Inferno Canto 22 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del ventiduesimo canto dell'Inferno. In questo canto, Dante, mentre si trova scortato dai dieci diavoli, viene richiamato da Ciampòlo di Navarra che gli indica gli altri dannati (frate Gomita e Michele Zanche). Il dannato che sta per essere punito dai diavoli per aver disubbidito riemergendo dalla pece, si rituffa repentinamente dentro, e i diavoli che si accusano a vicenda per non essere riusciti ad acciuffarlo cadono entrambi in essa. I due poeti approfittano della situazione caotica per allontanarsi. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 22 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Quando con trombe, e quando con campane, con tamburi e con cenni di castella, e con cose nostrali e con istrane = enumerazione (vv. 7-9).

E con cose nostrali e con istrane = allitterazione della "c" (v. 9).

Di stella = sineddoche (v. 12). La parte per il tutto, "stella" invece di "cielo".

Ma ne la chiesa coi santi, e in taverna coi ghiottoni = ellissi (vv. 14-15). Nei due versi manca "si sta", cioè "ma in chiesa si sta coi santi, nella taverna con i furfanti".

Come i dalfini, quando fanno segno a’ marinar con l’arco de la schiena, che s’argomentin di campar lor legno, talor così, ad alleggiar la pena, mostrav’alcun de’ peccatori il dosso e nascondea in men che non balena = similitudine (vv. 19-24). Cioè: "Come i delfini, quando emergono con la schiena e indicano ai marinai che devono salvare la loro imbarcazione (da una tempesta), così similmente, per alleviare la loro pena, alcuni peccatori mostravano il dorso fuori della pece, e si nascondevano in men che non si dica.".

E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso stanno i ranocchi pur col muso fuori, sì che celano i piedi e l’altro grosso, 27 sì stavan d’ogne parte i peccatori = similitudine (vv. 25-28). Cioè: "E come i ranocchi stanno a pelo d'acqua in un fosso, col muso fuori e nascondendo le zampe e il resto del corpo, così stavano i peccatori da ogni parte".

Legno = sineddoche (v. 21). La parte per il tutto, legno invece di nave.

I bollori = metonimia (v. 30). Il contenente per il contenuto, bollori invece di pece bollente.

Uno aspettar così, com’elli ’ncontra ch’una rana rimane e l’altra spiccia = similitudine (vv. 32-33). Cioè: "un dannato che esitava, proprio come quando una rana resta fuor d'acqua e un'altra si immerge velocemente in essa".

E trassel sù, che mi parve una lontra = similitudine (v. 36). Cioè: "e lo tirò (l'uncino) su in un modo tale da sembrarmi una lontra".

Avversari suoi = anastrofe (v. 45). Cioè: "suoi avversari".

I’ fui del regno di Navarra nato = iperbato (v. 48). Cioè: "Io nacqui nel regno di Navarra".

Mia madre a servo d’un segnor mi puose = iperbato (v. 49). Cioè: "Mia madre mi mise a servizio di un signore".

Di bocca uscia d’ogne parte una sanna come a porco = similitudine (vv. 55-56). Cioè: "spuntava da ambo i lati della bocca una zanna come a un cinghiale".

Maestro mio = anastrofe (v. 61).

Che fu di là vicino = perifrasi (v. 67). Per indicare la Sardegna, isola vicino al resto dell'Italia.

Sua ferita = sineddoche (v. 77). Singolare per il plurale, perché le ferite erano più di una.

Ben suo tempo colse = anastrofe (v. 121). Cioè: "seppe ben cogliere il momento opportuno".

Non altrimenti l’anitra di botto, quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa = similitudine (vv. 130-131). Cioè: "proprio come fa l'anitra di colpo, quando il falcone si avvicina e lei si tuffa in acqua, così che il rapace torna in alto stizzito per la sconfitta".

Fu bene sparvier grifagno ad artigliar = metafora (vv. 139-140). Cioè: "fu pronto a difendersi come uno sparviero adulto e ad artigliarlo".
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Inferno Canto 21 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del ventunesimo canto dell'Inferno. In questo canto scontano la loro pena i barattieri, colpevoli di aver usato le loro cariche pubbliche per arricchirsi attraverso la compravendita di provvedimenti, permessi, privilegi. Qui Dante incontra i Malebranche (i diavoli), tra questi il più importante è Malacoda, decisamente inaffidabile e bugiardo. Inoltre un gruppo di diavoli fa da scorta ai due poeti lungo il viaggio.  Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 21 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Altro parlando = anastrofe (v. 1). Cioè: "parlando d'altro".

Così di ponte in ponte...venimmo = iperbato (vv. 1-3).

Fessura / di Malebolge = enjambement (vv. 4-5).

