Spesso il male di vivere ho incontrato - Montale: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Spesso il male di vivere ho incontrato" è stata scritta da Eugenio Montale nel 1924 e fa parte della raccolta Ossi di seppia.


Testo

Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.



Parafrasi

Ho spesso incontrato il malessere:
era torrente che incontra un ostacolo nel fluire,
l'accartocciarsi di una foglia,
rinsecchita dal calore, un cavallo caduto per la fatica.
Non ho conosciuto altro bene all'infuori della condizione miracolosa
che dà origine allo stato di superiore indifferenza:
era una statua nella sonnolenza
del mezzogiorno, una nuvola e un falco che vola alto.


Parafrasi discorsiva:
Durante la mia vita ho avuto molte volte l'occasione di conoscere il male: si è manifestato nel ruscello che gorgoglia come un lamento, nella foglia secca, nel cavallo caduto a terra. Non ho conosciuto altro bene al di fuori di quello della realtà negata: e questa indifferenza l'ho conosciuta nella statua di pietra, nella nuvola e nel falco che vola verso l'alto.



Spiegazione per parola

  1. Il male di vivere: il dolore, la sofferenza del vivere, che tendono a coincidere con la vita stessa.
  2. Rivo: ruscello, rigagnolo. Il poeta lo osserva come un elemento vivo: con il suo gorgoglio pare lamentarsi per la strozzatura che ne impedisce il libero flusso.
  3. Strozzato: in quanto l'acqua passa attraverso una strettoia.
  4. Incattorciarsi: è più comune la forma accattocciarsi, ma in questo modo il verbo dà l'idea del lento inaridirsi e morire della foglia.
  5. Riarsa: prosciugata nella linfa, a causa del sole troppo forte. L'enjambement, separando l'aggettivo dal sostantivo foglia cui si riferisce, conferisce risalto all'immagine.
  6. Bene...indifferenza: non ho conosciuto (non seppi) alcun bene, a eccezione di (fuori) quello concesso (e che per la sua rarità e la sua forza appare un prodigio) dall'estraneità, dal distacco dai problemi e dalle passioni altrui. Si tratta di un privilegio di cui godono solo gli dei; perciò l'indifferenza è segnata dalla maiuscola ed è definita come divina.



Analisi del testo

Metrica: sono due quartine di endecasillabi tranne l'ultimo (un settenario doppio), a rime incrociate (ABBA), ma l'ultimo verso rima con il primo della I quartina ed è ipermetro.

Temi: l'universalità del dolore, connaturato alla vita stessa - l'indifferenza come antidoto al male di vivere.

La lirica famosissima, è tra quelle che più esplicitamente esprimono il doloroso senso dell'esistere che caratterizza un po' l'opera di Montale.

La prima quartina dichiara inizialmente il tema fondamentale: il male di vivere (v.1). Esso viene espresso con tre immagini:
  1. il ruscello impedito nel suo libero scorrere;
  2. la foglia che inaridisce per la calura e si accartoccia su di sé;
  3. il cavallo caduto (stramazzato dice il poeta).

Anche la seconda quartina comincia (vv. 5-6) con un'affermazione: quel poco di bene (precario bene) che è concesso agli uomini coincide con la divina Indifferenza. Altre tre immagini vengono a illustrare tale affermazione:
  1. la statua;
  2. la nuvola;
  3. il falco che volteggia in cielo.



Figure retoriche

Allitterazione, suoni aspri e duri = "era il rivo strozzato che gorgòglia" (v. 2), "era l'incartocciarsi della foglia/riarsa" (vv. 3-4), "era il cavallo stramazzato" (v. 4), "e il falco alto levato" (v. 8).

Enjambement: vv. 3-4; 5-6; 7-8.

Anafora: "era" (vv. 2-3-4-6-7)

Antitesi = "stramazzato" (v. 4) che indica un movimento dall'alto verso il basso e "levato" (v. 8) che indica un momento dal basso verso l'alto.

"era il rivo strozzato che gorgoglia" = correlativo oggettivo e simboleggia il suo stato d'animo..

"era l'incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato"= correlativo oggettivo che indica una metafore del male.

"era la statua nella sonnolenza del meriggio, e la nuvola , e il falco alto levato" = correlativo oggettivo che indica metafore del bene.



Commento

Montale ha visione profondamente negativa dell'esistenza. Il male di vivere interessa ogni essere vivente, non solo l'uomo. Nella lirica ne sono testimonianza il ruscello strozzato, la foglia accartocciata, il cavallo stramazzato, tre immagini che rappresentano una vita che si spegne bruscamente soffocata. L'unico rimedio possibile all'uomo è quello dell'indifferenza.

