Paradiso canto 9 Analisi e Commento




Analisi del canto

Il canto delle profezie
Tre profezie fanno da «cerniera» del canto: quella breve ed ellittica di Carlo Martello in apertura (vv. 1-6), quella centrale (vv. 43-60) di Cunizza da Romano, e in chiusura (vv. 124-142) quella di Folchetto da Marsiglia. Il discorso profetico si fonde con i toni della polemica e dell'invettiva contro peccati e peccatori di cui esse annunciano e denunciano la malvagità.
  • Prima profezia (vv. 1-6). Carlo Martello rivela il male che subirà la sua discendenza regia, e annuncia una futura vendetta divina che Dante non può però rivelare; da qui l'aspro rimprovero agli uomini traviati ed empi.
  • Seconda profezia (vv. 43-60). Triplice profezia di Cunizza da Romano contro le città e i signori corrotti e crudeli della Marca Trevigiana. Storicamente circostanziata, la profezia fa riferimento a fatti storici avvenuti dopo il 1300 di cui Dante aveva avuto notizia, e denuncia le sanguinose efferatezze che provocheranno la vendetta divina.
  • Terza profezia (vv. 124-142). Folchetto da Marsiglia, dopo aver denunciato la vergognosa indifferenza del papato e dei cardinali per gli interessi della cristianità, e il loro esclusivo interesse per il maledetto fiore, cioè per il denaro, annuncia la prossima liberazione di Roma, per intervento divino, dall'avoltero, dal papato adultero e traditore della Chiesa. Si tratta, come nel caso della prima profezia, di una speranza generica che prende rilievo e forza dalla forma e dal tono appunto messianico con cui viene espressa.


I tre beati
Cunizza, Folchetto e Raab sono i beati più rappresentativi degli spiriti amanti, testimoni diretti delle influenze celesti amorose che possono risolversi, male assecondate, in eccessiva passione per i beni del corpo, e così determinare la collocazione in questo cielo relativamente basso nel Paradiso. Tutti e tre, infatti, hanno condotto la prima parte della vita travolti dall'amore peccaminoso, riscattandosi e convertendosi poi negli ultimi anni di vita. Cunizza e Folchetto ci spiegano come, ora che sono in Paradiso, godono solo dell'essenza positiva dell'influenza di Venere, che deriva dall'amore di Dio e a lui riconduce.


Il linguaggio dell'invettiva
Il dato stilistico più evidente nel canto è la crudezza e l'asprezza del linguaggio usato da Dante, corrispondente all'indignazione morale che ne ispira le denunce profetiche e le frequenti invettive. I toni e le espressioni sono quelli già noti e tipici nell'Inferno e nel Purgatorio, ma colpiscono qui in modo speciale per il contrasto con l'ambiente del Paradiso. Gli esempi coprono l'intera sequenza, dalle anime ingannate e fatture empie (v. 10), al maladetto fiore del v. 130.
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Paradiso canto 8 Analisi e Commento


J. Flaxman, Carlo Martello


Analisi del canto

Il canto di Carlo Martello
Il canto è costruito intorno alla figura del re angioino, con una struttura più articolata dei precedenti (e con analogie con il terzo canto, ispirato dalla figura di Piccarda Donati). La prima parte sviluppa il motivo della salita al cielo di Venere e dell'apparizione delle anime. Nella seconda parte abbiamo il dialogo di Dante con Carlo Martello, che si suddivide secondo uno schema classico in un primo momento sentimentale (con la rievocazione della propria vicenda umana), e in un secondo momento di trattazione dottrinale (sulle influenze celesti e sull'indole umana). Dal punto di vista della struttura narrativa, il canto si prolungherà nei primi 9 versi di quello successivo, con la misteriosa profezia e il congedo di Carlo Martello.


Le costanti strutturali
Riconosciamo nel canto altri elementi costanti nella costruzione narrativa e poetica del Paradiso:
  1. incipit di argomento mitologico (vv. 1-12);
  2. ascesa al cielo superiore senza apparente moto fisico, segnalata dall'accentuarsi della bellezza e della luminosità di Beatrice (vv. 13-15);
  3. modalità di apparizione e raffigurazione degli spiriti beati: luce, velocità, canto e danza (vv. 16-30);
  4. il procedere del dialogo su progressivi dubbi e domande di Dante (vv. 40-45; 86-93), e 5) il suo articolarsi in una parte personale e in una parte dottrinaria.


