Purgatorio Canto 30 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del trentesimo canto del Purgatorio. In questo canto fa la sua apparizione Beatrice, ma scompare Virgilio e, quando Dante se ne rende conto scoppia a piangere per lo sconforto. Beatrice lo rimprovera duramente per indurlo a versare lacrime di pentimento per il suo comportamento sulla terra. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 30 del Purgatorio.


Le figure retoriche

E che faceva lì ciascun accorto di suo dover, come ‘l più basso face qual temon gira per venire a porto = similitudine (vv. 4-6). Cioè: "e che lì indicava a ciascuno la via da seguire, proprio come l'Orsa Maggiore indica la via a chiunque regge il timone per giungere al porto".

Al carro volse sé come a sua pace = similitudine (v. 9). Cioè: "si volsero verso il carro come al fine ultimo dei loro desideri".

Cantando / gridò = enjambement (vv. 11-12).

Quali i beati al novissimo bando surgeran presti ognun di sua caverna, la revestita voce alleluiando, cotali in su la divina basterna si levar cento, ad vocem tanti senis, ministri e messaggier di vita etterna = similitudine (vv. 13-18). Cioè: "Come i beati il giorno del Giudizio universale risorgeranno in fretta ognuno dalla sua tomba, cantando alleluia con la voce del loro corpo risorto, allo stesso modo, alla voce di così venerando vecchio, si alzarono sul divino carro centinaia di ministri e messaggeri di vita eterna".

Novissimo bando = perifrasi (v. 13). Per indicare il giorno del giudizio universale.

Ministri e messaggier di vita etterna = perifrasi (v. 18). Per indicare gli angeli.

Fior gittando = anastrofe (v. 20). Cioè: "gettando fiori".

Di bel sereno addorno = anastrofe (v. 24). Cioè: "adornato da un bel colore sereno".

E la faccia del sol nascere ombrata, sì che per temperanza di vapori l’occhio la sostenea lunga fiata: così dentro una nuvola di fiori che da le mani angeliche saliva e ricadeva in giù dentro e di fori, sovra candido vel cinta d’uliva donna m’apparve sotto verde manto vestita di color di fiamma viva. = similitudine (vv. 25-32). Cioè: "e ho visto il sole sorgere dietro un velo, così che l’occhio aveva potuto sostenerlo per lungo tempo grazie a spessi vapori che lo temperavano: allo stesso modo, dentro la nuvola di fiori che saliva dalle mani degli angeli e ricadeva in basso dentro il carro e di fuori, mi apparve una donna, con una veste rossa
come la fiamma viva sotto un mantello verde".

Spirito mio = anastrofe (v. 34). Cioè: "mio spirito".

Cotanto / tempo = enjambement (vv. 34-35).

Che da lei mosse = anastrofe (v. 38). Cioè: "che proveniva da lei".

Fuor di puerizia fosse = anastrofe (v. 42). Cioè: "fossi uscito dall'infanzia".

Prima ch’io fuor di puerizia fosse = metafora (v. 42). Cioè: "prima che io uscissi dalla fanciullezza (quando avevo nove anni)".

Volsimi a la sinistra col respitto col quale il fantolin corre a la mamma quando ha paura o quando elli è afflitto = similitudine (vv. 43-45). Cioè: "mi voltai a sinistra con lo sguardo ansioso con il quale il bambino corre verso la mamma quando ha paura o quando o è turbato da qualcosa".

Dramma / di sangue = enjambement (vv. 46-47).

Scemi / di sé = enjambement (vv. 49-50).

L’antica matre = perifrasi (v. 52). Cioè: "l'antica madre", per indicare Eva.

Non pianger anco, non pianger ancora = anadiplosi (v. 56).

Ché pianger ti conven per altra spada = metafora (v. 57). Cioè: "che tu pianga per altri motivi, per un dolore più lancinante".

Quasi ammiraglio che in poppa e in prora viene a veder la gente che ministra per li altri legni, e a ben far l’incora; in su la sponda del carro sinistra, quando mi volsi al suon del nome mio = similitudine (vv. 58-62). Cioè: "E come un ammiraglio che va dalla poppa alla prua della nave per sorvegliare i marinai che governano le altre navi, e li sprona a lavorare bene; così io vidi sul fianco sinistro del carro, quando mi voltai nel sentire prinunciare il mio nome".

Nome mio = anastrofe (v. 62). Cioè: "mio nome".