Quale ne l’arzanà de’ Viniziani bolle l’inverno la tenace pece a rimpalmare i legni lor non sani...tal, non per foco, ma per divin’arte, bollia là giuso una pegola spessa, che ’nviscava la ripa d’ogne parte = similitudine (vv. 7-18). Cioè: "Come nell'Arsenale dei Veneziani d'inverno bolle la pece viscosa per riparare le loro navi danneggiate, così laggiù bolliva una pece densa, non per effetto del fuoco ma per arte divina, che invischiava ogni lato delle pareti della Bolgia".

Navicar non ponno = anastrofe (v. 10). Cioè: "non possono navigare".

Lo duca mio = anastrofe (v. 23). Cioè: "il mio maestro".

Mi volsi come l’uom cui tarda di veder quel che li convien fuggire e cui paura sùbita sgagliarda, che, per veder, non indugia ’l partire = similitudine (vv. 25-28). Cioè: "mi volsi come fa l’uomo che è impaziente di vedere quello che gli conviene fuggire e a cui la paura toglie subito gagliardia, e che mentre osserva non esita comunque a scappare".

Ne l’aspetto fero = anastrofe (v. 31). Cioè: "feroce nell'aspetto".

L’omero = sineddoche (v. 34). La parte per il tutto, l'omero invece di dire la spalla.

Aguto e superbo = endiadi (v. 34). Cioè: "acuminata e rialzata".

Con quel furore e con quella tempesta ch’escono i cani a dosso al poverello che di sùbito chiede ove s’arresta, 69 usciron quei di sotto al ponticello, e volser contra lui tutt’i runcigli = similitudine (vv. 67-71). Sta a significare "Con lo stesso furore e fragore di latrati con cui i cani si lanciano contro il mendicante che si ferma e chiede la carità da quel punto, i diavoli uscirono da sotto il ponte e rivolsero contro Virgilio tutti i ferri uncinati".

Per ch’io mi mossi, e a lui venni ratto; e i diavoli si fecer tutti avanti, sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto; così vid’io già temer li fanti ch’uscivan patteggiati di Caprona, veggendo sé tra nemici cotanti = similitudine (vv. 91-96). Sta a significare "Perciò mi mossi e lo raggiunsi rapidamente; e i diavoli avanzarono tutti insieme, così che ebbi paura che non rispettassero i patti; allo stesso modo vidi temere i soldati che uscivano dal castello di Caprona dopo le trattative per la resa, vedendosi tra tanti nemici".

Tra nemici cotanti = anastrofe (v. 96). Cioè: "tra tanti nemici".
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Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco - Significato



Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco è un popolare proverbio italiano, sebbene nessuno sappia dare un'utilità nell'atto di prendere un gatto per poi metterlo in un sacco. Ecco perché questo proverbio è da sempre stato fonte di discussioni e ne esistono diverse varianti, dove cambia il soggetto da mettere nel sacco, ma non il senso finale.

Gli inglesi sono soliti dire: "Don't count your chickens before they are hatched!". La cui traduzione è "non contare i tuoi polli prima che si siano schiuse le uova".



Significato

Il proverbio sta a significare che non bisogna gridare alla vittoria ancor prima che essa sia arrivata, oppure mai parlare troppo presto. Questo perché tante volte ci si illude di poter facilmente raggiungere un obiettivo, al punto da arrivarlo a considerare già fatto, mentre invece qualcosa potrebbe andare diversamente da come si pensava.

Il protagonista di questo proverbio è il gatto: un animale agile, veloce, ma soprattutto imprevedibile. Di solito i gatti hanno scarsa fiducia nell'uomo, e anche se alcuni si lasciano accarezzare o prendere in braccio, non si fidano al punto da lasciarsi chiudere in un sacco. L'interno di un sacco è buio e anche stretto e, sentendosi in trappola, anche il gatto più addomesticato (che ubbidisce al padrone) si rifiuterebbe di entrarci... aiutandosi con le unghie e i denti.

Un proverbio dal significato simile è di immediata comprensione è "non vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso".



Curiosità

Quando nel 2011, Giovanni Trapattoni (calciatore e allenatore italiano), disse la famosa frase che poi è diventata il suo marchio di fabbrica "Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco", la Stampa, la TV e le Radio la considerarono una vera e propria gaffe. Il motivo? Esiste una variante più antica e, quindi, più conosciuta all'epoca, mentre la sua era stata etichettata come una storpiatura trapattoniana.

In realtà, la versione pronunciata da Trapattoni era già stata riportata nel Bignami del 1967, quindi è davvero un proverbio e pertanto aveva ragione lui a usarlo come tale. Ora, senza alcun dubbio, è la versione da lui usata in diretta televisiva a essere la più diffusa.



Origine

Il proverbio da cui ha origine tutto è:
Non dire quattro se non ce l'hai nel sacco.

