giugno 2012
     

Poetica di Giosue Carducci

La poetica carducciana è segnata da una scelta di fondo a favore del Classicismo e contro il Romanticismo. In Congedo, l'ultima poesia di Rima nuove, egli si raffigurò come il grande artiere (artigiano, in senso nobile) che tempra al fuoco del suo crogiolo, ossia della sua arte, il passato e l'avvenire, le glorie civili e le memorie personali. Per sé il poeta chiede la gloria di lanciare uno strale d'oro contro il sole, per carpirgli un po' di luce. Il compito dell'arte, dunque, è duplice:
  • Far rivivere la grande tradizione poetica del passato, spronando la nazione ai valori e agli ideali collettivi;
  • ritagliarsi un angolo di gloria personale (lo strale d'oro); anche questa idea della fama poetica, che dà luce al tempo che passa, è profondamente classica.
A questa scelta fondamentale per il Classicismo obbedì tra l'altro l'originale scelta metrica delle Odi barbare: nei versi di questa raccolta poetica sono assenti le rime e i versi della tradizione italiana, a favore invece di versi e ritmi nuovi, che imitano gli antichi metri greco latini: peraltro, a un orecchio antico, essi suonerebbero come barbari, cioè stranieri.

Tale culto della classicità era ispirato, in Carducci, dà un sentimento leopardiano, ovvero dalla nostalgia verso la superiore sanità morale degli antichi. Scaturiva da qui, per reazione, la sua avversione nei confronti della mediocrità contemporanea: Carducci condannava l'Italietta umbertina, in quanto traditrice dei forti ideali risorgimentali.
Sempre dallo stesso Classicismo scaturiva l'opposizione di Carducci sia al Romanticismo, che a suo giudizio abbassava l'arte a cronaca e documento compromesso nella diretta effusione sentimentale dello scrittore.

Gli elementi romantici
In realtà dai romantici, specie dai romantici italiani e da Manzoni, Carducci riprese non pochi spunti:
  • L'amore per il reale, cioè per la natura e per la storia (specialmente per la storia medievale: Il comune rustico.)
  • La tensione alla libertà, in senso politico e morale.
Schiettamente romantici appaiono alcuni dei momenti più noti di Carducci, Rime nuove, intonati alla confessione intima e al ricordo della Maremma dell'infanzia.
A tale proposito, sono famose le liriche Traversando la Maremma toscana, un intenso autoritratto poetico, e Davanti San Guido, che oppone il mito della natura vergine a città e civiltà.

Altri elementi, come la sofferta meditazione sul contrasto fra l'ideale e reale, fra vita e morte (emblematico è il componimento Pianto antico, dedicato alla memoria del figlioletto Dante), o come il sentimento del perenne fluire del tempo, ci riportano invece agli amati modelli classici e, più in generale, alla tradizione poetica del passato.

Simbolismo e Carducci
Soprattutto in alcune Odi barbare Carducci seppre presagire le raffinate novità dei nuovi poeti simbolisti e parnassiani, con il loro grigio senso di disfacimento e di tedio (Alla stazione in una mattina d'autunno). La leggerezza di parola conquistata in Nevicata o in Presso una Certosa sembra portare a esiti nuovi il vecchio poeta, per lungo tempo amante dell'immagine scolpita, del realismo corposo e naturalistico.
E' questa la pluralità di stimoli e di fonti, tra antico e moderno, a fare di Carducci un poeta complesso e un tramite essenziale tra poesia dell'Ottocento (Leopardi) e del primo Novecento (Pascoli).
Molto interessanti appaiono oggi anche le prose carducciane:
  • le numerosissime lettere del suo Epistolario;
  • i discorsi, molti dei quali pronunciati in occasioni pubbliche e ufficiali;
  • infine gli scritti critici, in cui il Carducci professore e amante della poesia si sforzò di ricostruire, in un accordo con la nuova corrente critica chiamata scuola storica, l'ambiente e il contesto storico in cui operano concretamente i poeti dei secoli precedenti.

Carducci e la metrica barbara
Nella tradizione poetica italiana la misura metrica dei versi è determinata dal numero delle sillabe contenute in ciascun verso. Invece nelle letterature classiche, greca e latina, la metrica si fonda su un altro principio: sull'alternarsi di sillabe brevi e di sillabe lunghe (il tempo di pronuncia di una sillaba lunga era pari, all'incirca, al doppio del tempo di pronuncia di una sillaba breve).
Gli antichi distinguevano le vocali (e quindi sillabe) in base alla loro quantità, cioè lunghezza: non tramite un accento intensivo (come quello italiano che, per esempio, distingue e, è o é), ma con accento musicale, che consentiva di variare la quantità o lunghezza di ogni vocale, con una pronuncia più o meno acuta. In particolare, le sillabe chiuse (che terminano in consonante) erano considerate sempre lunghe, e le sillabe aperte (che terminano con una vocale) brevi o lunghe, a seconda che la vocale fosse appunto breve o lunga.
Insomma, per gli antichi in un verso contava non il numero delle sillabe, ma la presenza e la disposizione delle sillabe brevi e delle lunghe: un verso di poche sillabe, ma tutte lunghe, occupava nella pronuncia un'estensione pari a quella di un verso di più sillabe, ma in prevalenza brevi.
Il ritmo dei metri classici aveva dunque una natura melodica, che accostava la pronuncia della poesia al canto.
La poesia o metrica barbara è quella che intende imitare i versi della poesia latina e greca. Nelle lingue moderne non si può però riprodurre il ritmo musicale o quantitativo degli antichi: bisogna accontentarsi d'imitarne la struttura, con strumenti non di quantità (brevi o lunghe), ma di accenti. Imitare l'esametro classico significherà costruire una successione di questo tipo: una sillaba tonica + due sillabe atone, una tonica + due atone, una tonica + due atone, una tonica + due atone, una tonica + due atone, una tonica + un'atona.

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Antonio Fogazzaro: Malombra

Riassunto:
Corrado Sila, giovane scrittore di scarso successo, entra alle dipendenze del conte Cesare d'Ormengo. Costui vive in una casa grande e fredda sulle rive di un lago, assieme alla nipote Marina Cusnelli di Malombra, creatura capricciosa, autoritaria, dall'umore instabile. Nel palazzo Marina occupa la stanza appartenuta, un secolo prima, a Cecilia, la quale è stata lì rinchiusa per sempre dal marito, che a sua volta l'accusava ingiustamente d'aver amato un giovane ufficiale. Cecilia è morta folle, ma il suo spirito, secondo la leggenda, ancora aleggia nel palazzo.
Un giorno, casualmente, Marina ritrova alcuni oggetti appartenuti a Cecilia, con un messaggio indirizzato a colei in cui Cecilia prevedeva di reincarnarsi. La scoperta impaurisce Martina, che in precedenza, firmandosi con lo pseudonimo di Cecilia, aveva scambiato lettere con un misterioso scrittore (che più tardi identificherà in Corrado Silla).
A poco a poco si convince di essere la reincarnazione di Cecilia d'Ormengo, mentre nello zio Cesare rivivrebbre il crudele marito di costei, e in Corrado Silla, Renato, il giovane ufficiale.
Corrado è affascianato da Marina, oltre che turbato da confuse aspirazioni religiose e preso da un senso di inutilità della propria vita; si definisce giustamente inetto a vivere.
Ama Marina ma ama anche Edith, la figlia di Steinegge, il segretario tedesco del conte. Se Marina e morbosamente attratta dall'irrazionale, Edith è invece pura e innocente. Dopo un diverbio con Marina, Silla abbandona il palazzo; a Milano incontra Edith e le regala una copia del suo romanzo, con una dedica completamente al padre. Un improvviso telegramma di Marina richiama Corrado al capezzale del conte morente; nel palazzo il giovane si abbandona alla passione per lei.
Marina però lo trascina nella propria follia e infine, lo uccide, prima di gettarsi nel lago. Sarà edith a custodire la memoria di Silla.

Un vecchio manoscritto e la sua pericolosa rivelazione
da Malombra, parte I, capitolo V - Anno:1881
Temi: la vita della protagonista sconvolta da un oggetto del passato, l'ingresso in una dimensione irreale, fatta di sgomento e allucinazione, oggetti inanimati che sembrano assumere vita propria.

La novità portata da Malombra nella letteratura italiana del tempo è il clima allucinato, l'atmosfera ombrosa, inquieta, che si respira nelle sue pagine. La narrazione si svolge spesso ai confini tra sogno e realtà, tra coscienza e subcoscienza. Soprattutto Marina vive nel corso di tutto il romanzo in un clima di tensione. Il culmine di questo stato d'animo è precisamente la scena del ritrovamento del manoscritto. Siamo nella sera fatale per il personaggio, quella che segnerà il corso della sua vita futura.
Un'accorta strategia narrativa prepara con cura il momento così particolare, inatteso. Variando via via i toni, l'autore lascia emergere sintomi sempre più preoccupanti.
Si comincia segnalando la prima allucinazione: Stette in ascolto. Le balenò alla mente d'essersi trovata un'altra volta sul lago. Per ora Marina coglie la realtà illusoria di quell'immagine; ma, appunto per questo, la registra con paura.
Da qui in poi la volontà del personaggio è messa a dura prova da uno stato interiore di sgomento e languore.
Una sensazione di molesta inquietudine la obbliga a una rapida serie di gesti improvvisi. In lei si insinua un'eccitazione allarmante, che finirà per imporsi alla sua volontà.
Si giunge così al momento culminante: la scoperta e la lettura dell'antico manoscritto. Fogazzaro dà voce agli stati d'animo, sempre più trasognati, del personaggio, alle prese con quella misteriosa rivelazione.
La narrazione ci mette man mano di fronte all'emergere di uno stato allucinatorio, a una vera e propria sindrome di alienazione mentale: gradualmente i gesti sembrano farsi automatici, annullando, o meglio assorbendo quel che resta della volontà dell'individuo. Marina sembra svuotarsi di vita (le mani pietrificate, la fisionomia... marmorea), mentre le cose intorno a lei, nella sua allucinazione, paiono prendere vita e calore (si veda il periodo dedicato alla fiamma della candela, che aveva delle strane inquietudini, dei sussulti, degli slanci e dei languori inesplicabili ecc.). Un'inquietudine profonda, invincibile afferra il personaggio e la conduce nel territorio sconosciuto della possessione psichica: Marina tremò, le parve sentirsi chiamare, pregare da tante anime ignote.
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Riassunto vita: Antonio Fogazzaro

Riassunto:
Nato a Vicenza nel 1842, Fogazzaro visse con entusiasmo la passione patriottica di famiglia. Lunghi periodi di vacanza in Valsolda (sul lago di Lugano), nella villa paterna di Oria, originarono in lui profondi affetti e ricordi di quella terra. Dopo la maturità classica (a Vicenza ebbe per maestro il poeta Giacomo Zanella), studiò legge a Padova e poi a Torino, dove si laureò nel 1864. Dopo il matrimonio (1866), s'impiegò in uno studio legale a Milano, esercitando l'avvocatura fino al 1869. In seguito ritornò a Vicenza e cominciò a dedicarsi all'attività letteraria. Nel 1872 tenne l'importante discorso Dell'avvenire del romanzo in Italia.
Dopo un periodo di sbandamento morale, nel 1873 tornò alla fede religiosa. L'anno successivo pubblicò la novella in versi Miranda e nel 1876 la raccolta in versi Valsolda. La fama giunse nel 1881 con il romanzo Malombra, che gli consentì di dedicarsi esclusivamente alla letteratura. Fecero seguito i nuovi romanzi Daniele Cortis (1884), Il mistero del poeta (1888) e soprattutto Piccolo mondo antico (1895; quest'ultimo, ambientato in Valsolda, fu salutato come il capolavoro del romanzo cattolico italiano dopo I promessi sposi. Nel 1900 Fogazzaro venne nominato senatore.
Nel frattempo elaborò ed espose in numerose conferenze le sue idee di conciliazione tra fede cattolica e cultura moderna. Da tale ricerca nacquero vari saggi, tra cui L'origine dell'uomo e il sentimento religioso (1893), Il progresso in relazione alla felicità (1898) e gli scritti raccolti in Ascensioni umane (1899). A tali tematiche moderniste furono dedicati i nuovi romanzi: Piccolo mondo moderno (1901) e Il Santo (1905). Quest'ultimo propugna idee di rinnovamento della chiesa e una democrazia cristiana capace di favorire un ordinato sviluppo della società con l'attivo contributo dei cattolici italiani (ancora esclusi dalla vita civile dopo il non expedit di Pio IX. Ma le tesi di Fogazzaro apparivano troppo avanzate: Il Santo venne condannato da papa Pio X all'indice dei libri proibiti (1906). Stessa sorte toccò all'ultimo romanzo, Leila (1910). Amareggiato, Fogazzaro morì nel 1911.
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Romanzo dell'Ottocento

