Frasi sul 2 Giugno - Festa della Repubblica



Dopo la prima guerra mondiale si affermò in Italia la Dittatura Fascista, evento che comportò la perdita delle libertà politiche per oltre vent'anni. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il 2 giugno 1946, un referendum istituzionale, per la prima volta a suffragio universale, stabilì l'abbandono della monarchia come forma di governo e l'adozione della Repubblica parlamentare (12.717.923 voti contro 10.719.284). Dopo questo referendum il Re d'Italia Umberto II di Savoia lascia il Paese. Contemporaneamente al referendum si svolgono le elezioni per l'assemblea costituente. Per ricordare la nascita della Repubblica Italiana il 2 giugno è riconosciuto come Festa della Repubblica italiana.

In questa pagina trovate una raccolta di frasi, aforismi e citazioni sul 2 Giugno - Festa della Repubblica: una serie di frasi sulla Patria per riflettere sul senso della patria in occasione di questa giornata celebrativa nazionale italiana... ovviamente non potevano mancare anche quelle ironiche e divertenti. E se non dovessero saziare del tutto la vostra sete patriottica vi suggeriamo di leggere anche le più belle poesie dedicate all'Italia.


Le frasi

Il 2 giugno del 1946, dopo il duro ventennio fascista e la sciagura della guerra, l'Italia entrava a far parte a pieno titolo del novero delle nazioni libere e democratiche. E questo accadde, si badi bene, non soltanto perché la forma repubblicana prevalse su quella monarchica, ma perché, per la prima volta nella storia della nazione, ritrovata la libertà, la partecipazione al voto di tutti, uomini e donne, realizzava una piena democrazia. È stata l'introduzione dell'autentico suffragio universale a far compiere all'Italia il vero salto di qualità, trasformandola in un Paese in cui tutti i cittadini concorrono, in egual misura, a determinare, con il loro voto, le scelte fondamentali della vita nazionale. Furono i cittadini a scegliere la forma di Stato, ad eleggere i membri dell'Assemblea costituente, a determinare la formazione dei governi. Per questo credo che oggi si possa affermare che la festa del 2 giugno è la festa della libertà di scelta: e per questo è la festa che riunisce tutti gli italiani. (Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, il 2 giugno 2016 in un'intervista al Corriere della Sera)

Volgendo lo sguardo al nostro passato ci si accorge di quanto cammino sia stato fatto dalla Repubblica per garantire agli italiani democrazia, libertà, benessere, giustizia, diritti, qualità della vita. Di quanti ostacoli siano stati superati, quando è prevalsa la coesione, il senso di responsabilità, la lungimiranza. Di questo dobbiamo essere fieri, senza che questo possa indurre a trascurare i tanti problemi e le tante difficoltà che emergono. Questa storia ci induce quindi a guardare al futuro con maggiore ottimismo e forza d’animo: il 2 giugno, oggi come ieri, è una festa per tutti gli italiani.
(Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, il 2 giugno 2016 sul giornale La Stampa)

È meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature. (Sandro Pertini)

Non chiederti cosa può fare il tuo paese per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese. (John Fitzgerald Kennedy)

La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà. (Luigi Sturzo, Discorso al Senato della Repubblica, 27 giugno 1957)

Quando il 2 Giugno 1946 nacque la Repubblica, tutti avemmo la consapevolezza che conservare integri nel tempo gli ideali cui essa si ispirava, avrebbe comportato momenti di duro impegno ed anche grandi sacrifici. (Giovanni Leone)

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione (Piero Calamandrei, Discorso sulla Costituzione, 1955)

Bisogna che la Repubblica sia giusta e incorrotta, forte e umana: forte con tutti i colpevoli, umana con i deboli e i diseredati. Così l'hanno voluta coloro che la conquistarono dopo venti anni di lotta contro il fascismo e due anni di guerra di liberazione, e se così sarà oggi, ogni cittadino sarà pronto a difenderla contro chiunque tentasse di minacciarla con la violenza. Contro questa violenza nessun cedimento. Dobbiamo difendere la Repubblica con fermezza, costi quel che costi alla nostra persona. (Sandro Pertini, Discorso di insediamento, 1978)

Popolo, ricordati che se nella Repubblica la giustizia non regna con impero assoluto, la libertà non è che un vano nome! (Maximilien de Robespierre, Alla convenzione nazionale)

Su cosa poggia la speranza della repubblica? Un paese, una lingua, una bandiera! (Alexander Henry)

O la Repubblica o il caos. (Slogan di Pietro Nenni durante il referendum sulla monarchia)

La pena che i buoni devono scontare per l'indifferenza alla cosa pubblica è quella di essere governati da uomini malvagi. (Socrate)

Questa repubblica non fu fondata dai codardi; e i codardi non saranno in grado di preservarla. (Elmer Davis)

In ogni repubblica vi dovrebbe essere un corpo adatto a correggere i pregiudizi, frenare le passioni smodate e controllare le opinioni incostanti di un’assemblea popolare. (Alexander Hamilton)

Una creatura perfettamente malvagia ma intelligente preferirà vivere in una condizione civile piuttosto che in uno stato di natura, per essere protetto dalla violenza che gli altri, essendo diavoli come lui, gli faranno sicuramente; e preferirà la repubblica al dispotismo perché il potere incontrollato di un despota che sia diabolico, come lui, è di gran lunga più pericoloso del potere diviso e regolato di una costituzione repubblicana. (Immanuel Kant)

Noi non abbiamo esempi, nei nostri annali, di una repubblica realmente democratica che abbia resistito più di qualche anno senza decomporsi e scomparire nella sconfitta o nella tirannia; giacché le nostre folle hanno, in politica, il naso del cane, che ama solo i cattivi odori. Esse non scelgono che i meno buoni, e il loro fiuto in questo è quasi infallibile. (Maurice Maeterlinck)

Nella vita a volte è necessario saper lottare, non solo senza paura, ma anche senza speranza. (Sandro Pertini)

Libertà di pensiero,
forza nelle parole,
purezza nel nostro sangue,
orgoglio nelle nostre anime,
zelo nei nostri cuori,
viva l'Italia, viva la Repubblica.
(Anonimo)

La cultura di una nazione risiede nei cuori e nell'anima della sua gente.
Buona Festa della Repubblica!
(Mahatma Gandhi)

L’Italia vuole la pace, perché la pace è un seme che cresce solo se gli uomini imparano a stare insieme. (Anna Sarfatti, La costituzione raccontata ai bambini)

La repubblica è il governo della gente onesta, e se ne vide la prova in tutte le epoche. Esse durano mentre virtuose, e cadono quando corrotte e piene di vizi. (Giuseppe Garibaldi)

L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Degli altri. All'estero. (Anonimo)

È la festa della Repubblica e noi siamo il banchetto. (ChiNonMuore1, Twitter)

Ma se oggi è la festa della REPUBBLICA, domani festeggiamo il CORRIERE DELLA SERA?! (doppio_G, Twitter)

Meno male che nel '46 hanno votato repubblica, che con la monarchia non avremmo una giornata di ferie oggi. (TristeMietitore, Twitter)

Stringiamoci a corte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
il DIVANO chiamò, sì!
(FranAltomare, Twitter)

Art. 1 - L'Italia è una repubblica sfondata. (Dio, Twitter)

Quanto ci sembra normale, la parola Repubblica. Grazie a chi l'ha fatta, grazie a chi si impegna per non distruggerla. (insopportabile, Twitter)

La festa della Repubblica mi ha sempre un po' spiazzato perché non ho mai capito se si debba fare o no la grigliata. (Tremenoventi, Twitter)

Festa della Repubblica all'insegna del low cost. Buon 1,99 giugno a tutti. (ItsCetty, Twitter)

L'Italia è una repubblica anti-democratica fondata sul fancazzismo, su gente che si lamenta sempre anche quando trova un lavoro fisso. (_RoteFuchs, Twitter)

L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro ma:
- Stage gratuito
- Lavoro senza contratto
- Lavori e vuoi essere pagato?
(_iaci, Twitter)

Oggi si festeggia il referendum che ha sancito la nascita della Repubblica Italiana e l'ultima volta che è servito a qualcosa andar a votare. (dudek_kvar, Twitter)

La parata del 2 giugno all'insegna del silenzio e della sobrietà. I soldati avranno le pattine. (insopportabile, Twitter)

Svegliarsi ogni giorno in una Repubblica e non darlo mai per scontato. Buon 2 giugno, gente. (insopportabile, Twitter)

L'Italia è una repubblica democratica fondata sull'è meglio di niente. (mixmic76, Twitter)

L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, infatti il 2 giugno sfilano gli unici che hanno un lavoro garantito. #FestadellaRepubblica (Rubinomauro, Twitter)

#2giugno, tutti concordi: è la nascita della Repubblica. Pareri discordanti invece sulla data del decesso e le modalità. (LaPausaCaffè, Twitter)
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Come fare la croce (simbolo) con la tastiera



Qui di seguito riportiamo le croci più cercate e che sono reperibili anche nella mappa caratteri di Windows. Per alcune di esse è presente la combinazione tasti per attivarle (tasto ALT + un numero), per le altre, invece, non vi resta altro da fare che copiarle e incollarle ovunque vogliate.

Ricordiamo che essendo caratteri ASCII è possibile incrementarne le dimensioni (anche perché nella loro forma originale non si riescono a distinguere bene), il colore (blu, rosso, nero, giallo) e la forma (corsivo, grassetto).



Tipi di croci

+ = simbolo che viene usato per l'addizione. Si trova vicino al tasto Invio (Enter), nella stessa posizione dell'asterisco e della parentesi quadra chiusa. Nelle tastiere con tastierino numerico a sinistra si può trovare un secondo pulsante per la creazione del segno più.


= Questa probabilmente rappresenta un incrocio, perché si trova nella sezione delle linee. Stesse discorso vale per le tre che seguono. Il codice è Alt+197.


= Croce con due linee verticali e due orizzontali. Il codice è Alt+206.


= Croce con due linee verticali e due orizzontali.


= Croce con una linea verticale e due orizzontali.


= L'obelisco, anche detto pugnale o spada, è un segno tipografico di uso specifico e limitato. Graficamente consiste essenzialmente in una croce a due o tre bracci. La forma più diffusa è oggi quella semplice, preferita solitamente a quella dotata di grazie (arrotondamenti), un tempo più utilizzata. Il codice è Alt+0134.


= Doppio obelisco. Il codice è Alt+0134.


= Croce siriaca occidentale.


= Croce siriaca orientale.


= Croce latina bianca e ombreggiata.


= Croce latina delineata.


= La croce di Lorena è un simbolo a forma di croce con doppia trasversa (croce patriarcale).


= La croce ortodossa, anche chiamata croce russa, è una variante della croce patriarcale.


