Pellegrinaggio - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Pellegrinaggio" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti, porta l'indicazione "Valloncello dell’Albero isolato, il 16 agosto 1916" e fa parte della raccolta L'allegria (la raccolta poetica nella quale Ungaretti ha cantato la propria esperienza di soldato sul fronte del Carso durante la Prima guerra mondiale).



Testo

In agguato
in queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba

Ungaretti
uomo di pena
ti basta un'illusione
per farti coraggio

Un riflettore
di là mette un mare nella nebbia



Parafrasi

Durante i conflitti a fuoco
ho dovuto fare lunghi percorsi
strascinando in terra il mio corpo ferito
nel fango come una suola di biancospino.

Ungaretti, un uomo abituato a soffrire
ma a cui basta un'illusione per farsi coraggio.

E la luce accecante di un riflettore che
riflette sul mare lo fa sembrare un mare di nebbia.



Analisi del testo

Metrica: La lirica è suddivisa in tre strofe: di cui la prima è la più lunga ed è costituita da dieci versi e due quartine più brevi.

È assente la punteggiatura; dopo lo spazio bianco, che separa le tre strofe, compare la lettera maiuscola. Gli a capo sono frequenti tanto da obbligare la voce a sostare nella lettura, quasi a scandire.

La poesia può essere suddivisa in tre parti: nella prima parte racconta la sofferenza fisica e psicologica dell'esperienza in guerra, nella seconda parte sembra come se il racconto venga interrotto per fare spazio a una riflessione generale sull'esistenza, la terza parte riprende il discorso che aveva iniziato per dirci qual è l'illusione che l'ha indotto a pensare a sé stesso: la visione improvvisa della nebbia, che illuminata da un riflettore sembra trasformarsi in un mare



Spiegazione per parola

  • In queste budella di macerie: le budella sono cunicoli, camminamenti scavati tra le rovine di edifici bombardati. Il sostantivo usato serve a dare un'idea forte, ancora più vivida di uno scenario di distruzione, perché richiama l'immagine dello squarcio in un corpo umano.
  • Usata: consumata.
  • Ore e ore: l'interminabile strascicarsi diventa un pellegrinaggio, come quello dei pellegrini che si recavano ginocchioni verso qualche santuario.
  • Come un seme di spinalba: spinalba (il biancospino) in questo "paesaggio" di morte diventa simbolo di vita.
  • Di là: dall'altra parte della valle.
  • Mette un mare nella nebbia: queste due parole vicine, mare e nebbia acquistano un significato simbolico. La nebbia allude alle condizione di vita dei soldati (alla nebbia è associata l'idea dell'angoscia); mentre il mare richiama uno spazio vitale libero, lontano dallo scenario di morte e tristezza.
  • Un riflettore: in rischiaro la luce del riflettore proiettata sul cielo torbido dà una illusione del mare.



Figure retoriche

Enjambements = vv. 2-3; 5-6; 9-10; 15-16.

Metafora = "budella di macerie" (vv. 2-3).

Similitudine = "come una suola" (v. 8); "come un seme" (v. 9).

Anafora = "come...come" (vv. 8-9).



Commento

Il luogo, Valloncello dell'Albero Isolato, si trova sotto il monte San Michele, vicino a San Martino del Carso (piccolo paese nel Comune di Sagrado). Tra il 6 e il 17 agosto Ungaretti partecipa ai combattimenti della 6° battaglia dell'Isonzo, che si conclude con la vittoria dell'esercito italiano.
L'immagine scabra e potente, che domina la lirica, è quella del fante che trascina la sua carcassa nel fango dei camminamenti e si paragona a un oggetto vile come una suola consumata, ma anche a un seme di biancospino, che, da quello stesso fango, saprà trarre non le ragioni della propria umiliazione, bensì l’energia per fiorire e consolare il mondo mediante la poesia. Il Pellegrinaggio, al quale allude il titolo, va perciò interpretato come una ricerca dell'identità, che Ungaretti compie all'interno di se stesso.
Ungaretti in questa poesia si definisce "uomo di pena", cioè uomo destinato a soffrire e a faticare. La comparsa del cognome del poeta è insolita nella
poesia italiana moderna. Il senso di amarezza e la pena appunto che l'uomo avverte nel suo vivere non devono allontanarlo dalla tensione alla fratellanza con gli altri: quella di Ungaretti è una poesia intrisa di angoscia e di pietà nello stesso tempo. Il contrasto tra angoscia e speranza, tra sofferenza e amore per la vita, è quell'amore per la vita che permette all'uomo in pena di sollevarsi dalla disperazione e di continuare il suo cammino. Da ciò possiamo dedurre che la vita umana è come un continuo pellegrinare, un continuo naufragare di sogni, ma anche un continuo riproporsi della vita attraverso sempre nuove illusioni e speranze.
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Inferno Canto 9 - Parafrasi



