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Eugenio Montale Tesina Svolta

Biografia in breve

Eugenio Montale nacque a Genova nel 1896, trascorse la sua giovinezza in Liguria, a guerra finita, frequentando gli ambienti culturali di genova e di Torino, ebbe modo di conoscere Giovanni Boine, Camillo Sbarbaro, Pietro Gobetti. Nel 1925 pubblicò la sua prima raccolta poetica, Ossi di seppia, ed iniziò l’attività di critico letterario e, come tale, ebbe il merito di scoprire e rilevare al pubblico italiano l’opera di Italo Svevo. Nello stesso anno fu tra i pochi a sottoscrivere il manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Collaborò a varie riviste letterarie, tra le quali Solaria e Letteratura. In urto con il fascismo, durante la seconda guerra mondiale prese parte alla Resistenza. Dopo la guerra riprese la sua attività di critico letterario, collaborando anche al Corriere della sera. Nel 1967 fu nominato senatore a vita per meriti letterari, nel 1975 ottenne il premio Nobel per la letteratura. Morì a Milano nel 1981.

Opere principali

La sua opera più importante è stata la prima raccolta di poesie, intitolata Ossi di seppia e pubblicata nel 1925 dall'editore Piero Gobetti. Nel 1939 Montale ha pubblicato la sua seconda raccolta poetica, Le occasioni, che segna una seconda fase del suo itinerario poetico, e, nel 1956, La bufera e altro. Seguirono altre raccolte, come Satura (1971) e Quaderno di 4 anni (1977).

Ossi di seppia

Eugenio Montale, nelle poesie di Ossi di seppia, esprime un amaro pessimismo, derivante dalla convinzione dell’impossibilità di svelare il mistero che avvolge l’uomo e le sue cose. La vita è aspra e ride, efficacemente simboleggiata, nei versi montaliani, dal paesaggio ligure scabro e roccioso. Da questa amara e arida, realtà nascono la sofferenza e il dolore, l’angoscia esistenziale.

Linguaggio poetico

La consapevolezza della drammatica condizione umana di solitudine ed incomunicabilità induce Montale a ricercare un linguaggio poetico quanto più aderente possibile alle cose, un linguaggio essenziale  ricco di simboli, di analogie, a volte anche oscure, ma che, nel contempo, si rivela anche straordinariamente narrativo e descrittivo per la precisione dei riferimenti e per la cura dei particolari. Quello di Montale è un linguaggio antiletterario, che, almeno per le prime poesie, si può si collocare, nell'alveo dell’ermetismo, ma con una sua inconfondibile originalità; esso ricorda qualcosa del linguaggio dei crepuscolari e, per quanto concerne l’introduzione di termini della lingua comune o addirittura tecnici, può far pensare pure al Pascoli.

Poesie principali di Ossi di seppia

Si possono ricordare le poesie Meriggiare pallido e assorto e Spesso il male di vivere ho incontrato. Nella sua prima poesia l’asprezza del paesaggio ligure simboleggia la solitudine e l’angoscia dell’uomo, il cui mondo è un arida petraia senza un filo di speranza, e la cui vita, con tutti i suoi travagli, altro non è che un seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia: è cioè un muro invalicabile che esclude l’individuo dal contatto autentico con gli altri, costringendolo a una penosa solitudine. E’ una condizione di disperata immobilità, senza possibilità di scampo o di reazione. All'uomo non è dato conoscere il perché della sua esistenza e la vita resta sempre un mistero. Nella poesia Spesso il male di vivere ho incontrato la vità è presentata contrassegnata dal dolore, non solo per gli uomini, ma pure per gli animali, e per le cose. Infatti il male è nel rivo strozzato che gorgoglia, nel cavallo stramazzato, nell'incartocciarsi della foglia. Sul mare svetta l’indifferenza, la condizione di distacco simboleggiata dalla fredda immobilità della statua, dalla nuvola lontana e dal falco alto levato.

La poesia di Montale è petrosa è ossuta

Tali aggettivi vogliono significare che si è in presenza di una poesia, quale quella montaliana, dura di suoni e di immagini, che contempla freddamente, con distacco, le forme della vita che si sgretola, le forme di un mondo irto, fratto, corroso da quel male di vivere che resta al centro dell’interesse del poeta. Ogni tentativo di consolazione è vano e, nonostante la grande ansia di verità, la realtà silenziosa e impenetrabile non apre all'uomo alcuno spiraglio di luce, non concede alcuna speranza.

Confronto tra Leopardi e Montale

Giustamente alcuni critici osservano che il pessimismo di Montale ricorda quello di Leopardi per il comune atteggiamento di fronte al male di vivere. Però, a parte il ricorso al simbolismo, soprattutto del paesaggio ligure, che caratterizza il suo linguaggio poetico, Eugenio Montale evidenzia un pessimismo più netto di quello del poeta recanatese. Infatti, nella coscienza del vuoto e delle negatività della vita, Montale ignora la possibilità della rivolta e mette a nudo il dramma della condizione umana senza possibilità di riscatto, ma acerata nella sua sofferenza. Non c’è, in una realtà che per l’uomo resta silenziosa ed impenetrabile, alcuno spiraglio di luce: la pena del vivere nemmeno nella morte troverà sollievo e forse anche ai morti è tolto ogni riposo nelle zolle…

Nuova fase del Montale

A partire dalla raccolta Le occasioni del 1939, Montale ricerca un fraseggiare poetico più lento e, nei suoi componimenti, si succedono figure ed episodi che, evocati mediante una simbologia di oggetti e di gesti, vengono trasfigurati liricamente. Montale, sempre impegnato in una costante ricerca esistenziale, accentuando il simbolismo, si rifugia nel privato, ripercorre ciò che la memoria gli propone e, soprattutto nella raccolta Satura, diventa anche più discorsivo e prosastico  ora preso da un affettuoso colloquio con la moglie scomparsa, ora intento a riflettere sull'insensatezza del mondo contemporaneo.

La critica letteraria verso Montale

La critica letteraria ha sempre tenuto in alta considerazione Montale, reputandolo un testimone del nostro tempo. Luciano Anceschi non ha mancato di rilevare come l’ermetismo con Ungaretti e Montale, abbia espresso nel nostro Paese la situazione di crisi esistenziale dell’uomo, con una consapevolezza profonda. In particolare Montale ha dato il massimo di energia morale alla poetica dell’emblematica oggettiva. Macchioni vede Montale interamente e drammaticamente partecipe della crisi dell’uomo moderno anche se nella sua testimonianza: “Il coraggio morale di guardare le cose senza speranza e illusione diventa una bandiera da opporre alla faciloneria, alla retorica, all'idiota ottimismo del fascismo”.
Infatti Montale resta un poeta non ammissibile alle mode o agli imperativi del mondo: non a caso egli si è astenuto da ogni servo encomio al fascismo, tanto da essere tra i pochi intellettuali italiani che nel 1925 hanno sottoscritto il manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce e tanto da apprezzare, lui per primo in Italia, uno sconosciuto come Italo Svevo. Tuttavia Alberto Asor Rosa si limita a vedere in un poeta come Montale un semplice cantore dell’incomunicabilità e, nella sua opera, una risposta letteraria tipicamente borghese.
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Tesina su Eugenio Montale

Vita e Opere

1896-1925: Nasce a Genova, ottiene faticosamente il diploma all'istituto tecnico e comincia a frequentare le biblioteche e l’ufficio paterno; studia canto, ma interrompe nel ’23, alla morte del maestro Sivori.
Scrive un diario che uscirà postumo nel 1982 col titolo di Quaderno genovese e nel ’17 parte per la guerra come ufficiale di frontiera. Al ritorno entra nella cerchia letteraria genovese e si interessa delle riviste gobettiane.
1925: “Il Baretti” pubblica il saggio di Montale Stile e tradizione e gli Ossi di seppia; il giovane firma il manifesto antifascista crociano e scrive l’Omaggio a Italo Svevo, portando alla luce l’aspetto geniale del romanziere triestino fino ad allora trascurato.
1927-1948: Montale si trasferisce a Firenze, sperando di trovare un buon impiego. Viene rinominato nel ’28 direttore del Gabinetto di Vieusseux e nel ’38 viene licenziato in quanto non iscritto al partito fascista; collabora a “Solaria” e frequenta coloro che diventeranno poi i suoi discepoli. Nel ’39 pubblica Le occasioni. Durante la seconda guerra mondiale si iscrive al Partito d’azione.
1948-1981: Dal ’48 è a Milano, dove diventa redattore del “Corriere della Sera” e viaggia spesso come inviato speciale. Lo stesso anno pubblica il Quaderno di tradizioni  Nel ’56 escono La bufera e altro e la raccolta di prose narrative Farfalla di Dinard; nel ’66 pubblica Auto da fè e la rivista “La letteratura” gli dedica un numero speciale: Omaggio a Montale. Nel ’67 è nominato senatore a vita; del ’69 sono gli articoli dia viaggio raccolti in Fuori di casa; del ’71 è Satura, il cui primo nucleo dedicato alla moglie morta nel ’63 era uscito nel ’66 col nome di Xenia. Del ’72 è il Diario del ’71 e del ’72; nel ’75 gli viene consegnato il premio Nobel per la letteratura, nel ’76 escono i saggi letterari Sulla poesia, nel ’77 Quaderno di quattro anni, nel 1980 L’opera in versi.
Muore nel 1981; il suo corpo viene trasportato vicino a quello della moglie, presso Firenze.