= La croce greca è una croce formata da quattro bracci di uguale misura che si intersecano ad angolo retto.


= Croce greca delineata.


= La croce di Gerusalemme è un antico simbolo dei cristiani d'oriente.


= Croce aperta centralmente.


o = La svastica è un antico simbolo religioso e propizio per le culture originarie dell'India quali il Giainismo, il Buddhismo e l'Induismo. Durante il Primo dopoguerra fu adottato dal Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (Partito nazista) come simbolo dello stesso, finendo per essere inserito nella bandiera ufficiale della Germania nazista.


= Croce di Malta, anche nota anche come croce di san Giovanni, fu simbolo della repubblica marinara di Amalfi almeno sin dall'XI secolo, come confermano alcuni tarì amalfitani del 1080 sui quali campeggia chiaramente tale croce.
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Infine o In fine: come si scrive?




Infine

Entrambe le forme sono corrette: il termine "infine", tuttavia, risulta essere maggiormente abituale.

Lo si usa, solitamente, quando si deve elencare una lunga serie di cose e si vuole dare un certo effetto alla frase quando si sta per nominare l'ultima dell'elenco, quasi a voler dire "e finalmente abbiamo finito di elencare".
Vai al mercato e comprami: carote, cavoli, lattughe, zucchine e infine pomodori. 


Oppure quando si vuole chiudere un lungo discorso.
Infine è giusto ricordare che il cambiamento deve partire da noi stessi.



In fine

Il termine "in fine", invece, è classificato come meno comune. Chi non è a conoscenza della sua esistenza potrebbe considerarlo un errore, anche se non lo è.

Ad esempio, nelle Operette morali, Giacomo Leopardi scriveva:
Il che se io credessi, ti giuro che la morte mi spaventerebbe non poco. Ma in fine, la vita debb’ esser viva, cioè vera vita; o la morte la supera incomparabilmente di pregio.


Un altro utilizzo corretto è quando si vuole dire "in fine di pagina", perché in questo caso "in fine" non è un avverbio ma un complemento di luogo. Ma è comunque raro trovarlo perché suona meglio dire "in fondo alla pagina".



Sinonimi ed esempi

Alcuni sinonimi di "infine" sono: finalmente, poi, e per ultimo, e alla fine, e per finire, in conclusione. A seconda del tipo di frase si deve scegliere quello più adatto.


ESEMPIO:
- Ed infine (finalmente/e alla fine) anche l'ultima candela si spense e restammo al buio.
- Si ringrazia infine (in conclusione) la signora Giovanna per questa meravigliosa festa.
- Da giovane ha fatto prima il calciatore poi il nuotatore e, infine (e per ultimo), il pugile.
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Facce o Faccie: come si scrive?




La forma corretta è facce, senza la i.
È sempre sbagliato scrivere faccie.


La regola grammaticale

Tutte le parole che al singolare terminano in -cia e in -gia devono sottostare a una regola ben precisa per formare il plurale. Andiamo ad analizzare più nel dettaglio i seguenti casi:

1) Quando la parola termina in CIA/GIA e questo gruppo di lettere è preceduto da VOCALE, si mantiene la I.

Camicia » Camicie (il camice è quello degli infermieri)
Ciliegia » Ciliegie
Magia » Magie


2) Quando la parola termina in CIA/GIA, ma questa volta il gruppo di lettere è preceduto da CONSONANTE, si perde la I. È il caso della parola "faccia" che al plurale diventa "facce".

Faccia » Facce
Focaccia » Focacce
Arancia » Arance
Goccia » Gocce


In sintesi, si deve solo guardare la lettera che si trova prima di -cia o di -gia nella parola scritta al singolare: in presenza di una vocale, il plurale sarà con la i; in presenza di una consonante, senza i.

Alcuni plurali fanno eccezione alla regola come avviene per il sostantivo "provincia" che può essere trovato scritto in entrambi i modi (province e provincie). Generalmente vengono accettati in qualità di grafie alternative e indicati dai dizionari poiché appartenenti alla tradizione letteraria italiana.
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Tesina su Luigi Pirandello - Terza Media


Collegamenti per tesina di terza media su Luigi Pirandello.



Storia:
- Il Fascismo (fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti)
- La prima guerra mondiale
- La Seconda rivoluzione industriale


Geografia:
- Gli Stati Uniti
- Il Corno d'Africa (Dopo l'ascesa di Benito Mussolini, a fine 1935 l'Italia fascista, affrontò e sconfisse definitivamente l'Etiopia, occupando Addis Abeba il 9 maggio 1936 e creando l'Africa Orientale Italiana)


Italiano:
- Pirandello vita e poetica


Inglese:
- Hollywood (Nel 1930 Pirandello si reca ad Hollywood per le riprese del film tratto dalla sua opera teatrale Come tu mi vuoi.)
- Oscar Wilde "Il ritratto di Dorian Gray" (il tema della maschera dell'eterna giovinezza o la fuga dal reale come in Pirandello)
- Victorian Age (visto tra realtà e apparenza)


Francese:
- La Volupté de l'honneur - Il piacere dell'onestà
- Baudelaire "La Masque" (la maschera, collegabile a Uno, nessuno e centomila)


Scienze:
- Il cervello (la moglie Maria Antonietta Portulano aveva una malattia mentale)
- Lo zolfo (la famiglia di Pirandello viveva agiatamente grazie al commercio e all'estrazione dello zolfo)


Tecnologia:
- Il cinema (era un grande appassionato di cinematografia - è stato tratto un film dal suo romanzo Il fu Mattia Pascal)
- Pirandello e il progresso (la meccanizzazione porta all'alienazione dell'uomo)


Arte:
- L'Espressionismo (Pirandello grazie alle sue scomposizioni dei personaggi e alla loro trasformazione in maschere ha messo in evidenza il problema fra essenza e apparenza).


Musica:
- Robert Schumann (compositore molto apprezzato da Pirandello, riguardo la sua musica diceva "una suonata di Schumann mi fa sognar tre ore, e ciò che mi lascia nell'anima da parole umane non può venir manifestato")
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Tempio o Templio, Tempi o Templi: come si scrive?


Agrigento - Tempio della Concordia


Al singolare


L'unica forma singolare accettata è Tempio, deriva dal latino templum, che significa recinto sacro.

La parola templio non esiste.


ESEMPIO:
- Il tempio per gli Ebrei era il luogo della dimora di Dio.
- Il tempio greco è sempre orientato est-ovest, con l'ingresso aperto verso est.



Al plurale

Il plurale di tempio è templi. Questo è uno dei tanti casi di plurale maschile irregolare.

Non è, invece, un errore scrivere tempi per indicare il plurale di tempio, ma essendo utilizzato anche per il plurale di "tempo", questo termine si sconsiglia di usarlo perché ingenera ambiguità.


ESEMPIO:
- I templi greci più antichi derivano la loro forma dal mégaron, la sala principale del palazzo miceneo.
- La partita è composta da due tempi di 45 minuti.
- Quanti tempi ci sono? (in assenza di altre informazioni sarebbe difficile capire se ci si sta riferendo alla struttura o alla durata di un evento)
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Oli o Olii: qual è il plurale di OLIO?



Un noto modo di dire italiano dice "andare (o filare) liscio come l'olio" per indicare delle situazioni che si sono svolte senza difficoltà e senza problemi. Forse chi lo ha ideato non ha tenuto conto che uno degli errori più diffusi nella lingua italiana si trova nella parola "olio" stessa, o meglio nel suo plurale. Il dubbio riguarda il numero di "i" che bisogna mettere al plurale di olio: oli o olii?

La forma corretta è oli, con una sola i.
Qui di seguito andremo a spiegarne il perché.



La regola grammaticale

1) Il plurale dei sostantivi e degli aggettivi che terminano in -io sarà con due "i" quando quest'ultima è tonica, cioè quando su di essa cade l'accento. Ne sono un esempio i seguenti plurali:
  • addìo > addii,
  • gracidìo > gracidii,
  • leggìo > leggii,
  • oblìo > oblii,
  • pendìo > pendii,
  • vocìo > vocii


2) Il plurale dei sostantivi e degli aggettivi che terminano in -io sarà con una sola "i" quando su di essa non cade alcun accento, perché appunto l'accento si trova su un'altra vocale. E questo è il caso di olio, che diventa oli al plurale.
  • òlio > oli
  • bàcio > baci
  • àglio > agli
  • àgio > agi



Casi di omografia al plurale

La regola precedente è valida fino a quando non ci troviamo davanti a casi di ambiguità come i seguenti:
  • principe > principi, 
  • principio > principii
  • condomino > condomini, 
  • condominio > condominii.

Nel caso di olio, non c'è ambiguità, quindi non necessità il raddoppiamento della vocale.
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Inferno Canto 10 - Analisi e Commento


L'incontro di Dante con Farinata e Cavalcante nell'immaginazione di William Blake


La trama e la struttura

Domina, in questo canto degli epicurei, la figura nobile e forte di Farinata degli Uberti, spirito magnanimo. Intorno a lui si costruiscono tutti gli elementi del canto. La costruzione dell’incontro di Dante con il potente concittadino è particolarmente complessa e ricercata: prima, l’improvviso e altezzoso discorso di Farinata a Dante; poi, l’avvio serrato del dialogo e del contrasto politico; quindi l'inserimento dell’episodio di Cavalcante; infine, la ripresa del dialogo con la conclusione della polemica politica e la trattazione della questione dottrinaria sui destini ultimi dei dannati. Dalla fusione coerente di questi elementi deriva uno dei passi più celebri dell’opera.



I contenuti

La figura di Farinata degli Uberti
Il personaggio di Farinata domina il canto non solo metaforicamente: già la sua rappresentazione fisica, con quell’ergersi dalla cintola in su e l’espressione accigliata e sdegnosa, ci fanno capire che si tratti di una figura importante e degna. Benché ghibellino irriducibile (era uno dei capi del partito filoimperiale), avversario fiero del guelfo Dante, questi non può non rilevarne la statura morale e politica, che si espresse nell’amor patrio e nell’atteggiamento magnanimo, e che raggiunse il punto più alto nella difesa valorosa di Firenze contro i progetti dei suoi stessi compagni di partito. Ma Farinata non è solo l’appassionato politico, è anche l’uomo che ha meditato gravemente sui destini suoi e della sua città, che è colpito da quanto Dante gli racconta, che mormora, quasi a giustificarsi, che le violenze della battaglia di Montaperti non furono senza una causa. Farinata rappresenta insomma la figura dell’uomo politico integro, fedele a una causa da generazioni, la cui azione è comunque dettata da necessità e che opera in direzione del bene e della grandezza della patria. Così d’altra parte vi aveva già accennato Dante nel colloquio con Ciacco fra le anime «degne» (canto VI - v. 79). Meno evidente nel personaggio è il riflesso dell’eresia epicurea, per cui pure è relegato qui nell’inferno; appena un cenno è rilevabile nella parte dottrinaria del colloquio, in chiusura di canto.


