Ossi di Seppia - Montale


di Eugenio Montale
Riassunto:

Ossi di seppia uscì nel 1925, pubblicato da Piero Gobetti (una seconda edizione, con qualche lirica aggiuntiva, segui' nel 1928) Fu subito chiaro che si trattava di un libro di rottura. Veniva infatti a infrangere una tradizione di poesia aristocratica, difficile, concepita come lontana dalle parole e dalle cose della gente comune. Era la tradizione incarnata dal poeta-vate di allora, D'Annunzio, e indirizzata ai lettori borghesi, che per nobilitarsi amavano circondarsi di parole lussuose, di ambientazioni esclusive, di personaggi erori ecc.
Ossi di seppia intendeva affermare valori diversi, lontani dalla retorica di una vita preziosa ed eroica, secondo i modelli dannunziani. Come lo stesso Montale dichiarò, il libro nasceva da uno sforzo verso la semplicità e la chiarezza, a costo di sembrar poveri. Semplicità, implicava appunto una presa di posizione contro D'Annunzio. Per quanto riguarda la chiarezza, si può intendere come una volontà di distanziarsi da quegli altri poeti che, come Pascoli o simbolisti di primo Novecento, intendevano la poesia come una magica rivelazione di nascoste verità. Montale si proponeva invece come uno di quegli scrittori disincantati savi ed avveduti, coscienti dei limiti ed amanti in umiltà dell'arte loro più che di rifar la gente (così egli scrisse nel saggio Stile e tradizione del 1925): interessati cioè a testimoniare la realtà, così come essa è invece di salire sul piedistallo a impartira lezioni di morale ai lettori.

La polemica antifascista
Per cogliere la portata rivoluzionaria di Ossi di seppia dobbiamo riflettere sul concreto momento storico in cui il libro prese forma e fu pubblicato. Erano gli anni in cui il fascismo si mutava in dittatura, per mezzo delle cosiddette leggi speciali, che imponevano un regime totalitario: pensiero unico, capo unico, governo senza oppositori e molta propaganda con cui avevano distorti i fatti. Il filosofo del fascismo, Giovanni Gentile, riteneva che il pensiero (ovviamente un pensiero in linea con le aspettative del regime) fosse in grado di ricreare il mondo.
Il libro di Montale nacque in tale clima, nell'invadenza trionfante di questi modelli culturali. Il poeta di Ossi di seppia esprime una posizione ben diversa: il compito della poesia è si quello di tendere all'assoluto, ma essa poi, concretamente, non può che darci la negatività, come Montale la chiamò, del mondo. La parola cioè non deve fingere una realtà diversa da quella in cui siamo; il pensiero non è in grado di creare un mondo reale, ma solo desideri, ombre, fantasmi. Prendendo a modello non i dasci littori o le acquile, ma gli umili ossi di seppia, la poesia montaliana finì per divenire, negli anni venti (forse al di là delle intenzioni del poeta stesso), un saldo punto di riferimento per chi negava il fascismo e i suoi dogmi.

Il paesaggio ligure
L'opera è ambientata nel paesaggio ligure, cioè in quei luoghi che avevano segnato l'infanzia del poeta e il suo primo rapporto con il mondo. A emergere in tale contesto solo le umili cose, senza pretese, della vita comune. Non casualmente la prima poesia del libro s'intitola I limoni, un frutto assolutamente ordinario. Appunto gli alberi dei limoni, vengono contrapposti alle piante / dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti, che riempiono di solito i versi dei poeti laureati.
A tale poetica di riduzione della letteratura risponde anche il titolo Ossi di seppia: un titolo in umiltà, che allude a poveri relitti sballottati dalle ondate, scrive il poeta in Rivere, destinati a svanire a poco a poco. L'osso di Seppia è umile cartilagine del mollusco, che risulta visibile solo a una volta che l'animale si è decomposto. L'immagine fa pensare a un detrito sbattuto dalla corrente, a un oggetto disidratato, prosciugato dall'azione corrosiva della salsedine, del vento, della natura.