Il ruolo dell’intellettuale

Decadente in senso lato, Montale descrive la sofferenza dell’uomo in un mondo alienante. Alcuni suoi atteggiamenti sono particolarmente interessanti.
I poeti laureati: Negata qualsiasi finalità storica, tutti coloro che hanno impostato la loro arte nel presente, nel futuro o nel passato si sono inevitabilmente aggrappati ad una certezza fittizia, forse riposante, ma certamente fasulla.
Ecco che per primo Montale liquida la cultura passata fornendo spiegazioni quasi filosofiche.
Il poeta oggi: Non esiste alcun privilegio che distingua il poeta dagli altri uomini; non esiste possibilità d’insegnamento ex cathedra per l’artista, ma solo le confessioni di un individuo che descrive la personale sofferenza: solo così egli può forse comunicare.
Apoliticità: Dopo ciò che abbiamo detto, è evidente quanto una personalità come quella di Montale rifiuti ogni impegno politico: ciò che il poeta difende sono i diritti fondamentali dell’uomo: la libertà di parola e di pensiero e il rispetto reciproco (“Sono riuscito a vivere a lungo senza lustrare le scarpe a nessun tiranno […], senza ricevere ordini dall'alto, o dal basso”).
La poesia: Alla continua ricerca di una poesia pura, quindi individuale e sofferente, Montale afferma:”L’argomento della mia poesia (e credo di ogni possibile poesia) è la condizione umana in sé considerata: non questo o quello avvenimento storico. […] Non posso dire che se i fatti fossero stati diversi anche la mia poesia avrebbe avuto un volto totalmente diverso.

Ossi di Seppia

Nella prima raccolta Montale fissa già le tematiche principali della sua poetica. Una natura anti-dannunziana: I poeti della generazione di Montale non possono fare a meno di confrontarsi con i grandi uomini decadenti, quali D’Annunzio e Pascoli: molti respingono il modello proponendone altri; alcuni polemizzano con il vitalismo superomistico presentandone una parodia (crepuscolari); Montale attraversa l’esperienza decadente per abbandonarla in una visione del mondo profondamente diversa.

Satura

Pubblicata nel 1971, comprende gli Xenia, scritti dal ’64 al ’67. Le opere scritte tra il ’71 e il 1981 presentano le medesime tematiche.
Xenia: I ventotto componimenti sono scritti per mosca, la moglie morta nel ’63 (xenia significa in greco “doni votivi”).
Già nella Bufera la donna era apparsa malata; qui è ritratta nella sua domestica semplicità, rievocata dai suoi oggetti, gesti ed abitudini.
Il lessico è dimesso, lo stile discorsivo e colloquiale; il poeta può nuovamente amare tale figura, in quanto privata di qualsiasi connotazione angelica e salvifica; le deboli virtù consolatorie di Mosca son dedicate interamente ed esclusivamente a Montale.
Tematiche: Il poeta torna quasi alla crisi gnoseologica della prima raccolta, ma reagisce con ironia; mantiene la sua visione del mondo come meccanismo, ma aggiunge una vera e propria crisi d’identità che prima non esisteva.

Formazione e personalità

Formazione culturale: Della “Voce” coglie l’aspetto frammentario e puro della poesia, del Simbolismo ama l’uso dell’analogia e la ricerca di musicalità; è inizialmente affascinato dalle avanguardie, ha inevitabilmente contatti con gli intellettuali liguri e legge i grandi della letteratura italiana per poi come vedremo liquidarli.
Il giovane genovese viene influenzato sensibilmente dal contingentismo di Boutroux, secondo il quale la natura passa dalle scienze semplici a quelle più complesse per arrivare alla meta ultima rappresentata da Dio. Montale parte da tale assunto per arrivare alla convinzione che la natura sia creatrice nel momento del passaggio di stadio e che non esista alcun finalismo religioso, né alcuna bontà, ma solo una sorta di inganno che porta all'illusorio ottimismo.
Di Schopenhauer rifiuta il principio della “volontà di vivere”, mantenendo la concezione dell’afinalità della storia, della natura e dell’esistenza tutta.
Leopardiano è il disagio, la noia, l’impossibilità di aderire attivamente al mondo che lo circonda, la compassione per l’umanità sofferente e l’amore-odio per la natura.
“L’antiavanguardismo” montaliano: Fiero oppositore ma profondo sconoscitore della società di massa. Montale ne rifiuta l’aspetto mercificato e consumistico, teme profondamente i nuovi mezzi di comunicazione e il proporsi continuo di nuovi, fittizi ed effimeri miti. Il suo non è uno sprezzante terrore che un balzo in avanti tecnico e storico così repentino trovi l’umanità ancora impreparata (“si ha l’impressione che oggi gli uomini abbiano aperto gli occhi come mai prima […] ma i loro occhi aperti ancora non vedono nulla”).
Il vero, terribile timore di Montale è che l’uomo possa transumarsi accettando di essere la semplice parte, una minima parte, dell’universale ingranaggio meccanico”; per questo il poeta contrappone al superomismo e all'esaltazione avanguardista dell’umano progresso una cruda, spietata, quasi matematica osservazione: “ogni guadagno […] è pareggiato da equivalenti perdite in altre direzioni, restando invariato il totale di ogni possibile felicità umana.
Gli ossi di seppia presentano un rapporto con la natura ben diverso da quello dannunziano: non esiste più panismo, ma una natura matrigna di matrice leopardiana.
L’uomo osserva il mondo con atteggiamento filosofico, non estetico; è circondato dai poveri ed odorosi limoni, non più da “bossi, ligustri e acanti”; il mare scintilla nel suo fluttuante moto perpetuo, come a sottolineare con indifferenza le precarietà dell’individuo; il poeta è circondato da “crose”, da una “muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”, da un paesaggio duro ed arido, da serpi, anguille, pozzanghere e crepe; non esistono più giardini lussuosi e lussureggianti o lirici stralci paesaggistici.

Correlativo oggettivo: Ma tale descrizione della Liguria, presentata efficacemente ne I limoni, è solo un esempio paradigmatico di una realtà che sembra sgretolarsi (come in Ungaretti) alla luce del sole, di un mondo che nasconde un imbroglio e che forse neppure esiste.
Così, se per i simbolisti gli oggetti rimandavano ad un qualcosa al di là della realtà contingente, per Montale hanno di per loro un significato allusivo: non persiste un mondo concreto e uno trascendentale che illude l’uomo di essere concreto. Alcuni oggetti presenti nelle poesie di Montale rimandano perciò automaticamente ad alcuni stati esistenziali.

Il miracolo:”Il male di vivere”, la rivelazione costernante cara a tutto il ‘900, consiste appunto nello scoprirsi chiusi nel contingente nell'affinità spazio-tempo.
Il tempo fugge indifferente resta il tema principale, ma interpretato con radicale pessimismo; la divinità è sempre presente, ma in una lontananza che nessuna donna angelo può più accorciare  il passato rivive sempre più frequentemente, ma senza gli effetti consolatori delle prime raccolte.

Stile: Montale non si abbandona mai allo sperimentalismo stilistico e le radicali innovazioni presenti nelle sue opere non sono altro che il frutto di sincere ed istintive novità contenutistiche, ideologiche ed espressive; è sorprendente, perciò quanto invece il poeta muti il suo modo di scrivere nell'ultimo quindicennio di vita, a partire dagli Xenia.
Certo lo scetticismo e la disillusione costringono il poeta a rinchiudersi nel privato, certo gli orrori esistenziali e storici annichiliscono qualsiasi slancio vitale e certamente la società post-bellica non lascia spazio alla speranza di una felicità futura ma la stanca vecchiaia del poeta è forse l’elemento più significativo per spiegare un cambiamento radicale.
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Analisi: Gloria del Disteso Mezzogiorno, Montale

di Eugenio Montale
Analisi Metrica del testo:

Per rompere con la tradizione letteraria, Montale ama usare strofe di varia lunghezza, versi liberi, non legati da rime e misure fisse, e vocaboli di timbro comune, familiare; in questa poesia , invece ritorna alla metrica regolare: sono tre quartine in endecasillabi (versi di 11 sillabe) con rime varie e irregolari (greto muretto).
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Eugenio Montale Riassunto Breve

Riassunto vita:
Genovese, Montale ha attraversato la Prima e la Seconda guerra mondiale, la Prima da soldato, la Seconda da testimone della tragedia. Ha esordito cantando il paesaggio ligure e la sua terra salmastra, bruciati dal sole: nell'epoca del fascismo trionfante, era un modo per prendere le distanze dai miti e dalle certezze del tempo. Gli anni trenta, trascorsi a Firenze, lo hanno messo in contatto con i giovani poeti fondatori dell'Ermetismo. Dopo il 1945, lavorando a Milano come giornalista del Corriere della Sera, Montale ha preso posizione contro la massificazione della società e della comunicazione. Non ha mai rinunciato al ruolo scomodo di coscienza critica e di osservatore delle storture presenti. Ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura.

Le opere
Montale scrisse pochi ma meditati libri di versi. Esordì con Ossi di seppia, nel 1925. Passò quasi un quindicennio perché desse alle stampe la sua seconda raccolta, Le occasioni, che costituì assieme al successivo libro La bufera e altro, il suo momento di avvicinamento (ma non di adesione) all'Ermetismo. Dopo queste raccolte, Montale inaugurò una stagione completamente nuova, almeno sul piano del linguaggio e, parzialmente, dei temi, con Satura, uscito nel 1971 e replicato da altri libri successivi del medesimo stampo. Montale fu anche apprezzato prosatore: si segnalò nel genere della prosa breve o prosa d'arte con il libro La farfalla di Dinard.

La Poetica
Tutte le opere di Montale sono alimentate da una sempre viva meditazione, di sapore filosofico sull'esistere umano nella storia. I motivi dominanti del primo Montale, quello di Ossi di seppia, sono il male di vivere e le lacerazioni della coscienza; il paesaggio ligure come simbolo dell'aridità; la ricerca di un varco attraverso cui ristabilire il contatto con la verità e la speranza. Nel secondo Montale, quello fiorentino delle Occasioni e della Bufera, prevalgono temi psicologici (il ricordo) e amorosi, messi a dura prova dalla tragedia della guerra. L'ultimo Montale, quello satirico, è il poeta giornalista del Corriere della Sera, immerso suo malgrado nell'universo della comunicazione di massa. Egli privilegia la critica a ciò che non è autentico, espressa in uno stile ironico e anche autoironico.