Negli ultimi decenni dell'800 il romanzo diventa il genere letterario più diffuso e popolare. Racconti e romanzi a puntate riempiono le pagine anche di riviste e periodici, per il divertimento dei lettori, sempre più numerosi. Si tratta per lo più di una letteratura vicina alla realtà quotidiana, ai problemi della vita di ogni giorno.
La linea evolutiva del genere fu tracciata nel 1872 da Antonio Fogazzaro, nel discorso che egli tenne a Vicenza dal titolo Dell'avvenire del romanzo in Italia. Per Fogazzaro, il romanzo deve rispondere a tre esigenze: costituire uno strumento di autocoscienza e autoconoscenza della società; offrire occasioni d'intrattenimento e divertimento per i lettori; esprimere la forma moderna della poesia. In questa forma più allargata di moderna epopea, come nel 1823 lo aveva definito il filosofo tedesco Georg W.F. Hegel, il romanzo può diventare lo strumento più adatto a interpretare e rappresentare il sempre più complesso quadro sociale e culturale della contemporaneità.

Letteratura alta e meno alta
Il panorama era dominato a metà secolo dal Realismo letterario, di respiro davvero europeo, dei romanzi del francese Honore de Balzac, dell'inglese Charles Dickens, mentre si affacciavano all'orizzonte le grandi narrazioni dei russi Fedor Dostoevskij e Lev Tolstoj. Poi, intorno al 1880, la scena è occupata dal romanzo naturalista di Gustave Flaubert, Emile Zola, Giovanni Verga.
Ma a queste forme di letteratura alta e problematica si affiancano romanzi meno impegnati, pur se molto graditi al grande pubblico, che comincia a formarsi e consolidarsi proprio in questa fase.

Il romanzo d'appendice
Anzitutto si sviluppa il romanzo appendice, o feuilleton (così chiamato dal nome del supplemento letterario dei giornali su cui veniva pubblicato a puntate): narrazioni spesso ampie e macchinose piene di avventure e colpi di scena, adatte a un pubblico senza grandi pretese, che però vuole svagarsi con storie di facile e cruento realismo, di torbidi e accesi sentimenti. I personaggi di questi racconti popolati spesso emergono dalle miserabili condizioni di vita nei sobborghi delle grandi metropoli in via d'espansione, gli argomenti spessi si ispirano ai fatti di cronaca più truci e scandalosi.
Maestro di questo genere di narrativa è il francese Eugene Sue (1804-57), autore prolifico e di grande successo popolare. Le sue Opere complete furono ristampate a inizio Novecento in ben 199 volumi; i suoi romanzi, tra cui I misteri di Parigi, l'ebreo errante , I sette peccati capitali, conquistarono grande fama, raggiungendo una diffusione capillare presso un pubblico di ogni ceto sociale.
In Italia furono due gli interpreti più famosi di questo genere: il napoletano Francesco Mastriani (1819-91), anch'egli popolarissimo autore di un centinaio di romanzi dai titoli eloquenti: La cieca di Sorrento, I misteri di Napoli, I vermi; e la vogherese Carolina Invernizio (1858-1916), narratrice di storie a metà tra il patetico e l'horror (per esempio: Anime di fango, Il bacio di una morta, La sepolta viva), dallo stile un po' rapido, ma dalla straordinaria presa sulla massa dei lettori.

Il romanzo per ragazzi
Si sviluppava intanto il romanzo per ragazzi, definizione generica, poiché le opere migliori e più valide non furono scritte appositamente per l'infanzia. Tuttavia le scelte tematiche (avventure e fantasia) e il fatto che il ruolo del protagonista fosse affidato a ragazzi fecero sì che tali romanzi si diffondessero soprattutto presso un pubblico di giovani.
Tra gli autori ricordiamo James F. Cooper (L'ultimo dei mohicani, 1826), Robert Louis Stevenson (L'isola del tesoro, 1883), Rudyard Kipling (Il libro della giungla, 1894; Capitani coraggiosi, 1897), Jules Verne (Viaggio al centro della Terra, 1864; Ventimila leghe sotto i mari, 1869-70; Il giro del mondo in ottanta giorni, 1873; L'isola misteriosa, 1874), Mark Twain (Le avventure di Tom Sawyer, 1876), Jack London (Zanna Bianca, 1906).
Le loro opere rivelano in realtà tratti problematici e tutt'altro che banali, tipici cioè della letteratura alta, significati e messaggi più complessi che vanno ben oltre l'avvincente evolversi del racconto.
In Italia sono due i casi più significativi di questa letteratura di settore: il libro Cuore (1886) di Edmondo De Amicis, vera e propria apologia delle virtù civili della nuova Italia unitaria e borghese, non esente dai toni enfatici e lacrimosi presenti anche in libri similari (per esempio Senza famiglia, di Hector Henri Malot, 1878, e Il piccolo Lord Fauntleroy, di Elizabeth Burnett, 1886); e, soprattutto, il capolavoro della letteratura dell'Ottocento più tradotto e conosciuto nel mondo, Pinocchio (1883) di Carlo Collodi.

Il romanzo rosa
Nasce in quest'epoca anche un romanzo femminile o rosa, indirizzato al gusto delle sempre più numerose lettrici e spesso scritto da donne. Sono testi a forte connotazione psicologico-sentimentale, ma spesso incentrati su una questione destinata a farsi vivacemente strada alla fine dell'Ottocento, quella del ruolo della donna nella società. In questi romanzi popolari, però, la problematica viene spesso risolta con un più o meno pacifico ritorno all'ordine, nel ricomporsi delle norme sociali borghesi che le eroine avevano infranto.
Tra le varie autrici italiane, ricordiamo Neera (pseudonimo di Anna Radius Zuccaru, 1846-1918) e la Marchesa Colombi (pseudonimo di Maria Antonietta Torriani, 1840-1920), moglie di Eugenio Torelli-Viollier, il fondatore del Corriere della Sera; i suoi romanzi più conosciuti sono In risaia e Un matrimonio in provincia.

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Il Romanzo Decadente

Gli ultimi decenni dell'Ottocento sono segnati, sul piano letterario, da due fenomeni:
  • da una parte, si afferma il Naturalismo (in Italia il Verismo);
  • parallelamente, dall'altra parte, si diffonde il Decadentismo, in modo un po' più lento, ma destinato a influire in profondità sulla letteratura novecentesca.
In tale contesto, anche la narrativa conosce importanti trasformazioni. Si affermano infatti da un lato il romanzo naturalista verista; dall'altro lato, acquista rilievo una diversa forma di romanzo, meno oggettiva e meno concentrata sull'analisi delle strutture sociali ed economiche, perché più interessata alle dinamiche psicologiche e alle tensioni della vita interiore del soggetto.

Gli sviluppi del romanzo decadente e psicologico
Il romanzo decadente si afferma nel 1880-90, con le opere di autori come Antonio Fogazzaro, Iginio Ugo Tarchetti e Gabriele D'Annunzio in Italia, e di Joris Karl Huysmans e Oscar Wilde in Europa. Nelle loro opere incontriamo alcuni elementi tipici della nuova civiltà letteraria, il Decadentismo, appunto che si andava affermando in tutta Europa:
- la scelte dell'estetismo, cioè di una vita progettata e costruita essa stessa come un'opera d'arte;
- la sensibilità per i simboli e, più in generale, l'attenzione verso i lati in ombra della realtà.
- tra questi lati in ombra spicca la psiche umana, con i suoi misteri e le sue contraddizioni.
Poco dopo, a inizio Novecento, tali contraddizioni della psiche umana diverranno l'oggetto quasi ossessivo d'indagine e di rappresentazione del grande romanzo psicologico. Autori del calibro di Pirandello, Svevo e Tozzi in Italia, di Mann, Joyce, Proust, Musil, Kafka in Europa, evidenzieranno la crisi dell'io come entità solida e stabile nel tempo e, in particolare, faranno emergere il tema della dissociazione e della follia: un tema che si affaccia già nel romanzo decadente, ma senza ancora monopolizzare l'attenzione del narratore.

La scelta dell'estetismo
A caratterizzare il romanzo decadente di fine Ottocento era anzitutto l'estetismo, al centro di opere come A ritroso (o Controcorrente, 1884) di Joris-Karl Huysmans (1848-1907), Il piacere (1889) di Gabriele D'Annunzio (1863-1938), Il ritratto di Dorian Gray (1890) di Oscar Wilde (1854-1900). Tutti e tre i loro protagonisti sono degli esteti, impegnati a fare della propria vita un'opera d'arte, secondo la poetica, appunto, dell'estetismo decadente.
Un'esteta appare anche, in buona parte, Corrado Silla, protagonista maschile di Malombra (1881) di Antonio Fogazzaro: ma l'inquietudine che lo anima appare, in certi momenti, troppo ambigua e strana per essere semplicemente spiegabile con la tendenza all'estetismo. Lo stesso vale per alcuni personaggi dello scrittore statunitense Henry James (1843-1916).
Il fatto che gli esteti della narrativa decadente cerchino di conformare ogni aspetto della propria vita all'ideale della Bellezza stacca nettamente i loro romanzi dall'oggettività del Naturalismo e dalle sue ambientazioni umili e quotidiane: la sensibilità di chi sa gustare l'arte e le sue raffinatezze esige luoghi e linguaggi superiori. Gli esteti decadenti sono figure solitarie e anche immorali, visto che l'etica corrente appare loro troppo comune e ordinaria. Ugualmente, essi disprezzano la folla: sul piano politico sono dei reazionari, ostili alla democrazia parlamentare, colpevole di difendere gli interessi (ai loro occhi meschini) delle masse.

La forza del simbolo oltre alla realtà che appare
A caratterizzare il nuovo romanzo decadente è poi la sua forte attenzione per gli elementi simbolici e allegorici della realtà. La cultura del Positivismo aveva concentrato l'interesse sulla realtà materiale del mondo e della società umana: un mondo che appariva ben ordinato e percorribile con il raziocinio. La cultura decadente della fine del secolo dissolve invece questa fiducia nei fatti e sposta l'attenzione da ciò che è sperimentale e tangibile. a ciò che sta oltre la realtà. L'interesse di autori e personaggi si appunta su quei lati in ombra, su quelle sfumature che, pur non essendo immediatamente percepibili o misurabili, non sono per questo meno importanti.
Un romanzo improntato al Simbolismo è, per esempio, Il piacere di D'Annunzio (1889), un'opera in cui il mondo esterno sembra essere ricreato sulla pagina a partire dalla squisita sensibilità del suo protagonista, fino ad assumere i colori stessi dei suoi mutevoli stati d'animo. Andrea Sperelli ama Maria (candida, cioè pura, come l'Ermellino), ma contemporaneamente non dimentica Elena (la Porpora, cioè la passione). In una pagina famosa (parte III, capitolo 3) egli sta attendendo Elena in una notte di neve, davanti a Palazzo Barberini; durante la lunga, impaziente attesa, immagina che a farglisi incontro non sia più Elena, ma Maria, più appropriata a quella notte di soprannaturale bianchezza; e, commenta l'autore, la forza del Simbolo soggiogava lo spirito di Andrea.