Sulle torri delle città appaiono le Erinni (le tre furie infernali con caratteristiche fisiche femminili), che invocano Medusa affinché tramuti Dante in pietra. Interviene però un messo celeste, che ammonisce i demoni, apre le porte di Dite, permette di proseguire il viaggio ai due poeti e infine si allontana da loro senza rivolgergli parola. All'interno delle mura, gli eretici giacciono in sepolcri infuocati posti in una pianura sconfinata.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 9 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Quel pallore (color) che la paura aveva fatto affiorare sul viso (di fuor mi pinse),
vedendo tornare indietro (in volta) la mia guida,
subito (più tosto) fece ritirare (restrinse) quello insolito (novo) di Virgilio.
Si fermò attento come l’uomo che ascolta;
poiché l’occhio non lo poteva guidare
a veder lontano nell'aria cupa e nella nebbia fitta.
«È tuttavia necessario che superiamo le ostilità (punga)»
cominciò egli, «se non ... Dio stesso (Tal) si offrì (in nostro aiuto).
Oh quanto è lunga per me l’attesa che il Messo (altri) arrivi qui».
Mi resi bene conto come egli sviò (ricoperse)
l’inizio del discorso (lo cominciar) con quello che seguì poi,
con parole diverse dalle prime;
ciononostante il suo dire mi causò (dienne, mi diede) timore,
poiché io dalle parole interrotte (tronca) deducevo
un significato peggiore di quello che poi ebbe.
«Nel fondo di questa dannata cavità (l’Inferno),
non discende mai qualcuno, dal primo cerchio (cioè dal limbo),
che ha come pena soltanto la speranza impedita (cionca, troncata) di Dio?».
Questa domanda io feci; ed egli: «Succede (incontra) raramente»,
Mi rispose, «che qualcuno di noi compia il cammino
che sto percorrendo.
È ben vero che un'altra volta (fïata) io sono stato quaggiù,
per gli scongiuri di quella crudele Eritone
che richiamava (in vita, sulla terra) le anime nei loro corpi.
Da poco il mio corpo era privo (nuda) dello spirito (di me; cioè: ero morto da poco),
quando mi costrinse a entrare dentro quelle mura (della città di Dite),
per condurre fuori uno spirito dal cerchio di Giuda.
Quello è il luogo più basso e oscuro (dell’Inferno),
il più lontano dal cielo che circonda (gira) tutto (l’Empireo, o il Primo Mobile):
conosco bene il cammino; perciò rassicurati.
Questa palude che esala il puzzo insopportabile,
circonda (cigne) tutto intorno la città del dolore,
in cui noi non possiamo entrare ormai senza forzare (sanz’ira)».
Disse anche altro, ma più non lo ricordo;
poiché l’occhio aveva concentrato (tratto) tutta la mia
attenzione verso l’alta torre dalla cima rovente, dove
in un attimo si elevarono (furon dritte) subitamente (ratto)
tre Furie infernali macchiate di sangue, che avevano
aspetto e movenze (atto) femminili, ed erano cinte
di idre verdissime; per capelli avevano serpentelli e
ceraste (tipo di rettile velenoso), dalle quali erano
avvinte le loro terrificanti (fiere) tempie.
E quegli (Virgilio), che ben riconobbe le
ancelle (meschine) della regina dell’eterno pianto
(Proserpina, regina degli Inferi), mi disse: «Guarda
le feroci Erinni. Questa alla sinistra è Megera; quella
che piange alla destra è Aletto;
Tesifone sta nel mezzo»; detto questo (a tanto) tacque.
Ognuna di loro si lacerava il petto con le
unghie; si percuotevano con le mani (a palme) e
gridavano tanto forte, che per paura (sospetto) mi
strinsi al poeta. «Venga Medusa: così lo renderemo
di pietra (smalto)», dicevano tutte guardando in basso;
«male facemmo a non vendicarci contro Teseo per il suo assalto».
«Girati indietro, e tieni gli occhi chiusi; poiché
se compare la Gorgone (Medusa) e tu la guardassi,
non sarebbe mai più possibile tornare sulla terra (suso)».
Così mi disse il maestro; ed egli stesso mi
voltò, e non si fidò (tenne) delle mie mani, ma mi
coprì gli occhi anche con le sue.
O voi che avete le menti sgombre da errore (sani),
considerate la dottrina che si nasconde
sotto il velo di questi versi misteriosi (strani).
E già veniva su per le onde torbide (della palude Stigia)
un grande frastuono pauroso (pien di spavento),
per cui ambedue le sponde tremavano,
non diverso dal vento impetuoso,
che si origina per le opposte temperature (ardori),
che s’abbatte (fier) su una selva e, senza alcun
ostacolo (rattento), schianta, rompe e trascina
via i rami; procede innanzi terribile (superbo)
sollevando polvere (polveroso) e mette in fuga animali e pastori.
Mi liberò gli occhi e disse: «Rivolgi ora l’acume (nerbo)
del tuo sguardo (viso) su quella antica onda schiumosa,
verso quel punto (per indi) dove il fumo è più intenso (acerbo)».
Come le rane dinanzi alla serpe loro nemica
fuggono tutte sull’acqua, finché tutte
si ammucchiano (s’abbica) sulla terra,
così vidi io più di mille anime dannate (distrutte) fuggire
dinanzi a uno che camminava (al passo passava)
sullo Stige con i piedi (piante) asciutti.
Si detergeva dal volto quel fumo (aere) sudicio,
passandosi sovente la mano sinistra; e solo
da quel fastidio pareva molestato.
Capii bene ch’egli era un Messo celeste, e mi
rivolsi al maestro; e quegli mi fece cenno di restare
quieto e di inchinarmi a lui.
Ahi come mi sembrava pieno di sdegno!
Arrivò alla porta e l’aprì con una verghetta (piccolo scettro),
e questa non fece alcuna resistenza (ritegno).
«O cacciati dal cielo, gente spregevole (dispetta)»,
cominciò su quella terribile soglia, «da che cosa nasce (s’alletta)
questa vostra presunzione?
Perché vi opponete (recalcitrate) a quella
volontà che mai può essere ostacolata (mozzo)
nel raggiungimento del suo fine, e che più volte ha
accresciuto il vostro dolore? Che giova ostacolare (dar di cozzo)
i voleri divini (fata)? Il vostro Cerbero,
se ben vi ricordate, porta ancora straziato il mento e il collo (gozzo)».
Riprese poi la sudicia strada, e a noi non
rivolse parola, ma ci apparve (fé sembiante) come
un uomo che una preoccupazione diversa da quella
di colui che ha di fronte assilli e stimoli (stringa e morda);
e noi ci incamminammo verso la città (terra),
sicuri dopo quelle sante parole.
Vi entrammo senza alcuna resistenza (guerra);
e io, che ero desideroso di guardare la
condizione di vita che è racchiusa in questa fortezza,
appena entrai, volgo lo sguardo intorno; e
da ogni lato (ad ogne man) vedo una sterminata
pianura, piena di dolore e di gravi tormenti.
Come ad Arles, ove il Rodano inizia il suo delta (stagna),
così come a Pola, nel golfo del Quarnaro,
che è l’estremità dell’Italia e bagna i suoi confini (termini),
i sepolcri rendono il luogo diseguale (varo, vario),
similmente avveniva qui da ogni parte,
solo che il modo era più crudele (amaro);
poiché attorno alle tombe (avelli) vi erano sparse delle fiamme,
a causa delle quali esse erano talmente arroventate che nessun lavoro artigianale (arte)
richiede (chiede) ferro più ardente (per essere lavorato).
Tutti i coperchi delle arche erano sollevati,
e ne uscivano fuori lamenti così angosciosi (duri)
che sembravano davvero di dannati e tormentati.
E io: «Maestro, chi sono (quai son) quelle
genti che, sepolte in quelle arche, si fanno sentire
con i loro dolenti sospiri?».
E quegli a me: «Qui sono i capi delle eresie
(eresiarche) con i loro seguaci, di ogni setta, e le
tombe sono colme più di quanto tu creda. Ognuno
è sepolto con chi è affine per ideologia (simile) e i
sepolcri (monimenti) sono più o meno roventi».
E dopo che si volse verso destra, passammo tra le
tombe e le alte mura di Dite (spaldi, spalti).
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Inferno Canto 8 - Parafrasi



