Purgatorio Canto 10 - Figure retoriche




Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del decimo canto del Purgatorio. In questo canto si chiudono le porte del Purgatorio e i due poeti si avviano lungo un sentiero in salita, fino a quando non si fermano perché non sanno più come proseguire. Qui osservano che sulla parete del monte ci sono bassorilievi con raffigurati esempi di umiltà (Maria, David, l'imperatore Traiano) e incontrano i superbi che scontano la loro pena procedendo sotto il peso di enormi massi. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 10 del Purgatorio.



Le figure retoriche

Mal amor = anastrofe (v. 2). Cioè: "l'amore male indirizzato delle anime".

Sì come l’onda che fugge e s’appressa = similitudine (v. 9). Cioè: "come un'onda che si avvicina e si allontana".

In accostarsi / or quinci, or quindi = enjambement (vv. 11-12).

Lo scemo de la luna / rigiunse = enjambement (vv. 14-15).

Liberi e aperti = endiadi (v. 17).

Incerti / di nostra via = enjambement (vv. 20-21).

Solingo più che strade per diserti = similitudine (v. 21). Cioè: "più solitario che le strade nel deserto".

Addorno / d’intagli = enjambement (v. 31-32).

L’angel che venne in terra col decreto de la molt’anni lagrimata pace = perifrasi (vv. 34-35). Per indicare l'angelo Gabriele.

Col decreto de la ... pace = iperbato (vv. 34-35)

Pareva sì verace = similitudine (v. 37). Cioè: "pareva così verosimile".

Imagine che tace = sinestesia (v. 39). Sfera sensoriale della vista e dell'udito.

Quella ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave = perifrasi (vv. 41-42). Per indicare Maria.

Propriamente / come = enjambement (vv. 44-45).

Come figura in cera si suggella = similitudine (v. 45). Così: "così veritiero come una figura impressa sulla cera".

Che m’avea / da quella parte = enjambement (vv. 47-48).

‘l cuore ha la gente = anastrofe (v. 48). Cioè: "dove le persone hanno il cuore, a sinistra".

Col viso = sineddoche (. 49). Cioè: "con lo sguardo", il tutto per la parte.

E vedea di retro da Maria = enjambement (vv. 49-50).

Ne la roccia imposta = anastrofe (v. 52). Cioè: "scolpita nella roccia".

Similemente al fummo de li ‘ncensi che v’era imaginato, li occhi e ‘l naso e al sì e al no discordi fensi = similitudine (vv. 61-63). Cioè: "Allo stesso modo, il fumo dell'incenso lì raffigurato rendeva discordi i miei occhi e il mio naso nell'affermare e nel negare".

Una vista / d’un gran palazzo = enjambement (vv. 67-68).

Sì come donna dispettosa e trista = similitudine (v. 69). Cioè: "come una donna indispettita e corrucciata".

Dispettosa e trista = endiadi (v. 69).

L’alta gloria / del roman principato = enjambement (vv. 73-74).

Traiano imperadore = anastrofe (v. 76). Cioè: "imperatore Traiano".

Pieno / di cavalieri = enjambement (vv. 79-80).

Come persona in cui dolor s’affretta = similitudine (v. 87). Cioè: "come una persona in cui il dolore incalza".

Ch’ei convene / ch’i’ solva = enjambement (vv. 91-92).

Colui che mai non vide cosa nova = perifrasi (v. 94). Per indicare Dio.

Visibile parlare = sinestesia (v. 95). Sfera sensoriale visiva e uditiva.

Mi dilettava di guardare l’imagini di tante umilitadi = metonimia (v. 98). La materia per l'oggetto, le immagini anziché gli esempi di umiltà.

E per lo fabbro = perifrasi (v. 99). Per indicare Dio, che ha creato gli esempi di umiltà.

Lo fabbro loro = anastrofe (v. 99). Cioè: "il loro fabbro".

A veder care = anastrofe (v. 99). Cioè: "preziose a vedersi".

Li occhi miei = anastrofe (v. 103). Cioè: "i miei occhi".

Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi = apostrofe (v. 106).

Che tu ti smaghi / di buon proponimento = enjambement (vv. 106-107).

Come Dio vuol che ‘l debito si paghi = similitudine (v. 98). Cioè: "come Dio esige che si saldi il debito delle colpe".

Veggio / muovere a noi = enjambement (vv. 112-113).

Condizione / di lor tormento = enjambement (vv. 115-116).

A terra li rannicchia = anastrofe (v. 116). Cioè: "li fa curvare a terra".

E disviticchia col visoenjambement (vv. 118-119).

Col viso = sineddoche (v. 119). Il tutto per la parte, il viso anziché gli occhi.

Ciascun si picchia = metafora (v. 120). Cioè: "può indicare che i superbi si battono il petto, oppure avere valore impersonale, nel senso che ognuno di loro è tormentato dalla giustizia divina".

Sì come vermo in cui formazion falla = similitudine (v. 129). Cioè: "proprio come un verme che non si è del tutto sviluppato".