Lo Stile
Il primo Montale si stacca nettamente dalla tradizione letteraria, scegliendo per i suoi versi d'esordio uno stile scabro ed essenziale quale corrispettivo dell'aridità esistenziale e del male di vivere. Il secondo Montale utilizza uno stile denso e simbolico: da qui la difficoltà dei lettura che suscitano molte sue liriche, gremite di cose e situazioni poco leggibili, in prima battuta, dal lettore. L'ultimo Montale è quello satirico: in un mondo inautentico, egli sceglie di utilizzare un linguaggio impoetico, che possa evidenziare, paradossalmente, tutta l'inautenticità della comunicazione originata e vissuta nella sfera dei mass-media.
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Eugenio Montale: Satura

Riassunto:
L’ultima stagione poetica di Montale si avvia da Satura, il libro uscito nel 1971 dopo quindici anni di silenzio poetico. L’opera prende il titolo dall’antico genere della satura latina, caratterizzato da una vena critica e parodistica e da grande varietà di temi, toni ecc. (nei banchetti rituali dell’antica Roma, infatti, la satura lanx era un piatto guarnito di numerose primizie, diverse l’una dall’altra). I poeti satirici latini avevano utilizzato questo genere per narrare eventi privati, situazioni quotidiana, ben differenti dai contenuti alti dell’epoca o della tragedia, e /o per criticare comportamenti immorali e vizi sociali: due caratteri ben presenti anche in Satura e nei successivi libri montaliani.

L’opera segnò un forte rinnovamento dei temi e del linguaggio di Montale, come lo stesso poeta precisò, tra l’ironico e il divertito: Satura è un libro molto diverso dagli altri. Penso che turberà i critici i quali avevano ormai cristallizzato il mio lavoro e pensavano che io non avrei dato luogo a nient’altro. Qui, invece il cristallo , cioè la poesia perfetta delle precedenti raccolte si è un po’ rotto… No, non ne sono malcontento.

Abituati al tono elevato della Bufera, molti critici rimasero spiazzati di fronte a quello semplice e colloquiale di Satura, al suo lessico prosastico. Certo si trattava di una scelta coraggiosa da parte dell’anziano poeta; ma, a suo avviso, solo termini quotidiani e toni ironici potevano narrare adeguatamente quei contenuti minimali, i piccoli fatti e i piccoli uomini dell’età contemporanea.

I bersagli dell’ironia
Nascosto come un ectoplasma, come leggiamo nella lirica La storia, il poeta coglie il farsi e il disfarsi della realtà quotidiana. Osserva tutto: piccoli e grandi fatti, della vita pubblica così come della vita privata; ogni cosa ricade sotto la lente della sua divertita, e insieme amara, ironia.
Talora l’ironia si fa pungente autoironia: Raccomando ai miei posteri / (se ve ne saranno) in sede letteraria, / il che resta improbabile, di fare / un bel falò di tutto che riguardi / la mia vita, i miei fatti, i mie non fatti… Altre volte Montale ricorda i propri versi d’un tempo, li cita, ma per smitizzarli, per denigrarsi. Dice per esempio che Clizia è tornata a visitarlo, ma la ritrae nei panni della moglie scomparsa, la Mosca, invecchiata, miope, distratta. La donna angelo, abbassata a proporzioni così domestiche, ormai non può più salvare nessuno.
Tra i motivi più presenti in Satura vi è la balbuzie del linguaggio, originata dalla comunicazione di massa. Montale giornalista prendeva spesso di mira i mass-media, nei suoi scritti giornalistici degli anni cinquanta e sessanta (molti poi ripubblicati nel volume Auto da fé del 1966). Moltiplicare informazioni e conoscenze non produce affatto, a suo avviso, una crescita di umanità; così come l’incremento dei mezzi di comunicazione e della quantità di parole e messaggi (oggi aggiungeremmo: di immagini, reali e virtuali) non porta ad alcun progresso di consapevolezza critica e di cultura.

Lo stile basso e satirico
Non basta: il mestiere del giornalista esperto suggerisce a Montale di usare nelle sue liriche satiriche precisamente quel linguaggio standardizzato dei mass-media e della nuova società dei consumi. Esso sostituisce così in chiave ironica le parole letterarie e i modi alti di un tempo.
Perciò lo stile dell’ultimo Montale appare così anonimo; il tono è quello di un discorso impuro, ove tutto si mescola. Siamo di fronte a una specie di bricolage poetico, di arte povera. Qualche volta, tra i versi, fanno ancora capolino rime e strofe; ma servono solo a dimostrare che per il vecchio poeta l’effetto generale della non-poesia in prosa, è previsto e intenzionale.
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Montale: La Bufera e Altro

di Eugenio Montale
Analisi e commento:

Il terzo volume di Montale, La bufera e altro, pubblicato nel 1956, comprende un primo nucleo di liriche (Finisterre) concepite quale completamento delle Occasioni; a esse si aggiunge in seguito un gruppo di testi più vario per tempi di stesura e tematiche. La novità del libro è che Montale introduce ora, nella sua poesia, accanto ai consueti richiami alle vicende personali, anche nuove tematiche storiche. liriche confluite nella raccolta furono infatti concepite negli anni della guerra: la bufera che dà il titolo alla prima lirica del libro e quindi all'intera raccolta è infatti la guerra, tregenda (tragedia) collettiva da cui nulla sembra salvarsi.
Soprattutto nelle prime poesie del libro, quella della sezione Finisterre, pubblicate nel 1943, i versi sembrano prendere vita in mezzo al fremere della battaglia, or che la lotta /dei viventi più infuria (A mia madre), nell'ora della tortura e dei lamenti /che s'abbatté sul mondo (L'orto), mentre ronzano elitre fuori, ronza il folle /mortorio e sa che due vite non contano (Gli orecchini).

La realtà come mitologia
La storia incalza con i suoi orrori, ma nel libro l'attualità è sempre indiretta, trasfigurata sullo sfondo di immagini allegoriche, di non semplice decifrazione. Gli episodi allusi, infatti, non sono mai direttamente descritti; inoltre sono presentati come drammi sia collettivi sia personali, in un groviglio inestricabile. Scrisse Montale nel 1951: L'argomento della mia poesia (e credo di ogni possibile poesia) è la condizione umana in sé considerata; non questo o quello avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo. Non nego che il fascismo dapprima, la guerra più tardi, e la guerra civile più tardi ancora mi abbiano reso infelice; tuttavia esistevano in me le ragioni di infelicità che andavano molto al di là e al di fuori di questi fenomeni. Perciò, se questo terzo libro di Montale segna un suo deciso avvicinamento alla storia e alla realtà, resta però la sede di una realtà in forma di mito, cioè di una realtà cosmica, universale, da leggersi in senso esistenziale, non immediatamente storico o cronachistico.
Un altro tema tipico della Bufera è il dialogo con i propri cari scomparsi. Il padre e la madre defunti sono protagonisti di alcune liriche molto toccanti (L'arca, proda di Versilia, Voce giunta con le folaghe).
Ebbene, il poeta intrattiene con loro un colloquio a distanza, che ci ricorda certe liriche di Pascoli, anche perché è dai defunti che il poeta cerca il senso dell'umana esistenza. Ma appunto, il dialogo con loro è molto difficile; i defunti sono simili a ombre (certe atmosfere ricordano i mancanti abbracci di Dante con alcune anime dell'oltretomba nella Divina Commedia) e non hanno messaggi da consegnare al poeta, se non la dolcezza dei ricordi e il rimpianto di un passato che non può tornare.

Il ruolo dominante della donna
L'unica a incarnare una speranza di salvezza, in questo modo cupo e ferito dall'odio, rimane la donna. La figura femminile in particolare colei che il poeta chiama Clizia, riveste un ruolo dominante nella raccolta; quasi tutte le poesie della Bufera sembrano dettate al poeta (o meglio, alla sua memoria innamorata) da questo visiting angel (l'espressione è del critico Angelo Marchese). Clizia funge da dolce-lontano messaggero che si rende presente al poeta, di quando in quando, con i suoi messaggi suggestivi, anche se oscuri.
Clizia sembra svolgere, in certi passaggi del libro, un ruolo salvifico (portare la salvezza agli uomini) simile a quello di altre famose ispiratrici, come la Beatrice di Dante e la Laura di Petrarca. In liriche come Iride e La primavera hitleriana, Clizia pare incarnare, in chiave religiosa, la salvezza da lei stessa annunciata: la sua opera sembra continuare il sacrificio supremo, quello di Cristo.
In realtà, però, nessuna salvezza può giungere neppure da Clizia: il dolore dell'esistenza non può essere redento né da lei né dalle sue sorelle, chiamate con i nomi di Mandetta o Volpe. Montale rimane un poeta laico, anche se certamente la dimensione religiosa non lo lascia indifferente. La donna è una figura luminosa, sì, ma irrimediabilmente lontana dall'uomo; in alcune liriche sembra patire personalmente le conseguenze terribili della guerra e in ogni caso non è in grado di portare al poeta, né tanto meno all'umanità, alcuna compiuta salvezza.