Passando per la riva dello Stige, Dante e Virgilio giungono ai piedi di una torre dalla cui sommità partono segnali luminosi. Questi si rivelano essere avvisi di richiamo per Flegiàs, il traghettatore infernale che, reprimendo l'ira, accetta i due sulla sua barca. Durante la navigazione uno degli iracondi puniti nella palude si rivolge con arroganza a Dante: è il fiorentino Filippo Argenti che, dopo un breve scambio di battute ingiuriose, tenta di assalire la barca ma viene ricacciato da Virgilio nel fango dove è straziato dagli altri dannati. Infine la barca approda davanti alle mura della città di Dite, rosseggiante per il fuoco, protetta da uno stuolo di diavoli che impediscono a Dante e a Virgilio l'ingresso nel basso Inferno. Neppure le parole di Virgilio riescono a persuadere i diavoli a piegarsi alla volontà divina: di fronte alla loro ostilità e allo sconforto della sua guida Dante è preso dal terrore, anche se Virgilio lo rassicura e gli preannuncia l'arrivo di qualcuno in grado di aiutarli.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 8 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Proseguendo, dico che molto prima che noi
giungessimo ai piedi dell’alta torre, i nostri occhi si
volsero in su (andar suso) alla sua cima a causa di
due fuochi che vedemmo lì collocati, e di un altro
fuoco che rispondeva al segnale così da lontano
che l’occhio poteva appena percepirlo (tòrre).
Allora io mi volsi al mare di tutto il sapere (a Virgilio);
e dissi: «Questo segnale che significa? e
che cosa risponde quell’altra fiamma? e chi sono
coloro che l’hanno fatto?». Ed egli a me: «Su per le
onde melmose (sucide) puoi già scorgere ciò che si
attende, se la nebbia del pantano (la palude Stigia) non te lo nasconde».
La corda di un arco non scoccò (pinse, spinse)
mai da sé freccia che corresse nell’aria
così veloce (snella), come io vidi una piccola imbarcazione
venire sull’acqua verso di noi in quel mentre (in quella),
sotto la guida di un solo marinaio (galeoto),
che gridava: «Ora sei in mio potere, anima malvagia (fella)!».
«Flegiàs, Flegiàs, tu gridi inutilmente», disse
il mio signore, «per questa volta: non ci avrai con te
più del tempo necessario ad attraversare la palude (loto)».
Come colui che ascolta un grande inganno
perpetrato ai suoi danni, e poi se ne rammarica,
così si fece Flegiàs nell’ira a stento repressa (accolta).
La mia guida scese nella barca, e poi mi
fece entrare dopo di lui; e soltanto quando entrai
io, sembrò carica (per il peso fisico del corpo).
Non appena Virgilio e io fummo nella barca (legno),
la prora di antica origine se ne va fendendo una
quantità d’acqua maggiore di quanto non sia solita fare con le altre anime (altrui).
Mentre noi percorrevamo la palude stagnante (morta gora),
mi si parò innanzi un tale pieno di fango,
e disse: «Chi sei mai tu che vieni prima (anzi) del tempo?».
E io a lui: «Se vengo, non è per restare; ma chi
sei tu piuttosto, che sei così lordo di fango (brutto)?».
Rispose: «Vedi che sono uno che espia (piango)».
E io a lui: «Con la tua pena e il tuo dolore, spirito
maledetto, restatene qui; ché io ti riconosco, benché
tu sia tutto sporco di fango».
Allora protese verso la barca (legno) tutt’e
due le mani; per questo il maestro vigile (accorto)
lo ricacciò, dicendo: «Vattene da qua con gli altri dannati (cani)!».
Poi mi cinse il collo con le braccia, mi baciò
il volto e disse: «Anima pronta allo sdegno,
benedetta colei che fu incinta di te!
Colui fu sulla terra (al mondo)
persona arrogante; nessuna virtù adorna
(fregi) la sua memoria: così la sua anima (l’ombra sua) qui s’infuria.
Quanti sono coloro che oggi si
stimano in terra personaggi di dignità regale e qui
staranno come porci nella melma (brago), lasciando
di sé memoria spregevole!».
E io: «Maestro, sarei molto desideroso di vederlo immergere (attuffare)
in quest’acqua sudicia (broda) prima
che noi usciamo dalla palude (lago)».
Ed egli a me: «Prima che ti sia consentito di
vedere l’altra riva (proda), sarai appagato: è giusto
(convien) che tu goda di questo desiderio».
Poco dopo tali parole, io vidi fare di costui un
tale strazio dalle anime della palude (fangose), che
ancora ne lodo e ne ringrazio Dio.
Tutti gridavano: «Addosso a Filippo Argenti!»;
e l’anima fiorentina iraconda (bizzarro) si rigirava con
i denti contro se stesso.
Qui lo lasciammo e non aggiungo altro; ma
un coro di confusi lamenti mi colpì gli orecchi, per
cui sbarro gli occhi fissando avanti.
Il buon maestro disse: «Ormai, figliolo, si
avvicina la città che si chiama Dite, con i cittadini
aggravati dalle pene, con l’innumerevole esercito dei diavoli (stuolo)».
E io: «Maestro, distinguo (cerno) già chiare (certe)
laggiù nell’avvallamento le sue moschee (meschite),
rosse come se fossero uscite dal fuoco».
Ed egli mi disse: «Il fuoco eterno che le
arroventa dall’interno (entro l’affoca) le fa parere (le dimostra) rosse,
come tu vedi in questa parte più bassa dell’Inferno».
Noi giungemmo finalmente (pur) ai profondi (alte)
fossati che girano tutt’intorno (vallan) a quella
città di disperazione: le mura mi sembravano fatte
di ferro. Non senza aver percorso prima il lungo giro
(aggirata), arrivammo in un luogo dove il nocchiero
gridò con forza: «Uscite dalla barca, qui è l’ingresso».
Io vidi sulle porte più di mille diavoli precipitati dal cielo,
che dicevano con stizza: «Chi è costui
che senza essere morto va attraverso il regno dei
dannati (la morta gente)?». E il mio saggio maestro
fece cenno di voler parlare loro in disparte (segretamente).
Allora repressero (chiusero) un po’ il grande
sdegno e dissero: «Vieni soltanto tu, e quel tale che
così temerario s’introdusse in questo regno se ne
vada. Torni indietro da solo lungo il temerario cammino (folle strada):
ci provi, se ne è capace; poiché
tu, che gli hai mostrato così buio paese (contrada),
rimarrai qui».
Pensa, lettor, quanto mi smarrii (se io mi
sconfortai) al suono delle parole maledette, poiché
credetti di non tornare mai più sulla terra.
«O cara guida mia, che tante volte (più di
sette volte) mi hai ridato coraggio (sicurtà) e mi hai
tolto da grave (alto) pericolo che mi stava davanti,
non mi abbandonare» io dissi «così distrutto; e se
ci è vietato di passare oltre, ritorniamo rapidamente
(ratto) sui nostri passi».
E quel signore che mi aveva condotto
lì, mi disse: «Non temere; poiché nessuno ci può
impedire (tòrre) il passaggio: c’è concesso da Dio
(tal). Ma attendimi qui, e conforta e nutri lo spirito
abbattuto con speranza sicura, poiché io non ti
abbandonerò nell’Inferno (mondo basso)».
Così dicendo il dolce padre se ne va e mi
lascia qui, e io resto in dubbio, sicché speranza
e timore (sì e no) combattono (mi tenciona) nella mia mente.
Non potei udire ciò che disse loro; ma egli
non stette a lungo (guari) con essi, che già ognuno
dei diavoli a gara (a pruova) si ritirò dentro le mura.
Quei nostri avversari chiusero le porte in
faccia (nel petto) al mio signore, che restò fuori e
si diresse alla mia volta con passi lenti. Aveva gli
occhi a terra e le ciglia prive (rase) di ogni sicurezza,
e diceva tra i sospiri: «Chi mi ha impedito di entrare
nella città del dolore!».
E a me disse: «Tu, per quanto io mi crucci,
non sbigottirti, perché vincerò la lotta, chiunque
dentro la città combatta (s’aggiri) per la difesa.
Questa loro tracotanza non è nuova, poiché l’usarono
a una porta (quella dell’entrata all’Inferno)
meno interna (segreta), che ancor si trova senza
chiavistelli (serrame).
Su di essa tu vedesti la scritta della dannazione:
e già uno sta discendendo il pendio al di qua di essa,
passando per i cerchi senza bisogno di scorta,
così che grazie a lui ci sarà aperto il campo (la terra, cioè la città di Dite)».
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Sereno - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Sereno" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti, porta l'indicazione "Bosco di Courton, Luglio 1918" e fa parte della raccolta L'allegria.



