Montale: La Bufera e Altro


di Eugenio Montale
Analisi e commento:

Il terzo volume di Montale, La bufera e altro, pubblicato nel 1956, comprende un primo nucleo di liriche (Finisterre) concepite quale completamento delle Occasioni; a esse si aggiunge in seguito un gruppo di testi più vario per tempi di stesura e tematiche. La novità del libro è che Montale introduce ora, nella sua poesia, accanto ai consueti richiami alle vicende personali, anche nuove tematiche storiche. liriche confluite nella raccolta furono infatti concepite negli anni della guerra: la bufera che dà il titolo alla prima lirica del libro e quindi all'intera raccolta è infatti la guerra, tregenda (tragedia) collettiva da cui nulla sembra salvarsi.
Soprattutto nelle prime poesie del libro, quella della sezione Finisterre, pubblicate nel 1943, i versi sembrano prendere vita in mezzo al fremere della battaglia, or che la lotta /dei viventi più infuria (A mia madre), nell'ora della tortura e dei lamenti /che s'abbatté sul mondo (L'orto), mentre ronzano elitre fuori, ronza il folle /mortorio e sa che due vite non contano (Gli orecchini).

La realtà come mitologia
La storia incalza con i suoi orrori, ma nel libro l'attualità è sempre indiretta, trasfigurata sullo sfondo di immagini allegoriche, di non semplice decifrazione. Gli episodi allusi, infatti, non sono mai direttamente descritti; inoltre sono presentati come drammi sia collettivi sia personali, in un groviglio inestricabile. Scrisse Montale nel 1951: L'argomento della mia poesia (e credo di ogni possibile poesia) è la condizione umana in sé considerata; non questo o quello avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo. Non nego che il fascismo dapprima, la guerra più tardi, e la guerra civile più tardi ancora mi abbiano reso infelice; tuttavia esistevano in me le ragioni di infelicità che andavano molto al di là e al di fuori di questi fenomeni. Perciò, se questo terzo libro di Montale segna un suo deciso avvicinamento alla storia e alla realtà, resta però la sede di una realtà in forma di mito, cioè di una realtà cosmica, universale, da leggersi in senso esistenziale, non immediatamente storico o cronachistico.
Un altro tema tipico della Bufera è il dialogo con i propri cari scomparsi. Il padre e la madre defunti sono protagonisti di alcune liriche molto toccanti (L'arca, proda di Versilia, Voce giunta con le folaghe).
Ebbene, il poeta intrattiene con loro un colloquio a distanza, che ci ricorda certe liriche di Pascoli, anche perché è dai defunti che il poeta cerca il senso dell'umana esistenza. Ma appunto, il dialogo con loro è molto difficile; i defunti sono simili a ombre (certe atmosfere ricordano i mancanti abbracci di Dante con alcune anime dell'oltretomba nella Divina Commedia) e non hanno messaggi da consegnare al poeta, se non la dolcezza dei ricordi e il rimpianto di un passato che non può tornare.

Il ruolo dominante della donna
L'unica a incarnare una speranza di salvezza, in questo modo cupo e ferito dall'odio, rimane la donna. La figura femminile in particolare colei che il poeta chiama Clizia, riveste un ruolo dominante nella raccolta; quasi tutte le poesie della Bufera sembrano dettate al poeta (o meglio, alla sua memoria innamorata) da questo visiting angel (l'espressione è del critico Angelo Marchese). Clizia funge da dolce-lontano messaggero che si rende presente al poeta, di quando in quando, con i suoi messaggi suggestivi, anche se oscuri.
Clizia sembra svolgere, in certi passaggi del libro, un ruolo salvifico (portare la salvezza agli uomini) simile a quello di altre famose ispiratrici, come la Beatrice di Dante e la Laura di Petrarca. In liriche come Iride e La primavera hitleriana, Clizia pare incarnare, in chiave religiosa, la salvezza da lei stessa annunciata: la sua opera sembra continuare il sacrificio supremo, quello di Cristo.
In realtà, però, nessuna salvezza può giungere neppure da Clizia: il dolore dell'esistenza non può essere redento né da lei né dalle sue sorelle, chiamate con i nomi di Mandetta o Volpe. Montale rimane un poeta laico, anche se certamente la dimensione religiosa non lo lascia indifferente. La donna è una figura luminosa, sì, ma irrimediabilmente lontana dall'uomo; in alcune liriche sembra patire personalmente le conseguenze terribili della guerra e in ogni caso non è in grado di portare al poeta, né tanto meno all'umanità, alcuna compiuta salvezza.

Il messaggio laico
Nel suo terzo libro, dunque, Montale canta (con sofferenza) la bufera che investe l'umanità, esprime in versi il male cosmico che travolge il mondo, lo vede con disincantata e razionale lucidità, ma non sa come combatterlo se non con l'arma della profezia, cioè della poesia. Non si identifica con alcuna ideologia, né condanna una singola parte in gioco; afferma solo un senso di fratellanza nei confronti dell'umanità intera, sentimento che nasce dalla consapevolezza di una sorte comune (è un forte motivo di vicinanza a Leopardi).
Noi sappiamo che tutta la poesia di Montale è sollecitata da un assillo morale; una moralità laica, che non si nasconde l'urgenza di aderire ai valori, ma che dubita della possibilità che i valori s'incarnino nella storia, forse perché li vede irraggiungibili. Questo punto di vista emerge esplicitamente nel poemetto in prosa Visita a Fadin, affine (per i suoi temi e per la scelta della prosa) agli scritti della Farfalla di Dinard, ma inserito in virtù della sua importanza nel corpo stesso della Bufera e altro. Elogiando un amico, Fadin, appunto, appena scomparso, Montale scrive di lui che non aveva bisogno di richiamarsi alle questioni supreme, agli universali, chi era sempre vissuto in modo umano, cioè semplice e silenzioso. E aggiunge di avere appreso da Fadin quest'alta lezione di decenza quotidiana (la più difficile delle virtù).
La lezione teorizzata in Visita a Fadin dà vita alle due liriche finali della Bufera (si noti l'importanza della collocazione). Nella prima di esse, Piccolo testamento, la poesia appare l'estrema possibilità di una testimonianza umana; il poeta rifiuta fedi e ideologie (non è lumi di chiesa o d'officina che alimenti chierico rosso, o nero), ma non per fuggire dal mondo, bensì come scelta austera e fraterna: lo sfavillare dei suoi versi voleva essere un bagliore per tutti gli uomini. Nella seconda, Il sogno del prigioniero, si rappresenta l'alienazione in cui si dibatte l'uomo contemporaneo, prigioniero di una società che non gli consente altra scelta se non quella di essere farcitore o farcito. Quest'ultima lirica si conclude però con un toccante invito alla speranza: L'attesa è lunga, il mio sogno di te non è finito.


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