vostra interpretazione nei commenti.

La poesia inizia con una domanda che che sorregge tutto il discorso del componimento: "Perché le apparenze non durano?".
Le apparenze non durano perché se si stesse riferendo ad apparenze di cose materiali allora potrebbero subire mutamenti nel tempo, niente rimane immutabile (ad esempio si consumano, o vengono riparate o restaurate). Se si stesse riferendo a qualcosa di astratto allora le apparenze possono cambiare anche in base al punto di vista di chi le sta osservando, perché una persona col tempo acquisisce esperienza e quindi un nuovo modo di vedere e può vedere anche più dettagli rispetto a prima o meno (se ad esempio ha perso interesse in essa, o se sta invecchiando e di conseguenza perdendo la capacità visiva).

La poesia si conclude con l'apostrofe "felice colpa", nel senso che probabilmente si stava rivolgendo ad essa sin dall'inizio. Si può essere felici sentendosi in colpa? Non credo, ma forse questo senso di colpa generato dalla sua mente (Perché crei, mente, corrompendo? Perché t'ascolto?) lo vede come una sorta di gioco mentale che lo perseguita ma da cui il Poeta non vuole nemmeno provare a scappare perché gli è caro (= felice).

Il titolo "danni con fantasia" visto in questa ottica del senso di colpa, potrebbe essere riferito alle pene  (= danni) che lo affliggono mentre sta pensando (= con fantasia).




Figure retoriche

Mi leghi ... ad altra pena = iperbato (v. 5).

T'inseguo, ti ricerco, rinnovo la salita, non riposo, e ancora, non mai stanca, in tempesta = climax ascendente (vv. 10-12).

Silenzi trepidi, infiniti slanci, corsa, gelose arsure, titubanze = asindeto (vv. 15-16).

E strazi, risa, inquiete labbra, fremito, e delirio clamante e abbandono schiumante e gloria intollerante e numerosa solitudine = polisindeto (vv. 17-21). In quanto si ripete la congiunzione "e".

Felice colpa = apostrofe (v. 24).
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Lindoro di deserto - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Lindoro di deserto" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti, porta l'indicazione "Cima Quattro, il 22 dicembre 1915" e fa parte della raccolta L'allegria.



Testo

Dondolo di ali in fumo
mozza il silenzio degli occhi

Col vento si spippola il corallo
di una sete di baci

Allibisco all'alba

Mi si travasa la vita
in un ghirigoro di nostalgie

Ora specchio i punti di mondo
che avevo compagni
e fiuto l'orientamento

Sino alla morte in balia del viaggio

Abbiamo le soste di sonno

Il sole spegne il pianto

Mi copro di un tiedipo manto
di lind'oro

Da questa terrazza di desolazione
i braccio mi sporgo
al buon tempo



Parafrasi

Nell'ondulante foschia della nebbia
che impedisce di vedere
Un vento la spazza un po' alla volta e
come quando si vedono labbra da baciare
Impallidisco nel vedere l'alba
Ho ripreso a vivere e
sono ritornati i miei ricordi nostalgici
Adesso vedo il nord, il sud, l'est e l'ovest 
i miei fedelissimi punti cardinali
e riesco a orientarmi
In balia del viaggio fino alla morte
Ci sono le soste per dormire e riposare
Il sole allontana la malinconia
Mi lascio avvolgere dal calore
della sua luce dorata
In questa desolante trincea
posso riaffacciarmi verso
un nuovo inizio



Analisi del testo e commento

Le poesie contenute nella raccolta L'Allegria sono tutte datate e da ciò possiamo notare che la poesia "Lindoro di deserto" sia stata scritta il giorno precedente in cui il poeta scriverà la poesia Veglia, dove si trovava a passare la notte buttato vicino a un compagno. Come già visto in altre poesie non è presente la punteggiatura.