In questo caso il "quattro" risulta essere l'abbreviazione di "quattrino", inteso come moneta; il "sacco", inteso come saccoccia, cioè in tasca. Quindi il significato è quello di non vantarsi di avere dei soldi ancor prima di averli messi nella propria tasca, cioè nel proprio portafoglio.


Un altra possibile origine del proverbio "non dire quattro se non ce l'hai nel sacco" è quella legata a una storiella popolare che vede come protagonista un contadino. Questi catturava degli uccellini e a uno a uno li metteva nel sacco, arrivato al quarto, gli volò via perché non era morto come pensava. L'amico del contadino lo prese in giro usando appunto questo proverbio. Eccovi la storiella:
Tendeva la mattina una ragna da pigliare tordi, e altri uccelli un villano di Pillercoli, e la sera se n’andava insieme con un compagno a stendere, e di mano in mano che calava giú la rete, schiacciava il capo a’ tordi, e gli metteva in un sacco, che teneva il compagno in mano, e quando poneva i tordi nel sacco, non guardava sempre alla bocca di esso, perché teneva gli occhi nel sacco. Mentre che ficcava dentro i tordi, quando aveva dato loro la stretta al capo, diceva: e uno, e due, e tre, e cosí gli andava contando a uno a uno; ma quando fu al quarto non schizzò cosí bene; onde il dire, e quattro, e ‘l volar via il tordo fu tutt’uno. Sí che il compagno disse: Non dir quattro, ché non è nel sacco.
Ludovico Passarini (Pico Luri di Vassano)


Secondo altri il proverbio "non dire gatto se non ce l'hai nel sacco" ha origini storiche. Durante l'assedio di Chioggia da parte della Repubblica di Genova che si svolse negli anni 1378-1381, la Repubblica di Genova aveva assoldato un cospicuo numero di truppe dei Fieschi, il cui simbolo araldico è il Gatto. Il grido di guerra dei Fieschi era "Gatto! Gatto! Gatto!". Ma durante l'assedio, che fu lunghissimo, si evitava di gridare "Gatto" finché la città non fosse presa, da qui il detto (notare che si dice anche "Mettere al sacco la città").


Chi invece se ne intende dei giochi da tavolo, in particolare del gioco degli scacchi, probabilmente conoscerà un'altra variante:
Non dire scacco se non ce l'hai nel sacco
Infatti mettere il Re sotto scacco non è sufficiente per vincere la partita nel gioco degli scacchi, perché il Re può sempre spostarsi di una casella o essere difeso da altri pezzi degli scacchi. La vittoria nel gioco degli scacchi si ottiene con lo "scacco matto".



Come si usa?

Questo proverbio viene usato rivolto a quelle persone che pensano di avere ottenuto qualcosa ancor prima di averla ottenuta per davvero (senza aver concluso l'affare, senza ufficialità).

ESEMPI:
Una squadra di calcio che è in testa alla classifica, forte dei propri mezzi e con alcuni punti di vantaggio sulla seconda classificata crede di aver già vinto il campionato perché le partite che dovrà affrontare da qui alla fine del campionato sono poche e apparentemente facili. Questo è un eccesso di sicurezza: è vero che la squadra in questione ha un vantaggio, ma non è ancora matematicamente vincitrice del proprio campionato e potrebbe anche perderlo. Ecco perché non bisogna dire gatto ancor prima di esser riusciti a metterlo nel sacco.

Un venditore di auto che pensa di aver venduto un auto molto costosa solo perché i clienti sembrano felici e soddisfatti. Questi, però, gli hanno detto che torneranno tra qualche giorno per firmare i documenti relativi all'acquisto del mezzo. Sebbene il proprietario sia ottimista, i documenti non sono ancora firmati e, quindi, se questi decidono di non ritornare nel concessionario o se nel frattempo troveranno offerte migliori in altri concessionari rivali, il proprietario sarebbe il classico individuo che dice gatto ancor prima di averlo messo nel sacco.
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Fase - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Fase" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti, porta l'indicazione "Mariano, il 25 giugno 1916" e fa parte della raccolta L'allegria, all'interno della sezione Il porto sepolto.



Testo

Cammina cammina
ho ritrovato
il pozzo d'amore

Nell'occhio
di mill'una notte
ho riposato

Agli abbandonati giardini
ella approdava
come una colomba

Fra l'aria
del meriggio
ch'era uno svenimento
le ho colto
arance e gelsumini



Analisi del testo e commento

Fase = Questa poesia è collegata alla poesia "Fase d’oriente", cioè il momento di svago e di dolce sospensione. Il titolo fa riferimento alle fasi lunari, invece il significato più profondo è che nel deserto della vita, al poeta appaiono come un miraggio i ricordi d'amore.

