Inferno Canto 6 - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del sesto canto dell'Inferno (Canto VI) della Divina Commedia di Dante Alighieri.


La trama e la struttura

Il canto di Ciacco
Come il precedente, anche il canto VI tratta compiutamente un intero cerchio infernale, quello dei golosi. Possiamo individuare al suo interno tre momenti: l’incontro con Cerbero, la mostruosa belva infernale posta a guardia dei dannati (vv. 1-33); il lungo episodio centrale dell’incontro con Ciacco (vv. 34-93); il dialogo fra Dante e Virgilio con la spiegazione di questioni dottrinarie ed escatologiche (vv. 94-115).
L'intero brano tradizionalmente noto come il primo dei grandi «canti politici» della Commedia in diretta e progressiva relazione con il canto sesto del Purgatorio (incontro con Sordello da Goito) e del canto sesto del Paradiso (incontro con l’imperatore Giustiniano).


Le costanti strutturali
Tra gli elementi di struttura narrativa, poetica e ideologica presenti nel canto, rileviamo:
  • la figura di Cerbero. terzo personaggio della mitologia pagana che Dante trasforma e adatta alla sua raffigurazione degli inferni cristiani; le fonti principali sono quelle dell’Eneide virgiliana e delle Metamorfosi di Ovidio: ma Dante gli conferisce attributi di una crudezza realistica e grottesca estranea ai modelli;
  • l'uso della profezia per annunciare con particolare autorità fatti reali o generici che siano di ammonimento per la corrotta umanità;
  • il riferimento di Ciacco al dolce mondo (v. 88): per i dannati alle eterne pene dell’inferno, l’unico orizzonte positivo è quello della vita terrena. Spesso la richiamano con nostalgia e in nome di essa si affidano a Dante per non morire del tutto nel ricordo dei viventi.



I contenuti

Il tema autobiografico: Firenze
Incomincia qui uno degli aspetti principali della tematica autobiografica nel poema: la rievocazione degli ambienti fiorentini contemporanei. Il legame che si crea fra Dante e Ciacco è subito di questa natura (vv. 40-48), e nel segno della patria comune e dei propri concittadini si imposta il dialogo. Sull’autobiografismo e su Firenze si sviluppano, come diverrà consueto, il tema politico e quello morale.


Il tema politico: la profezia di Ciacco
La riflessione politica si riferisce in questo canto all’ambito comunale, e precisamente a Firenze. Dante affida a un fiorentino molto patriottico, il compito di esprimere il proprio personale giudizio sulle vicende politiche della sua città. Si tratta di un giudizio di condanna per la corruzione, il malgoverno, la faziosità degli interessi di parte che impediscono una giusta e felice vita sociale. D’altra parte la trattazione politica in Dante diventa sempre occasione di vivace polemica e accusa; per questo, qui e altrove, la ritroviamo sotto forma di profezia. Quella di Ciacco è la prima, importante profezia sui destini di Firenze e, implicitamente, su quello di Dante. Il goloso fiorentino riferisce delle violente dispute fra il partito dei Bianchi e quello dei Neri che si contendevano il potere in quegli anni. La precisione dei dati è naturalmente da imputare al fatto che la scena è immaginata nel 1300, mentre viene scritta anni dopo, quando gli episodi riportati sono già avvenuti. Ma per comprendere appieno il significato e le cause di tanto dissesto politico in Firenze, bisognerà solo ampliare il campo d’osservazione e ricondurre la situazione di Firenze nel contesto italiano ed europeo delle lotte fra papato e impero: a questo saranno dedicai canti sesti delle due successive cantiche.


Il tema morale: superbia, invidia e avarizia
Il tema politico non va mai separato, in Dante da quello morale. I comportamenti politici, giusti o corrotti che siano, sono sempre riportati a motivazioni etiche. Così risulta anche in questo caso. Quando infatti Dante chiede a Ciacco i motivi di tanta discordia in Firenze, questi verranno indicati nella superbia, invidia e avarizia dei suoi abitanti. Tre vizi, dunque, stanno portando la città alla rovina sociale: la superbia del dominio, l'invidia tra i potenti, l'avarizia mercantile.