Come per sostentar solaio o tetto, per mensola talvolta una figura si vede giugner le ginocchia al petto, la qual fa del non ver vera rancura nascere ‘n chi la vede; così fatti vid’io color, quando puosi ben cura = similitudine (vv. 130-135). Cioè: "Come talvolta si vede una figura (cariatide) rannicchiata con le ginocchia al petto, per sostenere un soffitto o un tetto a mo' di mensola, la quale attraverso la finzione fa nascere un vero affanno a chi la vede, fatti così vidi io quei penitenti, quando li osservai con attenzione".

Vera rancura nascere = anastrofe (v. 133). Cioè: "fa nascere un vero affanno".

Così fatti / vid’io = enjambement (vv. 134-135).

Più pazienza avea = anastrofe (v. 138). Cioè: "aveva più pazienza".
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Purgatorio Canto 9 - Figure retoriche




Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del nono canto del Purgatorio. In questo canto Dante si addormenta nella "valletta dei principi" e sogna di essere afferrato da un'aquila dalle penne d'oro e trasportato nella sfera del fuoco dove entrambi bruciano in un unico grande fuoco. Al risveglio viene tranquillizzato da Virgilio e un angelo gli incide sulla fronte sette P, come simbolo dei sette peccati capitali che dovrà espiare in ciascuna delle sette cornici del purgatorio. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 9 del Purgatorio.



Le figure retoriche

Di Titone antico = anastrofe (v. 1). Cioè: "del vecchio Titone".

Freddo animale = perifrasi (v. 5). Per indicare lo Scorpione, più precisamente la costellazione dello Scorpione.

Avea di quel d’Adamo = similitudine (v. 10). Cioè: "un corpo come Adamo, in carne e ossa".

Mente nostra = anastrofe (v. 16). Cioè: "nostra mente".

Fuoro abbandonati = enjambement (vv. 22-23).

Là dove fuoro abbandonati i suoi da Ganimede, quando fu ratto al sommo consistoro = perifrasi (vv. 22-24). Per indicare il monte Ida.

Terribil come folgor discendesse = similitudine (v. 29). Cioè: "scendesse fulminea come la folgore".

Non altrimenti Achille si riscosse, li occhi svegliati rivolgendo in giro e non sappiendo là dove si fosse, quando la madre da Chirón a Schiro trafuggò lui dormendo in le sue braccia, là onde poi li Greci il dipartiro; che mi scoss’io = similitudine (vv. 34-40). Cioè: "Achille non si svegliò diversamente, volgendo gli occhi aperti in giro e non sapendo dove fosse, quando la madre (Teti) lo sottrasse da Chirone portandolo a Sciro fra le sue braccia, là da dove poi i Greci lo portarono via; così mi riscossi io".

Come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia = similitudine (v. 42). Cioè: "come chi per lo spavento si sente gelare il sangue".

Il mio conforto = perifrasi (v. 43). Per indicare Virgilio.

A guisa d’uom che ‘n dubbio si raccerta e che muta in conforto sua paura, poi che la verità li è discoperta, mi cambia’ io = similitudine (vv. 64-67). Cioè: "Come un uomo che, nell'incertezza, si rassicura e trasforma la sua paura in conforto, dopo che gli è stata svelata la verità, così divenni io".

Su per lo balzo / si mosse = enjambement (vv. 68-69).

Innalzo / la mia matera = enjambement (vv. 70-71).

Pur come un fesso che muro diparte = similitudine (v. 75). Cioè: "proprio come un crepa che divide un muro".

Tal ne la faccia ch’io non lo soffersi = iperbole (v. 81). Cioè: "così splendente da non poter essere guardato in volto".

Ruvida e arsiccia = endiadi (v. 98). Cioè: "ruvida e arida".

Sì fiammeggiante, come sangue che fuor di vena spiccia = similitudine (v. 102-103). Cioè: "così rosso acceso che sembrava sangue che schizza fuori da una vena".

Mi sembiava pietra di diamante = similitudine (v. 105). Cioè: "che mi sembrava dura come il diamante".

Chiedi / umilemente = enjambement (vv. 107-108).

Sonanti e forti = endiadi (v. 135).

Non rugghiò sì né si mostrò sì acra Tarpea, come tolto le fu il buono Metello, per che poi rimase macra = similitudine (vv. 136-138). Cioè: "non stridette così forte, né si mostrò così dura la rupe Tarpea, quando le fu sottratto il valoroso Metello, che la custodiva, per cui poi rimase privata del suo tesoro".

Il buono / Metello = enjambement (vv. 137-138).