Dottrina e sentimento
Nel colloquio di Dante con Carlo Martello, individuiamo due motivi principali di interesse: quello dottrinario sulle influenze celesti e l'indole umana, e quello sentimentale e autobiografico sul rapporto di cortese amicizia fra i due protagonisti. I due temi si arricchiscono di valore concettuale e poetico proprio perché si intrecciano nella stessa dinamica psicologica del loro incontro.


La questione dottrinaria: influenze celesti e indole umana
Le parole di Carlo Martello ci dichiarano la prima importante applicazione reale delle influenze celesti: l'ordine universale è garantito dalla Provvidenza divina, che emana e distribuisce equamente le virtù attraverso il moto delle sfere celesti. Ne deriviamo due considerazioni:
  1. ogni uomo è dotato di un'indole atta a condurlo alla propria realizzazione e salvezza, e le diverse indoli sono distribuite in modo da permettere una giusta e armoniosa organizzazione sociale;
  2. la natura di ogni uomo non dipende dalla discendenza genetica: è così confermata l'idea di una nobiltà d'animo e non di stirpe, cardine del pensiero stilnovistico e di Dante stesso.


La polemica: l'avarizia dei potenti e la corruzione umana
La condanna espressa da Carlo Martello nei confronti dell'avarizia del fratello Roberto d'Angiò, re di Napoli, diventa ennesima occasione per la polemica dantesca contro la casata di Francia, ma soprattutto stigmatizza l'avarizia come vizio tipico dei potenti, che tradiscono così il loro alto compito di responsabili della vita civile. La stessa condanna si amplifica e si estende nei versi finali, con l'accusa della violenza che gli uomini esercitano opponendosi alle virtù e alle influenze celesti e piegando contro natura le attività degli individui: da qui deriva la corruzione delle società.


Il tema dell'amicizia e l'autobiografismo
Il rapporto di Dante con Carlo Martello rivela un'affettività particolare e intensa, grazie anche a quella vicinanza spirituale che deriva dalla conoscenza diretta e dalla consonanza spirituale (reale o supposta) del poeta con il giovane re. Lo testimoniano i riferimenti espliciti alla sua opera di poeta (cfr. v. 37), e la dichiarazione di intima amicizia messa in bocca all'anima di Carlo ai vv. 55-57, che rimandano all'incontro avvenuto tra i due personaggi nel 1294. L'episodio va a comporre quel quadro ideale di amicizie giovanili e di ambienti cortesi fiorentini cui Dante accenna nostalgicamente nel corso dell'opera: pensiamo almeno a Cavalcanti, a Forese Donati , e qui in Paradiso a Piccarda Donati.


L'incipit mitologico
L'eccellenza del canto è annunciata dall'altezza retorica dell'esordio, di natura mitologica. L'articolata rievocazione del mito di Venere arricchisce poeticamente il dato astronomico-narrativo dell'ascesa di Dante, e segna un netto stacco rispetto alla sequenza dottrinaria del canto precedente. Analoga formulazione avrà solo l'incipit del canto XVII, a sottolineare l'eccezionalità ideologica dei due canti.


L'autocitazione
Al v. 37 Dante mette in bocca a Carlo Martello il verso iniziale di una delle sue canzoni del Convivio. L'uso dell'autocitazione ha qui una funzione anche affettiva, perché stabilisce un contatto diretto di codice e conoscenza fra i due personaggi; così era stato anche nel caso di Casella in Purgatorio . Più in generale, la citazione poetica accentua nella Commedia il senso di un dialogo aperto fra Dante e il mondo culturale a lui contemporaneo.


Le costanti formali
Uso dei riferimenti geografico paesistici (vv. 58-70); similitudine dell'arco e della freccia (vv. 103-105).
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San Martino: parafrasi, analisi e commento - Carducci



La poesia San Martino è stata scritta dal poeta Giosuè Carducci nel 1883 ed appartiene alla raccolta Rime Nuove del 1887. Non è l'unica poesia dedicata a San Martino (o all'estate di San Martino), ce ne sono molte altre d'autore, fra cui Novembre di Giovanni Pascoli.


Testo

La nebbia agli irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

Ma per le vie del borgo
dal ribollir de' tini
va l'aspro odor de i vini
l'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar

tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar.