Il tema autobiografico: Firenze e la profezia
L’incontro fra Dante e Farinata avviene nel segno della patria comune, Firenze, che è fattore centrale nell’autobiografismo del poeta: un autobiografismo di affetti e di ideologia. Contrapposti per ideologie politiche, violentemente polemici per schieramenti comunali avversi, i due personaggi si riconoscono comunque: prima nella comune lingua toscana e specificamente fiorentina, poi nell’appassionato, leale e sdegnato amore per la loro città. E sempre nel segno di Firenze viene pronunciato l’inquietante presagio dei vv. 79-81: per la prima volta, con linguaggio volutamente oscuro, viene predetto a Dante l’evento drammatico dell’esilio. Altre profezie sul proprio doloroso destino egli sentirà da altri spiriti nei diversi regni oltremondani e sarà questo un costante motivo di emozione e tensione narrativa, fino al definitivo svelamento del suo futuro nell’episodio decisivo dell’incontro con l’avo Cacciaguida.


Il tema politico
Soggetto principale del dialogo fra Dante e Farinata è la loro passione civile in ambito fiorentino. Attraverso le loro parole si ripercorrono le tappe della recente storia politica dì Firenze, così fortemente legata alla storia delle lotte tra fazioni guelfe e ghibelline, tra Bianchi e Neri, cui partecipavano attivamente famiglie di potere e di tradizione come gli Uberti, i Donati e gli stessi Alighieri. L’antagonismo tra Farinata e Dante è dunque un antagonismo anche di casato: si manifesta fin dalla cacciata dei guelfi da Firenze nel 1248 e nella vittoria ghibellina di Montaperti nel 1260 (per due fiate dispersi, v. 48). Dante non era ancora nato, ma poco importa; e poco importa che la famiglia degli Alighieri non avesse in realtà il peso politico degli Uberti: Dante è qui partecipe, nella finzione poetica, di quelle vicende che lo vedranno protagonista appassionato e poi, nell’esilio, sempre più amareggiato osservatore.


Cavalcante: Il dolore paterno
La figura di Cavalcante Cavalcanti, padre di Guido Cavalcanti, poeta e amico di Dante, viene presentata in netta contrapposizione con quella di Farinata nella raffigurazione fisica e negli atteggiamenti psicologici. Personaggio minore — si solleva nell’arca solo fino al mento, in ginocchio, mentre l’altro si erge con tutto il busto, imponente —, vive come personificazione dell’amore paterno, angosciato per la sorte del figlio, al punto da fraintendere le parole di Dante e crederlo morto. Il passo di Cavalcante, pur occupando un autonomo spazio narrativo, ha una evidente funzione strutturale rispetto all’episodio centrale del canto: inserito all’interno del dialogo fra Dante e Farinata, crea la sospensione e il contrasto necessari a enfatizzare le loro parole e i loro sentimenti, prima e dopo l’interruzione.


Il tema dottrinario: la preveggenza del dannati
Cavalcante crede che il figlio sia morto (vv. 87 69), e questo fa dubitare Dante sulla preveggenza dei dannati. La questione viene poi trattata da Farinata (vv. 94-117): la loro conoscenza del futuro è simile alla vista dei presbiti, che vedono bene da lontano, ma non da vicino. Le anime possono quindi conoscere bene gli avvenimenti nel futuro, ma quando quelli si avvicinano non li riconoscono più, fino alla ignoranza completa del presente. Tale conoscenza del futuro durerà fino al giudizio universale: poi, non esisterà più il tempo, le arche verranno chiuse e per gli eretici sarà totale e definitiva cecità.



Commento

Una distesa di tombe, un cimitero in cui scontano la pena quei dannati che credettero che l'anima muore col corpo; questo è l'ambiente che hanno di fronte i due poeti. Eretici e materialisti, questi spiriti, dopo il Giudizio universale, giaceranno col corpo per sempre serrati dentro il sepolcro. Un'atmosfera claustrofobica s'afferma sulla scena, quasi tragico contrappasso di chi credette nella vitalità, nella bellezza del vivere, nella libertà del corpo e del pensiero, in una pienezza umana totale ma contingente, sprezzante della dimensione metafisica. Uomini completi, ma ancorati alla terra, gli epicurei rivivono le passioni terrene nel momento in cui incontrano Dante.
Due sono gli affetti che dominano il canto: la passione politica e l'amore paterno. Questi sentimenti sono ammirevoli, capaci di conferire dignità ai personaggi, ma pur sempre cosi temporanei all'occhio del pellegrino Dante in cammino verso la salvezza. Il canto dominato da Farinata, il ghibellino possente e ragguardevole che avvia uno scontro politico con Dante, il discendente di quei Guelfi con cui venne in conflitto a Montaperti e altrove. La diatriba è tipica di due avversari politici che si affrontano senza reticenze: sono due linee ideologiche diverse, ma ciò non significa che l'uno valga meno dell'altro. Seguono nel canto gli eventi fondamentali della lotta tra le due fazioni, costellata di momenti di sangue. Ma c'è un attimo in cui il fiero ghibellino abbassa il tono altezzoso e deciso per abbandonarsi su un ricordo imperioso: egli fu il solo a opporsi alla distruzione di Firenze. Su questo piano Farinata e Dante s'incontrano: al di la della feroce critica alla loro città, entrambi la amano tanto intensamente da doverne subire dolorose conseguenze. Dante infatti viene a sapere da Farinata che presto sarà scacciato da Firenze e costretto all'esilio: l'odio dei concittadini vincerà ancora una volta, come già avvenne con Farinata. Momenti di intensa passione politica s'intrecciano ad altri di tonalità individuale e sentimentale. È Cavalcante Cavalcanti, il padre dell'amico Guido, che offre a Dante lo spunto per affrontare il tema del doloroso amore paterno. Cavalcante ha, dei padri, lo sconfinato amore e l'orgoglio che spinge a esaltare i propri figli, a considerarli unici al mondo. Cavalcante è convinto che il suo Guido sia al di sopra di tutti gli altri intellettuali fiorentini, certamente non lo giudica inferiore a Dante, e si chiede come mai non sia con lui in un viaggio cosi importante. L'assurda domanda svela un retroterra di passioni terrene, di legami intensi, di richiami affettivi che non hanno consolazione. Ancor più sconsolato è poi Cavalcante quando teme che suo figlio sia già morto. Egli non accetta la morte tanto più quella di suo figlio: per lui che ha creduto nella scolarità della vita, l'evento mortale risulta inspiegabile e insensato. Farinata e Cavalcante: due facce di una stessa medaglia, due diverse interpretazioni di una passione per la vita, che la morte ha spezzato definitivamente. A conclusione dell'incontro, a Dante resta l'amaro di una profezia chi presto si avvererà.
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Inferno Canto 9 - Analisi e Commento



Il tema morale: la lotta fra il bene e il male
La tensione dei due poeti in attesa dell’aiuto divino è l’indice della difficile battaglia che il bene deve sostenere contro il male. La ragione e la volontà umana (Virgilio) sono insufficienti a vincere il vizio (i demoni), ma la Provvidenza divina non abbandona l’uomo di buona volontà: l’intervento della Grazia, simboleggiata dal Messo celeste, sconfigge il male.


Il tema allegorico
Come ci avvertono i vv. 61-63, il canto richiede un’attenta interpretazione allegorica: la dottrina si nasconde sotto 'I velame de li versi strani.

Questi sono i significati simbolici delle figure presenti nel canto.
  • Le tre Furie (o Erinni): la cattiva coscienza; il rimorso, la vendetta, la punizione. Probabilmente simboleggiano anche i tre ordini di peccato puniti nel Basso Inferno: Megera la violenza (VII cerchio), Aletto la frode contro chi non si fida (VIII cerchio), Tesifone la frode contro chi si fida (IX cerchio).
  • Medusa: il terrore; il dubbio religioso; la disperazione. Ma anche l’eresia (Lana), la sensualità che acceca l’uomo (Boccaccio).
  • Messo celeste: la dottrina cristiana; la Grazia divina che soccorre chi vuole redimersi.
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In forma o Informa: come si scrive?



"In forma" e "Informa" sono due parole simili che esistono nella lingua italiana, ma non hanno nulla in comune nel loro significato.


Informa

"Informa" in analisi grammaticale è voce del verbo informare, modo indicativo, tempo presente, terza persona singolare.

INDICATIVO PRESENTE:
io informo
tu informi
lui/lei informa
noi informiamo
voi informate
loro informano


Informare significa istruire, e quindi dare un'informazione o una notizia. Tale verbo viene spesso usato nelle forme impersonali.


ESEMPIO:
- Si informa la gentile clientela che l'attività resterà chiusa per l'intera giornata.
- Si informa la gentile clientela di riferire qualsiasi atto sospetto al personale.
- Il programma meteorologico ti informa in diretta sulle condizioni del tempo.



In forma

"In forma" sta a indicare uno stato di salute ottimale. Viene spesso usato nelle seguenti espressioni: essere in forma, restare in forma, mantenersi in forma.


ESEMPIO:
- Oggi ti trovo in forma splendida.
- Se vuoi mantenerti in forma dovrai fare palestra anche in inverno.
- Voglio ritornare in forma come qualche anno fa.
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Inferno Canto 8 - Analisi e Commento



La vivacità del canto
Sequenza varia di movimento e vivace di situazioni: la visione da lontano della città di Dite, la scena con Flegias, l’attraversamento della palude Stigia, l’articolato incontro con Filippo Argenti, lo sbarco sotto le mura di Dite, lo scontro con i demoni, e l’attesa di un evento straordinario.


Filippo Argenti
All’anonimo personaggio è affidato il compito di rappresentare l’intera schiera degli iracondi, Il suo vizio si manifesta in due immagini: il gesto con cui tenta di rovesciare la barca, e il suo rabbioso sbranarsi tra le urla degli altri dannati. Nell’episodio è presente l’emotività moralistica dell’autobiografismo dantesco.


La città di Dite
La cittadella infernale ospita i dannati e le colpe più spregevoli, quelle in cui concorse anche la ragione: l’eresia, la violenza, la fraudolenza. Si può dire che qui cominci l’inferno vero e proprio, e per questo Dante vi incontra l’ostacolo maggiore. Dite è rappresentata come una città-fortezza medievale, con le mura intercalate dalle torri, i segnali luminosi fra i posti di guardia, gli sbarramenti difensivi, i soldati sugli spalti.
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Far sì che o Far si che: come si scrive?