Il messaggio laico
Nel suo terzo libro, dunque, Montale canta (con sofferenza) la bufera che investe l'umanità, esprime in versi il male cosmico che travolge il mondo, lo vede con disincantata e razionale lucidità, ma non sa come combatterlo se non con l'arma della profezia, cioè della poesia. Non si identifica con alcuna ideologia, né condanna una singola parte in gioco; afferma solo un senso di fratellanza nei confronti dell'umanità intera, sentimento che nasce dalla consapevolezza di una sorte comune (è un forte motivo di vicinanza a Leopardi).
Noi sappiamo che tutta la poesia di Montale è sollecitata da un assillo morale; una moralità laica, che non si nasconde l'urgenza di aderire ai valori, ma che dubita della possibilità che i valori s'incarnino nella storia, forse perché li vede irraggiungibili. Questo punto di vista emerge esplicitamente nel poemetto in prosa Visita a Fadin, affine (per i suoi temi e per la scelta della prosa) agli scritti della Farfalla di Dinard, ma inserito in virtù della sua importanza nel corpo stesso della Bufera e altro. Elogiando un amico, Fadin, appunto, appena scomparso, Montale scrive di lui che non aveva bisogno di richiamarsi alle questioni supreme, agli universali, chi era sempre vissuto in modo umano, cioè semplice e silenzioso. E aggiunge di avere appreso da Fadin quest'alta lezione di decenza quotidiana (la più difficile delle virtù).
La lezione teorizzata in Visita a Fadin dà vita alle due liriche finali della Bufera (si noti l'importanza della collocazione). Nella prima di esse, Piccolo testamento, la poesia appare l'estrema possibilità di una testimonianza umana; il poeta rifiuta fedi e ideologie (non è lumi di chiesa o d'officina che alimenti chierico rosso, o nero), ma non per fuggire dal mondo, bensì come scelta austera e fraterna: lo sfavillare dei suoi versi voleva essere un bagliore per tutti gli uomini. Nella seconda, Il sogno del prigioniero, si rappresenta l'alienazione in cui si dibatte l'uomo contemporaneo, prigioniero di una società che non gli consente altra scelta se non quella di essere farcitore o farcito. Quest'ultima lirica si conclude però con un toccante invito alla speranza: L'attesa è lunga, il mio sogno di te non è finito.
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Poetica di Eugenio Montale

Montale, nelle sue opere, è stato un autorevole interprete di quella crisi dell'io e della società che caratterizza tanta letteratura del Novecento. La sua è una visione assai differente rispetto a quella di Giuseppe Ungaretti, l'altro poeta classico del secolo. Infatti:
  • Ungaretti parte da una posizione di dolore e pena, ma giunge poi a un'affermazione, sia pure sofferta, di fede religiosa e di speranza;
  • Montale invece non ha mai abbandonato la convinzione della negatività e aridità della vita: un'idea magistralmente espressa fin dal suo primo libro di versi, Ossi di seppia (1925) e confermata nelle sue ultime opere.
Così come mancò a Montale il conforto nella fede, gli mancarono anche le speranze e le soluzioni promesse dalle ideologie (incluso il marxismo), verso cui nutrì sempre diffidenza e freddezza. L'aridità, la negatività montaliane suonarono, negli anni del fascismo, anche come una denuncia delle false certezze su cui la cultura del tempo riposava, con i suoi programmi di ritorno all'ordine, con i suoi miti imperiali. Non a caso l'editore degli Ossi di seppia fu Piero Goberti, uno dei più lucidi intellettuali antifascisti, costretto all'esilio e alla morte precoce a Parigi nel 1926.
Ma anche nel corso degli anni successivi e nelle altre raccolte di versi via via pubblicate, la poesia montaliana non intende abbellire la realtà o nascondere il male di vivere, né dissimulare quella disarmonia (un non sentirsi a posto, un inadattamento, come Montale stesso lo definì) che lo scrittore avvertiva in se stesso, nella storia e nell'esistenza umana. Intende invece dichiararla, senza compiacimenti, ma con la dignità del testimone. E' un atteggiamento paragonabile al pessimismo di Giacomo Leopardi, e che ha diversi punti di contatto anche con la filosofia tipicamente novecentesca dell'esistenzialismo.
Tale visione negativa del vivere viene espressa da Montale in un poetare scabro ed essenziale: Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale, dichiara infatti il celebre inizio di una lirica del suo primo libro, in cui il poeta si rivolge al mare e alla sua azione purificatrice. Ora, questa essenzialità va intesa a più livelli: filosofico, stilistico e tematico, simbolico.

Livello filosofico
Essenzialità è in primo luogo una ricerca di autenticità, di verità, a livello filosofico. Montale che è un poeta assai colto, accostò negli anni delle sue ricche letture genovesi le opere di alcuni filosofi francese, come Boutroux, Bergson, sulla loro scia pensò che il primo compito della poesia fosse quello di attingere l'autenticità della vita: sentivo di essere vicino a qualcosa di essenziale. Un velo sottile, un filo appena mi separava dal quid definitivo, dichiarò in Intenzioni. Intervista immaginaria. Noi sappiamo, dice Montale nei Limoni, che c'è l'anello che non tiene; è nella catena che tutto soffoca, cerchiamo disperatamente il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità. Non riusciamo a ritrovarlo, questo filo, ma non per questo la poesia montaliana rinuncia a cercare tale verità.
La difficoltà di lanciare messaggi positivi, dunque, coesiste con la nostalgia di tali messaggi; la letteratura novecentesca non si arrende, anche se sente lontanissimo, forse irraggiungibile, l'oggetto delle sue aspirazioni (nel caso di Montale, la vera essenza del mondo e dell'uomo).

Livello stilistico
Per Montale, l'essenzialità non è solo un tema filosofico: già in Ossi di seppia essa è anche una scelta tematica e stilistica controcorrente rispetto alla poesia tradizionale. Abbiamo accennato ai temi umili del primo Montale, agli oggetti comuni che abitano le sue liriche (i limoni, gli ossi di seppia ecc.), ambientate in un paesaggio familiare , dimesso. A quei temi, coerentemente, corrispondono scelte stilistiche antiretoriche. Montale infatti rifiuta il dannunzianesimo, ancora di moda: vuole, come scrive lui stesso, torcere il collo al linguaggio della tradizione, all'eloquenza della nostra vecchia lingua aulica; non teme quindi di usare parole comuni, anche dialettali, specie quando si tratta di designare gli animali le piante dell'ambiente ligure.
Prende così vita la tipica poesia di Ossi di seppia: la poesia senza canto di un mondo senza canto. Il poetare di Montale rinuncia a ogni tradizionale prestigio della funzione poetica, all'ambiente elevato e alle parole ricercate dei poeti laureati. Non rinuncia di quando in quando a qualche accensione, alle trombe d'oro della solarità, come dice nella lirica I limoni; ma in prevalenza la sua rimane una poesia che si presenta come scarnificata, depurata da ogni residuo di sentimento esposto o gridato.

Livello simbolico
Infine, nelle Occasioni e nella Bufera, essenzialità è soprattutto un modo molto sobrio di comunicare concetti, emozioni e stati d'animo senza esibirli, senza spiattellarli (è una parola di Montale), ma riassorbendoli nelle situazioni e negli oggetti via via evocati. Ciò significava porsi agli antipodi del Romanticismo idillico e musicale dell'Ottocento. Se i poeti romantici amavano dichiarare i loro sentimenti, per farne partecipi i lettori, Montale li esprime solo attraverso i simboli, o meglio, attraverso oggetti da lui caricati di un valore simbolico. Nasce così la poetica dell'oggetto emblematico, già parzialmente presente in Ossi di seppia (dove sussiste una certa dimensione di simbolismo), ma poi, soprattutto, nelle Occasioni e nella Bufera.
L'uso degli oggetti emblematici avvicina indubbiamente i due libri centrali di Montale alla poetica degli ermetici (Quasimodo, Gatto, Luzi). Ma forse li avvicina ancor più, come Montale stesso vide, alla tecnica del correlativo oggettivo utilizzata dal poeta anglo americano Thomas Stearns Eliot. I versi, cioè, rivelano situazioni (occasioni) biografiche, ovvero fatti, cose, nomi e persone che costituiscano il correlativo (cioè l'equivalente) di un certo sentimento; il poeta tace perciò il sentimento ed evoca solo gli oggetti che a esso alludono. Da qui la sensazione di difficoltà e oscurità suscitata nei lettori, anche per l'alta liricità con cui il poeta riveste i suoi simboli.
Attenzione, però. Benché difficili da decifrare, i simboli di Montale non obbediscono sintatticamente alla logica dell'inconscio, dell'irrazionale. Rispetto alla pura evocazione (al surrealismo) di molte poesie ermetiche, Montale ha sempre preferito affermare il valore della ragione, convinto che la poesia debba opporsi come può al disordine e all'incoerenza della vita contemporanea. Perciò, nelle sue liriche, accanto ai versi liberi, incontriamo anche i più tradizionali endecasillabi, osserviamo strofe  e rime, pur se assai meno comuni delle rime di Saba. Per lo stesso motivo, il periodare di Montale è sintattico (vuole costruire un discorso) e non paratattico (non si riduce a una somma di sensazioni, come fa Ungaretti nell'Allegria). Sono tutti modi attraverso cui l'arte può esprimere il primato della ragione.

Stagione milanese (poesia al 5%)
L'ultima stagione di Montale è quella milanese, inaugurata da Satura (1971). Il vecchio poeta (vincitore nel 1975 del premio Nobel) rivoluziona completamente il proprio modo di scrivere e sconvolge, quindi le aspettative di pubblico e critica. Invece di chiudersi nella nostalgica rievocazione di sé e del suo mondo, coraggiosamente abbandona i toni alti che caratterizzavano soprattutto Le occasioni e La bufera; del resto, ormai da tempo è un giornalista, e quindi lo scrivere è divenuto per lui un fatto feriale.
Anche il linguaggio si fa più basso, comico, ora che la letteratura rischia di scomparire, sopraffatta ormai dalla musa del nostro tempo la precarietà (così nel Quaderno di quattro anni). L'uomo d'oggi non parla più, è come parlato dai mass-media; e la poesia diviene il rovescio della poesia, finendo per assomigliare anch'essa a un inutile ritaglio di giornale.
Già in Ossi di seppia Montale aveva polemizzato con i poeti laureati, quelli che (come D'Annunzio) scelgono timbri sonori, altisonanti, e temi impegnativi; adesso però, nei suoi ultimi libri, denigra tutti i poeti. I poeti defunti dormono sonni tranquilli / sotto i loro epitaffi, leggiamo in Satura; la foglia dell'alloro, antico segno della gloria poetica, oggi appare polverosa e, secondo quanto dichiara il Quaderno di quattro anni, non serve più nemmeno per condire l'arrosto. Lo scrittore stesso di presenta in abito borghese (Satura), è un poeta al cinque per cento, come dice in Diario del '71 e del '72, un intellettuale chiuso in una dimensione privata, minima.
In ogni caso, neppure l'ultimo Montale abbandona mai la nostalgia dell'arte, anche se la dichiara morte, nel mondo alienato e massificato in cui si sente costretto a vivere. La sua denuncia rimane, malgrado tutto, un atto d'amore all'umanità; non lontana, nelle intenzioni, pur se in forme diverse, dalla scelta dell'aridità, che aveva ispirato gli Ossi di seppia giovanili.
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Opere di Eugenio Montale

Montale è stato poeta di pochi ma meditatissimi libri di versi: una produzione scarsa, sul piano quantitativo, ma che gli è bastata per conquistarsi, come e più di Saba e Ungaretti, il ruolo di poeta classico del nostro Novecento, capace di anticipare, e anche di riassumere e superare, le esperienza più significative del secolo. Seguendo l’ordine delle raccolte di versi via via pubblicata, possiamo suddividere la poesia monta liana in tre stagioni poetiche fondamentali, ciascuna segnata da un ambiente caratteristico di vita e di lavoro: la Liguria, Firenze, Milano.

