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Analisi e commento: Sopra un basso rilievo antico sepolcrale

Sopra un bassorilievo antico sepolcrale dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi. La canzone fu composta tra il 1831 e il 1835 nel periodo in cui era forte la sua passione per Fanny Targioni Tozzetti (ma si trattava di un amore non corrisposto) e pubblicata la prima volta nell'edizione di Napoli 1835.


Commento

Fu ispirata dalla vista di un bassorilievo funebre che vide durante il suo viaggio romano nello studio dello scultore Pietro Tenerani. Era scolpito per la tomba di una giovane fanciulla, Clelia Severini, morta a 19 anni.

Centrale è la riflessione sulla morte, causa d’affanno per i vivi, eroicamente affrontata invece dalla fanciulla, rappresentata sul monumento nell'atto di scendere agli Inferi.
Il tema della giovinezza stroncata da una morte prematura ricorre costantemente nella poesia di Leopardi, specie nei Canti recanatesi (A SilviaLe ricordanze), ed è spesso associata alla caduta delle illusioni del poeta.

Leopardi accettava la concezione stoica per la quale in certe condizioni è meglio il suicidio che accettare le disgraziate condizioni di vita. Questo era dovuto alla sua infelicità sentimentale, al suo terribile stato fisico e salutare che lo rendevano ostile agli altri, tranne che a pochi intimi amici. Ma in questa poesia sposta il suo interesse verso la vita, sconfiggendo, una volta per sempre l'idea del suicidio. Infatti Leopardi, del resto non si suicidò mai. Allontana definitivamente l’idea del suicidio perché è ormai fuori dalla tempestosa bufera amorosa, e vive nelle agitate acque delle giornate napoletane, affrontando i problemi della vita quotidiana.



Analisi del testo

Schema metrico: canzone libera.

La canzone non è rimata in maniera regolare, ma è modulata su una fitta trama di rime, assonanze e consonanze, tra verso e verso e all'interno dei versi stessi. Le strofe sono di lunghezza diversa (complessivamente 109 versi).

La seconda parte della canzone ruota intorno al tema della natura: una natura, più che matrigna, indifferente.


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Analisi: Ad Angelo Mai, Leopardi

di Giacomo Leopardi
Analisi del testo:


Leopardi ha composto questa canzone a Recanati nel gennaio del 1820, prendendo spunto dalla scoperta di parte del De republica di Cicerone ad opera di Angelo Mai, filologo e bibliotecario della Biblioteca Apostolica Vaticana. È dedicata al conte Leonardo Trissino, amico di Pietro Giordani.

I contenuti sono di tipo eroico-civili come nelle prime due canzoni, ma Ad Angelo Mai introduce un nuovo motivo soggettivo-lirico, incentrato sui temi della noia, della disperazione, della nullità della vita. A questo ozio e alla decadenza dell'Italia contemporanea si oppone la storia, ovvero il ricordo della passata grandezza composto da uno spirito eroico e che sa sia soffrire sia realizzare delle imprese. Tra questi uomini gloriosi della letteratura vi sono: Dante, Petrarca, Colombo, Ariosto, Tasso, Alfieri. Secondo Leopardi, la civiltà moderna ha rinunciato all’immaginazione degli antichi per inseguire il mito del progresso scientifico. In questa poesia hanno un ruolo importante gli stati d'animo del poeta caratterizzati da una profonda delusione e sconforto per il crollare delle illusioni e perché sente che la propria vita è minacciata dal tedio e dal senso del nulla.

Schema metrico: la canzone si compone di dodici strofe di 15 versi, dei quali 12 endecasillabi e 3 settenari (il 2°, il 7°, l’11°), con il seguente schema di rime: AbCBCDeFGDeFGHH.

Fra i caratteri stilistici e metrici di questa canzone sono da rilevare in particolare:
  • L’impiego di parole ed espressioni che evocano idea di infinito e di indeterminato (e perciò, per Leopardi, di per sé poetiche): antica, lunga etade, obblio, ignota, infiniti, ecc.; 
  • Il ripetersi dei suoni nasali (in particolare in unione con la vocale a) che produce lo stesso effetto di infinito e indeterminatezza; 
  • L’uso di rime baciate in chiusura di stanza, che danno un tono di sentenziosità e apoditticità: ad esempio, la rima culla:nulla, che rappresenta tragicamente il destino di morte e insignificanza dell’uomo; 
  • La mescolanza di parole classiche, auliche e arcaiche (virtude, duolo, averno, ecc.) e di parole vaghe e in- definite, per sottolineare il dissidio fra antico e moderno.

La canzone può essere suddivisa in tre parti:

Prima parte (vv. 1-55): in questa fase Leopardi non nasconde l'ammirazione per Angelo Mai e lo esalta per aver riscoperto le opere degli antichi padri della letteratura.

Seconda parte (vv. 56-175): qui il poeta appare nostalgico, ripensa al periodo del Rinascimento.

Terza parte (vv. 175-180): nella fase conclusiva si rivolge ad Angelo Mai dicendogli che non deve fermarsi a ciò che a trovato ma che deve continuare le sue ricerche con speranza per cambiare l'attuale condizione degli italiani in modo che quest'ultimi possano compiere nobili azioni o almeno vergognarsi della loro abiezione.


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Analisi La locandiera, Goldoni

di Carlo Goldoni
Analisi del testo:

Carlo Goldoni è stato un drammaturgo, scrittore e avvocato italiano, più precisamente di Venezia. Nacque nell'inizio del ‘700 e morì alla fine dello stesso anno a Parigi. E' considerato uno dei padri della commedia moderna e tra le sue più famose opere ricordiamo La bottega del caffè e La locandiera, scritta nel 1753. A proposito di quest'ultima, in questa pagina ne verrà fatta un'analisi approfondita.

Narratore

Non c’è un vero e proprio narratore ma più narratori, ovvero gli stessi protagonisti dell’opera tramite discorsi diretti o monologhi.

Struttura

E' una commedia in 3 atti.
La storia si incentra sulle vicende di Mirandolina. Goldoni aveva una visione critica, criticando i nobili, quindi stando dalla parte di Mirandolina, per la quale nutre simpatia.

Genere: È una commedia poiché ha tematiche leggere con l’obbiettivo di far ridere il pubblico/lettore con un lieto fine.

Personaggi

- Mirandolina è una cameriera che gestisce una locanda a Firenze, e da qui prende il titolo “La locandiera”. Ha un carattere deciso ed esprime l’intelligenza, l’autonomia e la consapevolezza della donna del ‘700. Per far innamorare il cavaliere si mostra più gentile e piena di riguardi nei suoi confronti, dichiarando di disprezzare le donne che puntano solo al matrimonio.

- Conte di Albafiorita è convinto che con il denaro si può avere tutto (stima, onore e amore). È ricco e sfoggia continuamente il suo denaro. È un borghese deriso dalle sue origini non nobili da parte del marchese.
- Marchese di Forlipopoli è un nobile impoverito e taccagno, ma orgoglioso del suo titolo di marchese. Nobile decaduto. Ha bisogno di ribadire continuamente la sua condizione sociale. È taccagno ma dipende anche dal fatto che non possiede molto denaro. Vanitoso e presuntuoso.

- Cavaliere di Ripafratta odia le donne e le tratta come esseri inferiori. È il personaggio con più cambiamento psicologico all’interno dell’opera e dopo aver conosciuto Mirandolina cambia il suo carattere. È ricco e borghese. È misogino, ovvero che tratta male le donne, con aria di superiorità.

- Fabrizio è un cameriere della locanda che aiuta Mirandolina, della quale ne è innamorato. Si sposerà con Mirandolina rispettando le volontà del padre defunto (di mirandolina) ma soprattutto perché potrà dire di aver fatto diventare Fabrizio padrone della locanda grazie a lei.. È geloso nei confronti di Mirandolina.

- Ortensia e Dejanira sono due finte nobildonne


Personaggio preferito

Il Cavaliere di Ripafratta, anche per come ho detto prima, è il personaggio meglio caratterizzato e con più cambiamenti psicologici e caratteriali, anche se secondo i miei gusti non è comunque un grandissimo personaggio, anche se è “abbastanza” in una breve commedia e divagando, non in qualcosa di lungo e complesso come può essere il personaggio di Dante nella Divina Commedia.

Riassunto/trama

Mirandolina viene costantemente corteggiata da ogni uomo che frequenta la locanda, e in modo particolare dal marchese di Forlipopoli, un aristocratico decaduto a cui non rimane nient'altro se non il prestigioso titolo nobiliare, e dal conte d'Albafiorita, un mercante che, arricchitosi, è entrato a far parte della nuova nobiltà. I due personaggi rappresentano gli estremi dell'alta società veneziana del tempo. Il marchese, avvalendosi esclusivamente del suo onore (ormai effimero), è convinto che basti elargire la sua protezione per conquistare il cuore della bella. Al contrario, il conte, crede che così come ha comperato il blasonato titolo, possa procurarsi l'amore di Mirandolina acquistandole numerosi regali. L'astuta locandiera, da buona mercante, non si concede a nessuno dei due, lasciando intatta l'illusione di una possibile conquista. I nobili clienti, invaghiti, tardano a lasciare l'osteria, e così facendo contribuiscono alla crescita del profitto e della rinomanza della locanda.
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Analisi: Donne ch'avete intelletto d'amore, Dante

di Dante Alighieri
Analisi del testo:

E' una poesia di Dante in cui loda Beatrice e spiega alle donne che conoscono l'amore (e quindi le uniche che possono capirlo) quanto siano grandi le facoltà benefiche di Beatrice.
Ad esempio parla del fatto che è desiderata dai santi in paradiso (tanto che dicono che il paradiso ha tutto tranne lei per essere perfetto); che chiunque la veda non può avere pensieri malvagi, che persino Amore si meraviglia di quanto sia stupenda e si rende conto che Dio l'ha creata per far vedere agli uomini in terra un pezzo di paradiso e portarli sulla buona strada.

