Purgatorio Canto 17 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del diciassettesimo canto del Purgatorio. In questo canto a Dante ha visioni di esempi di ira punita e al termine del quale l'angelo della pace gli cancella la seconda P dalla sua fronte. Virgilio spiega a Dante la teoria dell'amore e come si diventa peccatori di accidia. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 17 del Purgatorio.


Le figure retoriche

Vedessi non altrimenti che per pelle talpe come, quando i vapori umidi e spessi a diradar cominciansi, la spera del sol debilemente entra per essi = similitudine (vv. 2-6). Cioè: "tu vedesti non diversamente dalla talpa con gli occhi coperti dalla pelle, come il sole penetra debolmente attraverso i vapori umidi e spessi quando questi iniziano a diradarsi".

La spera / del sol = enjambement (vv. 5-6).

O imaginativa = apostrofe (v. 13).

Ch’om non s’accorge perché dintorno suonin mille tube = iperbole (v. 14-15). Cioè: "che uno non si accorge neppure che suonano mille trombe".

Chi move te = anastrofe (v. 16). Cioè "che ti muove".

Ne l’imagine mia = anastrofe (v. 21). Cioè: "nella mia immagine, nella mia mente".

Non venìa cosa = enjambement (vv. 23-24).

Dispettoso e fero = endiadi (v. 26). Cioè: "sdegnoso e irato".

Rompeo sé per sé stessa, a guisa d’una bulla cui manca l’acqua sotto qual si feo = similitudine (vv. 31-33). Cioè: "svanì di per se stessa, come una bolla d'aria che viene meno perché sotto di essa non c'è più acqua".

Ancisa t’hai = anastrofe (v. 37). Cioè: "ti sei uccisa".

Come si frange il sonno ove di butto nova luce percuote il viso chiuso, che fratto guizza pria che muoia tutto; così l’imaginar mio cadde giuso tosto che lume il volto mi percosse, maggior assai che quel ch’è in nostro uso
= similitudine (vv. 40-45). Cioè: "Come il sonno si interrompe, quando di colpo una luce improvvisa colpisce gli occhi chiusi, così che esso scompare gradualmente poco alla volta; così la mia visione cessò non appena il viso fu colpito da una luce, assai più intensa di quella cui siamo abituati"

Il viso chiuso = sineddoche (v. 41). Cioè: "gli occhi chiusi", il tutto per la parte.

Ma come al sol che nostra vista grava e per soverchio sua figura vela, così la mia virtù quivi mancava = similitudine (vv. 52-54). Cioè: "Ma come davanti al sole che abbaglia la nostra vista e per eccesso di luce nasconde la sua figura, così in questo caso la mia capacità visiva veniva meno".

Divino spirito = anastrofe (v. 55). Cioè: "spirito divino".

Ne la / via = enjambement (vv. 55-56).

Sì fa con noi, come l’uom si fa sego = similitudine (v. 58). Cioè: "Si comporta con noi come l'uomo fa con se stesso".

Or accordiamo a tanto invito il piede = metonimia (v. 61). Cioè: "Ora affrettiamoci per assecondare un così alto invito", il concreto per l'astratto.

Al primo grado fui = anastrofe (v. 66). Cioè: "fui al primo gradino".

Beati / pacifici = enjambement (vv. 68-69). Cioè: "Beati i pacifici".

Che la notte segue = anastrofe (v. 71). Cioè: "che segue la notte".

O virtù mia = apostrofe (v. 73).

Ed eravamo affissi pur come nave ch’a la piaggia arriva = similitudine (v. 78). Cioè: "ed eravamo fermi proprio come una nave che è arrivata alla riva".

Maestro mio = anastrofe (v. 81). Cioè: "mio maestro".

Dolce mio padre = anastrofe (v. 82). Cioè: "Mio dolce padre".

Scemo / del suo dover = enjambement (vv. 85-86).

Nel primo ben diretto = perifrasi (v. 97). Per dire "verso Dio, il bene supremo".

Comprender puoi = anastrofe (v. 103). Cioè: "puoi comprender".

‘l contrario ama = anastrofe (v. 120). Cioè: "desidera il contrario".

Buona / essenza = enjambement (vv. 134-135).

Frutto e radice = endiadi (v. 135).
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Purgatorio Canto 16 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del sedicesimo canto del Purgatorio. I due poeti si addentrano nel fumo oscuro e denso e incontrano gli iracondi che intonano l'Agnus Dei come simbolo della mansuetudine, tra questi Marco Lombardo. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 16 del Purgatorio.


Le figure retoriche

Non fece al viso mio sì grosso velo come quel fummo ch’ivi ci coperse = similitudine (vv. 4-5). Cioè: "non stese mai sulla mia vista un così fitto velo, come quella nebbia che lì ci avvolse".

Né a sentir di così aspro pelo = metafora (v. 6). Cioè: "né così pungente al contatto".

Saputa e fida = endiadi (v. 8).

L’omero = sineddoche (v. 9). La parte per il tutto, l'omero invece che il braccio.

L’omero m’offerse = anastrofe (v. 9). Cioè: "e mi offri il suo appoggio".

Sì come cieco va dietro a sua guida per non smarrirsi e per non dar di cozzo in cosa che ‘l molesti, o forse ancida, m’andava io per l’aere amaro e sozzo, ascoltando il mio duca = similitudine (vv. 10-14). Cioè: "come il cieco segue la sua guida per non perdersi e non urtare qualcosa che possa ferirlo o forse ucciderlo, così io procedevo in quell'aria amara e oscura, ascoltando il mio maestro".

Amaro e nero = endiadi (v. 13). Cioè: "acre e acida". In riferimento al fumo.

Pareva / pregar = enjambement (vv. 16-17).

Che le peccata leva = anastrofe (v. 18). Cioè: "che toglie i peccati del mondo".

Una parola in tutte era e un modo, sì che parea tra esse ogne concordia = similitudine (vv. 20-21). Cioè: "tutti dicevano la stessa cosa e in modo tale che sembrava esserci una totale concordia".

Tu vero apprendi = anastrofe (v. 21). Cioè: "tu hai appreso il vero".

Detto fue = anastrofe (v. 28). Cioè: "fu detto".

Maestro mio = anastrofe (v. 29). Cioè: "mio maestro".

E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso = iperbato (v. 40). Cioè: "E se Dio mi ha accolto.. in sua grazia".