La psiche e le sue contraddizioni
Un terzo aspetto tipico del romanzo decadente è l'attenzione verso le complessità della psiche umana. Già i romantici a inizio Ottocento avevano messo l'accento sull'io individuale, sottolineando la sua autonomia e libertà. Ora però i decadenti vogliono avventurarsi nelle regioni più nascoste dell'io. Con un brivido di paura e di piacere, intuiscono che, più del mondo della natura o della storia, è la nostra psiche profonda la fonte delle eccitazioni più forti e conturbanti. E' così, al posto del sentimento romantico, a dominare sono adesso gli istinti e i moti interiori più morbosi o torbidi.
Ciò avviene per esempio nel romanzo Fosca (1869) di Iginio Ugo Tarchetti imperniato sull'inspiegabile conflitto di odio e, insieme, di attrazione che si agita nell'animo del protagonista Giorgio, preso da insana passione per una donna bruttissima, Fosca appunto. Tratti amorosi e tratti macabri si contaminano nell'opera, anche per mettere in parodia l'idillio amoroso dei romantici; ma il vero tema del romanzo è l'impossibilità, per l'individuo, di liberarsi dalle tensioni che imprigionano la sua coscienza.
Tarchetti fu tra i maggiori rappresentanti della Scapigliatura, alla quale ci riportano diversi elementi di Fosca: l'occultismo, lo spiritismo, l'interesse verso forme di deviazione fisica e psichica, tutti i motivi che facevano di quest'opera un esempio di narrativa nuova e sperimentale.
Altrettanto nuovo e anticipatore fu Malombra di Fogazzaro: un romanzo uscito nello stesso anno (1881) dei Malavoglia di Verga, ma che rivelava una forte sfiducia nel Positivismo e una netta presa di distanza dalla poetica verista. Malombra è un libro di atmosfere, concentrato attorno alla tensione all'indefinito, al mistero del poeta (titolo di un romanzo di Fogazzaro del 1888). La trama narra un caso di psicosi; la protagonista Marina si crede la reincarnazione di una sua antenata vissuta un secolo prima, fino al punto che questa ossessione arriva a distruggere lei e quanti le vivono intorno. Ma tutti i personaggi del romanzo mostrano psicologie inquiete, troppo sensibili, eccessive, a partire dal protagonista maschile, Corrado Silla, che è per sua stessa ammissione un inetto: un termine destinato di lì a breve a importanti sviluppi nella narrativa di Italo Svevo.
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Stephane Mallarmé: Brezza Marina

Scritta nel 1865 e pubblicata nel 1866 nel primo Parnaso contemporaneo, questa lirica contribuì molto a creare la fama del giovane poeta, per l'efficacia delle immagini e per la sua felicità espressiva.
Anno: 1865.
Temi: la stanchezza, il desiderio della fuga di un altro mondo, il sogno di vivere con autenticità.

Schema metrico: nell'originale francese, 2 strofe di dodecasillabi, rispettivamente di 10 e 6 versi, con schema di rime AA BB CC ecc.

Analisi del testo parola per parola
  1. Ebbri: ubriachi ed esaltati.
  2. Niente: nessuna attività o persona potrà arrestare il cuore, la fantasia del poeta.
  3. Terrà: tratterà. Mallarmé vuol dire che ormai la decisione di partire è presa, e perciò è come se egli fosse già sul mare (che già si bagna nel mare): nulla ormai potrà trattenerlo, né il ricordo di altre bellezze (antichi giardini: essendo antichi, questi giardini non risponderebbero al rinnovamento che il poeta desidera), né la passione per la poesia, e neanche gli affetti familiari (la giovane donna che allatta il suo bambino).
  4. Il cerchio: la luce. Tutta la frase è un'immagine della poesia, raffigurata come una lotta solitaria e notturna contro l'angoscia della pagina bianca. Il foglio di carta resta ostinatamente vuoto, come difeso dal suo candore: il poeta aspira, con tormento, solo alla verità assoluta e, siccome non ritiene di averla conquistata, preferisce tacere, non scrivere nulla.
  5. L'ancora sciogli: salpa l'ancora e parti.
  6. E crede... dei fazzoletti!: costruisci una Noia (tradita da speranze crudeli, perché non si realizzano) crede ancora nell'ultimo addio dei fazzoletti. Dunque per un attimo, sul viaggio già deciso, si proietta l'ombra di possibili delusioni: così la Noia, già tante volte provata, resta pericolosamente affezionata alla commozione dei saluti, alle lacrime d'addio (i fazzoletti).
  7. E gli alberi... verdi isolotti: forse il viaggio sarà senza ritorno e finirà in un naufragio senza salvezza. Forse gli alberi della nave, che attirano le tempeste (richiamo dei temporali), sono già spezzati, piegati sopra i naufraghi. In tal caso la nave, in balia delle tempeste perché incapace di governare (priva cioè di antenne, che è sinonimo di alberi), non potrebbe raggiungere la meta desiderata, per esempio i verdi isolotti, che qui simboleggiano l'avvenuta liberazione e la possibilità d'intraprendere un'esistenza nuova.
La lirica comincia con una visione negativa. Il primo verso sintetizza in due immagini la condizione decadente:
  • da un lato, c'è una sensualità svuotata di significato (La carne è triste, che è anche una citazione da Petrarca);
  • dall'altro, una cultura che non è più in grado di fornire nuove conoscenze (ho letto tutti i libri), di soddisfare cioè la propria stessa natura di ricerca intellettuale.
Per reazione a questa atmosfera stagnante, scatta al secondo verso la rivolta. Si esprime nel motivo della figa, del viaggi in terre esotiche: un tema molto caro ai poeti romantici e decadenti, come Baudelaire. Il viaggio diviene segno di estraneità asociale, e soprattutto desiderio di un altro mondo, di un altrove felice.
E' lo spunto per una serie di immagini che evocano un paesaggio marino, caratterizzato da spazi vastissimi, senza confini. Tale paesaggio prende corpo all'istante, attraverso l'evocazione degli uccelli marini: essi sfrecciano tra l'immensità delle acque e l'immensità del cielo, ed esprimono simbolicamente una libertà assoluta, senza limiti.
Il tema del viaggio si intreccia a un altro significato, meno percepibile, ma non meno importante: partire significa anche allontanarsi dalla falsità della vita quotidiana. Ritornare alla natura, un ambito in cui mancano convenzioni sociali, artifici ecc., è un mezzo per riconquistare la verità interiore, l'autenticità.
La poesia di Mallarmé è sempre caratterizzata dalla tensione alla purezza, ottenibile eliminando tutto ciò che è troppo concreto e cercando immagini molto concentrate e quasi astratte. In questa lirica il tema del viaggio fuga suscita immagini suggestive perché esse non descrivono direttamente il viaggio né esplicitano troppo chiaramente il suo significato polemico: il poeta si sofferma invece sulle impressioni, sulle rifrazioni interiori di tale motivo, sulle divagazioni sentimentali, fatte di slancio, voglia, sogno e paura.
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Riassunto vita: Stephane Mallarmé

Riassunto:
Stephane Mallarmé nacque a Parigi nel 1842, figlio di un funzionario statale. Rimasto orfano di madre a cinque anni, venne mandato a studiare in diversi collegi, in dolorosa solitudine. Mantenne un'affettuosa corrispondenza con la sorella Marie, che morì adolescente nel 1857. Nel 1862, dopo il diploma liceale, lavorò in prova come impiegato nell'Ufficio del registro, ma con esito negativo. Decise perciò di abbandonare le orme paterne e si trasferì in Inghilterra, per studiare inglese e poi insegnarlo nelle scuole di Francia. Tornato da Londra, si sposò con la giovane tedesca Maria Christina Gerhard.
Nel 1863 iniziò a insegnare inglese in varie città della provincia francese (Tournon, Bensancon, Avignone); solo nel 1871 poté finalmente trasferirsi a Parigi.
Mallarmé esordì come poeta nel 1866, pubblicando dieci liriche nel primo Parnaso contemporaneo. Negli anni successivi pubblicò altri testi su varie riviste; più laboriosa fu la composizione del poema drammatico Erodiade, destinato a rimanere incompiuto. I redattori del terzo Parnaso contemporaneo (1876) gli rifiutarono il poemetto Il pomeriggio di un fauno; Mallarmé lo pubblicò a sue spese. Poco dopo, con sua grande soddisfazione, il famoso compositore Claude Debussy gli dedicò un celebre Preludio.
Mallarmé raggiunse la notorietà a partire dal 1884, l'anno di A ritroso di Huysmans: il protagonista Des Esseintes ordina al domestico di mettere da parte per darle un posto a sé l'opera di Mallarmé.
Questi era ormai il capo riconosciuto della scuola simbolista. Nella sua casa parigina in rue de Rome 89, si riunivano, durante i celebri martedì letterari, molti giovani poeti.
Gli ultimi anni di vita furono travagliati a causa di una salute malferma. Nel 1897 uscì Divagazioni, una raccolta di scritti critici. Mallarmé si trasferì a Valvins, nei dintorni di Parigi, dove morì il 9 settembre 1898.

Poesie
Fu l'autore stesso a curare l'edizione complessiva delle sue opere, uscita postuma a Bruxelles presso l'editore Deman nel 1899, un anno dopo la sua morte. Rimasero peraltro esclusi alcuni importanti componimenti come il Cantico di San Giovanni e Un colpo di dadi non abolirà mai il caso, editi in successive raccolte.
Nelle sue composizioni Mallarmé diede voce a uno dei miti più radicati del Simbolismo, ovvero l'idea che i segni, dispersi nelle cose più diverse, rimandano a un'unica, misteriosa origine.
Compito del poeta, affermava Mallarmé, è raccogliere i segni affini e riproporli in una parola totale, nuova, straniera alla lingua e come incantatrice. Nessuno come lui seppe con altrettanto rigore potendere verso l'assoluto le strutture del linguaggio. Scrisse pochi testi, ma calibratissimi, rifiniti con un lungo lavoro diurno e notturno, nello sforzo sovraumano di dire l'indicibile. Erano liriche spesso avvolte dall'oscurità dei significati, ma l'autore non si preoccupava da facilitarne la lettura: del resto aveva scritto, fin dal 1864, che Ogni cosa sacra e che vuole rimanere sacra si avvolge di mistero. A tale principio s'ispirò tutta la sua poesia, praticata come forma suprema d'arte, che richiede non un superficiale utilizzo, ma dedizione totale.
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Paul Verlaine: Arte poetica

Quando il poeta francese Paul Verlaine si trovava nel carcere in Belgio scrisse una celebre lirica intitolata "Arte poetica", il titolo deriva dalla somiglianza nei contenuti e nella forma con quello che scrisse il poeta latino Orazio su quanto riguarda la poesia. Quel componimento di Orazio era stato assunto, nei secoli, come la migliore sintesi della visione classicista del poetare; ora Verlaine riscrive, per così dire, le regole della poesia.


Testo:

De la musique avant toute chose,
Et pour cela préfère l’Impair
Plus vague et plus soluble dans l’air,
Sans rien en lui qui pèse ou qui pose.

Il faut aussi que tu n’ailles point
Choisir tes mots sans quelque méprise :
Rien de plus cher que la chanson grise
Où l’Indécis au Précis se joint.

C’est des beaux yeux derrière des voiles,
C’est le grand jour tremblant de midi,
C’est, par un ciel d’automne attiédi,
Le bleu fouillis des claires étoiles !

Car nous voulons la Nuance encor,
Pas la Couleur, rien que la nuance !
Oh ! la nuance seule fiance
Le rêve au rêve et la flûte au cor !

Fuis du plus loin la Pointe assassine,
L’Esprit cruel et le Rire impur,
Qui font pleurer les yeux de l’Azur,
Et tout cet ail de basse cuisine !

Prends l’éloquence et tords-lui son cou !
Tu feras bien, en train d’énergie,
De rendre un peu la Rime assagie.
Si l’on n’y veille, elle ira jusqu’où ?

