Inferno Canto 1: analisi, commento, figure retoriche


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del primo canto dell'Inferno (Canto I) della Divina Commedia di Dante Alighieri.

In questo canto Dante si trova perduto nella selva oscura e incontra Virgilio che gli farà da guida nel suo viaggio di purificazione.



Analisi del testo

La struttura
Il canto I dell'Inferno, che funge da proemio di tutta l'opera è strutturato su tre livelli temporali:
  • Tempo passato: Dante nel ruolo di personaggio-pellegrino intraprende questo straordinario viaggio nell'oltretomba (mi ritrovaiera, mi trovai ecc.).
  • Tempo presente: Dante autore che narra questa esperienza (èrinovanon so)
  • Tempo futuro: per la riflessione sull'esperienza vissuta e della narrazione (dirò)

Questi tre livelli temporali hanno tutti in comune il protagonista, ovvero il poeta fiorentino Dante Alighieri, che mantiene tutte le caratteristiche biografiche e psicologiche dell'uomo che ha vissuto in un determinato contesto storico e culturale e con determinate esperienze artistiche e morali.


Lo stile
Il linguaggio usato è quello del simbolismo medievale, privo di preoccupazioni di coerenza narrativa e di corrispondenza realistica. Il linguaggio allegorico consente di passare da una cosa singola a un concetto più ampio e universale: la lupa ad esempio può rappresentare una tentazione per Dante, ma l'ostacolo morale che causa la rovina di uomini e paesi.
L'orizzonte si allarga così all'umanità intera o più specificamente alla realtà storico-politica nota a Dante e presente alla sua riflessione, in cui sceglierà Virgilio come personaggio-simbolo: egli rappresenta nella cultura medievale la voce più alta, per elevatezza stilistica e profondità del messaggio.


Lo spazio
Perché Dante si ritrovi in una selva e dove essa si possa collocare nella realtà non è molto importante, quel che interessa è cosa simboleggia: la dimensione oscura e intricata dello spirito in cui si è persa la luce della verità e la guida della ragione.
L'azione poi si sposta sul pendio desertico che conduce al colle, la cui cima è illuminata dal sole.


Il tempo
Siamo nella notte tra il 7 e l'8 aprile 1300 (Venerdì Santo), o secondo altri commentatori tra il 24 e il 25 marzo 1300 (anniversario dell'Incarnazione di Gesù Cristo).
Nel mezzo del cammin di nostra vita vuol dire a trentacinque anni, quando un uomo si trova nel pieno dell'età; si riteneva infatti che la durata media dell'esistenza fosse di sessanta anni. Quindi l'autore nato nel 1265, l'inizio del viaggio si colloca nel 1300.
Compare una determinazione temporale: è l'alba di una giornata di primavera, quando il sole si trova in Ariete.



Commento

Un'angoscia mortale attanaglia l'uomo-Dante: nel pieno della maturità gli accade di sentirsi sbalzato in un mondo dai contorni stravolti, in cui domina la notte dell'anima. È come sognare un brutto sogno con la tragica consapevolezza che tutto è reale e non ci sarà alcun risveglio tranquillizzante. L'uomo è perso, non riesce a comprendere come sia finito in una situazione pressoché irrimediabile e cerca invano una via d'uscita.
Un barlume di speranza finalmente s'affaccia e sembra farsi consistente nel recupero di immagini positive, quando Dante riesce a scorgere in alto, sopra di sé, il cielo che si tinge di rosa. Il panico è dominato e il viaggiatore contempla l'oscurità sconfitta con lo stato d'animo di chi è miracolosamente scampato a un'insidia mortale. Ma si tratta di una vana illusione: pericoli ancor più gravi sovrastano e ricacciano l'uomo nella primitiva disperazione. Sono gli istinti indomabili, le passioni travolgenti che incalzano senza tregua.
La selva oscura incombe ancora sul capo del pellegrino. Le forze stanno per abbandonare Dante: l'uomo, solo con le sue angosce, crollerebbe se la voce della ragione, sebbene debole per essere stata troppo a lungo silenziosa, non si mostrasse nella figura del poeta Virgilio, accorso in suo aiuto. Assistito dalla Grazia divina, Virgilio è inviato da Dio a illustrare un percorso di conoscenza razionale, è la guida a cui affidarsi in totale abbandono filiale. Da lui Dante apprende come la lupa sia la belva feroce più pericolosa: animale non mai sazio, si lega, ammaliatore, a tanti uomini di potere e non. Occorrerà, per sconfiggerla, l'arrivo del veltro.
L'annuncio profetico placa Dante che, indotto ormai a sperare nell'appoggio di Virgilio, gli chiede di guidarlo nel lungo viaggio di conoscenza e di espiazione che lo condurrà alla pace. Il bene non si acquisisce di colpo, ma è dura e faticosa conquista: la consapevolezza è il premio di chi coraggiosamente si interroga e sinceramente si analizza. La lonza, simbolo della lussuria, il leone, simbolo dell'orgogliosa superbia che induce alla violenza, la lupa, emblema dell'avidità, esprimono in maniera tangibile la forza degli istinti e l'impossibilità di fronteggiarli senza strumenti adeguati. Questi appunto Dante deve forgiare e il viaggio che il poeta sta per compiere dentro le viscere della terra e nelle pieghe del suo inconscio è un percorso di autoconoscenza e purificazione, nella linea di una progressiva autonomia interiore. Capire il male è liberarsene e scoprire che, con tutte le sue allettanti attrattive, in realtà esso lega inesorabilmente l'uomo alla sua finitezza e ne decreta la perdizione. L'uomo nuovo, pertanto, dovrà nascere dalle lacrime e dalla sofferenza di quello vecchio che accetta di morire.



