Paradiso Canto 1 - Parafrasi



Dante vede Beatrice fissare il Sole; egli fa altrettanto, ma poi comincia a fissare gli occhi di Beatrice, che diventano sempre più scintillanti, mentre le sue orecchie sentono l'armonia delle sfere celesti. Dante e Beatrice stanno ascendendo attraverso la sfera del fuoco verso il Paradiso, come di necessità fanno tutti i corpi purificati.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 1 del Paradiso. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

La magnificenza di Dio, colui che dà vita (move) a tutto il creato,
entra e si manifesta (penetra) in tutte le cose dell’universo,
e risplende con maggiore o minor fulgore nei diversi luoghi.
Nel cielo che più riceve del raggio divino io giunsi (fu’ io),
e lì vidi cose che colui che ritorna da lassù (chi di là sù discende)
non riesce e non ha la possibilità di riferire (ridire),
poiché avvicinandosi all’oggetto del suo desiderio,
l’intelletto umano si addentra (nella conoscenza)
a tal punto, che la facoltà di ricordare non riesce a tenergli dietro.
Tuttavia (Veramente) tutto quello che del Paradiso (regno santo)
sono riuscito a tenere nella memoria (mente) e imparare (far tesoro),
sarà adesso oggetto della mia poesia.
O santo Apollo, riempimi (fammi ... vaso) della tua virtù poetica (valor)
per questa ultima fatica (a l’ultimo lavoro), quanto è richiesto (come dimandi)
per conquistare il desiderato alloro poetico.
Fin qui mi è stata sufficiente (assai mi fu) una vetta sola del Parnaso;
ma ora mi è necessario (m’è uopo) affrontare (intrar) con l’aiuto
di entrambe (con amendue) la prova che ancora resta (l’aringo rimaso).
Entra nel mio cuore, e ispirami tu con quella
stessa intensità (sì, così) come quando tirasti fuori
Marsia dal rivestimento (vagina) della sua pelle.
O sacra virtù, se mi aiuti e assecondi (se mi ti presti)
così che io possa esprimere (manifesti) almeno una vaga immagine (ombra)
del luogo santo rimasta impressa (segnata) nella mia mente,
mi vedrai venire ai piedi del tuo albero amato,
e farmi corona con le foglie di cui la materia
e la tua arte mi avranno reso degno.
Così di rado, o padre, si colgono foglie d’alloro (se ne coglie)
per il trionfo di un imperatore (cesare) o di un artista,
(e questa è) colpa e vergogna dei bassi appetiti umani,
che quando la pianta di Dafne (fronda peneia) desta il desiderio (di sé asseta)
di qualcuno, tale fatto dovrebbe generare (parturir … dovria) letizia
nella gioiosa divinità di Delfi.
Una piccola scintilla può provocare (seconda) un grande incendio:
forse dopo di me con maggior virtù poetica (miglior voci)
si invocherà per chiedere l’aiuto di Apollo (perché Cirra risponda).
Il sole (la lucerna del mondo) sorge per gli uomini da diversi punti dell’orizzonte (foci);
ma quando esce da quel punto che (da quella che)
unisce quattro cerchi con tre croci, (il sole) è in congiunzione
con la stagione (corso) e con la costellazione più favorevole,
e plasma e modella (tempera e suggella) meglio secondo
le sue influenze (più a suo modo) la materia terrena.
Il sole (tal foce) aveva portato la mattina in
quell’emisfero (là) e la notte in questo, e quella parte
del cielo era quasi tutta chiara, mentre questa era
ormai scura, quando mi accorsi che Beatrice si
era voltata sul lato sinistro a guardare il sole: mai (unquanco)
un’aquila poté fissarlo così (a lungo e intensamente).
E come un raggio riflesso (secondo) si stacca sempre (suole uscir) dal primo
per dirigersi verso l’alto, proprio come il pellegrino che vuole
ritornare, così al suo atteggiamento, giunto alla mia
mente (infuso ne l’imagine mia) attraverso gli occhi,
io conformai il mio, e fissai lo sguardo al sole più a
lungo di quanto siamo abituati (oltre nostr’uso).
In quel luogo sono possibili (è licito) alle nostre capacità
molte più cose che qui (in questo emisfero),
in grazia del luogo creato appositamente per la razza umana.
Io non ressi a lungo (la vista del sole), ma neppure così poco
da non veder risplendere tutto lo spazio intorno, come quando il
ferro esce incandescente (bogliente) dal fuoco; e
improvvisamente sembrò raddoppiarsi la luce del
giorno, come se Dio onnipotente (quei che puote)
avesse adornato il cielo di un secondo sole.
Beatrice era con lo sguardo completamente
assorto (tutta … fissa) negli eterni cieli ruotanti (rote);
e io, distolto (rimote) lo sguardo dal sole, fissai in lei i miei occhi.
E nel guardarla (Nel suo aspetto) mi sentii nel mio intimo
diventare come Glauco quando gustò quell’erba
che lo rese fratello (consorto) delle altre divinità del mare.
Non si può (non si poria) spiegare a parole (per verba) il trasumanare;
quindi (però) sia sufficiente l’esempio (di Glauco) a colui al quale