Parafrasi

La nebbia sugli alti monti,
sale insieme a una lieve pioggia,
E sotto il vento (maestrale)
fa rumore e schiuma il mare.
Ma per le vie del paese,
dal ribollire dei tini
(tini=catini usati per far fermentare il vino)
arriva l'odore aspro dei vini,
e rallegra le anime
(con anime si intende gente)

Gira sul fuoco
lo spiedo (cioè carne fatta cuocere sul fuoco vivo) scoppiettando:
mentre il cacciatore sta fischiando
sull'uscio di casa guardandosi intorno

tra le rossastre nubi
ci sono stormi di uccelli neri
come pensieri esuli
(esuli= confinati, esiliati, solitari)
nel migrare della sera.



Spiegazione:
La nebbia risale per le colline ripide e il mare bianco di spuma rumoreggia infrangendosi sugli scogli sotto il maestrale (vento che spira da Nord-Ovest). Ma per le vie del piccolo paese contadino si diffonde l'odore aspro del vino nuovo che rallegra le anime. Lo spiedo gira scoppiettando sui ceppi accesi: e il cacciatore sta sull'uscio mentre guarda stormi di uccelli neri che migrano come quei pensieri che se ne vanno.



Analisi del testo

Una lirica che racconta in pochi versi un intero mondo. È tutto in bianco e nero, per una giusta scelta tecnica. La metrica è l'odicina anacreontica (quattro quartine di settenari).
Il Carducci qui mette a confronto il paesaggio malinconico di una natura grigia e tempestosa tipicamente autunnale, con la felicità che c'è nell'aria intorno a lui.
L'atmosfera festosa del borgo è determinata dal giorno di San Martino in un piccolo paese maremmano (Bolgheri o Castagneto), poiché per le strade si diffonde l'odore del vino e della carne che cuoce sullo spiedo, ma i pensieri dell'uomo sfuggono a quest'allegria e volano lontani (com'esuli pensieri nel vespero migrar). La figura del cacciatore riporta il lettore al momento malinconico dell'ora del tramonto e gli uccelli migratori, paragonati a pensieri vaganti, diventano simbolo dell'inquietudine, degli affanni e degli slanci insoddisfatti dell'uomo.
Il maestrale diventa soggetto di urla e biancheggia e da tutto il quadro pare sentirsi il silenzio dell'uomo e i soli rumori della natura.



Figure retoriche

Personificazione: (v. 4) "urla ... il mare". Avviene l'umanizzazione del mare.

Allitterazione: (vv. 4-5-6-7) allitterazione della R (per-borgo-ribollir-aspro-odor-rallegrar). Serve a evidenziare il senso di festa che si sta vivendo nel paese.

Metonimia: (v. 6) "ribollir de tini".

Iperbato: (vv. 6-7). Perché viene invertito l'ordine.

Sinestesia: (v. 7) "aspro odor".

Anastrofe: (vv. 9-10) "gira su ceppi accesi/lo spiedo scoppiettando", cioè viene posposto il soggetto rispetto al verbo.

Similitudine: (vv. 14-15) "stormi d'uccelli neri, com'esuli pensieri". Vengono paragonati gli stormi di uccelli neri agli esuli pensieri.



Commento

Nella lirica "San Martino", Carducci, descrive l'atmosfera festosa del giorno di San Martino, cioè l'11 novembre in un borgo della Maremma Toscana. Questo giorno è molto importante per i contadini perché segna la fine del lavoro nei campi e l'inizio della sventura, cioè del travaso del vino dai tini, dove è stato messo a fermentare, nelle botti. All'allegria del borgo si contrappone la malinconia del paesaggio autunnale avvolto nella nebbia e colto all'ora del tramonto "tra le rossastre nubi".
Nella prima strofa si crea uno sfondo paesaggistico della lirica. Infatti il paesaggio viene descritto con la nebbia che copre tutti gli alberi spogli e secchi sui colli, che quando piove l'altezza della nebbia aumenta. Nella seconda strofa, invece, si sposta l'attenzione al borgo. Infatti questo posto tra le sue vie dal ribollire dei tini si sente l'odore aspro dei vini che rallegra le anime. Nella terza strofa, si concentra l'ambiente domestico interno. Infatti sui ceppi accesi gira lo spiedo facendo colare il grasso della carne messa ad arrostire, mentre un cacciatore fischia sull'uscio a guardare. Infine nell'ultima strofa si collega alla figura del cacciatore intento a osservare le rosse nubi e poiché è l'ora del tramonto, gli stormi di uccelli sono paragonati dal poeta ai pensieri degli uomini che fuggono e si allontanano nella sera per migrare.
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Paradiso canto 7 Analisi e Commento


Guido Reni, Crocifissione.Galleria Estense, Modena.