Cammina cammina ho ritrovato il pozzo d'amore = il poeta usa il verbo "cammina" per indicare il suo andare all'indietro nella memoria, dove riconquista qualcosa che aveva perduto: il ricordo.
Il ricordo lo chiama "pozzo d'amore": pozzo perché in esso vi è l'acqua da cui un nomade può dissetarsi, ma lui anziché essere assetato d'acqua è un nomade assetato d'amore.

Nell'occhio di mill'una notte ho riposato
= Ungaretti paragona l'oriente alla femminilità, come se fosse una donna, il cui ritrovamento è positivo per il poeta perché gli permette di riposarsi e abbandonarsi nell'amore. L'occhio in cui il poeta si rispecchia potrebbe essere il "terzo occhio" (l'occhio interiore nell'ambito di certe tradizioni religiose) o quello della donna stessa.

Agli abbandonati giardini ella approdava come una colomba = i giardini abbandonati potrebbero essere il luogo ideale dove si incontravano gli innamorati e gli amanti. Questi luoghi vengono paragonati a un oasi o a un'isola. Con il sostantivo "ella" fa riferimento a una donna con la quale ha avuto un forte legame amoroso. Il verbo "approdava è coniugato all'imperfetto per sottolineare che ciò che sta narrando fa parte di un ricordo del passato. La donna viene paragonata alla colomba che è un uccello che rappresenta purezza, armonia, fragilità.

Fra l'aria del meriggio = qui il poeta vuole mettere in risalto i profumi che ci sono fra l'aria (notare che non dice "nell'aria"): è l'aria d'oriente.

Ch'era uno svenimento = il caldo afoso dell'oriente era così forte da portare allo svenimento.

Le ho colto arance e gelsumini = il poeta raccoglie dalla donna le arance e gelsomini che hanno l'aroma dell'amore. La donna è intesa come giardino dove si raccolgono i frutti dell'amore, come un luogo paradisiaco (tipo l'Eden).



Figure retoriche

Metafora = "ho ritrovato il pozzo d'amore" (vv. 2-3).

Similitudine = "ella approdava come una colomba" (v. 9).

Iperbole = "ch'era uno svenimento" (v. 12).
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Inferno Canto 20 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del ventesimo canto dell'Inferno. Il canto è ambientato nella IV Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge) e in quest'area sono puniti gli indovini. Dante, dopo una descrizione generale, Virgilio indica a Dante che tra i peccatori ci sono cinque indovini antichi (quattro dei quali mitologici) e tre moderni. Essi sono Anfiarao, Tiresia, Manto, Arunte, Euripilo, Michele Scotto, Guido Bonatti e Asdente. Nel descrivere l'indovina Manto, Virgilio dà inizio a una lunga digressione sulle origini di Mantova. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 20 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Io era già disposto tutto quanto = metonimia (v. 4). Il concreto per l'astratto, dice che era presente con il fisico anziché che era pronto a osservare.

Angoscioso pianto = anastrofe (v. 6).

Per lo vallon tondo venir = anastrofe (v. 7). Significa "che procedevano nel fossato tondo".

Al passo che fanno le letane in questo mondo = similitudine (vv. 8-9). Significa "con andatura lenta simile a quella delle processioni sulla terra".

Né credo che sia = ellissi (v. 18). Inteso come "e non credo che sia...mai successo".

Com’io potea tener lo viso asciutto = metonimia (v. 21). L'effetto per la causa, dice "io come potevo tenere il viso asciutto" anziché "io come potevo evitare di piangere".

Passion comporta = anastrofe (v. 30). Significa "prova passione".

Drizza la testa, drizza = anadiplosi (v. 31).

S’aperse a li occhi d’i Teban la terra = iperbato (v. 32). Invece di "si aprì la terra davanti agli occhi dei Tebani".

Le membra tutte quante = anastrofe (v. 42). Invece di "tutte le membra".

Ribatter li convenne li duo serpenti avvolti, con la verga = iperbato (vv. 43-44). Cioè: "e gli fu necessario colpire di nuovo con la verga i due serpenti avvolti".

Le maschili penne = anastrofe (v. 45). Cioè: "gli attributi maschili".

Nacqu’io = anastrofe (v. 56). Cioè: "io nacqui".

Loco è nel mezzo = anastrofe (v. 67). Cioè: "nel mezzo c'è un luogo".

Siede Peschiera...ove la riva ’ntorno più discese = iperbato (vv. 70-72).

Euripilo ebbe nome = anastrofe (v. 112). Cioè: "Si chiamò Euripilo".

L’alta mia tragedìa = perifrasi (v. 113). S'intende l'Eneide.