Regalmente ne l’atto ancor proterva continuò come colui che dice e ‘l più caldo parlar dietro reserva = similitudine (vv. 70-72). Cioè: "con l’atteggiamento sdegnoso degno di un re, continuò a parlare come chi riserva gli argomenti più accesi per ultimo".

Guardaci ben = plurale maiestatis (v. 73). Cioè: "guarda bene qui".

Che qui è l’uom felice = ellissi (v. 75). Cioè: "la sede, il luogo".

Così la madre al figlio par superba, com’ella parve a me; perché d’amaro sente il sapor de la pietade acerba = similitudine (vv. 79-81). Cioè: "Come severa appare la madre al figlio, così Beatrice apparve a me; perché l’affetto materno espresso aspramente ha un sapore amaro".

D’amaro / sente = enjambement (vv. 80-81).

Cantaro / di subito = enjambement (vv. 82-83).

Sì come neve tra le vive travi per lo dosso d’Italia si congela, soffiata e stretta da li venti schiavi, poi, liquefatta, in sé stessa trapela, pur che la terra che perde ombra spiri, sì che par foco fonder la candela; così fui sanza lagrime e sospiri = similitudine (vv. 85-90). Cioè: "Come la neve si ghiaccia tra gli alberi dell'Appennino, colpita dai venti freddi della Schiavonia, poi, sciogliendosi a poco a poco, non appena l'Africa soffia i suoi venti caldi, così che sembra una candela sciolta dal fuoco; così ero rimasto io senza lacrime e sospiri".

Intorno al cor ristretto = anastrofe (v. 97). Cioè: "stretto intorno al cuore".

Angoscia / de la bocca = enjambement (vv. 98-99).

Coscia / del carro = enjambement (vv. 100-101).

Non fura / passo = enjambement (vv. 104-105).

Mutai vita = metafora (v. 125). Cioè: "morii".

E bellezza e virtù cresciuta m’era = sineddoche (v. 128). Cioè: "e bellezza e virtù erano in me aumentate".

A colui che l’ha qua sù condotto = perifrasi (v. 140). Per indicare Virgilio.

Li prieghi miei = anastrofe (v. 141). Cioè: "le mie preghiere".

Scotto di pentimento = enjambement (vv. 144-145).
Continua a leggere »

Purgatorio Canto 29 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del ventinovesimo canto del Purgatorio. In questo canto ambientato ancora nel paradiso Terrestre, Dante risale il Lete accompagnato da Matelda, finché quest'ultima non inizia a cantare una dolce melodia rivolta a coloro ai quali sono stati cancellati i peccato. In seguito vedono una processione (carro trionfale) che avanza verso di loro. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 29 del Purgatorio.


Le figure retoriche

Cantando come donna innamorata = similitudine (v. 1).

E come ninfe che si givan sole per le salvatiche ombre, disiando qual di veder, qual di fuggir lo sole allor si mosse contra ‘l fiume, andando
su per la riva
= similitudine (vv. 4-6). Cioè: "E come le ninfe vagavano da sole fra le ombre dei boschi, desiderando alcune di vedere la luce del sole e altre di evitarla, così si mosse la donna camminando lungo la riva del fiume Letè".

Via molta = anastrofe (v. 13). Cioè: "molta strada".

Tra tante primizie / de l’etterno piacer = enjambement (vv. 31-32).

Tal quale un foco acceso = similitudine (v. 34). Cioè: "di un colore rosso acceso come il fuoco".

O sacrosante Vergini = apostrofe (v. 37). Cioè: "O divine muse".

Per me versi = anastrofe (v. 40). Cioè: "versi per me".

Che ‘l senso inganna = sineddoche (v. 47). Cioè: "inganna i senti", il singolare per il plurale.

Di sopra fiammeggiava il bello arnese più chiaro assai che luna per sereno di mezza notte nel suo mezzo mese = similitudine (vv. 52-54). Cioè: "Nella parte superiore l’insieme splendido dei candelabri fiammeggiava, facendo un chiarore più intenso di quello della luna a mezzanotte, quando è piena".

D’ammirazion pieno = anastrofe (v. 55). Cioè: "pieno di ammirazione".

Carca di stupor non meno = anastrofe (v. 57). Cioè: "non meno carica di stupore".

Come a lor duci venire appresso = similitudine (v. 64). Cioè: "come dietro a loro guide".