Del moderno uso = anastrofe (v. 42). Cioè: "dell'uso moderno".

Tue parole fier le nostre scorte = metafora (v. 45). Cioè: "le tue parole saranno le nostre guide, nel senso che accompagneranno il loro cammino".

Del mondo seppi = anastrofe (v. 47). Cioè: "sapiente/esperto del mondo".

Ciascun disteso l’arco = metafora (v. 48). Cioè: "ognuno ha abbandonato".

Per me / prieghi = anastrofe (v. 51). Cioè: "preghi per me".

Sentenza tua = anastrofe (v. 56). Cioè: "tua sentenza".

Gravido e coverto = endiadi (v. 60). Cioè: "ripieno e coperto".

Lo mondo è cieco = metafora (v. 66).

A maggior forza e a miglior natura = perifrasi (v. 79). Per indicare Dio.

A guisa di fanciulla che piangendo e ridendo pargoleggia, l’anima semplicetta che sa nulla = similitudine (vv. 86-88). Cioè: "come una fanciulla, che piange e ride senza saperne il motivo".

Volontier torna = anastrofe (v. 90). Cioè: "torna volentieri".

Per fren porre = anastrofe (v. 94). Cioè: "per porre freno".

’l pastor = perifrasi (v. 98). Per indicare il papa.

La spada / col pasturale = enjambement (vv. 109-110).

In sul paese ch’Adice e Po riga = perifrasi (v. 115). Per indicare la Lombardia.

Secol selvaggio = metonimia (v. 135). L'effetto per la causa, selvaggio invece di corrotto/corruzione.
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Paradiso Canto 17 - Parafrasi



Dante interroga Cacciaguida sul proprio futuro, e questi gli predice l'esilio e il successivo rifugio presso il magnanimo Cangrande della Scala; incita poi Dante a raccontare ciò che ha appreso nel suo viaggio, anche se potrà riuscire sgradito a qualcuno.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 17 del Paradiso. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Come si rivolse (venne) a Climene, per avere notizie
su quanto egli aveva sentito contro di sé, colui (Fetonte)
che ancora oggi rende i padri restii (scarsi) (alle concessioni) ai figli,
così ero io, e ben lo compresero Beatrice
e la luce beata (di Cacciaguida) che prima si era mossa
dal suo posto per farsi incontro a me.
Pertanto Beatrice così mi parlò: «Manifesta
il tuo ardente desiderio (vampa del tuo disio), in
maniera tale da esprimerne l’intima richiesta (la in terna stampa):
non perché con le tue parole tu possa accrescere
la nostra conoscenza, ma perché ti abitui (t’ausi)
a esprimere i tuoi desideri (dir la sete) in modo che vengano soddisfatti (l’uom ti mesca)».
«O mia amata radice (piota), che ti elevi (t’insusi)
tanto che, come gli uomini (terrene menti) capiscono
che un triangolo non può contenere (capere) due angoli ottusi,
così tu puoi conoscere gli eventi prima che
si realizzino (anzi che sieno in sé) guardando in Dio,
il luogo in cui tutto il tempo si fa presente;
durante la mia ascesa insieme a Virgilio
sulla montagna (del Purgatorio) che purifica le anime,
e nella discesa all’Inferno, regno dei morti (mondo defunto),
mi furono (fuor) rivolti preoccupanti accenni
sul mio futuro, per quanto (avvegna ch’) io mi ritenga
già preparato (tetragono) alle disgrazie della fortuna;
per cui il mio desiderio sarebbe soddisfatto
dal sapere quale destino mi si avvicina,
poiché una freccia prevista giunge più lentamente».
Questo io chiesi all’anima luminosa (di Cacciaguida)
che già si era rivolta a me; e così il mio intimo desiderio
fu espresso (confessa), come mi aveva invitato a fare Beatrice.
E non con parole oscure (ambage), nelle quali
i pagani (gente folle) una volta rimanevano irretiti (s’inviscava)
prima che venisse ucciso Cristo, l’Agnello di Dio
che toglie (tolle) i peccati, ma con un discorso chiaro
e un linguaggio (latin) ben distinto mi rispose quel padre amoroso,
avvolto e visibile (parvente) nella propria letizia:
«Tutte le cose contingenti, che non si estendono
al di fuori dell’ambito (quaderno) del mondo umano (vostra matera),
sono presenti nella mente divina (cospetto eterno);
ma non per questo diventano cose necessarie,
come non accade a una nave di percorrere un fiume impetuoso (torrente)
per il fatto di essere vista dagli occhi di qualcuno.
Da quella mente divina (Da indi) giunge
al mio sguardo il futuro che ti si prepara,
come dall’organo giunge all’udito il suo dolce suono.
Come Ippolito, per colpa della crudele e malvagia
matrigna (noverca) (Fedra) dovette lasciare (si partio) Atene,
così sarà necessario (ti convene) a te abbandonare Firenze.
Questo si desidera e si sta già cercando di attuare,
e presto verrà fatto da chi (a chi) trama (a Roma),
dove continuamente si fa mercato della religione (Cristo).
L’infamia (colpa), come sempre accade,
sarà addossata ai vinti a gran voce (in grido);
ma la punizione (vendetta) dei colpevoli sarà
testimonianza (fia testimonio) della verità (Dio) che la infligge.
Tu dovrai abbandonare tutto ciò che ami di più: e sarà