la Grazia di Dio riserva l’esperienza diretta.
Dio d’amore che reggi l’universo, tu solo sai se io in quel
momento fossi solo quella parte di me che avevi creato per ultima,
tu che con la tua grazia (tuo lume) mi sollevasti (al cielo).
Quando il moto celeste (rota) che tu rendi eterno con il desiderio di te (desiderato)
attirò la mia attenzione (a sé mi fece atteso) con la sua armonia
che tu regoli e moduli (temperi e discerni), mi sembrò
che la luce del sole avesse infiammato
uno spazio di cielo tanto esteso,
che mai una pioggia o un fiume formarono un lago così grande.
L’insolita dolcezza della musica e la grandiosità della luce
accesero in me un desiderio, mai sentito così forte (di contanto acume),
di conoscere la loro origine (cagion).
Pertanto Beatrice, che vedeva in me come io stesso,
per tranquillizzare la mia anima turbata (commosso),
aprì la bocca prima ancora che lo facessi io per domandare,
e iniziò (a dire): «Tu da solo ti rendi ignorante (grosso) con le tue errate
supposizioni (falso imaginar), così che non ti accorgi di ciò
che potresti vedere se le avessi rimosse.
Non sei più in terra, come credi; ma un fulmine,
allontanandosi dal suo luogo d’origine, non fu mai
veloce come te, che stai tornando al tuo».
Se venni liberato (disvestito) da quel primo
interrogativo grazie a queste poche sorridenti parole,
fui ancor più impigliato (inretito) in un secondo
dubbio, e dissi: «Già sono acquetato e soddisfatto (contento requïevi)
riguardo al primo grande stupore (ammirazion);
ma ora mi stupisce il fatto che io possa salire (trascenda) attraverso l’aria (corpi levi)».
Ed ella, dopo aver sospirato con paziente pietà (pïo sospiro),
rivolse verso di me lo sguardo
con l’atteggiamento di una madre verso il figlio che
delira (deliro), e cominciò (a dire): «Tutte le creature
sono in un rapporto ordinato fra di loro, e questa è
l’essenza (forma) che rende l’universo simile a Dio.
In questo ordine (Qui) le creature superiori (l’alte)
vedono il segno (orma) della virtù divina, la quale
è il fine per cui l’ordine qui dichiarato (la toccata norma) è stato creato.
A questa ordinata struttura di cui ho parlato tendono (sono accline)
tutte le cose, ognuna nella propria particolare condizione (per diverse sorti),
più o meno vicine alla loro origine; e da qui (onde)
si dirigono alle loro singole mete attraverso
il grande mare dell’esistenza, e ogni essere ha in
sé un istinto a lui assegnato affinché lo guidi.
È questo istinto che dirige il fuoco verso il
cielo della Luna, lo stimolo vitale (permotore) negli
esseri mortali, il principio che compatta e unisce
(stringe e aduna) la terra; e questo istinto dirige
(quest’arco saetta) non solo le creature irrazionali,
ma anche quelle che possiedono ragione e volontà.
La Provvidenza divina, che preordina tanta perfezione,
appaga costantemente (fa … sempre quïeto) con la sua luce quel cielo (l’Empireo),
dentro al quale gira il cielo più veloce;
e adesso è lì, luogo a noi stabilito (sito decreto),
che ci sta portando (cen porta) la forza di quell’arco (corda)
che dirige sempre a un fine felice tutto ciò che lancia.
È però vero che, come molte volte (fïate) l’opera (forma)
non rispecchia (non s’accorda) l’intento dell’artista,
perché la materia grezza non sa (è sorda) corrispondere a esso,
così dalla strada naturale (da questo corso) a volte la creatura si allontana (si diparte),
che pur dotata di questo istinto (così pinta) ha la capacità
di deviare in altre direzioni (di piegar);
e come è possibile vedere scendere da una nuvola il fulmine,
così la primitiva inclinazione porta verso terra (atterra)
l’uomo deviato (torto) da piaceri effimeri.
E dunque, se penso giusto, non devi più
stupirti del tuo salire, se non come di un fiume che
dall’alto di un monte scende in giù verso il basso (ad imo).
Sarebbe invece motivo di meraviglia se,
libero da ogni ostacolo, tu fossi rimasto giù, come
in un fuoco vivace il rimanere fermo in terra (a terra quïete)».
Poi volse nuovamente lo sguardo (il viso) verso il cielo.
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Inferno Canto 32 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del trentaduesimo canto dell'Inferno. In questo canto Dante si trova nella prima zona di Cocito e invoca le Muse affinché lo aiutino nella descrizione di questo luogo. Nella prima zona di Cocito sono puniti i traditori dei parenti, nella seconda zona di Cocito sono puniti i traditori della patria. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 32 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Le rime = sineddoche (v. 1). La parte per il tutto, "le rime" anziché uno "stile poetico".