Analisi del canto

Dottrina e poesia
Anche questo canto è esclusivamente dottrinario, rigorosamente impostato secondo i canoni della trattazione filosofico-teologica scolastica, con corrispondente linguaggio. Ardui e difficili sono le questioni affrontate: la redenzione umana, il sacrificio di Cristo, le colpe del popolo ebraico, la creazione divina degli esseri e la loro diversa natura. Arduo e difficile risulta seguire il ragionamento dantesco senza le nozioni tecniche della cultura del tempo.


Un trattato di cristologia
Al centro degli insegnamenti di Beatrice ci sono due aspetti fondamentali della dottrina cristiana sulla figura di Cristo: la sua doppia natura umana e divina, e il mistero della sua incarnazione. Il primo è la risposta dell'ortodossia a uno dei primi problemi teologici del cristianesimo, intorno al quale sorsero le grandi eresie del pensiero monofisita (arianesimo, nestorianesimo, ecc.); non a caso, dell'errore monofisita si era accusato lo stesso Giustiniano (cfr. vv, 13-21). Il secondo aspetto, cioè l'incarnazione di Cristo, rappresenta ovviamente per Dante e per tutti i fedeli il mistero centrale del cristianesimo e della sua promessa di redenzione: sarà infatti il punto, la meta finale del viaggio del poeta.


La tecnica didattica di Beatrice
Il discorso di Beatrice si presenta come una vera e propria lezione filosofica: alla tecnica didattica, alla sua concreta applicazione in aula sono da riportare l'uso, da parte del maestro, di formulare lui stesso i temi e le possibili obiezioni all'argomento, e il ripetersi delle esortazioni a seguire attentamente i passaggi del ragionamento.


L'incipit del canto
L'esordio del canto consiste in un'operazione linguistica particolare e originale: Dante pone in bocca ai beati un inno da lui ideato e inventato mescolando parole latine ed ebraiche. L'uso del latino, lingua ufficiale della Chiesa, e l'uso della terminologia biblica intendono conferire sacralità e grandiosità a questo coro chiesastico, in cui la natura filosofico-speculativa di Dante si fonde con quella mistica.


La resurrezione della carne
Proprio in chiusa di canto, come spiegazione a tutto quanto affermato precedentemente, Beatrice accenna a un aspetto essenziale della fede e della speranza umana: la resurrezione finale dei corpi. L'asserzione, che verrà sviluppata in canti successivi e in particolare nel canto XIV, si fonda sul racconto biblico della creazione di Adamo ed Eva operata direttamente da Dio.
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Poesie e filastrocche per San Martino



San Martino (Martino di Tours) è stato un vescovo cristiano del IV secolo e in Italia vi sono oltre 900 chiese a lui dedicate. Aveva appena dodici anni quando, contro la volontà dei suoi genitori, che credevano negli dei di Roma, si fece battezzare e divenne cristiano. La legge romana lo obbligava a entrare nell'esercito come suo padre, così, malgrado fosse un tipo molto pacifico, dovette diventare soldato. Su di lui si raccontano molte leggende. La più famosa è questa. Un giorno d'autunno, mentre usciva da una delle porte della città francese di Amiens, dove viveva, vide un povero vecchio, mezzo nudo e tremante per il freddo.
Martino si impietosì e sguainò la spada, tagliò il suo bel mantello di lana e ne diede la metà al povero. Immediatamente il sole si mise a scaldare come in estate. Per questo, si chiama l'estate di San Martino quel periodo agli inizi di novembre in cui spesso accade che la temperatura si faccia più mite.

San Martino viene ricordato l'11 novembre, sebbene questa non sia la data della sua morte, ma quella della sua sepoltura.