Questa poesia, o meglio canzone contenuta nella Vita Nova, segna il passaggio verso una nuova concezione dell’amore, che d’ora in poi tenderà «alla perfezione dell’amore celeste». La prima stanza ha funzione proemiale, mentre l’ultima, fa da congedo. Le tre stanze centrali contengono invece la lode di Beatrice e sono disposte in un significativo ordine discendente: dal paradiso (seconda stanza) al mondo terreno (quarta stanza) passando attraverso Beatrice, vista come figura di mediazione tra cielo e terra (terza stanza). In queste tre stanze centrali si incontrano altrettante parole chiave della cultura stilnovistica: «Angelo» , «Madonna» , «Amor» .


METRICA: canzone di 5 strofe, ognuna di 14 versi tutti endecasillabi. Lo schema è ABBC, ABBC; CDD, CEE.
Dopo la serie ABB, che crea l’attesa per il classico schema a rima incrociata, interviene una rima in C che chiude in maniera asimmetrica il primo piede. La simmetria è ripristinata solo dopo il secondo piede, che ripete per intero la sequenza ABBC. L’inizio della sirma è ancora in C, a sottolineare lo stretto legame tra le sue parti della stanza con un nuovo effetto di rima baciata. Tutto lo schema della sirma del resto (CDD, CEE) valorizza le rime baciate, tra le quali assumono particolare rilevanza quelle in posizione finale; nelle prime due stanze la rima conclusiva ha anche la funzione di evidenziare l’antitesi («vui» : «altrui», vv. 13-14, e soprattutto «mal nati» : «beati», vv. 27-28).


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Il buio oltre alla siepe, trama e analisi del testo

TRAMA:
In questo libro, l’autore racconta in prima persona gli anni d’infanzia di una ragazza di nome Jean Louise o Scout. Lei ha circa sei anni e d ha un fratello maggiore di nome Jem. Sua madre è morta quando lei aveva solo due anni. Suo padre, Atticus Finch, invece è un avvocato e lavora nella loro città: Maycomb. La loro famiglia ha anche una domestica di colore, di nome Calpurnia. La situazione iniziale si presenta calma e tranquilla e Scout, che aveva circa sei anni e suo fratello maggiore Jem incontrano un ragazzo della loro età, di nome Dill. Insieme passano l’estate giocando ed esplorando la casa apparentemente inabitata della famiglia Radley. A settembre Dill deve ritornare a casa sua e Scout e Jem iniziano la scuola. Dopo un anno scolastico, caratterizzato da tante novità, soprattutto per Scout che frequentava la prima elementare, arrivò di nuovo l’estate. Quella estate, secondo Atticus , sarebbe stata molto difficile per i suoi figli perché lui doveva difendere Tom Robinson, accusato di violenza carnale. Le persone della loro città Maycomb, basavano ancora le loro scelte sui pregiudizi e consideravano inferiori i negri, nonostante fossero liberi. Tom era un negro e per questo, molte volte, i ragazzi hanno dovuto sopportare gli insulti dei loro compagni. Data la difficile situazione la zia Alexandra, si trasferì a casa di Atticus per occuparsi dell’educazione dei suoi figli e in particolare di quella di Scout che non si comportava come una signorina. Alcuni vicini come Miss Maudie sostenevano la famiglia Finch nel difendere Tom Robinson. Il giorno del processo, si presentarono in tribunale, con disapprovazione della zia Alexandra, anche Jem e Scout. Loro hanno visto il proprio padre che ha dimostrato l’innocenza di Tom, ma che nonostante tutto questi era ritenuto colpevole. Alcuni giorni dopo, lui ha cercato di fuggire dalla prigione e i soldati gli hanno sparato, uccidendolo. Dopo questo accaduto, Bob Ewell,
l’accusatore di Tom, offeso dal fatto che Atticus avesse dimostrato la sua ingiusta accusa, lo minaccia. Tutto sembra tornare alla normalità, ma una sera Scout e Jem, mentre tornano da una rappresentazione teatrale, da soli, vengono assaliti da Bob Ewell, che cerca di ucciderli. Il suo tentativo però fallisce, grazie all’intervento di Arthur Radley, che si fa vedere in città per la prima volta. Bob cade sul coltello e muore. Jem viene portato a casa ferito e poi arriva il dottore, che dice che le sue ferite non sono gravi. Così finisce la storia.

Autore: Harper Lee (Monroeville, 28 aprile 1926) è una scrittrice statunitense. Studiò legge e si impiegò a New York presso una compagnia aerea. Fu amica di Truman Capote che già nella prima infanzia le consigliò di scrivere racconti. Lasciò il lavoro per scrivere il suo primo libro, Il buio oltre la siepe, pubblicato nel 1960, che le valse il premio Pulitzer.
Casa editrice: Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione: 1962
Edizione del libro letto: diciassettesima edizione 1996
Caratteristiche generali del testo: racconto verosimile/ realistico
Genere Narrativo: avventuroso-storico
Finalità del libro: informare sulla situazione delle piccole città americane negli anni sessanta.
Genere testuale: romanzo
Narratore: interno


Personaggi

Personaggi principali:
- Scout: è la protagonista, figlia di Atticus Finch e orfana di madre. È un personaggio positivo, che viene descritto come una ragazza che non vuole comportarsi da signorina, ma preferisce indossare i pantaloni e giocare con i maschi. Lei narra in prima persona l’accusa di una persona innocente, che suo padre cerca di difendere. Gli abitanti di Maycomb però lo giudicano colpevole, basandosi sui loro pregiudizi.
- Jem: è il fratello maggiore di Scout ed è anche più tranquillo della sorella. Anche lui soffre le offese dei compagni di scuola solo perché suo padre ha accettato di difendere Tom Robinson. Viene descritto come un ragazzo dai capelli castani , alto e a cui piacevano gli sport.
- Atticus Finch: è il padre di Jem e Scout, ed è un avvocato; cerca di educare al meglio i suoi figli e cerca di spiegare loro che devono ignorare le offese degli altri perché anche loro hanno un modo di pensare, che è diverso dal loro, ma alla base del quale ci sono dei motivi.
- Calpurnia: è la cameriera, a cui Scout è affezionata.
- Dill è l’amico di Scout e di Jem; è un ragazzo simpatico della stessa età di Scout, un po’ più basso di lei.

Personaggi secondari:
Miss Maudie, Miss Stephanie Crawford, Miss Rachel, Grazia Merryweather, la signora Dubose, la famiglia Ewell…ecc. : abitanti di Maycomb.

Luoghi e spazio

Ambientazione: - interna: casa della famiglia Finch, tribunale, scuola di Scout e Jem;
- esterna: la città di Maycomb .

Durata della vicenda narrata: alcuni anni

Epoca in cui si svolge la storia: metà del novecento


Temi trattati:

L’autrice in questo libro affronta un problema molto importante: quello dei pregiudizi delle persone che si credono appartenenti ad una razza superiore, che porta a molte ingiustizie compiute a danno di persone innocenti. Harper Lee affronta questo problema per farci riflettere e farci capire che tutti gli uomini sono uguali e hanno gli stessi diritti.
Riflessione personale: questo libro mi è piaciuto molto perché raccontato in modo semplice da una ragazza , che non capiva perché il mondo degli adulti fosse così ingiusto. Sono pienamente d’accordo con il messaggio trasmesso dalla scrittrice e penso anch’io che non ci debbano essere pregiudizi nei confronti di nessuno.
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Sotto il burqa, analisi del testo

BREVE TRAMA: In questo libro si narra la storia di una ragazza di nome Parvana, che vive con la famiglia in un piccolo appartamento di Kabul, durante l’occupazione dei talebani. Questi hanno imposto alle donne di restare in casa o di uscire solo indossando il burqa e accompagnate da un uomo. A causa di un bombardamento, Parvana non ha più la sua casa e l’unica fonte di sostentamento è il padre che guadagna un po’ di soldi vendendo cose che non servono più o leggendo e scrivendo lettere per gli analfabeti. Parvana lo accompagna quotidianamente al mercato, finché un giorno il padre viene arrestato senza una valida spiegazione. Allora la madre e Parvana cercano invano di trovarlo e liberarlo, ma non è possibile. Dopo un po’ di tempo la signora Weera viene a casa loro e da alcune speranze. Trova l’idea di vestire Parvana da maschio in modo da farle fare il lavoro del padre e continuare a vivere normalmente. Lei e la madre fondano anche una rivista segreta che descrive le difficoltà e le ingiustizie della guerra. Il tempo passa e Parvana incontra una sua vecchia amica, Shauzia, che è nella sua stessa condizione. Così il lavoro è meno faticoso e più divertente. Un giorno arriva una lettera, che invita Nooria ad andare a Mazar, una zona ancora libera dai talebani, per sposarsi. Successivamente la madre, Nooria, Maryam e Alì partono, lasciando a casa Parvana con la signora Weera. Non passa molto tempo e giunge la notizia che i talebani hanno occupato anche Mazar. Ma
Parvana non perde la speranza visto che suo padre viene liberato e partono insieme per cercare il resto della famiglia.

