Senza soluzione di continuità - Significato



Senza soluzione di continuità è una locuzione italiana che ha il significato opposto a "con soluzione di continuità": queste due espressioni risalgono al 1400, quando sono state utilizzate per la prima volta in ambito medico; nella prima metà del XIX secolo l'uso si è diffuso nei testi francesi (in particolare in Balzac), nei primi dizionari italiani appaiono solo verso la fine dell'Ottocento, sempre con accezione medica; sono diventate di uso comune agli inizi del Novecento e ne è una testimonianza il saggio "L'idioma gentile" di Edmondo De Amicis, più precisamente nel capitolo intitolato "A chi la dice peggio"; oggi vengono usate in ambito giuridico o nel linguaggio tecnico.

Non ci resta che spiegare quando deve essere utilizzata l'una e quando l'altra e cosa vogliono dire.



Significato

Con soluzione di continuità = questa espressione sta a significare "con interruzione di continuità", cioè "non continua, discontinua".

Senza soluzione di continuità = questa espressione è più comune della precedente e sta a significare "senza interruzione di continuità", cioè "continuativamente, con continuità, ininterrottamente".

Come avrete potuto notare sembra di trovarsi dinnanzi a due situazioni ambigue, perché erroneamente "con...continuità" viene inteso "senza interruzione", ma come già detto è esattamente al contrario.

Il motivo per cui queste due espressioni creano molti dubbi a chiunque se le ritrova davanti, per esempio in un documento cartaceo tipo un contratto di lavoro, è che si sottovaluta la presenza del termine "soluzione" che, invece, è di rilevante importanza.

Il trucco per non sbagliare è ricordare che il termine "soluzione" deriva dal latino solutiònem, participio passato del verbo sòlvere, che significa: sciogliere, scioglimento, in senso figurato, interruzione o cessazione. Quindi viene usato per indicare la fine di qualcosa.

Di conseguenza, con l'aggiunta di "con" e "senza", si ha:
  • Soluzione di continuità → interruzione di continuità (si interrompe),
  • Con soluzione di continuità → con interruzione di continuità (si interrompe),
  • Senza soluzione di continuità → senza interruzione di continuità (non si interrompe).
"Senza" è una negazione; "soluzione" è un'altra negazione e, quindi, due negazioni della continuità lasciano immutata la continuità stessa!



Come si usa?

Nel linguaggio parlato non si usano queste due espressioni sia perché non sono alla portata di tutti sia perché vengono usate in ambiti specifici; qui di seguito troverete alcuni esempi con frasi e subito dopo di esse, fra parentesi, troverete la relativa spiegazione.

ESEMPIO:
Marco ha studiato per 8 ore senza soluzione di continuità.
(Cioè senza essersi mai alzato dalla scrivania, neanche per andare in bagno).

Piove senza soluzione di continuità.
(Cioè piove ininterrottamente).

La società Incorporante subentra con soluzione di continuità in tutti i rapporti, attivi e passivi, facenti capo alla società Incorporata.
(Cioè tutti i rapporti della società incorporata sono stati interrotti).
Continua a leggere »

Avere una volontà di ferro - Significato



Avere una volontà di ferro è un modo di dire italiano che non fa riferimento alla voglia di mangiare alimenti che sono ricchi di ferro (come i legumi), ma è più che altro un estensione di un altro modo di dire: avere forza di volontà.


Significato

Per chi non lo sapesse la "volontà" è una facoltà propria dell'essere umano che permette di prendere una decisione in piena autonomia e con una certa determinazione.

Questo modo di dire sta a significare che la volontà è di ferro, un materiale molto forte e resistente (anche se acciaio e titanio lo sono di più) e, quindi, la persona in questione è così determinata a perseguire un obiettivo che, anche se dovesse trovarsi in una situazione di difficoltà, non sarebbe disposta ad arrendersi o fermarsi, piuttosto continuerebbe anche col rischio di farsi del male o di sbagliare.



Come si usa?