Il titolo "Lindoro di deserto" va suddiviso in due parti: 
  • Lindoro → è il nome di una maschera veneziana della commedia di Carlo Goldoni della Trilogia di Zelinda e Lindoro. Il personaggio in questione è un giovane innamorato.
  • Di deserto → è un riferimento alla guerra, perché si combatte in ampi spazi all'aperto.

Nella notte del 22 dicembre 1915, Ungaretti si trova in trincea ma non ci sono sparatorie, anzi, sta "godendo" del suo turno di riposo o forse c'è una breve tregua. In realtà è una delle tanti notti difficili per via del freddo tipico della stagione invernale, vi è anche la nebbia e quindi c'è scarsa visibilità, e non vede l'ora che giunga l'alba perché il Sole riscalda e consente di avere una visuale migliore.
E così arriva l'alba e, il paesaggio che prima sembrava come se fosse avvolto dalle tenebre, per via del vento che allontana (spippola) la nebbia un po' alla volta, arriva in modo crescente un bagliore rossastro (il poeta dice che la sensazione è quella che si ha quando si stacca un pezzo alla volta un qualcosa, lui nomina il corallo, ma forse l'intento è quello di paragonarlo al rosario che si recita dicendo una preghiera per ogni perla della collana del rosario).
La sete di baci di cui si parla nel testo ribadisce il concetto che l'alba è il momento poetico per eccellenza, come se avesse labbra da baciare. E con la luce e il calore riprende la vita, come se sentisse l'alba dentro di sé. Come conseguenza di questo cambiamento climatico e umorale del poeta, riprendono vita anche i pensieri nostalgici, in compenso se prima si sentiva smarrito per la nebbia (sia quella reale che metaforica), adesso in assenza della nebbia ha di nuovo ritrovato l'orientamento ("i punti di mondo che aveva come compagni" sono i 4 punti cardinali). 
E così Ungaretti si colloca nello spazio sostenendo che, in quanto uomo, è in balia del viaggio dell’esperienza.
Durante questo viaggio vi sono le soste di sonno, che è il modo di procedere di una carovana nel deserto che si ferma solo quando è l'ora di dormire. Il riferimento al deserto, che è solo nei suoi pensieri perché appunto non si trova lì nel momento in cui scrive questa poesia, è dovuto al fatto che ha trascorso la giovinezza ad Alessandria d'Egitto.
Per la condizione dell'uomo di essere in balia del viaggio non gli è concesso sostare e, in suo soccorso arriva il sole, che è la vita, ovvero una figura riparatrice che cancella la malinconia (il sole spegne il pianto).
E con il verso "mi copro di un tiedipo manto" il poeta vuole dirci che la luce del sole lo riscalda come una coperta d'oro puro (il colore d'oro è anche un riferimento alla sabbia del deserto). 
Infine conclude la poesia con i versi "Da questa terrazza di desolazione i braccio mi sporgo al buon tempo" in cui riappare il presente devastato dalla trincea carsica che Ungaretti descrive come una terrazza di desolazione, dal momento che davanti a lui ha solo deserto e solitudine.
La presenza del sole è così confortante per il poeta che gli ha permesso di ritrovare quella vitalità che pareva aver perso in quella notte e rivolge le sue braccia verso la luce del sole come se lo stesse abbracciando. Sebbene lo spettro della guerra rimane sempre sullo sfondo vi è un sole che tutte le mattine sorge ugualmente: quello che vuole esprimere il poeta in questi versi è che l'alba rappresenta un giorno che comincia, un nuovo inizio, ed è sufficiente questo per non perdere la speranza.




Figure retoriche

Silenzio degli occhi = sinestesia (v. 2).

Sete di baci = metafora (v. 4).

Allibisco all'alba = allitterazione di L e B (v. 5).

Sino alla morte in balia del viaggio = anastrofe (v. 11). Cioè: "in balia del viaggio sino alla morte". 

Il sole spegne il pianto = metafora (v. 13)

Manto / di lind'oro = enjambement (vv. 14-15).

