Inferno Canto 19 - Analisi e Commento




Analisi del canto

Il canto dei papi simoniaci
È il tipico canto completo e compiuto in se stesso, nell'unità di luogo e di argomento. Si apre con Dante che dall'alto dell'argine osserva la condizione dei dannati simoniaci nella terza bolgia, dove poi discende sorretto da Virgilio; si conclude con Virgilio che prende in braccio Dante e risale sull'argine della bolgia successiva. Nel frattempo, si è svolto l'animato incontro con il papa simoniaco Niccolò III, incentrato sul tema della corruzione del papato, avido di ricchezze terrene.

La narrazione, così compatta, si sviluppa poi in diversi momenti e temi espressivi:
  • l'introduzione, caratterizzata da due celebri e contrapposte allocuzioni, la prima contro il mago Simone, iniziatore del dannato mercato di cose sacre, la seconda di devota lode alla sapienza e giustizia divina (vv. 112);
  • la descrizione di dannati e pene, e la discesa nella bolgia (vv. 13-45);
  • il colloquio ambiguo e serrato con Niccolò III (vv. 46-87);
  • la solenne invettiva di Dante contro il papato corrotto (vv. 88-123);
  • l'epilogo, con l'approvazione di Virgilio e la risalita verso la bolgia successiva (vv. 124-133).


Il gioco dell'equivoco
Per raccontare l'incontro con Niccolò III, Dante ricorre all'originale espediente dell'equivoco (vv. 44-66). Quando Dante, non visto, interpella l'anima di Niccolò III, questa risponde convinta che si tratti di papa Bonifacio VIII, esprimendo in modo spontaneo e impulsivo il suo giudizio. Tale meccanismo vivacizza senz'altro la dinamica narrativa e psicologica dell'episodio; ma soprattutto permette a Dante di collocare l'odiato papa Bonifacio VIII già all'Inferno, e di parlarne come di un dannato, mentre era ancora in vita. A lui non concede dunque la possibilità di alcun riscatto o pentimento.


La polemica antiecclesiastica
II canto è una delle più complete ed esemplari testimonianze della critica dantesca contro la Chiesa, tema centrale dell'ideologia politica, civile e morale della Commedia. La polemica è già implicita innanzitutto nella realtà concreta della situazione: nel profondo Inferno, a documentare la vergognosa colpa della simonia, è stata scelta proprio la voragine dei papi. Poi, appunto, il colloquio con Niccolò III. Peccato antico e specifico della Chiesa, dunque, è quello del mercimonio delle cose sacre, in cui Niccolò III è solo l'ultimo di una lunga schiera di pontefici corrotti, claustrofobicamente incastrati nell'angusto budello.
E ne deduciamo due ordini di critiche. La prima denuncia il dilagare della simonia al tempo di Dante: ben tre papi sono coinvolti, nel giro di pochi decenni. E si tratta di uno dei tasselli che vanno a comporre il quadro di degradazione della società civile che è proprio della visione di Dante. La seconda critica è invece rivolta a specifiche personalità: Bonifacio VIII, il grande nemico personale di Dante (gli attacchi contro di lui proseguiranno fino al sommo Paradiso), e Clemente V, pontefice filofrancese che si macchiò agli occhi di Dante di gravissima colpa nel trasferire la sede papale da Roma ad Avignone. Nelle parole di Niccolò III (vv. 55-57) e soprattutto nella violenta e temeraria invettiva di Dante ai vv. 90-117,vengono infine dichiarati i termini della condanna morale della simonia e dei suoi perpetratori. L'avidità di ricchezze e potere terreni ha traviato la Chiesa allontanandola dalla vocazione povertà e dalla missione di giustizia per cui Cristo l'aveva fondata, e la maggiore responsabilità ricade proprio sui suoi sommi capi, i pontefici corrotti. Non potrà dunque mancare, nell'invettiva di Dante, il riferimento a quella che il poeta considera la causa originaria di tanto male, cioè la celebre e controversa donazione di Costantino. L'antico imperatore romano, convertito al cristianesimo, avrebbe donato al papa Silvestro la città di Roma, dando così inizio al potere temporale della Chiesa. La donazione, nata da positivi intendimenti, ha invece generato un processo di corruzione: non per errore di Costantino, ma per colpa degli ecclesiastici, che ne hanno snaturato il fine.



L'invettiva di Dante
L'appassionata condanna che Dante lancia contro i papi simoniaci è costruita con estrema efficacia e ricchezza retorica, tra le più belle dell'intero poema. Ne individuiamo così gli elementi principali:
  • uso delle domande retoriche (vv. 90-92; 113-114);
  • uso delle dichiarative e delle sentenze (vv. 97; 104-105; 112; ecc.);
  • richiami biblici e toni apocalittici (vv. 106-112);
  • lamentazioni esclamative (vv. 115-117).