Questo modo di dire può essere usato verso quegli sportivi che si allenano durante l'anno per farsi trovare preparati in vista delle competizioni sportive che richiedono molto sacrificio, come la maratona, oppure verso chi si allena prima dell'arrivo dell'estate per mostrare la pancia piatta e passare la prova costume.
Una volontà di ferro può averla anche chi non si è allenato fisicamente ma mentalmente, ad esempio chi è intenzionato a prendere 100 all'esame della maturità e per riuscirci ha sempre dato il massimo durante l'anno e a studiato tantissimo anche per la prova finale.


ESEMPIO:
Avere una volontà di ferro è un parametro di estrema importanza per avere successo nella vita.
Marco sta studiando da giorni nonostante il caldo, mentre i suoi amici amici hanno passato il weekend al mare. Ha proprio una volontà di ferro il ragazzo.
Per dimagrire è necessaria una volontà di ferro: dire addio ai dolciumi e hai pasti abbondanti non è da tutti.
Continua a leggere »

Inferno Canto 17 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del diciassettesimo canto dell'Inferno. Il canto in cui sono puniti i violenti contro Dio (tra cui gli usurai) e fa la sua apparizione Gerione, una creatura che ha volto umano e corpo di serpente e che simboleggia la frode. Questi aiuterà Dante e Virgilio nella discesa verso l'ottavo cerchio. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 17 dell'Inferno.



Le figure retoriche

E quella sozza imagine di froda = metonimia (v. 7). L'astratto per il concreto, sta a significare "quella sudicia immagine di frode", ed è riferito a Gerione.

Faccia sua = anastrofe (v. 10).

Due branche avea = anastrofe (v. 13). Sta a significare "aveva due zampe".

Dipinti avea = anastrofe (v. 15). Sta a significare "erano dipinti".

Come tal volta stanno a riva i burchi...così la fiera pessima si stava su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra = similitudine (v. 19-24). Sta a significare "Come talvolta i burchielli (piccole imbarcazioni) stanno a riva e tengono parte dello scafo in acqua e parte a terra, e come là fra i Tedeschi ghiottoni (nei paesi nordici) il castoro si prepara a catturare la preda (emergendo in parte dal fiume), così l'orribile fiera stava sull'orlo in pietra e circonda il sabbione infuocato".

La venenosa forca ch’a guisa di scorpion la punta armava = similitudine (vv. 26-27). Sta a significare "l’estremità biforcuta (forca) e velenosa che armava il pungiglione simile a quella di uno scorpione".

E diece passi femmo = anastrofe (v. 32). Sta a significare "e facemmo dieci passi".

A lei venuti semo = anastrofe (v. 34). Sta a significare "giungemmo a lei".

Tutto solo / andai
= enjambement (vv. 44-45).

Non altrimenti fan di state i cani or col ceffo, or col piè, quando son morsi o da pulci o da mosche o da tafani = similitudine (vv. 49-51). Sta a significare "non diversamente fanno i cani in estate, col muso e con la zampa, quando sono morsi da pulci, mosche o tafani".

Li occhi porsi = metonimia (v. 52). Il concreto per l'astratto, gli occhi invece dello sguardo.

Come sangue rossa = similitudine e anastrofe (v. 62). Sta a significare "rossa come il sangue".

Distorse la bocca e di fuor trasse la lingua, come bue che ’l naso lecchi = similitudine (vv. 74-75). Sta a significare "distorse la bocca e tirò fuori la lingua, come un bue che si lecca il naso".

Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo...tal divenn’io a le parole porte = similitudine (vv. 85-88). Sta a significare "Come colui che ha così vicino il brivido della febbre quartana che ha già le unghie livide, e trema tutto solo guardando l'ombra, così divenni io nell'udire quelle parole".

Come la navicella esce di loco in dietro in dietro, sì quindi si tolse = similitudine (vv. 100-101). Sta a significare "Come la navicella lascia la riva procedendo all'indietro, così Gerione si allontanò dall'orlo".

La coda rivolse, e quella tesa, come anguilla = similitudine (vv. 103-104). Sta a significare "mosse la coda tenendola come un'anguilla".

Maggior paura non credo che fosse quando Fetonte...né quando Icaro misero le reni...che fu la mia, quando vidi ch’i’ era ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta ogne veduta fuor che de la fera = similitudine (vv. 106-114). Sta a significare "Non credo che Fetonte avesse più paura quando lasciò le redini del carro del Sole, per cui - come ancora appare - il cielo si incendiò; né (ebbe più paura) il misero Icaro, quando si sentì spennare la schiena dalla cera surriscaldata, mentre il padre gli gridava: «Stai seguendo una strada sbagliata!», rispetto alla paura che ebbi io, quando vidi che mi trovavo nell'aria da ogni lato e non vidi più nulla eccetto quella fiera".