Aspre e chiocce = endiadi (v. 1).

Oh sovra tutte mal creata plebe = apostrofe (v. 13). Cioè: "O anime più di tutte create al male e alla dannazione".

Non fece al corso suo sì grosso velo di verno la Danòia in Osterlicchi, né Tanai là sotto ’l freddo cielo, com’era quivi = similitudine (vv. 25-28). Cioè: "Non formarono mai durante il periodo invernale nel loro corso una così spessa crosta di ghiaccio né il Danubio in Austria (Osterlicchi) né il Don sotto il freddo cielo (di Russia), come quel lago d'Inferno".

E come a gracidar si sta la rana col muso fuor de l’acqua, quando sogna di spigolar sovente la villana; livide, insin là dove appar vergogna eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia = similitudine (vv. 31-35). Cioè: "E come la rana gracida col muso a pelo d'acqua d'estate, quando la contadina sogna di cogliere spighe in abbondanza; così le anime dolenti e livide dei dannati erano immerse nel ghiaccio fino al punto del corpo in cui la vergogna traspare (al viso)".

Mettendo i denti in nota di cicogna = similitudine (v. 36). Cioè: "battendo i denti come fanno le cicogne".

Con legno legno spranga mai non cinse forte così; ond’ei come due becchi cozzaro insieme, tanta ira li vinse = similitudine (vv. 49-51). Cioè. "Una spranga non strinse mai un pezzo di legno a un altro così saldamente; per cui essi come due montoni cozzarono l’uno contro l’altro, tale fu l’ira che li vinse".

Che bestemmiava duramente ancora = anastrofe (v. 86). Cioè: "che ancora bestemmiava duramente".

Vivo son io = anastrofe (v. 91). Cioè: "io sono vivo".

E caro esser ti puote = anastrofe (v. 91). Cioè: "e ti può essere utile".

Altri chi v’era? = anastrofe (v. 118). Cioè: "chi altri c'era?".

E come ’l pan per fame si manduca, così ’l sovran li denti a l’altro pose là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca = similitudine (vv. 127-129). Cioè: "e come si mangia il pane per fame, così quello che stava sopra addentava l'altro nel punto in cui il cervello si congiunge con il midollo spinale".

Non altrimenti Tideo si rose le tempie a Menalippo per disdegno, che quei faceva il teschio e l’altre cose = similitudine (vv. 129-132). Cioè: "Tideo non morse in modo diverso le tempie a Menalippo per odio, rispetto a quanto faceva quel dannato con il cranio e tutto il resto".

Se quella con ch’io parlo non si secca = metafora (v. 139). Cioè: "purché la lingua con cui parlo non mi caschi".
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Purgatorio Canto 33 - Parafrasi