Tale imagine a punto mi rendea ciò ch’io udiva, qual prender si suole quando a cantar con organi si stea; ch’or sì or no s’intendon le parole = similitudine (vv. 142-145). Cioè: "Ciò che udivo mi dava la stessa impressione che di solito si ha quando si assistono a canti accompagnati dagli organo, per cui le parole si sentono ora sì, ora no.".
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Paradiso Canto 7 - Parafrasi



Lo spirito è quello di Giustiniano, che comincia a narrare la storia dell'aquila romana fino al suo regno, affermando che essa vendicò Cristo con la distruzione di Gerusalemme compiuta da Tito. Spiega poi che in quel cielo stanno gli spiriti che in vita ricercarono la gloria; tra essi Romeo di Villanova.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 7 del Paradiso. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

«Gloria a te, o santo Dio delle virtù e degli eserciti,
che sovrillumini con il tuo splendore
i felici fuochi di questi regni!».
In tal modo, mentre girava al ritmo della sua musica,
mi sembrò (fu viso a me) che cantasse quest’anima,
sulla quale si intensificava (s’addua, cioè diventava doppia) la duplice luce;
e questa e le altre anime seguirono tale danza,
e come se fossero rapidissime scintille si nascosero
alla mia vista (mi si velar) per l’improvviso allontanarsi (sùbita distanza).
Io ero tormentato da un dubbio, e dicevo:
‘Chiedi, chiedi!’, e ripetevo fra di me ‘Chiedi a lei, alla mia donna
che con le sue preziose parole (dolci stille) appaga la mia sete (di conoscenza)’.
Ma quel rispetto che s’impadronisce (s’indonna) di tutta la mia persona,
già solo per le lettere Be e ice, mi faceva chinare il capo (mi richinava),
come colui che sta per addormentarsi (ch’assonna).
Beatrice pochi istanti mi sopportò in questo stato (cotal),
poi iniziò (a parlare), illuminandomi con un sorriso tale
che avrebbe reso beato anche l’uomo che fosse nel fuoco.
«Secondo la mia infallibile convinzione, ti sta facendo
riflettere il pensiero (t’ha in pensier miso) di come sia possibile
che una giusta vendetta possa poi essere vendicata altrettanto giustamente;
ma ora io ti sgombrerò subito dal dubbio la mente,
e tu fa’ molta attenzione, perché il mio parlare
ti farà dono (presente) di una profonda verità (sentenza).
Per non aver sopportato il freno posto,
a suo vantaggio (a suo prode), alla volontà, Adamo,
l’uomo non generato, condannando sé, condannò tutta la sua progenie;
per questo da allora (onde) la razza umana giacque prostrata e malata (inferma),
per molti secoli, in uno stato di grave peccato,
fino a quando il Figlio di Dio volle scendere (sulla terra)
dove raccolse nella sua persona (unì a sé in persona)
quella natura umana che si era allontanata da Dio
suo creatore (suo fattore), solo per atto dello Spirito Santo (suo etterno amore).
Adesso volgi la tua mente (viso) verso ciò che stiamo trattando:
tale natura umana legata al suo creatore fu perfetta e pura,
come quando fu creata;
ma per la sua stessa essenza anch’essa (cioè, anche nel Gesù uomo)
fu scacciata dal Paradiso terrestre, poiché si allontanò (si torse) da Dio,
che è strada di verità e vera vita.
Pertanto se si rapporta (si misura) la sofferenza
che la crocifissione diede (a Cristo) alla natura umana
che egli aveva assunto, nessuna mai punì tanto giustamente;
e ugualmente nessuna pena fu così ingiusta (di tanta ingiura),
se si considera la persona che la subì,
nella quale era stata congiunta (con tratta) quella natura umana.
Perciò da un unico fatto (d’un atto) derivarono diversi effetti:
giacché lo stesso martirio (una morte) soddisfece Dio e i Giudei;
a causa sua il mondo tremò e il regno dei cieli si aprì.
Ormai non dovrebbe più sembrarti difficile da capire (forte)
l’affermazione (quando si dice) che la giusta vendetta
venne in seguito vendicata (vengiata) da un giusto tribunale.
Ma ora io vedo la tua mente chiusa,
da un ragionamento all’altro, in un dubbio inestricabile (nodo),
dal quale attende con ardente tensione di essere sciolta.
Tu dici: ‘Capisco bene quello che sento;
ma mi è oscuro (m’è occulto) il motivo per cui Dio abbia
voluto scegliere proprio (pur) questo modo per la nostra redenzione’.
Questa decisione (decreto), fratello, è insondabile (sta sepulto, è seppellito)
per la mente di chiunque non abbia maturato la propria
anima (il cui ingegno … non è adulto) alla fiamma della carità.
Ciò nonostante (Veramente), poiché a questo bersaglio spesso
si cerca di indirizzarsi (molto si mira) ma poco si riesce a vedere,
ti spiegherò perché quel mezzo fu il più opportuno.
La bontà divina, che sdegna (da sé sperne) qualunque
forma d’invidia, bruciando per se stessa risplende
in modo tale da manifestare esteriormente (dispiega) le sue bellezze eterne.