Scaldata cera = anastrofe (vv. 110). Sta a significare "cera surriscaldata".

Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali...così ne puose al fondo Gerione = similitudine (vv. 127-133). Sta a significare "Come il falcone che ha volato a lungo, e che non avendo visto né il logoro né un uccello induce il falconiere a dire: «Ohimè, tu scendi!», e quello scende stanco nel luogo da cui si muove agile, facendo cento giri nell'aria e si posa lontano dal suo padrone, disdegnoso e riottoso; così ci depose al fondo Gerione".

Si dileguò come da corda cocca = similitudine (v. 136). Sta a significare "svanì come una freccia dalla corda dell’arco".
Continua a leggere »

Inferno Canto 16 - Figure retoriche



Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del sedicesimo canto dell'Inferno. Il canto in cui Dante incontra tre fiorentini (Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci e Guido Guerra), con i quali ha modo di parlare della situazione politica e morale dii Firenze. Infine giungono nel punto in cui il Flegetonte si getta nell'abisso. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 16 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Simile a quel che l’arnie fanno rombo = similitudine (v. 3). Sta a significare "simile al ronzio delle api dentro l'arnia".

Nostra terra prava = perifrasi (v. 9). Per indicare Firenze.

Volse ’l viso ver me = allitterazione della v (v. 14). Sta a significare "volse lo sguardo verso di me".

Qual sogliono i campion far nudi e unti, avvisando lor presa e lor vantaggio, prima che sien tra lor battuti e punti, 24 così, rotando, ciascuno il visaggio drizzava a me, sì che ’n contraro il collo faceva ai piè continuo viaggio = similitudine (vv. 22-27). Sta a significare "Come erano soliti fare i lottatori nudi e cosparsi d'olio, studiando l'avversario per tentare una presa prima di percuotersi e ferirsi a vicenda, così, pur girando la testa, ciascuno dei tre dannati fissava il suo sguardo su di me, in modo tale che torceva il collo in senso opposto ai suoi passi".

La fama nostra = anastrofe (v. 31). Sta a significare "la nostra fama".

Fece col senno assai e con la spada
= anastrofe (v. 39). Sta a significare "compì grandi opere col senno e con la spada".

Gittato mi sarei = anastrofe (v. 47). Sta a significare "mi sarei gettato".

Brusciato e cotto = endiadi = (v. 49).

Vinse paura = anastrofe (v. 50). Sta a significare "la paura prevalse".

Come quel fiume c’ha proprio cammino...sì che ’n poc’ora avria l’orecchia offesa = similitudine (vv. 94-105). Sta a significare "Come quel fiume, che ha per primo il proprio corso partendo dal Monviso verso levante, dalla pendice destra dell'Appennino, che in alto si chiama Acquacheta prima di scendere in pianura e a Forlì cambia nome (in Montone), rimbomba sopra San Benedetto dell'Alpe per cadere in una sola cascata là dove dovrebbe essere ricevuto in mille cascatelle; così vedemmo che quel fiume rosso (il Flegetonte) ricadeva giù per un burrone scosceso, facendo tanto rumore che in poco tempo avrebbe danneggiato l'udito".

Duca = perifrasi (v. 110). Per indicare Virgilio.

Come torna colui che va giuso talora a solver l’àncora ch’aggrappa o scoglio o altro che nel mare è chiuso, che ’n sù si stende, e da piè si rattrappa = similitudine (vv. 133-136). Sta a significare "proprio come il marinaio che va sott'acqua a sciogliere l'ancora che si è impigliata o a rimuovere un altro ostacolo dentro il mare, e che (nel tornare a galla) stende le braccia verso l'alto e ritrae le gambe (per darsi maggiore slancio)".

Enjambements = vv. 1-2; 100-101.
Continua a leggere »

Prendere alla lettera - Significato



Prendere alla lettera è un modo di dire collegato ad altri modi di dire. Non ha nulla a che vedere con la lettera che si spedisce per posta, bensì alle lettere dell'alfabeto che vanno a formare le parole.