questa la prima dolorosa freccia (strale) che l’esilio scocca (saetta).
Tu sperimenterai quanto è amaro il pane
straniero (altrui), e quale umiliante cammino (calle)
sia uscire ed entrare nei palazzi degli altri.
E ciò che più ti sarà di peso,
sono i compagni crudeli e divisi, insieme ai quali
ti troverai in questa misera condizione (valle);
i quali, completamente ingrati, sciocchi e malvagi
ti si rivolteranno contro; ma, dopo poco tempo,
loro, e non tu, avranno il volto macchiato di rosso.
Il loro comportamento (suo processo) sarà testimonianza
della loro follia; e sarà stata cosa
onorevole esserti isolato da loro.
Il primo riparo e ospitale albergo (ostello) te
lo offrirà il cortese e potente signore lombardo (di Verona)
che nella sua insegna ha (porta) l’aquila in cima a una scala;
egli si rivolgerà a te con tanta amicizia
che tra il dare e il chiedere, nel vostro rapporto,
verrà prima quello che di solito viene per secondo.
Insieme a lui conoscerai l’uomo che alla nascita ricevette (’mpresso fue)
tanto le influenze di forza di questo pianeta (Marte),
che le sue azioni saranno (fier) degne di nota.
I popoli non se ne sono ancora resi conto per la sua
giovane (novella) età, dato che da soli nove anni
questi cieli sono girati (son … torte) per lui;
ma prima che il papa Clemente V (’l Guasco) tradisca
il nobile imperatore Arrigo VII, si manifesteranno già
le prime scintille (faville) del suo valore nel disprezzare ricchezze e fatiche.
Le sue nobili azioni diventeranno allora (ancora)
ben note, così che neppure i suoi nemici
potranno non parlare di lui (tener le lingue mute).
Affidati a lui e alla sua generosità; per opera
sua molte persone modificheranno (fia trasmutata)
il proprio stato, e ricchi e poveri (mendici) scambieranno la loro condizione;
e tu avrai impresse nella memoria (mente) notizie
di lui che non riferirai»; e m confidò cose difficili
da credere anche per coloro che le vedranno direttamente.
Quindi aggiunse: «Figliuolo, queste sono
le chiarificazioni (chiose) su ciò che ti era stato detto;
questi gli agguati che entro pochi anni ti si preparano.
Ma non voglio che tu porti odio (invidie) ai tuoi concittadini,
dato che la tua vita è destinata a durare ben oltre (via più là)
la punizione delle loro malvagie azioni».
Quando, con il suo silenzio, il beato dimostrò
di aver concluso (si mostrò spedita) di trattare l’argomento (metter la trama in quella tela)
che io gli avevo sottoposto appena imbastito (ordita), io,
come una persona che avendo un dubbio desidera
avere il consiglio di chi conosce bene le cose e desidera
il bene (vuol dirittamente) e gli vuole bene, ricominciai a chiedere:
«Capisco bene, o padre, quanto incalzino
i tempi contro di me, per infliggermi una sventura tale,
che sarà più dolorosa per chi più vi si lascia andare;
per cui è bene che io sia previdente (di provedenza … m’armi),
affinché, se verrò privato del luogo che più amo,
almeno non perda, per colpa dei miei versi (carmi), gli altri rifugi.
Giù nell’Inferno, luogo di eterno dolore,
e su per la montagna del Purgatorio, dalla bella cima (cacume)
del quale lo sguardo di Beatrice mi sollevò,
e poi in Paradiso (per lo ciel), di pianeta in pianeta (di lume in lume),
io ho saputo cose che, se le riferirò, a molte persone
riusciranno di sapore alquanto aspro (forte agrume);
ma se io avrò timore (son timido amico) di dire la verità,
ho paura di non sopravvivere (perder viver) nella memoria
di quelli che guarderanno a questi anni come a un lontano passato (chiameranno antico)».
Il lume nel quale gioiva (rideva) il mio amato antenato (tesoro),
incontrato in quel cielo (lì), dapprima si fece più brillante (corusca),
Come una lamina dorata colpita da un raggio di sole;
poi mi rispose: «L’anima offuscata (fusca) da una
vergognosa colpa, personale o di congiunti, certo
sentirà sgradevoli (brusca) le tue rivelazioni.
Ciò nonostante, eliminata ogni bugia,
dichiara (fa manifesta) completamente ciò che hai visto;
e non preoccuparti che chi ha la rogna si gratti.
Poiché ciò che tu dirai, se al primo assaggio (primo gusto)
risulterà fastidioso, poi diventerà cibo (nodrimento) vitale,
una volta digerito (quando sarà digesta).
La tua forte voce accusatrice (grido) sarà come il vento,
che maggiormente colpisce le punte più alte;
e già questo non è scarso motivo (argomento) di onore.
Perciò in questi cieli (rote), e sul colle (del Purgatorio)
e nel mondo infelice (dell’Inferno) ti si sono fatti incontro
soprattutto (pur) gli spiriti di persone famose, giacché
il sentimento (animo) di chi ascolta non si sofferma
né dà credito a un esempio (essempro) che abbia (aia)
un’origine (radice) sconosciuta e nascosta, o ad altra
materia argomento) che non appaia evidente (paia)».
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Paradiso Canto 16 - Parafrasi