Terrazza di desolazione = metafora (v. 16).
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La pioggia nel pineto - D'Annunzio: parafrasi, analisi e commento



La poesia "La pioggia nel pineto" è stata scritta da Gabriele d'Annunzio nel 1902 e fa parte del secondo gruppo di liriche di Alcyone. Questa lirica è una delle più famose di D'Annunzio.



Testo

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell'aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.



Parafrasi

Taci. All’ingresso
del bosco non sento
parole che puoi definire
umane. Ma sento
parole più straordinarie
che parlano le gocce di pioggia e le foglie
lontane (perché il suono proviene dal folto del bosco).
Ascolta. Piove
dalle nuvole disseminate nel cielo.
Piove sulle tamerici
che sanno di sale e sono bruciate dalla calura,
piove sui pini
scagliosi (perché i tronchi sono ruvidi e come coperti di scaglie) e
ispidi (per le foglie aguzze)
piove sui mirti
divini (perché sacri a Venere),
sulle ginestre che splendono
per i fiori raccolti in mazzi,
sui ginepri ricoperti
di gemme profumate,
piove sui nostri visi
che fanno parte della foresta,
piove sulle nostre mani
nude,
sui nostri abiti
leggeri (attraverso i quali filtra la pioggia),
sui freschi pensieri
che l’anima fa sbocciare
rinnovata,
sulla favola bella
che ieri
ti illuse, che oggi mi illude,
o Ermione.
Odi?
La pioggia che cade
sul fogliame della pineta deserta
producendo un crepitio che dura
e varia secondo quanto è folto il fogliame.
Ascolta. Alla pioggia risponde
il canto delle cicale
che non è fermato
né dalla pioggia né dal colore scuro del cielo.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, e le gocce di pioggia sono come miriadi di dita che fanno suonare diversamente queste piante.
Noi siamo nel più intimo della foresta, non più esseri umani ma vivi d’una vita vegetale;
E il tuo volto bagnato ed inebriato dalla gioia e le tue chiome profumano come le ginestre, o creatura originata dalla terra che hai nome Ermione.
Ascolta, ascolta. Il canto delle cicale che stanno nell’aria va diminuendo sotto la pioggia che aumenta. Ma in crescendo si mescola un canto più rauco, che sale dall’ombra scura dello stagno in lontananza. Solo una nota ancor trema, si spegne, risorge, trema, si spegne. Non arriva il suono delle onde sulla spiaggia. Non si sente sulle fronde degli alberi scrosciare la pioggia d’argento che purifica, lo scroscio che varia secondo i rami più folti, meno folti.
Ascolta.
La cicala è muta, ma la figlia del lontano fango, la rana, canta nell’ombra più profonda, chissà dove, chissà dove.
E piove sulle tue ciglia,
o Ermione.
Piove sulle tue ciglia nere
che sembra tu pianga ma di piacere;
non bianca ma quasi verde, sembri uscita dalla corteccia di un albero.
E tutta la vita è in noi fresca e odorosa,
il cuore nel petto è come una pesca non ancora toccata,
gli occhi tra le palpebre
sono come fonti d’acqua in mezzo all’erba;
i denti nelle gengive sembrano mandorle acerbe.
E andiamo di cespuglio in cespuglio, ora tenendoci per mano ora separati
(la ruvida e forte stretta delle erbe aggrovigliate ci blocca le ginocchia)
chissà dove, chissà dove!
Piove sui nostri volti
divenuti tutt’uno con il bosco,
piove sulle nostre mani nude,
sul nostro corpo,
sui nuovi pensieri sbocciati dall’anima rinnovata,
sull’illusoria favola dell’amore
che ieri
mi illuse, che oggi ti illude,
o Ermione.



Figure retoriche

Taci = apostrofe (v. 1).

Piove = anafora, apostrofe e iterazione (v.10, v.12, v. 14, v. 20, v. 22, v.97, v. 118).

Salmastre ed arse = allitterazione della S (v. 10).

Gocciole = onomatopea (v. 6).