Montale e il male di vivere
Eugenio Montale interpreta le inquietudini, il malessere e l'impotenza dell'uomo di cultura che vede sgretolarsi i propri punti di riferimento e avverte l'impotenza della cultura e della ragione di fronte alle devastazioni di due guerre mondiali e alla nascita di regimi illiberali e totalitari in Europa. Registra con un linguaggio arido, scabro ed essenziale, l'impossibilità dell'uomo di comunicare e la sua disarmonia col mondo. Il poeta non ha verità o certezze da rivelare; di fronte all'impossibilità di ogni consolazione non resta che l'accettazione dignitosa della propria condizione di angoscia e di sconfitta.

Nella vita, dice il poeta, domina il dolore. Intorno all'uomo è sofferenza: sofferenza nelle cose, negli animali, nelle persone. È il male di vivere, una concezione pessimistica dell'esistenza che avvicina Montale a Leopardi. L'unico rimedio al male di vivere è l'indifferenza, che è divina perché ci consente di restare sereni e impassibili come gli dei del mondo antico.
Al male di vivere, a questa ferrea necessità dell'esistenza, il poeta contrappone la sua scelta morale, l'impassibilità, l'isolamento. Sono questi il suo bene di vivere, la sua filosofia della vita.
Nella formula montaliana del male del vivere si è riconosciuta l'intera cultura tra le due guerre.

Questo male di vivere è:
  • il disagio contemporaneo di fronte a un mondo di odio e d'incomprensione;
  • l'angoscia per la caduta dei valori e degli ideali che avevano reso più accettabile l'esistenza alle generazioni precedenti;
  • il sentimento doloroso di chi non sa più conferire significato e scopo ai propri giorni

Il poeta rappresenta tutto ciò con la forza di alcuni eloquenti oggetti poetici. Si tratta di oggetti emblematici, che si caricano di un valore generale di simbolo: spesso, in montale, cose concrete diventano segno di concetti astratti. Si comincia individuando gli emblemi del male: il ruscello strozzato, la foglia incartocciata sul terreno, il cavallo caduto. Il bene per contro, non c'è, o meglio, consiste nell'assenza del male.
Da qui l'invito del poeta a fuggire: bisogna fuggire in ciò che egli chiama indifferenza. Essa è l'unica realtà divina, perché ci porta fuori dall'esistente, fuori come sono già altri oggetti emblematici:
  • la statua: inattaccabile dai sentimenti e dalla sofferenza
  • la nuvola e il falco staccati dal mondo e preservati così da ogni bruttura

In ciò risiede il precario messaggio che il poeta può offrirci in positivo: bisogna contemplare ogni cosa dall'alto, secondo il tipico volo del falco, e da fermi, come una statua. Questo è l'unico bene concesso agli uomini.
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Meriggiare pallido e assorto - Montale: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Meriggiare pallido e assorto" è stata scritta da Eugenio Montale probabilmente nel 1916 e fa parte della raccolta Ossi di seppia. È forse una delle più famose del poeta ed ha come protagonista il paesaggio della Riviera ligure di levante, che si individua molto bene in questo testo e che Montale conosceva benissimo, anche perché trascorreva le vacanze nella casa paterna di Monte Rosso, una delle Cinque terre. Da notare anche la fortissima capacità di oggettivazione poetica che comunica con il lettore attraverso il consueto mezzo del correlativo oggettivo.



Testo

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora si intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.



Parafrasi

Trascorrere il pomeriggio pallido e assorto,
vicino a un muro d’orto che brucia;
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
il verso dei merli, il fruscio dei serpenti.

Nelle screpolature del suolo oppure sulla pianta della veccia,
studiare le file delle formiche rosse,
quelle file che si interrompono e poi si intrecciano
in cima a minuscoli mucchi di terra.

Osservare tra le fronde degli alberi il movimento
in lontananza del mare che sembra fatto a scaglie,
mentre si sentono gli scricchiolii
delle cicale sui colli privi di vegetazione.

E camminando nel sole che acceca
sentire con triste meraviglia
come tutta la vita e le sue sofferenze
non è che un camminare a fianco un alto muro
con sopra dei cocci aguzzi di bottiglia.


Parafrasi discorsiva
Stare in ozio nelle ore calde attorno al mezzogiorno sotto un sole chiaro, raccolto in meditazione vicino un muro d'orto riscaldato dal sole, ed ascoltare tra i cespugli spinosi e gli arbusti secchi, i versi dei merli e il rumore delle bisce che strisciano.

Nelle crepe del suolo o sullo stelo delle erbe spiare le file di rosse formiche che ora si spezzano e ora si incrociano sulla sommità di minuscoli mucchietti di terra.

Osservare, fra le fronde degli alberi o dei cespugli, il tremolio lontano delle onde che luccicano come scaglie di metallo, mentre dalle cime rocciose prive di vegetazione si levano i canti vibranti delle cicale.

E muovendosi nel sole che abbaglia, capire con triste meraviglia il significato della vita e la sua pena, mentre si cammina lungo un muro insormontabile che ha in cima pezzi aguzzi di bottiglia.