Michele Scotto fu = anastrofe (v. 116). Cioè: "fu Michele Scotto".
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Purgatorio Canto 26 - Parafrasi



Dante trova tra i lussuriosi Guido Guinizelli, per il quale mostra grande ammirazione; ma questi si schermisce, dicendo che assieme a lui c'è un poeta ben più grande, Arnaldo Daniello, che canta piangendo i propri eccessi di un tempo.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 26 del Purgatorio. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Mentre procedevamo così lungo il margine esterno della cornice (orlo),
uno davanti all’altro, e spesso il mio buon maestro mi diceva:
«Stai attento: ti sia utile che io ti avverta dei pericoli (ti scaltro)»,
Mi colpiva (feriami, mi feriva) dal lato (omero) destro il sole,
che già diffondendo i suoi raggi, trasformava l’intera parte occidentale
del cielo da azzurrina in bianca; e io facevo apparire
più rosseggiante la fiamma con la mia ombra;
e solo per un indizio così piccolo vidi molte anime,
mentre camminavano, rivolgermi la loro attenzione (poner mente).
Questa fu la causa che diede loro l’occasione
di parlare di me; e tra loro cominciarono a dire:
«Questo non sembra un corpo apparente (fittizio)»;
poi alcuni di essi (certi) si accostarono (si fero) a me,
per quanto potevano avanzare, facendo sempre attenzione (con riguardo)
a non uscire dalle fiamme nelle quali ardevano.
«O tu che procedi dietro agli altri, non perché più lento (tardo),
ma forse in segno di reverenza, rispondi a me
che brucio nella sete (di sapere) e nel fuoco (dell’espiazione).
Né solo a me è necessaria (è uopo) la tua risposta;
poiché tutte queste anime avvertono una sete maggiore
di quanta non ne abbiano d’acqua fresca gli abitanti dell’India o dell’Etiopia.
Dicci come accade che tu impedisca col corpo
il passaggio (fai di te parete) dei raggi del sole,
proprio come se non fossi ancora caduto nella rete della morte».
Così mi diceva uno di essi; e io mi sarei subito (già) presentato,
se la mia attenzione non fosse stata attirata (s’io non fossi atteso)
da un fatto nuovo che apparve in quel momento;
poiché al centro della via invasa dalle fiamme una schiera
di anime venne in senso contrario a quella con cui
parlavo, e tale vista mi rese attento a guardarle con stupore (a rimirar sospeso).
Nel punto in cui s’incontrano (Lì) vedo da entrambe
le schiere tutte le anime (ciascun’om bra)
affrettare il passo e baciarsi reciprocamente senza fermarsi,
contente di questo rapido rito d’amore;
nello stesso modo, all’interno della loro fila scura
una formica avvicina il muso a quello dell’altra,
forse per chieder notizie del cammino e dei frutti del loro lavoro.
Non appena (Tosto che) interrompono (parton) l’incontro amichevole,
prima che abbiano compiuto il primo passo che li allontana da lì,
ciascuna si sforza a gridare più che può: l’ombre
arrivate per ultime: «Sodoma e Gomorra», e le altre:
«Pasife entra nella vacca, perché il giovane toro corra (a soddisfare) la sua lussuria».
Poi come le gru che volano in parte verso
i monti Rifei e in parte verso i deserti (l’arene), per
fuggire (schife, schive) le une il gelo e le altre il sole,
così una delle due schiere di anime si allontana,
e l’altra si avvicina; e ricominciano, piangendo, a
cantare l’inno di prima e a gridare (gli esempi di castità) più convenienti (al loro peccato);
e a me si riavvicinarono quelle stesse anime
che prima mi avevano pregato di parlare,
dimostrandosi (ne’ lor sembianti) interessate ad ascoltarmi.
Io, che per due volte avevo capito ciò
che queste anime gradivano conoscere (lor grato), cominciai:
«O anime sicure di raggiungere, quando sarà il momento,
la condizione di beatitudine (di pace stato), le mie membra
non sono rimaste sulla terra prematuramente (acerbe)
né in età avanzata (mature), ma sono qui con me con il loro sangue e con la loro rete di nervi.
Da qui salgo per riacquistare la luce (della Grazia);
nel cielo c’è una donna che mi procura la grazia
per cui posso portare il mio corpo mortale attraverso l’oltretomba (vostro mondo, il mondo degli spiriti).
Ma augurandovi che (se) possa essere presto
soddisfatto (tosto divegna) il vostro più ardente desiderio,
così che vi accolga il cielo che è pieno d’amore e si estende
senza limiti, ditemi, in modo che io possa scriverne (carte ne verghi),
chi siete voi e chi è quella schiera di anime (turba) che
procede in direzione opposta (di retro) alle vostre spalle (vostri terghi)».
Non diversamente si turba stupefatto (stupido) il montanaro,
e guardandosi intorno ammutolisce (ammuta),
quando rozzo e selvatico entra in città per la prima volta (s’inurba),
così si mostrò nel suo aspetto (paruta) ogni spirito;
