Inferno Canto 5: analisi, commento, figure retoriche


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del quinto canto dell'Inferno (Canto V) della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Questo è il canto in cui Dante e Virgilio fanno il loro ingresso nel nel secondo cerchio infernale. Qui incontrano Minosse (essere dall'aspetto animalesco che gli ringhia contro) e i lussuriosi, ovvero coloro che sono morti violentemente per amore (tra questi Paolo e Francesca, con i quali Dante ha modo di conversare).



Analisi del canto

Uno schema che si ripete
Il canto può essere suddiviso in tre parti secondo uno schema già visto e che si ripeterà nei successivi cerchi infernali:
  • l'incontro con Minosse, giudice infernale e guardiano del cerchio dei lussuriosi;
  • Virgilio che usa la famosa espressione per spiegare a Minosse che il viaggio di Dante sta avvenendo per volontà di Dio;
  • la descrizione del secondo cerchio infernale;
  • la descrizione dei lussuriosi e la loro pena per contrappasso;
  • l'incontro con Paolo e Francesca, i principali protagonisti del canto. 


Paolo e Francesca
Molto importante nella Divina Commedia è l'incontro di Dante e Virgilio con Paolo e Francesca: particolare è la loro condizione di dannati dal momento che sono gli unici lussuriosi a procedere in coppia; inoltre è anche la prima anima dannata con cui Dante inizia un dialogo vero e proprio. A parlare dei due è Francesca che accenna alla triste vicenda, che l'ha condotta a scontare in questo cerchio infernale la sua colpa, senza entrare nel dettaglio. 
Francesca è presentata come un personaggio dopotutto forte d'animo perché anche in quella situazione di estrema sofferenza, che durerà in eterno, non rifiuta di raccontare quasi con un pizzico di fierezza la sua storia d'amore con Paolo. L'amore descritto da lei è eterno e immortale e non è affatto pentita del tradimento da lei commesso. La loro pena è giudicata da entrambi, seppur grave, meno tremenda di quella del marito di Francesca che li ha uccisi e sta nel girone degli assassini. Il pianto di Paolo è in parte una dolorosa conferma delle parole di Francesca, in parte l'emozione di entrambi all'amaro ricordo della loro vita e del loro amore, ma in esso si può anche vedere riflesso lo stato d'animo di Dante stesso. Dante è sicuramente colpito e rattristato dalla sorte dei due, tant'è che piange nell'ascoltare il racconto di Francesca e dal fatto che al termine di esso cade svenuto per la grande emozione si può inoltre notare che il poeta dà a Francesca una sfumatura di fierezza, la dipinge come devota anche se dannata eternamente e assolutamente non giustifica il gesto del marito che uccide gli amanti, dando loro quasi una rivincita avendo una pena più lieve.
Il problema è che così tanto amore distoglie l'uomo dal vero amore, che è Dio, e quindi di amare la creatura di Dio e non il creatore.




