Montale: Le occasioni


di Eugenio Montale
Riassunto:


Pubblicato nel 1939 da Einaudi, la seconda raccolta di Montale include i versi scritti fra il 1928 e il 1939 (cinque liriche erano state anticipate nel libriccino La casa dei doganieri e altri versi, edito da Vallecchi nel 1932). Con Le occasioni la poesia montaliana cambia linguaggio e contenuti rispetto a Ossi di seppia. Così dichiarò l'autore nell'intervista immaginaria del 1946: Non pensai a una lirica pura nel senso ch'essa ebbe poi anche da noi, a un gioco di suggestioni sonore; ma piuttosto a un frutto che dovesse contenere i suoi motivi senza rivelarli, senza spiattellarli. Tra l'occasione e l'opera oggetto bisognava esprimere l'oggetto e tacere l'occasione spinta.
Riflettiamo su questa dichiarazione. Nel momento in cui si avvicinava all'Ermetismo, Montale ne prende anche le distanza. Dice infatti di non voler atturare, nei suoi versi, un gioco formale o musicale; intende invece mantenere uno stretto legame con l'oggetto, con la realtà. Però dichiara di voler riassorbire le intenzioni nei risultati oggettivi: tacerà il sentimento all'origine della poesia, non rivelerà lo stato d'animo (la spinta) da cui il singolo componimento è nato, e si limiterà a indicare, a evocare fulmineamente l'oggetto che adesso, per lui, incarna il sentimento.
Si tratta di oggetti fortemente simbolici, emblematici. Sono animali, cose, qualunque, semplici parole: per esempio il nome di Buffalo che agisce e salva il poeta nell'omonima lirica; oppure il nuotatore che emerge dall'acqua a indicare misteriosamente il ponte in faccia. il topo bianco che letteralmente fa esistere Dora Markus nella sua poesia; e così via. Tali oggetti sono equivalenti di stati d'animo e fungono come simboli o emblemi; sono cioè correlativi di un emozione che il poeta, per pudore, tace, lasciando che trapeli solo per brevi istanti lirici.

Al di là di ogni effusione dell'io
Incentrandosi sugli oggetti emblematici, la poesia delle Occasioni mette tra parentesi le tante descrizioni e dichiarazioni, le sentenze e i raginamenti di Ossi di seppia. Montale scava ora sulla singola parola, cercando una liricità frammentaria che può disorientare i lettori. Chi legge, infatti, s'imbatte quasi soltanto in oggetti che, a prima vista, dicono poco: per decifrare il loro significato bisogna conoscere il valore che essi assumono nel mondo sentimentale e psicologico dell'autore.
Con tutto ciò superiamo definitivamente ogni residuo di poesia tradizionale o ottocentesca. La lirica esclude da sé qualsiasi emozione o confessione, di cui erano così prodighi i poeti dell'Ottocento. Nessuna effusione dell'io o soggettivismo, ancora così presenti in Pascoli e nei crepuscolari. Con Montale il De cadentismo è finito per sempre e si è aperta la stagione di una poesia pienamente, e consapevolmente, novecentesca.

Il valore del ricordo
Protagonista delle Occasioni non è più l'ambiente esterno (il mare, le Cinque Terre liguri), ma la vita interiore del poeta, l'io suggestivo (pur se, come si accennava, non effuso o blandito, ma solo pudicamente alluso nei simboli). Ambito privilegiato di questa vita soggettiva sono i ricordi. Il poeta cerca nella memoria il senso delle cose e delle sue esperienze personali; in tal modo, grazie ai ricordi, cose e situazioni anche umili possono trasfigurarsi, fino a divenire segni (simboli) di una realtà oltre le cose. Tuttavia, in Montale, il ricordo appare costantemente minacciato; è difficilissimo riattingere il passato. Come disse (1933) il critico Gianfranco Contini, Montale è una specie di Proust alla rovescia: se il grande romanziere francese narra il riemergere del passato, attraverso improvvise folgorazioni, invece Montale canta l'improbabilità o l'estrema difficoltà di tale riemersione.
E' così la sezione più famosa delle Occasioni, costituita dalle brevi liriche chiamata Mottetti, testimonia sia il tentativo del poeta, un tentativo compiuto per emblemi e per forza di poesia, di riappropriarsi del passato, cogliendolo in continuità con il presente, sia l'implacabile devastazione operata dal tempo su ogni cosa, ricordi inclusi.

Clizia e le altre
Accanto alla difficile memoria del passato, l'altra grande tematica del secondo Montale è quella della donna. I due temi sono direttamente collegati tra loro: infatti, è la speranza del poeta, la donna forse può contribuire a salvare le cose dalla distruzione del tempo, dando a esse una forma stabile, duratura.
L'assidua presenza nelle Occasioni di figure femminili costituisce una chiara novità rispetto a Ossi di seppia. Superando il tu generico della prima raccolta, il poeta si rivolge a diverse interlocutrici e in primo luogo a colei che egli chiama Clizia, pseudonimo di una giovane ebrea americana, Irma Brandeis, amata negli anni trascorsi a Firenze. Altri pseudonimi alludono ad altre donne conosciute o amate da Montale.
Sono tutti nomi fittizi alla maniera dei poeti medievali. D'agli stilnovisti Montale riprende l'idea che la donna può svolgere un'opera essenziale, anche se forse neppure lei è la salvatrice dell'io e del mondo. Clizia e con lei le altre figure femminili che abitano Le occasioni, è infatti una creatura, idealizzata sì, ma pur sempre creatura. Assomiglia alla Laura in carne e ossa di Petrarca, più che alle donne-angelo (quasi entità soprannaturali di Dante o degli altri stilnovisti del Duecento. Ecco così nuovamente confermata tutta la laicità dello sguardo di Montale.