La locuzione far sì che si scrive in questo modo, con l'accento grave sulla "i". Nel caso in questione starebbe per "far così che...".
Va inserito l'accento per distinguerlo dal "si" particella pronominale.

In caso di dubbio o vuoto mentale potreste sempre utilizzare altre forme simili come: "fare in modo che, affinché, per cercare di fare..." ecc.


ESEMPIO:

"Far sì che" significa "fare in modo che si compia un effetto, cercare di creare volontariamente la situazione o la conseguenza":
  • Devi far sì che il giornale non si bagni = Devi cercare di non bagnare il giornale.
  • Faccio sì che tu capisca = cerco di farti capire / faccio in modo da farti capire.
  • Fa' sì che non si svegli = non farlo svegliare / cerca di non svegliarlo. (si apostrofa il verbo fare perché è il modo imperativo)
  • Bisogna far sì che tutti restino soddisfatti. = fare in modo di soddisfare tutti.
  • Tutti si impegnino a far sì che nessuno sia escluso. = affinché nessuno sia escluso / per cercare di non escludere nessuno.
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    Inferno Canto 7 - Analisi e Commento



    La struttura del canto
    Per la prima volta, varia il sistema che fa corrispondere un canto a un cerchio di dannati. Qui infatti vengono narrate le vicende del quarto e del quinto cerchio, e nel passaggio fra le due zone si inserisce una pausa di carattere dottrinario (la disquisizione sulla Fortuna). Si tratta di uno schema che ritroveremo spesso.


    I dannati del quarto cerchio
    Fra gli avari e i Prodighi Dante non riconosce nessuna personalità specifica, l’unico rilievo si riferisce al gran numero di ecclesiastici. In questo modo coinvolge nella condanna l’intera istituzione: la Chiesa si è macchiata di uno dei peccati maggiori, l’avarizia, che corrompe la sua missione di servizio al popolo cristiano.


    Il concetto di Fortuna
    Nella trattazione dottrinaria, Dante modifica la concezione classica della Fortuna, trasformandola da dea capricciosa in intelligenza celeste e strumento della Provvidenza divina. Attraverso Virgilio spiega che la fortuna è una ministra di Dio, e che le sua funzione è di favorire il passaggio delle ricchezze da un uomo ad un altro, da una famiglia ad un'altra, da un popolo ad un altro, affinché vi sia ricambio nelle sorti materiali dei mortali. Inoltre fa presente che molti dei mortali la maledicono, anche se dovrebbero ringraziarla, ma essa è, per disegno Provvidenziale, una creatura beata e sorda, cioè non sente né le loro imprecazioni, né i loro desideri e talvolta resta indifferente ai loro stessi meriti: sta con le altre creature celesti, gira la sua sfera lieta e beatamente gode della sua condizione.
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    Sottoforma o Sotto forma: come si scrive?



    La forma corretta è quella separata, sotto forma.
    Di conseguenza è sbagliato scrivere sottoforma.

    Essa viene usata nella locuzione preposizionale "sotto forma di" per fare riferimento all'aspetto, diverso da quello abituale, con cui appare qualcuno o qualcosa.

    Per esempio, nei poemi omerici, gli Dei erano soliti travestirsi come persone vecchie e deboli per non farsi riconoscere dagli umani che altrimenti li avrebbero trattati diversamente o temuti, per poi riassumere le vere sembianze per punirli o premiarli in base al loro comportamento.

    Un altro comune utilizzo lo troviamo in ambito aziendale, quando si sigla un accordo, e se ne vuole specificare il modo: sotto forma di contratto a voce o scritto.

    Oppure quando un materiale o una sostanza si trova in uno stato piuttosto che in un altro: L'acqua allo stato solido si trova sotto forma di ghiaccio, neve, grandine, brina.


    Nel caso in cui dimenticaste come scrivere correttamente la parola, potreste sempre usare i sotterfugi, ovvero i sinonimi più adatti per sostituirla: "come", nelle sembianze di, in veste di, simile a" ecc.


    ESEMPIO:
    Quando è riferito a una persona:
    La dea si presentò sotto forma di civetta.

    Quando è riferito a qualcosa:
    - È prodotto sotto forma di cristalli bianchi inodori di varie dimensioni.
    - Le opportunità appaiono molto spesso sotto forma di sfortuna o di sconfitta temporanea. (Napoleone)
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    Inferno Canto 6 - Analisi e Commento




    La trama e la struttura

    Il canto di Ciacco
    Come il precedente, anche il canto VI tratta compiutamente un intero cerchio infernale, quello dei golosi. Possiamo individuare al suo interno tre momenti: l’incontro con Cerbero, la mostruosa belva infernale posta a guardia dei dannati (vv. 1-33); il lungo episodio centrale dell’incontro con Ciacco (vv. 34-93); il dialogo fra Dante e Virgilio con la spiegazione di questioni dottrinarie ed escatologiche (vv. 94-115).
    L'intero brano tradizionalmente noto come il primo dei grandi «canti politici» della Commedia in diretta e progressiva relazione con il canto sesto del Purgatorio (incontro con Sordello da Goito) e del canto sesto del Paradiso (incontro con l’imperatore Giustiniano).


    Le costanti strutturali
    Tra gli elementi di struttura narrativa, poetica e ideologica presenti nel canto, rileviamo:
    • la figura di Cerbero. terzo personaggio della mitologia pagana che Dante trasforma e adatta alla sua raffigurazione degli inferni cristiani; le fonti principali sono quelle dell’Eneide virgiliana e delle Metamorfosi di Ovidio: ma Dante gli conferisce attributi di una crudezza realistica e grottesca estranea ai modelli;
    • l'uso della profezia per annunciare con particolare autorità fatti reali o generici che siano di ammonimento per la corrotta umanità;
    • il riferimento di Ciacco al dolce mondo (v. 88): per i dannati alle eterne pene dell’inferno, l’unico orizzonte positivo è quello della vita terrena. Spesso la richiamano con nostalgia e in nome di essa si affidano a Dante per non morire del tutto nel ricordo dei viventi.



    I contenuti

    Il tema autobiografico: Firenze
    Incomincia qui uno degli aspetti principali della tematica autobiografica nel poema: la rievocazione degli ambienti fiorentini contemporanei. Il legame che si crea fra Dante e Ciacco è subito di questa natura (vv. 40-48), e nel segno della patria comune e dei propri concittadini si imposta il dialogo. Sull’autobiografismo e su Firenze si sviluppano, come diverrà consueto, il tema politico e quello morale.


    Il tema politico: la profezia di Ciacco
    La riflessione politica si riferisce in questo canto all’ambito comunale, e precisamente a Firenze. Dante affida a un fiorentino molto patriottico, il compito di esprimere il proprio personale giudizio sulle vicende politiche della sua città. Si tratta di un giudizio di condanna per la corruzione, il malgoverno, la faziosità degli interessi di parte che impediscono una giusta e felice vita sociale. D’altra parte la trattazione politica in Dante diventa sempre occasione di vivace polemica e accusa; per questo, qui e altrove, la ritroviamo sotto forma di profezia. Quella di Ciacco è la prima, importante profezia sui destini di Firenze e, implicitamente, su quello di Dante. Il goloso fiorentino riferisce delle violente dispute fra il partito dei Bianchi e quello dei Neri che si contendevano il potere in quegli anni. La precisione dei dati è naturalmente da imputare al fatto che la scena è immaginata nel 1300, mentre viene scritta anni dopo, quando gli episodi riportati sono già avvenuti. Ma per comprendere appieno il significato e le cause di tanto dissesto politico in Firenze, bisognerà solo ampliare il campo d’osservazione e ricondurre la situazione di Firenze nel contesto italiano ed europeo delle lotte fra papato e impero: a questo saranno dedicai canti sesti delle due successive cantiche.


    Il tema morale: superbia, invidia e avarizia
    Il tema politico non va mai separato, in Dante da quello morale. I comportamenti politici, giusti o corrotti che siano, sono sempre riportati a motivazioni etiche. Così risulta anche in questo caso. Quando infatti Dante chiede a Ciacco i motivi di tanta discordia in Firenze, questi verranno indicati nella superbia, invidia e avarizia dei suoi abitanti. Tre vizi, dunque, stanno portando la città alla rovina sociale: la superbia del dominio, l'invidia tra i potenti, l'avarizia mercantile.


    Il tema dottrinario Nel finale del canto si colloca una breve ma significativa digressione dottrinaria, indice dell’interesse tutto medievale per l’effettiva, concreta condizione dell’uomo dopo la morte.
    Allontanandosi da Ciacco, Dante vuole sapere quale sarà il destino delle anime dopo il giudizio universale, se esse soffriranno dì meno o se la pena resterà uguale. Virgilio, rifacendosi alla teologia scolastica, ricorda che la perfezione, nel bene e nel male, fa sentire di più: il ricongiungimento dell’anima al corpo provocherà quindi una pena maggiore per i dannati e una maggior beatitudine per le anime del Paradiso. Si tratta di uno dei primi esempi di quella tematica escatologica e teologica che proseguirà e si accentuerà nel corso dell’opera e che costituisce una delle anime ideologiche principali dell’opera: la Divina Commedia, infatti, vuole essere innanzitutto un poema religioso e Dante si vuole presentare anche come teologo.