In questa pagina trovate una raccolta di poesie per il giorno di San Martino, tra cui spiccano due importanti autori italiani: Giosuè Carducci e Giovanni Pascoli. Per questa ricorrenza vi suggeriamo di leggere anche le frasi per San Martino per fare gli auguri di buon onomastico a chi si chiama Martino e Martina



Le poesie

San Martino - Giosuè Carducci
La nebbia agl’irti colli
piovigginando sale
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;
ma per le vie del borgo
dal ribollir dei tini
va l’aspro odor de i vini
l’anime a rallegrar.
Gira su ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l’uscio a rimirar.
Tra le rossastre nubi
stormi d’uccelli neri
com’esuli pensieri
nel vespero migrar.



Novembre - Giovanni Pascoli
Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate
fredda, dei morti.



San Martino
Umido e freddo spunta il mattino,
ed a cavallo va San Martino
Quand’ecco appare un mendicante,
lacero e scalzo vecchio e tremante
Il cavaliere mosso a pietà,
vorrebbe fargli la carità
Ma nella borsa non ha un quattrino,
e allora dice Oh poverino
Mi spiace nulla io posso darti,
ma tieni questo per riscaldarti
Divide in due il suo mantello,
metà ne dona al poverello
Il sole spunta e brilla in cielo,
caccia la nebbia con il suo velo
E San Martino continua il viaggio,
sempre allietato dal caldo raggio.



San Martino
Chi passa al gran galoppo
su quel cavallo bianco?
Un prode cavaliere
con la sua spada al fianco
Poi torna al suo castello
e per il bosco va
gli uccelli lievemente
gorgheggiano qua e là.



San Martino - R. Pezzani
Se passa un cavaliere con un pennacchio rosso
sull’elmo è san Martino, senza mantello indosso.
Il sole novembrino che stacca foglie gialle,
pelliccia bionda e soffice gli cade sulle spalle.



San Martino - N. Giustino
Nero il cielo era;
la pioggia fitta al suol precipitava
nè una casa nè una roggia
al meschin si presentava
avanza sconfortato,
le sue gambe eran tremanti
ecco un giovane soldato
si presenta a lui davanti
snello biondo ardito e bello,
ei sta ritto sul cavallo
guarda e subito il mantello
svelto taglia senza fallo
ne dà mezzo al poveretto,
che l’indossa, e il donatore
fissa. Dice ” Benedetto,
sia per sempre il tuo buon cuore.”
Il meschino era Gesù,
e Martin si prosternava
ora non pioveva più,
ecco il cielo rischiarava
riapparì smagliante il sole,
s’udì dolce un’armonia
gelsomini, rose, viole,
infioravano la via.



San Martino
Lampioncini colorati
che sfilate lungo i prati
stan le stelle ad osservare
per vedervi scintillare
voi fiorite nei giardini
come lieti fiorellini
stan le stelle ad osservare
per vedervi scintillare
siete come le farfalle,
bianche rosse verdi e gialle
stan le stelle ad osservare
per vedervi scintillare.



San Martino - L. Cerutti
Per la campagna triste e lontana
gelida soffia la tramontana.
Martino scende dal suo destriero
c'è un poverello lungo il sentiero...
Non ha vestito, casa non ha,
a riposarsi come farà?
Il cavaliere toglie il mantello,
metà lo dona al poverello.
Oh, meraviglia: si rompe il cielo...
E si diffonde dolce un tepore,
qua e là tra l'erba rispunta il fiore.
Dal cielo scende, premio divino,
sempre l'estate di San Martino.



di Ippolito Nievo
Quando dai poggi ameni
L’aura autunnal respiro
Tutti ne vanno in giro
Ridendo i miei pensier.

Il paesello è assiso
Sopra un’ombrosa china;
Lo guarda ogni collina
In atto lusinghier.
Al rosseggiar del vespro
Cinguetta il passeraio,
L’artigianello gaio
Canta nel suo camin;
E noi, qual fosse appunto
Pupillo nostro il mondo,
Sediam in piazza a tondo
Librandogli il destin.



di Ippolito Nievo
Già un vasto mar di nebbie
E d’ombra il pian sommerge,
Donde il pennon s’aderge
Di qualche fumaiuol.
L’ombra per colli e monti
Inerpicando sale;
Par che l’estremo vale
Mandi alla terra il sol,
E l’ultimo suo raggio
Perdendosi sublime
Sulle nevose cime
Cerca il natio candor.
Tal nel morire a un’alta
Speme sorgendo io pure,
Racquisterò le pure
Soavità d’amor!
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Paradiso canto 6 Analisi e Commento


