Inferno Canto 1 - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del primo canto dell'Inferno (Canto I) della Divina Commedia di Dante Alighieri.


Analisi del testo

La struttura
Il canto I dell'Inferno, che funge da proemio di tutta l'opera contiene i presupposti della straordinaria esperienza spirituale che Dante personaggio ha compiuto e che Dante autore intende narrare, poiché se essa è stata «amara e paurosa» all'inizio, ha poi condotto al «bene».
La narrazione contiene quindi due livelli temporali: quello del viaggio del personaggio-pellegrino, al passato (mi ritrovai, era, mi trovai ecc.), quello dell'impegno del poeta-uomo, al presente (è, rinova, non so), e quello del piano della riflessione su di essa e della narrazione, al futuro (dirò).
Il legame tra i due livelli è costituito dalla figura del protagonista che conserva tutte le caratteristiche biografiche e psicologiche dell'uomo, di Dante Alighieri insomma, poeta fiorentino, vissuto in un determinato contesto storico e culturale e con determinate esperienze artistiche e morali.


Lo stile
Il linguaggio usato è quello del simbolismo medievale, privo di preoccupazioni di coerenza narrativa e di corrispondenza realistica. Il linguaggio allegoricamente permette poi di passare agevolmente dal piano dei significati individuali a quello dei valori universali: la lupa ad esempio può rappresentare una tentazione intercorsa nella vicenda spirituale di Dante, ma certamente rappresenta l'ostacolo morale che insidia la vita di molti e causa la rovina di uomini e paesi.
L'orizzonte si allarga così all'umanità intera o più specificamente alla realtà storico-politica nota a Dante e presente alla sua riflessione, in cui sceglierà Virgilio come personaggio-simbolo: egli rappresenta nella cultura medievale la voce più alta, per elevatezza stilistica e profondità del messaggio.


Lo spazio
Perché Dante si ritrovi in una selva e dove essa sia non ha importanza quanto il fatto che essa simboleggi la dimensione oscura e intricata dello spirito in cui si è persa la luce della verità e la guida della ragione.
L'azione poi si sposta sul pendio desertico che conduce al colle, la cui cima è illuminata dal sole.


Il tempo
Siamo nella notte tra il 7 e l'8 aprile 1300 (Venerdì Santo), o secondo altri commentatori tra il 24 e il 25 marzo 1300 (anniversario dell'Incarnazione di Gesù Cristo).
Nel mezzo del cammin di nostra vita vuol dire a trentacinque anni, quando un uomo si trova nel pieno dell'età; si riteneva infatti che la durata media dell'esistenza fosse di sessanta anni. Quindi l'autore nato nel 1265, l'inizio del viaggio si colloca nel 1300.
Compare una determinazione temporale: è l'alba di una giornata di primavera, quando il sole si trova in Ariete.



Commento

Un'angoscia mortale attanaglia l'uomo-Dante: nel pieno della maturità gli accade di sentirsi sbalzato in un mondo dai contorni stravolti, in cui domina la notte dell'anima. È come sognare un brutto sogno con la tragica consapevolezza che tutto è reale e non ci sarà alcun risveglio tranquillizzante. L'uomo è perso, non riesce a comprendere come sia finito in una situazione pressoché irrimediabile e cerca invano una via d'uscita.
Un barlume di speranza finalmente s'affaccia e sembra farsi consistente nel recupero di immagini positive, quando Dante riesce a scorgere in alto, sopra di sé, il cielo che si tinge di rosa. Il panico è dominato e il viaggiatore contempla l'oscurità sconfitta con lo stato d'animo di chi è miracolosamente scampato a un'insidia mortale. Ma si tratta di una vana illusione: pericoli ancor più gravi sovrastano e ricacciano l'uomo nella primitiva disperazione. Sono gli istinti indomabili, le passioni travolgenti che incalzano senza tregua.
La selva oscura incombe ancora sul capo del pellegrino. Le forze stanno per abbandonare Dante: l'uomo, solo con le sue angosce, crollerebbe se la voce della ragione, sebbene debole per essere stata troppo a lungo silenziosa, non si mostrasse nella figura del poeta Virgilio, accorso in suo aiuto. Assistito dalla Grazia divina, Virgilio è inviato da Dio a illustrare un percorso di conoscenza razionale, è la guida a cui affidarsi in totale abbandono filiale. Da lui Dante apprende come la lupa sia la belva feroce più pericolosa: animale non mai sazio, si lega, ammaliatore, a tanti uomini di potere e non. Occorrerà, per sconfiggerla, l'arrivo del veltro.
L'annuncio profetico placa Dante che, indotto ormai a sperare nell'appoggio di Virgilio, gli chiede di guidarlo nel lungo viaggio di conoscenza e di espiazione che lo condurrà alla pace. Il bene non si acquisisce di colpo, ma è dura e faticosa conquista: la consapevolezza è il premio di chi coraggiosamente si interroga e sinceramente si analizza. La lonza, simbolo della lussuria, il leone, simbolo dell'orgogliosa superbia che induce alla violenza, la lupa, emblema dell'avidità, esprimono in maniera tangibile la forza degli istinti e l'impossibilità di fronteggiarli senza strumenti adeguati. Questi appunto Dante deve forgiare e il viaggio che il poeta sta per compiere dentro le viscere della terra e nelle pieghe del suo inconscio è un percorso di autoconoscenza e purificazione, nella linea di una progressiva autonomia interiore. Capire il male è liberarsene e scoprire che, con tutte le sue allettanti attrattive, in realtà esso lega inesorabilmente l'uomo alla sua finitezza e ne decreta la perdizione. L'uomo nuovo, pertanto, dovrà nascere dalle lacrime e dalla sofferenza di quello vecchio che accetta di morire.


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