Le cose che emanano direttamente da essa
(da lei sanza mezzo distilla) non hanno fine nel tempo
(poi), perché la sua impronta non muta più quando
essa mette il sigillo. Le cose che discendono (piove)
direttamente da essa sono assolutamente libere,
poiché non sono sottoposte all’influenza (virtute)
delle cause seconde (de le cose nove).
(Tali cose) più sono simili a essa, e più sono da essa amate:
poiché la carità divina che irraggia tutte le creature
risplende di più (è più vivace) in quelle che più le assomigliano.
La creatura umana ha il privilegio (s’avvantaggia) di tutti questi doni,
e se uno vien meno, è inevitabile che essa decada dalla sua dignità.
Solo il peccato è ciò che le toglie la libertà (disfranca)
e la rende difforme dal sommo bene,
perché poco si illumina del suo splendore (della luce divina);
e non ritorna più nella sua dignità,
se non compensa (non rïempie) quanto il peccato toglie (vòta),
con espiazioni equivalenti (giuste) contrapposte alle passioni malvagie.
La natura umana, quando nel progenitore Adamo (nel seme suo) compì
tutta insieme il primo peccato, fu allontanata (fu remota),
come dal Paradiso, così anche da questi privilegi;
e non si poteva rimediare (né ricovrar potiensi), se tu rifletti molto acutamente,
in nessun modo (per alcuna via) se non
attraverso uno di questi passaggi obbligati:
che Dio, per sua sola generosità e misericordia (solo per sua cortesia)
avesse rimesso il peccato (dimesso avesse), o che l’uomo
da se stesso avesse riparato al suo folle gesto.
Adesso penetra a fondo con la tua mente
nel mistero (per entro l’abisso) del pensiero divino,
il più strettamente avvinto (distrettamente fisso) alle mie parole.
L’uomo con le sue limitate virtù (ne’ termini suoi)
non avrebbe mai potuto riparare (sodisfar), perché non poteva umiliarsi
verso il basso (ir giuso con umiltate) tornando all’ubbidienza (obedïendo poi)
tanto quanto disobbedendo aveva cercato di innalzarsi;
questo è il motivo per cui la natura umana
fu impedita (l’uom fue … di schiuso) dal riuscire a riparare da sola.
Era pertanto necessario che Dio operasse
con i suoi mezzi per riportare al sicuro (riparar)
l’uomo nella sua vita integra e piena (intera),
e cioè con l’una o con entrambe le sue vie.
Ma poiché un’opera è tanto più accetta al suo autore, quanto
più dimostra (appresenta) la generosità del cuore di
colui da cui proviene, la bontà divina che dà la sua
impronta (imprenta) all’universo, si compiacque di
agire per tutte le sue vie per risollevarvi.
E tra il primo giorno e l’ultima notte (la fine del mondo)
non vi fu e non vi sarà (fie) un atto (processo) altrettanto grande e generoso,
secondo l’una o l’altra (delle due vie):
poiché Dio nel donare se stesso per rendere l’uomo capace
di risollevarsi, fu più liberale (più largo) che se lo avesse
perdonato per sua gratuita decisione (sol da sé);
e qualunque altro modo sarebbe stato insufficiente (scarsi) nei
confronti della giustizia, se il Figlio di Dio non si
fosse abbassato a prendere la natura umana.
Adesso, per soddisfare completamente il
tuo desiderio di sapere, ritorno indietro per chiarirti
un passaggio del mio ragionamento (alcun loco),
affinché tu possa vederlo come io stessa lo vedo.
Tu dici: ‘Io vedo che l’acqua, il fuoco, l’aria, la terra
e tutti i diversi loro composti (misture) giungono alla
corruzione, e durano poco; e anche (pur) queste
cose sono state creature; per cui, se è vero ciò che
è stato detto prima, dovrebbero essere immuni da corruzione’.
Fratello, gli angeli e il luogo puro (sincero) nel quale tu sei,
si possono definire creati, così come sono,
nella loro completa essenza (in loro essere intero);
ma gli elementi (alimenti) che tu hai nominato
e le varie cose che da essi vengono composte (di lor si fanno)
derivano la loro essenza (sono informati) da una virtù seconda.
La materia prima che essi hanno fu creata;
la forza che ha dato loro l’essenza vitale (la virtù informante)
fu creata in questi cieli che girano attorno a essi.
La luce e il movimento delle stelle divine (lo raggio e ’l moto de le luci sante)
traggono dall’insieme potenziale (complession potenzïata) della materia
l’anima di ogni animale (bruto) e delle piante;
ma è la divina bontà (la somma beninanza) che infonde
la vostra anima umana (vostra vita) direttamente (sanza mezzo),
e la rende così innamorata di sé che poi la desidera sempre.
E da queste considerazioni (quinci) puoi
dedurre logicamente (argomentare) anche la vostra
resurrezione, se rifletti al modo in cui il corpo umano
venne creato nel tempo in cui entrambi i progenitori (parenti) furono creati».
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Paradiso Canto 6 - Parafrasi