I presenti si incamminano, e Beatrice profetizza la venuta di un messo divino che ucciderà la prostituta e il gigante; invita Dante a riferire agli uomini ciò che ha visto. Dante e Stazio bevono l'acqua dall'Eunoè e si sentono pronti per salire al Paradiso.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 33 del Purgatorio. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Le donne cominciarono a cantare, piangendo,
«O Dio, sono arrivate le genti», alternandosi nel soave
canto (dolce salmodia) le tre e le quattro;
Beatrice, sospirando per il dolore e la pietà, le ascoltava,
così trasfigurata, che poco più di lei dovette
trasfigurarsi Maria ai piedi della croce.
Ma dopo che le altre vergini diedero a lei
la possibilità (dier loco, lasciarono spazio) di parlare,
essa, drizzandosi in piedi, rispose con il volto infuocato
dal rossore: «Poco tempo (Modicum) passerà,
e non mi vedrete più, o mie dilette sorelle, passerà
di nuovo poco tempo (iterum … modicum) e voi mi rivedrete ancora»
Poi le precedette (le si mise innanzi) tutte e sette e,
con un solo cenno d’invito, indusse a seguirla me,
Matelda e il saggio poeta (Stazio), che era rimasto con me (che ristette).
Così se ne andava; e non credo che avesse
posto in terra il decimo passo, quando
folgorò (percosse) i miei occhi con il suo sguardo;
e con aspetto sereno: «Cammina più rapidamente (tosto)»,
mi disse «in modo che, se io ti parlo,
tu possa intendermi meglio».
Non appena le fui accanto (fui … seco), come era giusto dopo il suo invito (com’io dovëa),
mi disse: «Fratello, perché non ardisci (t’attenti) a farmi
delle domande, visto che stai ormai camminando al mio fianco?».
Come accade a coloro che parlando davanti
ai loro superiori mantengono un’eccessiva reverenza
e non riescono a emettere un suono chiaro dalla bocca,
così accadde a me, che con voce indecisa e debole (sanza intero suono)
cominciai a dire: «O Signora (Madonna), voi conoscete (ciò che occorre ch’io sappia),
e ciò che serve a soddisfarlo».
Ed essa mi rispose: «Desidero che tu ormai ti sciolga
dal timore e dalla vergogna, così da non parlarmi più confusamente,
come un uomo che parli nel sonno.
Sappi che il carro della Chiesa (vaso), che il serpente ruppe,
fu integro e ora non lo è più; ma il colpevole stia certo (creda)
che la vendetta di Dio sarà inesorabile.
Non resterà per sempre senza eredi l’aquila
che lasciò le penne sul carro, che per conseguenza
si trasformò prima in un mostro e poi in una preda;
poiché io vedo con certezza, e perciò sono in grado di predirlo (e però il narro),
già vicine le costellazioni che, libere da ogni ostacolo e impedimento (sbarro),
recheranno la stagione (a darne tempo) in cui una persona
il cui nome sarà formato dai numeri cinquecento dieci e cinque,
mandata da Dio, ucciderà quella usurpatrice (fuia),
insieme con quel gigante che pecca con lei.
E può darsi che il mio discorso oscuro, come
lo erano quelli di Temi e della Sfinge, non ti convinca,
perché per come è posto (a lor modo) impedisce di
coglierne (attuia) il significato (lo ’ntelletto); ma presto
gli avvenimenti diventeranno (fier) le Naiadi che
risolveranno questo difficile enigma, senza danni di greggi e di raccolti.
Tu segna tutto nella tua memoria (nota); e
così come sono state dette (porte) da me, esponi
(segna) queste parole agli uomini che vivono la vita
terrena, che è un rapido correre verso la morte.
E ricordati (aggi a mente), quando tu le scriverai, di
non nascondere come hai visto la pianta che ora è stata qui due volte spogliata.
Chi la deruba di qualcosa o ne spezza i rami (schianta),
con atto sacrilego offende Dio, che la creò
sacra perché servisse solo ai suoi fini.
Per averne morso il frutto, la prima anima creata (Adamo)
per più di cinquemila anni in pena e desiderio attese
la venuta di Cristo, che espiò col suo sacrificio (in sé punio) quel peccato (’l morso).
La tua intelligenza è veramente torpida, se
non valuta che questa pianta (lei) è stata creata così alta (eccelsa … tanto)
e così stranamente rivolta in senso contrario (sì travolta) nella cima.
E se i pensieri mondani (li pensier vani) non avessero prodotto
nella tua mente le incrostazioni che produce l’acqua dell’Elsa,
e il loro piacere non ti avesse oscurato come il sangue di Piramo
arrossò il gelso, avresti capito (conosceresti) solo da tali elementi
che, per il divieto di toccarlo (ne l’interdetto), l’albero simboleggia
sotto l’aspetto morale la giustizia di Dio.
Ma poiché vedo che sei diventato insensibile (fatto di pietra) nell’intelletto,