Significato

Questo modo di dire sta a significare che la persona che ha "preso alla lettera" ciò che ha letto o sentito, ha capito solo il significato letterale della frase, cioè parola per parola, senza coglierne il significato nascosto.

Chi prende tutto alla lettera, solitamente, non è un tipo di persona attenta alla conversazione e, potrebbe anche essere considerata sciocca, se ogni volta qualcuno deve prendersi l'impegno di spiegare il significato metaforico della frase.

D'altronde il bello dei modi di dire è proprio quello che sono conosciuti da "quasi" tutti e riassumono dei concetti che, andandoli a spiegare, renderebbero la conversazione lunga e noiosa.



Come si usa?

I modi di dire esprimono un concetto in modo non immediato ma per metafora. Per esempio l'espressione "sei un pollo!" non significa "essere una gallina" (questo è il significato letterale), bensì essere un ingenuo (è risaputo che le galline hanno il cervello piccolo).

Ovviamente "prendere alla lettera" si può anche usare in tono scherzoso, come il ragazzo in foto (vedi immagine in alto), che dice "mi rifiuto!!!" (perché si rifiuta di studiare, lavorare, di ascoltare ecc.) e, prendendo alla lettera se stesso, va a buttarsi nel cassonetto dei rifiuti.

Solitamente questo modo di dire è preceduto dall'avverbio di negazione "non", dove si invita l'interlocutore a "non prendere tutto alla lettera".

Tizio: Ma vai a quel paese...
Caio: Ok lo farò.
Tizio: Perché stai andando? Non abbiamo ancora terminato la conversazione.
Caio: Ma se mi hai mandato a quel paese 2 secondi fa... a proposito mi dici quale di preciso?
Tizio: Non prendere alla lettera tutto quello che dico.

Tizio: Mi raccomando, acqua in bocca!
Caio: Se è frizzante va bene lo stesso?
Tizio: È solo un modo di dire, non andava preso alla lettera. Significa "mantieni il segreto".

Tizio: Andiamo a tutta birra!
Caio: Ottimo, avevo giusto preso la confezione da sei!
Tizio: Ma mi hai preso alla lettera? Intendevo a tutta velocità!

Tizio: Mi hanno detto che non capisco un tubo!
Caio: Per forza, sei un carabiniere, non un idraulico!
Continua a leggere »