Continua il dialogo fra Dante e Cacciaguida, che nel canto precedente ha tratteggiato l’immagine della Firenze del passato. Ora il Poeta gli rivolge una serie di domande precise: chi furono i comuni antenati, in quale periodo il trisavolo visse, quali furono le caratteristiche dell’ovil di San Giovanni nei tempi passati e quali le famiglie più ragguardevoli. Illuminandosi di gioia nel rispondergli, Cacciaguida rivela di essere nato alla fine del secolo XI, aggiungendo che le case della sua famiglia si trovavano dentro la prima cerchia di mura: garanzia, questa, di antica nobiltà. La popolazione fiorentina era assai meno numerosa di quella dei tempi del Poeta, ma di sangue più puro. Ora, invece, essa è contaminata dalla presenza di famiglie venute dal contado, che la città, nella sua progressiva espansione, è giunta ad assorbire. Anche il numero dei nobili è aumentato, poiché molti feudatari, vinti dal comune fiorentino, sono stati costretti ad abbandonare il contado e a trasferirsi in città. Origine di questi sconvolgimenti sociali e politici è l’intervento della Chiesa in campo temporale a danno degli interessi dell’lmpero, che non può più opporsi all’espansione dei centri cittadini. Tuttavia questa mescolanza di stirpi e di famiglie porterà ad un aumento delle discordie e delle lotte civili e, quindi, ad una rapida decadenza delle città. Nella seconda parte del canto Cacciaguida enumera moltissime famiglie nobili della Firenze antica, ormai scomparse o in via di decadimento e conclude il suo discorso ricordando le famiglie degli Adimari e dei Buondelmonti, il cui dissidio causò le prime divisioni della città.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 16 del Paradiso. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