e talmente pietrificato e confuso (tinto)
che la luce delle mie parole ti abbaglia,
voglio che porti via con te le mie parole, se non scritte,
almeno dipinte dentro di te, per lo stesso motivo (per quello)
per cui si porta (in ricordo del pellegrinaggio) il bastone cinto da un ramo di palma».
E io: «La mia mente ha ricevuto ora da voi un’impronta
così profonda, come è impressa dal sigillo la cera,
che non altera la figura impressa. Ma perché la vostra
parola così desiderata da me si innalza tanto al di
sopra della mia capacità di comprensione (sovra mia veduta),
che quanto più si sforza di raggiungerla (quanto più s’aiuta) tanto più le sfugge?».
«Perché tu possa conoscere», rispose,
«quella scuola che hai seguito, e veda come i suoi
insegnamenti siano insufficienti a penetrare i misteri della mia parola,
e veda che la via della sapienza umana (vostra via) si distanzia
tanto da quella divina, quanto è lontana la terra dal Primo Mobile,
il cielo più alto e più veloce».
Allora io risposi a lei: «Non ricordo di essermi
mai allontanato (stranïasse me) da voi, né
sento per questo un rimorso di coscienza».
Sorridendo rispose: «Ma se tu non puoi ricordartene,
ricorda almeno che oggi (ancoi) hai bevuto l’acqua del Letè;
e se è vero che dalla presenza del fumo
si deduce che c’è del fuoco,
questo tuo oblio dà la chiara dimostrazione (chiaro conchiude)
della colpa nella tua volontà, intenta ad altro che a me.
Ma d’ora in poi davvero le mie parole saranno semplici (nude),
quanto sarà necessario renderle accessibili (quelle scovrire)
alla tua intelligenza rozza (vista rude)».
E il sole fattosi più fulgido (corusco) e muovendosi
più lentamente occupava il meridiano (il cerchio di merigge)
che si sposta (fassi) di qua e di là a seconda di chi lo guarda (come li aspetti),
quando, come si ferma (s’affigge) chi precede come guida (va dinanzi … per iscorta)
un gruppo di persone quando trova qualche novità o tracce di essa (vestigge),
così si fermarono le sette donne ai margini
di una zona di tenue ombra, simile a quella gettata (porta)
da un alto monte (l’alpe) sopra i suoi freschi corsi d’acqua,
che scorrono sotto le fronde verdi e i rami scuri.
Davanti a loro due fiumi come il Tigri e l’Eufrate
mi parve di vedere uscire da una stessa fonte,
e poi, come due amici, separarsi lentamente.
«O tu che sei luce e gloria dell’umanità,
che cosa è questo corso d’acqua che sgorga (dispiega)
qui da una sola sorgente e si allontana dividendosi?».
A questa mia preghiera mi fu risposto:
«Prega Matelda che te lo dica». Allora la bella donna
rispose, come fa colui che si scagiona (si dislega)
da una colpa: «Questa e altre cose gli furono
da me chiarite; e sono sicura che l’acqua
del Letè non gliele ha cancellate».
E Beatrice disse: «Forse la profonda attenzione (maggior cura),
che spesso indebolisce (priva) la memoria,
ha reso ciechi gli occhi della sua mente.
Ma osserva l’Eunoè che scorre (diriva)
da quella parte: conducilo a esso, e come sei solita
fare, ridesta la sua memoria sopita (tramortita)».
Come un’anima nobile (gentil), che non
cerca pretesti (fa scusa), ma accetta, facendola sua,
la volontà degli altri, non appena è stata esternata
(dischiusa) con qualche segno; così, dopo avermi
preso per mano, la bella donna si mosse, e a Stazio
disse con grazia signorile (donnescamente): «Vieni con lui».
Se io, lettore, avessi maggior spazio per scrivere,
ancora canterei entro i miei limiti umani (in parte) la dolcezza di quell’acqua,
che non mi avrebbe mai saziato; ma poiché tutte le pagine (carte)
destinate (ordite) a questa seconda cantica sono ormai complete,
la misura imposta dall’arte poetica (lo fren de l’arte)
non mi consente di proseguire (ir) ancora.
Io ritornai, dopo essermi immerso nella santissima acqua (onda),
rinnovato così come rinascono le piante giovani,
rivestite di fronde nuove, puro e nella disposizione spirituale
di chi è degno di salire in cielo.
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Inferno Canto 31 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del trentunesimo canto dell'Inferno. In questo canto Dante e Virgilio si trovano nel pozzo dei giganti, puniti per essersi opposti a Dio: essi sono Nembrod, Fialte e Briareo, ma quest'ultimo e troppo distante per risultare visibile ai due. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 31 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Mi morse = metonimia (v. 1). Il concreto per l'astratto, "mi morse" invece di "mi rimproverò".