Il tema dottrinario Nel finale del canto si colloca una breve ma significativa digressione dottrinaria, indice dell’interesse tutto medievale per l’effettiva, concreta condizione dell’uomo dopo la morte.
Allontanandosi da Ciacco, Dante vuole sapere quale sarà il destino delle anime dopo il giudizio universale, se esse soffriranno dì meno o se la pena resterà uguale. Virgilio, rifacendosi alla teologia scolastica, ricorda che la perfezione, nel bene e nel male, fa sentire di più: il ricongiungimento dell’anima al corpo provocherà quindi una pena maggiore per i dannati e una maggior beatitudine per le anime del Paradiso. Si tratta di uno dei primi esempi di quella tematica escatologica e teologica che proseguirà e si accentuerà nel corso dell’opera e che costituisce una delle anime ideologiche principali dell’opera: la Divina Commedia, infatti, vuole essere innanzitutto un poema religioso e Dante si vuole presentare anche come teologo.



Commento

L'aria nauseante e grigia, che fa da cornice al cerchio dei golosi, suggerisce al lettore monotonia e tristezza. In questa area battuta dalla pioggia insistente imperversa Cerbero, il mostro a tre teste, bestiale e orribile. Il cerchio è di quelli che immediatamente rendono l'odiosità della colpa che vi si patisce: la golosità abbassa l'uomo al rango di bestia; è un peccato indegno della dignità umana e Dante ne prende le distanze. Ciononostante, Ciacco, il personaggio con cui parla, ha una sua dignità, in quei frammenti di vitalità che gli sono concessi per avviare il colloquio. Benché incerta sia la sua identità (Ciacco è un nome o un soprannome?), Ciacco si fa tuttavia portavoce di un attacco politico-morale contro i fiorentini, che culmina nella profezia del prossimo trionfo dei Neri. Tradizionalmente i canti sesti delle tre Cantiche vengono inseriti nel filone politico della Commedia, anche se la politica attraversa tutta l'opera dantesca, come un argomento particolarmente caro al poeta.
Superbia, invidia, avarizia: ritornano le odiose fiere che ricacciarono Dante nella selva oscura, vizi radicati nella Firenze del tempo, causa e conseguenza delle guerre tra fazioni nella città. Ciacco li denuncia, sottolineando che i giusti sono estremamente pochi (due, afferma paradossalmente). Il triste sfogo del fiorentino trova Dante concorde e così angosciato della situazione che, spontanea, s'affaccia in lui la richiesta di notizie sui più ragguardevoli e stimati uomini politici del passato: Farinata, il Tegghiaio...
Ma indiscutibile, seppur inaspettata, è l'affermazione di Ciacco: sono tra le anime più nere. Il poeta, sottile conoscitore dell'animo umano, questa volta ha realizzato un colpo di scena, capace di tener alto l'interesse del lettore, rianimare l'ambientazione deprimente della pioggia che batte ossessiva sulle anime immerse nel fango, avviare alla conclusione un incontro inquietante. Nei versi precedenti Dante ha infatti saputo che i Bianchi, prima vincitori, saranno poi definitivamente sconfitti dai Neri, con l'appoggio del papa Bonifacio VIII. La situazione minacciosa impone al poeta un ritorno nostalgico all'eroico passato della città, ma la risposta di Ciacco gli ripropone con urgenza il problema fondamentale sul quale deve concentrarsi: la salvezza dell'anima sua e dell'umanità intera. La politica, pur cara al cuore del poeta, va comunque inserita in una dimensione di precarietà ed egli verifica con certezza che l'amor di patria e la dignità non bastano a salvare l'uomo. L'appassionato politico si fa di nuovo pellegrino, nella consapevolezza, sempre più acuta, che il problema maggiore per l'uomo è quello di dare un senso certo alla sua esistenza, pur nella fragilità di una condizione sempre provvisoria.
Dante ha compiuto un altro grande passo avanti verso la conquista di sé e Ciacco può ormai riprendere la sua tragica posizione di anima immersa nel fango maleodorante. Mentre i suoi occhi biechi lanciano un ultimo sguardo alla vita, Dante apprende da Virgilio che il dannato non si sveglierà più fino al giorno del Giudizio universale.


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