O qui dira les torts de la Rime ?
Quel enfant sourd ou quel nègre fou
Nous a forgé ce bijou d’un sou
Qui sonne creux et faux sous la lime ?

De la musique encore et toujours !
Que ton vers soit la chose envolée
Qu’on sent qui fuit d’une âme en allée
Vers d’autres cieux à d’autres amours.

Que ton vers soit la bonne aventure
Eparse au vent crispé du matin
Qui va fleurant la menthe et le thym…
Et tout le reste est littérature.



Traduzione:

La musica prima di ogni altra cosa,
E perciò preferisci il verso dispari
Più vago e più solubile nell'aria,
Senza nulla in esso che pesi o posi...

È anche necessario che tu non scelga
le tue parole senza qualche errore:
nulla è più caro della canzone grigia
in cui l'Incerto al Preciso si unisce.

Sono dei begli occhi dietro i veli,
è la forte luce tremolante del mezzogiorno,
è, in mezzo al cielo tiepido d'autunno,
l'azzurro brulichio di chiare stelle!

Perché noi vogliamo la Sfumatura ancora,
non il Colore ma soltanto sfumatura!
Oh! la sfumatura solamente accoppia
il sogno al sogno e il flauto al corno

Fuggi lontano dall'Arguzia assassina,
dallo Spirito crudele e dal Riso impuro,
che fanno piangere gli occhi dell'Azzurro,
e tutto quest'aglio di bassa cucina

Prendi l'eloquenza e torcile il collo!
E farai bene, in vena d'energia,
a moderare un poco la Rima.
Fin dove andrà, se non la sorvegli?

Oh, chi dirà i torti della Rima?
Quale fanciullo sordo o negro folle
ci ha forgiato questo gioiello da un soldo
che suona vuoto e falso sotto la lima?

Musica e sempre musica ancora!
Sia il tuo verso la cosa che dilegua
che si sente che fugge da un'anima che va
verso altri cieli ad altri amori.

Che il tuo verso sia la buona avventura
Sparsa al vento increspato del mattino
Che porta odori di menta e di timo...
E tutto il resto è letteratura.




Analisi del testo

La lirica è composta da nove quartine rimate, dai versi in lunghezze differenti secondo lo schema ABBA, CDDC ecc.

La Musica

La ricerca dell’unione tra poesia e musica è un ideale estetico che ha segnato tutta la storia della poesia e che in varie epoche si è concretizzato in forme artistiche importanti, componimenti poetici dedicati al canto o pensati per imitare la musicalità attraverso la sonorità della parola.
Ma è col romanticismo che questa ricerca tocca la sfera dei contenuti spirituali e filosofici più profondi. A partire dalla Germania, la musica entra ben presto nella concezione romantica che vede nell’arte lo strumento di conciliazione del conflitto tra vita terrea e Assoluto spirituale, e questo per via del suo aspetto meno materiale - rispetto ad arti come pittura, scultura e letteratura. Essa diventa la rappresentazione di quell’indistinto che è al centro dell’estetica romantica, inteso come rivelazione dello Spirito.

Sostituendo i concetti tipicamente romantici, per altro molto importanti nella formazione dei simbolisti francesi, con i nuovi temi della ricerca estetica di fine ottocento - l’inconscio, l’ignoto, la lingua dell’anima [vedi Rimbaud ] - non è difficile comprendere come l’idea romantica abbia potuto trasfondersi totalmente nella concezione poetica simbolista. La musica, che per i romantici era lo strumento dell’unione con lo Spirito assoluto, qui - capovolta la prospettiva da un Infinito “esterno” a un infinito “interiore” - rimane la lingua privilegiata attraverso cui l’anima del poeta può comunicare agli uomini ciò che ha colto nella propria profondità, e che le parole del linguaggio “letterario” ufficiale non potrebbero mai esprimere («E il resto è letteratura» - v. 36).


L’Indeciso (unito al Preciso)

Si ripropone qui - espresso però con la chiarezza di un programma poetico esplicito e consapevole - quanto affermavamo in merito alle caratteristiche generali della poetica simbolista: l’essere cioè l’immagine simbolica utilizzata da questi poeti una figura priva di significato preciso ma dotata di grande evidenza e concretezza.
È di grande interesse notare che la stessa posizione sul valore poetico (e filosofico) delle immagini “indeterminate” l’aveva già espressa Giacomo Leopardi, in alcune pagine fondamentali del suo Zibaldone. Questo non fa che confermare il grande debito che la poesia simbolista deve riconoscere nei confronti della cultura romantica.


La Sfumatura

La sfumatura (in francese «nuance») è il termine centrale della poetica simbolista. Esso rappresenta il capovolgimento in senso psicologico ed estetico dell’atteggiamento romantico teso ad esaltare la drammaticità dei contrasti e delle passioni.
Se l’oggetto dell’indagine poetica è l’indistinto e indicibile abisso dell’interiorità pre-cosciente, l’atteggiamento di chi persegue questa indagine - che è soprattutto ascolto - non può che essere quello del silenzioso abbandono semi-cosciente, quel saper cogliere l’immagine che si svela con la “coda dell’occhio” più che con l’eroismo della volontà. Da qui, l’importanza delle sfumature più impercettibili e sottili, la cui fragilità è il correlativo della profondità su cui si aprono, come miraggi passeggeri.
E ancora una volta, l’immagine più adatta a rappresentare l’incantesimo dell’evanescente apparizione della profondità, è di tipo musicale: la sottile differenza tra il timbro dell’oboe e quello del flauto (v. 16).

Il verso è lo strumento del poeta. Esso riassume nella sua forma tutte le intenzioni espressive enunciate dal programma verlainiano:

Dev’essere dispari
e a tal fine fa’ l’abitudine
all’Impari, vago e solubile
nell’aria

cioè composto da un numero dispari di sillabe (la sillaba è l’unità di misura della metrica poetica) poiché ciò favorisce la sensazione di incompletezza e di sospensione del ritmo che crea vaghezza e indeterminatezza.

Non deve contenere troppe rime; meglio l’assonanza, che favorisce la musicalità della parola:
E torci il collo all’Eloquenza;
la Rima, è meglio che lo domi.

E quindi, il verso si faccia musica in parole:
E sempre musica. Il verso
Sia soltanto l’essenza viva
Di un’animo già sulla via
D’altri amori, nel cielo terso


Commento

Paul Verlaine è uno dei cosiddetti “poeti maledetti”, vissuto nella seconda metà dell’ 800, che aderisce alla tendenza del simbolismo, nata da una crisi della ragione e da una profonda sfiducia nella possibilità di descrivere razionalmente la vita e l’uomo.

La poesia “arte poetica” di Verlaine è un vero e proprio manifesto di poetica, nel quale l’autore esprime la propria idea sulla poesia, ispirandosi all’opera di Orazio (ars poetica), della quale mantiene anche la parola “lima”, da “labor limae”.
Il poeta afferma che la poesia dovrebbe essere musicalità, quindi non dal ritmo regolare e cantilenante. Egli cerca la fluidità, l’irregolarità, quindi non ama le consonanze, la assonanze, e le rime, che definisce “quel gioiello da un soldo che suona vuoto e falso sotto la lima”. Inoltre l’autore è convinto che la poesia debba essere allusiva, non oggettiva, matematica e troppo chiara; sebbene usando un lessico scelto e ricercato, non bisognerebbe quindi mai essere mai troppo diretti o espliciti, in modo che ognuno possa interpretare da solo il messaggio che l’autore vuole trasmettere.
La poesia deve essere come una “sfumatura”, nella quale si mescolano le riflessioni e le idee, rendendo gli scritti meno enfatici e quindi più emozionanti e personali.
Il poeta in questa poesia afferma anche che bisognerebbe evitare lo sfoggio di intelligenza (arguzia assassina), la falsità ed il sarcasmo cattivo, per scrivere così testi freschi e frizzanti, che si diversificano dalla “letteratura”.
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Paul Verlaine: Languore

Questa famosa lirica venne pubblicata per la prima volta sulla rivista Il gatto nero nel 1883. Fu subito interpretata come il manifesto del nascente Decadentismo.
Schema metrico: sonetto di 14 versi raggruppati in 2 quartine e 2 terzine.

Spiegazione parola per parola del testo
  1. Sono l'impero: io sono (cioè mi sento) come l'impero romano nella sua fase più tarda, subito prima del disfacimento.
  2. Barbari bianchi: gli invasori germanici erano di carnagione chiara.
  3. Acrostici: giochi di parole, nell'acrostico le lettere iniziali di ogni verso, se lette di seguito, formano parole di senso compiuto. Dunque non compone più vera poesia, perché non ha più niente da dire.
  4. Il languore del sole... d'oro: un tramonto rosso fuoco, bellissimo nei suoi colori. Il poeta lo contempla da lontano, proprio come da lontano osserva l'invasione dei barbari, cioè la vita che avanza.
  5. Batillo: un celebre attore di Alessandria d'Egitto, caro a Mecenate. Più che citare un personaggio storico, il poeta allude a una generica figura di artista dell'antichità.
  6. Tutto è bevuto, tutto è mangiato!: non solo il poeta ha già consumato e sperimentato tutto; più in generale, l'impero improduttivo ha sperperato ogni sua ricchezza, mentre i barbari stanno portando via quanto è rimasto.
  7. Tesdio: in francese ennui, è la noia esistenziale. Richiama il languore del v. 4 e lo spleen di Baudelaire.

Analisi del testo e commento
Languore divenne immediatamente celebre, perché sintetizzava con efficacia il diffuso senso di decadenza che circolava nella cultura dell'epoca. La condizione contemporanea viene paragonata a quella dell'impero romano intorno al IV-V secolo d.C., all'epoca cioè delle invasione barbariche; un'età proverbialmente di crisi e sfinimento. Il senso del declino è sottolineato dal fatto che si parla di fine della decadenza: se Verlaine avesse detto durante la decadenza, sarebbe stato meno efficace.
La sofferenza nasce non da un evento preciso, ma, come dice il titolo, da un indeterminato languore, al quale il poeta non sa come reagire e da cui anzi si sente attratto. Su di lui pesa un'invincibile pigrizia, una specie di paralisi, che però, benché dolorosa, viene percepita come inevitabile: la storia e la vita si svolgono altrove; qui, nel luogo e nel tempo in cui vive il poeta, le cose vanno così e non ci si può far nulla.
Il poeta si sente estenuato anche perché gli pare impossibile fare nuove esperienze: ormai ha provato tutto (Tutto è bevuto, tutto è mangiato!, v. 11), anche in senso intellettuale. Il pensiero, la poesia sono infatti presentati come un gioco (comporre acrostici indolenti, v. 3), raffinato, sì, ma inutile, privo di effetti sull'esistenza comune. Perciò, alla fine, non rimane che lasciarsi andare, abbandonarsi al tedio (v.14).
Il fascino delle poesie di Verlaine dipende anche da una raffinatissima musicalità, che in traduzione purtroppo si perde. Il poeta ha scelto una forma chiusa e classica come il sonetto, per costruire una scena apparentemente oggettiva, in ciò simile alle rappresentazioni dei parnassiani. Ma qui Verlaine usa un quadro esterno per rendere un sentimento interiore, una condizione soggettiva, sentita però come rappresentativa dello stato d'animo della prima generazione decadente.
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Arthur Rimbaud: Alba

E' una delle più famose illuminazioni: un piccolo poema in prosa in cui il poeta trascrive, come un sogno, la propria visione di un'alba estiva. Rimbaud è un fanciullo semi-divino immerso sensualmente nella vita pullulante , ombrosa e rorida delle cose all'alba, invaso fino all'annientamento da un desiderio di fusione mistica col mondo e con le sue forme.

Anno: 1873 circa.
Temi: l'affascinante incontro con l'alba, i suoi colori, le sensazioni che suscita, la fusione dell'io con la natura, in una sorta di estasi.