E rendea me la mia sinistra costa, s’io riguardava in lei, come specchio anco = similitudine (vv. 68-69). Cioè: ""se mi volgevo a guardarla, rifletteva l’immagine del lato sinistro del mio corpo, come in uno specchio.

E di tratti pennelli avean sembiante = similitudine (v. 75). Cioè: "sembravano tratti di pennello".

Distinto / di sette liste = enjambement (vv. 76-77).

Coronati venien di fiordaliso = iperbato (v. 84). Cioè: "coronati di gigli", la parola "venivano" sta in mezzo.

Le bellezze tue = anastrofe (v. 87). Cioè: "le tue bellezze".

Sì come luce luce in ciel seconda = similitudine (v. 91). Cioè: "proprio come nel movimento del cielo una costellazione segue l'altra".

Non spargo / rime = enjambement (vv. 97-98).

Da la fredda parte = perifrasi (v. 101). Per indicare il settentrione.

Con vento e con nube e con igne = enumerazione (v. 102).

Un carro, in su due rote, triunfale = iperbato (v. 107). Cioè: "un carro trionfale".

L’una tanto rossa ch’a pena fora dentro al foco nota = iperbole (vv. 122-123). Cioè: "una era rossa, a tal punto che si sarebbe a malapena notata dentro il fuoco".

L’altr’era come se le carni e l’ossa fossero state di smeraldo fatte = similitudine (vv. 124-125). Cioè: "l’altra era verde come se le sue membra fossero fatte di smeraldo".

Di smeraldo fatte = anastrofe (v. 125). Cioè: "fatte di smeraldo".

La terza parea neve testé mossa = similitudine (v. 126). Cioè: "la terza sembrava fatta di neve appena caduta".

E or parean da la bianca tratte, or da la rossa = similitudine (vv. 127-128). Cioè: "e sembrava che fossero guidate nella danza
ora dalla bianca e ora dalla rossa".

Onesto e sodo = endiadi (v. 135).

L’un si mostrava alcun de’ famigliari di quel sommo Ipocràte che natura a li animali fé ch’ell’ha più cari = similitudine (vv. 136-138). Cioè: "L’uno appariva come uno dei seguaci di quel sommo Ippocrate che la natura produsse a beneficio degli esseri viventi, che essa ha più cari".

Mostrava l’altro = anastrofe (v. 139). Cioè: "l'altro mostrava".
Continua a leggere »

Purgatorio Canto 28 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del ventottesimo canto del Purgatorio. In questo canto Dante si addentra nel Paradiso terrestre. Qui incontra Matelda, una donna bellissima che raccoglie i fiori e canta e che si mostra disponibile a rispondere alle domande di Dante riguardanti l'acqua del fiume e la causa del vento. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 28 del Purgatorio.


Le figure retoriche

Spessa e viva = endiadi (v. 2). Cioè: "endiadi". Cioè: "folta e rigogliosa".

Auliva = latinismo (v. 6).

Un’aura dolce, sanza mutamento avere in sé, mi feria per la fronte non di più colpo che soave vento = similitudine (vv. 7-9). Cioè: "Un lieve venticello, sempre uguale per intensità e direzione, mi colpiva in mezzo alla fronte con una forza pari a quella di una soave brezza".

Piegavano a la parte u’ la prim’ombra gitta il santo monte = perifrasi (vv. 11-12). Per indicare l'Occidente.

Sparte / tanto = enjambement (vv. 13-14).

Di ramo in ramo si raccoglie = anastrofe (v. 19). Cioè: "si mescolano di ramo in ramo, tra i rami".

Con piena letizia l’ore prime, cantando, ricevieno intra le foglie, che tenevan bordone a le sue rime, tal qual di ramo in ramo si raccoglie per la pineta in su ‘l lito di Chiassi, quand’Eolo scilocco fuor discioglie = similitudine (vv. 16-20). Cioè: "con piena gioia, cantando, accoglievano le prime ore del giorno tra le foglie, che facevano accompagnamento ai loro canti, allo stesso modo che nella pineta di Classe si mescolano tra i rami i suoni, quando Eolo libera il vento di scirocco".

M’apparve, sì com’elli appare subitamente cosa che disvia per maraviglia tutto altro pensare = similitudine (vv. 37-39). Cioè: "mi apparve, come appare all'improvviso una cosa che, destando stupore, distoglie da ogni altro pensiero".