Lo spirito è quello di Giustiniano, che comincia a narrare la storia dell'aquila romana fino al suo regno, affermando che essa vendicò Cristo con la distruzione di Gerusalemme compiuta da Tito. Spiega poi che in quel cielo stanno gli spiriti che in vita ricercarono la gloria; tra essi Romeo di Villanova.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 6 del Paradiso. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

«Dopo che Costantino ebbe condotto l’aquila in
direzione opposta al corso del sole, che essa aveva
seguito con Enea, l’eroe antico che sposò (tolse)
Lavinia, l’uccello prediletto (di) del Signore rimase
per più di duecento anni nella parte orientale (stremo) d’Europa,
presso quei monti da cui spiccò per la prima volta il volo;
e sotto la protezione (ombra) delle sue sante ali
governò il mondo di imperatore in imperatore (di mano in mano)
e così mutando giunse in mano mia.
Fui imperatore (Cesare) e sono Giustiniano,
colui che, ispirato dal primo amore che ora vivo direttamente (sento),
dal corpo delle leggi tolse il superfluo e l’inutile.
E prima di essermi disposto (attento) a tale impresa (a l’ovra),
ritenevo che in Cristo vi fosse un’unica natura, non di più,
ed ero soddisfatto in questo credo; ma il santo Agapito,
che fu papa (sommo pastore), mi indirizzò con i suoi
ammonimenti (le parole sue) verso la fede vera.
Io credetti a lui e quello che era contenuto nella sua fede,
io vedo adesso in modo tanto evidente
quanto tu distingui il falso e il vero in ogni tipo di contraddizione.
Non appena (Tosto che) mi avviai
per la strada (mossi i piedi) della Chiesa,
la grazia divina volle ispirarmi la grande e faticosa impresa,
e mi dedicai completamente a essa;
e affidai (commendai) le imprese militari al mio Belisario,
alle quali il favore del cielo fu così unito,
da essere chiaro indizio che io dovessi fermarmi (posarmi).
A questo punto finisce (s’appunta) la mia
risposta alla tua domanda: ma la sua natura (condizione)
mi obbliga (mi stringe) ad apporvi qualche aggiunta,
affinché tu possa giudicare quanto (poco) giustamente
agiscano (si move) contro il venerabile segno sia coloro
che se ne appropriano sia coloro che lo avversano.
Considera quanto valore lo ha reso degno
di riverenza; e iniziò da quando Pallante si sacrificò
per creargli un dominio (per dar li regno).
Tu sai che esso (el) si insediò (fece … dimora) ad Alba Longa
per più di trecento anni, fino al momento decisivo
quando i tre Orazi e i tre Curiazi si combatterono ancora per lui.
E conosci bene quali imprese compì dal ratto delle Sabine
fino alla disperazione di Lucrezia, durante il potere dei sette re,
sottomettendo le popolazioni confinanti.
E sai anche che cosa seppe fare condotto dai più illustri
cittadini romani contro Brenno, contro Pirro, contro altri principi
e altre repubbliche (collegi); e da tali imprese Tito Manlio e Quinzio,
che derivò il suo nome dal ciuffo arruffato (dal cirro negletto),
e le famiglie dei Deci e dei Fabi si guadagnarono la fama,
che io onoro (mirro) con soddisfazione.
Esso (l’aquila) umiliò (atterrò) la superbia dei Cartaginesi (Aràbi)
che seguendo Annibale scavalcarono quegli impervi monti,
o Po, da cui tu discendi (che tu labi).
Sotto di esso, Scipione e Pompeo celebrarono il trionfo,
e si rivelò fonte di dolore (parve amaro) per quel colle
ai piedi del quale (sotto ’l qual) tu sei nato.
Poi, al tempo in cui Dio (’l ciel) volle ricondurre
tutta la terra a quella pace a lui conforme (a suo modo),
Cesare lo prende nelle sue mani (il tolle) per volontà del popolo romano.
E le imprese che egli compì (quel che fé) dal Varo al Reno,
le videro i fiumi Isère, Loira (Era) e Senna,
e tutte le valli dai cui fiumi è alimentato il Rodano.
Ciò che compì quando egli lasciò Ravenna
e passò il Rubicone, fu impresa tanto grandiosa (di tal volo)
che né la parola né la scrittura potrebbero tenergli dietro.
Condusse l’esercito (lo stuolo) verso la Spagna,
quindi a Durazzo, e colpì Farsalo tanto duramente
che se ne sentì l’effetto doloroso fino nel caldo Egitto.
Ritornò (rivide) poi ad Antandro e Simeonta,