    Commento

    L'aria nauseante e grigia, che fa da cornice al cerchio dei golosi, suggerisce al lettore monotonia e tristezza. In questa area battuta dalla pioggia insistente imperversa Cerbero, il mostro a tre teste, bestiale e orribile. Il cerchio è di quelli che immediatamente rendono l'odiosità della colpa che vi si patisce: la golosità abbassa l'uomo al rango di bestia; è un peccato indegno della dignità umana e Dante ne prende le distanze. Ciononostante, Ciacco, il personaggio con cui parla, ha una sua dignità, in quei frammenti di vitalità che gli sono concessi per avviare il colloquio. Benché incerta sia la sua identità (Ciacco è un nome o un soprannome?), Ciacco si fa tuttavia portavoce di un attacco politico-morale contro i fiorentini, che culmina nella profezia del prossimo trionfo dei Neri. Tradizionalmente i canti sesti delle tre Cantiche vengono inseriti nel filone politico della Commedia, anche se la politica attraversa tutta l'opera dantesca, come un argomento particolarmente caro al poeta.
    Superbia, invidia, avarizia: ritornano le odiose fiere che ricacciarono Dante nella selva oscura, vizi radicati nella Firenze del tempo, causa e conseguenza delle guerre tra fazioni nella città. Ciacco li denuncia, sottolineando che i giusti sono estremamente pochi (due, afferma paradossalmente). Il triste sfogo del fiorentino trova Dante concorde e così angosciato della situazione che, spontanea, s'affaccia in lui la richiesta di notizie sui più ragguardevoli e stimati uomini politici del passato: Farinata, il Tegghiaio...
    Ma indiscutibile, seppur inaspettata, è l'affermazione di Ciacco: sono tra le anime più nere. Il poeta, sottile conoscitore dell'animo umano, questa volta ha realizzato un colpo di scena, capace di tener alto l'interesse del lettore, rianimare l'ambientazione deprimente della pioggia che batte ossessiva sulle anime immerse nel fango, avviare alla conclusione un incontro inquietante. Nei versi precedenti Dante ha infatti saputo che i Bianchi, prima vincitori, saranno poi definitivamente sconfitti dai Neri, con l'appoggio del papa Bonifacio VIII. La situazione minacciosa impone al poeta un ritorno nostalgico all'eroico passato della città, ma la risposta di Ciacco gli ripropone con urgenza il problema fondamentale sul quale deve concentrarsi: la salvezza dell'anima sua e dell'umanità intera. La politica, pur cara al cuore del poeta, va comunque inserita in una dimensione di precarietà ed egli verifica con certezza che l'amor di patria e la dignità non bastano a salvare l'uomo. L'appassionato politico si fa di nuovo pellegrino, nella consapevolezza, sempre più acuta, che il problema maggiore per l'uomo è quello di dare un senso certo alla sua esistenza, pur nella fragilità di una condizione sempre provvisoria.
    Dante ha compiuto un altro grande passo avanti verso la conquista di sé e Ciacco può ormai riprendere la sua tragica posizione di anima immersa nel fango maleodorante. Mentre i suoi occhi biechi lanciano un ultimo sguardo alla vita, Dante apprende da Virgilio che il dannato non si sveglierà più fino al giorno del Giudizio universale.
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    Inferno Canto 5 - Analisi e Commento




    La trama e la struttura

    Il canto di Paolo e Francesca
    Il canto si presenta unitario e compatto nello sviluppo completo del proprio argomento: descrive infatti il secondo cerchio infernale, quello dei lussuriosi, dal momento in cui Dante e Virgilio vi discendono, al loro congedo da quelle anime. Al suo interno si articola poi in tre momenti ben distinti: l’incontro con il giudice infernale Minosse (vv. 1-24), la descrizione del luogo e l’indicazione delle anime principali (vv. 25-72), l’incontro di Paolo e Francesca (vv. 73-142).
    Ci troviamo di fronte a uno schema narrativo tipico della esplorazione dantesca nell’oltretomba:
    prima l’ambientazione generale con la spiegazione di situazioni contingenti e lo svelamento dei dannati, poi l’episodio centrale con l’intervento diretto dei principali protagonisti.


    Le costanti strutturali
    Tra gli elementi di struttura narrativa, poetica e ideologica presenti nel canto, rileviamo:
    • la figura di Minosse, secondo personaggio della mitologia pagana che Dante trasforma in mostro infernale (il primo era stato Caronte), con la funzione di demone giudice dell’intero regno e guardiano di questo cerchio dei lussuriosi (vv. 1-24);
    • l’indicazione della pena per contrappasso (vv. 28-49);
    • l’uso dell’elencazione dei nomi dei dannati, sinteticamente connotati, per definire la tipologia del peccato e per denunciare destini personali (vv. 52-69).



    I contenuti

    Paolo e Francesca
    Al centro poetico, ideologico e affettivo del canto si pone l’incontro di Dante e Virgilio con Paolo e Francesca. È uno dei passi più celebri della Commedia, che ha dato vita a una vera e propria tradizione letteraria. Sono gli unici dannati lussuriosi a procedere in coppia, e già questo è indice della particolarità del loro amore, per quanto colpevole. Tra i due, Dante dà voce a Francesca, e crea un personaggio con una tormentata sentimentalità. La giovane donna non riferisce i particolari della triste vicenda, vi accenna solo per ricondurli alla dimensione di dolore senza rimedio di cui è eterna protagonista. La delicatezza, i modi gentili, l’istinto che la spinge quasi con trepidante desiderio al colloquio con Dante, sono gli elementi che costituiscono l’umanità, la cortesia del personaggio e l’intensità del suo sentire amoroso: da qui nasce il lirico, drammatico contrasto con la colpa, il peccato e i tormenti infernali.


    La forza di Amore e i dettami dello Stil Novo
    Francesca, per descrivere il sentimento amoroso che la lega a Paolo, definisce in realtà i principi generali e canonici dello Stil Novo: l’amore connaturato alla gentilezza d’animo (v. 100), la necessaria reciprocità dell’amore (v. 103), l’indissolubilità del sentimento amoroso (v. 106). Le tre terzine dei vv. 100-108 diventano così una sorta di manifesto poetico e ideologico, che però, nel riportarsi alla vicenda privata dei due cognati amanti, denuncia quanto di colpevole possa manifestarsi in una passione non frenata e illuminata dal sentimento religioso.


    La pietà di Dante
    Al termine del racconto di Francesca, Dante viene colto da una commozione cosi forte da cadere in terra svenuto. La pietà che lo investe è, da un lato, emozione dell’uomo che partecipe della sventura non regge alle lacrime dei due amanti; dall’altro, è frutto della perplessità e della riflessione problematica dell’uomo di fede che non può perdonare la colpa di adulterio di Paolo e Francesca, pur conoscendo bene il sentimento d’amore e le debolezze che in suo nome trascinano al peccato. La pietà di Dante nasce cioè dall’incontro fra un’anima «bella» vinta dal peccato e quindi eternamente dannata,e un’altra anima, la propria, che vuole vincere il peccato e le condizioni che lo determinano.



    Le forme

    Le costanti formali.
    Tra gli elementi espressivi che più ricorrono nella poesia dantesca e che sono di rilievo nel canto, indichiamo:
    • la formula «magica», che Virgilio usa per contrastare e superare l’opposizione delle forze demoniache al procedere di Dante, vv. 23-24;
    • l’uso delle similitudini, in questo caso tratte dal mondo degli uccelli, in consonanza con la condizione dei lussuriosi, trascinati eternamente in volo dalla bufera infernale: gli stornelli ai vv. 40-43, le gru ai vv. 46-49, le colombe ai vv. 82-87;
    • la tecnica dell’accumulazione, cioè dell’elenco di nomi per connotare la popolazione e le schiere dei dannati nelle rispettive zone dell’inferno;
    • l’uso dell'anafora: ai vv. 100, 103 e 106, la definizione che Francesca dà del proprio sentimento e del rapporto amoroso con Paolo è costruita sulla ripetizione dichiarativa, a inizio di tre terzine consecutive, della parola amore; e da qui trae molta della sua forza espressiva.



    Commento

    Una violenta bufera di vento travolge le anime e Dante, che ha appena incontrato Minosse, il mostruoso giudice infernale, viene immerso nel mezzo della tragedia dell'Inferno. Il buio e le urla non danno scampo come non lo dà all'uomo il piacere dei sensi, quando è troppo forte per essere tenuto sotto controllo. Dante subito chiarisce la sua posizione: in questo cerchio si trovano i lussuriosi, cioè coloro che la ragion sommettono al talento (= che fanno prevalere l'istinto sulla ragione). Ma questo talento esercita un malioso fascino sul poeta, che pure è consapevole che esso conduce alla perdizione. Di fronte al trascorrere della schiera dei peccatori, dove intravede diversi personaggi mitici, Dante sente una profonda pietà. Anch'egli forse ha conosciuto il talento, la passione carnale, comunque ha subito la seduzione di quegli appetiti terreni che danno piacere all'esistenza ma che la perdono irrimediabilmente quando diventano incontrollabili: così Didone si suicida disperata dopo l'abbandono di Enea, Cleopatra si lascia avvelenare dall'aspide e muore prima di essere catturata dai Romani, Tristano viene ucciso dal marito tradito della sua Isotta tragicamente amata.
    Dante coglie dell'amore tutta l'energia misteriosa, il tremendo potenziale capace di trasformare l'uomo in un essere felice e appagato o di annientarlo completamente. Eros, nel mito classico, era il dio temuto dallo stesso Giove; le sue frecce infatti producevano una ferita insanabile: bene lo seppe la giovane Medea che, in questo modo, si innamorò perdutamente di Giasone.
    L'amore non dà tregua, non conosce pause, impone il suo dominio. Possessivo e travolgente, come una bufera investe l'esistenza e l'esito di questo turbinio è del tutto incerto. "Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse; soli eravamo e sanza alcun sospetto": così narra Francesca, l'infelice dannata con cui Dante viene a colloquio, lei che, poco dopo, rivela come l'amore che l'ha travolta insieme con Paolo sia nato proprio da quel momento di inquietante piacevolezza. Eros ha avuto il sopravvento e ha annebbiato ogni ragione. Dove sono finiti i sacri patti delle nozze, dove il divieto, consolidato nel tempo, di un amore che sorge fra le stesse pareti domestiche?
    L'amore non conosce regole né convenzioni ma solo l'intensità misteriosa che attrae due vite. Dante riflette sull'amore e si domanda come possa essere potenzialmente distruttiva una forza così intrinseca alla natura umana, tanto che l'uomo che non ama non solo è infelice ma anche turbato nel suo equilibrio emotivo.
    Il poeta scopre che l'amore-passione dei lussuriosi è solo un aspetto dell'amore, il più immediato e istintivo, ma anche il più fragile, perché non sottoposto al controllo della ragione. L'amore come trasgressione affascina Dante, che tuttavia è in grado di riconoscerne i limiti etici, e la sua pietà per i due spiriti condotti alla morte è così alta che sviene.
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    Inferno Canto 4 - Analisi e Commento




    Analisi del testo

    Il luogo dell’azione
    Sul luogo dell’azione, il Limbo — ripreso dalla tradizione classica — si concentrano i motivi del canto: la condizione dei dannati, la questione del battesimo, la dimensione affettiva per l’anima di Virgilio, la presenza degli spiriti magni del passato, i significati simbolici.


    Virgilio e il Limbo
    Trova espressione nel canto il tema del destino particolare di Virgilio, motivo psicologico centrale nella Commedia. Egli insiste nello specificare che questi spiriti non peccarono e anzi furono virtuosi ed eccellenti, perché in questo modo esprime anche un giudizio su stesso, che proprio qui ha sua eterna sede.


    L’incontro con i poeti
    Inizia con questa implicita definizione dei massimi autori antichi la serie di incontri di Dante con altri poeti, che proseguiranno in tutta l’opera come occasione di riflessione e giudizio sull’attività artistica.


    La questione teologica: il battesimo
    Dante, moralmente tormentato dal problema della dannazione di anime innocenti e nobili ma non cristiane, espone qui il dogma sul sacramento del battesimo. Il tema verrà ripreso e chiarito in Paradiso, proprio nel cielo della giustizia divina.