Una medesma lingua pria mi morse, sì che mi tinse l’una e l’altra guancia, e poi la medicina mi riporse; così od’io che solea far la lancia d’Achille e del suo padre esser cagione prima di trista e poi di buona mancia = similitudine (vv. 1-6). Cioè: "La stessa voce prima mi rimproverò, facendomi arrossire di vergogna, poi mi consolò; così mi sembra che fosse solita fare la lancia di Achille e suo padre Peleo, che era causa prima di un dannoso e poi di un benefico assalto".

Noi demmo il dosso = sineddoche (v. 7). Il tutto per la parte, il dosso (schiena) anziché le spalle. Cioè: "noi voltammo le spalle".

Ma io senti’ sonare un alto corno, tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco = iperbole (vv. 12-13). Cioè: "ma io sentii risuonare un corno, così forte che avrebbe fatto parere debole qualsiasi tuono".

Umbilico = sineddoche (v. 33). La parte per il tutto, l'ombelico anziché la pancia.

Come quando la nebbia si dissipa, lo sguardo a poco a poco raffigura ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa, così forando l’aura grossa e scura, più e più appressando ver’ la sponda, fuggiemi errore e cresciemi paura = simiitudine (vv. 34-39). Cioè: "Come quando la nebbia si disperde e lo sguardo poco a poco distingue chiaramente ciò che il vapore nasconde nell'aria, così, trapassando con lo sguardo l'aria spessa e oscura, mentre ci avvicinavamo all'orlo del pozzo, svaniva in me l'errore e cresceva il timore".

Però che come su la cerchia tonda Montereggion di torri si corona, così la proda che ’l pozzo circonda torreggiavan di mezza la persona li orribili giganti = similitudine (vv. 40-44). Cioè: "come il castello di Monteriggioni è cinto di torri disposte lungo il muro circolare, così i mostruosi giganti svettavano come torri sull'argine che circonda il pozzo, emergendo con metà del corpo".

Lunga e grossa come la pina di San Pietro a Roma = similitudine (vv. 58-59). Cioè: "lunga e grossa come la pigna di bronzo a S. Pietro, a Roma".

Sì che la ripa, ch’era perizoma = metafora (v. 61). Cioè: "così che la rocca, che faceva da perizoma".

Fiera bocca... dolci salmi = antitesi (vv. 68-69). Cioè: "bocca feroce... parole dolci".

Più lungo viaggio = anastrofe (v. 82). Cioè: "un percorso più lungo".

Più là è molto = anastrofe (v. 103). Cioè: "è molto più in là".

Non fu tremoto già tanto rubesto, che scotesse una torre così forte, come Fialte a scuotersi fu presto = similitudine (vv. 106-108). Cioè: "Non ci fu mai un terremoto tanto violento che scuotesse una torre con tanta forza come Fialte fu rapido a scuotersi".

Co’ suoi diede le spalle = metonimia (v. 117). L'effetto per la causa, cioè: "insieme al suo esercito diede le spalle" anziché "fuggì".

Qual pare a riguardar la Carisenda sotto ’l chinato, quando un nuvol vada sovr’essa sì, ched ella incontro penda; 138 tal parve Anteo a me che stava a bada di vederlo chinare, e fu tal ora ch’i’ avrei voluto ir per altra strada = similitudine (vv. 136-141). Cioè: "come la torre della Garisenda appare a chi la guarda da sotto, quando una nuvola le passa sopra, così che sembra pendere in avanti; così Anteo apparve a me, che stavo attentamente osservando nel vederlo chinarsi, e fu così spaventoso che avrei preferito procedere per un'altra strada".

E come albero in nave si levò = similitudine (v. 145). Cioè: "e si raddrizzò come l'albero di una nave".
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Inferno Canto 30 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del trentesimo canto dell'Inferno. In questo canto sono puniti i falsari, che sono divisi in falsari di persona (Gianni Schicchi e Mirra), falsari di monete (Mastro Adamo), falsari di parola (Sinone e la moglie Putifarre). Sinone e Mastro Adamo danno vita a una rissa e Dante che rimane intento a guardarli viene rimproverato da Virgilio. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 30 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Contra ’l sangue tebano = sineddoche (v. 2). La parte per il tutto. Il sangue per indicare la stirpe, la popolazione.