Testo

Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle

Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore del cielo

Mi riconosco
immagine
passeggera

Presa in un giro
Immortale.



Parafrasi

Dopo un lungo periodo di nebbia
un po' alla volta
si rivedono le stelle

Respiro la frescura
che proviene direttamente dal cielo

Mi rendo conto di essere
un individuo di passaggio

Nel ritmo immortale



Analisi del testo

Metrica: La lunghezza dei versi è varia; questi sono raggruppati in strofe. I versi sono liberi.

La punteggiatura è completamente assente e le parole usate utilizzano un linguaggio semplice.

Il titolo della poesia "Sereno" viene usato sia per indicare un cielo stellato privo di nubi e di nebbia (un cielo sereno), sia per indicare lo stato di assoluta tranquillità interiore, senza turbamenti o preoccupazioni (un animo sereno).



Figure retoriche

Enambements = vv. 1-2; 3-4; 5-6; 7-8; 9-10; 12-13; 14-15.

Antitesi = "passeggera" e "immortale" (v.13 e v.15)



Commento

La poesia "Sereno" è stata scritta nel mese di luglio 1918, nel pieno della stagione estiva, ma soprattutto a pochi mesi dalla fine della Grande Guerra. In estate il cielo è solitamente limpido, privo di nuvole e di nebbia, che avrebbero impedito la visione del cielo stellato. Il poeta dice che le stelle appaiono una alla volta (a una una), come se stesse ripensando all'inverno, periodo nel quale ogni volta che scrutava il cielo non riusciva a scorgere nessuna stella. Man mano che i mesi trascorrevano, vedeva apparire ogni sera sempre più stelle in cielo, che hanno raggiunto il numero più alto proprio nel mese di luglio.
Questo suo osservare le stelle può essere visto come un tentativo di Ungaretti di congiungersi con la natura (anche perché è cresciuto in Alessandria, un paese esotico), e approfitta della fine della guerra per respirare la frescura del cielo e riempirsi gli occhi di impressioni, di immagini e sentimenti che non provava più da molto tempo.
La guerra di trincea, quella combattuta a poche centinaia, a volte poche decine di metri di distanza, rintanati dentro camminamenti scavati per decine di chilometri, il tutto per conquistare pochi metri di terreno che poi venivano regolarmente persi, gli aveva negato tutte queste emozioni, mostrandogli ritratti di immensa crudeltà e brutalità. Ne sono testimonianza la poesia Veglia in cui si trova buttato vicino a un compagno morto sotto il bagliore della luna piena, la poesia San Martino del Carso che parla di morte e distruzione, oppure la poesia Sono una creatura che trasmette così tanta sofferenza che si sono esaurite perfino le lacrime per piangere.
Tutti questi ricordi sono i "doni" che la guerra gli ha fatto, e che lui non ha potuto rifiutare, portando con sé per sempre quello smisurato bagaglio. Ma dopo tante indicibili brutalità, in lui torna il desiderio di riscoprire la natura, di sentirsi legato ad essa. Nella guerra, l'uomo sente la presenza costante della morte, e per questo motivo si attacca disperatamente a tutto ciò che possa rappresentare vita, come la natura stessa.
Tuttavia, attraverso i versi finali, ci tiene a precisare che è consapevole della limitatezza della vita umana, che non è altro che un qualcosa di passaggio all'interno di un progetto molto più grande.
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Inferno Canto 7 - Parafrasi



Il quarto cerchio, custodito dal demone Pluto, il dio greco della ricchezza, è quello degli avari e dei prodighi, condannati a spingere col petto pesanti macigni, simbolo della ricchezza, tra due schiere opposte rimproverandosi a vicenda. Dante e Virgilio giungono poi alla palude dello Stige, in cui sono immersi iracondi ed accidiosi. I primi si percuotono e mordono a vicenda, i secondi giacciono sotto la superficie.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 7 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