Autore: Deborah Ellis, assistente sociale e scrittrice canadese, ha trascorso parecchi mesi nei campi profughi del Pakistan, ascoltando le storie di tante bambine e donne afghane.
Editore: Fabbri Editori
Luogo e anno di pubblicazione: Milano, gennaio 2002
Genere: romanzo

Personaggi:

- Parvana, la protagonista di questa storia, è una ragazzina di undici anni, che vive con la sua famiglia a Kabul, nella capitale dell’Afghanistan, durante l’occupazione dei talebani.
- I genitori: il padre, uomo istruito, che ha studiato all’estero viene fatto prigioniero per motivi sconosciuti, ma alla fine torna a casa, mentre la madre è una scrittrice, però viene costretta a restare in casa o uscire solamente accompagnata da un uomo e indossando il burqa.
- Shauzia, l’amica di Parvana, ex compagna di scuola, come lei si traveste da maschio per poter guadagnare qualcosa per la sua famiglia.
- La signora Weera, l’insegnante di educazione fisica, aiuta la famiglia di Parvana ed è molto coraggiosa.
- Le sorelle di Parvana, Nooria, la maggiore e Maryam, la più piccola, e il fratellino di appena un anno, Alì.

Luogo dove si svolgono i fatti: Afghanistan, in particolare nella capitale Kabul, in varie case dove la famiglia di Parvana è costretta a trasferirsi e il mercato, dove lavora.

Epoca in cui si svolgono i fatti: contemporanea, durante la guerra in Afghanistan e l’occupazione dei talebani, dal 1996 in poi.

Situazione iniziale: All’inizio della vicenda, viene descritta la situazione in cui viveva Parvana e la sua famiglia. Cioè la madre con i fratelli che restavano sempre a casa e lei che andava con il padre al mercato per vendere piccole cose che non servivano più, sperando di guadagnare qualcosa.

Conclusione: positiva, perché Parvana ritrova suo padre e insieme partono con la speranza di ritrovare ancora vivi la madre e i fratelli.

Narrazione di un episodio particolarmente interessante:
Mentre tutta la famiglia stava cenando, due soldati fanno irruzione nella casa e portano via il padre, solo con la giustificazione che ha studiato all’estero. Allora, inutilmente, la madre disperata e Parvana cercano di fermarli, ma i soldati le picchiano e le bastonano. Alla fine se ne vanno, lasciandole da sole a piangere. La madre resta in quello stato per giorni, stesa su un materasso, senza fare niente, senza mangiare, finché arriva la signora Weera.
Scopi più evidenti del libro: informare sulla condizione di vita delle persone, e in particolare delle donne durante la guerra in Afghanistan. È una storia vera, così come tutte le sofferenze e le sue vittime, ma spesso non la si conosce, viene dimenticata. Questo libro infatti ha lo scopo di informare, di far conoscere, affinché non si dimentichi niente.

Linguaggio usato: abbastanza semplice e a volte sono presenti parole, come burqa, chador, che sono indumenti particolari delle donne e delle ragazze, toshak, nan, e altre.

Giudizio generale: Questo libro mi è piaciuto e mi ha colpito il modo in cui vivono le ragazze in altre parti del mondo, dove non possono uscire di casa, non possono andare a scuola, solo perché considerate inferiori. Poi c’è comunque la realtà della guerra, che rende la vita di alcune persone quasi impossibile, una continua lotta alla sopravvivenza, ma comunque senza perdere la speranza della pace.

Titolo alternativo: Avere undici anni a Kabul.
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Forse un mattino andando in un'aria di vetro di Eugenio Montale

Questa poesia, scritta nel luglio 1923, appartiene agli “Ossi di seppia”. Anche qui il tema fondamentale è il male di vivere, che ricorre come aspetto centrale nel primo libro di Montale. In questo caso però troviamo la tematica del miracolo, cioè della rivelazione del nulla dietro alla fenomenologia del reale. Il poeta viene ispirato proprio da questa epifania negativa, anche se a tutto ciò non succede un lamento e un’elegiaca tristezza, ma un attestato di accettazione, virile e solitaria, della propria condizione esistenziale di essere sofferente nell'universo.

Schema metrico:

Abbiamo due quartine diversi di varia misura, tra l'altro superiori all’endecasillabo, con lo schema di rime alternata ABAB; da notare nei versi 2 e 4 <<miracolo ubriaco>> sono rime ipermetriche.

Parafrasi:

Forse una mattina camminando in un'aria simile al vetro e arida, girandomi indietro, vedrò compiersi il miracolo: alle mie spalle non vedrò nulla, vedrò solo il vuoto dietro di me, con la paura di un ubriaco. E poi mi verranno davanti, improvvisamente, come su uno schermo, gli alberi, le case, le colline per l'inganno e l'illusione di ogni giorno;  però sarà troppo tardi; e io me ne andrò silenzioso tra gli uomini che non si voltano con il mio terribile segreto.

Analisi retorica:

Nel verso 1 <<aria di vetro>> è una metafora.
Nel verso 2 <<arida rivolgendomi … vedrò … miracolo>> è una allitterazione in r.
Nel verso 3 << nulla  … vuoto>> costituiscono termini metaforici.
Nel verso 4 <<terrore di ubriaco>> è una metafora per analogia.
Nel verso 5 <<come su uno schermo>> è una similitudine.
Nel verso 6 <<alberi case colli>> è una enumerazione per asindeto, mentre <<inganno consueto>> è una metafora.
Nel verso finale 8 <<mio segreto>> è l'allusione metaforica alla propria condizione.

Commento:

Questa poesia, come abbiamo già detto, costituisce una epifania negativa. Il poeta è di fronte ad una rivelazione, ma si tratta di una rivelazione terribile, di una rivelazione in negativo. Infatti Montale ipotizza che un giorno vedrà, forse, compiersi il miracolo, ma sarà un miracolo negativo, cioè avrà la scoperta del nulla dietro di sé, del vuoto esistenziale, della paura che trova l'uomo di fronte alla nullità del mondo, alla consapevolezza che l'universo è privo di un reale significato e non ha una direzione finalizzata al raggiungimento di uno scopo trascendente e neanche immanente. Tutto questo viene espresso attraverso i soliti correlativi oggettivi <<aria di vetro>> <<vuoto>> <<terrore di ubriaco>>. Da notare, nella seconda quartina, gli inganni del mondo consueto; è chiara l'allusione al pensiero di Schopenauer espresso nel trattato “Il mondo come volontà e rappresentazione”; Schopenauer considerava il fenomeno rappresentato, cioè la realtà, una  pura apparenza che definiva il mondo come una rappresentazione del soggetto, sottratta alle categorie dello spazio e nel tempo e allo stesso principio di causa ed effetto. Montale qui descrive, quasi in diretta, la conseguenza concreta e reale di questo presupposto filosofico. In questo senso il miracolo del verso 2 è solo la percezione materiale che unisce l'aria, le qualità minerali, trasparenti ed inerti del vetro e fa sì che la rappresentazione sveli se stessa, il suo rovescio: dietro non c'è nulla. È da notare anche lo schermo, che compare nel verso 5; Montale assimila questo termine allo schermo cinematografico, nel quale è in grado di vedere all'improvviso gli oggetti del quotidiano che però vengono percepiti e colti solamente come una pura rappresentazione di una realtà priva di senso, priva di una reale importanza. L'interpretazione del testo non è semplice; diversi critici, come Sanguineti, hanno provato a leggere il testo quasi come l'esperienza di Montale dell'estrema negatività dell'esistenza, dell'intuizione del vuoto, dell'idea fissa, della follia; d'altra parte vi possono essere raffronti anche con il motivo dominante del saggio dell'Umorismo in Pirandello e quindi della decostruzione del reale oppure, come ci suggerisce Italo Calvino, anche della constatazione tecnica di un abbassamento di tono attraverso l'uso delle rime delle figure retoriche. Si tratta, comunque, di un testo multiforme e legato all'immagine della sofferenza e dell'impedimento che costringono l'uomo del 900 a vivere una condizione di perenne negatività.
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Uomo del mio tempo di Salvatore Quasimodo

La poesia fa parte della seconda fase della produzione poetica di Quasimodo, cioè di quella posteriore al 1945, nella quale il poeta abbandona i moduli ermetici per passare ad un tipo di lirica più legato alla realtà e impegnato nelle tematiche sociali, la pace, la critica alla guerra, i diritti umani.

Schema metrico:

Da un punto di vista metrico il testo è composto da versi liberi, tutti comunque di lunghezza maggiore dell’endecasillabo. Non ci sono rime, ma compaiono diverse assonanze: fionda … morte … forche; sterminio … uccisero; tenca … giornata … sangue.