Spiegazione per parola

  1. Meriggiare: riposarsi all’ombra nelle ore più calde del pomeriggio. "Meriggio" deriva da "Meridies" che significa "mezzogiorno".
  2. Pallido: lucente
  3. Presso: vicino
  4. Rovente: caldo
  5. Pruni e sterpi: piante spinose ed erbacce (termine dantesco, canto XIII Inferno).
  6. Schiocchi: i suoni secchi, prodotti dal canto dei merli.
  7. Crepe: spaccature nella terra secca
  8. Vèccia: pianta erbacea dai fiori rossi, usata come foraggio; i suoi semi servivano un tempo per la panificazione.
  9. Spiar: contemplare
  10. S'intrecciano: si ammucchiano
  11. A sommo di minuscole biche: propriamente i mucchi di covoni del grano o di altri cereali; qui indicano come formare delle montagnole da cui entrano ed escono le formiche.
  12. Scaglie di mare: onde che si accavallano.
  13. Calvi picchi: colline brulle, prive di vegetazione.
  14. Travaglio: fatica di vivere.
  15. Seguitare: camminare lungo...
  16. Cocci aguzzi: i cocci di vetro posti sul muro per impedire che possa essere scavalcato.



Analisi del testo

Metrica: La poesia si compone di tre quartine e di una strofa di cinque versi di differente lunghezza, con la prevalenza del novenario. Lo schema delle rime è a piacere; si trovano alcune rime baciate (della prima e terza strofa), altre rime alternate (seconda strofa), una rima ipermetrica (v. 7).

Nelle prima tre strofe (parte descrittiva) sono fissate le diverse sensazioni che il poeta prova in un caldo "meriggiare" di luglio, sensazioni che dipendono non solo dal paesaggio riarso e aspro della sua Liguria, ma soprattutto dalla gran calura che snerva il corpo e dall'ora particolare del mezzogiorno. Nel magico silenzio di quell'ora meridiana, in cui ogni battito di vita sembra fermarsi, il poeta avverte "schiocchi di merli, frusci di serpi" mentre con gli occhi segue "le file rosse di formiche" e i palpiti lontano delle onde del mare. Sono fremiti di vita nella immobile sonnolenza del mezzodì.
Nella quarta strofa (parte riflessiva) sono espresse le considerazioni del poeta sull'esistenza umana: vivere – per Montale – è come camminare lungo una muraglia invalicabile, irta di cocci aguzzi di bottiglia, che assurgono a simbolo delle difficoltà insormontabili della vita.

Meriggiare è una poesia in cui si possono riconoscere quasi tutte le caratteristiche della poetica di Montale. Innanzitutto rivela la sensibilità musicale del poeta: ogni parola è stata scelta perché entri in un rapporto sonoro con le altre (rime, consonanze, giochi di suono...) o perché evochi un'atmosfera con il suo suono onomatopeico. Poi questa poesia ci offre molti esempi di concentrazione di significati in poche parole, tipica dello stile di Montale. Già il primo verso "Meriggiare pallido e assorto" è una metafora che riesce a descrivere con tre parole sia un momento della giornata sia l'atteggiamento con cui il poeta vive quel momento. Infine, da questi versi si può dedurre qual è il concetto di poesia secondo Montale. Per cui fare poesia significa cercare la verità: non il ragionamento, ma le sensazioni e le immagini poetiche possono aiutare gli uomini ad intuire il significato della vita; la sensibilità poetica dà talvolta delle vere e proprie rivelazioni, momenti in cui la verità appare come un lampo.

L'uso dei verbi all'infinito, che reggono la struttura del componimento (meriggiare, ascoltare, spiar, osservare, palpitare, sentire, seguitare) contribuisce a oggettivare le azioni descritte (non si fa riferimento all'autore ma è un concetto universale) e a dare un senso di continuità.



Figure retoriche

Allitterazioni: della "r": (vv. 2-4; 6-7).

Allitterazioni: del gruppo "tr". (v. 11).

Onomatopee: "schiocchi" (v. 4); "fruscii" (v. 4); "scricchi" (v. 11).

Iperbato: "com’è tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia" (vv. 15-16).

Sinestesie: "palpitare / lontano di scaglie di mare" (vv. 9-10).

Analogia: "calvi picchi" (vv. 12: picchi paragonati a teste calve);

Enjambements: vv. 7-8; 9-10; 11-12.

Climax ascendente: "muraglia" (v. 14).

Climax discendente: "minuscole biche" (v. 8 ).

Ossimoro: "triste meraviglia" (v. 14)

Metafora: "muraglia che ha in cima cocci di bottiglia" (v. 16-17).