da cui era partito, e al luogo dove riposa (si cuba)
Ettore; e poi riprese il volo (si scosse) con danno di
Tolomeo. Da lì piombò come un fulmine su Giuba, e
poi ritornò verso la Spagna, dove ancora si sentiva
la tromba di guerra dei pompeiani.
Di ciò che (l’aquila) seppe compiere con il successivo
portatore (baiulo) si lamentano bestialmente (latra)
in inferno Bruto e Cassio, e ne patirono (fu dolente) Modena e Perugia.
La sciagurata Cleopatra ne soffre ancora, lei che,
per fuggirle davanti, si diede una morte rapida
e crudele (atra) con un aspide (colubro).
Con Ottaviano giunse fino alle spiagge del Mar Rosso (lito rubro);
con lui mise il mondo in una condizione di tale pace
che il tempio (delubro) di Giano venne chiuso.
Ma tutto quello che il simbolo che mi induce a parlare
aveva fatto fino ad allora (prima) ed era destinato
a compiere in futuro (fatturo) sulla terra
che è a esso sottoposta, appare (diventa in apparenza) di piccola e trascurabile importanza,
se si guarda con intelletto lucido e sentimento sincero
a ciò che fece in mano al terzo imperatore (Tiberio);
poiché il giusto dio vivente (la viva giusti zia) che mi ispira
gli riservò, in mano a colui che ho indicato,
l’onore di vendicare la propria ira.
E ora soffermati meravigliato (t’ammira) su
quello che soggiungo: poi con Tito corse a
vendicare la vendetta del peccato originale.
E quando la violenza (il dente) dei Longobardi
aggredì (morse) la Santa Chiesa, Carlo Magno
sotto le sue ali la mise in salvo, vincendoli.
Ormai puoi giudicare quei tali (i guelfi e i ghibellini)
che prima (di sopra) ho accusato e i loro malvagi errori (falli),
che sono la causa di tutte le vostre sventure.
Gli uni oppongono all’Impero (al pubblico segno) la bandiera con i gigli gialli,
gli altri se ne impossessano per interessi privati (a parte),
e così è difficile (forte) capire chi sbaglia di più.
Facciano, facciano i ghibellini la loro politica
sotto un altro vessillo, poiché è un suo cattivo seguace
chi lo separa (diparte) sempre dalla giustizia;
e non provi ad abbatterlo questo nuovo (re) Carlo
con i suoi guelfi, ma abbia paura dei suoi artigli,
che hanno saputo strappare la pelle a ben più forti leoni.
Già molte volte (fïate) i figli hanno sofferto per le colpe dei padri,
e non ci si illuda che Dio possa cambiare la propria
insegna (armi) con quella dei gigli!
Questo piccolo pianeta di Mercurio si
adorna delle anime buone che hanno operato il
bene perché derivasse loro gloria e fama; e quando
i desideri si rivolgono a queste cose (poggian quivi),
così deviando, è inevitabile che la luce della vera
carità si rivolga al cielo con minore intensità.
Ma nel confrontare i nostri premi (gaggi)
con i nostri meriti consiste in parte la nostra beatitudine,
poiché non li troviamo né minori né maggiori (maggi).
Con questo (Quindi) la divina giustizia appaga
i nostri sentimenti, in modo tale che non si
possano mai volgere verso qualche malvagità.
Note diverse creano armoniosi accordi;
così i diversi gradi di beatitudine (diversi scanni)
delle nostre condizioni compongono la dolce consonanza di questi cieli (rote).
E in questa gemma (margarita) di Mercurio risplende
l’anima santa (luce) di Romeo (di Villanova),
il cui nobile e virtuoso agire venne ricompensato con l’ingratitudine (fu … mal gradita).
Ma i Provenzali che tramarono contro di lui non hanno poi goduto,
e da ciò si può capire che (e però) procede male
chi ritiene dannoso per sé (qual si fa danno) l’onesto agire degli altri.
Raimondo Berengario ebbe quattro figlie,
e tutte (divennero) regine; e ciò grazie all’operato di Romeo,
che pure era uomo modesto e straniero (peregrina).
Ma poi voci maligne (parole biece) lo spinsero a chiedere conto
dell’amministrazione a questo uomo giusto,
che gli consegnò dodici per dieci, quindi se ne andò povero e vecchio;
e se la gente (’l mondo) conoscesse la forza d’animo (cor)
che lo sostenne mentre trascinava la vita mendicando
pane a tozzo a tozzo (a frusto a frusto),
già lo loda e lo loderebbe ancora di più».
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Purgatorio Canto 8 - Figure retoriche




Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche dell'ottavo canto del Purgatorio. In questo canto ancora ambientato nella valletta dei principi negligenti vi sono le anime che intonano la preghiera della sera e mettono in fuga il serpente tentatore. Qui Dante incontra anche Nino Visconti e Corrado Malaspina. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 8 del Purgatorio.



Le figure retoriche

Il disio / ai navicanti = enjambement (vv. 1-2).

Il core / lo = enjambement (vv. 2-3). Cioè: "il loro cuore".

D’amore / punge = enjambement (vv. 4-5).

Se ode squilla di lontano che paia il giorno pianger che si more = similitudine (vv. 5-6). Cioè: "se egli sente il suono lontano di una campana che sembra piangere il giorno che finisce".

A render vano / l’udire = enjambement (vv. 7-8).

Dolcemente e devote = endiadi (v. 16).

L’inno intero = anastrofe (v. 17). Cioè: "l'intero inno".

Chè ‘l velo è ora ben tanto sottile, certo che ‘l trapassar dentro è leggero = iperbole (vv. 20-21). Cioè: "poiché il velo allegorico è qui così sottile che è facile passarvi attraverso".

Riguardare in sùe quasi aspettando = similitudine (vv. 23-24). Cioè: "guardare verso l'alto come in attesa".

Verdi come fogliette pur mo nate erano in veste = similitudine (vv. 28-29). Cioè: "indossavano vesti di un colore verde simile a quello delle foglioline appena nate".

La testa bionda = sineddoche (v. 34). Il tutto per la parte, la testa anziché i capelli.

L’occhio si smarria, come virtù ch’a troppo si confonda = similitudine (vv. 35-36). Cioè: "il mio sguardo si smarriva nel loro volto, come quando la facoltà visiva è sopraffatta da un'immagine troppo forte".

A le fidate spalle = sineddoche(v. 42). La parte per il tutto, per indicare Virgilio, la guida fidata.

Mirava / pur me = enjambement (vv. 47-48).

Come conoscer mi volesse = similitudine (v. 48). Cioè: "come se mi volesse riconoscere".

I luoghi tristi = perifrasi (v. 58). Per indicare l'inferno.

In dietro si raccolse come gente di sùbito smarrita = similitudine (vv. 62-63). Cioè: "si trassero indietro come persone improvvisamente smarrite per la meraviglia".

Assai di lieve = antitesi (v. 76). Cioè: "molto facilmente".

Non le farà sì bella sepultura la vipera che Melanesi accampa, com’avria fatto il gallo di Gallura = similitudine (vv. 79-81). Cioè: "La vipera che i Milanesi pongono sullo stemma non onorerà tanto la sua tomba, così come avrebbe fatto il gallo dei Signori di Gallura".

In core avvampa = metafora (v. 84).

Sì come rota più presso a lo stelo = similitudine (v. 87). Cioè: "così come una ruota gira più lentamente vicino al suo asse".

‘l nostro avversaro = perifrasi (v. 95). Per indicare il demonio.

Non si sfregia / del pregio = enjambement (vv. 128-129).

Or va; che ‘l sol non si ricorca sette volte nel letto che ‘l Montone con tutti e quattro i piè cuopre e inforca = perifrasi (vv. 133-135). Per dire "non passeranno sette anni".
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Purgatorio Canto 7 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del settimo canto del Purgatorio. In questo canto, ambientato nel secondo balzo dell'Antipurgatorio, Dante inizia a dialogare con Sordello, che gli spiega la legge della salita nel purgatorio e gli indica ai due poeti alcuni spiriti ospitati nella valletta (i principi negligenti). Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 7 del Purgatorio.



Le figure retoriche

Oneste e liete = endiadi (v. 1). Cioè: "festosi e cortesi".

Qual è colui che cosa innanzi sé sùbita vede ond’e’ si maraviglia, che crede e non, dicendo «Ella è... non è...», tal parve quelli = similitudine (vv. 10-13). Cioè: "Come colui che vede d'improvviso davanti a sé una cosa per cui si stupisce al punto da crederci e non crederci, dicendo tra sé «è vero... non è vero...», così mi sembrò Sordello".

Chinò le ciglia = sineddoche (v. 13). Cioè: "abbasso gli occhi", la parte per il tutto.

O gloria di Latin = apostrofe (v. 16). Cioè: "O gloria degli italiani".

Per cui / mostrò = enjambement (vv. 16-17).

La lingua nostra = anastrofe (v. 17). Cioè: "la nostra lingua".

L’alto Sol = perifrasi (v. 26). Per indicare Dio.

Luogo è là giù non tristo di martìri, ma di tenebre solo = perifrasi (vv. 28-29). Per indicare il Limbo. Cioè: "nell'inferno c'è un luogo non afflitto da pene ma solo avvolto alle tenebre".

Ove i lamenti / non suonan = enjambement (vv. 29-30).

Ove i lamenti non suonan come guai = similitudine (v. 30). Cioè: "dove i lamenti non risuonano come gemiti di dolore".

Avante / che fosser = enjambement (vv. 32-33). Cioè: "prima che fossero".

Le tre sante / virtù = enjambement (v. 34-35).

Alcuno indizio / dà = enjambement (vv. 37-38). Cioè: "dacci indicazioni".

Licito m’è = anastrofe (v. 41). Cioè: "mi è lecito, mi è consentito".

Volesse / salir = enjambement (vv. 49-50).

Impedito / d’altrui = enjambement (vv. 50-51).

‘l monte era scemo, a guisa che i vallon li sceman quici = similitudine (vv. 65-66). Cioè: "mi accorsi che il monte era incavato, proprio come i valloni incavano i fianchi dei monti sulla Terra".

Come dal suo maggiore è vinto il meno = similitudine (v. 78). Cioè: "come una cosa minore è vinta da quella che è superiore".

Incognito e indistinto = endiadi (v. 81).

E fa sembianti / d’aver negletto = enjambement (vv. 91-92).

Che potea / sanar = enjambement (vv. 94-95).

Suo figlio / barbuto = enjambement (v. 101-102).

E quel nasetto = perifrasi (v. 103). Cioè: "e quello dal piccolo naso, per indicare il re di Francia Filippo III".

Del mal di Francia = perifrasi (v. 109). Per indicare Filippo il Bello.