    Commento

    Dante si risveglia dallo stato di incoscienza, avvolto nel quale egli aveva miracolosamente passato l'Acheronte, e si guarda intorno per cercare di capire dove si trova. Al suo atteggiamento pronto e ben disposto, forse da intendersi allegoricamente come un'uscita dal sonno del peccato, si contrappone il turbamento di Virgilio. Quest'ultimo quando rientra nel luogo della sua eterna dannazione, partecipa all'angoscia delle anime eternamente condannate alla sofferenza e alla privazione di Dio. Questa scena rende più umana la figura di Virgilio e avvicina anche il rapporto del maestro al suo discepolo (Virgilio-Dante).
    Ancora Virgilio protagonista: egli anticipa la domanda di Dante, quasi fosse desideroso di chiarirgli la condizione di quella schiera di dannati a cui egli stesso appartiene. Essi non sono peccatori, anzi possono aver avuto meriti in vita; la loro unica colpa è quella di non aver conosciuto la vera fede, essere morti senza battesimo o, nel caso di quelli vissuti prima di Cristo, non aver creduto nel vero Dio.
    Ora essi sono condannati a desiderare Dio, senza alcuna speranza di poterlo raggiungere. Le parole di Virgilio sono un misto tra la consapevolezza della propria innocenza e rassegnazione al proprio destino.
    La lezione è amara anche per Dante perché pure gli uomini di elevate qualità intellettuali e morali non possono con le loro forze raggiungere la verità e la felicità. È la fede l'unico modo per salvarsi e il pellegrino peccatore non perde occasione per essere confermato in essa dalla sua guida. Una volta ribadite le verità di fede, l'autore, con libertà inventiva, crea per un gruppo di anime una situazione di privilegio all'interno dell'uniforme atmosfera di dolore.
    Il luogo che esse occupano spicca come un lume in mezzo alle tenebre, il loro aspetto le qualifica anche da lontano come genti degne di onore, i loro gesti e le loro parole sono un esempio di gentilezza e rispetto e sono in grado di esaltare i valori più elevati come l'onore, la fama e la poesia. Tra i valori che hanno contraddistinto il mondo classico sono questi quelli che Dante sente più vivi e più vicini a sé; essi non sono in contrasto con i valori cristiani, anzi Dio stesso mostra di pregiarli (grazia acquista in ciel che sì li avanza).
    Nell'intenso e assorto parlare dei sei poeti svaniscono la confusione dei sensi e l'angoscia del cuore, che avevano caratterizzato all'inizio del canto l'approccio col mondo dei dannati.
    L'ultima parte del canto contiene una rassegna di grandi personaggi dell'epopea troiana e romana e dei massimi esponenti del pensiero filosofico e scientifico antico e comunque non cristiano.
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    Inferno Canto 3 - Analisi e Commento




    La trama e la struttura

    La porta dell’inferno
    Il canto si apre con la trascrizione diretta delle drammatiche parole incise sulla porta dell’inferno. Si tratta di un’inesorabile condanna: attraverso quel varco, creato e voluto da Dio, si entra nel dolore della città infernale, tra le anime perdute per sempre. L’iscrizione, e la sua collocazione a incipit segnano uno stacco netto con l’atmosfera lirica del canto precedente.


    Il canto di Caronte
    Dopo la concettualità del canto precedente, riprende con foga la dinamica narrativa.
    Il prologo dell’opera è davvero concluso e il racconto entra nel vivo degli avvenimenti con forti suggestioni drammatiche. Succedono qui molte cose, scandite in episodi di evidente valore simbolico: il valico della porta infernale, l’incontro con la schiera degli ignavi, l’arrivo alla riva dell’Acheronte con l’affollarsi delle anime dannate, l’attraversamento del fiume. A dominare la scena è Caronte, prima figura demoniaca dell’opera, che svolge una funzione determinante: quella di traghettare i dannati nel vero e proprio regno infernale e quindi di avviarli al loro eterno destino di pena. Il viaggio di Dante è cominciato.


    Pena e contrappasso
    Nell’ideare le condizioni dei dannati (e dei penitenti in Purgatorio) Dante segue la logica del contrappasso, immaginando cioè pene corrispondenti alle colpe di cui si sono macchiati durante la vita terrena. Il contrappasso diventa così una regola strutturale dei regni oltre-mondani, e qui la vediamo applicata per la prima volta: gli ignavi in vita non seppero scegliere, evitarono gli stimoli di ogni genere, furono avari di passione; ora sono costretti a inseguire un vessillo anonimo e sono pungolati da insetti fastidiosi.


    I fiumi dell’oltretomba
    Un altro elemento, di natura squisitamente fisica, su cui Dante costruisce l’architettura dei suoi regni oltremondani sono i fiumi, e più in generale gli spazi d’acqua. Anche qui si tratta di oggetti ereditati dalla tradizione classica, ma completamente rielaborati. L’Acheronte è il primo di questi fiumi e marca l’entrata all’inferno, che all’altro estremo sarà delimitato dal lago ghiacciato di Cocito. Così, simmetricamente, la montagna del Purgatorio sarà delimitata alle sue falde dalle acque dell’Oceano e sulla vetta dai fiumi Letè ed Eunoè.



    I contenuti

    Gli ignavi
    La descrizione del luogo — cupo, senza tempo e risonante di grida e lamenti — e della  pena dei dannati — ripugnante e carica d’angoscia — riflette il giudizio morale che Dante ha degli ignavi: disprezzati perché non si schierarono con nessuno, uomini vili agli occhi del poeta, confinati in quel luogo scuro e opaco perché rifiutati sia da Dio sia dai diavoli, non meritano neppure l’attenzione dei pellegrini. Dante non ne cita per nome nessuno, e Virgilio conclude la spiegazione sul loro stato con uno sdegnoso non ragioniam di lor, ma guarda e passa (v. 51).


    Caronte 
    Personaggio principale del canto, la figura di Caronte è di derivazione pagana e Dante lo raffigura sulle tracce delle fonti virgiliane: il nocchiero infernale è un vecchio canuto, con gli occhi di fuoco, che avanza sulle acque dell’Acheronte minacciando le anime che viene a raccogliere. La rappresentazione ha però una efficacia realistica, una violenza di gesti e di parole che erano estranee alla poesia di Virgilio. Caronte è la prima delle figure mitologiche reinventate da Dante quali demoni e custodi dei luoghi infernali, con una tecnica che, partendo dagli originali classici, le trasfigura con particolari esteriori, con funzioni strutturali e con caratteristiche morali del tutto originali.


    La profezia di Caronte
    Nelle parole di Caronte a Dante si coglie il primo accenno al destino di salvezza di Dante, uno dei principali motivi affettivi e poetici del poema. Il nocchiere infernale giustifica infatti l’iniziale rifiuto a prenderlo sulla barca con il fatto che egli è ancora vivo, ma anche con la predizione che il suo passaggio al regno dei morti dovrà avvenire in altro luogo e su un più agile vascello: è il riferimento esplicito alle anime destinate al Purgatorio, quindi alla salvezza. Il passo sarà meglio compreso alla luce di quanto Dante descriverà appunto nel canto Il del Purgatorio.



    Le forme

    La formula virgiliana
    A Caronte, restio a trasportare i due visitatori, Virgilio risponde con parole che ripeterà in numerose occasioni di ostacolo (vv. 95-96). La forza concettuale ed espressiva della formula, che la trasformerà in detto proverbiale, sintetizza la sacralità del viaggio di Dante, voluto da Dio. E alla volontà divina si uniforma di necessità la volontà degli esseri infernali: ne è riprova il comportamento dei dannati che, giunti sulla riva dell’Acheronte, corrono incontro alla loro pena. Così la formula virgiliana espone perentoriamente il dominio della legge divina e mette a tacere qualunque opposizione.



    Commento

    Chi, basandosi sui luoghi comuni e stereotipe interpretazioni della Commedia, ritenesse Dante un conformista, potrebbe semplicemente soffermarsi sul canto III dell'Inferno per venirne smentito. Il canto ha la struttura tragica dei grandi temi esistenziali, ma offre anche il pretesto a Dante per affrontare un argomento che dovette essere dibattuto molto profondamente nel suo animo. La porta infernale suggella a caratteri cubitali un ingresso irreversibile, un percorso che non conosce ritorno. Le sue parole non ammettono equivoci: chi varca quella porta ha ormai preclusa in eterno ogni possibilità di salvezza. L'Inferno è stato voluto dalla giustizia divina, ma anche dal primo amore, perché non può esserci l'amore di Dio senza la giustizia, come non c'è la giustizia senza amore. Dante è ormai nel regno delle tenebre e un clamore intenso lo colpisce: l'atmosfera cupa e dolorosa gli impone di chiedere spiegazioni alla sua guida. E Virgilio gli presenta coloro che vissero senza infamia e senza lode. Il disprezzo del poeta latino verso questi dannati è totale e Dante lo condivide e lo sollecita. Gli ignavi spiccano nel panorama infernale come coloro che non sono, degni di alcuna considerazione, perché nella vita non presero mai posizione. L'anticonformismo dantesco sta nell'affermare con decisione, pur se indirettamente, che chi pensa solo a se stesso nega le proprie ragioni di uomo. In questo c'è tutta la passione morale del cittadino che lotta per difendere i propri ideali, la consapevolezza che la politica spesso è gestita in termini utilitaristici e personalistici, la presa d'atto che il giusto non sempre trionfa nel sociale ma che, ciononostante, all'uomo è richiesto di combattere per i propri valori.
    Dante pensa alla misera schiera di coloro che "si facevano i fatti propri", quando Firenze entrava in balia dei Neri e il «candido priore», come il poeta è stato definito, veniva bloccato nella sua azione politica e poi esiliato. Riflette sul colpevole silenzio di coloro che vedevano e tacevano, che accettavano l'ingiustizia senza combatterla.
    La sua statura morale gli impedisce di chiamarli uomini, perché la dignità umana non compete a chi accetta compiacenti soluzioni di comodo. In questo modo Dante definisce l'ignavia come colpevole e vergognosa vigliaccheria. E, tra gli ignavi, Dante pone anche Celestino V, il papa che fece per viltade il gran rifiuto.
    Personaggio di indubbia dirittura morale, Celestino V non è che un vile. Se le questioni di palazzo gli impedivano di essere papa come avrebbe voluto, se gli impegni burocratici lo tenevano lontano dal suo eremo, questo non significava per Dante che egli avrebbe dovuto abdicare, lasciando la cristianità in balia di papi corrotti. Celestino V è un ignavo, perché non si è preso le proprie responsabilità, perché l'amore per la tranquillità è stato più forte del dovere che Dio stesso gli aveva affidato, quello cioè di guidare la cristianità. Il messaggio di Dante è di indubbio spessore morale: il poeta consegna all'uomo di oggi il gusto dei propri ideali e il rifiuto della passiva accettazione di modelli conformistici e di comodo.
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    Inferno Canto 1 - Analisi e Commento




    Analisi del testo

    La struttura
    Il canto I dell'Inferno, che funge da proemio di tutta l'opera contiene i presupposti della straordinaria esperienza spirituale che Dante personaggio ha compiuto e che Dante autore intende narrare, poiché se essa è stata «amara e paurosa» all'inizio, ha poi condotto al «bene».
    La narrazione contiene quindi due livelli temporali: quello del viaggio del personaggio-pellegrino, al passato (mi ritrovai, era, mi trovai ecc.), quello dell'impegno del poeta-uomo, al presente (è, rinova, non so), e quello del piano della riflessione su di essa e della narrazione, al futuro (dirò).
    Il legame tra i due livelli è costituito dalla figura del protagonista che conserva tutte le caratteristiche biografiche e psicologiche dell'uomo, di Dante Alighieri insomma, poeta fiorentino, vissuto in un determinato contesto storico e culturale e con determinate esperienze artistiche e morali.