Commento

In un'assolata giornata estiva il poeta cammina lungo il muro di un orto in un paesaggio aspro e scabro della Liguria. In ogni particolare di questo paesaggio egli vede concretizzarsi il suo modo di sentire l'esistenza come una realtà dolorosa, il male di vivere, condizione di disagio tipica dell'uomo contemporaneo e di tutto l'uomo del 900. Questa sofferenza viene messa in evidenza attraverso l'oggettivazione del paesaggio e quindi l'uso del correlativo oggettivo.
  • Notiamo, come già abbiamo detto, il "muro d'orto rovente" che rappresenta la chiusura rispetto a ciò che è conoscibile, dunque un muro completamente opposto alla siepe di Leopardi che invece permetteva al poeta di Recanati di costruire, di fingere al di là di essa la sua idea d’infinito.
  • Anche gli elementi della vegetazione sono secchi "pruni, sterpi" e questo per indicare come la vita sia irta di sofferenze, di spine, di impedimenti. Cioè simboleggiano un'esistenza priva di scopo.
  • Il "mare", che normalmente ispira il sentimento dei poeti, viene rappresentato con delle scaglie proprio per rendere, anche in questo caso, l'idea della sofferenza, della chiusura, della negatività dell'esistere.
  • Il "sole non illumina ma abbaglia", quasi acceca, impedendo all'uomo di vedere, di scoprire e quindi contribuisce a dare all'uomo una sensazione di disarmonia e di ansia e d'angoscia.
  • L'immagine più importante è, come si è detto, nel verso finale in cui compaiono "i cocci aguzzi di bottiglia sul muro" e cioè l'uomo, nella sua esistenza, non è in grado di andare oltre a ciò che vede, non è capace di fare un'esperienza che lo possa sublimare, almeno in questa prima fase. Anche a provare a superare l'angoscia del presente troviamo i cocci di bottiglia cioè le difficoltà che ci impediscono di sognare, di andare oltre.
  • Nel verso 6 le "formiche rosse che si rompono e si intrecciano" rappresentano, forse, uno spaccato di un'umanità piccola, debole, soggetta ai colpi del destino; un certo richiamo potrebbe essere al popolo di formiche descritto nelle canto leopardiano della "Ginestra".

Il tema centrale
L’ora che incombe e quella muraglia gli suscitano pensieri d’angoscia riguardanti la triste condizione dell’uomo irrimediabilmente chiuso nel cerchio della sua solitudine e della sua incomunicabilità. È una concezione pessimistica della vita. Questa la nota emblematica del pessimismo montaliano e questo "il tema centrale" della lirica.
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Gratis, A Gratis o Aggratis: come si scrive?



Nell'articolo in questione andremo ad affrontare uno degli strafalcioni grammaticali più comuni. Il motivo? Spesso la forma errata si sente in televisione e, il più delle volte, viene usata con tono ironico (capita di rado che sbagliano davvero e senza rendersene conto), ma anche dagli editori di riviste e giornali che, a differenza di chi la usa verbalmente, possono difendersi dall'accusa di aver commesso un errore imbarazzante adottando le virgolette proprio per evidenziarne volutamente l'errore.


Qual è la forma corretta?

GRATIS = il termine gratis deriva dal latino gratis, forma contratta di gratiis, ablativo plurale di gratia cioè "grazia, bontà, benevolenza"; abbreviazione di "gratis et amore Dei" il cui significato è "per grazia e per amore di Dio".


A GRATIS = l'espressione con l'aggiunta della preposizione semplice "a" non è consentita nella lingua italiana, perché non esiste una versione latina che conduce a questa forma (gratiis). A volte accade che anche le forme grammaticalmente sbagliate, quando diventano di uso comune, vengono introdotte nella lingua italiana come valide alternative alla forma ufficiale (es. disfano o disfanno?), ma non è questo il caso e probabilmente mai lo sarà. La sua diffusione può essere dovuta a tre motivi:
  • ha origine come espressione dialettale e viene dal Piemonte,
  • ricorda altre espressioni come "a sbafo", "a scrocco", "a ufo".
  • per il parallelismo con l'espressione opposta "a pagamento".

Quindi il contrario di "a pagamento" non è "a gratis" bensì "gratuitamente".


AGGRATIS = questo è un errore ancora più grave del precedente perché fa pensare che il vostro dubbio riguardava se si dovesse scrivere nella forma separata (a gratis) o nella forma univerbata (aggratis) ma, come abbiamo già detto, entrambe le forme sono errate. Essendo una forma univerbata si sarebbe dovuta trovare in un qualunque dizionario, ma non è così, perché come è stato osservato per l'espressione errata precedente, dal latino non c'è traccia della preposizione semplice "a" (gratiis).



Esempio

La parola "gratis" può essere usata sia come avverbio (in questo caso gli si preferisce la forma "gratuitamente") oppure come aggettivo (in quest'altro può essere sostituito da "gratuito/a").
  • Il teatro è strapieno perché si poteva entrare gratis. (avverbio)
  • Non ho più voglia di lavorare gratis. (avverbio)
  • Questo campione di profumo è gratis. (aggettivo)
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Disfano o Disfanno: come si scrive?