O fragile umana nobiltà di sangue, se tu fai
inorgoglire di te qui sulla terra dove i sentimenti
umani (l’affetto nostro) sono deboli (langue), a me
non sembrerà mai più un fatto sorprendente, dato
che lassù, dove il desiderio (appetito) non si travia,
cioè in Paradiso, io me ne inorgoglii.
Ma tu sei come un mantello (manto) che presto si accorcia,
così che il tempo con le forbici (force) lo riduce (va dintorno),
se non si aggiunge (stoffa) di giorno in giorno (di dì in die).
Dandogli del ‘voi’, usato in segno di reverenza (s’offerie)
per la prima volta a Roma, uso che la gente romana (sua famiglia)
conserva meno degli altri, riprese il mio parlare;
per cui Beatrice, che si trovava un po’ discosta (scevra),
sorrise, e così sembrò quella donna che tossì (tossio)
al primo errore (fallo) che si narra di Ginevra.
Io dissi: «Voi siete il mio progenitore;
voi mi date completa fiducia nel parlare;
voi mi sollevate tanto che io mi sento superiore a quello che sono normalmente (ch’i’ son più ch’io).
Da tante fonti (Per tanti rivi) si colma di gioia
la mia anima, che si rallegra con se stessa
perché può sostenerla senza spezzarsi.
Rivelatemi ora, o amato capostipite (mia primizia),
chi furono i vostri progenitori e quali furono gli anni
di cui si prese nota (segnaro) quando eravate fanciullo;
parlatemi di Firenze (l’ovil di San Giovanni), quanto era grande
a quei tempi, e quali erano le famiglie in città
che si meritavano i più grandi onori (alti scanni)».
Come al soffio dei venti il carbone ardente (in fiamma)
si ravviva, così io vidi il lume (di quell’anima) sfolgorare
per i miei affettuosi omaggi (blandimenti);
e come si fece più bella agli occhi,
così con voce più pura e aggraziata (nel rispondermi),
ma non nella lingua di oggi, mi disse:
«Dal giorno dell’Annunciazione (Da quel dì che fu detto ‘Ave’)
al parto con il quale mia madre, che adesso è qui beata,
si sgravò di me di cui era incinta (grave), questo pianeta
Marte (foco) si congiunse (venne) 580 volte (fiate)
alla costellazione del Leone, e sotto la sua
zampa (pianta) acquistò nuovo fulgore (rinfiammarsi).
Io e i miei antenati (antichi) nascemmo nella zona di Firenze
che si incontra all’entrata (si truova pria) dell’ultimo sestiere
da parte di chi corre l’annuale palio fiorentino (annüal gioco).
Tanto ti sia sufficiente sapere dei miei avi;
chi essi siano stati e da dove siano giunti qui,
è più conveniente tacerlo che parlarne.
Tutti gli uomini idonei alle armi che ai miei
tempi vivevano tra Ponte Vecchio (Marte) e il Battistero (Batista),
erano un quinto di quanti vi vivono oggi.
Ma la popolazione, che adesso si è mescolata
con la gente di Campi, di Certaldo, di Figline,
la si trovava pura fino al più umile artigiano (ultimo artista).
Ah, come sarebbe (fora) meglio che la gente
di quei luoghi che ho nominato fosse solo confinante (vicine),
e che (Firenze) avesse i suoi confini a Galluzzo e Trespiano,
invece che averla fra le proprie mura (dentro) e dover sopportare
il fetore del contadino di Aguglione e di Signa,
che ora ha lo sguardo attento (l’occhio aguzzo) a far baratteria (per barattare).
Se il clero, la famiglia che più al mondo degenera (traligna),
fosse stato con l’imperatore (Cesare) non una matrigna (noverca),
ma una madre benevola verso il figlio amato,
qualcuno che è diventato fiorentino e vi fa il cambiatore
e il mercante invece sarebbe rimasto (vòlto) a Semifonte,
dove l’antenato andava in giro a vendere la sua merce al minuto (a la cerca);
il castello di Montemurlo sarebbe ancora dei conti Guidi;
la famiglia dei Cerchi sarebbe nelle parrocchie (piovier) di Acone,
e i Buondelmonti probabilmente nella valle del Greve.
Da sempre il mescolarsi (confusion) delle stirpi
è stato l’inizio della rovina delle città, come causa
del male dell’uomo (vostro) è il cibo che si aggiunge ad altro (s’appone);
e un toro cieco crolla più velocemente (avaccio) di un agnello cieco;
e molto spesso una sola spada colpisce
più e meglio di cinque spade.
Se tu pensi a come sono finite (ite) le città di
Luni e di Orbisaglia, e a come stanno decadendo
sulla loro scia (di retro ad esse) le città di Chiusi e
Senigallia, non ti sarà incredibile (nova) e difficile da
capire (forte) il fatto che le stirpi vadano in rovina,
dal momento che (poscia che) le stesse città sono destinate a finire.
Tutte le cose terrene muoiono, proprio come voi uomini;
ma la morte si nasconde in alcune cose che hanno
la vita lunga, in confronto alla vita umana che è breve.
E come il girare del cielo della Luna copre
e discopre continuamente (sanza posa) le coste,
così il Destino fa con Firenze: per cui non deve
sembrare un fatto incredibile (mirabil cosa) quello
che narrerò dei Fiorentini nobili la cui fama
è occultata (nascosa) dal tempo.
Io vidi la famiglia degli Ughi, i Catellini,
i Filippi, i Greci, gli Ormanni e gli Alberichi, quando erano
ancora eminenti (illustri), benché in decadenza (nel calare);
e vidi, di potenza pari alla loro antichità, le famiglie
dei Soldanieri, degli Ardinghi e dei Bostichi,
insieme a quelli della Sannella e dell’Arca.
Nei pressi (Sovra) di Porta San Pietro, che
oggi è tanto oppressa e gravata (carca ... di tanto peso)
dalla recente malvagità che presto ci sarà zavorra (iattura)
nella barca, abitava la famiglia dei Ravignani,
da cui discende il conte Guido Guerra
e tutti coloro che dal nobile Bellincione Berti hanno preso il nome.
La famiglia della Pressa sapeva già governare (regger si vuole),
e i Galigai avevano già in casa la spada da cavaliere
con l’elsa e il pomo dorati (le insegne di chi ha l’investitura di cavaliere).
Già era potente lo stemma della lista di Vaio,
i Sacchetti, i Giochi, i Fifanti e i Barucci, i Galli e i Chiaramontesi,
che ancora arrossiscono per la frode dello staio.
Potente era già anche la famiglia (ceppo) da cui
ebbero origine i Calfucci, e già occupavano
le alte cariche (curule) i Sizi e gli Arrigucci.
In quanta gloria ho visto (gli Uberti) che ora sono scomparsi (disfatti)
per la loro superbia! E la casata delle palle d’oro (i Lamberti)
dava lustro (fiorian) a Firenze con ogni sua valorosa impresa.
E ugualmente agivano gli antenati di coloro i quali,
quando (sempre che) la sede vescovile è vacante (vaca),
s’impinguano sedendo nel collegio ecclesiastico (consistoro).
La tracotante stirpe che incrudelisce (s’indraca)
contro coloro che fuggono, ma si fa umile come un agnello
con chi oppone resistenza o offre denaro (la borsa),
cominciava allora a fiorire, ma da basse origini (picciola gente);
così che Ubertino Donati si dispiacque che il suocero,
Bellincione Berti, lo rendesse parente con loro.
La famiglia dei Caponsacchi era già venuta da Fiesole
ad abitare nella zona di Mercato Vecchio,
ed erano cittadini onorati i Giudi e gli Infangati.
Ti rivelerò un fatto difficile da credere ma vero:
nella piccola cinta muraria si entrava attraverso una porta
che prendeva il nome (si nomava) dalla famiglia Della Pera.
Tutti quelli che si fregiano (porta) dello stemma
del nobile Ugo il Grande (gran barone), di cui la
festa di s. Tommaso celebra fama e meriti,
da lui ricevettero la dignità cavalleresca e tale privilegio;
nonostante che (avvegna che) in questi tempi
faccia causa comune (si rauni) con il popolo colui
che cinge tale stemma (la fascia) con un fregio d’oro.
C’erano già i Gualterotti e gli Importuni; e
il Borgo Santi Apostoli sarebbe tuttora più tranquillo
se essi non avessero (fosser digiuni) nuovi vicini.
La famiglia degli Amidei da cui ebbe origine la vostra rovina (fleto),
per il giustificato sdegno che vi ha perduti (morti) e concluse
il periodo felice della vita di Firenze, era riverita, lei con i suoi parenti:
o Buondelmonte dei Buondelmonti, con quanto danno rifiutasti
il matrimonio con essa per i consigli (conforti) di altri!
Molti sarebbero oggi felici, e invece sono
nel dolore, se il Signore ti avesse immolato al fiume
Ema, il primo giorno che giungesti a Firenze.
Ma era destino che Firenze sacrificasse (fesse vittima)
il suo ultimo momento di pace a quella statua
mutilata (di Marte) (pietra scema) che è posta su Ponte Vecchio.
Abitata da queste nobili famiglie
e da altre loro pari, io vidi Firenze
in tanta pace che non aveva motivo di dolersi.
Insieme a tali famiglie io vidi la sua popolazione
in tanta gloria (glorïoso) e giustizia,
che l’insegna del giglio non era mai stata capovolta,
né si era mutata in rosso a causa di lotte intestine (divisïon)».
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Purgatorio Canto 15 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del quindicesimo canto del Purgatorio. In questo canto Dante e Virgilio incontrano l'angelo della misericordia, che gli indica la strada da seguire per raggiungere la cornice successiva. Nel mentre Virgilio parla del concetto dell'invidia che è opposto a quello della natura dell'amore, dove non si deve desiderare quello posseduto dagli altri, in quanto più si dona e più si riceve. Infine giungono nella terza cornice, quella degli iracondi, e Dante assiste a tre visioni di esempi di mansuetudine. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 15 del Purgatorio.


