Inferno Canto 5 - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del quinto canto dell'Inferno (Canto V) della Divina Commedia di Dante Alighieri.


La trama e la struttura

Il canto di Paolo e Francesca
Il canto si presenta unitario e compatto nello sviluppo completo del proprio argomento: descrive infatti il secondo cerchio infernale, quello dei lussuriosi, dal momento in cui Dante e Virgilio vi discendono, al loro congedo da quelle anime. Al suo interno si articola poi in tre momenti ben distinti: l’incontro con il giudice infernale Minosse (vv. 1-24), la descrizione del luogo e l’indicazione delle anime principali (vv. 25-72), l’incontro di Paolo e Francesca (vv. 73-142).
Ci troviamo di fronte a uno schema narrativo tipico della esplorazione dantesca nell’oltretomba:
prima l’ambientazione generale con la spiegazione di situazioni contingenti e lo svelamento dei dannati, poi l’episodio centrale con l’intervento diretto dei principali protagonisti.


Le costanti strutturali
Tra gli elementi di struttura narrativa, poetica e ideologica presenti nel canto, rileviamo:
  • la figura di Minosse, secondo personaggio della mitologia pagana che Dante trasforma in mostro infernale (il primo era stato Caronte), con la funzione di demone giudice dell’intero regno e guardiano di questo cerchio dei lussuriosi (vv. 1-24);
  • l’indicazione della pena per contrappasso (vv. 28-49);
  • l’uso dell’elencazione dei nomi dei dannati, sinteticamente connotati, per definire la tipologia del peccato e per denunciare destini personali (vv. 52-69).



I contenuti

Paolo e Francesca
Al centro poetico, ideologico e affettivo del canto si pone l’incontro di Dante e Virgilio con Paolo e Francesca. È uno dei passi più celebri della Commedia, che ha dato vita a una vera e propria tradizione letteraria. Sono gli unici dannati lussuriosi a procedere in coppia, e già questo è indice della particolarità del loro amore, per quanto colpevole. Tra i due, Dante dà voce a Francesca, e crea un personaggio con una tormentata sentimentalità. La giovane donna non riferisce i particolari della triste vicenda, vi accenna solo per ricondurli alla dimensione di dolore senza rimedio di cui è eterna protagonista. La delicatezza, i modi gentili, l’istinto che la spinge quasi con trepidante desiderio al colloquio con Dante, sono gli elementi che costituiscono l’umanità, la cortesia del personaggio e l’intensità del suo sentire amoroso: da qui nasce il lirico, drammatico contrasto con la colpa, il peccato e i tormenti infernali.


La forza di Amore e i dettami dello Stil Novo
Francesca, per descrivere il sentimento amoroso che la lega a Paolo, definisce in realtà i principi generali e canonici dello Stil Novo: l’amore connaturato alla gentilezza d’animo (v. 100), la necessaria reciprocità dell’amore (v. 103), l’indissolubilità del sentimento amoroso (v. 106). Le tre terzine dei vv. 100-108 diventano così una sorta di manifesto poetico e ideologico, che però, nel riportarsi alla vicenda privata dei due cognati amanti, denuncia quanto di colpevole possa manifestarsi in una passione non frenata e illuminata dal sentimento religioso.


La pietà di Dante
Al termine del racconto di Francesca, Dante viene colto da una commozione cosi forte da cadere in terra svenuto. La pietà che lo investe è, da un lato, emozione dell’uomo che partecipe della sventura non regge alle lacrime dei due amanti; dall’altro, è frutto della perplessità e della riflessione problematica dell’uomo di fede che non può perdonare la colpa di adulterio di Paolo e Francesca, pur conoscendo bene il sentimento d’amore e le debolezze che in suo nome trascinano al peccato. La pietà di Dante nasce cioè dall’incontro fra un’anima «bella» vinta dal peccato e quindi eternamente dannata,e un’altra anima, la propria, che vuole vincere il peccato e le condizioni che lo determinano.



