Inferno Canto 3 - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del terzo canto dell'Inferno (Canto III) della Divina Commedia di Dante Alighieri.


La trama e la struttura

La porta dell’inferno
Il canto si apre con la trascrizione diretta delle drammatiche parole incise sulla porta dell’inferno. Si tratta di un’inesorabile condanna: attraverso quel varco, creato e voluto da Dio, si entra nel dolore della città infernale, tra le anime perdute per sempre. L’iscrizione, e la sua collocazione a incipit segnano uno stacco netto con l’atmosfera lirica del canto precedente.


Il canto di Caronte
Dopo la concettualità del canto precedente, riprende con foga la dinamica narrativa.
Il prologo dell’opera è davvero concluso e il racconto entra nel vivo degli avvenimenti con forti suggestioni drammatiche. Succedono qui molte cose, scandite in episodi di evidente valore simbolico: il valico della porta infernale, l’incontro con la schiera degli ignavi, l’arrivo alla riva dell’Acheronte con l’affollarsi delle anime dannate, l’attraversamento del fiume. A dominare la scena è Caronte, prima figura demoniaca dell’opera, che svolge una funzione determinante: quella di traghettare i dannati nel vero e proprio regno infernale e quindi di avviarli al loro eterno destino di pena. Il viaggio di Dante è cominciato.


Pena e contrappasso
Nell’ideare le condizioni dei dannati (e dei penitenti in Purgatorio) Dante segue la logica del contrappasso, immaginando cioè pene corrispondenti alle colpe di cui si sono macchiati durante la vita terrena. Il contrappasso diventa così una regola strutturale dei regni oltre-mondani, e qui la vediamo applicata per la prima volta: gli ignavi in vita non seppero scegliere, evitarono gli stimoli di ogni genere, furono avari di passione; ora sono costretti a inseguire un vessillo anonimo e sono pungolati da insetti fastidiosi.


I fiumi dell’oltretomba
Un altro elemento, di natura squisitamente fisica, su cui Dante costruisce l’architettura dei suoi regni oltremondani sono i fiumi, e più in generale gli spazi d’acqua. Anche qui si tratta di oggetti ereditati dalla tradizione classica, ma completamente rielaborati. L’Acheronte è il primo di questi fiumi e marca l’entrata all’inferno, che all’altro estremo sarà delimitato dal lago ghiacciato di Cocito. Così, simmetricamente, la montagna del Purgatorio sarà delimitata alle sue falde dalle acque dell’Oceano e sulla vetta dai fiumi Letè ed Eunoè.



I contenuti

Gli ignavi
La descrizione del luogo — cupo, senza tempo e risonante di grida e lamenti — e della  pena dei dannati — ripugnante e carica d’angoscia — riflette il giudizio morale che Dante ha degli ignavi: disprezzati perché non si schierarono con nessuno, uomini vili agli occhi del poeta, confinati in quel luogo scuro e opaco perché rifiutati sia da Dio sia dai diavoli, non meritano neppure l’attenzione dei pellegrini. Dante non ne cita per nome nessuno, e Virgilio conclude la spiegazione sul loro stato con uno sdegnoso non ragioniam di lor, ma guarda e passa (v. 51).


Caronte 
Personaggio principale del canto, la figura di Caronte è di derivazione pagana e Dante lo raffigura sulle tracce delle fonti virgiliane: il nocchiero infernale è un vecchio canuto, con gli occhi di fuoco, che avanza sulle acque dell’Acheronte minacciando le anime che viene a raccogliere. La rappresentazione ha però una efficacia realistica, una violenza di gesti e di parole che erano estranee alla poesia di Virgilio. Caronte è la prima delle figure mitologiche reinventate da Dante quali demoni e custodi dei luoghi infernali, con una tecnica che, partendo dagli originali classici, le trasfigura con particolari esteriori, con funzioni strutturali e con caratteristiche morali del tutto originali.