Disvia / per maraviglia = enjambement (vv. 38-39).

A’ raggi d’amore ti scaldi = anastrofe (vv. 43-44). Cioè: "che ti scaldi ai raggi dell'amore divino".

A’ raggi d’amore ti scaldi = metafora(vv. 43-44).

Nel tempo che perdette la madre lei, ed ella primavera = chiasmo (vv. 50-51). Cioè: "il giorno in cui la madre Cerere la perdette, e lei perse l’eterna primavera".

Come si volge, con le piante strette a terra e intra sé, donna che balli, e piede innanzi piede a pena mette, volsesi in su i vermigli e in su i gialli fioretti verso me, non altrimenti che vergine che li occhi onesti avvalli = similitudine (vv. 52-57). Cioè: "Come una donna che danza si gira senza
alzare i piedi da terra e tenendoli stretti fra loro avanza lentamente a piccoli passi, così si rivolse verso di me sui fiorellini rossi e gialli,, così lei si volse verso di me sui fiorellini rossi e gialli, non diversamente da una vergine che abbassi gli occhi dignitosi".

Gialli / fioretti = enjambement (vv. 55-56).

Li occhi suoi = anastrofe (v. 63).

Non credo che splendesse tanto lume sotto le ciglia a Venere, trafitta dal figlio fuor di tutto suo costume = similitudine (vv. 64-66). Cioè: "Non credo che negli occhi di Venere, trafitta dal figlio Cupido in modo inconsueto, splendesse una così intensa luce d’amore".

Elesponto, là ‘ve passò Serse, ancora freno a tutti orgogli umani, più odio da Leandro non sofferse per mareggiare intra Sesto e Abido, che quel da me perch’allor non s’aperse = similitudine (vv. 73-75). Cioè: "l’Ellesponto, là dove passò il re Serse, che ancora serve di monito a tutti gli uomini superbi, non fu più odiato da Leandro a causa delle sue onde violente fra le città di Sesto e Abido, di quanto io non odiassi quel fiume, perché non si aprì".

A l’umana natura per suo nido = similitudine (v. 78). Cioè: "come nido per la specie umana".

Di cosa ch’io udi’ contraria a questa = perifrasi (v. 87). Per indicare la spiegazione di Stazio.

Sommo Ben = perifrasi (v. 91). Per indicare Dio.

Per sua difalta = anafora (v. 94-95).

Concepe e figlia di diverse virtù diverse legna = metafora (v. 114). Cioè: "viene fecondata e produce da semi diversi diverse piante"

Come fiume ch’acquista e perde lena = similitudine (v. 123). Cioè: "come i fiumi che sono in piena e in magra".

Salda e certa = endiadi (v. 124).

Da due parti aperta = anastrofe (v. 126). Cioè: "aperta da due parti".

Discende che toglie altrui memoria del peccato; da l’altra d’ogne ben fatto la rende = perifrasi (vv. 127-129). Per indicare il Lete e l'Eunoè.

Eunoè si chiama = anastrofe (v. 131). Cioè: "si chiama Eunoè".

La sete tua = anastrofe (v. 135). Cioè: "la tua sete".

Udito avean = anastrofe (v. 147). Cioè: "avevano udito".

La bella donna = allegoria (v. 148). Perché Matelda rappresenta la vita attiva moralmente e intellettualmente che conduce l'anima alla santità.
Continua a leggere »

Purgatorio Canto 27 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del ventisettesimo canto del Purgatorio. In questo canto ancora ambientato nella VII Cornice dei lussuriosi, i tre poeti (Dante, Virgilio e Stazio) incontrano l'angelo della castità che li invita a oltrepassare un muro di fuoco, oltre il quale si trova Beatrice. In seguito Dante si addormenta, sogna una giovane che raccoglie i fiori, e al risveglio Virgilio gli rivela che il suo ruolo come guida è giunto al termine. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 27 del Purgatorio.


Le figure retoriche

Là dove il suo fattor lo sangue sparse = perifrasi (v. 2). Cioè: "là dove il suo Creatore fu ucciso", per indicare Gerusalemme.

Non siate sorde = litote (v. 12). Cioè: "prestate attenzione".

Per ch’io divenni tal, quando lo ‘ntesi, qual è colui che ne la fossa è messo = similitudine (vv. 14-15). Cioè: "divenni tale quale colui che è messo nella fossa", ovvero, pallido come un cadavere.