E quando la fortuna volse in basso l’altezza de’ Troian che tutto ardiva, sì che ’nsieme col regno il re fu casso = similitudine (vv. 13-15). Cioè: "E nel tempo in cui il destino abbatté la superbia dei Troiani che ambiva a qualunque cosa, così che il regno fu distrutto e il re ucciso".

Misera e cattiva = endiadi (v. 16). Cioè: "miseria e prigioniera".

Latrò sì come cane = similitudine (v. 20). Cioè: "si mise a latrare come un cane".

Le fé la mente torta = anastrofe (v. 21). Cioè: "le sconvolse la mente".

Di Tebe furie = anastrofe (v. 22). Cioè: "furie tebane".

In alcun tanto crude = anastrofe (v. 23). Cioè: "crudeli contro qualcuno".

Ma né di Tebe furie né troiane si vider mai in alcun tanto crude, non punger bestie, nonché membra umane, quant’io vidi in due ombre smorte e nude = similitudine (vv. 22-25). Cioè: "Ma non si videro neppure le furie dei Tebani, né quelle dei Troiani tanto crudeli contro qualcuno, colpire bestie o essere umani, quanto io vidi fare in due anime pallide e nude".

Che mordendo correvan di quel modo che ’l porco quando del porcil si schiude = similitudine (vv. 26-27). Cioè "che correvano mordendo come il maiale affamato quando esce dal porcile".

Altrui così conciando = anastrofe (v. 33). Cioè: "va conciando così gli altri".

Di Mirra scellerata = anastrofe (v. 38). Cioè: "della scellerata Mirra".

Che divenne al padre fuor del dritto amore amica = iperbato (vv. 38-39). Cioè: "che divenne amante (amica) del padre, fuori da ogni legittimo (dritto) amore".

Io avea l’occhio tenuto = sineddoche (v. 47). Il singolare per il plurale, l'occhio invece degli occhi.

Facea lui tener le labbra aperte come l’etico fa, che per la sete l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte = similitudine (vv. 55-57). Cioè: "lo costringeva a tenere le labbra aperte come fa il tisico, che per la sete ne rivolge una verso il mento e l’altra verso l'alto".

Miseria...assai = antitesi (vv. 61-62). Cioè: "miseria e abbondanza".

Un gocciol d’acqua bramo = anastrofe (v. 63). Cioè: "desidero una goccia d'acqua".

Freddi e molli = endiadi (v. 66). Cioè: "freschi e umidi".

Se l’arrabbiate ombre = anastrofe (v. 79-80). Cioè: "se le anime arrabbiate".

Che fumman come man bagnate ’l verno = similitudine (v. 92). Cioè: "che fumano come le mani bagnate d'inverno".

Sonò come fosse un tamburo = similitudine (v. 103). Cioè: "risuonò come se fosse stato un tamburo".

Qual è colui che suo dannaggio sogna, che sognando desidera sognare, sì che quel ch’è, come non fosse, agogna, 138 tal mi fec’io, non possendo parlare, che disiava scusarmi, e scusava me tuttavia, e nol mi credea fare = similitudine (vv. 136-141). Cioè: "Come colui che sogna di subire un danno, e mentre sogna desidera sognare, così che spera che quel che accade non lo fosse, così feci io, non osando parlare, poiché volevo chiedere scusa e, tuttavia mi scusavo, anche se non mi pareva di farlo".

Maggior difetto men vergogna lava = epifonema (v. 142). Cioè: "Una vergogna minore lava una colpa meno grave ".
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Inferno Canto 29 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del ventinovesimo canto dell'Inferno. In questo canto sono puniti i seminatori di discordie (cioè coloro che hanno creato ad arte lacerazioni in campo politico, religioso, sociale). Qui incontrano geri del Bello; poi attraversando la X Bolgia incontrano i falsari, tra questii gli alchimisti Griffolino d'Arezzo e Capocchio. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 29 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Miglia ventidue = anastrofe (v. 9). Cioè: "ventidue miglia".

E già la luna = anastrofe (v. 10). Cioè: "E la luna è ormai".

La luna è sotto i nostri piedi = metafora (v. 10). Cioè: "agli antipodi, quindi dev'essere circa un'ora dopo lo zenit perché la luna ritarda ogni giorno di circa 50 minuti sul sole, quindi sono le una del pomeriggio".

Retro li andava = anastrofe (v. 16). Cioè: "gli andavo dietro".

Parte sen giva, e io retro li andava, lo duca = iperbato (vv. 16-17). Cioè: "Intanto la mia guida (lo duca) se ne andava e io lo seguivo".