Commento

Una distesa di fori da cui fuoriescono le gambe e i piedi dei peccatori, lambiti da fiamme ardenti: ecco lo scenario della terza bolgia infernale che raccoglie i simoniaci. Questi dannati fecero commercio di cose sacre, stravolgendo completamente il compito loro affidato. La colpa è terribile e tanto odiosa che Dante, decisamente disgustato nel presentarla, adotta un linguaggio sarcastico, quasi da produrre un effetto comico. La Commedia non fa quasi mai ridere, perché affronta tematiche di alto valore esistenziale, ma qui, nella figura di un papa simoniaco conficcato a testa in giù, coi piedi che bruciano e che si storcono a esprimere sofferenza e disappunto, c'è il divertimento del cristiano "giusto" e dell'uomo onesto di fronte a una rappresentazione grottesca. Dante in questo canto non è sfiorato dalla compassione, perché la colpa dei simoniaci non ha radici in qualche sentimento di apprezzabile spessore umano, ma nella meschinità di un cuore avido, spregiatore degli uomini e di Dio. Così Dante si diverte e comunica ai lettori questo suo gusto che culmina nelle parole di papa Niccolò III: Se' tu già costi ritto, se' tu già costi ritto, Bonifazio? È a questo punto, infatti, che viene a sapere che il suo acerrimo nemico, Bonifacio VIII, è atteso nella bolgia. Il comico nasce, come teorizza lo scrittore Luigi Pirandello, dall'avvertimento del contrario", cioè dal capovolgimento del consueto sistema di riferimento: il papa teocratico, il capo assoluto della Chiesa che impone le norme al cristiano e intanto si dà a loschi intrallazzi politico-economici, presto si troverà a testa in giù, conficcato in un pozzetto, coi piedi in fiamme, a scontare eternamente il sovvertimento del messaggio d'amore e di salvezza di Cristo. È questo rovesciamento di immagini e di situazioni che colpisce, ma l'aspetto buffo presto si trasforma in sarcasmo e in invettiva. Il culmine è raggiunto nell'anticipazione dell'arrivo di Clemente V, autore di più laida opra.
Dante allora, con la coscienza di chi mai si è macchiato di tali colpe, si scaglia contro i papi simoniaci così violentemente da dubitare di incorrere in un giudizio di suprema temerarietà: egli, semplice cristiano, può forse osare una denuncia così radicale contro i papi? La sua audacia nasce dalla consapevolezza che, davanti a Dio, non ci sono papi o umili, ma solo uomini che hanno o non hanno rispettato il Vangelo e le norme che governano i corretti rapporti sociali. Dante fa risuonare la tromba apocalittica che divide i giusti dai colpevoli e la colpevolezza qui suona tanto più chiara e definitiva quanto più alta è stata la responsabilità morale e religiosa che i dannati hanno avuto in vita. L'istituzione tuttavia è salva e la feroce critica di Dante a coloro che la rappresentano ribadisce il bisogno di una religiosità limpida, che era già presente nei movimenti ereticali dell'epoca
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Veglia: parafrasi, analisi e commento - Ungaretti



L'autore di questa poesia è Giuseppe Ungaretti. Scritta il 23 dicembre del 1915 a Cima Quattro e tratta dalla raccolta "L'allegria". È una poesia che parla di una situazione in cui il fante poeta in veste di soldato si ritrova vicino al compagno caduto in guerra e ne vede gli effetti della morte.


Testo

Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita



Parafrasi

Tutta la notte
coricato per terra vicino
a un compagno
morto
con la sua bocca
aperta
sotto il bagliore della luna piena
con le mani gonfie e livide,
che entrano nel profondo della mia anima;
ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
così tanto
attaccato alla vita.



Analisi del testo

METRICA: versi liberi, in due strofe di lunghezza diversa.

Livello sintattico: assenza della punteggiatura e prevalenza della coordinazione.

Livello fonetico: c'è una prevalenza di doppie che costituiscono suoni aspri: nottata, buttato, attaccato. Questa prevalenza di doppie c'è per sottolineare l'assurdità della guerra che è causa di morte. La scelta delle parole scabre, essenziali poiché l'autore è costretto a vivere in mezzo ai morti.

Temi: l'insensata brutalità della guerra - l'amore per la vita, malgrado tutto.


Il tema della lirica è racchiuso nel titolo: la veglia è sia il senso interminabile del tempo trascorso accanto al cadavere dilaniato del compagno, sia l'atteggiamento di fraterna partecipazione a quello strazio, dunque la "veglia funebre". Il primo significato è illustrato dalla prima strofa della poesia, assai più lunga. Dominano in essa immagini di crudo realismo, sottolineato da versi-parola (massacrato-digrignata-penetrata): essi costringono brutalmente il lettore a urtarsi con il disfacimento e la morte. L'uso dei participi (ben cinque) e il ricorso frequente al gruppo consonantico -tt- creano un ritmo aspro, secco duro. Il successivo spazio di silenzio (lo stacco tra le due strofe) serve al poeta per scendere fino al fondo del proprio animo. Segue la seconda, breve strofa: proprio la guerra consente di cogliere il senso più profondo e il valore dell'esistere umano; il poeta proclama quindi: Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita.