Ne la fossa è messo = anastrofe (v. 15). Cioè: "è messo nella fossa".

Umani corpi = anastrofe (v. 18). Cioè: "corpi umani".

Presso più = anastrofe (v. 24). Cioè: "più vicino".

Fermo e duro = endiadi (v. 34).

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio Piramo in su la morte, e riguardolla, allor che ‘l gelso diventò vermiglio; così, la mia durezza fatta solla, mi volsi al savio duca, udendo il nome che ne la mente sempre mi rampolla = similitudine (vv. 37-42). Cioè: "Come Piramo in punto di morte aprì gli occhi sentendo il nome di Tisbe, e la guardò intensamente, e da quel momento il gelso divenne rosso; così, ammorbidita la mia ostinazione, mi voltai verso la mia saggia guida, sentendo pronunciare il nome che sempre riaffiora nella mia mente".

Sorrise come al fanciul si fa ch’è vinto al pome = similitudine (vv. 44-45). Cioè: "sorrise, come si fa con un bambino vinto dalla promessa di una ricompensa".

Gittato mi sarei = anastrofe (v. 50). Cioè: "mi sarei buttato".

Lo dolce padre mio = anastrofe (v. 52). Cioè: "il mio dolce padre".

Che lì era = anastrofe (v. 59). Cioè: "che era lì".

Quali si stanno ruminando manse le capre, state rapide e proterve sovra le cime avante che sien pranse, tacite a l’ombra, mentre che ‘l sol ferve, guardate dal pastor, che ‘n su la verga poggiato s’è e lor di posa serve; e quale il mandrian che fori alberga, lungo il pecuglio suo queto pernotta, guardando perché fiera non lo sperga; tali eravamo tutti e tre allotta, io come capra, ed ei come pastori, fasciati quinci e quindi d’alta grotta = similitudine (vv. 76-87). Cioè: "Come le capre, dopo essere state rapide e ribelli sopra le cime prima di mangiare, se ne stanno mansuete e silenziose a ruminare all'ombra, mentre il sole picchia, custodite dal pastore che si è appoggiato sul bastone e concede loro il riposo; e come il mandriano che passa la notte fuori e pernotta accanto al suo bestiame tranquillo, sorvegliando che nessuna belva lo disperda; così eravamo tutti e tre allora, io simile alla capra ed essi ai pastori, chiusi da entrambi i lati dall'alta roccia".

Più chiare e maggiori = endiadi (v. 90). Cioè: "più grandi e luminose", riferito alle stelle.

Che di foco d’amor par sempre ardente = similitudine (v. 96). Cioè: "che appare sempre ardente d'amore".

Ell’è d’i suoi belli occhi veder vaga com’io de l’addornarmi con le mani; lei lo vedere, e me l’ovrare appaga
= similitudine (vv. 106-108). Cioè: "Lei è desiderosa di vedere i suoi begli occhi, tanto quanto lo sono io di agghindarmi con le mani; lei è appagata dalla contemplazione, io dall'operare".

Quel dolce pome che per tanti rami cercando va la cura de’ mortali = allegoria (vv. 116-117). Per indicare la felicità eterna.

Li occhi belli che, lagrimando, a te venir mi fenno = perifrasi (vv. 136-137). Cioè: "finché non verranno da te i begli occhi che, piangendo, mi spinsero a soccorrerti". Per indicare Beatrice.
Continua a leggere »

Purgatorio Canto 26 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del ventiseiesimo canto del Purgatorio. In questo canto ambientato nella VII Cornice, Dante, Stazio e Virgilio sono collocati i lussuoriosi divisi in due schiere: eterosessuali e omosessuali che incontrandosi si baciano costantemente (tra questi Guido Guinizelli che si macchiò di sodomia, e Arnaldo Daniello). Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 26 del Purgatorio.


Le figure retoriche

Omero destro = sineddoche (v. 4). Cioè: "il lato destro, o la spalla destra", la parte per il tutto.

Tutti questi n’hanno maggior sete che d’acqua fredda Indo o Etïopo = similitudine (vv. 20-21). Cioè: "tutti questi penitenti avvertono sete maggiore di quanta non ne abbiano di acqua fresca gli abitanti dell'India o dell'Etiopia ne abbiano di acqua fredda".