Analisi del testo e commento
In Alba la parola poetica non esprime oggetti o idee precise, ma crea immagini simboliche, nelle quali si riversa il pensiero dell'autore. Egli vuole comunicare in forma del tutto allusiva l'affascinante incontro con la natura in una particolare ora del giorno, precisata fin dal titolo. Ne nasce un'esperienza conoscitiva straordinaria: la fusione dell'io con la natura, l'abbraccio con l'alba, raggiunta e afferrata nel suo corpo immenso.
A dominare il testo è un significato di tipo mistico-erotico, cioè l'avvicinamento progressivo dell'io poetico alla fanciulla-alba. Tale avvicinamento si realizza in più tappe:
  • c'è una prima impresa, che consiste nel riconoscere un fiore al suo risveglio;
  • poi dalla luce argentea che si diffonde viene riconosciuto il passaggio della dea nel bosco;
  • quindi la fanciulla viene spogliata dei suoi veli: è come se il poeta, scoprendo i vari aspetti del paesaggio, denudasse la natura e si avvicinasse a lei per abbracciarla;
  • tale abbraccio si realizza nella conclusione, che ricorre a immagini riprese dal repertorio amoroso.
Illuminazioni è una delle realizzazioni più affascinanti della poetica simbolista. L'autore vi applica il metodo della veggenza: vedere ciò che l'occhio comune non vede, esprimere l'inesprimibile, andare al di là delle normali facoltà razionali. A tale scopo, usa immagini e parole in accostamenti inediti; la realtà esterna viene quasi cancellata; Rimbaud ricrea sulla pagina un mondo stravolto e irreale, dove vigono nuove relazioni, nuove misure e proporzioni. 
Il risultato benché la sintassi si mantenga semplice e piana, è una prosa caratterizzata dall'anarchia e dal disordine formale; una prosa sempre poetica, che si fa verso libero, per ritrarre il caos di un mondo che appare sconosciuto e indecifrabile.
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Arthur Rimbaud: Illuminazioni

L'opera raccoglie 42 prose poetiche, scritte tra il 1872-73 e il 1875, e stampate nel 1885 sulla rivista parigina La Vogue con una nota d'accompagnamento di Verlaine, il quale era convinto che nel frattempo l'autore fosse morto. L'idea dei poemetti in prosa si rifaceva al precedente dei Poemetti in prosa di Baudelaire. Il titolo Illuminations, all'inglese, allude sia all'idea di miniature, incisioni a colori, sia a quella di ispirazioni, provenienti dalla memoria e dai sensi.
Ciascun componimento viene concepito da Rimbaud come un'illuminazione, ovvero come una visione o trascrizione letteraria di ciò che il poeta ha visto (anche per l'influsso di stimoli artificiali, come l'alcol e la droga) in una dimensione solo onirica: la dimensione del sogno o dell'allucinazione.
Rimbaud adotta perciò la prosa poetica, una forma che ritiene più congeniale, rispetto ai versi, alle sue nuove esigenze espressive di libertà e immediatezza.
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Arthur Rimbaud: Vocali

Scritto nel 1871, il sonetto Vocali (Voyelles) è uno degli esempi più notevoli della novità del linguaggio poetico di Rimbaud. Rappresenta le sensazioni che le vocali, con il loro suono e con la loro forma, di volta in volta gli suggeriscono.
Schema metrico: sonetto di 14 versi raggruppati in 2 quartine e 2 terzine.

Parafrasi:
A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali
un giorno vi spiegherò le vostre nascite nascoste: (avvolte da mistero)
A, torace coperto di peli neri di corpi in decomposizione che attirano mosche e che emanano un odore acre. Luoghi appartati e riparati dall'ombra, lance appuntite e lucenti, re bianchi, fiori a forma di ombrello; I, sangue rosso che fuoriesce dal riso di labbra belle; in collera o in ebbrezze penitenti;
U, cicli, verdi mari brividi sacri, pace di animali che pascolo, pace di rughe impresse sulla fronte degli studiosi di Alchimia (era l'arte magica che si prefiggeva di trovare la pietra filosofale, grazie alla quale, trasformare in oro i metalli);
O, ultima tromba (suonata dagli angeli, è quella che, secondo la tradizione cristiana, annuncerà il giudizio universale alla fine del mondo) piena di oscuri stridori, silenzi attraversati dagli angeli e dai mondi:
O l'omega (ultima lettera dell'alfabeto greco. Nell'Apocalisse, ultimo libro della Bibbia, Gesù è chiamato l'Alfa e l'Omega), raggio violetto degli occhi di lei. (allude a una ragazza di Charleville, paese natale di Rimbaud, dagli occhi di violetta; per lei il giovane poeta aveva sospirato.

[Avvertenza: la parafrasi a volte l'ho camuffata in spiegazione perché ammetto di non essere riuscito a trovare i sinonimi di certe frasi e non sono bravissimo neanche a farle, quindi se trovate frasi come nel testo cercate di modificarle usando le spiegazioni già presenti sul vostro libro di letteratura.]

Commento
Vocali nacque in un periodo nel quale il poeta, come scriverà pochi mesi dopo nella prosa alchimia del verbo, credeva a tutti gli incantesimi: come in un incantesimo egli accosta qui ogni vocale a un colore, secondo una ricerca sulle sensazioni che ha lunghissima tradizione nella cultura occidentale.
Il sonetto è organizzato secondo un processo di associazioni che, partendo dall'immagine visiva (la forma delle vocali), creano un susseguirsi di analogie cromatiche. Il testo va però letto in chiave non realistica, ma fantastica: Rimbaud, partendo  dalle vocali dell'alfabeto e dai colori che esse suggeriscono, si abbandona liberamente alle associazioni immaginative che tale spunto gli ispira.

Analisi del testo
I critici hanno fornito varie interpretazioni di questa lirica. Seguendo la simbologia tradizionale dei colori (che il poeta sembra seguire nelle immagini associate a ciascuna vocale) si può giungere a queste conclusioni:
  • la <<A>> sarebbe simbolo della morte e del suo mistero (vv. 3-4: mosche... che ronzano sui cadaveri);
  • la <<E>> simbolo dei sogni innocenti e della purezza (ai vv. 5-6 sono presenti vocaboli appartenenti all'area del significato della purezza: candori, vapori, ghiacciai);
  • la <<I>>, rossa (porpore) come il sangue e le labbra, alluderebbe alla violenza delle passioni che provocano l'ebrezza dei sensi (v. 8: collera, ebbrezze);
  • la <<U>> appare collegata a immagini di quiete e tranquillità (viridi mari, pace di bestie alla pastura); attraverso un processo analogico (per cui i solchi tracciati dall'aratro nei pascoli sono associati alle rughe) la tranquillità viene attribuita anche allo studioso (pace di rughe / sull'ampia fronte studiosa);
  • la <<O>>, con il suo colore blu e la sua forma circolare, è il simbolo della perfezione, dell'infinito, del cielo e dell'universo spirituale. Le immagini si riferiscono infatti ai silenzi attraversati dagli Angeli, i quali suonano la Tromba in galassia lontane. La circolarità ci fa inoltre pensare ad avvenimenti perfettamente conclusi: ciò, assieme al colore violetto attributo alla lettera O, allude forse alla fine, alla morte.
L'alterazione dell'ordine con cui Rimbaud ha collocato le sue vocali (vista la presenta della <<O>> alla fine) si spiega nell'ultimo verso. Qui la O viene identificata con la vocale Omega, ultima lettera dell'alfabeto greco: nei Vangeli, essa è attribuita a Cristo, definito principio e fine di tutte le cose.
Il poeta dispone parole e concetti secondo una tecnica accumulatoria, dove le immagini acquistano valore e senso per l'impressione che creano. Il sonetto si fonda infatti sull'intreccio delle parole e delle immagini e sull'intensa musicalità dei versi, come rivela soprattutto il testo originale francese.
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Solo et Pensoso Analisi del testo

di Francesco Petrarca
Analisi del testo:


E' uno dei più belli e dei più celebri sonetti del Canzoniere quello in cui Petrarca, sofferente per pene d'amore esprime il suo bisogno del suo tormento.
Il poeta vaga per luoghi deserti e solitari che, tuttavia, non gli danno conforto perché, ovunque egli fugga, i pensieri d'amore lo inseguono contrastando la sua ricerca di serenità.
  1. I deserti: solitari.
  2. Vo... lenti: percorrono lentamente.
  3. Gli occhi... stampi: volgo gli occhi attenti a evitare i luoghi dove il terreno reca impronte d'uomo.
  4. Schermo: riparo.
  5. Scampi... genti: che mi eviti che la gente si accorga chiaramente del mio stato d'animo.
  6. Spenti: privi.
  7. Di fuor... avampi: si manifesta esteriormente come io arda d'amore nel mio intimo.
  8. Sì ch'io... celata: così che io credo ormai che i monti, le pianure, i fiumi e i boschi sappiamo di che qualità sia la mia vita che è nascosta agli altri.
  9. Ma pur... io collui: ma io non so cercare luoghi tanto impervi e inospitali che Amore non mi segua parlando con me e io con lui.
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Riassunto vita: Francesco Petrarca

Riassunto:
Francesco Petrarca nacque ad Arezzo nel 1304. Trascorse l'adolescenza in Provenza, vicino ad Avignone, dove la famiglia si era trasferita. Per volere del padre, notaio, seguì, a Montpellier e all'Università di Bologna, studi di diritto che in seguito abbandonò, per dedicarsi a quelli letterari.
Prese gli ordini minori, che gli assicuravano una rendita e la possibilità di svolgere incarichi per conto di cardinali e prelati, senza però l'obbligo di una sede e di esercitare funzioni sacerdotali.
Visse anni di spostamenti: viaggi in Francia, Paesi Bassi, Germania; in seguito sarà spesso in Italia, dove, a Roma, nel 1341 riceverà l'incoronazione poetica (offertagli anche dall'Università di Parigi), massima onorificenza letteraria del tempo. Dal 1353 decise di lasciare definitivamente la sua casa a Valchiusa, in Provenza, e di rimanere in Italia. Trascorse anni a Milano, presso i Visconti, poi a Padova, a Venezia e negli ultimi quattro anni, fino alla morte nel 1374, visse nella sua casa di campagna, ad Arquà, sui colli Euganei.
La poesia di Petrarca nella nostra letteratura ha rappresentato per secoli un modello, tanto che moltissimi letterati e poeti ne hanno imitato lo stile. Fu persona famosa, stimata negli ambienti intellettuali e accolta con onori da importanti principi dell'epoca.

Il primo umanista
La figura di Francesco Petrarca rappresenta il passaggio fra l'età comunale e l'età delle Signorie in Italia e all'estero. Petrarca non fa vita politica, vive nelle corti dove è stipendiato in virtù del suo prestigio e dei suoi studi.
E' il primo degli umanisti, cioè gli intellettuali che ritornano allo studio dei classici ricostruendo i testi antichi, molte volte mal trascritti nei codici dai diversi copisti.
Infine Petrarca è il primo poeta che esprime la propria condizione esistenziale, la propria psicologia. Per questo è già moderno e anticipa molti aspetti di quella che sarà poi la letteratura dell'età signorile.