Che parlano gocciole e foglie = personificazione (v. 6)

Ascolta = anafora (v.8, v.40, v.65, v.88)

Mirti / divini = enjambement (vv. 14-15).

Su i mirti divini... su le ginestre fulgenti... su i ginepri folti = accumulazione (vv. 14-18).

Freschi pensieri = sinestesia (v. 26).

Ermione = personificazione (v.32, v.63, v.94, v.126). Ermione ha un doppio significato, rappresenta sia la donna che ama, sia il concetto astratto di un amore dimenticato su cui fare ritorno.

Crepitio = onomatopea (v. 36).

Più rade, men rade = climax discendente (v. 39).

Ciel cinerino = allitterazione della C (v. 44).

Siam nello spirito silvestre = allitterazione della S (vv. 52-53).

D'arborea vita viventi e il tuo volto ebro= allitterazione di R e V (v. 54).

Come una foglia = similitudine (v. 58).

Come le chiare ginestre = similitudine (vv. 60-61).

Chiare ginestre, o creatura terrestre = allitterazione di R e T (vv. 61-62).

Ascolta, ascolta = anadiplosi (v. 65).

Umida ombra remota = allitterazione della M + sinestesia (v. 74).

S’allenta, si spegne = climax discendente (v. 76).

Trema, si spegne, risorge, trema, si spegne = asindeto (vv. 78-79).

Risorge, trema, si spegneclimax discendente (v. 79).

Si spegne = epifora (v.78, v.79).

Crosciare = onomatopea (v. 82).

Fronda = sineddoche (v. 81). La parte per il tutto, il ramoscello anziché l'albero.

Argentea pioggia = sinestesia (v. 83).

Croscio onomatopea (v. 85).

Crosciare, croscio = figura etimologica (v. 80, v.83).

Del limo lontana = allitterazione della L (v. 91).

Il cuor nel petto è come pèsca = similitudine (v. 104).

Son come mandorle acerbe = similitudine (v. 109).

Verde vigor rude = allitterazione di V e R (v. 112).

Chi sa dove, chi sa dove = anadiplosi (v.94, v.115).

E piove = anafora (v. 95, v.116).

Son come polle tra l'erbe = similitudine (vv. 107).

Che ieri m'illuse, che oggi t'illude, o Ermione = climax ascendente (vv. 126-127).




Commento

La pioggia nel pineto è una delle più belle e celebri liriche di D'Annunzio, che attraverso pochi elementi è riuscito a creare una narrazione lunga e dotata di impareggiabile potenza descrittiva. Qui la poesia diventa musica: non bisogna badare quindi al significato delle parole, ma alle immagini e ai suoni melodici. Un giorno d'estate il poeta si trova cola sua compagna, Ermione, sul limitare di una pineta deserta vicino al mare (litorale versiliese). D'un tratto vengono sorpresi da un temporale estivo. Comincia a piovere e le gocce, cadendo sui rami e sulle foglie, intonano una musicalità nuova e suggestiva, da ascoltare in silenzio (ecco perché il poeta dice taci, ascolta, odi alla donna amata). La pioggia aumenta di intensità e si assiste ad una meravigliosa sinfonia silvestre (cioè dei boschi) nell'aria densa di nuovi profumi, insieme con il canto delle cicale e il gracidare delle rane. I due amanti si inoltrano nel bosco e immersi in quella freschezza della pioggia che batte sulle piante, si sentono come trasformare in creature vegetali quasi fossero anch'essi piante di quella selva (illusione della metamorfosi, come in una fiaba).
In questa lirica domina l'elemento musicale sottolineato da pause di silenzio: le immagini visive, uditive, olfattive e tattili sfumano e si perdono in quelle sonore; e anche le persone (il poeta e la sua compagna) perdono il valore per diventare partecipi dell'immensa sinfonia della natura. Il poeta ascolta la voce della pioggia sugli alberi del bosco e la riproduce con ricchezza di immagini e varietà di suoni. Le parole stesse e il ritmo dei versi si dissolvono in note di canto. È in questa atmosfera di sogno e armonie, anche il poeta e la sua donna si sentono rivestire di una personalità nuova e diversa: immersi nel verde della pineta, inebriati di suoni e di profumi si fondono con la natura che li circonda fino a sentirsi parte integrante di essa. Proprio da questa poesia si evince una novità dello stile d'annunziano, il panismo, cioè la capacità del poeta di accostarsi alla natura non tanto per contemplare le bellezze, quanto per immergersi in essa e diventarne parte viva.
Da questo esile spunto narrativo di partenza D'Annunzio ha costruito il suo invito ad ascoltare, ad assaporare fino in fondo il grande canto della natura: una voce interpretata e immortalata dalla parola poetica, la favola bella che ieri m'illuse che oggi t'illude, o Ermione.
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In Dormiveglia - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "In dormiveglia" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti, porta l'indicazione "Valloncello di Cima Quattro, 6 agosto 1916" e fa parte della raccolta L'allegria.