Liguria: Ossi di Seppia
La prima stagione poetica, quella ligure, si lega a Ossi di seppia (1925), il libro d’esordio pubblicato da Montale pochi anni dopo che il fascismo si era insidiato al potere. Il mondo del primo Montale appare comune, familiare: un ambiente marino abitato da presenze fisiche e naturali come onde e schiume, alghe e ciottoli, uccelli e piante (limoni, agavi, eucalipti, tamarischi). La prima poesia del libro è dedicata ai limoni, uno tra gli alberi più comuni; mentre la raccolta prende titolo dai poveri relitti sballottati dalle ondate, le cartilagini di pesci chiamate appunto ossi di seppia.
Ma su questo sfondo delle Cinque Terre liguri, il giovane poeta coglie soprattutto i segni dello sfaldarsi dell’esistenza, lo sgretolarsi di ogni illusoria forma di vita. Ecco come, in Clivio, egli rappresenta il triste paesaggio della vita umana: Un crollo di pietrame che dal cielo / s’inabissa alle prode… / Nella sera distesa appena, s’ode / un ululo di corni, uno sfacelo. Il paesaggio ligure Ossi di seppia sembra insomma caricarsi di un oscuro senso tragico, sembra incarnare ciò che Montale chiama, con un’immagine pregnante, il male di vivere (Spesso il male di vivere ho incontrato: è l’inizio di una delle più famose liriche di ossi di Seppia.

Firenze: Le occasioni e La bufera
La seconda stagione poetica, quella fiorentina, si lega alla raccolta Le occasioni (1939), maturata nel clima raffinato e simbolico dell’Ermetismo fiorentino. Il paesaggio mediterraneo di Ossi di seppia s’interiorizza nell’assorto e simbolico colloquio del poeta con le occasioni della memoria, con la donna amata, Clizia, e con altre figure femminili, anch’esse cantate con pseudonimi (Dora Markus, Liuba, Gerti). In momenti speciali, sollecitate da certe situazioni, queste donne tornano a visitare il poeta attraverso i barlumi del ricordo. Nasce allora la speranza di un possibile contatto, nasce l’illusione di aver trovato un varco nel muro e di poter cogliere, e vivere, l’essenza della vita. Scaturisce da tale speranza la lirica La casa dei doganieri costruita come evocazione della donna amata e dialogo con lei, a distanza, nella memoria. Ma l’esito è deludente: non c’è alcun varco, le altre persone dimenticano, il ricordo stesso si sfalda e la donna resta, di fatto, lontana, inaccessibile.
Alla stagione fiorentina si ricollega anche il terzo grande libro montaliano, La bufera e altro (pubblicato nel 1956, ma concepito negli anni della Seconda guerra mondiale). Fin dal titolo esso pone in primo piano la recente tragedia della guerra, la bufera che ha sconvolto il mondo, con le sue sinistre presenze: i dittatori (La primavera hitleriana), le discriminazioni razziali (La bufera), lo sterminio (L’arca, Gli orecchini), i campi di concentramento (Il sogno del prigioniero). In questo messaggio di rovine, il poeta ascolta con difficoltà sempre maggiore i messaggi che la sua lontana ispiratrice (l’unica rimasta), Clizia, gli invia. E’ così che la storia presente, l’attualità, entra nei versi di Montale: solo di riflesso. La sua non è mai una diretta poesia di denuncia o una poesia politicamente impegnata. Da qui le critiche che dopo il 1945, in clima di Neorealismo, verranno mosse alla sua opera e alla sua figura.

Milano: Satura
La terza stagione di Montale è quella milanese, contrassegnata dal suo lavoro di giornalista, a contatto con la realtà dei mass-media e la società dei consumi del dopoguerra. Questa nuova fase viene inaugurata da Satura (1971) caratterizzata da uno stile diari stico e basso, seguiranno nel 1973 il Diario del ’71 e del ’72, nel 1977 il Quaderno di quattro anni, infine nel 1980 Altri versi. Tutti tioli bassi, come si vede, neutri come i sostantivi (Diario, Quaderno) in essi contenuti.
Se un tempo la poesia di Montale aveva cantato le occasioni salvifiche della memoria, adesso tra i suoi argomenti della routine quotidiana, consistente in eventi privati, cronaca spicciola ecc. Ma non lo fa senza passione: il poeta colpisce con aspra ironia l’immane farsa umana (è un immagine del Quaderno di quattro anni) dove il ridicolo si mescola / all’orrore (così si legge in Altri versi). Il suo bersaglio polemico sono le pretese delle ideologie di guidare il mondo e la falsità della comunicazione di massa. In tal modo, l’ultimo Montale riprende l’atteggiamento negativo già tipico della sua prima raccolta, Ossi di seppia, dove spiccava il famoso verso, codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo (Non chiederci la parola), che riassume la sua posizione e la sua ricerca.

Le prose
Alle citate raccolte di poesia si aggiungono il Quaderno di traduzioni poetiche (1948) e alcuni libri di prosa. Il più importante è La farfalla di Dinard (1956), in cui il poeta raccoglie prose peotiche e divagazioni, rievocando (in modo sempre enigmatico) le medesime occasioni di vita che aveva messo in versi.
Da ricordare anche le prose giornalistiche raccolte in due libri:
  • Auto da fé (1966), un’antologia ricavata dai migliori scritti giornalistici via via usciti sul Corriere della Sera;
  • Fuori di casa (1969), un libro originato dai reportages scritti da Montale in occasione dei suoi viaggi all’estero.
Infine, sempre tra le prose, va citato il volume Sulla poesia (1976), una raccolta di interessanti saggi critici che confermano la statura di Montale letterato e intellettuale.
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Vita e Opere di Montale

Stagione ligure:
1896 = nasce a Genova.
1917 = è arruolato nella Prima guerra mondiale.
1920 = esce il suo primo articolo di critica letteraria, dedicato a Sbarbaro.
1925 = firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti.
1925 = pubblica Ossi di seppia.

Stagione fiorentina
1927 = si trasferisce a Firenze.
1929 = è direttore del Gabinetto G.P. Vieusseux.
1938 = è licenziato dal Vieusseux perché non è fascista.
1939 = pubblica Le occasioni.

Guerra
1940 = sfollato a Genova.
1943 = pubblica le quindici poesie di Finisterre.
1945 = aderisce al Partito d’azione.

Stagione milanese
1948 = inizia a lavorare come giornalista al Corriere della Sera.
1951 = si trasferisce stabilmente a Milano.
1956 = pubblica La bufera e altro (poesia) e La farfalla di Dinard (prosa).
1963 = sposa Drusilla Tanzi (la Mosca).
1967 = è nominato senatore a vita.
1971 = pubblica Satura.
1975 = riceve il premio Nobel per la letteratura.
1981 = muore a Milano.
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Tema su Eugenio Montale

Tema svolto:

Montale nasce a Genova il 12 ottobre 1896, in una famiglia agiata, sesto figlio di Giuseppina Ricci e di Domenico, commerciante di prodotti chimici. Nella città ligure compie i primi studi; a partire dal 1905 trascorre le estati della sua giovinezza nella casa di famiglia di Monterosso, un paese delle Cinque Terre. Per motivi di salute deve abbandonare gli studi tecnici al terzo anno; li riprende in seguito da autodidadatta, con l’aiuto della sorella Marianna. Dopo essersi diplomato ragioniere nel 1915, comincia a lavorare nella ditta paterna e anche a studiare canto operistico, deciso a diventare un cantante professionista. Intanto legge molto, frequentando le biblioteche genovesi.
Nel mentre scoppia la Prima guerra mondiale. Montale viene arruolato nel 1917 e inviato prima alla scuola ufficiali di Parma (dove conosce il critico e poeta Sergio Solmi, che gli resterà amico per tutta la vita) e poi (1918) sul fronte di Vallarsa, in Trentino.
Congedatosi nel 1920, può fare ritorno a Genova. Frequenta artisti e letterati e riprende lo studio del canto. Comincia a scrivere articoli di letteratura: il primo è una recensione dedicata a Trucioli del poeta ligure Camillo Sbarbaro. Conosce la giovane Anna degli Uberti, che successivamente canterà in versi con lo pseudonimo di Arletta (o Annetta): prima di una serie di figure femminili destinate ad abitare le sue poesie a leggere scrittor nuovi come Svevo, Kafka, Musil. Escono intanto le sue prime poesie sulla rivista torinese Primo tempo, diretta da Sergio Solmi e Giacom Debenedetto Croce. In quello stesso anno esce il suo primo volume di versi, Ossi di seppia, pubblicato dal giovane editore torinese Piero Gobetti; l’edizione è sostenuta da un contributo economico del padre del poeta.
Per rendersi economicamente indipendente, si trasferisce nel 1927 a Firenze, assunto come redattore dall’editore fiorentino Bemporad. Poco dopo, nel 1929, sempre a Firenze, viene chiamato a dirigere come bibliotecario una prestigiosa istituzione culturale, il Gabinetto G.P. Vieusseux.
Sul piano letterario, sono anni fecondi e pieni d’incontri per Montale, che frequenta il caffè delle Giubbe Rosse in piazza Vittorio, punto di ritrovo dei giovani poeti ermetici e degli scrittori di Solaria. Nel 1933 conosce la giovane studiosa americana Irma Brandeis (poi cantata con lo pseudonimo poetico di Clizia) e la futura moglie Drusilla Tanzi (ribattezzata la Mosca), all’epoca sposata con il critico d’arte Matteo Marangoni. Compie anche alcuni viaggi all’estero.
Nel dicembre del 1938 Montale viene licenziato dal Vieusseux perché non iscritto al partito fascista; si guadagna allora da vivere come traduttore di scrittori stranieri (Shakespeare, Eliot, Cervantes). Nel 1939 esce a stampa il suo secondo libro di versi, dal titolo Le occasioni.
Trascorre gli anni della Seconda guerra mondiale a Genova, tra molte difficoltà e ospitando anche amici profughi (Umberto Saba, Carlo Levi e altri). Nel 1943 esce a Lugano, in edizione semiclandestina, La bufera e altro (1956). Nel 1945 aderisce al Partito d’azione, di orientamento antifascista, laico e repubblicano.
Dal 1946 Montale comincia a collaborare in qualità di critico musicale al Corriere d’informazione. Due anni dopo prende a scrivere sul Corriere della Sera; il suo primo articolo è un prestigioso editoriale sulla morte di Gandhi. Nel 1951 si trasferisce stabilmente a Milano: nella redazione del Corriere divide la sua stanza con Indro Montanelli.
Nel 1956 esce il suo terzo libro di versi, La bufera e altro, seguito dalle prose poetiche della Farfalla di Dinard. A quest’epoca risale l’amicizia con la poetessa Maria Luisa Spaziani, da lui cantata con lo pseudonimo della Volpe. Nel 1963 sposa con doppio rito, religioso e civile, Drusilla, che però pochi mesi dopo muore, in seguito a una caduta accidentale.
Nel 1967 il presidente della Repubblica Saragat nomina Montale senatore a vita per i suoi altissimi meriti nel campo letterario e artistico. Escono intanto libri che raccolgono il meglio dei suoi scritti giornalistici: Auto da fé nel 1966 e Fuori di casa nel 1969.
La società italiana è attraversata, in quegli anni, dal boom economico, dalla diffusione dei mass-media ma anche dal fenomeno della contestazione giovanile: Montale guarda con ironia e amarezza al mondo massificato che lo circonda e nel quale la poesia sembra avere perduto il proprio ruolo. Il suo silenzio poetico è interrotto nel 1971 da un nuovo libro di versi, Satura, che abbassa, rivoluzionandoli, i temi e il linguaggio precedenti.
Nel 1973 cessa la sua collaborazione con il Corriere della Sera, per il quale ha scritto, tra firmati e non firmati, ben 1505 articoli. Nel 1975 ottiene il premio Nobel per la letteratura, quinto italiano dopo Carducci (1906), Grazia Deledda (1926), Pirandello (1934) e Quasimodo (1959). Nel dicembre 1980 l’editore Einaudi pubblica l’edizione critica di tutte le sue poesie. Montale muore a Milano nel 1981.
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Riassunto vita: Eugenio Montale

Riassunto:
Eugenio Montale (Genova 1896-Milano 1981) divide l'infanzia tra la città natale e Monterosso, nelle Cinque Terre, dove la famiglia possiede una casa. Quel paesaggio si imprime profondamente nell'animo del poeta e caratterizza la sua poesia sin dalle prime esperienze. Interrotti gli studi tecnici per motivi di salute, studia per qualche tempo canto finché, nel 1917, è chiamato alle armi e inviato al fronte. Terminata la guerra, ritorna in Liguria, entra in contatto con gli ambienti letterari genovesi e torinesi e, nel 1925, pubblica la prima raccolta di versi Ossi di seppia. Nello stesso anno prende posizione contro il regime fascista firmando il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto dal filosofo Benedetto Croce. Nel 1926 incontra Italo Svevo e scrive su di lui alcuni articoli che contribuiranno a farlo conoscere al pubblico italiano e segneranno l'inizio del suo successo.
Trasferitosi a Firenze, dirige il Gabinetto scientifico letterario Vieussex fino al 1938, quando viene allontanato dall'incarico perché non iscritto al partito fascista. Dopo la guerra si trasferisce a Milano dove diviene redattore del Corriere della Sera e collaboratore, quale critico musicale, del Corriere dell'informazione.
Raggiunta una fama internazionale e nominato senatore a vita per meriti letterari, nel 1975 riceve il premio Nobel per la letteratura.
La sua prima raccolta di liriche, Ossi di seppia, già contiene i temi di fondo della sua poesia: il male di vivere, l'insensatezza della vita, l'impossibilità umana di uscire da un'esistenza soffocante e disperata. Segue la raccolta Le occasioni (1939) in cui sono rappresentati gli spiragli che la vita offre, vanamente ed episodicamente, contro la solitudine e le sconfitte. Pubblica poi La bufera e altro (1956), le prose di Farfalla di Dinard (1956) e Satura (1971) che contiene le liriche di Xenia, dedicate alla moglie morta nel 1963. Altre sue raccolte di versi escono negli anni settanta.
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Biografia: Eugenio Montale

Biografia:
Per comodità di studio, vogliamo dividere la biografia di Montale, una delle più alte figure della poesia italiana del 900, in tre fasi, corrispondenti alle opere da lui scritte e ai temi trattati.

Prima fase:
Nasce a Genova nel 1896; frequenta l'Istituto Tecnico Commerciale, ma interrompe gli studi per dedicarsi alla musica e al canto (aspirava a diventare cantante lirico): questo il sogno della sua giovinezza. Intanto comincia a scrivere per riviste e giornali e nel 1925 dà alle stampe la sua prima raccolta di liriche Ossi di Seppia. E' una poesia che si contrappone a quella magniloquente di D'Annunzio, una poesia che invita il lettore a riflettere sulle contraddizioni dell'esistenza, sul male di vivere.

Seconda fase:
Nel 1927 Montale si trasferisce a Firenze. Nell'ambiente fiorentino si va maturando la sua poetica. Nasce così la raccolta di poesie Le occasioni uscite nel '39.
Perché questo titolo?
Perché è la vita a offrire spunti e occasioni per riflettere e capire che il vivere dell'uomo è sconfitta e solitudine (vedi il tempo). E' una poesia tutta personale. Il linguaggio si fa più oscuro, legato alle esperienze ermetiche di Ungaretti, di Quasimodo e di altri poeti della stessa corrente.

Terza fase:
Scoppia la 2° guerra mondiale: una bufera tremenda che sconvolge l'Europa e il mondo intero. Da qui la terza raccolta poetica di Montale, La bufera e altro, uscita nel '47, ma composta in gran parte negli anni spaventosi del conflitto. Sono visioni tragiche, lutti, dolori e rovine. Il linguaggio è più chiaro e aperto, comprensibile a tutti. I temi e il tono sono polemici e drammatici. Nel '62 è nominato senatore a vita. Intanto, con il passar degli anni, le tensioni e i ricordi del passato si sfuocano nell'anima del poeta dando origine a momenti più sereni e pacati. Il linguaggio si fa ancora più semplice e suadente in Satura (I edizione 1971; ora in Tutte le poesie, Mondadori) di cui fa parte Xenia. I temi: gli affetti familiari e il ricordo nostalgico della moglie da poco morta. Nel '75 riceve il premio Nobel per la Letteratura. Escono altre poesie (Diario, 1971-72, comprende 46 poesie, Quaderno di quattro anni e Altri versi). I temi principali sono quelli legati alla memoria della moglie morta.
Viene ampliata e ristampata La farfalla di Dinard, un libro di prose. Si spegne a Milano nel 1981, a 85 anni.

La poetica
In quello stesso anno 1925 escono Il processo di Kafka (postumo), I falsari di Gide, Vie aeree di Pasternak e Nodo di vipere di Mauriac.
Ecco i temi trattati in Ossi di seppia:
  • il male di vivere, il dramma dell'esistenza;
  • la ricerca estenuante per trovare un varco verse l'essenza delle cose, un anello che non tiene.
  • il paesaggio aspro e assolato della Liguria ravvivato dal giallo e dal profumo dei limoni (I limoni);
  • il dramma dell'incomunicabilità, il trascorrere del tempo e l'affievolirsi della memoria...
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Eugenio Montale: Gloria del Disteso Mezzogiorno

Testo: Gloria Nel Disteso Mezzogiorno
quand'ombra non rendono gli alberi.

Parafrasi: Gloria Nel Disteso Mezzogiorno
Gloria al pieno e trionfante mezzogiorno

Analisi del testo: Gloria Nel Disteso Mezzogiorno
Per rompere con la tradizione letteraria, Montale ama usare strofe di varia lunghezza

Commento: Gloria Nel Disteso Mezzogiorno
Ecco un altro dei famosi paesaggi assolati di Montale.