Il Canzoniere
La grandissima fama di Petrarca è legata a quest'opera, benché egli ne abbia scritte altre, sia in latino, sia in italiano. Si tratta di una raccolta di 366 poesie liriche, in prevalenza sonetti, che hanno come tema dominante l'amore, letterario, per una donna, Laura, e che furono composte nell'arco di 40 anni e raccolte e ordinate dall'autore stesso.
La figura di Laura, una donna di cui si ignora la precisa identità e che morì giovane, è centrale nell'epoca di Petrarca e l'amore per lei è motivo di profondo coinvolgimento, sofferenza e sentimento di colpa: Petrarca nella sua vita trasse molte soddisfazioni dall'essere ammirato, stimato, dalla passione per gli studi delle opere latine antiche, dall'amore stesso, ma sentiva che queste attrattive della vita lo allontanavano da Dio. Il conflitto fra queste passioni terrene e la sua profonda religiosità gli procurava sentimenti di colpa, pentimenti e un profondo tormento interiore.
Nel Canzoniere questi contrasti interiori sono espressi in forma poetica, in uno stile raffinatissimo, risultato di un lungo e accuratissimo lavoro di perfezionamento della scrittura poetica.
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Guido i' vorrei Analisi del testo

di Dante Alighieri
Analisi del testo:


Dante vorrebbe trovarsi per effetto di un'incantesimo su una navicella in mezzo al mare con i suoi amici più cari ciascuno con la propria donna a ragionar d'amore.
Il poeta vagheggia un'evasione dal mondo della gente comune nel mito dell'amicizia intesa come affinità di sentimenti e di cultura.
  1. Guido e Lapo: Guido Cavalcanti a cui è indirizzato il sonetto e Lapo Gianni appartenenti entrambi, come Dante, al dolce stilnovo.
  2. Incantamento: incantesimo.
  3. Vasel: piccola nave, navicella.
  4. Ch'ad ogni vento: con qualunque vento.
  5. Fortuna: fortunale, tempesta.
  6. Tempo rio: tempo cattivo, avverso.
  7. In un talento: secondo un'unica volontà.
  8. Disio: desiderio.
  9. Monna Vanna e monna Lagia: madonna Giovanna e madonna Alagia, le donne amate e cantate rispettivamente da Guido Cavalcanti e Lapo Gianni.
  10. Con trenta: quella che occupa il trentesimo posto tra le sessanta belle donne di Firenze cantate da Dante in un componimento andato perduto.
  11. Buono incantatore: valente mago.
  12. Ragionar: discorrere, conversare. Dipende, come il successivo fosse, dal vorrei del primo verso.
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Dante Alighieri: Tanto gentile e tanto onesta pare

Testo: Tanto gentile e tanto onesta pare
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand'ella altrui saluta.

Parafrasi: Tanto gentile e tanto onesta pare
Tanto nobile e tanto elegante appare la mia donna quando saluta la gente.

Analisi del testo: Tanto gentile e tanto onesta pare
Dante canta nel sonetto l'amore per la sua donna vedendo in lei la donna-angelo.

Commento: Tanto gentile e tanto onesta pare
Questo sonetto di dante è uno degli esempi piu significativi del dolcestilnovo.

Figure retoriche: Tanto gentile e tanto onesta pare
Similitudine: vv .7-8: “e par che sia una cosa venuta/da cielo in terra a miracol mostrare”.
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Analisi: Tanto gentile e tanto onesta pare

di Dante Alighieri
Analisi del testo:


Dante canta nel sonetto l'amore per la sua donna vedendo in lei la donna-angelo, la manifestazione della bontà di Dio capace di mirabili effetti su tutti. Ella suscita in chi la incontra il desiderio di elevarsi a Dio, richiamando l'uomo al suo più autentico destino.

Per le notizie sull'autore vedi: Riassunto vita di Dante Alighieri.
  1. Gentile: nobile, in senso spirituale.
  2. Onesta: nobile quanto all'aspetto esteriore (gesti, portamento). Completa il senso di gentile.
  3. Pare: è, si manifesta con evidenza.
  4. Altrui: la gente.
  5. Ch'ogne lingua.... guardare: che chi la vede perde la parola e non ha il coraggio di guardarla.
  6. Si va: cammina.
  7. Vestuta: vestita.
  8. Cosa: creatura.
  9. Piacente: bella.
  10. Mira: guarda.
  11. Per: attraverso.
  12. Che... prova: che non può comprendere chi non la sperimenta direttamente.
  13. De la sua labbia: del suo volto.
  14. Sospira: perché la dolcezza non si può esprimere a parole.
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Figure retoriche: Tanto gentile e tanto onesta pare

di Dante Alighieri
Figure retoriche:


Endiadi:” vv 1-2: “Tanto gentile e tanto onesta pare”
Iperboli: vv .3-4-: ”ch’ogne lingua deven tremando muta,(da considerarsi come una metafora iperbolica)/e li occhi no l’ardiscon di guardare.”
Metafora: v. 6: “d’umiltà vestuta”
Similitudine: vv .7-8: “e par che sia una cosa venuta/da cielo in terra a miracol mostrare”
Allitterazioni: vv.1-2; 8-9 : “Tanto gentile e tanto onesta pare/la donna mia quand’ella altrui saluta“; “da cielo in terra a miracol mostrare./Mostrasi sì piacente a chi la mira,”
Sineddoche: v. 12: “ labbia” per intendere “volto”
Enjambements: vv. 1-2; 7-8; 12-13

Schema metrico: Sonetto (14 endecasillabi raggruppati in due quartine e due terzine). Rima: ABBA-ABBA-CDE-EDC (incrociata nelle quartine e invertita nelle terzine); paronomastica la rima “vestuta” : “venuta”.
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Commento: Tanto gentile e tanto onesta pare

di Dante Alighieri
Commento:


Questo sonetto di dante è uno degli esempi piu significativi del dolcestilnovo; è tratta da Vita nuova ed è stata scritta tra il 1282 e 1293, nella quale Dante narra il suo amore per Beatrice da quando aveva 9 anni.a 18 anni la incontra nuovamente e, preso da profondo amore, la canta come una cosa venuta dal cielo come un miracolo. Beatrice, morta prematuramente all'età di 24 anni, è raffigurata in questo sonetto come una donna angelo, che irradia una luce di bellezza sovrumana che avvince l'animo e lo fa innamorare. Secondo i principi del dolce stilnovo, la donna,trasfigurata ed elvata ad un angelo, diventa un modello di perfezione morale, capace di condurre l'uomo fino a dio.
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Parafrasi: Tanto gentile e tanto onesta pare

di Dante Alighieri
Parafrasi:

Tanto nobile (in senso spirituale) e tanto elegante (aspetto esteriore) appare (in modo evidente) la mia donna quando saluta la gente, che chi la vede perde la parola e non ha il coraggio di guardarla.
Lei cammina, sentendosi elogiata, con benevolenza di umiltà vestita; e sembra che sia una creatura discesa dal cielo sulla terra per mostrare la sua potenza divina.
Si mostra con una tale bellezza a chi la guarda, che attraverso gli occhi emana un senso di dolcezza al cuore che non può comprendere chi non la sperimenta direttamente:
e sembra che dal suo volto vi sia una soave ispirazione piena d'amore, che suggerisce all'anima di sospirare. (perché la dolcezza non si può esprimere a parole).
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Testo: Tanto Gentile e Tanto Onesta Pare, Dante

di Dante Alighieri
Testo:


Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand'ella altrui saluta,
ch'ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender no la può chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira.


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Cecco Angiolieri: S'i' fosse foco arderei il mondo

Il sonetto più celebre dell'Angiolieri, che gli ha procurato fama di beffardo e maledetto poeta è un lazzo, un mimo, la prova di un grande virtuosissimo istrionico: i proponimenti, i giudizi capitali hanno, infatti un rilievo scenico. Si sente la beffa, insieme a un fondo di tristezza mista all'acre allegria, ma sono umori d'una finzione grottesca che mette in scena il fuoco, il vento, l'acqua, Dio, l'autore stesso come personaggi d'uno stesso gioco.


Testo: S'i' fosse foco
S'i' fosse foco, arderei 'l mondo;
s'i' fosse vento, lo tempesterei.

Parafrasi: S'i' fosse foco
Brucerei il mondo se fossi stato il fuoco;
lo tempesterei se fossi stato il vento.

Analisi del testo: S'i' fosse foco
Cecco Angiolieri è il prototipo dei poeti maledetti.
E' arrabbiato col mondo. Ha un potere distruttivo.

Commento: S'i' fosse foco
Il poeta senese Cecco Angiolieri (1260-1313 a.c) immagina di potersi trasformare in fuoco , vento acqua e morte per distruggere tutto intorno a sè.

Figure retoriche: S'i' fosse foco
La figura retorica dominante è l’anafora, che lega tra loro tutti i versi della prima quartina e i primi due versi della prima terzina.
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Analisi: S'i' fosse foco, Angiolieri

di Cecco Angiolieri
Analisi del testo:


Cecco Angiolieri è il prototipo dei poeti maledetti.
E' arrabbiato col mondo. Ha un potere distruttivo.
Se fosse. Sarebbe. Sarebbe la cattiveria. La punizione
La nemesi. Viene da recitarla questa poesia ogni volta che
subiamo un'ingiustizia. Ogni volta che vediamo un sopruso.
Ogni volta che veniamo traditi. Ogni volta che ci detestano e che
noi detestiamo noi stessi. E' un grido di disperazione e di rivolta
ma è una richiesta d'aiuto. Di dolore. Di solutudine. Di disperazione.
E' l'ultimo grido per dire: Ho bisogno d'Amore.

In poche parole dice che se fosse fuoco brucerebbe il mondo,se fosse la morte ucciderebbe i genitori ma siccome è Cecco non può fare altro che bere giocare e prendersi le belle donne e lasciare le brutte agli altri e questo non è reato ma non è neanche un modo di vivere la vita nel "migliore dei modi".

Nella prima strofa vi sono l'ipotesi di desideri impossibili e il poeta si paragona alla natura fino a giungere a Dio.
Nella seconda strofa vi è il desiderio del poeta di essere come le due massime autorità della terra.
Nella terza strofa il poeta esprime il suo odio verso il padre che lo tiene a corto di soldi.
Se fossi: è un iperbole.
Il sonetto sembra essere quello di un ribelle in conflitto con la famiglia,il mondo e la società. Egli contrappone la gentilezza al suo malumore. Limitato dal padre che non gli dà denaro nell'ultimo verso il poeta sembra ridere di se stesso.
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Figure retoriche: S'i' fosse foco, Angiolieri

di Cecco Angiolieri
Figure retoriche:


Le tematiche:le fantasie impossibili i desideri paradossali e le ipotesi sbalorditive costruiscono il tema del sogno e delle fantasie impossibili, dei SE e dei VORREI. Lo scopo del poeta è di sorprendere con le ipotesi di violenza e di morte,di stuzzicare la curiosità del lettore e, anche, il suo sorriso con l'ingegnoso finale che proclama la volontà di godersi la vita e l'amore. Il componimento rivel un'abile costruzione tematico-espressiva basata sulla simmetria.

versi:
vv.1-4
ipotesi di distruzione della natura;sua dissacrazione
vv.5-8
ipotesi di distruzione dell'umanità;dissacrazione dell'autorità
vv.9-11
ipotesi di distruzione della famiglia;sua dissacrazione
vv.12-14
conclusione:battuta scherzosa sulla vita e il piacere


FIGURE RETORICHE
La figura retorica dominante è l’anafora, che lega tra loro tutti i versi della prima quartina e i primi due versi della prima terzina.
anafora(si fossi ): Consiste nella ripetizione di una parola all’inizio di due o più versi.
Poi ci sono le metafore "Se io fossi come un fuoco", "Se io fossi il papa", "Se io fosse il vento", "la morte" ecc...
Poi c'è il chiasmo: nella strofa "S'i' fosse Cecco com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le vecchie e laide lasserei altrui."
C'è poi un'antitesi: contrasto fra vita e morte (S'i' fosse morte, andarei da mio padre;
s'i' fosse vita, fuggirei da lui:)
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Commento: S'i' fosse foco, Angiolieri

di Cecco Angiolieri
Commento:

Il poeta senese Cecco Angiolieri (1260-1313 a.c) immagina di potersi trasformare in fuoco , vento acqua e morte per distruggere tutto intorno a sè. la sua protesta nei confronti del mondo e la sua ribellione alla morale comune sono rese efficacemente sul piano espressivo dall'uso di figure retoriche, da esagerazioni e ipotesi assurde che ostentano un capovolgimento dei valori morale.
Dopo aver sfogato il suo malumore inveendo contro tutto e contro tutti, Cecco Angiolieri sdrammatizza alla fine il tono violento affermando che continuerà a essere quello che è sempre stato: un innocuo scapestrato, amante delle donne giovani e belle.