Testo

Assisto la notte violentata 

L’aria è crivellata 
come una trina 
dalle schioppettate 
degli uomini 
ritratti 
nelle trincee 
come le lumache 
nel loro guscio 

Mi pare 
che un affannato 
nugolo di scalpellini 
batta il lastricato 
di pietra di lava 
delle mie strade 
ed io l’ascolti 
non vedendo 
in dormiveglia 



Parafrasi

Assisto alla notte privata della sua quiete, l’aria è come un ricamo, bucherellata dagli spari degli uomini immobili, sporchi e viscidi nascosti in trincea come lumache nel loro guscio. Il suono delle pallottole (in questa trincea) mi è simile a quello di un numeroso gruppo di frettolosi scalpellini che battono la strada lastricata di pietre laviche del mio paese, e che io ascolto, senza vederli, nel dormiveglia.




Analisi del testo

La poesia è composta da 17 versi liberi suddivisi in due strofe. Come è nello stile di Ungaretti la punteggiatura è assente. Le lettere maiuscole servono a scandire le pause (= le pause tra uno scontro a fuoco e l'altro).

L'uso diffuso degli enjambement, cioè il procedimento stilistico di interrompere un verso, viene usato dal Poeta per mettere in risalto alcune parole.

Moltissime parole contengono suoni "duri" per trasmettere la sensazione degli spari nella prima strofa e degli scalpelli che battono sulla strada nella seconda strofa: assisTo, noTTe, vilenTaTa, cRivellaTa, Trina, schioppeTTaTe, riTRaTTi, TRincee, affannaTo, baTTa, lasTRicaTo, pieTRa, sTRade, ascolTi. 



Figure retoriche

Assisto la notte violentata = personificazione (v. 1). Cioè: "il poeta assiste la notte come farebbe un infermiere per un paziente o un familiare per un proprio caro che sta per morire". 

Assisto la notte violentata = allitterazione della t (v. 1).

Violentata = ipallage (v. 1). Questo aggettivo è usato per la notte, ma è sottinteso che a subire la violenza fisica e psicologica sono i soldati in trincea.

Crivellata come una trina dalle schioppettate = allitterazione della t (vv. 2-4).

Come una trina = similitudine (v. 3). S'intende che è traforato come un tessuto a pizzo, a ricamo.

Dalle schioppettate / degli uomini = enjambement (vv. 4-5).

Ritratti / nelle trincee = enjambement e allitterazione della t (vv. 6-7).

Come le lumache nel loro guscio = similitudine (v. 8). S'intende che i soldati sono sporchi e viscidi dal momento che devono muoversi strisciando per restare bassi. E il guscio delle lumache col significato di riparo e protezione è un riferimento alla casa, che per i soldati è la trincea.

Le lumache nel loro = allitterazione della L (vv. 8-9). Per dare una sensazione di morbido e tranquillo, rispetto ai suoi forti generati dalla consonante t.

Affannato / nugolo di scappellini = enjambement (vv. 11-12).

Lastricato / di pietra di lava = enjambement (vv. 13-14).