Purgatorio Canto 12 - Parafrasi



Più avanti, i bassorilievi mostrano esempi di superbia punita: Lucifero, i Giganti, Saul, Ciro, Troia ed altri ancora. L'Angelo dell'Umiltà cancella la prima P dalla fronte di Dante. I due poeti arrivano ad una scala piuttosto stretta.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 12 del Purgatorio. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Curvo e lento, come due buoi che procedono aggiogati,
io camminavo affiancato a quell’anima (Oderisida Gubbio) gravata dal peso (carca),
finché lo permise il mio affettuoso maestro Virgilio.
Ma quando disse:«Lascia Oderisi e passa oltre (varca);
perché qui (nel Purgatorio) è opportuno che ciascuno,
per quanto è possibile, spinga avanti la sua barca con le vele (l’ali) e con i remi»;
allora ripresi la posizione eretta, così come è naturale (vuolsi) camminare,
sebbene (avvegna che) i miei pensieri
rimanessero atteggiati in basso dall’umiltà e privi di superbia (scemi).
Io mi ero mosso, e seguivo con piacere
I passi di Virgilio, ed entrambi mostravamo già quanto
fossimo agili (com’era vam leggeri);
quando egli mi disse: «Rivolgi lo sguardo a terra:
ti sarà utile, per rendere più sereno (tranquillar) il cammino,
osservare il pavimento (letto) su cui poggi i piedi».
Come le tombe scavate nella terra (terragne) hanno,
sopra i defunti ivi sepolti, lapidi incise (segnato)
con l’immagine di quando erano vivi (eran pria),
per serbarne la memoria (perché di lor memoria sia),
per cui lì sulle tombe molto spesso si rinnova nei vivi
il dolore (ripiagne) a causa dello stimolo del ricordo,
che colpisce intensamente (dà de le calcagne) solo le anime pietose;
allo stesso modo, ma raffigurato meglio per via dell’abilità artistica (secondo l’artificio),
Io vidi lì scolpito tutto lo spazio che sporge dal monte (di fuor del monte avanza) formando la via (dei penitenti).
Da un lato vedevo colui che fu da Dio creato
come la più nobile di tutte le creature (Lucifero),
precipitare dal cielo con la velocità di un fulmine (folgoreggiando).
Dall’altra parte vedevo giacere Briareo,
trafitto dal fulmine (telo) di Giove (celestïal),
pesando (grave) sulla terra per l’immobilità (gelo) della morte.
Vedevo Apollo (Timbreo), con Pallade e Marte,
ancora armati, intorno al loro padre (Giove),
contemplare le membra dei giganti sparse.
Vedevo Nembrot quasi sgomento (smarrito) ai piedi della grande opera (la torre di Babele),
e in atto di guardare fisso i compagni
che con lui furono superbi nella pianura di Sennaàr.
O Niobe, con quali occhi addolorati
io ti vedevo raffigurata (segnata) sulla strada,
tra le tue sette figlie e i tuoi sette figli tutti uccisi!
O Saul, come qui tu apparivi ucciso
dalla tua stessa spada in Gelboè,
che da quel giorno non ricevette più né pioggia né rugiada!
O temeraria Aragne, allo stesso modo io vedevo te,
già per metà trasformata in ragno, addolorata fra i brandelli (stracci) della tela
ricamata da te per la tua sventura (mal).
O Roboamo, la tua figura (segno) qui rappresentata
non sembra più minacciare; ma piena di spavento
la porta via un carro, senza che nessuno lo insegua (cacci).
Il pavimento di marmo rivelava ancora come Almeone
fece pagare cara alla madre la collana (adornamento)
che portava sventura.
Rivelava come i figli del re degli Assiri Sennacherib
aggredirono (si gittaro) il padre dentro al tempio e,
dopo averlo ucciso, lì lo lasciarono.
Esso mostrava la strage (ruina) (dei Persiani) e il crudele strazio
che fece la regina Tamiri, quando disse al capo mozzato di Ciro:
«Hai avuto sete di sangue, e perciò io ti sazio di sangue».
Mostrava come fuggirono sconfitti (in rotta) gli Assiri,
dopo l’uccisione di Oloferne, e quello
che era rimasto di lui (le reliquie) dopo la morte.
Vedevo Troia in cenere e in macerie (caverne);
o Ilio, come la scultura (segno) che lì si poteva distinguere,
ti rappresentava in basso stato e spregevole!
Quale grande pittore (di pennel … maestro) o scultore (maestro … di stile) vi fu mai,
capace di rappresentare le figure (l’ombre) e i loro lineamenti (tratti)