S'i' fosse fuoco, arderi 'l mondo; = se io fossi il fuoco brucerei il mondo

s'i' fosse vento, lo tempestarei; = lo sconvolgerei con le tempeste

s'i' fosse acqua, i' l'annegherei; = lo inonderei

s'i' fosse Dio, manderil' en profondo; = lo farei sprofondare

s'i' fosse papa, allor serei giocondo, = sarei contento

ché tutti i cristiani imbrigarei; = metterei nelle brighe (cioè nei guai)

a tutti taglierei lo capo a tondo. = di netto (tutt'intorno)

Nel ultimo verso dice che per lui terebbe solo le donne giovani e belle mentre le vecchie e quelle zoppe le darebbe agli altri...
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Parafrasi: S'i' fosse foco, Angiolieri

di Cecco Angiolieri
Parafrasi:

Brucerei il mondo se fossi stato il fuoco;
lo tempesterei se fossi stato il vento;
l'annegherei se fossi stato acqua;
l'avrei fatto sprofondare se fossi stato Dio.

Se fossi stato un papa sarei lieto e felice,
perché così metterei nei guai tutti i cristiani;
Sai che farei se fossi stato imperatore?
Taglierei la testa a tutti quelli intorno a me.

Se fossi stato la morte andrei da mio padre;
se fossi stato la vita, fuggirei da lui:
nello stesso modo farei con mia madre.

Se fossi stato Cecco, quello che sono adesso e sono stato,
prenderei le donne giovani e belle:
e quelle vecchie e brutte le lascerei per gli altri.




Parafrasi alternativa:

Se fossi fuoco, brucerei il mondo;
se fossi vento, vi infurierei con le tempeste;
se fossi acqua, l'affogherei;
se fossi Dio, lo sprofonderei;

Se fossi papa, allora sì che sarei felice,
perché metterei nei guai tutti i cristiani;
se fossi imperatore, sai che farei?
Taglierei la testa a tutti mulinando la spada.

Se fossi morte, andrei da mio padre;
se fossi vita, fuggirei da lui:
lo stesso farei con mia madre.

Se fossi Cecco, come sono, e sempre sono stato,
mi prenderei le donne belle e giovani
e lascerei agli altri quelle brutte e vecchie.
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Testo: S'i' Fosse Foco, Angiolieri

di Cecco Angiolieri
Testo:

S'i' fosse foco, arderei 'l mondo;
s'i' fosse vento, lo tempesterei;
s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i' fosse Dio mandereil'en profondo;

S'i' fosse papa, sare' allor giocondo,
tutt'i cristiani imbrigherei;
s'i' fosse imperator, sa' che farei ?
a tutti mozzerei lo capo a tondo.

S'i' fosse morte, andarei da mio padre;
s'i' fosse vita, fuggirei da lui:
similimente faria da mi' madre.

S'i' fosse Cecco come sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
e vecchie e laide lasserei altrui.


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Riassunto vita: Cecco Angiolieri

Riassunto:
Cecco Angiolieri nasce a Siena intorno al 1260. Di lui, discendente da un antica e nobile casata, ben poco si conosce se non episodi marginali: venne multato per infrazioni alla disciplina militare e i suoi figli ne rifiutarono l'eredità gravata da troppi debiti. Episodi che trovano rispondenza nella biografia letteraria che Cecco Angiolieri ci ha lasciato nei suoi numerosi sonetti in cui si dipinge come un uomo portato al vizio, al gioco e al piacere, sposato a una brutta donne e litigiosa, ma innamorato di Becchina, piacente figlia di un calzolaio. Dopo aver sperperato il patrimonio del padre, muore in miseria intorno al 1310.
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La poesia d'amore

La poesia in volgare e la celebrazione della donna
Le prime poesie in volgare che comparvero nel XII e XIII secolo in Provenza e in Sicilia erano quasi sempre liriche d'amore. Il poeta esprimeva un sentimento intenso e una profonda ammirazione per una donna bellissima, nobile, superiore a lui e irraggiungibile. La donna veniva paragonata alle bellezze della natura perché le sue qualità erano così straordinarie da non poter essere spiegate; il poeta esprimeva la condizione dell'innamorato che si mette al servizio della donna, sperando da lei un cenno di attenzione.
L'attendere e l'immaginare l'emozionante momento di un eventuale incontro con la donna amata procurano all'uomo innamorato stati d'animo di immensa gioia oppure un grande dolore se questa speranza viene meno. Possiamo descrivere con tanta precisione i contenuti di queste poesie, anche se esse sono numerose, perché gli argomenti, le immagini delle liriche erano pochi e si ripetevano sempre uguali.
Anche se scritte da autori diversi (i poeti provenzali chiamati trovatori e i poeti della corte siciliana, i nobili collaboratori dell'imperatore), gli ambienti in cui vivevano composte, lette e recitate le poesie erano le corti dei nobili, dell'imperatore, i palazzi e i castelli (infatti questa viene chiamata poesia cortese), dove venivano le persone più importanti e raffinate del tempo.
Per questo nelle poesie dovevano essere espressi i sentimenti più belli, più nobili, il poeta doveva possedere le qualità di un valoroso cavaliere, mostrare sensibilità, senso dell'onore, generosità e coraggio, per essere degno della donna amata.

Il dolce stilnovo e la donna angelo
Verso la fine del XIII secolo nelle città della Toscana, soprattutto a Firenze, si diffonde tra gli esperti di letteratura, i giovani dotti, legati anche da amicizia, la passione per la lirica cortese e comincia una fitta produzione di poesie che assomigliano a quelle provenzali e siciliane, ma che sono molto più raffinate e studiate dai loro autori. L'argomento è sempre l'amore, ma si tratta di un amore ancora più eccezionale, perché la donna cantata non soltanto è in una posizione di superiorità rispetto all'uomo, ma è così perfetta, ha qualità talmente straordinarie da sembrare un angelo. Se nella poesia cortese provenzale e siciliana l'uomo si innamorava di una donna bellissima, nobilissima e irraggiungibile anche per la sua posizione sociale, in questa nuova poesia, che viene chiamata dolce stilnovo, l'amore è fatto di una sconfinata ammirazione per una donna lontana dalla vita normale e quotidiana, una donna che è quasi un'immagine divina, un essere miracoloso, che fa pensare al paradiso ed eleva Dio l'animo del poeta che la contempla.
Solo un uomo di grande sensibilità, nobile di cuore e non di nascita può amarla. Nelle poesie la donna è un'apparizione quasi soprannaturale, tutti la guardano ammutoliti, perché si trovano di fronte un essere eccezionale e superiore.
La novità dello stilnovo sta anche nell'uso di un volgare molto dolce, scorrevole, raffinato, elegante, che i poeti riescono a comporre con un accurato lavoro di scelta e di accostamento di parole e immagini.

Amori solo letterari
Una caratteristica importante della poesia cortese e dello stilnovo consiste nel fatto che l'amore cantato nelle poesie è unilaterale: non compaiono scambi tra uomo e donna, è solo l'uomo a esprimere sentimenti, passioni, gioie e sofferenze amorose, la donna ne è l'oggetto, non parte attiva.
Inoltre non dobbiamo pensare ad amori veramente vissuti: quello che i poeti scrivono è il risultato del gusto per la composizione poetica, del desiderio di mettere a frutto la propria abilità letteraria, del talento artistico personale; nelle poesie essi elaborano e perfezionano immagini che si ripetono, ma ogni volta con qualche cosa di nuovo, di originale, che le rende più belle.
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Novelle del Decamerone di Boccaccio

Questo è l'elenco delle novelle principali del Decamerone realizzate da Giovanni Boccaccio e che sono state ovviamente riassunte da noi di Scuolissima. In questa pagina sono presenti brevi riassunti ma se cliccate sul titolo di ogni novella è presente una sintesi più completa e ordinata con analisi dettaglia e commento personale, qualora non dovessero bastarvi utilizzate il forum per chiedere il nostro aiuto.

GUARDA: RIASSUNTO NOVELLE DEL DECAMERONE

Chichibio e la Gru o Chichibio il Cuoco
Viveva a Firenze Currado Gianfigliazzi, un gran signore, ricco e amante della caccia. Avendo un giorno catturato una bella gru, la diede al suo cuoco, Chichibio. Mentre la gru coceva sullo spiedo si spanse tutt’intorno un profumo di arrosto che attirò una servetta del rione di cui Chichibio era invaghito. Questa allora chiese a Chichibio una coscia del volatile ma Chichibio le rispose che non poteva regalargliela. Quella allora lo minacciò sul piano affettivo e al cuoco non rimase che accontentarla. Quella sera si tenne una bella cena con degli ospiti, e Currado, vedendo che alla gru mancava una coscia, chiese spiegazioni, al che il cuoco per difendersi disse che le gru avevano una sola gamba, non due. Allora Currado decise di sfidare il cuoco a dimostrargli, all’alba del giorno seguente, la veridicità delle sue parole. Così al mattino si recarono al lago dove le gru riposavano poggiate su una sola zampa. Proprio mentre Chichibio cominciava a credersi salvo Currado lanciò un forte grido a causa del quale tutte le gru presero il volo mostrando così entrambe le zampe. Al che il cuoco rispose al suo padrone che, se avesse lanciato un urlo simile la sera prima, anche quella gru avrebbe mostrato entrambe le zampe. Currado sorpreso e divertito di quella battuta decise allora di perdonare il cuoco.

Novella di Griselda
Nell’ ultima novella viene raccontata la storia del marchese di Saluzzo che sposa Griselda malvolentieri seguendo le preghiere dei suoi uomini. Griselda, figlia di un villano, viene sottoposta dal marchese a struggenti prove di fedeltà: il marchese finge di avergli ucciso i figli, finge di non essere più innamorato di lei e le porta dentro casa una donna facendola passare per la sua amante e finge addirittura di risposarsi. Dopo addirittura dodici anni, con i figli ormai grandi e maritati, svela tutto a Griselda e con lei trascorre la vecchiaia.

Tancredi e Ghismunda
Nell’ ultima novella viene raccontata la storia del marchese di Saluzzo che sposa Griselda malvolentieri seguendo le preghiere dei suoi uomini. Griselda, figlia di un villano, viene sottoposta dal marchese a struggenti prove di fedeltà: il marchese finge di avergli ucciso i figli, finge di non essere più innamorato di lei e le porta dentro casa una donna facendola passare per la sua amante e finge addirittura di risposarsi. Dopo addirittura dodici anni, con i figli ormai grandi e maritati, svela tutto a Griselda e con lei trascorre la vecchiaia.

Federigo degli Alberighi
Nell’Isola di Ischia viveva marin Bulgaro con la sua bellissima figlia Restituta. Gianni, abitante di procida si innamorò perdutamente della bella Restituta e andava tutti i giorni a Ischia persino a nuoto pur di vederla. Un giorno però ella venne rapita da un gruppo di ragazzi che la portarono al re Federigo d’Aragona che la chiuse nel palazzo arabo-normanno che ha nome Cuba. Sulle tracce della donna amata, Gianni arrivò a Palermo e intravide Restituta dietro una finestra del palazzo. Durante la notte Federigo scoprì i due amanti addormentati e ordinò che fossero legati ed esposti nudi sulla pubblica piazza, prima di essere arsi vivi. Grazie alla testimonianza dell’ammiraglio Ruggeri di Lauria, i due giovani furono perdonati, perché identificati come il nipote di Gian di Procida, un partigiano degli Aragonesi e uno dei capi della rivolta dei Vespri (1282), e come la figlia del famoso Marin Bòlgaro.