Parafrasi:

Tu sei ancora quello dell’età della pietra, o uomo contemporaneo. Eri dentro l’aereo simile a un mostro dalle ali malvagie, con i suoi strumenti di precisione. Ti ho visto dentro ai carri armai, agli strumenti di tortura. Ti ho visto: eri proprio tu, con la tua scienza esatta finalizzata allo sterminio del prossimo, senza amore e senza Cristo.Hai ucciso di nuovo, come sempre, come uccisero i tuoi antenati,come uccisero gli animali quando ti videro per la prima volta. Questo sangue versato è come quello della Genesi, quando venne commesso il delitto di Caino verso l’innocente Abele. L’invito di Caino: <<Andiamo ai campi>> sembra risuonare ancora oggi, dentro il tuo pensiero. O uomini, dimenticate le vendette e le violenze, dimenticate i vostri padri: le loro tombe non servono a nulla, non sono modelli di ispirazione, un cattivo auspicio macchia il ricordo delle loro esistenze.

Figure retoriche:

v. 1 << Sei ancora quello della pietra e della fionda>> è un’allusione all’uomo primitivo
v. 2 <<Uomo del mio tempo …>> con le altre espressioni alla seconda persona singolare è un’apostrofe
vv.3,4 << ali maligne, … meridiane di morte … / carro di fuoco>> sono metafore
vv. 7,8 << ucciso ancora, / come sempre, come uccisero i padri, come uccisero…>> contiene la ripetizione del termine uccidere per rafforzare ed enfatizzare il concetto già espresso precedentemente
v. 10 << questo sangue odora>> è una metafora
v. 11 << quando il fratello disse all'altro fratello>> è un’allusione
v. 12 << quell'eco fredda, tenace>> è una sinestesia
v. 14 << nuvole di sangue>> è una metafora
vv. 14,15 <<Dimenticate … / dimenticate>> è un’esortazione
v. 16 << le loro tombe affondano nella cenere>> è un’espressione metaforica
v. 17 << coprono il loro cuore>> è una metafora

Commento:

La poesia di Quasimodo rappresenta un ritratto dell’uomo contemporaneo, con la sua mania di potere e di grandezza e con la sua perversa volontà di sopraffazione nei confronti del prossimo, considerato un nemico da sterminare. Ovviamente il riferimento più immediato è quello della II guerra mondiale, che è evocata dalla <<carlinga>> degli aerei (v.2), dalle <<meridiane di morte>> (v. 3), dai carri armati (v.4) e dalla << scienza esatta persuasa allo sterminio>> (v.6).Tuttavia l’uomo di cui parla Quasimodo può essere l’uomo di ogni epoca e non solo di quella a noi più vicina. Infatti altre immagini richiamano il Medioevo, con le <<ruote di tortura>> (v.5), oppure addirittura la preistoria con gli animali che uccidono (v.9).
Il tutto viene fatto risalire al primo omicidio dell’Umanità, quello di Caino nei confronti del fratello Abele, che viene rievocato nei vv. 11-12: << quando il fratello disse all'altro fratello:“Andiamo ai campi”.>>. In sostanza il poeta vede l’uomo di ogni tempo pervaso dall’odio e dalla crudeltà e lontanissimo dal messaggio d’amore portato da Cristo.
Non manca una nota polemica nei confronti della Tradizione. I <<padri>> che molti scrittori hanno esaltato come esempi da imitare (pensiamo a Foscolo) sono presentati come assassini, che hanno ucciso, e le cui tombe non hanno nulla da offrire come insegnamento. Anzi, il poeta ci esorta a <<Dimenticare>> questi padri.
Il breve componimento è quindi un’esortazione alla pace, alla tolleranza, all’amore verso il prossimo, sentimenti che devono nascere non tanto dai ricordi della Storia dei nostri antenati, quanto dalla volontà dell’uomo contemporaneo di chiudere con il passato di odio, per costruire un nuovo futuro.  
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Vento a Tindari di Salvatore Quasimodo

La poesia “Vento a Tindari” è stata pubblicata da Quasimodo nella raccolta “Acque e terre”, in seguito ripresa in “Erato ed Apollion”, e poi definitivamente inserita nella volta “Ed è subito sera”. La poesia è basata su un equilibrio compositivo che l'ha resa celebre, in quanto unisce la parte descrittiva e realistica ad un aspetto tipicamente ermetico simbolista.. Lo spunto per scrivere la poesia nasce da una gita domenicale fatta da Quasimodo, che a quel tempo era impiegato presso il genio civile, nell'antica città di Tindari, un promontorio affacciato sul mare nel Comune di Patti in provincia di Messina; mentre egli saliva sul colle, tra la vegetazione, tra gli alberi, allontanandosi dagli amici che lo accompagnavano, ebbe l'ispirazione per scrivere questo famoso testo. Il poeta, rimasto solo, medita e si dedica a rimpiangere la nativa terra siciliana e forse anche un amore di gioventù; l'armonia dell'adolescenza è, tuttavia, definitivamente perduta ed ha lasciato il posto alla tristezza, al vuoto interiore, alla durezza della vita quotidiana che egli è costretto a passare.

Schema metrico:

Da un punto di vista metrico il testo è composto da versi liberi, pertanto non si può rinvenire una particolare struttura metrica.

Parafrasi:

Tindari, della quale io conosco la dolcezza tra le colline affacciate e come sospese sul mare delle isole Lipari, che, secondo la mitologia, sono state la residenza del Dio dei venti, oggi tu mi assali e ti pieghi dentro di me.

Io salgo sul colle dove tu sorgi e guardo i precipizi, pensieroso e colpito dal vento che soffia in mezzo agli alberi di pino; e il gruppo di amici che mi accompagnano, leggeri si allontanano nell'aria e perdono quasi la loro fisicità, sussistendo soltanto come un'atmosfera vaga; e tu, da cui mi allontanai a malincuore, mi assali con le paure delle ombre del silenzio, come un rifugio di dolcezza.

È sconosciuta la terra dove io, ogni giorno, sono costretto a soffrire e dove esprimo delle parole di tormento: un'altra luce colpisce i vetri delle finestre delle tue camere come un vestito notturno e sul tuo grembo, come fosse quello di una madre, non si trova la gioia.

Il mio esilio è difficile e la ricerca che io riponevo in te adesso si trasforma in un tormento precoce ed in un desiderio di morte; ogni mio amore è come uno schermo che mi divide dalla tristezza con un silenzioso passo nell'oscurità dove tu mi hai costretto a guadagnarmi da vivere a prezzo di molte sofferenze.

Tindari ritorna in un modo sereno, un caro amico mi sveglia dalla mia fantasia e mi intima di fare attenzione perché mi sto sporgendo troppo da una rupe. Allora io fingo una certa paura verso chi non è capace di comprendere quale profondo tormento mi ha provocato il ricordo di te.

Figure retoriche:

Nel verso 1 troviamo una allitterazione in t ed anche un’assonanza in i <<Tindari, mite ti so>>
Nel verso 2 << colli pensile sull'acque>> si nota una allitterazione dei suoni l,s,d
Nei versi di 4-5 <<oggi m’assali / e ti chini in cuore>> abbiamo una personificazione della località di Tindari e una metafora con la parola <<cuore>>
Nel verso 6 <<salgo vertici aerei precipizi>> abbiamo un procedimento analogico perché il termine astratto vertici viene accostato a un termine concreto precipizi
Nel verso 7 <<assorto al vento dei pini>> l'uso della preposizione di costituisce un'altra analogia in quanto l'aria di fruscio tra i pini sembra essere, in realtà, un vento appartenente ai pini stessi
Nei versi 8 e 10 <<e la brigata / … onda di suoni e amore>> troviamo un altro procedimento analogico: la brigata di amici viene accostata all'espressione <<onda di suoni e amore>> ad esprimere che le persone perdono la loro concretezza fisica ed esistono solo nel pensiero e nella mente del poeta  Nel verso 11 <<e tu …>> c’è di nuovo la personificazione di Tindari
Nei versi 11-13 <<e tu / e paure>> abbiamo la anafora in e
Nel verso 14 <<rifugi di dolcezze>> è un altro procedimento analogico che mette in relazione il termine diffuso con il termine dolcezza, in quanto il poeta nella solitudine trova una sua dolcezza
Nel verso 15 <<morte d’anima>> è una metafora
Nel verso 18 <<segrete sillabe>> contiene una allitterazione in s ed è anche una metafora che rappresenta la poesia che proprio dalla lontananza e dalla separazione acquista il desiderio di consolazione
Nel verso 20 <<veste notturna>> è una metafora
Nel verso 22 <<sul tuo grembo>> è una allusione all'aspetto materno della terra
Nei versi 23-24-25 <<Aspro e l'esilio / e la ricerca che chiudevo in te / d’armonia oggi si muta>> abbiamo un iperbato, cioè una inversione della costruzione ed anche una allitterazione in m <<armonia muta … morire>>
Nel verso 27 <<e ogni amore è schermo>> abbiamo una metafora ed inoltre un altro procedimento analogico in quanto lo schermo è decisamente un richiamo a ciò che protegge nei confronti di quella che è la tristezza dalla quale il poeta vorrebbe fuggire
Nel verso 28 <<tacito passo>> è una sinestesia
Nel verso 30 <<amaro pane a rompere>> contiene una allitterazione in r: amaro rompere ed inoltre il termine amaro pane è una metafora
Nei versi 31-32-33 <<Tindari serena torna / soave amico mi desta / che mi sporga nel cielo da una rupe>> troviamo nuovamente un iperbato dato che c'è un'inversione della costruzione.