Ritratto di Dante Alighieri nel Parnaso


Analisi del canto

Il canto di Giustiniano
Caso unico nella Commedia, il canto è occupato per intero da un discorso diretto, quello dell'imperatore Giustiniano. Il suo monologo è articolato in tre parti:
  1. esposizione della storia provvidenziale del potere di Roma;
  2. invettiva politica contro guelfi e ghibellini;
  3. presentazione delle anime del cielo di Mercurio, con particolare attenzione a Romeo di Villanova.


Giustiniano, Ciacco, Sordello

Fra le corrispondenze più celebri all'interno della Commedia, c'è il parallelismo fra i tre «canti politici», i canti sesti delle rispettive cantiche. Nell'inferno Ciacco aveva condannato la corruzione di Firenze; nel Purgatorio il poeta Sordello da Goito aveva dato occasione per stigmatizzare le divisioni che dilaniavano l'Italia; ora a Giustiniano è affidata la polemica contro le partigianerie che dividono l'Impero cristiano. Per questo, il canto di Giustiniano troverà la sua più corretta interpretazione in rapporto con gli altri due canti del «trittico», nell'articolarsi del discorso politico in un crescendo geografico, morale e politico.


Le costanti strutturali
Riconosciamo nel canto alcuni degli elementi costanti nella costruzione del Paradiso:
  1. conferma della perfetta beatitudine e perfetta giustizia del Paradiso (vv. 112-126);
  2. la venuta in primo piano di un secondo personaggio in finale di canto (qui si tratta di Romeo di Villanova: vv. 127-142).


La visione provvidenzialistica della storia
La grandiosa esposizione della storia del potere romano contenuta nel discorso di Giustiniano diventa nei versi di Dante interpretazione politica e dichiarazione della sua visione provvidenzialistica della Storia: la Provvidenza divina ha investito Roma del glorioso compito di riunificare sotto il suo impero tutto il mondo, perché fosse disposto ad accogliere l'evento decisivo per i destini dell'umanità intera: la nascita di Cristo, con la conseguente redenzione e la diffusione universale del cristianesimo. Da qui l'aspra invettiva politica contro le partigianerie di guelfi e ghibellini che per meschini affanni di potere ostacolano il realizzarsi del disegno divino nella politica imperiale. Dal Comune (la Firenze di Ciacco nel canto vi dell'inferno) alla Nazione (l'Italia di Sordello da Goito nel canto vi del Purgatorio) all'Impero qui esaltato da Giustiniano, Dante coinvolge nella sua indignazione la politica dell'intera società cristiana, e dichiara la sua visione universalistica dell'organizzazione del mondo: la teoria dei due poteri investiti direttamente da Dio, quello spirituale e quello materiale, affidati rispettivamente al Papato e all'Impero, strumenti autonomi e concordi nel realizzare il disegno divino.


Perché Giustiniano?
A Giustiniano viene affidata la più completa celebrazione dell'Impero romano come strumento provvidenziale dell'organizzazione politica della cristianità. Perché proprio lui? Dante gli riconosceva un ruolo di eccezionale rilievo come restauratore dell'unità imperiale, per tre motivi:
  1. il primo si riferisce all'unità giuridica, e si basa sulla sua opera principale, il Corpus iuris civilis, che riorganizzando l'intero corpo delle leggi romane unificò e diede fondamento al diritto di tutto il mondo (cfr. i vv. 10-12 e 22-24);
  2. il secondo si riferisce all'unità religiosa, simboleggiata dal ripudio dell'eresia monofisita che separava la cristianità d'Oriente da quella d'Occidente (cfr. i vv. 13-21);
  3. il terzo si riferisce all'unità politico-territoriale, con le guerre condotte per il ricongiungimento dell'Italia e dell'Africa settentrionale all'Impero (cfr. i vv. 25-27).


Romeo di Villanova
Nella figura del pellegrino Romeo, servo fedele — ma anche oculato e diplomatico — del suo signore, condannato poi dall'invidia altrui ad andare mendicando per strade straniere, è evidente il riferimento autobiografico (e auto-celebrativo) del poeta: anche lui si era dedicato con amore e disinteresse alla vita politica della sua Firenze, e si era poi trovato calunniato e condannato all'esilio.