«Oh Satana, oh Satana, dio!»,
cominciò (a gridare) Pluto con la voce roca (chioccia):
e quel saggio premuroso, che tutto aveva compreso (seppe),
disse per confortarmi: «Non ti sia di impedimento (Non ti noccia)
la tua paura; poiché, per quanto potere egli abbia,
non ci impedirà di scendere questa balza rocciosa».
Poi si rivolse a quell'essere (Pluto) dall’aspetto deforme (’nfiata labbia),
e disse: «Taci, maledetto lupo!
consumati nella tua stessa rabbia.
Il nostro procedere verso il profondo (al cupo)
non è senza motivo: è stato stabilito in cielo, là dove l’arcangelo Michele
fece vendetta della superba ribellione (strupo) di Lucifero».
Come le vele gonfiate dal vento,
quando l’albero si spezza (fiacca), si afflosciano avviluppate,
così si accasciò (cadde a terra) quell’animale crudele.
Scendemmo così nel quarto cerchio (lacca),
inabissandoci sempre più lungo la discesa infernale
che raccoglie (insacca) il male dell’intero universo.
Ahi giustizia divina! chi riunisce tanti inauditi (nove)
travagli e sofferenze quanti ho io veduto?
e perché la nostra colpa così ci danna (scipa)?
Come fa l’onda nei pressi di Cariddi,
che si scontra (si frange) con quella che le si oppone (s’intoppa),
così è necessario che qui la gente balli (riddi).
Qui io vidi gente più numerosa (troppa) che altrove e,
da una parte e dall’altra del cerchio, in mezzo a grandi urla,
spingeva dei pesi con la forza del petto (poppa).
Si scontravano (i dannati) fra di loro; e in seguito ognuno in quel punto (pur lì)
si girava voltando indietro (i pesi) e
gridava: «Perché ammucchi (tieni)?» e «Perché disperdi (burli)?».
Giravano così lungo quel cerchio senza luce (tetro)
dalle due parti verso il punto opposto, continuando
a gridare il ritornello (metro) ingiurioso (ontoso);
poi ognuno tornava a voltarsi, quand’era arrivato (alla fine del semicerchio),
per percorrere la sua metà del cerchio e per un successivo scontro.
E io, che avevo il cuore quasi rattristato,
dissi: «Maestro mio, mostrami
chi sono costoro, e se furono tutti ecclesiastici (cherci)
questi che portano la tonsura (chercuti) alla nostra sinistra (cioè la schiera degli avari)».
Ed egli a me: «Furono tutti così ciechi (guerci)
di mente nella vita terrena (primaia)
che non spesero mai le ricchezze con misura.
Lo urla (l’abbaia) la loro voce in modo molto chiaro,
quando giungono ai due punti del cerchio
dove il loro peccato contrario (l’avarizia e la prodigalità) li separa (dispaia).
Furono ecclesiastici, questi che non hanno capelli
in capo (coperchio piloso, copertura di peli), anche papi e cardinali,
sui quali l’avarizia raggiunge il suo eccesso».
E io: «Maestro, in mezzo a tali dannati
dovrei ben riconoscere alcuni
che si macchiarono (furo immondi) di questi peccati».
Ed egli a me: «Coltivi (aduni) un vano desiderio:
la vita priva di saggezza (sconoscente) che li ha spinti a insozzarsi (di tale vizio),
li rende ora oscuri (bruni) a ogni riconoscimento.
Per l’eternità si scontreranno:
gli uni (gli avari) risorgeranno dal sepolcro
con il pugno chiuso, e gli altri (i prodighi) con i capelli rasi.
La prodigalità (Mal dare) e l’avarizia (mal tener) hanno fatto loro perdere
il bel (pulcro) mondo (cioè il Paradiso) e condannati a questo scontro (zuffa):
per descriverlo, non voglio aggiungere altre belle parole (appulcro, abbellisco).
Ora puoi capire, figliolo, l’inutile inganno (corta buffa)
dei beni che sono affidati alla fortuna,
per i quali gli uomini lottano (si rabuffa);
dal momento che tutto l’oro che c’è
ed è esistito prima sulla terra (sotto la luna), non potrebbe
far riposare nemmeno una di queste anime stanche».
«Maestro mio», gli chiesi io, «ora dimmi ancora:
questa fortuna, di cui tu mi parli (tocche),
che così tiene i beni del mondo tra i suoi artigli (branche), che cosa è?».
E quegli a me: «Oh sciocche creature,
quanta è l’ignoranza che vi colpisce!
Ora io voglio che tu capisca (ne ’mbocche) il mio ragionamento (sentenza).
Colui che trascende ogni conoscenza (cioè Dio),
ha creato i cieli e ha loro assegnato delle guide (chi conduce)
cosicché ognuno di essi riflette (splende) la luce divina in ogni sua parte,
distribuendola in ugual misura.
Nello stesso modo ai beni terreni (splendor mondani)
(Dio) ha dato una guida e una amministratrice
che al momento opportuno faccia passare le ricchezze
da un popolo all’altro e da una stirpe all’altra,
vincendo ogni resistenza (difension) degli uomini (senni umani):
per cui un popolo domina (impera) e l’altro è schiavo (langue),
in seguito alle decisioni di costei,
che sono nascoste come il serpente (l’angue) nell’erba.
Il vostro sapere non può contrastarla;
è lei che dispone, giudica e persegue
il suo compito sulla terra (suo regno), come le intelligenze angeliche (li altri dèi) lo fanno nel loro (nei cieli).
I suoi mutamenti non conoscono soste:
per necessità ella è veloce;
per questo succede spesso che qualcuno subisca (consegue) mutamenti di condizione.
Questa è colei che tanto è biasimata (posta in croce)
anche da coloro che la dovrebbero lodare,
attribuendole a torto biasimo (biasimo) e cattiva fama (mala voce);
ma ella è felice e non dà ascolto a questo:
con le altre prime creature lieta
gira la sua ruota (volve sua spera) e vive beata.
Scendiamo ora verso un maggior dolore:
ogni stella che saliva quando mi sono mosso, ora tramonta (cade),
e il soffermarsi troppo non è concesso».
Noi attraversammo (ricidemmo) il cerchio, fino al margine opposto,
presso una sorgente che ribolle e alimenta (riversa)
un canale che qui si origina.
L’acqua era nerissima (scura molto più del nero, più che persa),
e noi, costeggiando quelle onde torbide (bige),
ci incamminammo per una strada disagevole (diversa).
Questo cupo (tristo) ruscello sfocia nella palude
che viene detta Stigia, dopo che è disceso
dai tetri e crudeli dirupi.
E io, che ero intento (inteso) a osservare,
ho visto gente coperta di fango (fangose) in quel pantano,
completamente ignuda, e col volto (sembiante) adirato (offeso).
Si percuotevano non solo (non pur) con le mani,
ma con la testa e col petto e con i piedi,
dilaniandosi con i denti a pezzo a pezzo.
Il buon maestro mi disse: «Figlio, ora
osserva le anime degli schiavi (di color cui vinse)
dell’ira; e voglio anche che tu sappia con certezza
che immersa nell’acqua c’è gente che sospira, e
fa gorgogliare (pullular) l’acqua alla superficie (al summo),
come la vista ti rivela, ovunque tu la rigiri.
Confitti nella melma dicono: "Fummo tristi
sulla dolce terra (aere) che è rallegrata dal sole,
portando dentro un fumo accidioso: ora siamo tristi
in questa melma (belletta) oscura". Queste sono le parole (inno, ritornello)
che gorgogliano nella gola (strozza),
dal momento che non possono parlare con voce chiara (integra)».
Facemmo così un lungo giro attorno a quella sozza palude (pozza),
tra la riva asciutta e il pantano (mézzo, bagnato e fradicio),
con gli occhi volti verso quelle anime che ingoiano fango.
Alla fine (al da sezzo) giungemmo ai piedi di una torre.
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Inferno Canto 6 - Parafrasi