come quelle che qui farebbero meravigliare anche un artista di alta competenza (ingegno sottile)?
I morti apparivano realmente morti e i vivi realmente vivi:
chi vide dal vero le scene che io calpestai (calcai),
per tutto il tempo che andai (givi) a capo chino, non le vide certo meglio (mei) di me.
Or dunque insuperbitevi e procedete col viso altero,
o figli di Eva, e non chinate il volto in modo
da scorgere il sentiero errato (mal)!
Da parte nostra (per noi) era già stata aggirata
gran parte della cornice ed era trascorso (speso) assai
più tempo di quanto non pensasse il mio animo intento (non sciolto) (a osservare gli esempi),
quando Virgilio, che mi precedeva sempre vigile,
cominciò a dire: «Solleva la testa;
non è più il momento di procedere così assorto (sospeso).
Vedi là un angelo che si accinge a venire verso di noi;
vedi che la sesta ora (l’ancella sesta) torna dall’aver compiuto
il suo ufficio (servigio) nella giornata (è dunque passato il mezzogiorno).
Atteggia a reverenza il volto e i gesti,
così che gli piaccia (i diletti) inviarci su verso la seconda cornice;
pensa che questo giorno non spunterà mai più all’orizzonte (raggiorna)!».
Io ero già talmente abituato (ben … uso) al suo ammonire
continuo di non perdere tempo,
che su questo argomento non poteva parlarmi in modo oscuro (chiuso).
La creatura celestiale, vestita di bianco e col volto splendente
come la stella mattutina quando appare scintillando (tremolando),
veniva verso di noi.
Aprì le braccia e poi aprì anche le ali;
disse: «Venite: qui vicino sono i gradini (i gradi),
e ormai si sale agevolmente.
Pochissimi (radi) rispondono a questo invito:
o uomini, nati per volare in cielo (sù),
perché vi lasciate abbattere (cadi) da un vento così vano?».
Ci condusse (Menocci) là dove la parete rocciosa presentava una fenditura (era tagliata):
qui mi colpì con le ali in mezzo alla fronte;
poi mi assicurò che la salita sarebbe stata senza impedimenti (sicura).
Come dal lato destro, quando si sale al monte (delle Croci),
dove sorge la chiesa (di San Miniato), che domina (soggioga)
la città di Firenze sopra il ponte Rubaconte,
la grande pendenza (foga) della salita
è interrotta dalle scale che furono costruite in tempi
in cui non si falsificavano (era sicuro) i registri (quaderno) e le misure (doga);
allo stesso modo si attenua (s’allenta) il sentiero nella roccia,
che qui scende (cade) assai ripida (ratta) dalla cornice superiore;
ma le alte pareti di roccia sfiorano (rade) dall’una e dall’altra parte chi sale.
Mentre noi ci volgevamo verso la scala,
delle voci cantarono: ‘Beati i poveri di spirito’,
in un modo tale che nessun discorso (sermone) potrebbe descriverlo (diria).
Ahi come sono diversi questi accessi alle cornici (foci)
da quelli dell’Inferno! Infatti qui si entra accompagnati da canti,
mentre laggiù da lamenti feroci.
Già salivamo i gradini (scaglion) di quella santa scala (santi),
e mi sembrava di essere molto più leggero
di quanto non mi sembrasse prima (davanti) attraverso la pianura.
Allora io dissi: «Dimmi, maestro, quale cosa pesante
mi è stata tolta, tanto che io, camminando,
non avverto (si riceve) quasi nessuna fatica?».
Egli rispose: «Quando le P che, seppure molto sbiadite (presso che stinti),
sono rimaste ancora sulla tua fronte,
saranno cancellate (rasi) completamente come la prima di esse,
i tuoi piedi saranno così vinti dalla buona volontà,
che non solo non avvertiranno alcuna fatica,
ma per loro sarà piacevole essere sospinti (pinti) verso l’alto».
Allora io feci come fanno coloro
che camminano portando sul capo qualcosa senza saperlo (non da loro saputa),
se non che i cenni degli altri li mettono sull’avviso (sospecciar);
per cui la mano s’ingegna (s’aiuta) ad accertarlo,
e cerca e trova e in tal modo adempie al compito
che non può essere eseguito dalla vista;
allora con le dita della mano destra aperte (scempie)
trovai solo sei delle lettere che l’angelo portiere
aveva inciso sulla mia fronte;
e la mia guida, osservando questo mio gesto, sorrise.
Continua a leggere »