Lisabetta da Messina
Nella città di Messina vi abitavano tre fratelli, ricchi mercanti, con la sorella minore Elisabetta, fanciulla molto bella che loro non avevano ancora maritato. Questa si innamorò di un giovane di nome Lorenzo che lavorava presso il fondaco dei tre fratelli. Anche Lorenzo si innamorò di Elisabetta e i due incominciarono frequentarsi segretamente. Il fratello maggiore accortosi della relazione ne parlò agli altri due fratelli e tutti e tre , dopo aver portato Lorenzo in luogo solitario lo uccisero e lo seppellirono. Una notte comparve in sogno a Elisabetta Lorenzo che le diceva di essere stato ucciso dai suoi fratelli e le rivelò dove era seppellito. Le fanciulla vi si recò, scavò e taglio la testa dal corpo che dopo averla fasciata mise in un vaso e ricoprì di terra e vi piantò delle piante. Spesso la fanciulla riversava lacrime sul vaso e i fratelli avvertiti dai vicini, le tolsero il vaso e scoperta la testa la sotterrarono. Dopo i tre fratelli partirono per Napoli affinché non si sapesse la storia e la sorella continuando a versare amare lacrime morì.

Nastagio degli Onesti
Un nobile ravennate, Nastagio degli Onesti, nonostante fosse ancora molto giovane, si ritrovò ricchissimo in seguito alla morte del padre e dello zio; presto s'innamorò di una ragazza di un'ancora più nobile famiglia, quella dei Traversa, e per attirare la sua attenzione, cominciò a spendere smisuratamente in banchetti e feste. La giovane però non si mostrò mai interessata all'amore del ragazzo, e per questo lui più volte si propose di suicidarsi, di odiarla o di lasciarla stare, ma mai riuscì nei suoi propositi. Vedendo che, seguendo questo suo sogno, Nastagio si stava consumando nella persona e nel patrimonio, i suoi amici e parenti gli consigliarono allora di andarsene da Ravenna, in modo che riuscisse poi a dimenticare il suo amore inappagato; il ragazzo, non potendo continuare ad ignorare questo consiglio, si trasferì a Classe, poco lontano dalla sua città. Un venerdì all'inizio di Maggio, Nastagio, addentratosi nella pineta, vide una ragazza correre nuda e in lacrime, inseguita da due cani che la mordevano e da un cavaliere nero che la minacciava di morte: lui si schierò a difesa della fanciulla ma l'uomo a cavallo, dopo essersi presentato come Guido degli Anastagi, disse a Nastagio di lasciarlo fare in quanto, essendo in realtà già morto per essersi suicidato, stava solo scontando la propria pena infernale, accanendosi su colei che disprezzando il suo amore lo aveva portato a togliersi la vita. Rassegnatosi al volere divino, assisté allo strazio del corpo della giovane da parte del cavaliere, al termine del quale i due furono costretti a ricominciare da capo il loro inseguimento, fino a fuggire dalla vista di Nastagio. Il ragazzo decise allora di approfittare di questa situazione, e perciò invitò i propri parenti e la sua amata con i suoi genitori a banchettare in quel luogo il venerdì seguente. Come Nastagio aveva previsto, alla fine del pranzo si ripeté la scena straziante alla quale lui aveva assistito una settimana prima, e questa ebbe l'effetto sperato, infatti, la giovane Traversa, ricordandosi di come aveva sempre calpestato l'amore che il padrone di casa provava nei suoi confronti, per paura di subire la stessa condanna acconsentì immediatamente a sposare Nastagio, tramutando il proprio odio in amore.

Guglielmo Rossiglione
Questa novella parla dell’amore tra Gerbino e la figlia del re di Tunisi. Guglielmo II, re di Sicilia, ebbe due figli:Ruggero e Costanza. Ruggero ebbe un figlio di nome Gerbino, che cresciuto dal nonno divenne molto bello e famoso per la sua cortesia e bravura.questa fama giunse presso la figlia del re di Tunisi che si innamorò di lui. Anche Gerbino si innamorò della fanciulla che era molto bella. Ma il re di Tunisi aveva promesso in sposa sua figlia al figlio del re di Granata perciò Gerbino non poteva sposare la fanciulla. Guglielmo, senza sapere dell’amore di suo nipote promise fedeltà e sicurezza al re di Tunisi e gli inviò un guanto segno di impegno assoluto. La nave su cui viaggiava la fanciulla per andare a Granata venne raggiunta e assaltata dalle due navi di Gerbino; ma la fanciulla fu uccisa e gettata in mare dai marinai della sua stessa nave. Ciò provocò l’ira di Gerbino che, salito sulla nave avversaria uccise molti uomini. Il re di Tunisi venuto a conoscenza dell’episodio,fece decapitare Gerbino in presenza di suo nonno Guglielmo come simbolo della fedeltà che egli gli aveva promesso.

Madonna Oretta
Filomena intende dimostrare quanto le donne siano capaci di motti arguti, e come essi si addicano alla donna stessa, e a tal fine porta l’esempio di come una donna zittì un cavaliere incapace. Madonna Oretta era rispettata e conosciuta, e un giorno, viaggiando insieme con delle persone, ricevette da un cavaliere la proposta di salire sul suo cavallo ed essere da lui intrattenuta. Oretta salì allora sul cavallo, ma il cavaliere era incapace di raccontar le storie, e così, esasperata alla fine gli disse che il cavallo aveva un andamento troppo duro per lei e che quindi avrebbe preferito continuare a piedi.

Andreuccio da Perugia
C’era a Perugia un noto mercante di cavalli, Andreuccio, che un giorno partì per Napoli con una borsa di fiorini d’oro. La stessa sera, arrivato nei pressi di Napoli, mentre cenava in un’osteria, trasse fuori la borsa con i soldi che furono subito notati da due scaltre donne. La sera dopo, la più giovane di queste due, invitò Andreuccio a casa sua e, piangendo, gli disse che lei era sua sorella. Dopo aver convinto Andreuccio, lo costrinse a rimanere la sera e la notte a casa sua. Il povero commerciante cadde in una botola, che si trovava nel bagno, e la donna poté così rubargli la borsa; uscito fuori della casa ed avendo cominciato a capire l’inganno, bussò, inferocito, più volte alla sua porta ma, ovviamente, nessuno rispondeva. Perse le speranze, s’incamminò verso l’osteria e sulla strada incontrò due contadini che, ascoltata la storia, sembrava volessero aiutarlo; così lo condussero ad un pozzo per farlo lavare dal fetore che aveva addosso. Ma, una volta calato Andreuccio nel pozzo, scapparono impauriti da alcune persone che stavano arrivando al pozzo; lo sfortunato ragazzo, dopo aver risalito il pozzo, saltò fuori terrorizzando tutti e, corse via. Ma incontrò nuovamente i due astuti contadini che lo obbligarono a rubare un rubino che si trovava al dito di un cardinale sepolto recentemente nella chiesa del paese.Andreuccio trovato l’anello se l’infilo’ in tasca e diede il resto delle pietre, sotterrate con il cadavere, ai due loschi individui, che lo chiusero nella cripta assieme al morto. Il giorno dopo, un prete, incuriosito dal tombino aperto, si calò nell’ipogeo e così, Andreuccio pote’scappare dopo aver spaventato a morte il prete, e ritornare a Perugia con il rubino.

Cisti Fornaio
Un giorno giunsero a Firenze degli ambasciatori inviati lì da papa Bonifacio. Essi erano ospiti di Geri Spina, marito di Oretta. Il gruppo, ogni giorno passava davanti al negozio del fornaio Cisti, il quale, pur facendo un lavoro umile, aveva potuto arricchirsi. Quest’ultimo aveva una riserva di vini bianchi, la migliore di Firenze, ed era desideroso di offrirne un po’ anche alla brigata che ogni giorno passava di lì. Tuttavia, a causa della sua umile posizione, non poteva invitarli, e così decise di tentarli, mettendosi per due mattine di seguito a gustare il suo vino davanti al locale. Il secondo giorno, Geri, chiese al fornaio di poter assaggiare un po’ del suo vino. Questo piacque talmente tanto agli ambasciatori, che tutte le mattine passarono da lui per berne. Un giorno, Geri decise di organizzare un banchetto in onore degli ambasciatori che stavano per ripartire, e per questo mandò un suo servo dal fornaio a prendere un po’ di quel vino. Il servo si presentò allora da Cisti con un recipiente talmente grande che quando il fornaio lo vide, ridendo, disse al ragazzo che certo il suo padrone non lo aveva mandato da lui. Riferito questo, Geri disse al servo di tornare dal fornaio e chiedergli a chi dunque lo aveva mandato, e Cisti rispose che sicuramente lo aveva mandato a prendere acqua nell’Arno. Geri comprese dunque che era a causa della grandezza eccessiva del fiasco e così, dopo aver rimproverato il servo lo inviò di nuovo dal fornaio, stavolta con un fiasco adeguato. Cisti allora glielo riempì senza problemi e il giorno stesso si recò da Geri per spiegare il suo comportamento.

Ser Ciappelletto
Il protagonista di questa novella, Ser Ciappelletto, è descritto da Boccaccio come “il peggior uomo che mai nascesse”. Egli è un falsario pronto ad utilizzare tutti i suoi mezzi per contorcere la realtà, un abile bugiardo e uno spietato disseminatore di litigi e contrasti all’interno di parenti e amici; assassino, bestemmiatore, traditore della Chiesa e della religione (che naturalmente non segue), ladro, ruffiano nei confronti di uomini e donne è, oltretutto, un accanito bevitore di vino: un uomo, quindi, non estraneo al peccato.Egli viene assunto da Musciatto Franzesi per la gestione dei suoi intricati affari sparsi in innumerevoli regioni. Durante il suo viaggio, trova accoglienza in casa di due fratelli usurai e qui è vittima di un malore. I due proprietari sono timorosi delle ripercussioni che la diffusione della notizia della morte di un personaggio simile nella loro abitazione senza l’estrema unzione avrebbe comportato. Il loro dialogo, però, non sfugge a Ser Ciappelletto, che rassicura i suoi ospiti garantendo loro nessuna preoccupazione futura. Per questo, fa venire il più “santo” tra i parrochi, per una sua prima ed ultima confessione. Durante la visita del prete, Ciappelletto gli fa credere di essere un uomo perfetto, che non abbia mai commesso un peccato, quasi un santo. Il frate, stupito da una simile purezza, dopo la morte dell’uomo, raccoglie tutti i suoi fratelli in riunione con il solo obiettivo di lodare il defunto. Al funerale partecipa un gran numero di persone che, convinte che ciò che è stato detto riguardo il morto sia del tutto vero, adorano la sua salma proprio come se si trattasse di un individuo degno di essere beatificato ed adorato.

Calandrino e l'elitropia
La novella è ambientata a Firenze e il protagonista è il pittore Calandrino, vittima di una burla di Maso del Saggio e suoi amici. I buontemponi gli raccontarono che vicino Firenze c’era un fiume dove si trovavano pietre nere e di diversa grandezza che davano l’invisibilità. Saputo ciò Calandrino decise di cercarle con suoi due amici, Bruno e Buffalmacco, che appresa questa notizia, capiscono subito che si tratta di una burla, finsero meraviglia e decisero di andare con lui. Una mattina andarono vicino questo fiume in cerca delle pietre; dopo un po’ di ore i due amici, come stabilito, vedendo Calandrino carico di pietre, finsero di non vederlo più, così pensò di essere invisibile. Allora i due se ne andarono e Calandrino li precedeva, pensando di non essere visto; ma i due amici, come era stato preparato, si dissero che se avessero visto Calandrino gli avrebbero tirato le pietre per essersi preso gioco di loro: così iniziarono a tirare pietre davanti a loro prendendo sempre Calandrino il quale però soffriva in silenzio il dolore per non farsi scoprire. Prima di tornare a casa alcuna persona fermò o rivolse la parola al pittore: infatti tutti erano stati avvisati da Bruno e Buffalmacco. Però la moglie, non essendo stata avvertita, vide Calandrino e gli parlò: allora egli, pensando che la moglie gli avesse tolto l’invisibilità, la menò. Quindi i due amici lo andarono a trovare a casa e videro la moglie picchiata e lui affannato così vollero delle spiegazioni; Calandrino narrò loro tutti i fatti infuriato con la moglie. I due con una gran voglia di ridere riuscirono a riappacificare marito e moglie con grande fatica e se ne andarono ridendo.
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