Le figure retoriche

A guisa di fanciullo scherza = similitudine (v. 3). Cioè: "scherza come fanno i fanciulli".

Mezza notte era = anastrofe (v. 6). Cioè: "era mezzanotte".

Per mezzo ‘l naso = sineddoche (v. 7). Cioè: "in pieno viso", la parte per il tutto.

La cima / de le mie ciglia = enjambement (vv. 13-14).

Come quando da l’acqua o da lo specchio salta lo raggio a l’opposita parte, salendo su per lo modo parecchio a quel che scende, e tanto si diparte dal cader de la pietra in igual tratta, sì come mostra esperienza e arte; così mi parve da luce rifratta quivi dinanzi a me esser percosso = similitudine (vv. 16-23). Cioè: "Come quando il raggio luminoso viene riflesso dall'acqua o da uno specchio nella direzione opposta, così che il raggio che sale forma un angolo identico a quello del raggio che scende rispetto alla verticale al piano, come dimostrano l’esperienza e gli studi teorici; così mi sembrò di essere investito in quel punto da una luce riflessa".

L’opposita parte = anastrofe (v. 17). Cioè: "direzione opposta".

Giunti fummo = anastrofe (v. 34). Cioè: "fummo giunti".

Prode acquistar = anastrofe (v. 42). Cioè: "acquistare giovamento/vantaggio".

Ne le parole sue = anastrofe (v. 42). Cioè: "dalle sue parole".

Il disiderio vostro = anastrofe (v. 52). Cioè: "il vostro desiderio".

Com’a lucido corpo raggio vene = similitudine (v. 69). Cioè: "proprio come il raggio luminoso va verso un corpo lucido".

E come specchio l’uno a l’altro rende = similitudine (v. 75). Cioè: "'amore si riflette dall'uno all'altro come la luce da uno specchio".

Visione / estatica = enjambement (vv. 85-86).

La villa del cui nome ne’ dèi fu tanta lite, e onde ogni scienza disfavilla = perifrasi (vv. 97-99). Per indicare Atene.

Benigno e mite = endiadi (v. 102).

Forte / gridando = enjambement e anastrofe (vv. 107-108).

Pietà diserra = anastrofe (v. 114).

L’anima mia = anastrofe (v. 115). Cioè: "la mia anima".

Lo duca mio = anastrofe (v. 118). Cioè: "il mio duca".

Far sì com’om che dal sonno si slega = similitudine (v. 119). Cioè: "simile a un uomo che esce poco alla volta dal sonno".

A guisa di cui vino o sonno piega = similitudine (v. 123). Cioè: "come qualcuno vinto dal vino o dal sonno".

D’aprir lo core a l’acque de la pace che da l’etterno fonte son diffuse = metafora (v. 131-132). Cioè: "non rifiutare di aprire il cuore alle acque della pace (alla mansuetudine), che sono versate dalla fonte eterna (l'amore di Dio)".

Per quel che face chi guarda pur con l’occhio che non vede, quando disanimato il corpo giace = similitudine (v. 133-135). Cioè: "come fa quello che guarda con l'occhio corporeo che non vede, quando il corpo giace esanime".

Per darti forza al piede = metonimia (v. 136). Cioè: "per accelerare il tuo passo", la causa per l'effetto.