    Lo stile
    Il linguaggio usato è quello del simbolismo medievale, privo di preoccupazioni di coerenza narrativa e di corrispondenza realistica. Il linguaggio allegoricamente permette poi di passare agevolmente dal piano dei significati individuali a quello dei valori universali: la lupa ad esempio può rappresentare una tentazione intercorsa nella vicenda spirituale di Dante, ma certamente rappresenta l'ostacolo morale che insidia la vita di molti e causa la rovina di uomini e paesi.
    L'orizzonte si allarga così all'umanità intera o più specificamente alla realtà storico-politica nota a Dante e presente alla sua riflessione, in cui sceglierà Virgilio come personaggio-simbolo: egli rappresenta nella cultura medievale la voce più alta, per elevatezza stilistica e profondità del messaggio.


    Lo spazio
    Perché Dante si ritrovi in una selva e dove essa sia non ha importanza quanto il fatto che essa simboleggi la dimensione oscura e intricata dello spirito in cui si è persa la luce della verità e la guida della ragione.
    L'azione poi si sposta sul pendio desertico che conduce al colle, la cui cima è illuminata dal sole.


    Il tempo
    Siamo nella notte tra il 7 e l'8 aprile 1300 (Venerdì Santo), o secondo altri commentatori tra il 24 e il 25 marzo 1300 (anniversario dell'Incarnazione di Gesù Cristo).
    Nel mezzo del cammin di nostra vita vuol dire a trentacinque anni, quando un uomo si trova nel pieno dell'età; si riteneva infatti che la durata media dell'esistenza fosse di sessanta anni. Quindi l'autore nato nel 1265, l'inizio del viaggio si colloca nel 1300.
    Compare una determinazione temporale: è l'alba di una giornata di primavera, quando il sole si trova in Ariete.



    Commento

    Un'angoscia mortale attanaglia l'uomo-Dante: nel pieno della maturità gli accade di sentirsi sbalzato in un mondo dai contorni stravolti, in cui domina la notte dell'anima. È come sognare un brutto sogno con la tragica consapevolezza che tutto è reale e non ci sarà alcun risveglio tranquillizzante. L'uomo è perso, non riesce a comprendere come sia finito in una situazione pressoché irrimediabile e cerca invano una via d'uscita.
    Un barlume di speranza finalmente s'affaccia e sembra farsi consistente nel recupero di immagini positive, quando Dante riesce a scorgere in alto, sopra di sé, il cielo che si tinge di rosa. Il panico è dominato e il viaggiatore contempla l'oscurità sconfitta con lo stato d'animo di chi è miracolosamente scampato a un'insidia mortale. Ma si tratta di una vana illusione: pericoli ancor più gravi sovrastano e ricacciano l'uomo nella primitiva disperazione. Sono gli istinti indomabili, le passioni travolgenti che incalzano senza tregua.
    La selva oscura incombe ancora sul capo del pellegrino. Le forze stanno per abbandonare Dante: l'uomo, solo con le sue angosce, crollerebbe se la voce della ragione, sebbene debole per essere stata troppo a lungo silenziosa, non si mostrasse nella figura del poeta Virgilio, accorso in suo aiuto. Assistito dalla Grazia divina, Virgilio è inviato da Dio a illustrare un percorso di conoscenza razionale, è la guida a cui affidarsi in totale abbandono filiale. Da lui Dante apprende come la lupa sia la belva feroce più pericolosa: animale non mai sazio, si lega, ammaliatore, a tanti uomini di potere e non. Occorrerà, per sconfiggerla, l'arrivo del veltro.
    L'annuncio profetico placa Dante che, indotto ormai a sperare nell'appoggio di Virgilio, gli chiede di guidarlo nel lungo viaggio di conoscenza e di espiazione che lo condurrà alla pace. Il bene non si acquisisce di colpo, ma è dura e faticosa conquista: la consapevolezza è il premio di chi coraggiosamente si interroga e sinceramente si analizza. La lonza, simbolo della lussuria, il leone, simbolo dell'orgogliosa superbia che induce alla violenza, la lupa, emblema dell'avidità, esprimono in maniera tangibile la forza degli istinti e l'impossibilità di fronteggiarli senza strumenti adeguati. Questi appunto Dante deve forgiare e il viaggio che il poeta sta per compiere dentro le viscere della terra e nelle pieghe del suo inconscio è un percorso di autoconoscenza e purificazione, nella linea di una progressiva autonomia interiore. Capire il male è liberarsene e scoprire che, con tutte le sue allettanti attrattive, in realtà esso lega inesorabilmente l'uomo alla sua finitezza e ne decreta la perdizione. L'uomo nuovo, pertanto, dovrà nascere dalle lacrime e dalla sofferenza di quello vecchio che accetta di morire.
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    Inferno Canto 2 - Analisi e Commento




    La trama e la struttura

    Il destino eccezionale di Dante
    Dopo l'introduzione narrativa generale del primo canto, questo secondo canto costituisce una sorta di proemio che spiega il significato personale e insieme sacro del viaggio di Dante. Si tratta di un’esperienza eccezionale che preannuncia un fine altrettanto eccezionale (e non più solo personale): egli sarà infatti il terzo uomo a penetrare i misteri dell’oltretomba dopo personaggi tanto nobili, quali Enea e San Paolo.
    A determinare il suo cammino di salvezza si è mossa la volontà divina, attraverso l’intercessione della Vergine e l’intervento diretto di Santa Lucia e Beatrice, anime somme fra i beati.


    «Io non Enea, io non Paolo sono»
    Per esprimere i propri dubbi e timori a intraprendere il cammino nei regni dei morti, Dante fa riferimento a due celebri predecessori: l’eroe troiano Enea, la cui discesa nell’Ade è narrata dallo stesso Virgilio nell’Eneide, e San Paolo, che nella sua Seconda lettera ai Corinzi dichiara di essere stato assunto al terzo cielo. Si tratta di due esempi illustri, tanto più se pensiamo che da loro sarebbero poi derivati i due sommi poteri del tempo, l’impero e la Chiesa. La domanda di Dante su come e perché lui possa condividere la stessa esperienza con spiriti tanto nobili è umile solo in apparenza: in effetti sottintende la convinzione che anche il proprio viaggio rivesta importanza eccezionale, convinzione o finzione almeno letteraria, che giustifica l’ideazione e la coerenza dell’opera.



    I contenuti

    Il tema allegorico: le tre donne benedette
    A intervenire per la salvezza di Dante, in pericolo di rovinare definitivamente nella selva del peccato,sono tre donne celesti: la Vergine, Santa Lucia e Beatrice. L'intercessione della Vergine imprime un sigillo di alta sacralità al destino di Dante, ed è la prima testimonianza del suo culto mariano, che costituisce uno dei temi religiosi costanti nell’opera: troverà definitiva sanzione proprio nell’ultimo canto del Paradiso. Meno evidenti i motivi della scelta di Santa Lucia; si può comunque pensare che la particolare devozione per la santa siracusana, protettrice degli occhi, sia da collegare all’importanza che Dante attribuisce al senso della vista, oltre che a una personale grave malattia. Le tre donne benedette hanno un chiaro valore simbolico: Maria è la Grazia preveniente, Lucia la Grazia illuminante, Beatrice la Grazia operante.


    L'apparizione di Beatrice
    La figura di Beatrice apporta sempre ricchezza speciale di motivi e valori alla poesia di Dante. Dal punto di vista strutturale, la sua apparizione, qui oltre alla funzione più immediata di mandare Virgilio in aiuto al poeta, diventa preannuncio dello scopo finale del viaggio, quando con la sua guida Dante potrà salire al Paradiso e successivamente giungere alla visione di Dio. Dal punto di vista psicologico e autobiografico, è da notare la commozione di Beatrice per il suo amico in pericolo e la nuova Iena che sospinge il poeta al cammino, sapendo che potrà ricongiungersi con lei: la tensione affettivo - amorosa conferisce concretezza poetica anche ai significati allegorici. Dal punto di vista stilistico e lirico, il dialogo tra Beatrice e Virgilio, che pure si svolge all’inferno, propone espressioni e sentimenti che appartengono alla sensibilità stilnovistica (vv. 52 sgg.).


    Il tema dottrinario: il dubbio di Virgilio
    Nel colloquio con Beatrice, dopo aver promesso il proprio intervento in aiuto a Dante, Virgilio esprime un dubbio che può suscitare qualche perplessità (vv. 82 sgg.): non teme Beatrice, anima beata, di discendere all’inferno? In realtà si tratta del primo esempio di quelle questioni dottrinarie che costituiscono gran parte della poetica dell’opera: la Commedia è innanzitutto poema religioso e didascalico e sì rivelerà come una enciclopedia in versi della religiosità medievale. Beatrice simbolo della dottrina teologica, così risponde: si deve temere solo ciò che può far male, e uno spirito che ha ricevuto da Dio la beatitudine eterna non può temere nulla dai luoghi dannati. Poco dopo (vv. 100-102) Beatrice anticipa una visione del Paradiso, così come lo descriverà Dante negli ultimi canti dell’opera: lei stessa a fianco della biblica Rachele nell’anfiteatro celeste, tra i sommi spiriti contemplativi. È su questo squarcio di futura beatitudine che prende slancio la discesa agli inferi.



    Le forme

    L'incipit del canto.
    Il canto si apre (vv. 1-6) con l’immagine lirica del mondo pacificamente addormentato nel riposo notturno, in contrasto con la veglia tormentata di Dante, in procinto di affrontare i grandi pericoli del viaggio tra le anime dannate. La situazione descritta riprende un topos letterario classico, presente anche in Virgilio, e che ritornerà in molti autori dopo Dante, per diretta o indiretta discendenza.