Commento

La poesia descrive una delle tante notti passate in trincea. Non una notte normale, tranquilla e silenziosa, bensì una notte violentata, ovvero una notte snaturata dalla guerra. Nel descrivere quella nottata attraverso l'uso di un termine così rude, il Poeta lascia intendere che di notti come questa non ce ne dovrebbero essere mai e che non augura a nessuno di rivivere l'esperienza che ha vissuto. Questo perché la vera violenza, intensa come condizione disumana, non la subisce la notte, ma i soldati in trincea. 

Qui vede i soldati in posizione estremamente difensiva: ritratti (cioè contratti), accovacciati a terra e in massima allerta. Questa immagine gli fa venire in mente le lumache che escono la testa fuori dal guscio quando intorno a loro è tutto tranquillo, ma al minimo pericolo si ritraggono in esso finché la situazione non ritorna stabile come prima.

Durante l'assalto notturno, Ungaretti è in dormiveglia, ovvero sta riposando ma è ugualmente sveglio dato che la notte è privata della sua quiete. Le fucilate insistenti rievocano al poeta soldato un ricordo ben lontano dalla guerra e dalla sua atrocità: il rapido battere dei martelli degli scalpellini sul lastricato delle strade della sua città natale (che è Alessandria d'Egitto).
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Aprile: eventi storici, santi e ricorrenze



Il mese di aprile è il quarto dei 12 mesi dell'anno secondo il calendario gregoriano ed è costituito da 30 giorni. Nel calendario romano, era chiamato Aprilis, nome che derivava dall'etrusco Apru, ossia "Afrodite", dea greca dell'amore, della bellezza, della generazione e della primavera. Per i romani corrispondeva alla dea Venere (Venus, in latino)  a cui era era dedicato il mese.
Un'altra teoria riguardante il nome del mese è quella legata al verbo latino aperire, cioè "aprire", per indicare il mese in cui si "schiudono" piante e fiori.

Il giorno più famoso di aprile è senza dubbio il primo del mese, per via della tradizione a livello mondiale di realizzare scherzi per poi esclamare "pesce d'aprile", con lo scopo di burlarsi della "vittima" di tale scherzo.

Stagione: primavera

Segni zodiacali: Ariete (fino al giorno 19) e Toro (dal giorno 20)

Altro: Frasi, proverbi e poesie sul mese di aprile


Di seguito trovate le feste, le ricorrenze e i santi del mese di Aprile, inoltre cliccando su uno specifico giorno troverete maggiori informazioni come eventi accaduti nel passato, la lista completa dei santi del giorno e altro ancora.

*Può capitare che alcune giornate mondiali o festività slittino di qualche giorno rispetto alla data indicata in questo articolo.


