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Poetica di Eugenio Montale


Montale, nelle sue opere, è stato un autorevole interprete di quella crisi dell'io e della società che caratterizza tanta letteratura del Novecento. La sua è una visione assai differente rispetto a quella di Giuseppe Ungaretti, l'altro poeta classico del secolo. Infatti:
  • Ungaretti parte da una posizione di dolore e pena, ma giunge poi a un'affermazione, sia pure sofferta, di fede religiosa e di speranza;
  • Montale invece non ha mai abbandonato la convinzione della negatività e aridità della vita: un'idea magistralmente espressa fin dal suo primo libro di versi, Ossi di seppia (1925) e confermata nelle sue ultime opere.
Così come mancò a Montale il conforto nella fede, gli mancarono anche le speranze e le soluzioni promesse dalle ideologie (incluso il marxismo), verso cui nutrì sempre diffidenza e freddezza. L'aridità, la negatività montaliane suonarono, negli anni del fascismo, anche come una denuncia delle false certezze su cui la cultura del tempo riposava, con i suoi programmi di ritorno all'ordine, con i suoi miti imperiali. Non a caso l'editore degli Ossi di seppia fu Piero Goberti, uno dei più lucidi intellettuali antifascisti, costretto all'esilio e alla morte precoce a Parigi nel 1926.
Ma anche nel corso degli anni successivi e nelle altre raccolte di versi via via pubblicate, la poesia montaliana non intende abbellire la realtà o nascondere il male di vivere, né dissimulare quella disarmonia (un non sentirsi a posto, un inadattamento, come Montale stesso lo definì) che lo scrittore avvertiva in se stesso, nella storia e nell'esistenza umana. Intende invece dichiararla, senza compiacimenti, ma con la dignità del testimone. E' un atteggiamento paragonabile al pessimismo di Giacomo Leopardi, e che ha diversi punti di contatto anche con la filosofia tipicamente novecentesca dell'esistenzialismo.
Tale visione negativa del vivere viene espressa da Montale in un poetare scabro ed essenziale: Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale, dichiara infatti il celebre inizio di una lirica del suo primo libro, in cui il poeta si rivolge al mare e alla sua azione purificatrice. Ora, questa essenzialità va intesa a più livelli: filosofico, stilistico e tematico, simbolico.

Livello filosofico
Essenzialità è in primo luogo una ricerca di autenticità, di verità, a livello filosofico. Montale che è un poeta assai colto, accostò negli anni delle sue ricche letture genovesi le opere di alcuni filosofi francese, come Boutroux, Bergson, sulla loro scia pensò che il primo compito della poesia fosse quello di attingere l'autenticità della vita: sentivo di essere vicino a qualcosa di essenziale. Un velo sottile, un filo appena mi separava dal quid definitivo, dichiarò in Intenzioni. Intervista immaginaria. Noi sappiamo, dice Montale nei Limoni, che c'è l'anello che non tiene; è nella catena che tutto soffoca, cerchiamo disperatamente il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità. Non riusciamo a ritrovarlo, questo filo, ma non per questo la poesia montaliana rinuncia a cercare tale verità.
La difficoltà di lanciare messaggi positivi, dunque, coesiste con la nostalgia di tali messaggi; la letteratura novecentesca non si arrende, anche se sente lontanissimo, forse irraggiungibile, l'oggetto delle sue aspirazioni (nel caso di Montale, la vera essenza del mondo e dell'uomo).

Livello stilistico
Per Montale, l'essenzialità non è solo un tema filosofico: già in Ossi di seppia essa è anche una scelta tematica e stilistica controcorrente rispetto alla poesia tradizionale. Abbiamo accennato ai temi umili del primo Montale, agli oggetti comuni che abitano le sue liriche (i limoni, gli ossi di seppia ecc.), ambientate in un paesaggio familiare , dimesso. A quei temi, coerentemente, corrispondono scelte stilistiche antiretoriche. Montale infatti rifiuta il dannunzianesimo, ancora di moda: vuole, come scrive lui stesso, torcere il collo al linguaggio della tradizione, all'eloquenza della nostra vecchia lingua aulica; non teme quindi di usare parole comuni, anche dialettali, specie quando si tratta di designare gli animali le piante dell'ambiente ligure.
Prende così vita la tipica poesia di Ossi di seppia: la poesia senza canto di un mondo senza canto. Il poetare di Montale rinuncia a ogni tradizionale prestigio della funzione poetica, all'ambiente elevato e alle parole ricercate dei poeti laureati. Non rinuncia di quando in quando a qualche accensione, alle trombe d'oro della solarità, come dice nella lirica I limoni; ma in prevalenza la sua rimane una poesia che si presenta come scarnificata, depurata da ogni residuo di sentimento esposto o gridato.