Il terzo cerchio è quello in cui scontano la pena i golosi (che in vita amarono troppo i cibi raffinati) ed è custodito da Cerbero, una fiera con tre teste che squarta, graffia e fa assordare i golosi che sono sdraiati con la testa nel fango puzzolente, generato da una un pioggia di neve, grandine e acqua sporca.
Cerbero, a vedere Dante e Virgilio, mostra i suoi denti e Virgilio prende del fango e glielo getta nelle sue fauci. Tutti giacciono nel fango tranne uno e rivolgendosi ai due chiede se lo riconoscono, sfortunatamente però i poeti non lo riconoscono e pregano di svelargli loro la sua identità. Disse che era soprannominato Ciacco
E sentendo che era fiorentino, Dante gli chiede che fine abbiano fatto i fiorentini.
Ciacco gli rispose che i Bianchi cacciarono i Neri e gli predice che alla fine saranno i Neri a cacciare i Bianchi, grazie all'aiuto di Bonifacio VIII.
Finito questo, Ciacco ritornò nella sua posizione sdraiata nel nel fango, senza più rialzarsi fino al giorno del giudizio universale.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 6 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Quando ritornò in sé la mia mente,
che si era totalmente offuscata (si chiuse) per la compassione (la pietà) dei due cognati (Paolo e Francesca),
che mi aveva vinto (tutto mi confuse) per la tristezza
vedo intorno a me nuovi tormenti e nuove anime tormentate,
da qualunque parte cammini (come ch'io mi mova)
e mi giri (e ch'io mi volga) e da qualunque parte punti lo sguardo (guati).
Io sono al terzo cerchio, che è quello della pioggia eterna,
nociva, fredda e pesante
nessuna novità la caratterizza mai, né per quanto riguarda il ritmo, né riguardo alla natura.
Grossa grandine, acqua nerastra (tinta) e neve
cade con violenza (si riversa) per l'aria carica di tenebre
e la terra che riceve questo miscuglio (questo) puzza.
Cerbero, fiera crudele e mostruosa
latra come un cane (caninamente) dalle sue tre gole
sopra i dannati che sono (quivi) affogati nella pioggia.
Ha gli occhi rossi (come Caronte), ha la barba (quasi fosse un uomo) unta e nera,
il ventre prominente e le mani unghiate;
graffia i dannati, li scuoia (iscoia) e li squarta (isquatra).
La pioggia li fa urlare come cani
con uno dei lati fanno da riparo all'altro;
si rigirano spesso quei miserabili peccatori (profani).
Quando Cerbero, l’orrendo mostro (gran vermo), ci vide
aprì le bocche e ci mostrò le fauci (le sanne);
tremava con tutto il corpo.
Allora la mia guida protese le mani,
prese della terra, e con i pugni colmi la gettò
dentro alle voraci cavità delle tre gole.
Come il cane che latra per la brama del cibo,
e si quieta quando addenta il cibo,
poiché pone ogni sua attenzione (intende) e sforzo (pugna) nel divorarlo
tali divennero (cioè si placarono) quelle facce sporche
del demonio Cerbero, che stordisce (’ntrona)
le anime tanto che vorrebbero esser sorde.
Noi passavamo sopra le anime che la pioggia tanto gravosa
prostra (adona), e posavamo i piedi
sopra le loro figure evanescenti (vanità), che sembrano persone.
Esse giacevano tutte distese a terra,
eccetto una che si levò a sedere,
non appena (ratto ch'ella) ci vide passare davanti a sé (passarsi).
'O tu che sei condotto (tratto) per questo inferno,
mi disse, se sei capace, vedi di riconoscermi:
tu nascesti prima che io morissi.
E io a lui: La sofferenza (angoscia) che patisci (hai)
forse ti toglie dalla mia memoria (mente),
tanto che non mi pare di averti mai visto.
Ma dimmi chi sei tu che sei stato collocato
in un luogo così doloroso e sconti una tal pena,
che se qualche altra è maggiore (maggio), nessuna tuttavia è più sgradevole.
Ed egli a me: la tua città (Firenze), che è a tal punto piena di odio (invidia)
che già ne è colma la misura (già trabocca il sacco),
mi ebbe dentro le sue mura (seco mi tenne) durante la vita terrena (serena).
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la colpa della gola, dannosa sia materialmente che spiritualmente,
come tu vedi, sono abbattuto dalla pioggia.
E io anima dannata (trista) non sono qui da sola,
perché tutte queste (anime) sono collocate qui (stanno), condannate