Feste, ricorrenze e santi

  • 1 aprile: Pesce d'aprile
    - S. Ugo di Grenoble vescovo
  • aprile: Giornata Mondiale per l’autismo
    - S. Francesco da Paola eremita
  • 3 aprile: Prima telefonata con un cellulare portatile
    - S. Riccardo di Chichester vescovo
  • aprile: Bill Gates e Paul Allen ad Albuquerque fondano la Microsoft
    - S. Isidoro di Siviglia vescovo
  • aprile: Oscar Wilde viene condannato al carcere per omosessualità dichiarata.
    - S. Vincenzo Ferrer
  • 6 aprile: Carbonara Day, Giornata Mondiale dello sport
    - S. Guglielmo da Vercelli abate
  • 7 aprile: Giornata mondiale della salute 
    - S. Giovanni Battista de La Salle sacerdote
  • 8 aprile: Ritrovamento della Venere di Milo
    - S. Giulia Billiart vergine
  • aprile: Fine della Guerra di secessione americana
    - S. Demetrio di Tessalonica martire
  • 10 aprile: I Beatles si sciolgono
    - S. Maddalena di Canossa vergine
  • 11 aprile: Arresto del boss mafioso Bernardo Provenzano
    - S. Stanislao vescovo e martire
  • 12 aprile: Primo uomo lanciato nello spazio
    - S. Zeno di Verona vescovo
  • 13 aprile: Incidente nello spazio per Apollo 13
    - S. Martino I papa e martire
  • 14 aprile: Nasce l'Unione Ciclistica Internazionale
    - Ss. Tiburzio, Valeriano e Massimo martiri
  • 15 aprile: Affondamento del Titanic
    - S. Damiano de Veuster sacerdote
  • 16 aprile: Giornata Mondiale della voce
    - S. Bernardetta Soubirous vergine
  • 17 aprile: Giornata Mondiale della lotta contadina
    - S. Roberto del la Chaise-Dieu abate
  • 18 aprile: Prime elezioni della Repubblica italiana
    - S. Galdino vescovo
  • 19 aprile: Prima apparizione televisiva de I Simpson
    - S. Emma di Sassonia vedova
  • 20 aprile: Nasce la Nutella
    - S. Agnese di Montepulciano vergine
  • 21 aprile: Giornata Mondiale della migrazione dei pesci
    - S. Anselmo da Aosta vescovo e dottore della Chiesa
  • 22 aprile: Giornata della Terra
    - S. Sotero papa
  • 23 aprile: Giornata Mondiale del libro e del diritto d’autore
    - S. Giorgio martire
  • 24 aprile: L'inganno del cavallo di Troia
    - S. Fedele da Sigmaringen sacerdote e martire
  • 25 aprile: Anniversario della liberazione d'Italia
    - S. Marco evangelista
  • 26 aprile: Giornata Mondiale della proprietà intellettuale
    - S. Cleto papa
  • 27 aprile: Giornata Mondiale del disegno, Giornata Mondiale del tapiro
    - S. Zita di Lucca vergine
  • 28 aprile: Giornata internazionale per la salvaguardia delle rane, Giornata internazionale per la sicurezza sul lavoro, Giornata mondiale delle vittime dell’amianto
    - S. Pietro Chanel sacerdote e martire
  • 29 aprile: Giornata internazionale della danza
    - S. Caterina da Siena vergine dottore della Chiesa
  • 30 aprile: Giornata Mondiale del jazz
    - S. Pio V papa
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Ricordo d'Affrica - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Ricordo d'Affrica" (erroneamente chiamata Ricordo d'Africa) è stata scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1924 e fa parte della raccolta Sentimento del tempo, nella sezione La fine di Crono. Un fatto insolito è che vi sono due poesie col medesimo nome ed entrambe di Ungaretti, e qui di seguito vi riportiamo entrambe le versioni, sia quella lunga, sia quella breve, in cui proveremo a dare una spiegazione trattandole come un'unica poesia, come se una fosse il continuo dell'altra.



Testo 1

Non più ora tra la piana sterminata
E il largo mare m'apparterò, né umili
Di remote età, udrò più sciogliersi, chiari,
Nell'aria limpida, squilli; nè più
Le grazie scerbe andrà nudando
E in forme favolose esalterà
Folle la fantasia,
Nè dal rado palmeto Diana apparsa
In agile abito di luce,
Rincorrerò
In un suo gelo altiera s'abbagliava,
Ma le seguiva gli occhi nel posarli
Arroventando disgraziate brame,
Per sempre
Infinito velluto.

E' solo linea vaporosa il mare
Che un giorno germogliò rapace,
E nappo d'un miele, non più gustato
Per non morire di sete, mi pare
La piana, e a un seno casto, Diana vezzo
D'opali, ma nemmeno d'invisibile
Non palpita.

Ah! questa è l'ora che annuvola e smemora.




Testo 2

Il sole rapisce la città

Non si vede più

Neanche le tombe resistono molto



Analisi del testo e commento

Giuseppe Ungaretti nacque nel 1888 da genitori lucchesi ad Alessandria d’Egitto, dove visse sino all’età di 24 anni compiendo gli studi secondari e frequentando gli ambienti letterari di quella città. I suoi primi ricordi d'infanzia rimandano a questa città, che egli ricorda con nostalgia, da qui il titolo "Ricordo d'Affrica".