Livello simbolico
Infine, nelle Occasioni e nella Bufera, essenzialità è soprattutto un modo molto sobrio di comunicare concetti, emozioni e stati d'animo senza esibirli, senza spiattellarli (è una parola di Montale), ma riassorbendoli nelle situazioni e negli oggetti via via evocati. Ciò significava porsi agli antipodi del Romanticismo idillico e musicale dell'Ottocento. Se i poeti romantici amavano dichiarare i loro sentimenti, per farne partecipi i lettori, Montale li esprime solo attraverso i simboli, o meglio, attraverso oggetti da lui caricati di un valore simbolico. Nasce così la poetica dell'oggetto emblematico, già parzialmente presente in Ossi di seppia (dove sussiste una certa dimensione di simbolismo), ma poi, soprattutto, nelle Occasioni e nella Bufera.
L'uso degli oggetti emblematici avvicina indubbiamente i due libri centrali di Montale alla poetica degli ermetici (Quasimodo, Gatto, Luzi). Ma forse li avvicina ancor più, come Montale stesso vide, alla tecnica del correlativo oggettivo utilizzata dal poeta anglo americano Thomas Stearns Eliot. I versi, cioè, rivelano situazioni (occasioni) biografiche, ovvero fatti, cose, nomi e persone che costituiscano il correlativo (cioè l'equivalente) di un certo sentimento; il poeta tace perciò il sentimento ed evoca solo gli oggetti che a esso alludono. Da qui la sensazione di difficoltà e oscurità suscitata nei lettori, anche per l'alta liricità con cui il poeta riveste i suoi simboli.
Attenzione, però. Benché difficili da decifrare, i simboli di Montale non obbediscono sintatticamente alla logica dell'inconscio, dell'irrazionale. Rispetto alla pura evocazione (al surrealismo) di molte poesie ermetiche, Montale ha sempre preferito affermare il valore della ragione, convinto che la poesia debba opporsi come può al disordine e all'incoerenza della vita contemporanea. Perciò, nelle sue liriche, accanto ai versi liberi, incontriamo anche i più tradizionali endecasillabi, osserviamo strofe  e rime, pur se assai meno comuni delle rime di Saba. Per lo stesso motivo, il periodare di Montale è sintattico (vuole costruire un discorso) e non paratattico (non si riduce a una somma di sensazioni, come fa Ungaretti nell'Allegria). Sono tutti modi attraverso cui l'arte può esprimere il primato della ragione.

Stagione milanese (poesia al 5%)
L'ultima stagione di Montale è quella milanese, inaugurata da Satura (1971). Il vecchio poeta (vincitore nel 1975 del premio Nobel) rivoluziona completamente il proprio modo di scrivere e sconvolge, quindi le aspettative di pubblico e critica. Invece di chiudersi nella nostalgica rievocazione di sé e del suo mondo, coraggiosamente abbandona i toni alti che caratterizzavano soprattutto Le occasioni e La bufera; del resto, ormai da tempo è un giornalista, e quindi lo scrivere è divenuto per lui un fatto feriale.
Anche il linguaggio si fa più basso, comico, ora che la letteratura rischia di scomparire, sopraffatta ormai dalla musa del nostro tempo la precarietà (così nel Quaderno di quattro anni). L'uomo d'oggi non parla più, è come parlato dai mass-media; e la poesia diviene il rovescio della poesia, finendo per assomigliare anch'essa a un inutile ritaglio di giornale.
Già in Ossi di seppia Montale aveva polemizzato con i poeti laureati, quelli che (come D'Annunzio) scelgono timbri sonori, altisonanti, e temi impegnativi; adesso però, nei suoi ultimi libri, denigra tutti i poeti. I poeti defunti dormono sonni tranquilli / sotto i loro epitaffi, leggiamo in Satura; la foglia dell'alloro, antico segno della gloria poetica, oggi appare polverosa e, secondo quanto dichiara il Quaderno di quattro anni, non serve più nemmeno per condire l'arrosto. Lo scrittore stesso di presenta in abito borghese (Satura), è un poeta al cinque per cento, come dice in Diario del '71 e del '72, un intellettuale chiuso in una dimensione privata, minima.
In ogni caso, neppure l'ultimo Montale abbandona mai la nostalgia dell'arte, anche se la dichiara morte, nel mondo alienato e massificato in cui si sente costretto a vivere. La sua denuncia rimane, malgrado tutto, un atto d'amore all'umanità; non lontana, nelle intenzioni, pur se in forme diverse, dalla scelta dell'aridità, che aveva ispirato gli Ossi di seppia giovanili.


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