Fai di te parete al sol, pur come tu non fossi ancora di morte intrato dentro da la rete = similitudine (vv. 22-24). Cioè: "fai ombra come chi non è ancora caduto nella rete della morte".

Poi, come grue ch’a le montagne Rife volasser parte, e parte inver’ l’arene, queste del gel, quelle del sole schife = similitudine (vv. 43-45). Cioè: "Poi come le gru che volano alcune verso i monti Rifei e altre verso i deserti, per fuggire le une il gelo e le altre il sole, così una schiera di anime se ne va e l'altra procede in senso opposto".

Sicure / d’aver = enjambement (vv. 52-53).

Le membra mie = anastrofe (v. 56). Cioè: "le mie membra".

Col sangue suo = anastrofe (v. 57). Cioè: "col loro sangue".

Donna è di sopra che m’acquista grazia = perifrasi (v. 59). Cioè: "più su c'è una donna che mi procura la grazia", per indicare Beatrice.

Rozzo e salvatico = endiadi (v. 69). Cioè: "rozzo e selvatico".

Offese di ciò per che già Cesar, triunfando, ‘Regina’ contra sé chiamar s’intese = perifrasi (vv. 76-78). Cioè: "commise lo stesso peccato (sodomia) per cui Cesare, durante il trionfo, si sentì rivolgere l'appellativo di 'Regina'". Per indicare il peccato di sodomia.

Umana legge = anastrofe (v. 83). Cioè: "legge umana".

Seguendo come bestie l’appetito = similitudine (v. 84). Cioè: "seguendo l’istinto sessuale come bestie".

Il nome di colei che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge = perifrasi (vv. 86-87). Per indicare Pasifae.

Quali ne la tristizia di Ligurgo si fer due figli a riveder la madre, tal mi fec’io = similitudine (vv. 94-96). Cioè: "Come i due figli (di Isifile), a causa della crudeltà del tiranno Licurgo, corsero ad abbracciare la madre, così mi trovai anch'io".

Padre / mio = enjambement (vv. 97-98).

Dolci e leggiadre = endiadi (v. 99).

Pasciuto fui = anastrofe (v. 103). Cioè: "fui soddisfatto".

Ti cerno / col dito = enjambement (vv. 115-116).

Quel di Lemosì = perifrasi (v. 120). Cioè: "il poeta del Limosino", per indicare Giraut de Bornelh.

Andare al chiostro nel quale è Cristo abate del collegio = perifrasi (vv. 128-129). Per indicare il Paradiso.

Disparve per lo foco, come per l’acqua il pesce andando al fondo = similitudine (vv. 134-135). Cioè: "sparì attraverso il fuoco come sparisce nell’acqua il pesce che si dirige verso il fondo".
Continua a leggere »

Parafrasi Divina Commedia (Inferno - Purgatorio - Paradiso)



La Divina Commedia fu scritta da Dante durante l'esilio, tra il 1308 e il 1320.
L'opera è divisa in tre parti o cantiche: Inferno, Purgatorio, Paradiso, di 33 canti ciascuna (salvo l'Inferno che ha un canto in più come introduzione).
Narra un immaginario viaggio del poeta, iniziato l'8 aprile del 1300 e durato sette giorni, attraverso i tre regni ultraterreni dell'Inferno del Purgatorio e del Paradiso. Può essere considerata un viaggio verso la salvezza attraverso l'analisi di tutte le passioni umane che ci allontanano da essa. È un ritratto dell'umanità con i suoi vizi, le sue perversioni e anche con i suoi aspetti positivi di generosità.

In questa pagina trovate la parafrasi di tutti i canti della Divina Commedia, parecchio utili per comprendere al meglio il testo originale scritto in lingua volgare fiorentina. Tutto quello che dovete fare è cercare il numero del canto all'interno della tabella relativa alla cantica desiderata (Inferno, Purgatorio o Paradiso). Ogni canto contiene un brevissimo riassunto della trama, un link che conduce alla sintesi del canto, un altro link che vi conduce all'analisi e commento del canto e, infine, la parafrasi del canto. Le parafrasi possono contenere informazioni aggiuntive all'interno delle parentesi tonde per spiegare un significato nascosto o anche per precisare quale parte del testo del canto è stata parafrasata.