Le figure retoriche

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del primo canto dell'Inferno. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 1 dell'Inferno.

Cammin di nostra vita = metafora (v. 1). Il poeta vuole dirci che ai suoi tempi si pensava che la durata media della vita fosse di settanta anni e lui ne ha esattamente 35.

Selva oscura = allegoria (v. 2). Il significato letterale indica un bosco con tanti alberi e cespugli, ma il significato morale è inteso come smarrimento in cui si trovò Dante dopo la morte di Beatrice.

Selva selvaggia = figura etimologica (v. 5). Sono due termini accostati che condividono la stessa radice etimologica per rafforzare il concetto.

E aspra e forte = polisindeto (v. 5). Per via delle ripetute congiunzioni.

Pien di sonno = metafora (v. 11). Inteso come il sonno che addormenta la coscienza del peccatore.

Verace = allegoria (v. 12). Inteso come via della verità, del bene e della salvezza.

Colle = allegoria (v. 13). Significa che la strada della salvezza è per il poeta in salita.

Valle = allegoria (v. 14). La «selva» (= groviglio di peccati) è qui detta «valle» per denotare l’abbassarsi dell’anima al male, a un’esistenza peccaminosa, in contrapposizione al «colle», la «diritta via» illuminata di luce.

Spalle vestite de' raggi = metafora (vv. 16-17). La sommità e i pendii sono illuminati dai raggi solari.

Spalle vestite = enjambement (vv. 16-17). Perché si va a capo.

Pianeta che mena dritto altrui per ogne calle = metafora (vv. 17-18). Per indicare il Sole, che in senso allegorico è la luce che guida al bene («dritto»), a Dio.

Lago del cor = metafora (v. 20). S'intende la cavità interna al cuore.

La notte = allegoria (v. 21). S'intende il periodo buio trascorso con angoscia e affanno.

E come quei... = similitudine (v. 22-24). Il «pelago» è paragonato alla «selva», al peccato, mentre il «naufrago» all’«animo» del poeta, cioè alla sua volontà di redimersi.

Pelago = latinismo (v. 23). È una parola latina che è stata introdotta in un'altra lingua senza subire alterazioni. Pelago significa mare profondo.

Lo passo = allegoria (v. 26). Ha lo stesso significato di "selva" e "valle", quindi raffigura il peccato.

Il corpo lasso = allegoria (v. 28). Stanco non è il corpo ma l'animo del poeta per gli anni passato nel peccato.

La piaggia diserta  allegoria (v. 29). S'intende il pendio del colle solitario, punto di inizio del sollevamento del morale del poeta.

Che ’l piè fermo sempre era ’l piú basso = perifrasi (v. 30). Per non ripetere nuovamente che c'è una forte salita. Infatti chi s’inerpica su un forte pendio fa sì che il piede fermo, che deve sorreggere il corpo, si trovi sempre più in basso dell’altro piede sollevato a cercar nuovo appoggio.

Erta = allegoria (v. 31). È la strada in salita che conduce dal peccato alla redenzione.

Lonza = allegoria (v. 32). La lonza è un animale simile al ghepardo, in questo caso simboleggia il peccato della lussuria.

Leggera e presta molto = allegoria (v. 32). Significa che le lusinghe conducono velocemente al peccato.

Volte vòlto = paronomasia (v. 36). Sono state accostate due parole di suono simile ma significato diverso con l'intento di ottenere particolari effetti fonici e, insieme, rafforzarne la correlazione.

E ’l sol montava ’n súperifrasi (v. 38). S'intende che era l'equinozio di primavera.

Quelle stelle cheperifrasi (v. 38). S'intende che il sole sorgeva in congiunzione con la costellazione dell'Ariete.

L'amor divinoperifrasi (v. 39). Sta ad indicare Dio.

Quelle cose belleperifrasi (v. 40). S'intende gli astri.

Fera a la gaetta pelleperifrasi (v. 42). Per fiera dalla pelle maculata s'intende la lonza.

Leone = allegoria (v. 45). Animale dotato di grande forza che simboleggia la superbia e la violenza.

Test’alta e con rabbiosa fameallegoria (v. 47). Il passo a testa alta e la fame rabbiosa rappresentano l'arroganza, e quindi la superbia.

Lupa = allegoria (v. 49). La lupa simboleggia la cupidigia e l'avarizia, passioni peccaminose che tormentano la società.