L'aquila imperiale
L'intera ricostruzione storica del potere di Roma, con la relativa riflessione sulla politica contemporanea, si fonda poeticamente sull'immagine del volo dell'aquila imperiale dai tempi delle origini fino all'attualità. Il significato simbolico dell'aquila, animale considerato superiore in tutta la cultura medievale, occupa nel Paradiso spazi di valore assoluto: qui rappresenta l'Impero, e più avanti costituirà la raffigurazione della Giustizia.


Nomi geografici e nomi di persona
Per raccontare i grandi eventi della storia romana, Dante ricorre all'uso di nomi propri che si riferiscono a luoghi geografici o a personaggi storici e del mito. In particolare, rileviamo il ricorso costante ai nomi di fiumi (Po, Varo, Reno, Isara, Era, Senna, ecc.) nell'indicazione di precise località e nella biografia poetica dei personaggi.



Commento

Sulle ali dell'aquila
Il discorso politico, uno dei temi chiave della Commedia, trova, nel canto VI del Paradiso, il suo suggello dalla viva voce dell'imperatore Giustiniano. La storia dell'aquila, simbolo del potere politico dell'imperatore, sorge da molto lontano, dall'epoca della guerra di Troia. Pochi scamparono alla distruzione della città, e tra questi Enea, il nipote di Priamo, che portò i Penati troiani nel Lazio e fondò la stirpe dei Romani. L'edificazione dell'impero costò sangue e sofferenze. Per essa morirono Pallante, la vergine Camilla, Eurialo e Niso: nei versi danteschi sfilano tutti gli eroi dell'antico passato, quelli della monarchia, della repubblica e dell'impero, sino agli episodi salienti dell'escatologia cristiana: la nascita di Gesù e la sua condanna a morte. Eventi decisivi per l'umanità, le cui sorti, di qui in avanti, risultano segnate dall'incontro fra cristianesimo e impero. Toccherà a quest'ultimo farsi, con Costantino, promotore ufficiale della fede cristiana. La giustizia sulla terra si realizza tuttavia anche con le leggi, e il grandioso lavoro di sistemazione del patrimonio giuridico del passato, attuato da Giustiniano col Corpus iuris civilis, si erge a monumento del
l'umanità. Quando si afferma che la legge non può essere dell'una o dell'altra fazione e non può servire interessi di parte perché è patrimonio di tutti, si esprime un concetto di uguaglianza umana attuale in ogni tempo, benché spesso disatteso. Ma proprio l'alto senso di giustizia che trasvola per tutto il canto sulle ali dell'aquila induce a riflettere su un'ingiustizia che segnò la memoria dell'uomo medievale. Romeo di Villanova, uomo onesto e probo, per l'invidia dei cortigiani fu costretto a elemosinare il pane "pezzo per pezzo" come un qualsiasi mendico. Dietro Romeo, come è facile intuire c'è l'ombra dolente di Dante Anch'egli saprà come sa di sale / lo pane altrui (cfr. Paradiso XVII, vv. 58-59) perché la meretrice (cfr. Inferno XIII, v. 64), cioè l'invidia che popola il mondo, ha colpito ancora una volta: ma quanta dignità nel pellegrino che umilmente tende la mano! Romeo e Dante conservano lo sguardo limpido e forte delle schiere dei poveri, che innocenti in ogni tempo vanno mendicando per sopravvivere. Eppure anche per loro risuona alta l'affermazione di Giustiniano: la legge e il diritto sono cose sacre e appartengono a tutti.
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Frasi per San Martino - Auguri Martino e Martina



L'11 novembre si festeggia San Martino (Martino di Tours), il nome deriva dal latino Martinus che significa "dedicato a Marte". Martino di Tours nacque nel 316 a Sabaria, in Ungheria, in un avamposto dell’impero romano alle frontiere con la Pannonia da una famiglia pagana.
È fra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa, è considerato il protettore di soldati e viaggiatori, tanto da essere il patrono dell’Arma della Fanteria dell’Esercito Italiano.
La leggenda narra che Martino di Tours, vissuto nel IV secolo d.C. e vescovo della città francese ora capoluogo del dipartimento Indre et Loire - quando era ancora un soldato romano tagliò a metà il suo mantello per condividerlo con un mendicante alle porte di Amiens. Cristo gli apparve in sogno restituendogli la parte di mantello che aveva donato al bisognoso infreddolito, e come ricompensa diede avvio a un gradevole periodo di tempo mite proprio sul fare dell’inverno. Questo improvviso cambiamento climatico, di temporanea calura, è noto con il nome di "estate di San Martino".

