Riassunto vita: Sergio Corazzini


La vita e le opere di Sergio Corazzini in sintesi.


Sergio Corazzini (Roma, 6 febbraio 1886 – Roma, 17 giugno 1907) è stato un poeta italiano appartenente al crepuscolarismo romano del primo decennio del Novecento.

Non andò oltre gli studi ginnasiali per il dissesto economico della sua famiglia, che lo costrinse a cercare un lavoro di impiegato presso una compagnia di assicurazioni, "La Prussiana", per dare un sostegno alla famiglia. Povera di avvenimenti esteriori, la sua infelice vita (la madre era ammalata di tisi, il fratello Gualtiero morirà della stessa malattia, il fratello Erberto perirà in un incidente d'auto in Libia e il padre morirà in un ospizio) è tutta risolta nell'attività poetica e nel rapporto di intensa amicizia con scrittori che sentì spiritualmente affini (Martini, Palazzeschi, Govoni, Moretti).

Colpito dalla tisi (etisia, tubercolosi), morì giovanissimo, nel 1907.

La sua poesia segnata profondamente dalle sofferenze e dalla malattia, finì per farne un simbolo di una nuova condizione esistenziale.

I suoi poeti italiani preferiti erano Carducci, Pascoli e D'Annunzio, ma prende le distanze da quella che era l'immagine più diffusa di poeta: "il poeta - vate". Dichiara "Io non sono un poeta" ma un "piccolo fanciullo che piange".

Venne influenzato dal simbolismo minore dei poeti francesi e fiamminghi (tra i quali Albert Samain, Charles Guérin, Maurice Maeterlinck, Georges Rodenbach, Jules Laforgue), nella cui produzione trovano posto i motivi e le atmosfere più care alla sensibilità crepuscolare: il senso di una sofferenza e di una solitudine "esistenziale", il mondo delle "povere piccole cose" e degli effetti comuni degli uomini, il simbolismo infantile delle marionette e un pianto diretto ed elementare, che mai si risolve in semplice lamento vittimistico, ma cerca, nella sua libertà, gli indefiniti valori spirituali di cui è intessuta la trama della realtà.

Nei tre anni precedenti la morte pubblicò diverse raccolte, tra le quali Dolcezze (1904), L'amaro calice (1905), Piccolo libro inutile e Libro per la sera della domenica (1906).
Ha lasciato anche un testo teatrale, Il traguardo (1905).


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