ma dopo che si furono liberate (scarche) dello stupore,
che negli animi nobili presto si smorza (s’attuta),
«Beato te, che dalla visita alle nostre contrade (marche)»
ricominciò l’ombra che prima mi aveva rivolto la domanda (m’inchiese)
«immagazzini (imbarche) esperienza, per poi morire in grazia di Dio!
La turba di anime che non cammina nella nostra direzione,
si rese colpevole (offese) di quel peccato per il quale Cesare,
celebrando il trionfo, sentì i soldati chiamarlo per scherno ‘Regina’:
perciò si allontanano gridando ‘Sodoma’,
rinfacciandosi il peccato, come hai udito,
e accrescono l’efficacia della pena (aiutan l’arsura) con la vergogna.
Il nostro peccato fu bisessuale (ermafrodito);
ma poiché non osservammo (servammo) la giusta misura della ragione,
seguendo l’istinto sessuale come bestie,
a titolo di vergogna per noi stessi (in obbrobrio di noi),
quando ci dividiamo ricordiamo gridando il nome di Pasife (colei)
che agì come una bestia dentro i legni lavorati a forma di animale (le ’mbestiate schegge).
Ora sai la ragione del nostro comportamento e di che cosa
fummo colpevoli: se forse vuoi sapere per nome chi siamo,
non è questo il momento per farlo, e non saprei elencarli.
Tuttavia (ben) soddisferò il tuo desiderio (Farotti … volere scemo) di mie notizie:
sono Guido Guinizzelli; e sono già nel Purgatorio,
per essermi pentito prima di giungere in fin di vita (a lo stremo)».
Come i due figli di Isifile, nella disgrazia (tristizia) di Licurgo,
corsero ad abbracciare (si fer … a riveder) la madre,
così mi trovai anch’io, ma non ebbi il coraggio
di giungere a tanto, quando udii presentarsi l’iniziatore
e maestro mio (il padre mio) e degli altri poeti migliori di me
che in ogni tempo (mai) scrissero rime d’amore soavi ed eleganti;
e per molto tempo (lunga fïata) senza ascoltare né
parlare camminai pensieroso, contemplandolo,
ma a causa del fuoco non ebbi il coraggio di avvicinarmi di più.
Quando fui sazio (pasciuto) di contemplarlo,
mi dichiarai pronto ad accontentare ogni suo desiderio,
col giuramento (con l’affermar) che induce gli altri a credere.
Ed egli mi disse: «Tu lasci una tale impronta nella mia memoria
e così intensa (tal vestigio … e tanto chiaro), per quello che ho appena udito,
che il Letè non potrà cancellarla (tòrre) né rendere sbiadita (far bigio).
Ma se le tue parole ora hanno giurato il vero,
dimmi qual è la ragione per cui dimostri con parole
e con sguardi di volermi così bene».
E io dissi a lui: «Le vostre rime dolci, che,
finché durerà la letteratura in volgare (l’uso moderno),
renderanno più preziosi i manoscritti che le conservano (i loro incostri)».
«O fratello», disse, «questo spirito che ti indico (ti cerno) col dito»,
e additò un’anima che camminava davanti a lui,
«fu il più alto artefice nella sua lingua volgare.
Superò (soverchiò) tutti i poeti lirici amorosi e i romanzieri in prosa;
e lascia parlare gli sciocchi (stolti) che ritengono
il poeta del Limosino superiore (ch’avanzi) a lui.
Costoro indirizzano il loro interesse (drizzan li volti)
più alla fama corrente (voce) che alla verità,
e così stabiliscono la loro opinione prima di ascoltare l’arte e la ragione.
Così fecero molti poeti della vecchia generazione con Guittone,
celebrando la sua opera (pur lui dando pregio) di bocca in bocca,
finché, dal confronto con poeti migliori, ha prevalso la verità.
Ora, giacché (se) tu hai un privilegio così alto
che ti consente di andare nel convento (chiostro),
in cui Cristo è l’autorità suprema della comunità (cioè in Paradiso),
recita a lui per me un Padre nostro, fino al punto in cui è utile (quanto bisogna)
a noi anime del Purgatorio (a noi di questo mondo),
dove non abbiamo la possibilità (non è più nostro) di peccare».
Poi, forse per cedere il posto a un altro che lo seguiva (altrui secondo)
e che aveva vicino, sparì attraverso il fuoco
come sparisce nell’acqua il pesce che si dirige verso il fondo.
Io mi accostai un poco (mi fei … innanzi un poco) all’ombra
Che mi aveva additato (al mostrato), e dissi che il mio
desiderio preparava un’accoglienza grata (grazïoso loco) al suo nome.
Egli cominciò senza esitazione a dire:
«Tanto mi piace la vostra cortese domanda, che
io non posso e non voglio celarmi a te.
Io sono Arnaldo, che piango e vado cantando;
afflitto vedo la passata follia (folor), e vedo gioioso
davanti me (denan) il giorno che aspetto con speranza (lo joi qu’esper).
Quindi (Ara) vi prego, in nome di quella Grazia
che vi guida al sommo della scala purgatoriale,
che al tempo opportuno (a temps) vi sovvenga del mio dolore!».
Poi si nascose nel fuoco che purifica (affina) le anime (li).
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Purgatorio Canto 25 - Parafrasi