Parafrasi Inferno








































































Parafrasi Purgatorio






































































Parafrasi Paradiso



































































Continua a leggere »

Paradiso Canto 33 - Parafrasi



San Bernardo elogia Maria e le chiede di intercedere affinchè Dante possa godere della visione di Dio. Maria acconsente e leva in alto lo sguardo; allora Bernardo invita Dante a guardare il Creatore e la Trinità, in forma di triplice cerchio; il secondo cerchio sembra racchiudere un'effigie umana e Dante si sforza di comprendere quell'affascinante mistero (l'Incarnazione), ma la sua debole mente non può farcela da sola; solo il sopraggiungere di un'intuizione diretta ed istantanea infusagli dalla Grazia divina gli fa intravedere per un attimo la verità.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 33 del Paradiso. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

«O Maria, tu che sei insieme vergine e madre,
figlia del tuo figlio Gesù, la più umile e la più nobile
delle creature, meta prefissata della decisione divina,
tu sei la donna che hai reso tanto nobile la natura
umana da far sì che il suo creatore (fattore)
accettò di diventare una sua creatura (fattura).
Con il tuo concepimento si è riacceso l’amore
fra Dio e l’uomo, e il calore di esso ha fatto fiorire
questa rosa dei beati nella pace divina di questo Paradiso.
In cielo sei per noi beati una fiaccola (face)
ardente (meridïana) di carità, e sulla terra,
per i mortali, sei vivida fonte di speranza.
O Signora, tu sei tanto potente e hai tanta
virtù, che chi desidera la grazia divina e
non si rivolge a te, vuole volare senza avere le ali.
La tua carità va in aiuto (soccorre) non solo di chi
te lo chiede, a molte volte (fïate) previene (precorre)
spontaneamente la richiesta.
In te è la misericordia, in te è la pietà,
in te è la magnificenza, in te si assomma (s’aduna)
tutta quanta la bontà che c’è nel creato.
Ora quest’uomo, che ha visto tutte le condizioni
delle anime (le vite spiritali) dalla regione più bassa (l’infima lacuna)
dell’universo fino a questo cielo, ti invoca
per ottenere in grazia tanta forza (di virtute tanto)
da poter alzare lo sguardo ancora più in alto
fino a Dio, somma beatitudine.
E io, che mai ho desiderato di vedere Dio più
di quanto desidero che egli lo veda, ti rivolgo tutte le
mie preghiere, e prego che non siano insufficienti,
affinché tu lo liberi (disleghi) da ogni offuscamento (nube)
terreno (di sua mortalità) con le tue preghiere,
così che gli si manifesti (dispieghi) Dio, sublime gioia.
Ti prego infine, o Signora, che puoi ottenere tutto
ciò che vuoi, che tu mantenga puri i suoi sentimenti (affetti),
dopo la visione tanto grande di Dio.
La tua custodia (guardia) raffreni le sue passioni (movimenti) terrene:
guarda come Beatrice e tutti i beati si uniscono
con le mani giunte alla mia preghiera!».
Gli occhi della Vergine, amati e venerati da
Dio stesso, dritti in s. Bernardo (l’orator) ci dimostrarono
quanto sono gradite a lei le pie preghiere;
poi li indirizzò (addrizzaro) alla luce divina, nella quale
non si deve credere che da alcuna altra creatura lo
sguardo venga rivolto con altrettanta profondità.
E io, che mi avvicinavo alla meta di tutti i miei
desideri, così come doveva essere, sentii giungere
al culmine (finii) l’intensità del mio desiderio.
S. Bernardo sorridendo mi indicava di
guardare verso l’alto; ma io mi ero già atteggiato di
mia iniziativa in quel modo che egli voleva: giacché
la mia vista, fattasi più pura (sincera), penetrava
sempre di più nel raggio di quella luce divina che
è vera nella sua essenza (da sé).
Da qui in poi ciò che vidi fu maggiore di
quanto diranno le parole, che cedono a una visione
tanto sublime, come la memoria a tanta meraviglia.
Come colui che ha un sogno, e in cui
dopo il sogno rimane impressa la sensazione (passione)
di esso, mentre il resto non torna alla memoria,
così mi trovo io, ché quasi tutte le immagini
di quella vista sublime sono scomparse (cessa),
ma ancora la dolcezza che derivò da essa
scende goccia a goccia (mi di stilla) nell’anima.
Così la neve si scioglie (disigilla) ai raggi solari,