L'argomento di questo articolo è il verbo "disfare", che ha molteplici usi, ad esempio: annullare un lavoro eseguito in precedenza (disfare un puzzle - disfare la valigia), distruggere/devastare (disfare una parete), uccidere/eliminare (dobbiamo disfarci di quest'individuo).

Per quanto riguarda il dubbio grammaticale, dovete tenere a mente che il verbo "disfare", essendo composto, si coniuga come il verbo base, che in questo caso è il verbo irregolare "fare", per cui si ha che:

Se il presente del modo indicativo del verbo "fare" è:
  • io faccio, 
  • tu fai, 
  • egli fa, 
  • noi facciamo, 
  • voi fate, 
  • essi fanno.

Si ha che il presente del mondo indicativo del verbo "disfare" sarà identico, ma con l'aggiunto del prefisso "dis", ossia:
  • io disfaccio, 
  • tu disfai, 
  • egli disfa, 
  • noi disfacciamo, 
  • voi disfate, 
  • essi disfanno.

Se dovessimo dare ascolto solo alla regola grammaticale dovremmo dire che l'unica forma corretta è "disfanno", ma a dirla tutta anche le forme che non seguono le leggi grammaticali come "disfo, disfiamo, disferò e disfano" sono diventate di uso comune, inizialmente nel linguaggio parlato e successivamente pure in quello scritto e, quindi, in un certo senso si sono ritagliate il proprio spazio nella lingua italiana.

La risposta alla domanda "si scrive disfano o disfanno?" è che entrambe le forme sono ormai accettate.

Dal momento che il verbo "disfare" desta molti dubbi anche negli altri modi e tempi verbali, qui di seguito vi riportiamo la tabella completa in modo da poterlo coniugare correttamente in tutti i casi possibili.

Indicativo

Presente Passato prossimo
Io disfo/disfaccioIo ho disfatto
Tu disfai Tu hai disfatto
Egli disfa Egli ha disfatto
Noi disfacciamo Noi abbiamo disfatto
Voi disfate Voi avete disfatto
Essi disfanno Essi hanno disfatto


Imperfetto Trapassato prossimo
Io disfacevoIo avevo disfatto
Tu disfacevi Tu avevi disfatto
Egli disfaceva Egli aveva disfatto
Noi disfacevamo Noi avevamo disfatto
Voi disfacevate Voi avevate disfatto
Essi disfacevano Essi avevano disfatto


Passato remoto Trapassato remoto
Io disfeciIo ebbi disfatto
Tu disfacesti Tu avesti disfatto
Egli disfece Egli ebbe disfatto
Noi disfacemmo Noi avemmo disfatto
Voi disfaceste Voi aveste disfatto
Essi disfecero Essi ebbero disfatto


Futuro semplice Futuro anteriore
Io disfaròIo avrò disfatto
Tu disfarai Tu avrai disfatto
Egli disfarà Egli avrà disfatto
Noi disfaremo Noi avremo disfatto
Voi disfarete voi avrete disfatto
Essi disfaranno essi avranno disfatto


Condizionale

Presente Passato
Io disfareiIo avrei disfatto
Tu disfaresti Tu avresti disfatto
Egli disfarebbe Egli avrebbe disfatto
Noi disfaremmo Noi avremmo disfatto
Voi disfareste Voi avreste disfatto
Essi disfarebbero Essi avrebbero disfatto



Congiuntivo

Presente Passato
Che io disfacciaChe io abbia disfatto
Che tu disfaccia Che tu abbia disfatto
Che egli disfaccia Che egli abbia disfatto
Che noi disfacciamo Che noi abbiamo disfatto
Che voi disfacciate Che voi abbiate disfatto
Che essi disfacciano Che essi abbiano disfatto


Imperfetto Trapassato
Che io disfacessiChe io avessi disfatto
Che tu disfacessi Che tu avessi disfatto
Che egli disfacesse Che egli avesse disfatto
Che noi disfacessimo Che noi avessimo disfatto
Che voi disfaceste Che voi aveste disfatto
Che essi disfacessero Che essi avessero disfatto



Imperativo

Presente
disfa' / disfai
disfaccia
disfacciamo
disfate
disfacciano



Infinito

Presente Passato
DisfareAvere disfatto



Participio

Presente Passato
DisfacenteDisfatto



Gerundio

Presente Passato
DisfacendoAvendo disfatto
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Non chiederci parola - Montale: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Non chiederci parola" è stata scritta da Eugenio Montale nel 1923 e fa parte dell'omonima sezione della raccolta Ossi di seppia.


Testo

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.