Analisi del testo:

La poesia si divide in cinque strofe ciascuna delle quali rappresenta una particolare situazione.
Nella prima strofa il poeta si trova a Tindari ed evidenzia la bellezza del paesaggio, nel quale compaiono termini decisamente mitologici che acquistano comunque un significato concreto nella visione di Quasimodo. Emerge sicuramente il tema del viaggio, del ritorno in patria e della nostalgia evocata dai ricordi.
La seconda strofa invece è dominata dal tema del vento, che peraltro è anticipato dal titolo; il vento è contrapposto alla dolcezza del paesaggio e provoca nell'animo del poeta uno sconvolgimento interiore, al punto che Quasimodo si allontana dai suoi compagni con i quali si trovava e preferisce stare da solo quasi per contemplare meglio i luoghi della sua natura e per trovare internamente particolari emozioni stati d'animo.
Nella terza strofa compare un altro dei temi cari a Quasimodo, quello dell'esilio. In effetti Tindari, località siciliana, ma di una Sicilia mitizzata molto simile alla Grecia, viene contrapposta alla città nella quale il poeta vive ed è costretto a guadagnarsi l'esistenza; è una città che non è nominata, forse proprio per non desacralizzare la contrapposizione alla mitica Tindari, ma sicuramente stiamo parlando di Milano, la città nella quale Quasimodo si trasferì per motivi di lavoro.
Nella quarta strofa c'è un ritorno a Tindari, che costituisce da un lato un'esperienza a bella, come il poeta attendeva; ma, d'altro lato, e anche un'esperienza estremamente triste perché il poeta parla di un'ansia precoce di morire, rivelando in questo il carattere precario dell'esistenza, l'inganno nascosto dietro l'amore che fa riemergere le difficoltà della vita di ogni giorno.
L'ultima strofa ha come protagonista il paesaggio che va a riallacciarsi alla descrizione delle prime due strofe; l'aspetto situazionale è quello di un amico che risveglia il poeta dai suoi sogni, dalle sue meditazioni e lo invita a non sporgersi troppo da un'altura. Il poeta, però, fingendo quasi di temere le vertigini, assicura l’amico, mentre dentro di sé sembra prevalere l'intenso desiderio di morte.
Dal punto di vista stilistico, come abbiamo già detto, predomina decisamente l'uso delle analogie che sono volutamente difficili; ricordiamo, ancora una volta, <<salgo vertici aerei precipizi>>; <<onda di suoni e amore>>; <<rifugi di dolcezze un tempo assidue>>.
Il tono della poesia è declamatorio, quasi sacrale, appunto perché il poeta vuole quasi divinizzare la località di Tindari per renderla un qualcosa di mitico. È in effetti lai grandezza di questo testo consiste proprio nell'unire, come si è detto all'inizio, aspetti realistici con aspetti legati invece alla poetica difficile e simbolica dell'Ermetismo
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Il gelsomino notturno di Giovanni Pascoli

“Il gelsomino notturno” è una poesia di Giovanni Pascoli tratta dai “Canti di Castelvecchio”; è stata composta per le nozze di un amico, Raffaele Briganti. Il testo ha per protagonista un fiore, il gelsomino notturno, un fiore che apre la sua corolla durante la notte e che, nell'immaginario di Pascoli, si carica di segreti misteri.

Parafrasi:
E si aprono i fiori di notte, nell'ora in cui penso ai miei morti. Sono apparse in mezzo ai viburni le farfalle notturne. Da un po' tacciono le grida, c’è solo una casa ancora illuminata. Gli uccelli dentro ai nidi dormono sotto le loro ali, come gli occhi dormono sotto le ciglia chiuse. Dai calici aperti del fiore esala un profumo simile alle fragole rosse. Nella sala della casa risplende un lume, sopra le fosse nasce l'erba. Un'ape arriva in ritardo all'alveare, trovando le celle già chiuse. La costellazione delle Pleiadi, chiamata Gallinelle, illumina il cielo con le sue stelle che sembrano dei pulcini. Per tutta la notte si esala il profumo che passa con il vento. Passa la luce sopra la scala, brilla al primo piano, poi si è spenta. È l'alba, i petali del fiore un po' sgualciti si chiudono; dentro la corolla molle e segreta del fiore si cova un non so che di nuova felicità.

Analisi metrica:
Il testo è composto da sei quartine di versi novenari a rime alternate, secondo lo schema: abab

Analisi delle figure retoriche:
Nel verso cinque <<si tacquero i gridi>> è una metafora.
Nel verso sei <<una casa bisbiglia>> è una personificazione.
Nel verso sette e nel verso otto <<sotto l’ali dormono i nidi come gli occhi sotto le ciglia>> è una similitudine.
Nei versi 9/10 <<dai calici aperti si esala l'odore di fragole rosse>> costituisce un'analogia, infatti il profumo del fiore è accostato al forte odore delle fragole rosse.
Nei versi di 15/16 abbiamo un'altra analogia <<la Chioccetta>> è la costellazione delle Pleiadi, il cielo viene paragonato ad una gia azzurra, le stelle della costellazione sono paragonate a dei pulcini e, quindi, pigolano.
Nei versi 18/19/20 abbiamo la ripetizione del termine <<passa>> e una allitterazione in <<p>>
nell'ultima strofa abbiamo l'analogia del fiore, un poco sgualcito, con il grembo materno.

Analisi del testo:
La poesia contiene sicuramente immagini fortemente simboliche, secondo le tematiche tipiche dei “Canti di Castelvecchio”. Le principali immagini simboliche risultano quattro:
La casa. La casa è importante perché nella poetica di Giovanni Pascoli rappresenta il nucleo familiare, cioè l'ambiente nel quale il poeta si chiude, assieme ai suoi familiari, per proteggersi dal mondo esterno e da tutto ciò che gli mette ansia, paura, terrore.
Il fiore. Il fiore del gelsomino notturno, detto anche bella di notte, si carica di forti immagini simboliche. Esso simboleggia il complesso rapporto del poeta con la sfera affettiva sessuale e con tutto il mondo femminile, verso il quale Pascoli nutre un rapporto di attrazione e repulsione, allo stesso momento. Si nota, soprattutto nell'ultima strofa,un’ analogia tra il fiore e l'organo femminile; infatti la fecondazione del fiore è messa in rapporto con la fecondazione umana. Del resto la poesia è stata scritta per le nozze di un amico del poeta. Tuttavia, rispetto all'epitalamio classico, che inneggiava alla vita e alle gioie dell'amore, questo epitalamio è un epitalamio moderno, cioè un canto che riporta tutta la problematicità che sta attorno alla sfera erotica e sessuale, che viene vista, come si evince dagli ultimi versi, come un qualcosa di turbato.
I morti. I morti, nel Pascoli, sono considerati delle presenze continue, come una sorta di ombre, che dialogano costantemente con il poeta. Infatti il testo comincia proprio con un riferimento <<ai miei cari>> (verso due) e, più avanti, parla dell'erba che <<nasce sopra le fosse>>, evocando il tema della nascita accanto a quello della morte, ad esso strettamente collegato.
Il nido. Come già detto, il nido, in Pascoli, rappresenta la sicurezza ed il rifugio nei confronti del mondo esterno. Il nido è, tuttavia,un elemento di rifugio che si presenta estremamente chiuso e staccato dalla realtà. Nei versi 13/14, infatti, abbiamo l'immagine dell'ape che, tornando a casa, ritrova le celle dell'alveare ormai chiuse e quindi non più disponibili ad accoglierla; è una sorta di allusione al poeta che teme di essere respinto dal suo stesso nido familiare.

La critica:
Il testo “Il gelsomino notturno” è stato interpretato in vari modi. La critica tradizionale ravvisa in questa poesia il forte senso di mistero e una forte componente simbolista, che va a destrutturare la trama e la forma del testo poetico tradizionale. Infatti l'esordio, con la congiunzione <<e>> è da considerarsi atipico e sembra la continuazione di un precedente discorso. La critica di tipo psicoanalitico, come quella di Gioanola e di Tropea, ha visto in questo testo dei forti richiami alla sessualità; una sessualità che, secondo questi critici, si carica di immagini erotiche molto pregnanti e caratterizzate da una componente un po' violenta, come si può notare negli ultimi versi del testo.
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Spiegazione: Piccolo testamento, Montale

La poesia inizia con una prolessi dell’aggettivo “questo” che si riferisce al sostantivo lume del 5° verso. Questa piccola luce (idea ) che è tremolante all’interno della mia testa, come la traccia luminescente della scia delle lumache o i riflessi debolissimi di un vetro smerigliato (correlativi oggettivi) non appartiene alle grandi filosofie di vita religiose o politiche che servono ad alimentare dei sistemi, degli apparati di servitori rossi o neri (comunisti e preti). Posso lasciare solo questo piccolo brillare dell’occhio (iride = debole ma preziosa) a testimonianza di una coerenza e di una fedeltà al mio pensiero che è stato criticato, e la sua speranza non è svanita ma ha bruciato lentamente negli anni come un duro ceppo che brucia lentamente nel focolare.

“conservane la cipria nello specchietto” = correlativo oggettivo per indicare qualcosa di molto prezioso.

Conserva la polvere di questo mio pensiero dentro di te per il momento in cui ogni luce, ogni idea sarà spenta e saremo tutti presi in modo irrazionale da questo ballo infernale della vita e un ombroso portatore di luce (ossimoro) cioè un demonio infernale scenderà su una nave (sineddoche) del Tamigi (Inghilterra), Hudson (America) e Senna (Francia), muovendo le ali nere semi rotte (enjambement) dalla fatica per dirti “è la fine”. Ciò che io ti lascio non è l’eredità o qualcosa che può reggere agli attacchi dall’esterno o agli attacchi del tempo che perde la memoria (filo di ragno), quindi niente di eterno però tutto è destinato a morire, a diventare cenere. L’unica certezza è che le cose continueranno a morire , che noi moriremo.