La profezia di Caronte
Nelle parole di Caronte a Dante si coglie il primo accenno al destino di salvezza di Dante, uno dei principali motivi affettivi e poetici del poema. Il nocchiere infernale giustifica infatti l’iniziale rifiuto a prenderlo sulla barca con il fatto che egli è ancora vivo, ma anche con la predizione che il suo passaggio al regno dei morti dovrà avvenire in altro luogo e su un più agile vascello: è il riferimento esplicito alle anime destinate al Purgatorio, quindi alla salvezza. Il passo sarà meglio compreso alla luce di quanto Dante descriverà appunto nel canto Il del Purgatorio.



Le forme

La formula virgiliana
A Caronte, restio a trasportare i due visitatori, Virgilio risponde con parole che ripeterà in numerose occasioni di ostacolo (vv. 95-96). La forza concettuale ed espressiva della formula, che la trasformerà in detto proverbiale, sintetizza la sacralità del viaggio di Dante, voluto da Dio. E alla volontà divina si uniforma di necessità la volontà degli esseri infernali: ne è riprova il comportamento dei dannati che, giunti sulla riva dell’Acheronte, corrono incontro alla loro pena. Così la formula virgiliana espone perentoriamente il dominio della legge divina e mette a tacere qualunque opposizione.



Commento

Chi, basandosi sui luoghi comuni e stereotipe interpretazioni della Commedia, ritenesse Dante un conformista, potrebbe semplicemente soffermarsi sul canto III dell'Inferno per venirne smentito. Il canto ha la struttura tragica dei grandi temi esistenziali, ma offre anche il pretesto a Dante per affrontare un argomento che dovette essere dibattuto molto profondamente nel suo animo. La porta infernale suggella a caratteri cubitali un ingresso irreversibile, un percorso che non conosce ritorno. Le sue parole non ammettono equivoci: chi varca quella porta ha ormai preclusa in eterno ogni possibilità di salvezza. L'Inferno è stato voluto dalla giustizia divina, ma anche dal primo amore, perché non può esserci l'amore di Dio senza la giustizia, come non c'è la giustizia senza amore. Dante è ormai nel regno delle tenebre e un clamore intenso lo colpisce: l'atmosfera cupa e dolorosa gli impone di chiedere spiegazioni alla sua guida. E Virgilio gli presenta coloro che vissero senza infamia e senza lode. Il disprezzo del poeta latino verso questi dannati è totale e Dante lo condivide e lo sollecita. Gli ignavi spiccano nel panorama infernale come coloro che non sono, degni di alcuna considerazione, perché nella vita non presero mai posizione. L'anticonformismo dantesco sta nell'affermare con decisione, pur se indirettamente, che chi pensa solo a se stesso nega le proprie ragioni di uomo. In questo c'è tutta la passione morale del cittadino che lotta per difendere i propri ideali, la consapevolezza che la politica spesso è gestita in termini utilitaristici e personalistici, la presa d'atto che il giusto non sempre trionfa nel sociale ma che, ciononostante, all'uomo è richiesto di combattere per i propri valori.
Dante pensa alla misera schiera di coloro che "si facevano i fatti propri", quando Firenze entrava in balia dei Neri e il «candido priore», come il poeta è stato definito, veniva bloccato nella sua azione politica e poi esiliato. Riflette sul colpevole silenzio di coloro che vedevano e tacevano, che accettavano l'ingiustizia senza combatterla.
La sua statura morale gli impedisce di chiamarli uomini, perché la dignità umana non compete a chi accetta compiacenti soluzioni di comodo. In questo modo Dante definisce l'ignavia come colpevole e vergognosa vigliaccheria. E, tra gli ignavi, Dante pone anche Celestino V, il papa che fece per viltade il gran rifiuto.
Personaggio di indubbia dirittura morale, Celestino V non è che un vile. Se le questioni di palazzo gli impedivano di essere papa come avrebbe voluto, se gli impegni burocratici lo tenevano lontano dal suo eremo, questo non significava per Dante che egli avrebbe dovuto abdicare, lasciando la cristianità in balia di papi corrotti. Celestino V è un ignavo, perché non si è preso le proprie responsabilità, perché l'amore per la tranquillità è stato più forte del dovere che Dio stesso gli aveva affidato, quello cioè di guidare la cristianità. Il messaggio di Dante è di indubbio spessore morale: il poeta consegna all'uomo di oggi il gusto dei propri ideali e il rifiuto della passiva accettazione di modelli conformistici e di comodo.


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