Figure retoriche: Gloria Nel Disteso Mezzogiorno
Non disponibili.
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Commento: Gloria del disteso mezzogiorno, Montale

di Eugenio Montale
Commento:

Ecco un altro dei famosi paesaggi assolati di Montale. Un cielo irradiato dalla piena luce del mezzogiorno estivo che svela con evidenza spietata la desolazione della terra: niente ombre, una luce che abbacina e sfuma i contorni (le parvenze) delle cose, niente acqua nel torrente (secco greto) e arsura dappertutto. In tanta desolazione un palpito di vita, un filo di speranza: un uccello, il martin pescatore che, volteggiando sopra la terra assetata, preannuncia la pioggia benefica.
In questa lirica, il male di vivere, motivo ricorrente nei desolati versi di Montale, sembra aprirsi a uno spiraglio di speranza. L’ora presente è avara ed ostile, un paesaggio riarso, ma nell’attesa del bene futuro, la pioggia, vi è già un presentimento di gioia, anzi vi è gioia più compita.
Come abbiamo notato in Meriggiare, anche qui il poeta insiste su motivi aspri e forti, tipici della sua Liguria: un sole nel pieno fulgore dell’estate, “un secco greto”, una “reliquia di vita”, “la buona pioggia di là dallo squallore”… Immagini e parole si accordano rendendo in tutta la sua asprezza paesaggio di luce e di arsura.
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Parafrasi: Gloria del disteso mezzogiorno, Montale

di Eugenio Montale
Parafrasi:

Gloria al pieno e trionfante mezzogiorno
quando gli alberi non mostrano ombra,
gli aspetti delle cose appaiono avvolti
in una luce bionda per la forte luce del sole.
In alto splende il sole e asciuga il letto del torrente.
La mia giornata non è ancora finita
(nota l’analogia tra il giorno e la vita del poeta: il sole, giunto allo zenit, abbaglia e rende arsa la terra; così la vita del poeta, giunta al culmine, è arsa e angosciata dalle vicende dell’esistenza.)
l’ora più bella è quella in cui il sole discende all’orizzonte fino ad illuminare soltanto l’altra parte del muro; è l’ora che avvolge ogni cosa nella luce pallida del tramonto (in un occaso scialbato) così il poeta attende di superare l’angoscia del momento e di avere un po’ di serenità.
E un martin pescatore (è un uccello che si nutre di pesci d’acqua dolce. Secondo la tradizione popolare, la sua apparizione preannuncia la pioggia.) gironzola attorno a una carcassa di un animale. (su un resto di vita, su un paesaggio desolato, riarso, che porta i segni della morte, del disfacimento.)
Dopo la desolazione di questo giorno di arsura, la piena e vera felicità è nell'attesa, una gioia compiuta.
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Testo: Gloria del disteso mezzogiorno, Montale

di Eugenio Montale
Testo poesia:

Gloria del disteso mezzogiorno
quand'ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d'attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.

Il sole, in alto, - e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l'ora più bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.

L'arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s'una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita.
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Figure retoriche: La Casa Dei Doganieri, Montale


di Eugenio Montale
Figure retoriche:

Nella prima strofa l’autore si rivolge direttamente alla ragazza annotando che ella non ricorda più la casa dei doganieri che si trova sul rialzo a strapiombo sulla scogliera e che l’aspetta ancora desolata da quella sera quando ella vi entrò irrequieta e vivace. Questa strofa può avere anche un altro significato: la casa desolata potrebbe significare lo stato d’animo del poeta che ormai attende senza speranza il ritorno della ragazza e la ricorda irrequieta e vivace (nella similitudine i pensieri irrequieti della ragazza sono paragonati ad uno sciame di insetti sempre in movimento).

Nella seconda strofa il poeta afferma che il Libeccio, vento di sud ovest, soffia con violenza sulle mura della casa ormai abbandonata da molti anni ed oggi la ragazza non è più lieta come allora, la sua triste presenza è probabilmente solo nel ricordo del poeta. Seguono due metafore: la bussola è rotta e non può più indicare con precisione la direzione; il calcolo dei punti segnati sulle facce dei dadi non da più il risultato giusto; l’impossibilità di affidarsi al mare e di leggere il futuro dei dadi stanno ad indicare lo smarrimento, l’incapacità dell’uomo di dare un senso ed una direzione precisa all’esistenza. Negli ultimi due versi il poeta sembra certo che adesso la ragazza non ricordi essendo la sua memoria impegnata in ricordi di altri momenti e di altre situazioni; la memoria che come un filo che si arrotola nel gomitolo aggiunge fatti e ricordi ad altri fatti e ad altri ricordi. Oggi è solamente il poeta che inutilmente cerca di rivivere quel lontano passato.

Nella terza strofa Montale insiste nel sottolineare che egli non ha dimenticato pur essendosi rotto il rapporto tra lui e la ragazza; l’immagine della banderuola posta sul comignolo, la quale dovrebbe indicare la direzione mentre in realtà gira senza mai fermarsi, è un’altra metafora per indicare lo smarrimento provocato dall’inesorabile fuga del passato. Il poeta tiene ancora oggi un capo di quel filo dei ricordi ma la casa, il ricordo della casa, si allontana sempre di più nel tempo (il cui scorrere impietoso è simbolicamente rappresentato dalla banderuola che gira sul tetto). Ormai il poeta tiene un capo di un filo che non porta a nessuno e da nessuna parte: ella, la ragazza del ricordo, è chiusa in chissà quale solitudine (come il poeta, del resto) e non è presenta nell'oscurità della casa (diroccata) dei doganieri, dove il poeta si trova.

Nell’ultima strofa il poeta afferma che la speranza di incontrare nuovamente la ragazza svanisce sempre più e lui non sa quale sia il modo per uscire da questo ricordo perché continuamente si forma e poi si infrange come l’onda che si forma e poi si rifrange sulla scogliera. Il varco è qui? si chiede il poeta. L'uscita che porti fuori dal rovente muro d'orto che non ha aperture e non è possibile scalare perché in cima ha cocci aguzzi di bottiglia? Forse è qui il segreto per uscire dalla solitudine, penetrare il mistero dell'esistenza e delle cose? Ma può concludere solamente ribadendo il dubbio assoluto su quale sia il vero significato dell’andare e del restare, della vita e della morte.
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Analisi: Ripenso al tuo sorriso, Montale

di Eugenio Montale
Analisi del testo:


Il linguaggio di "Ripenso al tuo sorriso" è tutt'altro che aulico e criptico; al contrario, è essenziale, diretto, privo della ricercatezza simbolica e delle figure retoriche che tendono a celare e mistificare il messaggio. Nulla è lasciato all'ambiguità: gli oggetti sono chiari e delineati, non permettono interpretazioni allegoriche. Difficilmente potremmo darne una decodificazione soggettiva e personale.
Non ha nulla a che vedere con la teoria di Aldo Rossi: «Una teoria razionale dell’arte non vuole limitare il significato dell’opera da costruire, poiché se sappiamo, ed è chiaro, quello che volevamo dire, non sappiamo se dicevamo che quello». Al contrario, Montale vuole che questa sua poesia abbia un'unica possibile chiave di lettura.
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Montale: Le occasioni

di Eugenio Montale
Riassunto:


Pubblicato nel 1939 da Einaudi, la seconda raccolta di Montale include i versi scritti fra il 1928 e il 1939 (cinque liriche erano state anticipate nel libriccino La casa dei doganieri e altri versi, edito da Vallecchi nel 1932). Con Le occasioni la poesia montaliana cambia linguaggio e contenuti rispetto a Ossi di seppia. Così dichiarò l'autore nell'intervista immaginaria del 1946: Non pensai a una lirica pura nel senso ch'essa ebbe poi anche da noi, a un gioco di suggestioni sonore; ma piuttosto a un frutto che dovesse contenere i suoi motivi senza rivelarli, senza spiattellarli. Tra l'occasione e l'opera oggetto bisognava esprimere l'oggetto e tacere l'occasione spinta.
Riflettiamo su questa dichiarazione. Nel momento in cui si avvicinava all'Ermetismo, Montale ne prende anche le distanza. Dice infatti di non voler atturare, nei suoi versi, un gioco formale o musicale; intende invece mantenere uno stretto legame con l'oggetto, con la realtà. Però dichiara di voler riassorbire le intenzioni nei risultati oggettivi: tacerà il sentimento all'origine della poesia, non rivelerà lo stato d'animo (la spinta) da cui il singolo componimento è nato, e si limiterà a indicare, a evocare fulmineamente l'oggetto che adesso, per lui, incarna il sentimento.
Si tratta di oggetti fortemente simbolici, emblematici. Sono animali, cose, qualunque, semplici parole: per esempio il nome di Buffalo che agisce e salva il poeta nell'omonima lirica; oppure il nuotatore che emerge dall'acqua a indicare misteriosamente il ponte in faccia. il topo bianco che letteralmente fa esistere Dora Markus nella sua poesia; e così via. Tali oggetti sono equivalenti di stati d'animo e fungono come simboli o emblemi; sono cioè correlativi di un emozione che il poeta, per pudore, tace, lasciando che trapeli solo per brevi istanti lirici.

Al di là di ogni effusione dell'io
Incentrandosi sugli oggetti emblematici, la poesia delle Occasioni mette tra parentesi le tante descrizioni e dichiarazioni, le sentenze e i raginamenti di Ossi di seppia. Montale scava ora sulla singola parola, cercando una liricità frammentaria che può disorientare i lettori. Chi legge, infatti, s'imbatte quasi soltanto in oggetti che, a prima vista, dicono poco: per decifrare il loro significato bisogna conoscere il valore che essi assumono nel mondo sentimentale e psicologico dell'autore.
Con tutto ciò superiamo definitivamente ogni residuo di poesia tradizionale o ottocentesca. La lirica esclude da sé qualsiasi emozione o confessione, di cui erano così prodighi i poeti dell'Ottocento. Nessuna effusione dell'io o soggettivismo, ancora così presenti in Pascoli e nei crepuscolari. Con Montale il De cadentismo è finito per sempre e si è aperta la stagione di una poesia pienamente, e consapevolmente, novecentesca.

Il valore del ricordo
Protagonista delle Occasioni non è più l'ambiente esterno (il mare, le Cinque Terre liguri), ma la vita interiore del poeta, l'io suggestivo (pur se, come si accennava, non effuso o blandito, ma solo pudicamente alluso nei simboli). Ambito privilegiato di questa vita soggettiva sono i ricordi. Il poeta cerca nella memoria il senso delle cose e delle sue esperienze personali; in tal modo, grazie ai ricordi, cose e situazioni anche umili possono trasfigurarsi, fino a divenire segni (simboli) di una realtà oltre le cose. Tuttavia, in Montale, il ricordo appare costantemente minacciato; è difficilissimo riattingere il passato. Come disse (1933) il critico Gianfranco Contini, Montale è una specie di Proust alla rovescia: se il grande romanziere francese narra il riemergere del passato, attraverso improvvise folgorazioni, invece Montale canta l'improbabilità o l'estrema difficoltà di tale riemersione.
E' così la sezione più famosa delle Occasioni, costituita dalle brevi liriche chiamata Mottetti, testimonia sia il tentativo del poeta, un tentativo compiuto per emblemi e per forza di poesia, di riappropriarsi del passato, cogliendolo in continuità con il presente, sia l'implacabile devastazione operata dal tempo su ogni cosa, ricordi inclusi.