Stazio spiega come si genera l'uomo e come si formano le ombre dopo la morte corporea. Nella settima cornice i lussuriosi avvolti da fiamme cantano, ascoltano esempi di castità e si danno baci fraterni.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 25 del Purgatorio. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

L’ora (avanzata) non consentiva indugio (storpio, impedimento) alla salita;
poiché il sole aveva lasciato il meridiano del mezzogiorno alla costellazione del Toro,
e la notte il suo a quella dello Scorpione (erano le due pomeridiane);
e perciò, come fa l’uomo che non si ferma (non s’affigge) ma va per la sua strada,
qualunque cosa (che che) gli appaia davanti,
se lo spinge intensamente lo stimolo della necessità,
così ci avviammo per quella strettoia, in fila,
iniziando a salire la scala (che porta all’ultima cornice del Purgatorio)
che, per la sua strettezza, impedisce di procedere appaiati.
E come il cicognino che solleva l’ala per il desiderio di volare,
e non ha il coraggio (non s’attenta) di lasciare il nido, e abbassa l’ala;
così ero io con un desiderio di chiedere,
che si accendeva e si spegneva, al punto
che giungevo fino all’atto (di aprire la bocca)
che fa colui che cerca (s’argomenta) di parlare.
Per quanto fosse rapido il cammino, la mia cara e paterna guida non tralasciò di parlare:
«Fai scoccare la freccia della parola, che hai repressa
come la corda di un arco tirato al massimo (’nfino al ferro)».
Allora, senza esitare, aprii bocca e dissi:
«Come si può produrre magrezza in quei corpi (là)
dove non è avvertito il bisogno di nutrirsi?».
Disse: «Se ricordassi come Meleagro si consumò
nello stesso tempo in cui si consumò un tizzone ardente,
questo problema non ti apparirebbe (non fora) così difficile;
e se pensassi come al vostro rapido movimento (guizzo)
altrettanto rapida si sposta la vostra immagine nello specchio,
ciò che ti pare arduo da capire ti parrebbe facile (vizzo).
Ma perché tu possa essere appagato nel tuo desiderio,
ecco qui Stazio; e io mi appello a lui
e lo prego perché sia risolutore dei tuoi brucianti dubbi (piage, piaghe)».
«Se gli spiego la misteriosa operazione divina (veduta etterna)»
rispose Stazio «in tua presenza, valga come scusa il fatto che
non posso rifiutarmi (far nego) di rispondere al tuo invito».
Poi cominciò: «O figliolo, se la tua mente accoglie (riceve) e custodisce (guarda)
le mie parole, esse illumineranno (lume ti fiero) quel dubbio
che hai esposto (che tu die, che tu dici).
La parte purificata del sangue (Sangue perfetto)
che non è mai assorbita dalle vene assetate, e resta integra
come un cibo che sia portato via (leve) dalle mense intatto,
assume nel cuore la capacità di dare forma a tutte le altre parti del corpo (virtù informativa),
così come il sangue che circola (vane, ne va) per le vene
per nutrire e trasformarsi (farsi) nelle membra già fatte (quelle).
Ulteriormente modificato, scende dove (negli organi sessuali maschili) per decenza conviene non dire,
e di lì gocciola (geme) sul sangue dell’altro sesso,
nel recipiente (vasello) naturale (nell’utero).
Qui si congiungono, uno disposto a subire la fecondazione
e l’altro ad agire fecondandolo, grazie al luogo perfetto (il cuore)
da cui è spremuto e sospinto (onde si preme);
e il seme maschile, congiunto al sangue femminile (giunto lui),
comincia a operare prima formando un coagulo,
e poi dando vita a ciò cui ha dato consistenza per sua natura.
Divenuta anima, la potenza formativa del seme (virtute attiva),
simile a pianta, ma differente poiché l’anima del feto deve evolversi (in via),
mentre quella della pianta è compiuta (già a riva),
opera poi tanto che già si muove e sente,
come una spugna marina; e da quello stadio comincia a sviluppare
gli organi delle facoltà sensitive che ha generato (ond’è semente).
Figliolo, la potenza derivata dal cuore paterno ora
si espande in larghezza e ora in lunghezza (si piega … si distende),
fin dove la natura ritiene necessario costruire tutte le membra.
Ma come il feto da essere vivente (d’animal) diventi essere parlante (fante)
ancora non lo vedi: questo è un punto così difficile
che un filosofo più sapiente di te (Averroè)
fu già tratto in inganno, tanto che nella sua riflessione filosofica
separò (fé disgiunto) dall’anima l’intelletto possibile,