    L’invocazione alle Muse
    Ai versi 7-9 leggiamo l’appello di Dante alle Muse, per ottenere l’aiuto, l’ispirazione divina nel lavoro artistico. Si tratta di un’invocazione molto sintetica, un ossequio appena accennato ai canoni tradizionali del proemio epico. Ma è comunque da tener presente, soprattutto a complemento e in parallelo con i ben più significativi proemi delle altre due cantiche.


    Similitudini e immagini
    Da segnalare, per delicatezza lirica, la similitudine finale dei vv. 127-131.



    Commento

    Il secondo canto dell'Inferno inizia con un fosco crepuscolo che fa presagire una buia notte. Né è plausibile pensare che l'ingresso di Dante nell'oltretomba possa avvenire solo attraverso la mediazione dell'ombra, dell'oscurità. Il motivo è morale quanto artistico: non si entra nell'Inferno sotto un sole splendente, sarebbe una stonatura. La presenza di Virgilio qui risulta, da principio, in secondo piano, soffocata com'è dall'urgenza dall'espressione «io sol uno», che sottolinea l'angoscia di Dante, nell'avviarsi in un'avventura di cui teme le difficoltà. Ma la nota drammatica che caratterizza l'inizio del canto s'inserisce, cedendo molto del suo dramma, nell'alta prospettiva retorica della dichiarazione dell'argomento della, prima Cantica. È questa una tappa obbligata per ogni rispettabile poema che di classicità si nutra, così come lo è l'invocazione alle Muse. Né pare uscire dall'alta retorica il lungo, accorato discorso che il poeta rivolge a Virgilio: si tratta di un riepilogo dei personaggi (Enea, San Paolo) ai quali la grazia divina concesse di vedere l'aldilà. È un motivo che Dante utilizza per giustificare la propria missione - lui, ultimo di una triade di eletti -, ma anche per ribadire il concetto, caro al Medioevo cristiano, che l'impero di Roma ebbe origine e si sviluppò per preparare la sede del papa, vicario di Cristo sulla terra. La gran parte del canto va di fatto intesa come un lungo dibattito teologico-retorico preparatorio della poesia senza retorica che comincia a mostrarsi dal canto terzo, per trovare il primo esempio di grande arte realizzato nel canto quinto, quello di Paolo e Francesca.
    Tocca a Dante parafrasare quasi alla lettera il "Domine non sum dignus" (Signore, io non sono degno) della liturgia cristiana, prospettando dubbi e paure sulla sua inadeguatezza (anche morale) all'impresa. A Virgilio spetta rivelare quelle fonti paradisiache che hanno smosso la grazia divina: le tre donne benedette, la Madonna, Lucia e Beatrice.
    S'inserisce così, nel canto attraversato dalla teologia, il motivo che un critico raffinato come il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges ha voluto interpretare come causa fondante di tutta la Divina Commedia. Il recupero del terribile, appassionato amore profuso per Beatrice, già cantato ne La Vita Nova, che può essere ritrovato e conservato, dopo la morte dell'amata, solamente se ripreso in una prospettiva di alta sacralità. È la cifra distintiva del canto - complesso e a più facce - questo incrocio fra lo stile solenne e un po' impettito della retorica, le durezze concettuali e filosofico-teologiche e la grazia malinconica del gusto stilnovistico, caro alle corti e agli animi cortesi nel loro saper parlare d'amore. In quest'ultima componente occorre rintracciare la parte più riuscita del canto, come appare, soprattutto, nella celebre similitudine dei fioretti (vv. 127-132): «i fiori che, redini e chiusi per il gelo della notte, si rianimano ai raggi del sole». Non è un caso, dunque, che il canto termini con la ripresa ulteriore del linguaggio stilnovistico, con parole come pietosa, cortese, desiderio, cor; come se, assieme all'animo, il poeta avesse liberato la parola, irrigidita e fatta convenzionale dalla paura.
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    Riassunto vita: Riccardo Bacchelli



    Riccardo Bacchelli nasce a Bologna nel 1891. Sin dai primi anni universitari inizia a impegnarsi nella pubblicistica e nella narrativa, scrivendo articoli sul «Resto del Carlino» e sulla «Patria», pubblicando nel 1911 il suo primo romanzo, Il filo meraviglioso di Lodovico Clò (nella prefazione, intitolata Intenzioni, dichiara di voler stabilire un rapporto costruttivo con il lettore, sottraendo la letteratura dalla sola prospettiva di trarne un guadagno).

    Successivamente si trasferisce a Firenze, dove collabora alla «Voce». È questa una fase importante per la crescita intellettuale dello scrittore, in cui si va formando una visione "classica" e tradizionalistica della realtà, polemica verso ogni forma di disordine.

    Allo scoppio della prima guerra mondiale Bacchelli parte volontario e, dopo l'esperienza del fronte, torna a Bologna, dove partecipa alla pubblicazione della rivista «La Raccolta». Trasferitosi a Roma, è tra i fondatori della rivista romana «La Ronda».

    All'esperienza maturata nel frattempo sono legate le Memorie del tempo presente (prose pubblicate nel 1918-19 sulla «Raccolta», che testimoniano il passaggio all'atteggiamento rondista); il dramma Amleto, pubblicato a puntate sulla «Ronda» nel 1919; il racconto irreale, in forma di apologo, Lo sa il tonno, del 1923.

    La successiva produzione letteraria mantiene una continuità ideologica tradizionale e conservatrice, rivolta alle esigenze dei ceti medi.

    Bacchelli intensifica inoltre la collaborazione a quotidiani e riviste; nel 1926, trasferitosi a Milano, si dedica alla critica drammatica, curando, sulla «Fiera letteraria», la rubrica Prime rappresentazioni (per il teatro scriverà L'alba dell'ultima sera, 1949, e Nòstos).

    L'anno seguente, con la pubblicazione del Diavolo al Pontelungo, ha inizio la sua intensa attività di narratore storico, che, oltre a risultare più affine alla sua visione delle cose, rispecchiandone l'amore per la tradizione, gli farà ottenere ampi consensi da parte del pubblico. Essa raggiunge il punto più alto con i tre volumi Il mulino del Po (composto da Dio ti salvi, 1938; La miseria viene in barca, 1939; Mondo vecchio, sempre nuovo, 1940), grande rappresentazione storica che va dalla fine del periodo napoleonico (1812) e dalla restaurazione fino alla prima guerra mondiale (1918), più di un secolo di storia italiana, osservata appunto da un mulino fluviale.

    Il suo gusto per la ricerca è evidente in alcune opere di ricostruzione e riflessione storiografica come La congiura di Don Giulio d'Este, 1931; Nel fiume della storia, 1955; Africa fra storia e fantasia, 1970), che lo inducono a spaziare, negli altri romanzi, in epoche anche molto lontane fra di loro: Il pianto del figlio di Lais (1945), ispirato alla Bibbia; Lo sguardo di Gesù (1948); Il figlio di Stalin (1953); I tre schiavi di Giulio Cesare (1958); Non ti chiamerò più padre (1959), incentrato sulla figura di San Francesco; Il coccio di terracotta (1966), un racconto biblico su Giobbe.

    Nella sua vasta produzione narrativa vi sono anche vicende di costume contemporaneo e di argomento amoroso come La città degli amanti (1929); Una passione coniugale (1930); Oggi domani e mai (1932); Rapporto segreto (1967); L'Afrodite, un romanzo d'amore (1969).

    La meditazione sulle vicende umane l'ha indotto a dedicarsi anche nella scrittura satirica (La cometa, 1949) oppure in quella fantastica e ironica, in stile favole e con una morale (Lo sa il tonno del 1923, Il progresso è un razzo del 1975).

    Lo scrittore è morto a Monza nel 1985.
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    Letteratura come vita - Carlo Bo



    Letteratura come vita è un saggio pubblicato da Carlo Bo e apparso nel settembre 1938 sulla rivista «Il Frontespizio» (poi ristampato nel volume Otto studi, Vallecchi, Firenze 1939).

    Il saggio è fondamentale per comprendere le motivazioni profonde dell'Ermetismo. Bo rifiuta l'idea di una letteratura vista come pratica abitudinaria o come esercizio professionale nel tempo libero, e la definisce come la strada più completa per la conoscenza di noi stessi e per dare vita alla nostra coscienza. Cade così ogni possibilità di impostare il rapporto arte-vita secondo le regole dell'estetismo decadente, tracciato in Italia da Gabriele D'Annunzio. Rifiutando ogni lusinga esteriore, la letteratura si identifica con l'io profondo del soggetto, risalendo alle origini centrali dell'uomo. La letteratura esprime la purezza dell'esistenza e l'indiscutibilità di valori, si propone come scopo esclusivo la ricerca della verità e per questo è una "missione" e non un mestiere.
    Dal momento che la considera un prezioso strumento di conoscenza di sé non vuole che venga ridotta la sua funzione alla semplice descrizione di costumi ed epoche storiche.

    La letteratura recupera i significati profondi e primitivi della vita dell'uomo e, pertanto, non può che escludere ogni rapporto con la politica e con la storia.

    La letteratura contribuisce alla scoperta di un'identità che si allontana dalla realtà storica della società umana. La letteratura è ricerca continua di noi stessi ed impegno quotidiano dell'uomo.
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    Riassunto vita: Carlo Bo



    Carlo Bo nasce a Sestri Levante (Genova) nel 1911, ha insegnato letteratura francese presso l'Università di Urbino, della quale è stato a lungo rettore. Ha svolto un'intensa attività di critico letterario, su riviste e quotidiani (tra cui il «Corriere della Sera» e il settimanale «Gente»).
    Nel 1984 è stato nominato senatore a vita dal presidente della repubblica in carica all'epoca, Sandro Pertini.

    È stato promotore e interprete dell'Ermetismo, stabilendone i fondamenti nel saggio Letteratura come vita, del 1936.

    È stato un esponente della cultura cattolica e, nel secondo dopoguerra, ha preso parte al dibattito sui rapporti fra cristianesimo e marxismo, promosso da Elio Vittorini sul «Politecnico».
    È autore di importanti traduzioni da poeti francesi e spagnoli.

    Fra le sue opere principali ricordiamo: Jacques Rivière (1935), Otto studi (1939), Studi di letteratura francese (1940), Bilancio del surrealismo (1944), Mallarmé (1945), Carte spagnole (1948), Inchiesta sul neorealismo (1951), Riflessioni critiche e Della lettura e altri saggi (1953), L'eredità di Leopardi (1964), La religione di Serra (1967).

    Muore nel 2001 nell'ospedale di Genova dove si trovava ricoverato in seguito a una caduta sulle scale avvenuta nella sua casa a Sestri.
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