Quanto avevo detto all’inizio era giusto (non puoi avere la soluzione ad ogni male dalla poesia):
chi l’aveva capito non fa fatica a ritrovare chi la pensa come lui (unito da una certa ideologia).

ULTIMI 4 VERSI:  moto d'orgoglio del poeta che non vuole imporre il suo pensiero e accusato di fuga = il mio orgoglio era dovuto al fatto che il mio pensiero doveva rimanere lucido, il fatto di non prendere posizione da una parte o dall’altra era umiltà visto che la mia parola non poteva valere nulla a confronto di quella di tutti gli altri, l’idea nata laggiù (da ossi di seppia) non era la tenue luce di un fiammifero!
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Eugenio Montale: La Bufera

È la terza raccolta di Montale, pubblicata nel 1956 e ci sono piccole novità in un cammino di coerenza di Montale. La prima novità è la presenza della storia – assente in ossi di seppia, metafisica in “le occasioni”- ora invece i riferimenti sono molto presenti. Continua la presenza di Clizia, come musa ispiratrice, e di Maria Luisa Spaziani che compare con il nome di Volpe.

I temi presenti all’interno della raccolta:

1) LA STORIA ESTERNA non quella interna dei protagonisti. Raccoglie poesie di un ampio lasso di tempo (sono 60 scritte prima e dopo la guerra). Montale non capisce perché l’uomo si riduca in quello stato di guerra. Due poesie, fra tutte, sono molto importanti perché illustrano due momenti fondamentali per il poeta “piccolo testamento” e “primavera hitleriana”.

2) IL MALE DI VIVERE LEGATO AL TEMA DEI MORTI: Montale dedica questa raccolta alla madre alla quale dedica in particolare “voce giunta con le folaghe”. Il male di vivere della prima raccolta riguardava tutto il mondo esterno, ora è legato oltre che a questi aspetti alla vita privata del poeta che ha un suo modo di essere anche sulle esperienze di vita del poeta.

Questa raccolta ebbe vita difficile perché la critica non la accettò benevolmente. Il dopoguerra fu un periodo nel quale si affermò soprattutto una critica marxista, case editrici gestiti da uomini di sinistra che quindi favorivano la popolarità e il successo di libri che esaltavano i valori dell’uomo, della liberazione invece che testi letterari. Così Montale, che è un liberale, viene tacciato di essere un intellettuale amorfo, inutile, e non accettano che lui potesse pubblicare poesie dalle stesse tematiche nonostante il periodo storico che si stava vivendo, in una società completamente cambiata. Ci furono una serie di critiche (Salinari) che rimproverarono apertamente Montale, accusandolo di fare sempre la “stessa poesia”. Non avevano capito che la caratteristica di Montale è proprio la sua coerenza e la continuità col suo pensiero.

Per approfondire leggete anche: Montale, La bufera e altro
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Analisi del testo dettagliata: La quiete dopo la tempesta

Poesia gemella del “Sabato del villaggio” per le illusioni che dà: apparente felicità che ti prende per il superato pericolo. Qui la metafora è quella della tempesta che sconvolge un paese, ma che poi passa e tutti
sono felici perché è passata senza far guai. Anche qui abbiamo una parte descrittiva ambientale, infatti i primi versi offrono un’illustrazione del paesaggio scegliendo qualche personaggio esemplare: tornano gli uccelli a pigolare, la gallina sulla via, il sereno riappare da ovest, la campagna torna ad essere visibile e si può vedere chiaramente, in fondo alla valle, il fiume. Ecco poi i personaggi chiave del risveglio: torna a rianimarsi il villaggio, si ritorna a compiere le abituali mansioni. L’artigiano si pone sulla porta del suo negozio per guardare il cielo ancora pieno di pioggia cantando con la sua opera in mano; tentennando viene fuori anche la ragazzina per raccogliere dell’acqua dalla pozzanghera; e il commerciante di erbe che rinnova
il suo grido giornaliero.
Ritorna il sole (personificato) che sorride per le colline e le campagne. I maggiordomi (la famiglia) aprono le terrazze, le tende e dalle vie lontane si ode il tintinnio di sonagli; il carro del passeggero che riprende il suo cammino stride.

Adesso comincia la descrizione più filosofica con una serie di interrogativi retorici.
Ogni cuore si rallegra, quando la vita si rallegra come ora?
Quando con tanta passione l’uomo si impegna nei suoi lavori?
O inizia una nuova attività?
O quando si dimentica dei suoi mali?
Solo dopo che è passata la tempesta.
“piacer figlio d’affanno” EPIFONEMA – frase sentenziosa. Il piacere nasce dell’affanno e dal dolore, è gioia vana perché è frutto di un timore passato per il quale anche chi ha in odio la vita per quella tempesta ebbe timore della morte, le genti sudarono e palpitarono, erano spaventate e silenziose vedendo fulmini, tuoni e lampi. (E’ tempesta reale, ma anche metaforica!).

Nell’ultima parte Leopardi si rivolge alla natura:
O natura cortese, questi sono i doni che porgi agli uomini, i divertimenti che offri ai tuoi figli, è piacevole per noi anche solo uscire dal momento di paura. Tu ci regali pene e affanni in quantità e il dolore sorge spontaneo, ed è già soddisfazione per noi provare qual tanto di piacere che qualche volta per miracolo o per magia nasce dalla pena che ci è stata appena inferta. Figli cari degli dei! Ritieniti già molto felice se ti è concesso di respirare tra un dolore e l’altro: ritieniti beata se te la morte ti guarisce da ogni dolore (sempre riferita agli uomini).

Per approfondire leggi anche: Giacomo Leopardi La quiete dopo la tempesta
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Analisi del testo: Chiare, fresche et dolci acque, Petrarca

È una canzone formata da diverse strofe chiamate “stanze” in cui l’ultima è l’invocazione alla canzone stessa. Lo schema delle rime si ripete in ogni strofa.
È una canzone tratta dal “Canzoniere” di Francesco Petrarca dedicata a Laura e al loro primo incontro.

1° strofa: la frase principale è quella delle due ultime righe. Tutto il resto è una descrizione del paesaggio al quale Petrarca dedica le sue parole. Il poeta si rivolge alle chiare fresche e dolci acque del fiume Sorga dove vide bagnarsi quella meravigliosa donna che gli sembra l’unica che possa fregiarsi del titolo di “donna”; al ramo dove lei si appoggiò; alle erbe e ai fiori che furono coperte dall’angelica gonna; all’atmosfera sacra e serena lì dove Amore ha aperto il cuore di Petrarca. Voi tutti insieme ascoltate le mie ultime parole.

2° strofa (funerea): se il mio destino è quello che amore chiuda questi occhi lacrimanti (che io muoia per le pene d’amore) e il cielo già si sta operando per questo, mi auguro di essere seppellito in quel posto e possa così l’anima tornare al paradiso senza il corpo che resta sepolto qui. La morte sarebbe molto meno crudele se ci fosse questa speranza nel momento del dubbioso passo (della morte) perché il mio spirito stanco non potrebbe mai lasciare la carne immiserita in un posto più sereno e una fossa più tranquilla di questa.

3° strofa (il top dell’eleganza stilistica, della perfezione linguistica): verrà forse un giorno in cui in quel posto (che ho descritto) torni la bella e mansueta fiera (ossimoro), cioè Laura e là proprio in quel punto dove per la prima volta ci vedemmo, si guardi intorno desiderosa e lieta di cercarmi; e pietà! E vedendo che io sono seppellito lì, Amore la farà sospirare in un modo così dolce da farle chiedere grazia per me, asciugandosi gli occhi col suo bel velo.

4° strofa (è finita la strofa funebre): si ricorda che dai rami scendeva una pioggia di fiori (metafora) ed ella - Laura - si sedeva umile e modesta in questa gloria di fiori e coperta da quella pioggia di fiori, qualcuno cadeva per terra, qualcun altro sulle trecce che sembravano di oro, qualche petalo si posava in terra qualcuno in acqua e qualcuno errando per l’aria cadendo al suolo sembrava che parlasse e dicesse “questo è il regno dell’Amore”. 5° strofa: quante volte quasi preso da paura vedendo e ricordandomi la scena di Laura in quel posto io dissi: di sicuro questa donna è nata in paradiso. Il portamento divino di Laura, il suo volto e le sue parole e il suo dolce sorriso mi avevano fatto perdere i contatti con la realtà che dissi sospirando: ma io come sono arrivato qui? Pensavo già di essere in paradiso e non là dov’ero. Da quel giorno fino ad oggi, questo posto, questo angolo di paradiso mi piace così tanto che in nessun altro posto riesco a trovare la pace.

INVOCAZIONE ALLA CANZONE: se tu, canzone, fossi bella quanto è la voglia di essere tale
potresti tranquillamente andare in giro fra la gente e farti conoscere da tutti.