a una pena simile (alla mia) a causa di una colpa simile. E non pronunciò più altro.
Io gli risposi: Ciacco, il tuo tormento (affanno)
mi fa soffrire a tal punto che mi spinge a piangere
ma dimmi, se lo sai, a che punto giungeranno
i cittadini della città divisa in fazioni (partita);
se c'è qualche persona retta; e dimmi il motivo
per cui (Firenze) è stata investita da un'ondata così grave di discordia cittadina.
E quegli a me: Dopo una lunga lotta,
faranno scorrere il sangue, e la fazione selvaggia (i Bianchi)
caccerà in esilio l'altra (gli esponenti dei Neri) imponendo molte pene (offensione)
Poi, poco dopo (appresso), deve necessariamente capitare (convien) che la fazione dei Bianchi (questa) cada (caggia)
entro tre anni e che la fazione dei Neri (l'altra) prenda il sopravvento (sormonti)
con l'appoggio politico e militare (forza) di Bonifacio VIII (tal) il quale ora si destreggia (fra le due parti).
La fazione dei Neri reggerà alte le sue sorti politiche (fronti),
tenendo l'altra sotto una pesante oppressione (gravi pesi),
benché (come che) quest'ultima di ciò soffra o s'offenda fortemente (n'aonti).
Vi sono solo due giusti, ma non vengono ascoltati;
la superbia, l'invidia e l'avarizia sono
le tre passioni che hanno acceso i cuori dei fiorentini.
Qui interruppe le parole dolorose (lagrimabil suono).
E io a lui: voglio che tu mi dia ancora nuove informazioni
e che mi faccia dono di ulteriori discorsi.
Farinata e Tegghiaio, che furono così degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e il Mosca
e gli altri che impegnarono la loro mente nell'operare per il bene civile e sociale di Firenze,
dimmi dove sono e fa' in modo che possa sapere di loro (li conosca);
poiché mi spinge un gran desiderio di sapere
se il Paradiso li renda partecipi della sua dolcezza (addolcia), o l'Inferno li avveleni (attosca)
E quegli a me: Essi sono tra i dannati macchiatisi delle più gravi colpe,
peccati diversi pesano su di essi (grava) costringendoli nei cerchi più bassi dell'Inferno:
se scendi tanto quanto essi sono in basso, li potrai vedere (i potrai valere) laggiù (là).
Ma quando tu tornerai sulla dolce terra,
ti prego di portarmi alla memoria (mente) degli altri sulla terra:
non ti dico più altro, e non ti rispondo più.
Allora girò obliquamente (torse in biechi) gli occhi che stavano guardando dritto verso di me;
mi guardò (guardommi,) un poco e poi abbassò il capo;
cadde riverso con il capo allo stesso modo degli altri dannati immersi nel fango, e quindi incapaci di vedere (ciechi)
E la guida mi disse: Non si sveglierà
più prima (di qua) del suono della tromba degli angeli ,
quando giungerà Cristo giudicante (nimica podesta):
ciascuno rivedrà la sua triste tomba,
riprenderà il suo corpo e la sua figura umana,
ascolterà la sentenza che risuonerà in eterno.
Così passammo oltre attraverso una putrida mescolanza
delle ombre e della pioggia, a passi lenti,
parlando un poco della vita dell'aldilà;
per cui io dissi: «Maestro, questi tormenti
cresceranno, essi (ei), dopo il Giudizio universale
diventeranno minori, o saranno dolorosi come adesso (si cocenti)?
Ed egli a me: «Rifatti alla tua dottrina
la quale ritiene che, quanto la cosa è più perfetta,
tanto più sentirà sia il bene sia il dolore (la doglienza).
Benché (Tutto che) questa gente dannata (maladetta)
non pervenga giammai alla vera perfezione
aspetta di essere in maggior perfezione di là dal (dopo il) Giudizio universale che di qua (cioè prima di esso).
Noi facemmo la strada che gira intorno al cerchio,
discorrendo assai più di quanto non dica;
giungemmo al punto dove si discende (nel IV Cerchio):
qui incontrammo Pluto, il gran nemico.
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Stasera - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Stasera" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti, porta l'indicazione "Versa, 21 maggio 1916" e fa parte della raccolta Allegria di naufragi. Inizialmente il titolo di questa poesia era "Finestra a mare", poi prese il nome di "Tramonto" e alla fine finì per chiamarla "Stasera".