Commento

Una violenta bufera di vento travolge le anime e Dante, che ha appena incontrato Minosse, il mostruoso giudice infernale, viene immerso nel mezzo della tragedia dell'Inferno. Il buio e le urla non danno scampo come non lo dà all'uomo il piacere dei sensi, quando è troppo forte per essere tenuto sotto controllo. Dante subito chiarisce la sua posizione: in questo cerchio si trovano i lussuriosi, cioè coloro che la ragion sommettono al talento (= che fanno prevalere l'istinto sulla ragione). Ma questo talento esercita un malioso fascino sul poeta, che pure è consapevole che esso conduce alla perdizione. Di fronte al trascorrere della schiera dei peccatori, dove intravede diversi personaggi mitici, Dante sente una profonda pietà. Anch'egli forse ha conosciuto il talento, la passione carnale, comunque ha subito la seduzione di quegli appetiti terreni che danno piacere all'esistenza ma che la perdono irrimediabilmente quando diventano incontrollabili: così Didone si suicida disperata dopo l'abbandono di Enea, Cleopatra si lascia avvelenare dall'aspide e muore prima di essere catturata dai Romani, Tristano viene ucciso dal marito tradito della sua Isotta tragicamente amata.
Dante coglie dell'amore tutta l'energia misteriosa, il tremendo potenziale capace di trasformare l'uomo in un essere felice e appagato o di annientarlo completamente. Eros, nel mito classico, era il dio temuto dallo stesso Giove; le sue frecce infatti producevano una ferita insanabile: bene lo seppe la giovane Medea che, in questo modo, si innamorò perdutamente di Giasone.
L'amore non dà tregua, non conosce pause, impone il suo dominio. Possessivo e travolgente, come una bufera investe l'esistenza e l'esito di questo turbinio è del tutto incerto. "Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse; soli eravamo e sanza alcun sospetto": così narra Francesca, l'infelice dannata con cui Dante viene a colloquio, lei che, poco dopo, rivela come l'amore che l'ha travolta insieme con Paolo sia nato proprio da quel momento di inquietante piacevolezza. Eros ha avuto il sopravvento e ha annebbiato ogni ragione. Dove sono finiti i sacri patti delle nozze, dove il divieto, consolidato nel tempo, di un amore che sorge fra le stesse pareti domestiche?
L'amore non conosce regole né convenzioni ma solo l'intensità misteriosa che attrae due vite. Dante riflette sull'amore e si domanda come possa essere potenzialmente distruttiva una forza così intrinseca alla natura umana, tanto che l'uomo che non ama non solo è infelice ma anche turbato nel suo equilibrio emotivo.
Il poeta scopre che l'amore-passione dei lussuriosi è solo un aspetto dell'amore, il più immediato e istintivo, ma anche il più fragile, perché non sottoposto al controllo della ragione. L'amore come trasgressione affascina Dante, che tuttavia è in grado di riconoscerne i limiti etici, e la sua pietà per i due spiriti condotti alla morte è così alta che sviene.



Le figure retoriche

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del quinto canto dell'Inferno. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 5 dell'Inferno.


Enjambements = vv. 7-8; 11-12; 23-24; 25-26; 64-65; 67-68; 70-71; 113-114; 127-128.

Che men loco cinghia = anastrofe (v. 2). Significa che "cinge uno spazio minore".

Tutta si confessa = anastrofe (v. 8). Sta a significare che "si confessa tutta", cioè senza nascondere alcun peccato.

Loco d’ogne luce muto = sinestesia (v. 28). Significa che è un luogo totalmente buio.  La luce appartiene al senso della vista, il termine muto al senso dell'udito.

Come fa mar per tempesta = similitudine (v. 29). Sta significare che "risuona come il mare in tempesta".

Quivi le strida, il compianto, il lamento = ellissi (v. 35).

E come li stornei ne portan l’ali nel tempo freddo = similitudine (vv. 40-41). Sta a significare "e come d'inverno gli stornelli sono trasportati in volo dalle loro ali".

E come i gru van cantando lor lai = similitudine (v. 46). Sta a significare "e come le gru emettono i loro lamenti".

Quali colombe, dal disìo chiamate = similitudine (v. 82). Sta a significare "come le colombe chiamate dal desiderio".

Che visitando vai = anastrofe (v. 89). Sta a significare "che vai visitando".

O animal grazioso e benigno = sineddoche (v. 88). Si riferisce alla specie umana classificandola come genere animale.

Il re de l'universo = perifrasi (v. 91). S'intende Dio.

Dove nata fui = anastrofe (v. 97). Sta a significare "dove sono nata".

Amor, ch’a nullo amato amar perdona = annominazione (v. 103).

Amor = anafora (v. 100, 103 e 106).

Il disiato riso esser basciato = metonimia (vv. 133-134). L'astratto per il concreto.

Quel giorno più non vi leggemmo avante = preterizione (v. 138).

Come corpo morto cade = similitudine (v. 142). Sta a significare "e caddi come un corpo privo di vita".


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