Mostrarti, e minacciar forte, col dito = iperbato (v. 26). Cioè: "indicarti col dito e minacciarti con violenza".

Che non li è vendicata ancor = anastrofe (v. 32). Cioè: "che non è ancora stata vendicata".

Chiostra / di Malebolge = enjambement (v. 40-41).

Lamenti saettaron me diversi = iperbato (v. 43). Cioè: "strani lamenti mi colpirono".

Qual dolor fora, se de li spedali, di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre e di Maremma e di Sardigna i mali fossero in una fossa tutti ’nsembre, tal era quivi, e tal puzzo n’usciva qual suol venir de le marcite membre = similitudine (vv. 46-51). Cioè: "Se dagli ospedali della Valdichiana, di Maremma e di Sardegna tra luglio e settembre si riunissero tutti i malati in un sol luogo ristretto, si vedrebbe una sofferenza simile a quella che c'era nella Bolgia e il puzzo che ne usciva era simile a quello delle membra in putrefazione".

De l’alto Sire infallibil giustizia = anastrofe (v. 56). Cioè: "infallibile ministra del sommo Re".

Non credo ch’a veder maggior tristizia fosse in Egina il popol tutto infermo = similitudine (vv. 58-59). Cioè: "non credo che la visione di tutto il popolo ammalato fosse più triste di quella dell'oscura fossa".

E non vidi già mai menare stregghia a ragazzo aspettato dal segnorso, né a colui che mal volontier vegghia, come ciascun menava spesso il morso de l’unghie sopra sé per la gran rabbia del pizzicor, che non ha più soccorso = similitudine (vv. 76-81). Cioè: "e non vidi mai un garzone atteso dal suo padrone, o uno stalliere che veglia controvoglia, usare la striglia come ognuno di loro usava le unghie su di sé per la smania del pizzicore".

E sì traevan giù l’unghie la scabbia, come coltel di scardova le scaglie = similitudine (vv. 82-83). Cioè: "e si toglievano la scabbia penetrando in profondità con le unghie come un coltello toglie le squame della scardova".

Che più larghe l’abbia = anastrofe (v. 84). Cioè: "che le abbia ancor più larghe".

E che fai d’esse talvolta tanaglie = metafora (v. 87). Riferito alle unghie usate per tagliare come fossero tenaglie.

Umane menti = anastrofe (v. 104). Cioè: "menti umane".

Sconcia e fastidiosa = endiadi (v. 107).

Senno poco = anastrofe (v. 114). Cioè: "poco senno".

A cui fallar non lece = anastrofe (v. 120). Cioè: "a cui non è lecito sbagliare".

Al detto mio = anastrofe (v. 125). Cioè: "alle mie parole".

Temperate spese = anastrofe (v. 126). Cioè: "spese moderate".

Aguzza ver me l’occhio = sineddoche (v. 134). Singolare per il plurale. Cioè: "aguzza verso di me gli occhi".
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Legno, Legna e Legname: qual è la differenza?



Legno, legna, legname... tre parole apparentemente con lo stesso identico significato e, quindi, sinonimi, ma che in realtà andrebbero usate per scopi diversi.

Qui di seguito trovate la definizione di ciascun termine e alcuni esempi di utilizzo:



Legno

Con il termine "legno" si indica generalmente la parte solida del fusto, dei rami e delle radici degli alberi e degli arbusti.
Viene anche usato in riferimento ai vari impieghi in falegnameria e simili.

ESEMPIO: legno lavorato, legno verde, legno duro, legno liscio, legno venato, legno di noce, legno di cipresso, statua in legno, tavola in legnogamba di legno, mobili in legnoil legno della porta nel gioco del calcio.



Legna

Con il termine "legna" si indica esclusivamente il combustibile costituito da porzioni di tronchi e rami d'albero.

ESEMPIO: una stufa a legna, spaccare la legna, legna da ardere, treni a legna.



Legname

Con il termine "legname" si indica esclusivamente l'insieme di pezzi di legno tagliati in quanto materiale da costruzione e da lavoro.

ESEMPIO: deposito di legname.



Come si forma il plurale

Singolare Plurale
LegnoLegni
Legna Legna (Legne - solo uso dialettale)
Legname Legnami


Il singolare maschile legno deriva dal latino lignum.

Il singolare femminile legna deriva dal latino ligna, originariamente plurale di lignum. Il plurale femminile legne è limitato all'uso regionale toscano e, quindi, non è una forma accettata nella lingua italiana.
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