perché non trovò nessun organo fisico corrispondente a esso.
Apri il tuo cuore (petto) alla verità che sto per dirti
e sappi che, non appena nel feto si è perfezionata l’organizzazione (l’articular)
del cervello (cerebro), Dio (lo motor primo) si rivolge verso il feto
compiacendosi di quell’opera così perfetta della natura
e infonde un intelletto nuovo, pieno di virtù,
che assimila al proprio essere (tira in sua sustanzia)
tutte le potenze che trova attive nel feto (quivi) e
diventa un’anima sola, che non solo vive e sente,
ma ha coscienza di sé e del proprio operare (e sé in sé rigira).
E perché tu meno ti stupisca per quanto detto,
guarda come il calore del sole si trasforma in vino,
quando si è congiunto con l’umore che scorre nella vite.
Quando la Parca Làchesi non ha più lino (e l’uomo muore),
(l’anima) lascia la carne, e potenzialmente porta
con sé le virtù umane e divine:
le facoltà umane (l’altre potenze) private dei loro organi e quindi inattive;
la memoria, l’intelligenza e la volontà, invece,
potenziate (agute) molto più di prima nel loro primo attuarsi (in atto).
L’anima, senza indugio (Sanza restarsi), per impulso naturale (per se stessa)
raggiunge miracolosamente la riva dell’Acheronte o del Tevere:
qui per la prima volta conosce la sua sorte (le sue strade).
Appena l’anima raggiunge il luogo assegnatole,
la virtù formativa si irradia nell’aria nello
stesso modo e misura con cui faceva con le parti del corpo (le membra vive).
E come l’aria, quando è carica di umidità (pïorno, piovoso),
per i raggi del sole (altrui) che si riflettono su di essa,
diventa adorna dei colori dell’iride,
così l’aria si dispone intorno all’anima assumendo
quella forma che in essa (in lui) imprime la virtù informativa
irradiata dall’anima che ivi si è stabilita (ristette);
e simile poi alla fiammella che segue il fuoco
ovunque esso si sposti, il nuovo corpo aereo (sua forma novella) segue l’anima.
Poiché dal corpo aereo (quindi, da qui) l’anima
trae la sua parvenza (paruta), è chiamata ombra;
e da questo corpo aereo (quindi)
forma poi tutti gli organi sensoriali fino alla vista.
Per mezzo di questo corpo aereo (quindi) parliamo
e ridiamo noi spiriti; di qui sgorgano le lacrime
e i sospiri che hai sentito percorrendo la montagna.
A seconda di come ci stimolano i desideri e gli altri sentimenti,
il corpo aereo si atteggia; e questa è la causa di quel fenomeno
che ha destato la tua meraviglia (di che tu miri, ti meravigli)».
Eravamo già giunti all’ultima cornice (tortura);
e avevamo rivolto i nostri passi verso destra,
e la nostra attenzione era volta verso un altro problema.
Qui la parete del monte sprigiona con violenza (in fuor balestra) una fiamma,
mentre la cornice esterna soffia un vento
che la fa ripiegare (la reflette) e la tiene lontana dall’orlo (da lei sequestra);
per cui dovevamo camminare dalla parte esterna (lato schiuso) uno dietro l’altro;
e io avevo paura del fuoco a sinistra (quinci),
e di cadere nel precipizio a destra (quindi).
Intanto la mia guida diceva: «Procedendo in questo luogo
si devono tenere gli occhi fermi (stretto il freno),
perché basterebbe un piccolo errore per precipitare».
Sentii spiriti che cantavano ‘Dio di somma
clemenza’ in mezzo alla gran fiamma, tanto che fui
non meno desideroso di voltarmi (di quanto ero attento al cammino);
e vidi anime che camminavano attraverso le fiamme;
per cui contemporaneamente osservavo loro e badavo ai miei passi,
dividendo (compartendo) i miei sguardi di qua e di là.
Dopo aver finito l’inno, gridavano con forza (alto):
‘Non conosco uomo’; poi ricominciavano
a cantare l’inno con voce più bassa.
Quando lo avevano di nuovo finito, gridavano:
«Diana rimase nel bosco, e ne cacciò Callisto (Elice)
che aveva provato il veleno (tòsco) dell’amore (Venere)».
Poi riprendevano a cantare l’inno;
e ancora esaltavano gridando i nomi di mogli e di mariti
che furono casti come impongono la virtù e gli obblighi del matrimonio.
E questo comportamento credo che per loro duri
così (basti) per tutto il tempo che saranno bruciati dal fuoco:
con simile pena e con tali nutrimenti spirituali (pasti) è necessario
che alla fine (da sezzo) la ferita del peccato si cicatrizzi (ricuscia).
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