Nella prima poesia è facile intuire che il tema principale è il tempo e che col passare del tempo (= invecchiando) si tende a ricordare meno bene le cose. In questo caso i ricordi sono quelli della sua infanzia trascorsa nella sua città, Alessandria d'Egitto, con la consapevolezza che non potrà più rivivere quei momenti. Il raddoppio arcaico (= antico) della lettera "f" per Affrica anziché Africa serve a creare un'immagine ancora più lontana e legata al passato. E poi vi sono numerosi aggettivi e immagini per raccontare la nostalgia, il ricordo, la tristezza dell'appannamento lento della memoria.

In questa poesia descrive brevemente Alessandria d'Egitto da un punto di vista geografico alludendo al fatto che si trova tra deserto (piana sterminata) e mare (il largo mare), e che in essa si trova un palmeto.

La figura di Diana è un riferimento alla Dea romana e la utilizza in questa poesia non per ribadire che è una dea della caccia ma per esprimere un sentimento di purezza e sensualità che egli attribuisce al deserto africano.

La poesia si conclude sostenendo che è giunta l'ora in cui il cielo si copre di nuvole (= annuvola) e quindi il Sole essendo coperto crea l'immagine di una persona che prova a ricordare ma i ricordi sono offuscati.



Nella seconda poesia il luogo in questione è sempre la città di Alessandria d'Egitto che viene "rapita" dal sole, ovvero questo Sole che porta luce e protezione (a differenza della nebbia), è però così intenso che non permette di vedere, è accecante. Quindi Ungaretti paragona il bagliore del Sole alla difficoltà che ha nel rievocare i ricordi giovanili di quando viveva in Africa. Questi ricordi ci sono ancora, sopravvivono nella sua memoria, ma diventano lentamente sempre più friabili (= cioè si sgretolano facilmente) sotto il peso della lontananza e del trascorrere del tempo. Non è sufficiente nemmeno pensare alle persone care passate a miglior vita per permettere al ricordo di restare integro sotto un sole tanto accecante.



Figure retoriche

Nella prima poesia:

Piana sterminata = perifrasi (v. 1). Per indicare il deserto.

Nell'aria limpida squilli = allitterazione della L (v. 4).

Forme favolose folle fantasia = allitterazione della f (vv. 6-7).

Annuvola e smemora = endiadi (v. 23).



Nella seconda poesia:

Il sole rapisce la città = metafora (v. 1). S'intende che l'intera città è avvolta dal bagliore del sole.




Commento

Secondo il mio personale punto di vista, giusto o sbagliato che sia, vi è un diverso ed opposto uso del Sole nelle due poesie. Nella prima poesia la presenza del Sole è benefica per la memoria di Ungaretti, infatti solo quando le nuvole lo coprono arriva l'ora in cui "smemora" (ovvero smette di ricordare). Nella seconda poesia, invece, il Sole ha sin da subito un effetto negativo per la memoria di Ungaretti perché è troppo intenso (dice il proverbio: il troppo stroppia). Da notare come in entrambe le poesie c'è qualcosa che ostacola il ricordo dell'Africa, e metaforicamente credo il Sole rappresenti la qualità del ricordo di Ungaretti: quando il Sole è di intensità media riesce a ricordare bene (Ungaretti è sereno e ispirato), quando è di intensità bassa perché coperto dalle nuvole non riesce a ricordare (appannamento della memoria), quando è troppo intenso probabilmente è lui stesso che smette volutamente di ricordare perché sta ricordando così tante cose che viene sopraffatto dalle emozioni. Ho pensato a questo perché quando una persona ripensa nostalgicamente al passato, me la immagino parecchio triste e con gli occhi così pieni di lacrime da non riuscire nemmeno a vedere, e il pensare alle tombe dei propri cari, secondo me, non fa altro che rafforzare questa teoria.
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