I segni del negativo e la ricerca del varco
Due elementi in particolare hanno un ruolo decisivo nel paesaggio ligure del libro:
- da un lato il mare come simbolo positivo, perchè il mare è sempre immutabile e perfetto, è vastità, dice Montale, che sa spurgare da sé, tutte le imperfezioni del fondo, levigando e ripulendo (mediante l'azione corrosiva della salsedine) ogni incrostazione;
- dall'altro la terraferma, vista per lo più come simbolo negativo, perchè viene raffigurata soprattutto al momento del meriggio assolato (come in Meriggiare pallido e assorto) quest'ultima è l'ora topica (cioè la caratteristica) di Ossi di seppia.

Il contesto tipico del libro è precisamente il terreno spaccato dal sole, la vegetazione colta non nel suo momento di rigoglio, ma in quello del sofferente resistere a erratiche forze di venti. Così leggiamo in Scirocco: Ore perplesse, brividi / d'una vita che fugge / come acqua tra le dita / inafferati eventi / luci ombre, sommoventi / delle cose malferme / sulla terra. Questa terraferma assolata e riarsa raffigura in modo diretto e illuminante il senso della negatività, dell'angoscia, in una parola quel male di vivere che caratterizza la prima raccolta montaliana.

Il giovane Montale, peraltro, non si rassegna al negativo. Cerca qua e la tracce di una possbile salvezza, interrogandosi sulla possibilità di un varco. Ma la sua ricerca è vana: la rete o il muro, che circondano e imprigionano l'uomo, gli tolgono la vista, sono per lui invalicabili, come una muragli; non presentano spiragli o prospettive di salvezza. Il poeta può solo affermare <<ciò che non siamo, ciò che non vogliamo>>
Anche il motivo del tempo contribuisce, in Ossi di seppia, a dare al poeta il senso della sconfitta. E' impossibile infatti fermare i ricordi e ricavare un senso dal passato (una distanza ci divide - Cigola la carrucola). E' un motivo destinato a grandi sviluppi nelle raccolte montaliane successive. Molte liriche di Ossi di seppia sono contraddistinte dall'attesa inutile, perchè il mondo vive in una totale mancanza di significato; le eventuali divinità rimangono silenziose e assenti per noi, della razza / di chi rimane a terra; l'unico bene, o presunto tale, è la divinità Indifferenza.

Il simbolismo e l'alternanza prosa/poesia
L'attaccamento di Montale alla realtà non è realismo in senso stretto. Il poeta di Ossi di seppia, infatti, utilizza oggetti e situazioni quotidiane in chiave simbolica, cioè per esprimere altro: ricordi, emozioni, idee. In lui, insomma, il realismo convive con il simbolismo.

Tale dimensione simbolica, poi prevalente nei due libri successivi, cioè Le occasioni (1939) e La bufera e altro (1956), si evidenzia già qui, nell'opera d'esordio, soprattutto nei segni del paesaggio e in altre situazioni di vita evocate dal poeta. Emerge in particolare in alcune grandi liriche raccolte nella seconda parte del libro, come Arsenio, tradotta nel 1928 in inglese da Thomas Stearns Eliot.

L'alternanza tra realtà e simbolo si riverbera anche nell'oscillazione tra poesia e prosa. In Ossi di seppia di Montale dà voce al bisognno di aderire agli oggetti umili della realtà (e questo è prosa), ma senza per questo rinunciare alla poesia: anzitutto alle forme metriche, anche se variate rispetto alla tradizione. Nelle liriche del libro, l'andamento prosastico e colloquiale invade larghi strati del discorso poetico, spesso occupa lunghe zone descrittive; ma la poesia resiste, conserva anzitutto i suoi suoni caratteristici, rime e assonanze, strofe e metafore. E poi prende il largo nei momenti più intensamente simbolici, allorchè rivelano i cosiddetti fantasmi montaliani: simboli lirici come i gialli demoni nei Limoni o come il girasole impazzito di lce in Portami il girasole.

Tale alternanza prosa/poesia comporta particolare effetti sonori: Montale, che a lungo aveva studiato canto professionistico, sapeva utilizzare nei suoi versi ache gli strumenti della musica e insieme della dissonanza, secondo il modello del grande compositore francese Claude Debussy (1862-1918). Anche in ciò si conferma poeta raffinato, complesso, sempre nutrito di cultura.


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