Testo

Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia



Parafrasi

Una balaustra accarezzata dalla brezza
che in questa sera sorregge
la mia malinconia



Analisi del testo

Metrica: tre versi in ottonari piani.

Ungaretti è considerato il precursore dell'ermetismo poiché le sue poesie sono molto brevi, ridotte all'essenziale ed ermetiche (cioè chiuse e di difficile comprensione) esattamente come quelle degli ermetici.

Nelle poesie si tende a sottovalutare l'importanza del titolo, ma sarebbe un errore gravissimo farlo anche in questa. Il titolo "stasera" serve a dare una collocazione temporale: non si parla del passato e nemmeno del futuro, bensì del presente, di questa specifica sera.



Figure retoriche

Enjambements = vv. 1-2; 2-3.

Analogia = "Balaustrata di brezza" (v. 1).

Allitterazione della "b" e della "r" = "balaustrata" e "brezza" (v. 1).

Allitterazione della "m" = "mia" e "malinconia" (v. 3)

Metonimia = "per appoggiare...la mia malinconia" (v. 2).



Commento

In questa poesia Ungaretti cerca un sostegno per la sua malinconia, che è diventata così pesante al punto da non riuscire più a sorreggerla da solo, e si affida a una balaustrata (un parapetto) fatta di brezza leggera. La sensazione è quella che la sua malinconia sia lì ferma ad ammirare un paesaggio statico, nonché la propria condizione di vita. La scelta del titolo "stasera" conferma quanto detto: non fa riferimento al futuro e nemmeno al passato, ma a quello che sta accadendo in quella determinata sera, come se il tempo si fosse bloccato. La scelta della brezza (vento debole locale di breve durata), che stimola le emozioni, può essere dovuta al fatto che il poeta desidera essere confortato dagli elementi naturali, che si trovi nelle vicinanze del mare (brezza marina) o che la balaustra esista solo nella sua immaginazione.
Non bisogna dimenticare che ci troviamo in piena prima guerra mondiale, che il poeta ha vissuto al fronte. Egli potrebbe anche essere al fronte e non aver alcun appoggio e allora la brezza che in quel momento lo sfiora appena, per via della malinconia, gli dà quella sensazione di essere sorretto da una balaustra. Da notare che la poesia descrive il contatto fra due cose astratte, la brezza e la malinconia, che per la loro condizione astratta non potrebbero mai e poi mai congiungersi come invece sostiene il testo della poesia. Sta usando la tecnica dell'ermetismo: ovvero quel procedimento per il quale ci si serve di un oggetto qualsiasi per rappresentare qualcos'altro. Da ciò possiamo dedurre che la malinconia e il poeta sono un tutt'uno: egli si illude di poter addossare almeno una parte del peso della malinconia sulla balaustra ma, quest'ultima non è reale (perché è di brezza), e anche se lo fosse la malinconia non potrebbe posarsi ugualmente su di essa (perché è astratta); quindi la malinconia non è scaturita dalla brezza ma è sempre stata dentro il poeta che continua a sostenerne tutto il peso.
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