Purgatorio Canto 11 - Parafrasi



Tra i superbi ci sono nobili senesi come Umberto Aldobrandeschi, conte di Santafiore, e Provenzan Salvani, ma ci sono soprattutto gli artisti: il miniatore Oderisi da Gubbio considera quanto breve sia la fama terrena: Cimabue è superato da Giotto, Guinizzelli da Cavalcanti. La vita è un attimo in confronto all'eternità, la fama appassisce come l'erba (Salmo 89).
Dante è attento all'evoluzione dell' arte e alla gloria dei grandi, ma bada soprattutto alle conseguenze psicologiche e morali che travolgono chi nel mondo raggiunge tale gloria.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 11 del Purgatorio. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

«Padre nostro, che stai nei cieli,
non perché da essi limitato (circunscritto), ma per l’amore più intenso
che rivolgi alle prime creature (effetti) che ponesti lassù,
sia santificato il tuo nome e la tua virtù (’l tuo valore)
da tutte le creature, com’è giusto
render grazie al tuo dolce spirito (vapore).
Venga verso di noi la pace del tuo regno,
poiché noi non possiamo raggiungerla (ad essa non potem) da soli,
malgrado i nostri sforzi (con tutto nostro ingegno), se non ci viene incontro.
Come i tuoi angeli dedicano (fan sacrificio)
a te tutta la loro volontà, cantando osanna,
così facciano gli uomini della loro volontà.
Dacci oggi il pane (manna) quotidiano,
senza il quale in questo arduo (aspro) deserto
chi più si affanna a procedere (gir) maggiormente retrocede.
E come noi perdoniamo a tutti il male
che abbiamo subito (sofferto), anche tu perdonalo a noi
misericordioso, e non guardare il nostro merito.
Non mettere alla prova (spermentar) con Satana (l’antico avversaro) la nostra potenza,
che si abbatte (adona) con facilità,
ma liberala da lui che tanto la spinge al male (sprona).
Quest’ultima preghiera, signore caro,
ormai non la facciamo per noi, perché non ne abbiamo bisogno,
ma per gli uomini che sono rimasti dietro a noi (sulla terra)».
Così quelle ombre, formulando con la preghiera (orando)
a noi e a sé un buon augurio (ramogna), andavano sotto il peso (pondo),
simile a quello di un incubo notturno,
girando intorno al monte oppresse in misura diversa (disparmente)
e stanche (lasse) su per il primo girone,
purificando la nebbia (caligine) della vita mondana.
Se le anime del Purgatorio (di là) pregano sempre per noi (ben per noi si dice),
in terra (di qua) che cosa si può dire e fare per loro
da parte dei viventi che sono in grazia di Dio (hanno al voler buona radice)?
È doveroso aiutarli (atar) a purgare le macchie (note)
del peccato che portarono dal mondo (quinci), così che, puri e leggeri,
possano salire alle sfere celesti rotanti (ruote).
«Possano la giustizia e la misericordia liberarvi (vi disgrievi) presto
da questi pesi, in modo che possiate iniziare il volo,
che vi innalzi (lievi) secondo il vostro desiderio,
indicateci da quale parte si va più in fretta (corto)
verso la scala; e se c’è più di un passaggio,
insegnateci quello che scende (cala) meno ripido:
perché costui che viene con me, per via del peso
del corpo umano (lo ’ncarco de la carne d’Adamo) di cui è rivestito,
è lento (parco) a salire, contrariamente al suo desiderio».
Non fu manifesto da chi (da cui) venissero le parole,
che risposero (rendero) a queste che aveva
detto loro colui che io seguivo;
ma fu detto: «Venite con noi a destra lungo la parete,
e troverete un varco (passo) che rende
possibile la salita a una persona viva.
E se io non fossi impedito dal masso che piega (doma)
il mio capo (cervice) superbo, per cui è necessario (convienmi)
che io chini lo sguardo a terra, io guarderei costui,
che è ancora vivo e non dice il suo nome (non si noma),
per vedere se lo conosco, e per indurlo alla pietà
per questo pesante carico (soma).
Io fui italiano (latino) e nato da un nobile (gran) toscano:
mio padre fu Guglielmo Aldobrandesco;
non so se il suo nome fu mai noto a voi (vosco).
La nobiltà della stirpe (sangue) e le opere virtuose (leggiadre)
dei miei antenati mi resero così arrogante, che,
non pensando all’origine comune (comune madre) di tutti gli uomini,
ebbi in disprezzo (in despetto) ogni uomo a tal punto,
che fui ucciso, in che modo lo sanno i Senesi
e lo sanno (sallo) anche i bambini (fante) in Campagnatico.