Come la notte oscuro = similitudine (v. 143).
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Paradiso Canto 15 - Parafrasi



Le anime beate del cielo di Marte fermano il canto per permettere a Dante di colloquiare con loro. Intanto una delle luci si rivolge al Poeta in maniera affettuosa: è l’anima di Cacciaguida, trisavolo di Dante, il quale, però, non riesce a farsi capire dal poeta, essendo il linguaggio troppo al di sopra delle umane possibilità di comprensione. Solo in un secondo tempo il discorso di Cacciaguida diventa chiaro alla mente del Poeta, il quale viene spinto ad esprimere i propri desideri. L’anima gli rivela il suo nome. Subito dopo parla dell’antica Firenze, nel tempo in cui la città viveva in pace e nell’osservanza di tutte le leggi morali, contrapponendo a questa serena visione quella della Firenze attuale, distrutta dalle lotte e dall’immoralità. Cacciaguida ricorda i costumi dei Fiorentini antichi, la loro serena vita familiare. Alla fine, dopo aver menzionato i nomi dei suoi due fratelli, Moronto ed Eliseo, e quello della moglie, parla della propria vita. Era al servizio dell’imperatore Corrado , come cavaliere. Lo seguì nella seconda crociata per conquistare la Terrasanta e morì durante la guerra contro i Saraceni.

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Parafrasi

La volontà al bene (Benigna), nella quale si risolve (liqua)
sempre quell’amore che ispira rettamente,
come i bassi desideri terreni (cupidità) operano invece
in quella (volontà) al male (iniqua), fece tacere il sublime canto (lira),
e fece fermare le beate corde che la mano
di Dio (la destra del cielo) allenta e tende.
Come potranno non ascoltare le giuste
preghiere (degli uomini) quegli spiriti (sustanze) beati,
che, per invitarmi a rivolgere loro le mie preghiere,
si accordarono (fur concorde) nel far silenzio?
È giusto che eternamente soffra colui che si priva (si spoglia)
di quel santo amore per desiderio di cose effimere.
Come attraverso cieli sereni, quieti e trasparenti
talvolta (ad ora ad or) passa un’improvvisa luce (foco),
facendo spostare gli occhi che erano prima fermi (sicuri),
e sembra una stella che cambi posizione, non fosse
che nel punto in cui si è accesa non ne viene meno nessuna,
ed essa stessa presto scompare;
così dal braccio sulla destra (dal corno che ’n destro si stende) ai piedi
della croce si mosse velocemente una stella
di quella costellazione che brilla in quel luogo;
e l’anima preziosa (gemma) non si staccò dalla sua fascia,
ma percorse la linea radiale, in modo da sembrare una luce
che si muove dietro una lastra di alabastro.
Così benigna (pïa) l’anima di Anchise si mostrò (si porse)
quando si avvide dell’arrivo del figlio nei campi Elisi,
se merita credibilità il nostro più alto poeta (Virgilio).
«O sangue mio, o sovrabbondante grazia di Dio,
a chi mai come a te la porta del cielo è stata dischiusa due volte?».
In tal modo parlò quello splendore;
per cui io mi rivolsi (m’attesi) a lui;
poi voltai lo sguardo verso la mia donna (Beatrice),
e rimasi meravigliato da una parte e dall’altra (quinci e quindi);
poiché nei suoi occhi fiammeggiava un sorriso così intenso,
che mi sembrò di raggiungere con i miei il punto
massimo (lo fondo) della beatitudine e della felicità.
Poi l’anima di Cacciaguida (lo spirto), che dava gioia (giocondo)
a udirlo e a vederlo, aggiunse a ciò che aveva detto (al suo principio)
altre cose che io non compresi, tanto il suo discorso
si fece elevato; ed egli mi fu incomprensibile (mi si nascose)
non per scelta (elezïon), ma per necessità,
poiché il suo pensiero andò oltre (soprapuose) ai limiti dell’uomo.
E dopo che la tensione (l’arco) della sua carità (ardente affetto)
si fu sprigionata, così che il suo linguaggio
ritornò al livello dell’umana comprensione,
le prime parole che intesi furono:
«Lode a te, Dio uno e trino, che tanta grazia
concedi (se’ tanto cortese) alla mia discendenza (seme)».
E continuò: «Figlio mio, tu hai soddisfatto, in
questa luce nella quale ti parlo, una gradita e lunga
attesa (digiuno), nata da quanto ho letto nel grande
libro (volume) dove non varia mai ciò che vi è scritto
(bianco né bruno), grazie (mercé) a colei (Beatrice)
che ti ha fornito le penne per questa sublime ascesa (alto volo).
Tu ritieni che il tuo pensiero fluisca (mei) a
me dall’essere primo (Dio), così come dall’unità, se
la si intende a fondo, s’irradiano (raia) gli altri numeri (il cinque e ’l sei);
e perciò non mi chiedi chi io sia e perché proprio
io appaia a te più lieto (gaudïoso) di tutti
gli altri spiriti di questa gioiosa schiera (turba).
Tu credi il vero; poiché i più alti e i più bassi spiriti del Paradiso (di questa vita)
vedono in Dio, lo specchio (speglio) in cui si manifesta (pandi) il tuo
pensiero, prima ancora che tu lo concepisca;
ma affinché si realizzi compiutamente la santa carità
nella quale io vigilo (veglio) in eterna contemplazione (con perpetüa vista)
e che mi rende desideroso (m’asseta) di sublimi gaudi,
le tue parole chiare, ferme e gioiose esprimano ciò che vuoi,
esprimano ciò che desideri, alla qual cosa già
è stata decisa (decreta) la mia risposta!».
Io mi voltai a Beatrice, e lei comprese prima
ancora che io chiedessi, e assentì con un sorriso (arrisemi un cenno)
che aumentò l’intensità del mio desiderio.
Quindi iniziai a dire: «Il sentimento e l’intelligenza,
non appena vedeste Dio, assoluta eguaglianza (prima equalità),
divennero per ognuno di voi beati di pari forza (d’un peso),
poiché il Sole che vi illuminò e vi accese (Dio),
è così uguale in calore e luce
che tutte le similitudini sarebbero insufficienti.
Ma negli uomini il volere e il potere (argomento),
per il motivo che è noto a voi beati,
hanno forze diverse (diversamente son pennuti in ali);
per cui io, che sono uomo, mi trovo in tale sproporzione (disagguaglianza),
e perciò solo con la voce dell’animo (col core) esprimo
il mio ringraziamento per l’amorosa accoglienza (festa).
Ti prego ardentemente, o preziosa anima (vivo topazio)
che adorni (ingemmi) questo splendido gioiello,
di soddisfare il mio desiderio dicendomi chi sei».
«O discendente (fronda) mio nel quale mi sono
compiaciuto anche solo aspettandoti, io fui il tuo
progenitore (radice)», così iniziò a rispondermi.
E poi continuò: «Colui che diede
il nome (da cui si dice) alla tua famiglia (cognazione)
e che da più di cent’anni sta girando
sulla prima cornice del monte (del Purgatorio)
fu mio figlio e fu il tuo bisavolo: è proprio doveroso
che tu gli abbrevi la lunga espiazione con le tue buone azioni.
Firenze nei confini di quella antica cinta muraria,
da cui tuttora sente (toglie) suonare le ore,
viveva pacifica, morigerata, di buoni costumi.
Non si portavano monili, né diademi,
né gonne ricamate (contigiate), né cinture
che rendessero l’apparenza superiore alla persona stessa.
La nascita di una figlia allora non preoccupava il genitore,
poiché la data del matrimonio (tempo) e la dote
non oltrepassavano (fuggien) il buonsenso (misura).
Non c’erano palazzi vuoti; non era ancora arrivato
Sardanapalo a rivelare fin dove può giungere
la corruzione nell’intimità domestica (ciò che ’n camera si puote).
Montemario non era ancora stato superato dal fiorentino (vostro)
monte Uccellatoio, che come lo supererà nell’ascesa (montar sù),
così lo vincerà nella decadenza (calo).
Io stesso ho visto Bellincione Berti incedere
con una cintura (cinto) di cuoio e osso, e sua
moglie tornare dallo specchio senza il volto truccato;
e ho visto quelli delle famiglie dei Nerli e dei Vecchietti
accontentarsi di giubbe di pelle grezza (pelle scoperta),
e le loro donne filare la lana (al fuso e al pennecchio).
Felici loro! Ognuna era sicura di morire in patria (de la sua sepultura),
e nessuna era stata ancora abbandonata (diserta)
nel letto per andare in Francia.
La giovane madre (L’una) vegliava (vegghiava a studio) sull’infante
con amorosa cura, e per consolarlo gli parlava
con quel linguaggio (l’idïoma) che diverte (trastulla)
per primi gli stessi genitori; la donna più anziana,
mentre avvolgeva alla rocca il filo, raccontava alla sua famiglia
le leggende di Troia, di Fiesole e di Roma.
Allora avrebbe stupito una dissoluta Cianghella
o un disonesto Lapo Salterello; proprio come oggi
stupirebbe un uomo probo (Cincinnato) e una donna magnanima (Corniglia).
In una così pacifica e dolce convivenza
civile (viver di cittadini), in una tanto leale (fida) società,
in una tanto piacevole dimora (ostello), la vergine Maria,
invocata nelle grida del parto, mi fece nascere;
e nel vostro illustre battistero contemporaneamente
divenni cristiano e fui chiamato Cacciaguida.
Miei fratelli furono Moronto ed Eliseo;
mia moglie venne per sposare me dalla Valpadana (val di Pado),
e da lei (quindi) ebbe origine il tuo cognome.
Quindi seguii l’imperatore Corrado ed egli
mi fece suo cavaliere, tanto gli piacqui (li venni in grado)
per il mio buon operare (ovrar).
Marciai con lui contro l’iniquità di quella religione (legge)
i cui seguaci ingiustamente si impadroniscono (usurpa)
di ciò che è vostro diritto, per colpa del papa.
Qui da quegli uomini crudeli fui disciolto
dalla ingannevole (fallace) realtà terrena,
l’amore per la quale rovina molti uomini;
e da quel martirio salii a questa beatitudine».
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Paradiso Canto 14 - Parafrasi