Viziata e lorda = endiadi (v. 110). Cioè: "di colpe e vizi".

Colui dal maschio naso = perifrasi (v. 113). Per indicare Carlo I d'Angiò.

Al nasuto = perifrasi (v. 124). Per indicare Carlo I d'Angiò.
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Purgatorio Canto 6 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del sesto canto del Purgatorio. Dopo la malinconica invocazione di Pia di Tolomei, in questo canto Dante e Virgilio si trovano circondati da una schiera di anime, le quali pregano il poeta di sollecitare i loro parenti perché preghino per la loro salvezza. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 6 del Purgatorio.



Le figure retoriche

E così da la calca si difende = iperbato (v. 9). Cioè: "è così si difende...dalla calca".

Così facevo io in mezzo a quella folla di anime, volgendo il viso a loro qua e là, e promettendo mi separavo dalla calca = similitudine (vv. 10-12). Dante si paragona al vincitore del gioco della zara.

Le braccia / fiere = enjambement (vv. 12-13).

E l’anima divisa / dal corpo suo = enjambement (vv. 19-20).

Dal corpo suo = anastrofe (v. 20). Cioè: "dal suo corpo".

Libero fui = anastrofe (v. 25). Cioè: "fui libero".

Da tutte quante / quell’ombre = enjambement (vv. 25-26).

O luce mia = perifrasi (v. 29). Per indicare la sua guida, il suo maestro Virgilio.

Se quella nol ti dice che lume fia tra ‘l vero e lo ‘ntelletto = perifrasi (vv. 44-45). Cioè: "finché non te lo chiarirà colei che sarà luce tra la verità e il tuo intelletto". Per indicare Beatrice.

In su la vetta / di questo monte = enjambement (v. 48).

Ridere e felice = endiadi (v. 48).

L’ombra getta = anastrofe (v. 51). Cioè: "proietta l'ombra".

Posta / sola soletta = enjambemenet (vv. 58-59).

Altera e disdegnosa = endiadi (v. 62).

Onesta e tarda = endiadi (v. 63).

Ma lasciavane gir, solo sguardando a guisa di leon quando si posa = similitudine (v. 66). Cioè: "ma ci lasciava avvicinare, limitandosi a guardare come un leone quando sta in riposo".

Ahi serva Italia = apostrofe (v. 76).

Di quei ch’un muro e una fossa serra = perifrasi (v. 84). Cioè: "quelli che abitano rinchiusi da un unico muro e un unico fossato", per indicare gli abitanti di una stessa città.

Da le prode le tue marine = enjambement (vv. 85-86).

E poi ti guarda in seno = metafora (v. 86). Cioè: "e poi ti guarda nell'interno".

Ahi gente che dovresti esser devota = apostrofe (v. 91). Riferito alla gente di Chiesa.

E lasciar seder cesare in la sella = metafora (v. 92).

Per non esser corretta da li sproni = metafora (v. 95). Cioè: "perché non è governata dagli sproni dell’imperatore".

Poi che ponesti mano a la predella = metafora (v. 96). Cioè: "dopo che tu prendesti le redini".

La predella = sineddoche (v. 96). La parte per il tutto.

O Alberto tedesco = apostrofe (v. 97).

Ch’abbandoni / costei = enjambement (vv. 97-98).

Indomita e selvaggia = endiadi (v. 98).

E dovresti inforcar li suoi arcioni = metafora (v. 99). S'intende "governare l'Italia".

Arcioni = sineddoche (v. 99). La parte per il tutto, per indicare la sella.

Da le stelle caggia / sovra ‘l tuo sangue = enjambement (vv. 100-101).

Temenza n’aggia = anastrofe (v. 102). Cioè: "ne abbia timore".

Che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto = metafora (v. 105).

Vieni/Vien = anafora (v.106, v.109, v.112, v.115).

La pressura / d’i tuoi gentili = enjambement (vv. 109-110).

Vedova e sola = endiadi (v. 113).

O sommo Giove = perifrasi (v. 118). Per indicare Cristo.

L’abisso / del tuo consiglio = enjambement (vv. 121-122).

Tutte piene / son di tiranni = enjambement (vv. 124-125).

Fiorenza mia = apostrofe (v. 127).

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca = metafora (v. 130). Per indicare la giustizia d’animo che viene manifestata.

Per non venir sanza consiglio a l’arco = metafora (v. 132).

Risponde sanza chiamare = enjambement (vv. 134-135).

Che fenno / l’antiche leggi = enjambement (v. 139).

Atene e Lacedemona = metonimia (v. 139). Per indicare i legislatori delle due città greche, Licurgo e Solone.

Sottili / provedimenti = enjambement (vv. 142-143).

Vedrai te somigliante a quella inferma che non può trovar posa in su le piume, ma con dar volta suo dolore scherma = similitudine (vv. 149-151). Cioè: "riconoscerai di esser simile a quell'ammalata che non può trovare riposo nel letto, ma rigirandosi di continuo cerca di trovare sollievo al suo dolore".
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