Parafrasi discorsiva
:
Non chiederci la parola che definisca con precise idee, da ogni parte, il nostro modo di essere privo di un'identità, e lo possa dichiarare in modo che risplenda con lettere luminose come un fiore giallo di zafferano, perduto in mezzo ad un prato impolverato. Beato l'uomo che se ne va sicuro di sé in armonia con se stesso e con gli altri e non si cura della sua ombra che il caldo stampa su un muro scalcinato. Non chiederci la formula che possa illuminarti, aprirti sul significato del mondo, ma dici solo qualche sillaba imprecisa, secca come il ramo di un albero. Oggi noi possiamo dirti solamente questo: quello che non siamo, quello che non vogliamo.



Parafrasi

Non chiederci la parola, che definisca con precisione sotto tutti gli aspetti,
il nostro animo privo di certezze, e a lettere che lo chiariscano
rendendolo luminoso come il fiore dello zafferano: perduto in mezzo ad un prato polveroso.
Ah l'uomo che se ne va' sicuro,
d'accordo con se stesso e con gli altri.
E la sua ombra non viene toccata che dal sole nel periodo più caldo dell'estate;
proiettata su un muro privo di intonaco.
Non domandarci la formula che possa rivelarti nuove prospettive di conoscenza del mondo,
bensì una distorta sillaba secca come un ramo.
Solo questo possiamo dirti oggi,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.



Spiegazione per parola

  1. Squadri: renda regolae e uniforme (opposto a informe del verso successivo), plasmandolo attraverso la fede in qualche valore o ideale.
  2. Lo dichiari: lo renda chiaro e luminoso.
  3. Croco: zafferano, pianta dai pistilli giallorossi.
  4. L'ombra sua: la parte oscura di sé, quel groviglio caotico in cui la parola poetica non può portare ordine. Il conformista, soddisfatto di sé e perfettamente integrato nel mondo, non si rende conto di questo lato negativo dell'esistenza.
  5. Canicola: la calura estiva.
  6. Mondi possa aprirti: possa rivelarti la verità, aprendoti nuovi universi di conoscenza.
  7. Storta...secca: in corrispondenza con l'animo nostro informe.



Analisi del testo

Schema metrico: tre quartine formate da versi di varia lunghezza e con rime ABBA, CDDC, EFEF. La rima D è imperfetta perché ipermetra (amico/canicola).
Il componimento è costruito con una struttura circolare. Le strofe 1 e 3 si corrispondono simmetricamente: il primo verso è costituito da un ottonario + un settenario, il secondo è un doppio settenario, gli ultimi due sono endecasillabi; esse si oppongono perciò alla strofa 2, che si presenta con quattro versi disuguali, rispettivamente di 10-9-12-11 sillabe.

Temi: un paesaggio di aridità e di solitudine – il vuoto dei valori e la mancanza di certezze - l'errore di chi presume di aver capito tutto e di essere padrone della propria vita – il ruolo della poesia: testimoniare la crisi.

La prima strofa mette in contrapposizione due modelli di poesia:
  • da una parte il modello della poesia retoricamente intonata dei poeti-vati ottocenteschi;
  • dall'altra parte, i poeti della nuova generazione caratterizzati da un animo informe: essi perciò non possono offrire una parola risolutiva (al v. 9 Montale riprenderà il concetto, parlando di formula che mondi possa aprirti): infatti un animo informe non si lascia facilmente definire dalle parole.
Dunque la poesia non può avere una funzione consolatoria, non può più fornire immagini belle ma fini a se stesse, come il fiore splendido di colori in mezzo a un prato polveroso dei vv. 3-4. I versi di Montale offriranno al lettore solo sillabe – neanche parole – storte e secche (il contrario del fiore lietamente colorato).

La seconda strofa presenta la satira dell'uomo che procede sicuro per la sua strada, nonostante i turbamenti della storia. L’immagine ha almeno due valenze. Anzitutto una chiara valenza politica (si ricordi che il componimento fu scritto nel 1923): la poesia montaliana divenne all'epoca un punto di riferimento per chi negava il fascismo e i suoi sterili dogmatismi;
Ma l’immagine dell’uomo-ombra ha un valore anche esistenziale: neppure chi crede di essere agli altri ed a se stesso amico è preservato, in realtà, da un destino di lacerazione e di fallimento.
Il poeta invece lo sa; egli è, per ora, l’unico consapevole del male di vivere, come Montale riassumerà in un altro osso breve della medesima serie.

Nella terza strofa sono rimasti famosi i due versi finali:
Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Non è più il tempo, dice Montale, dei miti consolatori o dei facili ammaestramenti; dobbiamo prendere coscienza della crisi storica in atto e della debolezza dell’arte stessa.

Sul piano tematico, la prima e la terza strofa affrontano il medesimo argomento, sottolineato dall'identico incipit negativo (Non chiederci la parola che / Non domandarci la formula che), mentre la seconda strofa presenta l’immagine (falsamente positiva) dell’uomo che se ne va sicuro.