Le forme

Le costanti formali.
Tra gli elementi espressivi che più ricorrono nella poesia dantesca e che sono di rilievo nel canto, indichiamo:
  • la formula «magica», che Virgilio usa per contrastare e superare l’opposizione delle forze demoniache al procedere di Dante, vv. 23-24;
  • l’uso delle similitudini, in questo caso tratte dal mondo degli uccelli, in consonanza con la condizione dei lussuriosi, trascinati eternamente in volo dalla bufera infernale: gli stornelli ai vv. 40-43, le gru ai vv. 46-49, le colombe ai vv. 82-87;
  • la tecnica dell’accumulazione, cioè dell’elenco di nomi per connotare la popolazione e le schiere dei dannati nelle rispettive zone dell’inferno;
  • l’uso dell'anafora: ai vv. 100, 103 e 106, la definizione che Francesca dà del proprio sentimento e del rapporto amoroso con Paolo è costruita sulla ripetizione dichiarativa, a inizio di tre terzine consecutive, della parola amore; e da qui trae molta della sua forza espressiva.



Commento

Una violenta bufera di vento travolge le anime e Dante, che ha appena incontrato Minosse, il mostruoso giudice infernale, viene immerso nel mezzo della tragedia dell'Inferno. Il buio e le urla non danno scampo come non lo dà all'uomo il piacere dei sensi, quando è troppo forte per essere tenuto sotto controllo. Dante subito chiarisce la sua posizione: in questo cerchio si trovano i lussuriosi, cioè coloro che la ragion sommettono al talento (= che fanno prevalere l'istinto sulla ragione). Ma questo talento esercita un malioso fascino sul poeta, che pure è consapevole che esso conduce alla perdizione. Di fronte al trascorrere della schiera dei peccatori, dove intravede diversi personaggi mitici, Dante sente una profonda pietà. Anch'egli forse ha conosciuto il talento, la passione carnale, comunque ha subito la seduzione di quegli appetiti terreni che danno piacere all'esistenza ma che la perdono irrimediabilmente quando diventano incontrollabili: così Didone si suicida disperata dopo l'abbandono di Enea, Cleopatra si lascia avvelenare dall'aspide e muore prima di essere catturata dai Romani, Tristano viene ucciso dal marito tradito della sua Isotta tragicamente amata.
Dante coglie dell'amore tutta l'energia misteriosa, il tremendo potenziale capace di trasformare l'uomo in un essere felice e appagato o di annientarlo completamente. Eros, nel mito classico, era il dio temuto dallo stesso Giove; le sue frecce infatti producevano una ferita insanabile: bene lo seppe la giovane Medea che, in questo modo, si innamorò perdutamente di Giasone.
L'amore non dà tregua, non conosce pause, impone il suo dominio. Possessivo e travolgente, come una bufera investe l'esistenza e l'esito di questo turbinio è del tutto incerto. "Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse; soli eravamo e sanza alcun sospetto": così narra Francesca, l'infelice dannata con cui Dante viene a colloquio, lei che, poco dopo, rivela come l'amore che l'ha travolta insieme con Paolo sia nato proprio da quel momento di inquietante piacevolezza. Eros ha avuto il sopravvento e ha annebbiato ogni ragione. Dove sono finiti i sacri patti delle nozze, dove il divieto, consolidato nel tempo, di un amore che sorge fra le stesse pareti domestiche?
L'amore non conosce regole né convenzioni ma solo l'intensità misteriosa che attrae due vite. Dante riflette sull'amore e si domanda come possa essere potenzialmente distruttiva una forza così intrinseca alla natura umana, tanto che l'uomo che non ama non solo è infelice ma anche turbato nel suo equilibrio emotivo.
Il poeta scopre che l'amore-passione dei lussuriosi è solo un aspetto dell'amore, il più immediato e istintivo, ma anche il più fragile, perché non sottoposto al controllo della ragione. L'amore come trasgressione affascina Dante, che tuttavia è in grado di riconoscerne i limiti etici, e la sua pietà per i due spiriti condotti alla morte è così alta che sviene.


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