Per approfondire leggete anche: Analisi Chiare fresche et dolci acque
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Analisi: Ecco mormorar l'onde, Tasso

di Toquato Tasso
Analisi del testo

E' un madrigale cinquecentesco, costruito con coppie di versi a rima baciata. La metrica è scandita dall'alternarsi di settenari e di endecasillabi, adatti per essere cantati - come avveniva al tempo a quasi tutte le composizioni poetiche.
Tasso concepisce la sua composizione partendo dal dato di fatto: "ecco". Insegna Dante che, dopo "ecco" od altri termini deittici, sta per succedere qualcosa di importante (ed ecco verso noi venir per nave / un vecchio... Canto III Inferno). L'importanza consiste nelle fronde?
Ci si stupisce, ma è un componimento nato in un ambiente che si sta evolvendo a ritroso, e che al posto di mirare alla qualità mira alla quantità dei versi: non a caso, Tasso sarà l'esempio della poesia barocca manierista. Il concetto non sta, però, tanto nell'onde in sé, quanto nella bravura del poeta che riesce a fondere una miriade di stilemi antichi e moderni: il concetto virgiliano espresso nelle Ecloghe e l'innumerevole produzione petrarchesca. Ad un'analisi più attenta (ho solo dato una lettura rapidissima), si scopriranno, ovviamente, numerosi passi ispirati dal Canzoniere. Io, di mio, ho solo ravvisato alcuni passi tratti dal I del Purgatorio.
Faccio notare la posizione dell'anafora "e", che inizia in tutti i versi e la ripetizione di "ecco", a dividere in due il componimento: la prima sezione descrive l'alba - che non pronunzia ma lascia intuire dall'aggettivo mattutino - dal punto di vista dei sensi dell'udito, la seconda della vista. Al fondo, introdotto da un'invocazione, è il commento del poeta: si comprende come il messaggio sia nullo. Ma non conta il messaggio: Tasso si dimostra ottimo padrone del verso e, cosa ancor più importante, capace di trovare soluzioni sempre nuove ad un soggetto tipico.


Spiegazione parole principali:
  1. Ecco: l’avverbio, ripreso in anafora al verso 7, crea un clima di improvvisa rivelazione. 
  2. Mormorar…: i verbi all’infinito danno un senso di trepi- dazione e di sospensione, amplificato dal polisindeto, dal-le rime interne e dalle allitterazioni. Si noti il costante ri-corso alle metafore. 
  3. L’aura: la figura del senhal (ripresa al v. 13), di ascendenza provenzale e petrarchesca, richiama allusivamente il te-ma amoroso: Laura è infatti la donna amata dal poeta e identificata con la brezza vivificante del mattino. 
  4. Appare…: l’uso dell’indicativo presente, in sostituzione dell’infinito, accompagna la rivelazione dell’alba in tutta la sua pienezza. 
  5. E… e… e… e: il polisindeto conferisce continuità al rit- mo e ne accresce la musicalità.
  6. L’aura… messaggera: per dichiarazione dello stesso autore, l’immagine è costruita ad imitazione di Dante il qual disse: È l’aura annunziatrice de gli albori (Purgatorio, XXIV, 144-145)

LEGGI ANCHE: Figure retoriche Ecco mormorar l'onde
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Analisi: Un italiano” risponde al discorso di Madame de Stael

di Pietro Giordani
Analisi del testo:

  1. Che cosa differenzia l’arte dalla scienza secondo l’autore?
  2. Quale giudizio viene espresso a proposito della “letteratura settentrionale” contemporanea? E della letteratura italiana del Seicento?
  3. Qual è la causa della decadenza della cultura italiana? Quale rimedio indica Giordani?
  4. Individua nel brano le metafore e le similitudini e indica i campi semantici di appartenenza.
  5. Ricerca nel testo la tesi fondamentale che l’autore vuole dimostrare e le argomentazioni usate per sostenerla.
  6. Rifletti sul concetto di imitazione e spiega quale opinione viene espressa da Pietro Giordani nel brano antologizzato.

1) Secondo l’autore oggetto delle scienze è il vero mentre quello delle arti è il bello per questo stesso motivo le scienze hanno un progresso infinito poiché possono scoprire delle nuove verità ogni giorno mentre le arti una volta che hanno raggiunto il vertice della bellezza artistica non possono procedere oltre e quindi non possono fare altro che limitarsi ad imitarlo.

2) Secondo l’autore la “letteratura settentrionale” contemporanea non solo si discosta, per la follia di novità, dalle forme perfette della letteratura classica ma addirittura si distacca dalla letteratura nazionale italiana. E quindi ciò che può risultare bello agli inglesi o ai tedeschi può risultare brutto a noi italiani se mescoliamo la loro letteratura con la nostra tradizione e cultura. Per questo motivo egli ritiene che queste letterature d’Oltralpe non possano arricchire la cultura italiana, poiché sono due culture inconciliabili.
Per quanto riguarda la letteratura italiana del Seicento, invece, egli ritiene che essa sia stata causata da una folle voglia di novità che ha portato allo stravolgimento delle convenzioni letterarie classiche, tuttavia la situazione di allora era migliore di quella attuale poiché essa era quantomeno legata alla cultura italiana.

3) Secondo Pietro Giordani, le critiche mosse dagli scrittori stranieri, riguardo la sterilità e decadenza della letteratura italiana, sono fondate, tuttavia la causa non va ricercata nell’assenza di novità in ambito letterario bensì la responsabilità dell’impoverimento letterario è da attribuire ai letterati che non hanno saputo curare in modo adeguato il patrimonio culturale ereditato dagli antichi.
Per rimediare a tale situazione, Giordani suggerisce non di imitare gli stranieri, ma di ripescare i classici greci e latini innestando la tradizione classica nella cultura moderna.

4) La “follia” della letteratura del suo tempo “è di scimie” ossia da imitatori degli scrittori europei.
I prodotti dell’unione della letteratura italiana con quella nordica sono paragonati a centauri, ovvero la loro è un’ unione inconciliabile di due cose molto diverse.
L’eredità e la tradizione letteraria italiane sono paragonate ad un “fondo” da coltivare, dal quale nasce l’impoverimento intellettuale italiano per “pigrizia”.
Giordani paragona la novità e i temi della letteratura settentrionale a frutti, che hanno “sapore e sugo che a noi non si confà”.
Infine la letteratura italiana diviene “un ramo di quel tronco” ossia diretta continuazione di quella classica, che, come si augura l’autore, “parrà a tutti fiorita”.
Si nota un’appartenenza al campo semantico della natura e in un caso della mitologia.

5) La tesi fondamentale che Pietro Giordani vuole dimostrare è che le fantasie letterarie settentrionali non possono veramente arricchire la nostra letteratura e che il rimedio per ridare vigore alla letteratura italiana è quello di rifarsi ai modelli classici, gli unici che rappresentano il bello per eccellenza e che si legano fortemente alla nostra cultura italiana.
Nell’argomentare la sua tesi egli parte dal presupposto che oggetto dell’arte sia il bello, pertanto, una volta raggiunto l’ideale di bellezza, rappresentato dai modelli classici, non si può andare oltre e bisogna limitarsi ad imitare tali modelli di perfezione.
Inoltre, ammettendo anche che la letteratura inglese e tedesca possa definirsi bella ciò non vuol dire che essa lo sia per noi italiani poiché si tratta di una letteratura che non si lega alla nostra cultura, è inconciliabile con essa, a differenza dell’antichità classica che invece le è strettamente legata (“è pure un ramo di quel tronco; laddove le altre hanno tutt’altra radice”).

6) Motivo fondamentale di quest’articolo è il concetto di imitazione, fortemente criticato precedentemente dalla de Stael, qui viene visto invece come strumento giusto e necessario per risollevare la cultura italiana.
Pietro Giordani infatti ritiene che la letteratura debba basarsi sui canoni di perfezione classica, senza porre attenzione verso le correnti straniere, e pertanto scopo della letteratura deve essere quello di imitare il bello ideale proposto dagli scritti antichi, culmine di perfezione, di bellezza artistica.
Al contrario di quanto detto dalla de Stael qui il principio di imitazione non è visto come la causa dell’isterilimento della cultura italiana bensì esso viene mostrato come l’unico possibile rimedio a tale condizione di impoverimento.
Per questo Giordani sollecita con il suo scritto a imitare gli scritti antichi greci e latini conciliando la tradizione classica con quella moderna.
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Analisi: Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni

di Madame de Stael
Analisi del testo:

  1. Riassumi il contenuto del testo in dieci righe.
  2. Quale funzione viene attribuita al teatro?
  3. Quali espressioni usa Madame de Stael per descrivere la letteratura italiana? Quali sue caratteristiche considera del tutto negative?
  4. Spiega il significato della similitudine “come […] complimenti”.
  5. Nel brano è possibile individuare tre parole chiave su cui si svolge l’argomentazione dell’autrice: “novità”, “utilità” e “verità”. Spiega per quale motivo questi concetti sono importanti nel testo e nel contesto culturale romantico.

RISPOSTE:
1) In questo passo Madame de Stael vuole mettere in luce l’arretratezza, l’impoverimento e la sterilità della cultura italiana, caratterizzata dalla costante ripresa e ripetizione dei modelli classici antichi, ormai superati dal resto dell’Europa, in cui sta nascendo una cultura nuova. E’ proprio a queste nuove tendenze che gli intellettuali italiani dovrebbero guardare, non per imitarle o copiarle come stanno facendo con la cultura antica, ma per espandere la propria conoscenza interessandosi a nuove tematiche, stimolando così la nascita di una nuova letteratura, caratterizzata da un nuovo vigore e lontana dalla monotona imitazione degli schemi antichi. Tuttavia, secondo la de Stael, i letterati italiani giacciono nell’ozio e sprecano il loro tempo o rovistando nella letteratura classica in cerca di qualche motivo da imitare o scrivendo poesie dal suono armonioso che però non esaltano i cuori altrui poiché non sono nate dall’autentica passione dello scrittore.