Dal punto di vista dello stile, la lirica procede con un ritmo meditativo, da ragionamento in versi. Per enunciare la propria verità (la persuasione che non esiste alcuna verità certa) il poeta utilizza un linguaggio prosastico. Rinuncia perciò alle immagini poetiche, o ne fa poco uso. Una delle metafore presenti nel testo è il "croco /perduto in mezzo a un polveroso prato": un fiore solitario, che cresce nel deserto del mondo, e che richiama il fiore della ginestra leopardiana. Poetica è anche l’immagine della "storta sillaba e secca come un ramo", una delle più intense espressioni dell’aridità montaliana.



Figure retoriche

Enjambements: vv. 3-4 (croco/perduto); 7-8 (canicola/stampa).

Metafora: "lettere di fuoco" (v. 2).

Similitudine: "risplenda come un croco" (v. 3).

Similitudine: "secca come un ramo" (v. 10).

Anafora:  ripetizione di "Non" a inizio verso (vv. 1 e 9).

Allitterazione della "r": (chiederci, domandarci, croco).

Allitterazione della "p": (perduto, polveroso, prato).

Allitterazione della "s": (sì, storta, sillaba, secca).

Antitesi: "squadri" (v. 1) e "informe" (v. 2).

Antitesi: "croco" (v. 3) e "ramo" (v. 10).

Epifonema: "Codesto solo oggi possiamo dirti,ciò che non siamo, ciò che non vogliamo". Consiste nell'esprimere un motto sentenzioso che, solitamente, chiude con enfasi un discorso.



Commento

Il componimento risale al 1923 e inaugura la sezione intitolata Ossi di Seppia: sono in tutto ventidue brevi liriche, scritte tra il 1921 e il 1925, che diedero poi il titolo all'intero libro. La lirica è una dichiarazione di poetica; Montale dichiara, come tutti i poeti del 900, ed anche per questo parla al plurale, di non essere in grado di offrire all'uomo, al lettore, un messaggio forte, un messaggio di certezza, di sicurezza, di verità. Per questo i poeti possono solamente parlare al negativo; possono solamente dare la testimonianza della sofferenza, del disagio esistenziale che attraversa l'uomo contemporaneo. È da notare, come già abbiamo detto, l'uso del correlativo oggettivo, cioè l'oggetto che simboleggia la condizione esistenziale del soggetto; inoltre c’è anche l'uso di suoni volutamente allitteranti, per dare l'idea di una sofferenza, di una fatica nell'espressione della propria intimità, del proprio modo di essere.
Con il suo paesaggio di aridità, e con la sua parodia dell'uomo che se ne va senza problemi, sicuro e che evita di porsi le domande fondamentali, Non chiederci la parola illustra con ammirevole sinteticità la condizione di solitudine e di amarezza spirituale in cui si muove l’umanità contemporanea. Non solo: Montale aggiunge che è finito il tempo in cui ai poeti si riconosceva l’ultima parola o la possibilità di soluzioni positive. La poesia di oggi non può che presentarsi come nuda (e fraterna) testimonianza della crisi in atto.
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Non gridate più - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Non gridate più" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti e fa parte dell'omonima sezione della raccolta Il dolore.


Testo

Cessate d'uccidere i morti,
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l'impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell'erba,
lieta dove non passa l'uomo.



Parafrasi

Smettete di uccidere (nuovamente) i morti,
non gridate più, non gridate
se li volete ancora ascoltare,
se avete la speranza di non morire,

Sono come un debole sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell'erba,
rigogliosa dove non passa l'uomo.



Analisi del testo

Metrica: È scritta seguendo lo schema metrico del verso libero e divisa in due quartine: la prima di novenari (gli ultimi due in rima), la seconda formata da un endecasillabo (Hanno l'impercettibile sussurro), due settenari e, l'ultimo un novenario.

Le due strofe suddividono la lirica in due parti, cioè vengono trattati gli stessi argomenti ma con due sfumature diverse:
  1. La prima parte sottolinea le brutalità dell'uomo verso i suoi simili.
  2. La seconda parte, invece, sottolinea la civiltà distruttrice dell'uomo, che non risparmia nessuno, ed è riconosciuta anche dalla natura.



Figure retoriche

Adýnaton = "d'uccidere i morti" (v. 1). Consiste nell'affermare come se fosse certo qualcosa di impossibile a realizzarsi.

Anafora = i due versi iniziano con "Se" (vv. 3-4).

Personificazione = "erba/ lieta" (vv. 7-8).

Ripetizione "non gridate più, non gridate" (v. 2).

Enajmebements = vv. 2-3; 6-7.