Clizia e le altre
Accanto alla difficile memoria del passato, l'altra grande tematica del secondo Montale è quella della donna. I due temi sono direttamente collegati tra loro: infatti, è la speranza del poeta, la donna forse può contribuire a salvare le cose dalla distruzione del tempo, dando a esse una forma stabile, duratura.
L'assidua presenza nelle Occasioni di figure femminili costituisce una chiara novità rispetto a Ossi di seppia. Superando il tu generico della prima raccolta, il poeta si rivolge a diverse interlocutrici e in primo luogo a colei che egli chiama Clizia, pseudonimo di una giovane ebrea americana, Irma Brandeis, amata negli anni trascorsi a Firenze. Altri pseudonimi alludono ad altre donne conosciute o amate da Montale.
Sono tutti nomi fittizi alla maniera dei poeti medievali. D'agli stilnovisti Montale riprende l'idea che la donna può svolgere un'opera essenziale, anche se forse neppure lei è la salvatrice dell'io e del mondo. Clizia e con lei le altre figure femminili che abitano Le occasioni, è infatti una creatura, idealizzata sì, ma pur sempre creatura. Assomiglia alla Laura in carne e ossa di Petrarca, più che alle donne-angelo (quasi entità soprannaturali di Dante o degli altri stilnovisti del Duecento. Ecco così nuovamente confermata tutta la laicità dello sguardo di Montale.
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Ossi di Seppia - Montale

di Eugenio Montale
Riassunto:

Ossi di seppia uscì nel 1925, pubblicato da Piero Gobetti (una seconda edizione, con qualche lirica aggiuntiva, segui' nel 1928) Fu subito chiaro che si trattava di un libro di rottura. Veniva infatti a infrangere una tradizione di poesia aristocratica, difficile, concepita come lontana dalle parole e dalle cose della gente comune. Era la tradizione incarnata dal poeta-vate di allora, D'Annunzio, e indirizzata ai lettori borghesi, che per nobilitarsi amavano circondarsi di parole lussuose, di ambientazioni esclusive, di personaggi erori ecc.
Ossi di seppia intendeva affermare valori diversi, lontani dalla retorica di una vita preziosa ed eroica, secondo i modelli dannunziani. Come lo stesso Montale dichiarò, il libro nasceva da uno sforzo verso la semplicità e la chiarezza, a costo di sembrar poveri. Semplicità, implicava appunto una presa di posizione contro D'Annunzio. Per quanto riguarda la chiarezza, si può intendere come una volontà di distanziarsi da quegli altri poeti che, come Pascoli o simbolisti di primo Novecento, intendevano la poesia come una magica rivelazione di nascoste verità. Montale si proponeva invece come uno di quegli scrittori disincantati savi ed avveduti, coscienti dei limiti ed amanti in umiltà dell'arte loro più che di rifar la gente (così egli scrisse nel saggio Stile e tradizione del 1925): interessati cioè a testimoniare la realtà, così come essa è invece di salire sul piedistallo a impartira lezioni di morale ai lettori.

La polemica antifascista
Per cogliere la portata rivoluzionaria di Ossi di seppia dobbiamo riflettere sul concreto momento storico in cui il libro prese forma e fu pubblicato. Erano gli anni in cui il fascismo si mutava in dittatura, per mezzo delle cosiddette leggi speciali, che imponevano un regime totalitario: pensiero unico, capo unico, governo senza oppositori e molta propaganda con cui avevano distorti i fatti. Il filosofo del fascismo, Giovanni Gentile, riteneva che il pensiero (ovviamente un pensiero in linea con le aspettative del regime) fosse in grado di ricreare il mondo.
Il libro di Montale nacque in tale clima, nell'invadenza trionfante di questi modelli culturali. Il poeta di Ossi di seppia esprime una posizione ben diversa: il compito della poesia è si quello di tendere all'assoluto, ma essa poi, concretamente, non può che darci la negatività, come Montale la chiamò, del mondo. La parola cioè non deve fingere una realtà diversa da quella in cui siamo; il pensiero non è in grado di creare un mondo reale, ma solo desideri, ombre, fantasmi. Prendendo a modello non i dasci littori o le acquile, ma gli umili ossi di seppia, la poesia montaliana finì per divenire, negli anni venti (forse al di là delle intenzioni del poeta stesso), un saldo punto di riferimento per chi negava il fascismo e i suoi dogmi.

Il paesaggio ligure
L'opera è ambientata nel paesaggio ligure, cioè in quei luoghi che avevano segnato l'infanzia del poeta e il suo primo rapporto con il mondo. A emergere in tale contesto solo le umili cose, senza pretese, della vita comune. Non casualmente la prima poesia del libro s'intitola I limoni, un frutto assolutamente ordinario. Appunto gli alberi dei limoni, vengono contrapposti alle piante / dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti, che riempiono di solito i versi dei poeti laureati.
A tale poetica di riduzione della letteratura risponde anche il titolo Ossi di seppia: un titolo in umiltà, che allude a poveri relitti sballottati dalle ondate, scrive il poeta in Rivere, destinati a svanire a poco a poco. L'osso di Seppia è umile cartilagine del mollusco, che risulta visibile solo a una volta che l'animale si è decomposto. L'immagine fa pensare a un detrito sbattuto dalla corrente, a un oggetto disidratato, prosciugato dall'azione corrosiva della salsedine, del vento, della natura.

I segni del negativo e la ricerca del varco
Due elementi in particolare hanno un ruolo decisivo nel paesaggio ligure del libro:
- da un lato il mare come simbolo positivo, perchè il mare è sempre immutabile e perfetto, è vastità, dice Montale, che sa spurgare da sé, tutte le imperfezioni del fondo, levigando e ripulendo (mediante l'azione corrosiva della salsedine) ogni incrostazione;
- dall'altro la terraferma, vista per lo più come simbolo negativo, perchè viene raffigurata soprattutto al momento del meriggio assolato (come in Meriggiare pallido e assorto) quest'ultima è l'ora topica (cioè la caratteristica) di Ossi di seppia.

Il contesto tipico del libro è precisamente il terreno spaccato dal sole, la vegetazione colta non nel suo momento di rigoglio, ma in quello del sofferente resistere a erratiche forze di venti. Così leggiamo in Scirocco: Ore perplesse, brividi / d'una vita che fugge / come acqua tra le dita / inafferati eventi / luci ombre, sommoventi / delle cose malferme / sulla terra. Questa terraferma assolata e riarsa raffigura in modo diretto e illuminante il senso della negatività, dell'angoscia, in una parola quel male di vivere che caratterizza la prima raccolta montaliana.

Il giovane Montale, peraltro, non si rassegna al negativo. Cerca qua e la tracce di una possbile salvezza, interrogandosi sulla possibilità di un varco. Ma la sua ricerca è vana: la rete o il muro, che circondano e imprigionano l'uomo, gli tolgono la vista, sono per lui invalicabili, come una muragli; non presentano spiragli o prospettive di salvezza. Il poeta può solo affermare <<ciò che non siamo, ciò che non vogliamo>>
Anche il motivo del tempo contribuisce, in Ossi di seppia, a dare al poeta il senso della sconfitta. E' impossibile infatti fermare i ricordi e ricavare un senso dal passato (una distanza ci divide - Cigola la carrucola). E' un motivo destinato a grandi sviluppi nelle raccolte montaliane successive. Molte liriche di Ossi di seppia sono contraddistinte dall'attesa inutile, perchè il mondo vive in una totale mancanza di significato; le eventuali divinità rimangono silenziose e assenti per noi, della razza / di chi rimane a terra; l'unico bene, o presunto tale, è la divinità Indifferenza.

Il simbolismo e l'alternanza prosa/poesia
L'attaccamento di Montale alla realtà non è realismo in senso stretto. Il poeta di Ossi di seppia, infatti, utilizza oggetti e situazioni quotidiane in chiave simbolica, cioè per esprimere altro: ricordi, emozioni, idee. In lui, insomma, il realismo convive con il simbolismo.

Tale dimensione simbolica, poi prevalente nei due libri successivi, cioè Le occasioni (1939) e La bufera e altro (1956), si evidenzia già qui, nell'opera d'esordio, soprattutto nei segni del paesaggio e in altre situazioni di vita evocate dal poeta. Emerge in particolare in alcune grandi liriche raccolte nella seconda parte del libro, come Arsenio, tradotta nel 1928 in inglese da Thomas Stearns Eliot.

L'alternanza tra realtà e simbolo si riverbera anche nell'oscillazione tra poesia e prosa. In Ossi di seppia di Montale dà voce al bisognno di aderire agli oggetti umili della realtà (e questo è prosa), ma senza per questo rinunciare alla poesia: anzitutto alle forme metriche, anche se variate rispetto alla tradizione. Nelle liriche del libro, l'andamento prosastico e colloquiale invade larghi strati del discorso poetico, spesso occupa lunghe zone descrittive; ma la poesia resiste, conserva anzitutto i suoi suoni caratteristici, rime e assonanze, strofe e metafore. E poi prende il largo nei momenti più intensamente simbolici, allorchè rivelano i cosiddetti fantasmi montaliani: simboli lirici come i gialli demoni nei Limoni o come il girasole impazzito di lce in Portami il girasole.

Tale alternanza prosa/poesia comporta particolare effetti sonori: Montale, che a lungo aveva studiato canto professionistico, sapeva utilizzare nei suoi versi ache gli strumenti della musica e insieme della dissonanza, secondo il modello del grande compositore francese Claude Debussy (1862-1918). Anche in ciò si conferma poeta raffinato, complesso, sempre nutrito di cultura.
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