Io sono Omberto; e la superbia recò danno
non solo a me, perché essa ha trascinato con sé
nella rovina (malanno) tutti i miei consanguinei (consorti).
E qui è necessario che io porti questo peso
a causa della superbia (per lei), per il tempo necessario per pagare a Dio il debito (si sodisfaccia)
della mia colpa, qui fra i morti, poiché non lo feci fra i vivi».
Mentre ascoltavo chinai in giù la faccia;
e uno di loro, non questo che parlava,
si contorse sotto il peso che li impedisce (li ’mpaccia),
e mi vide e mi riconobbe e mi chiamava,
tenendo con fatica gli occhi fissi verso di me,
che camminavo tutto chino insieme con loro.
«Oh!» io dissi a lui: «Tu non sei Oderisi,
onore di Gubbio (Agobbio) e onore di quell’arte
che a Parigi viene chiamata alluminare?».
Egli disse: «Fratello, le carte che Franco Bolognese
dipinge (pennelleggia) sono più vivaci (più ridon);
l’onore è ora tutto suo, e mio solo in parte.
Certo io non sarei stato così generoso (cortese)
finché fui in vita, a causa del mio vivo desiderio
di primeggiare a cui il mio cuore fu rivolto intensamente (intese).
Io pago qui la pena (fio) di tale superbia;
e neppure sarei qui se non fosse avvenuto che,
pur potendo (possendo) ancora peccare, mi rivolsi pentito a Dio.
Oh, vanità dell’umano valore (posse)!
quanto poco tempo il verde permane sulla cima,
se non è seguito (è giunta) da età di decadenza (l’etati grosse)!
Cimabue credette di dominare gli altri (tener lo campo) nella pittura,
e invece Giotto ha ora la gloria (il grido),
tanto che la sua fama è oscurata.
In tal modo Guido (Cavalcanti) ha tolto all’altro Guido (Guinizzelli)
la gloria della poesia in volgare (lingua);
e forse è nato chi caccerà entrambi dalla loro sicura posizione (nido).
La fama (romore) mondana non è altro che un alito (fiato)
di vento che spira ora da una parte (quinci) e ora dall’altra (quindi),
e cambia nome perché cambia la direzione di provenienza (lato).
Quale maggiore fama (voce) avrai, se muori vecchio (se vecchia scindi da te la carne),
di quella che avresti avuta se fossi morto prima di smettere
di dire (lasciassi) ‘pane’ e ‘denari’,
prima che trascorrano mille anni? che è un tempo,
rispetto all’eternità, più breve di un batter di ciglia
rispetto al movimento del cielo (cerchio) che si volge (è torto) più lento.
Tutta la Toscana celebrò (sonò) colui che cammina
lentamente (sì poco piglia) davanti a me;
e ora si bisbiglia (sen pispiglia) di lui appena a Siena,
di cui era signore (sire) quando fu distrutta
la furiosa prepotenza (rabbia) dei Fiorentini,
che allora fu superba così come ora si vende per denaro (putta).
La fama umana (vostra nominanza) è come il colore dell’erba,
che nasce e presto muore, e la fa scolorire lo stesso sole (quei) in virtù del quale
essa ancora tenera (acerba) esce dalla terra».
E io a lui: «Le tue parole veritiere (Tuo vero) m’in fondono (m’incora)
un’umiltà che fa volgere al bene, e mitigano (m’appiani) la grande superbia (tumor):
ma chi è quello di cui tu ora parlavi?».
Rispose: «Quello è Provenzan Salvani;
ed è qui perché ebbe la presunzione di ridurre
tutta Siena in suo potere (recar … a le sue mani).
Già è andato (Ito) così chino e così va, senza tregua (riposo),
dal giorno che morì; chi nel mondo ha osato troppo (troppo oso)
soggiace a tale penitenza (cotal moneta) per pagare (sodisfar) il suo debito».
E io dissi: «Se quello spirito che attende l’estremo limite (l’orlo)
della vita prima di pentirsi, deve restare quaggiù (nell’Antipurgatorio),
e non può salire in questa cornice (quassù)
prima che passi tanto tempo quanto visse,
se preghiere di persone in grazia di Dio (buona) non lo aiutano,
come gli fu concessa (largita) l’ascesa (al Purgatorio)?».
«Quando era ancora all’apice della sua fama (glorïoso)», disse,
«deposto ogni sentimento di vergogna, si pose (s’affisse)
spontaneamente nella piazza del Campo a Siena;
e stando lì, per sottrarre un suo amico dalla pena,
in cui era tenuto nella prigione di Carlo,
si ridusse a tremare tutto dentro di sé per l’umiliazione.
Non dirò di più e so che parlo in modo incomprensibile;
ma non trascorrerà troppo tempo che i tuoi concittadini
faranno in modo che tu potrai interpretare con chiarezza (chiosarlo).
Proprio quel gesto (opera) lo liberò dai confini (dell’Antipurgatorio)».
Continua a leggere »