così i responsi della Sibilla scritti su foglie leggere si perdevano nel vento.
O sublime luce divina, che ti alzi tanto al
di sopra delle concezioni umane, ridona alla mia
memoria una minima parte di come allora mi apparivi (parevi),
e rendi la mia voce così efficace che anche solo
una scintilla della tua gloria io possa tramandare ai posteri;
perché si capirà meglio (più si conceperà) la tua vittoria,
se almeno in parte (al quanto) essa mi tornerà
alla memoria e risuonerà (sonare) nella mia poesia
per quel poco che mi sarà possibile (un poco).
Io sono sicuro, a causa dell’intensità (per l’acume)
di quella luce divina che io sentii, che mi
sarei perduto se avessi distolto lo sguardo da essa.
Mi ricordo che proprio per questo crebbe il mio
coraggio nel sostenerne la vista, così che congiunsi
il mio sguardo alla somma virtù dell’Onnipotente.
O grazia eccelsa, per la quale io osai fissare
lo sguardo nella luce divina, così a fondo (tanto) da
portare in ciò alla massima tensione le mie capacità
visive! Nel profondo di quella luce vidi contenuto
(s’interna) tutto ciò che è sparso (si squaderna) nel
mondo, unito dall’amore divino in un tutto unico:
le essenze e le contingenze e il loro modo di rapportarsi
come congiunti (conflati insieme), in un modo di cui
le mie parole danno solo una sfuocata immagine.
Affermo di aver visto l’essenza universale di
questa unione (questo nodo), perché nel descriverlo
(dicendo questo) sento in me una beatitudine più
grande. Quel solo momento è per me di maggiore
oblio che venticinque secoli per l’impresa che fece
stupire Nettuno nel vedere l’ombra della nave Argo.
Così stupita la mia mente, tutta assorta,
contemplava, ferma e concentrata;
e sempre cresceva il suo ardore nel contemplare.
Alla luce divina si diventa tali che non è mai possibile
distogliersi da essa per guardare qualcos’altro (per altro aspetto);
poiché in essa è contenuto (s’accoglie) tutto il bene,
che è l’oggetto del desiderio (del volere),
e al di fuori di essa è imperfetto (defettivo)
tutto ciò che in essa è perfetto.
Ormai le mie parole, anche solo (pur) rispetto
a quello che ricordo, saranno più brevi di quelle
di un bambino (fante) che ancora prende il latte dal seno.
Non perché nella luce divina che io contemplavo
ci fosse più di un unico aspetto, dato che Dio
è sempre identico a se stesso;
ma perché la vista mi si rafforzava sempre più nella visione,
man mano che io cambiavo, quell’unico aspetto (sola parvenza)
si trasformava (si travagliava) ai miei occhi.
Nella profondità e nel fulgore dell’essenza della luce divina
mi apparvero tre cerchi di tre colori diversi e di una stessa dimensione;
e il secondo (l’un) appariva riflesso dal primo (l’altro),
come un arcobaleno dall’altro, mentre il terzo era
come un fuoco che emanava (spiri) con la stessa
intensità dall’uno e dall’altro.
Quanto è insufficiente e debole la parola
rispetto all’immagine che conservo! e anche questa,
rispetto a quella visione, è tale che dire ‘poco’ non è sufficiente.
O lume divino, che solo stai in te (in te si di),
che solo ti puoi conoscere, e che nella conoscenza
e nell’atto di conoscerti ti ami e ti sorridi!
Quel secondo cerchio che appariva in te
generato (concetta) come da un raggio riflesso, osservato
con attenzione e a lungo dal mio sguardo,
mi si mostrò dipinto, al suo interno e con il suo
stesso colore, dell’immagine umana (nostra effige),
per cui la mia vista si era concentrata su di esso.
Come il matematico che si concentra (tutto s’affige)
sulla misurazione del cerchio, e pur meditando non trova
il principio matematico di cui ha bisogno (indige),
così ero io di fronte alla straordinaria visione:
volevo capire come l’immagine umana si adattasse
al cerchio divino e come si collocasse in esso;
ma le ali del mio ingegno non arrivavano a tanto (da ciò):
se nonché il mio intelletto fu colpito
da una folgorazione che soddisfece il suo desiderio.
Alla mia pur eccezionale (alta) facoltà immaginativa
vennero meno a questo punto le forze; ma Dio,
il sommo amore che imprime movimento al sole e agli altri astri,
faceva già girare il mio desiderio e la mia volontà (velle)
come una ruota che gira con moto uniforme (igualmente).
Continua a leggere »