Di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezzaallegoria (v. 49-50). Sta a significare che pur essendo un animale insaziabile rimane sempre con un aspetto magro, potrebbe mangiare ancora e ancora... simboleggia l'avarizia.

E qual è quei = similitudine (v. 55). E come l'avaro si adopera con tutta la sua volontà per procurarsi ricchezze e beni di valore, quando giunge il momento che ogni suo avere si dissolve, egli si tormenta di continuo, piange e si addolora.

La bestia senza paceperifrasi (v. 58). È un altro riferimento alla lupa.

Mi ripigneva là dove ’l sol tace = perifrasi (v. 60). Sta a significare che Dante veniva spinto dalla lupa di nuovo verso la selva oscura, cioè stava ricadendo nel peccato.

Sol tacesinestesia (v. 60). In questo caso l'aggettivo tace sta per "buio", al posto di un aggettivo visivo è stato usato un aggettivo uditivo.

Per lungo silenzio parea fioco = allegoria (v. 63). Sta a significare che Virgilio, per la lunga abitudine al silenzio, dava l'impressione che avesse perduto la forza di parlare. Simboleggia la RAGIONE che permette a Dante di capire la gravità del peccato in cui si stava dibattendo la sua anima, il suo silenzio può essere definito "sonno", che ha portato Dante allo smarrimento e al peccato.

Miserere = latinismo (v. 65). Significa abbi pietà.

Parentilatinismo (v. 68). S'intendono i genitori.

Sub Julio = latinismo (v. 70). Significa ai tempi di Giulio Cesare (questi nacque nel 100 a.C., Virgilio nel 70).

Quel giusto... = perifrasi (v. 73). Riferimento a Enea, figlio di Anchise.

Giusto figliuol = enjambement (vv. 73-74)

Tanta noia = perifrasi (v. 76). Il riferimento va alla selva, all'angoscia del peccato.

Il dilettoso monte =  allegoria (v. 77). Il colle illuminato dal sole è simbolo della felicità e della vita rivolta al bene.

Quella fonte e Largo fiume metafore (vv. 79-80). Stanno per sorgente di cultura e fiume di eloquenza.

O de li altri = apostrofe (v. 81). Dante fa una bella testimonianza d'amore verso Dante che considera il suo maestro e il suo autore preferito.

Onore e lume = iendiadi (v. 82). Vengono usate due o più parole per esprimere un unico concetto.

Lo tuo volume = metonimia (v. 84). S'intende l'opera di Virgilio.

Tolsi lo bello = enjambement (vv. 87-87)

Lo bello stilo che m'ha fatto onore = perifrasi (v. 87). Questo è veramente un atto di umiltà da parte di Dante.

Le vene e i polsi = endiadi (v. 90).

Esto loco selvaggio = allegoria (v. 93). È un altro modo per dire selva o valle.

Ché questa bestia = allegoria (v. 94). S'intesa la lupa, l'avidità di ricchezze è così radicata nei cuori umani che nessuno riesce a salvarsi.

Molti son li animali a cui s’ammogliametafora (v. 94). Vuol dire che l’avarizia si accompagna ad altri vizi: violenza, frode e inganni d’ogni genere.

Infin che ’l veltroallegoria (v. 101). Per vincere la cupidigia, lebbra del mondo, occorre l’intervento divino, «il veltro» (cane da caccia, levriero) che ristabilirà l’ordine, la pace e la giustizia nel mondo.

Veltro verrà = enjambement (vv. 101-102).

Ciberà = metafora (v. 103). Desidererà.

Terra = metonimia (v. 103). Dominio.

Peltro = sineddoche (v. 103). Lega di rame, stagno e argento; in questa caso sta a intendere la ricchezza.

Feltro e feltro = metafora (v. 105). La sua nascita («nazion») sarà di umile origine, appartenente a un ordine francescano (il feltro è un panno di scarso valore come quello del saio francescano).

Di quella umile Italia fia salute per cui morí =  iperbato (vv. 106-107). Il «veltro» sarà la salvezza («fia salute») di quella umile Italia per la quale diedero la vita alcuni eroi celebrati da Virgilio nell’Eneide.

Per luogo etterno = perifrasi (v. 115). Significa attraverso l'Inferno.

La seconda morte =  perifrasi (v. 117). La dannazione eterna dopo il giudizio universale.

Color che son contenti = perifrasi (v. 118). E vedrai le genti del Purgatorio che sono contente di espiare la loro colpa nel fuoco perché sperano, quando l’espiazione sarà completa, di salire in Cielo.

Contenti nel foco = enjambement (vv. 118-119)

Quello 'mperadorperifrasi (v. 124). S'intende Dio.

Ribellante a la sua legge =  perifrasi (v. 125). Cioè non sottomesso alla sua legge, essendo Virgilio pagano non può diventare cristiano.

Città = metafora (v. 126). S'intende il Paradiso.

In tutte parti impera e quivi reggemetafora (v. 126). Dio è imperatore del creato, ma governa il Paradiso come re.

Oh felice colui cu' ivi elegge = (v. 129) esclamazione. 


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