Tutte le poesie di Ungaretti sono auto-biografiche.
Questa poesia indica che ogni uomo ha diritto alla vita.

Ci sono due campi semantici: della morte e della vita.
  • Le parole del campo semantico della morte: massacrato, bocca digrignata, congestioni delle sue mani.
  • Le parole del campo semantico della vita: plenilunio, lettere piene d'amore, vita.

DIGRIGNATA: sfigurata. Lo spasimo della morte produce un ghigno quasi bestiale.
PLENILUNIO: luna piena.
CONGESTIONE: tumefazione, arrossamento causato dal blocco della circolazione sanguigna.
LETTERE...AMORE: poesie di poche, straziate parole, come lettere rivolte a tutta l'umanità; la poesia è riflessione, testimonianza, rivelazione.



Figure retoriche

Allitterazione della "t" = intera, nottata, buttato (vv. 1-2).

Assonanza "a, o" = corricato, vicino, compagno, morto, bocca (vv. 2-5)
Vv. 14,15,16 climax discendente

Metonimia : con la congestione delle sue mani (vv. 8-9). Il poeta dice la "congestione delle sue mani" e non "le sue mani congestionate".

Metaforapenetrata nel mio silenzio (vv. 10-11). È presente la percezione tattile e uditiva.

Enjambement: ho scritto / lettere piene d’amore (vv. 12-13)



Commento

Giuseppe Ungaretti prese parte alla Prima guerra mondiale e questa poesia fu proprio scritta durante questo conflitto, a pochi giorno dal giorno di Natale. Il tema trattato è la sofferenza patita in guerra, la caducità della vita (vita destinata e finire in breve tempo), l'angoscia della morte che incombe.
Ha trascorso un'intera nottata (una nottataccia) a fianco a un compagno massacrato con la bocca deformata rivolta verso la luna piena e con le dita delle sue mani rigide e gonfie per la morte, che lasciano un profondo senso di sgomento in lui e, ammutolito, non può fare altro che restargli accanto. In questo momento il poeta ha sentito l'esigenza di scrivere lettere d'amore (per il bisogno di dichiarare affetto ai suoi cari) e qui, di fronte alla tragedia della morte, rivela che non si era mai sentito così tanto attaccato alla vita (segno della protesta contro la guerra).
E per quanto possa essere ingiusta la vita vale certamente la pena di viverla pienamente, come si dice spesso "la vita è una e va vissuta al 100%", ma non è necessario aspettare di vedere la morta in faccia per incominciare a non sprecarla. Seppure in maniera più astratta è comunque questo il significato che il poeta fante Giuseppe Ungaretti ci ha voluto trasmettere.
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Ce l'abbiamo fatta o C'è l'abbiamo fatta: come si scrive?



La forma corretta è Ce l'abbiamo fatta, così come la vedete, senza l'accento sulla vocale "e" (ovvero senza il verbo essere) e senza apostrofo.

Non ci vuole il verbo essere perché quel "CE" è la variante della particella "CI" davanti ai pronomi (lo, la, li, le, ne). Un trucco per non sbagliare è quello di inserire la parola "essere" al posto della E con accento.

E avremmo avuto una frase senza senso (a meno che non esista una cosa o una persona che si chiama "Abbiamo Fatta", cosa alquanto improbabile):
ce l'abbiamo fatta
c'essere l'abbiamo fatta

Invece, nella frase che segue:
c'è bel tempo
c'essere bel tempo
...seppure la frase continui a stonare, ha un senso rispetto a quella precedente. Proprio perché ha un senso vuol dire che in questa frase è corretto utilizzare l'accento. Infatti "C'È" è la forma contratta di "CI È". Il verbo essere indica che è presente il bel tempo!



Tutte le possibili combinazioni

  • Io ce l'ho fatta;
  • Tu ce l'hai fatta;
  • Lui / Lei / Egli ce l'ha fatta;
  • Noi ce l'abbiamo fatta;
  • Voi ce l'avete fatta;
  • Loro / Essi ce l'hanno fatta.


ESEMPIO:
- Non è stato semplice ma alla fine ce l'abbiamo fatta.
- Dimmi che ce l'abbiamo fatta.
- Purtroppo non ce l'abbiamo fatta.
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Inferno Canto 18 - Analisi e Commento


Gli adulatori, illustrazione di Giovanni Stradano (1587)


Analisi del canto

La rappresentazione di Malebolge
Nella struttura e nel paesaggio dell'Inferno un posto di privilegio occupa lo spazio architettonico di Malebolge, cui corrisponde una gerarchia morale. Il vallone di pietra suddiviso in dieci fossati è un luogo geometrico imponente, che sottolinea l'atmosfera disumana e la cupezza delle colpe di fraudolenza qui scontate.