2) Per Madame de Stael il teatro ricopre un ruolo di grande importanza e di superiorità rispetto alla letteratura, esso è infatti da lei descritto come il “magistrato della letteratura”. Proprio per questo motivo sostiene la necessità di tradurre opere teatrali che sarebbero di grande utilità poiché arricchirebbero l’ambiente culturale italiano.

3) Madame de Stael ha una considerazione molto negativa e assume un atteggiamento fortemente critico nei confronti della letteratura italiana, essa le appare sterile, povera, priva di fantasia e troppo legata all’imitazione dei modelli antichi, ormai superati e non adatti all’ambiente culturale attuale.
Trova inaccettabile infatti che la letteratura ricada sempre nelle stesse espressioni, riprese e ripetute a imitazione dei canoni classici, che portano solo a poesie vuote e inutili e che fanno si che l’Italia resti in una condizione di arretratezza e disinteresse verso le tematiche moderne che si stanno diffondendo nel resto dell’Europa.

4) I “complimenti” nelle compagnie simboleggiano i costumi tradizionali, tipici della società italiana, che durano da tempo tanto da essere ormai divenuti inattuali. Queste formalità inoltre vanno a danno della spontaneità e con tale metafora la de Stael vuol farci capire come anche la letteratura italiana sia pervasa dalle formalità classiche a danno della circolazione delle idee nuove, vere e attuali.

5) Dal passo è possibile individuare tre parole chiave su cui Madame de Stael svolge la sua argomentazione, esse sono “novità”, “utilità” e “verità”. L’autrice da molta importanza a questi concetti poiché essi sono proprio ciò di cui, dal suo punto di vista, ha bisogno l’Italia in questo momento e sono inoltre i motivi principali del contesto culturale romantico che si sta diffondendo in tutta Europa.
Con il termine “novità” si allude al distacco dalla letteratura antica verso una letteratura nuova, quella romantica, che sconvolge completamente le forme e i modelli classici affrontando tematiche del tutto nuove e in una maniera mai adottata prima d’ora. Novità inoltre è proprio ciò di cui ha bisogno più di ogni altra cosa l’Italia, che deve svecchiare la propria cultura, sterile e monotona, verso appunto le novità dell’epoca romantica.
Per “utilità” invece si intende che la nuova letteratura deve tendere all’utile e non essere fine a sé stessa, non deve quindi perdersi dietro alle formalità classiche, al linguaggio armonioso ma vuoto e privo di significato.
Infine il termine “verità” sta a significare che la materia letteraria non deve scaturire da imitazione dei modelli antichi ma deve nascere da se stessi, dalla propria interiorità, lasciando trasparire i sentimenti e le emozioni che si provano, dicendo quindi veramente ciò che si prova e non scrivendo cose che in realtà non si condividono creando poesie vuote che non raggiungono il cuore dei lettori.

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Analisi illuminismo italiano

Testo unico in cui verranno risposte delle domande riguardanti l'illuminismo italiano in non più di 15 righe.
  1. Perché i primi segni della cultura illuministica si manifestano in Italia a Napoli e a Milano?
  2. Quali legami ebbero gli illuministi italiani con quelli inglesi e francesi?
  3. Rispetto alle esperienze straniere c’è qualche elemento che caratterizza l’illuminismo italiano?
  4. I saggisti italiani del primo Settecento quale genere narrativo prediligono e quali temi trattano?
  5. La stampa periodica che si diffonde in Italia nel Settecento quali temi tratta? Con quale linguaggio? Con quale scopo?

In Italia l’Illuminismo si diffuse principalmente a Milano e a Napoli, poiché tali Stati erano guidati da sovrani riformatori decisi a modernizzare le strutture amministrative ed economiche.
Fu proprio qui che si formarono i maggiori esponenti dell’Illuminismo italiano, i quali si ispirarono essenzialmente a vari interpreti dell’Illuminismo francese e inglese.
Tuttavia in Italia l’Illuminismo, rispetto alle esperienze straniere, non ottenne esiti rilevanti specie dal punto di vista politico e sociale in quanto la borghesia, numericamente esigua, era ostacolata dall’aristocrazia e dal clero ancora molto influenti.
I principali intellettuali illuministi italiani predilessero la scrittura di opere di saggistica, storiografia e trattatistica dove essi affrontavano principalmente problemi concreti della realtà contemporanea.
Per questo motivo adottarono un linguaggio più semplice e immediato, capace di raggiungere un pubblico più ampio e socialmente eterogeneo, rifiutando il tipico linguaggio accademico.
Gli esempi più illustri sono senza alcun dubbio il saggio “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria in cui veniva criticata la pena di morte e l’opera di carattere storico-giuridico “Osservazioni sulla tortura” di Pietro Verri. Infine si diffonde anche la stampa periodica prevalentemente con la rivista “Il Caffè” che trattava ogni sorta di argomento adottando uno stile vario poiché il suo scopo era quello di non annoiare mai.
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Analisi: A un vincitore nel pallone, Leopardi

di Giacomo Leopardi
Analisi del testo:

Scritta nel novembre del 1821.
Celebre poesia di un Giacomo Leopardi inedito ai conoscitori occasionali del genio poetico: una poesia dedicata allo sport, ma dal qual tema, come si capirà, il poeta ne trarrà spunti moralistici e storici.
Poesia non del tutto facile, è inizialmente un inno al valore de “il giocatore nel pallone” che viene descritto come “il viso di gloria”, “magnanimo campion”, che sa riscuotere gli applausi degli spettatori e il “favore popolar” come già accadde ad altri grandi personaggi storici (greci) che lottarono per la loro “patria cara”, permettendone il vanto e il successo.
Mettendo in contrapposizione l’opera dell’uomo e il vivere ozioso femminile, Leopardi esalta non tanto la figura del giocatore quanto l’atto stesso del gioco, il suo risvegliare le scintille “della virtù nativa” nel suo agire sempre in onore di una patria più volte onorata da valorosi guerrieri narrati da storici del passato; “Oggi la cara patria / gli antichi esempi a rinnovar prepara”. Rinnova quindi gli spiriti e i fervori ormai spenti di spettatori che esultano per l’agire umano, per la sua potenza e virtù messa a nudo sull’arena, come un gladiatore che grida tra la polvere. Ed è qui che Leopardi vuole far intendere che non si tratta più di un gioco, ma di un’opera di un mortale in lotta contro un obiettivo, contro una passione che va nutrita e un fuoco che va alimentato e non nascosto “negli ozi oscuri e nudi” che appiattiscono e spolverano l’animo umano di ogni suo minimo impulso vitale. Leopardi racconta al lettore le rovine della sua terra, naturali o opera di quotidiano agire, espone quasi dei presagi riferiti all’Italia, ai sette colli di Roma, alle memorie antiche ormai ridotte a cenere in balia del vento, alle città europee diventate ormai solo tane per volpi. Infine il poeta si rivolge al suo personaggio, considerato ormai preda degli “ozi” quotidiani dediti a depauperare antiche memorie virtuose, talvolta per crearne di nuove e talvolta per un’umana tendenza all’oblio, descrivendolo come un dono rigoglioso per una realtà quasi sterile ed inaridita, e, con lo stile tipico leopardiano, termina la lirica ricordando ai lettori che in momenti di pericolo, in momenti prossimi alla dimenticanza di noi stessi, la nostra vita ci appare più gradita di quando, in momenti favorevoli, la disprezziamo; così il “vincitore nel pallone” sarà apprezzato come simbolo di figura virtuosa ed eroica di fronte alle sue passioni, nel momento in cui deporrà le armi terminata la sua battaglia.

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Analisi: Il Bove, Carducci

di Giosuè Carducci
Analisi del testo:

Questa poesia fa parte della raccolta Rime nuove, dove sono state raccolte le liriche scritte dal 1861 al 1887 ed "Il Bove" è stata scritta il 23 novembre 1872.

E' un sonetto con schema ABAB ABAB CDE CDE.

In arte questa poesia è stata rappresentata nei celebri dipinti dei macchiaioli.

Spiegazione:
Il bove e l'aratore che lo pungola per andare avanti non vivono affatto una vita agiata, ma sono spinti ambedue dal bisogno di lavorare incessantemente, senza fermarsi.
Questo però non porta Carducci a riflettere con pessimismo alla vita dei campi, o alla Vita in generale - nel bove egli vede un simbolo appunto di una solidità e di una pazienza che nel Mondo non c'è più.
L'aratore lo spinge, e sembra che "l'agil opra" sia un lavoro dedicato al guadagno - come se anche nella campagna, come già nelle città, certi valori tradizionali si stessero perdendo.
Ma è l'«austera dolcezza» a dire al poeta che ancora non è così, e che il lavoro duro e faticoso mantiene anche la purezza dei tempi passati - il bove trasmette "vigore e pace", ma soprattutto fa cogliere al poeta, appunto e per chiudere il cerchio, "il divino del pian silenzio verde" - quindi l'immagine quasi senza movimento, di una campagna coltivata che pare un Paradiso.

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