Commento

In questa lirica è espresso il motivo del dolore colto attraverso un dato occasionale (il bombardamento del cimitero di Verano a Roma) e mediante un dialogo con gli altri uomini.
Il significato del primo verso "Cessate di uccidere i morti" è quello smetterla con gli assurdi rancori e a lasciare riposare in pace le vittime innocenti di una guerra folle, di una tragedia spaventosa e, quindi, di cessare i bombardamenti ai cimiteri. Il poeta invita i sopravvissuti a quell'immane guerra al silenzio (che è sacro), unica forma possibile di solidarietà e rispetto per i morti che dall'aldilà ci parlano con una voce impercettibile (ammoniscono i vivi ad essere più buoni, mandano un messaggio di speranza). Questa condizione è necessaria qualora i vivi vogliano sopravvivere, in quanto l'odio avvelena le anime e rovina gli uomini. In caso contrario, i morti verrebbero uccisi un'altra volta dalla guerra, della cui disumanità il bombardamento del cimitero si erge a tremenda metafora. Solamente l'erba cresce lietamente, in quanto non vi è più nessuno a calpestarla, e allo stesso modo sarebbero lieti i morti se cessassero i rancori e gli odi.
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Tutto ho perduto: Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Tutto ho perduto" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti e fa parte dell'omonima sezione della raccolta Il dolore.


Testo

Tutto ho perduto dell’infanzia
e non potrò mai più
smemorarmi in un grido.

L'infanzia ho sotterrato
nel fondo delle notti
e ora, spada invisibile,
mi separa da tutto.

Di me rammento che esultavo amandoti,
ed eccomi perduto
in infinito delle notti.

Disperazione che incessante aumenta
la vita non mi è più,
arrestata in fondo alla gola,
che una roccia di gridi



Parafrasi

Ho perduto ogni cosa della mia infanzia
e non potrò mai più perdere
la memoria del doloroso passato attraverso un grido.

Ho custodito l'infanzia
nel fondo delle notti
e ora, come una spada invisibile,
mi divide da ogni cosa.

Mi ricordo quando ti volevo bene,
ed ora mi sento smarrito
nell'infinità delle notti.

Disperazione in continuo aumento
la vita non è più per me,
fermatasi in fondo alla gola,
come sedimentazione di gridi.



Analisi del testo

Metrica: versi liberi, in strofe di terzine e quartine alternate.

La mancanza di parole davanti alla tragedia spinge Ungaretti a usare uno stile di scrittura dalle forme sintattiche semplici e piane, simili ad un monologo drammatico recitato a voce alta; abbandona lo stile enigmatico e allusivo di Sentimento del tempo, e questo dà modo al poeta di nominare ogni cosa in modo chiaro e preciso.

Al verso di luce che compare come un lampo, "esultavo amandoti", si contrappone il buio della notte dei versi 5 e 10 in cui ora il poeta si sente perduto per sempre.



Figure retoriche

Sinestesia = "roccia di gridi" (v. 14). Sfera sensoriale visiva (roccia) e sfera sensoriale uditiva (gridi).

Metafora = "L'infanzia ho sotterrato nel fondo delle notti" (v. 4-5).

Iperbole = "in infinito delle notti" (v. 10).

Similitudine = "arrestata in fondo alla gola / che una roccia di gridi" (v. 13-14).



Commento

La lirica sembra affrontare solo ed esclusivamente il tema della scomparsa del fratello di Ungaretti ("Di me rammento che esultavo amandoti") ma in realtà egli è il fatto scatenante di un dolore ancora più grande nel presente di Ungaretti: la perdita di ogni legame con la sua infanzie. Il fratello defunto rappresentava l'ultimo "testimone" della sua infanzia, questo vuol dire che quando pensava al fratello o quando lo incontrava e iniziavano a parlare del passato, rivivevano quei momenti di vita vissuti insieme di quando ancora erano ancora dei fanciulli, mentre ora non ha nessun altro con cui condividere queste emozioni e il solo ricordare il passato non lo conforta più.
Il testo ha una forma autobiografica e, attraverso il quale, il poeta vuole trasmettere il suo stato d'animo per aver subito la perdita dell'infanzia e tutto ciò che essa rappresentava. Il discorso riguarda, in particolare, il ruolo della memoria, che porta dentro di sé ricordi dolorosi della vita. L'infanzia, invece, non ha memoria, in quanto è vissuta in modo spontaneo e felice, senza pensieri, senza le preoccupazioni del passato. Il poeta non è in grado di "smemorarsi", cioè di dimenticare il passato e ritornare a uno stato di fanciullezza felice.Il "grido" simboleggia la spensieratezza giovanile. Nei versi finali il poeta si ritrova incastrato nella gola una forma di grido così dura da sembrare roccia, cioè è tale la sofferenza per il lutto da non avere più nemmeno la forza di parlare. Il termine "roccia" simboleggia la disperazione per il suo continuo crescere (negli anni) e, di conseguenza, l'allontanarsi dall'infanzia.
Le strofe centrali servono a rendere più chiara la conclusione finale. Sotterrando l'infanzia il poeta ha perso se stesso, si sente così impotente nei confronti di ciò che rimane e privo di speranza da arrivare a dire che non gli resta altro che il buio della morte, cioè è caduto in un vortice di disperazione che non ha alcuna via d'uscita.
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