La meschinità dei dannati
Le pene delle prime due bolge producono una sensazione di umiliante vergogna e meschinità, commisurata alle colpe e ai dannati, che trova corrispondenza negli atteggiamenti dei dannati: dagli occhi bassi di Caccianemico alla volgare scompostezza di Taide.


Il linguaggio e lo stile
Adeguato al contenuto, il linguaggio si fa sempre più crudo e basso nel descrivere la vergognosa colpa della frode. Il disprezzo di Dante per questi dannati si evidenzia ancor più nel sarcasmo che percorre il canto e nella violenza della descrizione di Taide.
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Tutt'uno o Tuttuno: come si scrive?




La grafia corretta è tutt'uno, formata dalle parole "tutto" (pronome indefinito) che è soggetto a elisione e "uno" (pronome indefinito).

La forma "tuttuno", ovvero quella univerbata (= un'unica parola) non è errata dal punto di vista grammaticale ma è in disuso, pertanto la si può trovare in qualche testo letterario poco attento ai cambiamenti della lingua italiana.

Tale termine si usa per indicare qualcosa di unito oppure per indicare un legame relazionale molto forte tra due o più persone. Se non dovesse piacervi questa parola ricordiamo che esistono numerosi sinonimi con cui potete rimpiazzarla: unito, incorporato, indivisibile, inglobato, inscindibile, inseparabile, integrato, una cosa stessa.


ESEMPIO:
- Mare e cielo parevano un tutt'uno al finir della notte.
- Io e il mio ragazzo? Siamo un tutt'uno!
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Biografia: Lialia



È lo pseudonimo di Amalia Cambiasi Negretti, nata a Carate Lario (Como) nel 1897, la più letta e apprezzata autrice di "romanzi rosa" in Italia. Fu Gabriele D'Annunzio a coniare per lei il nome Liala con cui firmò tutte le sue opere: «Ti chiamerò Liala perché ci sia sempre un'ala nel tuo nome». Appartenente ad una agiata famiglia, si sposa con un ufficiale di marina, innamorandosi poi di un famoso pilota di idrovolanti, che muore in un tragico incidente di volo nel 1926. Di questa vicenda (che verrà rievocata in uno degli ultimi romanzi, Ombre di fiori sul mio cammino, del 1981), restano tracce vistose nelle prime opere, che narrano le passioni sofferte e tormentate per spericolate aviatori: Signorsì (1931), che ne costituì l'esordio, con il seguito, Settecorna (1932); Peregrino del ciel (1933); Brigata di ali (1947).
Autrice di oltre ottanta romanzi, fra cui ci limitiamo a ricordare la "trilogia di Lalla" (Dormire e non sognare, Lalla che torna e Il velo sulla fronte).

Il successo incontrato fino ai nostri giorni dalla scrittrice è dovuto a una straordinaria abilità nel maneggiare gli stereotipi del romanzo di consumo, creando intricanti trame narrative e poi inserendole una una scenografia abbagliante, con elementi raffinati e personaggi bellissimi, atletici e aristocratici.

L'attenzione della modernità, pur tenendo conto degli esteriori cambiamenti del costume (gli aeroplani verranno sostituiti da auto da corsa e motociclette), non altera l'immutabile sfondo dei sentimenti.

È morta nel 1955, all'età di 98 anni.
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Inferno Canto 17 - Analisi e Commento


Il XVII canto illustrato da Botticelli


Analisi del canto

Gerione
La particolareggiata descrizione di questo demone ne dichiara il valore simbolico: egli è sozza imagine di froda, allegoria dell'inganno e della frode, ed è infatti il custode di Malebolge, il cerchio dei fraudolenti. In questo senso è da intendere il contrasto fra il volto da uom giusto e il corpo orrendo, l'insistenza sulla pelle maculata, l'enorme coda da scorpione.


Reginaldo degli Scrovegni
Nelle parole dell'usuraio padovano prosegue la polemica morale contro Firenze: tutti fiorentini sono infatti i dannati che egli indica lì presenti, e fiorentino è uno dei personaggi di cui è annunciato l'arrivo (Gianni Buiamonte dei Becchi).


La paura di Dante
Il sentimento della paura, che accompagna Dante nel suo viaggio oltremondano come misura della sua maturazione spirituale, caratterizza l'atteggiamento psicologico del poeta in questo canto: è la paura di Gerione e la paura del volo, che viene però superata grazie anche all'aiuto di Virgilio, simbolo della Ragione umana.
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