In questa pagina trovate una raccolta di frasi, aforismi, citazioni, detti e proverbi su San Martino. Da non perdere anche le celebri poesie: "San Martino" di Giosuè Carducci (poesia da imparare a memoria) e Novembre di Giovanni Pascoli.


Le frasi

Nel mese in cui nel tin ribolle il mosto
invece della nebbia agli irti colli
fa un caldo che mi pare ferragosto.
(DanteSommoPoeta, Twitter)

San Martino ha donato metà del suo mantello ad un povero: così hanno avuto freddo entrambi. (Jaques Prevert)

L’estate di San Martino, ultima illusione di colore e di vita, sospesa a un filo. (Diego Valeri)

L’estate di san Martino era finita. Quando la luce si era tinta d’oro prima del tramonto, un freddo pungente si era insinuato nell’aria, corretto con un pizzico di autunno. (Melissa De la Cruz)

All'11 novembre si fa riferimento come data di inizio e fine dei contratti agrari. Da qui deriva anche il modo di dire «fare San Martino», ovvero traslocare, perché quando un contratto di affitto per la gestione di un’azienda agricola non veniva rinnovato, i contadini erano costretti a trasferirsi e a lavorare altrove. (LaStampa)

San Martino Campanaro, Dormi tu Dormi tu, patrono dei campanari che svegliano la gente alle 7 del mattino. (Nonciclopedia)

Da Halloween a San Martino ogni mostro diventa vino. (Tragi_com78, Twitter)

È il momento di farmi il giro dei parenti recitando "San Martino" di Carducci e sperando che mi regalino 5€. (RubinoMauro, Twitter)



Proverbi

Per San Martino castagne e buon vino.

L'estate di San Martino dura tre giorni e un pocolino.

L’estate di san Martino, dura dalla sera al mattino.

A San Martino si sposa la figlia del contadino.

A San Martino il grano va al mulino.

Da San Martino l'inverno è in cammino.

Chi vuol far buon vino zappi e poti a San Martino.

A San Martino si lascia l'acqua e si beve il vino.

Per San Martino si buca la botte del miglior vino.

A San Martino ogni mosto è vino.

Per San Martino si spilla il botticino.

Per San Martino cadon le foglie e si spilla il vino.

Per San Martino si mangia la castagna e si beve il buon vino.

Oca castagne e vino per festeggiare San Martino.

Per San Martino nespole e vino.

A San Martino, tappa il barile e assaggia il tuo vino.

A San Martino, bevi buon vino e lascia l’acqua per il mulino.

San Martino vien di galoppo.

Chi non gioca a Natale, chi non balla a Carnevale, chi non beve a san Martino è un amico malandrino.



Auguri per onomastico

Non è il nome a rendere unica una persona, ma la persona a rendere unico il nome! Auguri Martina sei una persona unica e speciale!

Martino, nome bellissimo come la persona che lo porta. Tanti auguri per il tuo onomastico.

Il tuo nome è come tanti ma tu sei una persona come poche. Auguri Martina!

Martina è stella, Martina è donna, Martina è amica, Martina è un amore per la vita!

Oggi è San Martino. Auguri al Martino più speciale del mondo!

Per San Martino la sementa del poverino.

Auguri di buon onomastico, che il tuo Santo ti protegga sempre ovunque tu sia.

Ci sono molti modi per rendere bella la vita, uno di questi è darle il tuo nome. Auguri Martina!

Felice onomastico alla persona più in gamba che ci sia. Martino è un bel nome, il più bello che io conosca, ovviamente dopo il mio!

Il più splendido dei nomi per la più straordinaria delle festeggiate… Auguri di buon onomastico, Martina!

Martino significa "dedicato a Marte": non sarà il nome più bello sulla Terra ma su Marte non ha rivali. Buon onomastico!

Sarebbe impossibile non ricordarsi di te l'11 novembre! Felice onomastico!
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