Beatrice chiede ai presenti di risolvere un nuovo dubbio di Dante riguardante lo stato dei corpi dopo la risurrezione; risponde Salomone, dicendo che allora i corpi saranno più perfetti e più splendenti, e i sensi si adegueranno a tale condizione. Dante e Beatrice salgono al cielo di Marte, mosso dalle Virtù, dove gli spiriti militanti formano una croce luminosa nel cui mezzo splende Cristo.

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Parafrasi

L’acqua di un contenitore rotondo si muove
dal centro alla circonferenza (cerchio) e dalla circonferenza al cerchio
a seconda che sia colpita dall’esterno o dall’interno:
questa immagine (questo ch’io dico) mi venne subito (fé sùbito caso) alla mente,
non appena l’anima (vita) beata di s. Tommaso
finì di parlare, per la somiglianza che si formò
tra il suo discorso e le parole di Beatrice,
la quale così si degnò (piacque) di intervenire,
una volta che quello ebbe concluso:
«A lui (Dante) è necessario (fa mestieri) comprendere
perfettamente (andare a la radice) un’altra verità,
ma non la esprime ancora né a parole né con il pensiero (pensando).
Ditegli se la luminosità di cui (onde) la vostra essenza
si abbellisce (s’infiora) resterà in eterno con voi
così come è adesso; e in caso positivo,
spiegategli come potrà avvenire, una volta
che tornerete visibili, che essa (la luminosità)
non provochi molestia (nòi) alla vostra vista».
Come talvolta (a la fïata) coloro che danzano
in tondo, spinti (pinti) e trascinati da maggiore gioia,
alzano il tono del canto e si muovono più allegramente,
così, per la domanda (di Beatrice) pronta e riverente,
le corone di beati manifestarono la loro rinnovata
felicità nel veloce girare (torneare) e nel canto mirabile.
Chi si lamenta che qui in terra si debba morire
per passare alla vita di Paradiso (colà sù), non ha
mai gustato la beatitudine della pioggia (ploia) (della Grazia divina).
Quella Trinità che esiste da sempre e che
per sempre regnerà in tre persone, in due nature e in una
sostanza, non limitata (circunscritto) e che racchiude (circunscrive)
l’intero universo, veniva osannata per tre volte
da ogni singolo spirito con tale dolcezza di canto (melodia),
che sarebbe equa ricompensa (muno) per qualunque merito.
Poi sentii nel lume più splendente (dia) della corona interna
una voce temperata, simile forse a quella dell’arcangelo
Gabriele (nell’annunciazione) a Maria, che rispose:
«Fino a quando durerà il gaudio (festa) del Paradiso,
la nostra carità farà risplendere (raggerà) intorno a noi
questo abito di luce (cotal vesta). La sua intensità
è proporzionata (séguita) al nostro amore; e questa
è proporzionata alla visione di Dio, tanto grande quanto
riceve di grazia divina oltre al suo proprio merito (sovra suo valore).
Quando il corpo glorificato e puro sarà (fia) resuscitato (rivestita),
la nostra persona sarà più piacente perché completa;
per cui aumenterà quanto di grazia illuminante (gratüito lume) Dio,
sommo bene, ci (ne) vorrà donare, grazia (lume)
che determina (condiziona) la nostra visione di Lui;
per cui deve accadere (convene) che cresca tale visione divina,
che cresca la fiamma di carità (ardor)
che da quella viene accesa, e che cresca
lo splendore che deriva da questa.
Ma come il carbone che produce (rende) la fiamma,
e la vince (soverchia) per la sua forte incandescenza (candor),
così che ne resta visibile (si difende) l’aspetto (parvenza),
similmente questa luce che fin d’ora ci circonda (cerchia)
sarà superata in visibilità dal corpo (carne),
che a tutt’oggi è sepolto dalla terra (ricoperchia);
ma l’intensità del suo splendore non ci procurerà fastidio (affaticarne):
poiché gli organi fisici sapranno sostenere (forti)
tutto quanto sarà occasione di beatitudine».
Le due corone (coro) (di beati) furono così pronte
e sollecite a dire «Amen!», che dimostrarono
chiaramente il loro desiderio del corpo defunto;
e forse non tanto per loro stessi, quanto per i loro genitori
e per le altre persone che amarono prima
che (anzi che) diventassero eterne luci ardenti.
Poi tutto intorno apparve uno splendore (lustro),
uniforme in luminosità (di chiarezza pari), in aggiunta (sopra) a quello che già c’era,
come quando l’orizzonte comincia a illuminarsi.
E come al sopraggiungere della prima oscurità
iniziano ad apparire in cielo le nuove (nove) stelle (parvenze),
così che la loro visione sembra e non sembra reale,
mi parve di intravedere lì nuove anime (novelle sussistenze)
che si componevano in un cerchio esterno
alle altre due corone (circunferenze) di beati.
Oh, splendore reale dello Spirito Santo!
quanto divenne all’improvviso (sùbito) incandescente (candente) alla mia vista,
che, superata in forza (occhi miei ... vinti) non gli resistette!
Ma vidi Beatrice tanto lieta e splendente,
che è necessario (si vuol) lasciarne (l’immagine)
tra le cose viste che la memoria (mente) non poté trattenere.
Da lei la mia vista prese forza (virtute) per risollevarsi:
e mi vidi trasportato (translato) io solo con la mia donna (Beatrice)
in un luogo di più sublime beatitudine (salute).
Mi accorsi chiaramente (Ben) di essermi sollevato,
per l’infuocato (affocato) splendore (riso) del pianeta (Marte),
che mi apparve più rosso (roggio) del solito.
Con tutto il sentimento e con quel linguaggio che è di tutti,
mi offrii completamente (feci olocausto) a Dio,
come era giusto (qual conveniesi) per la nuova grazia concessami.
La mia ardente preghiera non era ancora
finita nel mio cuore, che io compresi che il mio
sacrificio (litare) era stato accolto e soddisfatto (fausto);
poiché vidi, dentro due strisce luminose,
degli splendori di tale lucentezza e tanto ardenti che
esclamai: «Lode a te, Dio (Elïòs) che li fai così belli!».
Come la Via Lattea (Galassia) si stende chiara (biancheggia),
punteggiata (distinta) di stelle piccole e grandi (maggi),
da un polo all’altro dell’universo, così da far dubitare (dubbiar) i più sapienti,
così quei raggi di luce uniti in una costellazione (costellati) creavano
nella profondità di Marte il venerabile segno (della croce greca),
come in un cerchio le linee che uniscono (fan giunture) i quadranti.
A questo punto (Qui) il ricordo supera le mie capacità:
poiché la croce faceva balenare (lampeggiava) l’immagine di Cristo,
così che io non riesco a creare una similitudine adeguata:
ma colui che si carica la propria croce per seguire Cristo,
certo mi scuserà di ciò che tralascio (lasso), poiché
in quel bagliore io vedevo risplendere Cristo.
Le luci si muovevano da un braccio all’altro (Di corno in corno)
e dalla sommità ai piedi (della croce), brillando più intensamente
nell’incontrarsi e nell’oltrepassarsi; così in terra (qui)
vediamo il pulviscolo atmosferico (le minuzie d’i corpi) muoversi
in diverse direzioni, più veloci o più lente, di diverse
dimensioni, cambiando apparenza, all’interno di un raggio
di luce da cui, in forma di striscia (onde si lista), a volte
è attraversata l’ombra che l’uomo (la gente) si
procura con ingegnosità per proteggersi (dal sole).
E come la giga e l’arpa, con l’armonica accordatura (tempra)
delle loro corde tese creano un suono dolce (tintinno)
per chi non comprende le note, così dagli splendori
che mi apparvero in quel luogo si diffondeva (s’accogliea)
lungo tutta croce una melodia che mi affascinava,
senza comprendere il senso dell’inno.
Mi accorsi certo che si trattava di sublimi lodi,
poiché mi giungevano le parole «Risorgi» e «Vinci»,
come a persona che sente (ode) ma non comprende.
Io tanto ero incantato (m’innamorava) da questo spettacolo (quinci),
che nulla fino a quel punto mi aveva avvinto
con così amorosi legami (vinci).
Forse ciò che ho detto sembra troppo ardito (osa),
poiché ho retrocesso la bellezza degli occhi (di Beatrice),
guardando nei quali ogni mio desiderio si appaga (ha posa);
ma chi considera che quegli occhi, vivide impronte (suggelli)
di ogni cosa bella, più in alto vanno e più si avvalorano (più fanno),
e che io non mi ero ancora volto a essi, mi può perdonare (escusar)
di ciò di cui mi sono accusato per poi scusarmi, e si avvedrà
che dico il vero; infatti la sublime bellezza (piacer) (di Beatrice)
non è stata qui negata (dischiuso), poiché diventa
sempre più pura man mano che si sale (montando).
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