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Francesco Petrarca: La Vita, L'Amore per Laura e Opere




La formazione

Francesco Petrarca nacque ad Arezzo nel luglio del 1304 da una famiglia fiorentina di origine borghese. A causa dell'esilio del padre, dovuto all'impadronimento dei guelfi neri della città di Firenze, il poeta è stato costretto a trasferirsi ad Avignone. Petrarca intraprende gli studi giuridici prima a Montpellier e poi a Bologna ma scopre la sua vocazione letteraria e quindi torna ad Avignone nel 1326. Qui si delineano le due tendenze della cultura petrarchesca, il culto dei classici ed un'intensa spiritualità cristiana. Secondo i modelli dei poeti d'amore dedica tutte le sue opere a Laura, una donna di cui non si sa se realmente esistita o meno.

I viaggi e la chiusura nell'interiorità
Il giovane Petrarca aveva l’esigenza della sicurezza materiale, per questo prese gli ordini minori che gli permettevano un vitalizio mensile. Il poeta eseguiva numerosi viaggi che erano per lui un opportunità per ampliare le sue già immense conoscenze. A questa irrequietudine a esplorare nuovi luoghi si contrappone il bisogno di chiudersi nell’interiorità. Questo bisogno fu applicato nel ritiro a Valchiusa, dove nascono numerose opere sia in latino sia in volgare.
Il bisogno di gloria e l’impegno politico
Il poeta mirava a un riconoscimento ufficiale avvenuto poi nel 1341 a Roma, sul Campidoglio, ma dopo questo soddisfacimento di questa vanità terrena nasce in Petrarca un profondo dissidio interiore nato dalla voglia di ammonirsi per aver voluto un’elevazione terrena e non spirituale. Le opere dell’autore nascono anche come strumento d’impegno politico e civile. Petrarca usa il suo prestigio e la sua eloquenza per incitare la Chiesa a recuperare la sua purezza originaria, invia numerose lettere di supporto a Cola di Rienzo, voglioso come lui, di riportare la città di Roma alla grandezza antica.

Petrarca come nuova figura d’intellettuale

L’intellettuale cosmopolita, il cortigiano, il chierico
Petrarca rappresenta un nuovo tipo d’intellettuale, quello cosmopolita. Questo si manifesta dalla sua ansia di viaggiare e conoscere nuovi luoghi e persone. Il poeta incarna anche l’intellettuale cortigiano, vive di corte in corte, per aumentare il prestigio dei castelli dei signori in cui soggiorna. Il poeta grazie al mantenimento mensile da parte della chiesa può dedicarsi liberamente agli studi senza il dovere di lavorare per vivere, questa nuova figura è chiamata chierico.

L’humanitas
La letteratura è considerata come la più alta manifestazione dello spirito umano. Petrarca ostenta disprezzo per un sapere puramente tecnico e scientifico ma è dell’idea che le lettere sono utili perché riconducono alla meditazione e alla riflessione interiore. Il poeta è trattato come un sacerdote capace di rendere immortale se stesso e coloro di cui tratta.

Le opere religioso-morali

Il modello di Agostino
Le opere in latino di Petrarca sono suddivise in due gruppi, religioso morale e quello umanistico. Il poeta segue il pensiero filosofico di Sant’Agostino ed è convinto che la filosofia miri a comprendere l’uomo, a esplorare la sua interiorità per insegnargli a sopportare le miserie della sua esistenza. In Petrarca è venuta a mancare la convinzione di poter dominare la realtà con vigorosi schemi concettuali, tipici di Dante.

Il Secretum

L’opera più importante di meditazione religiosa e morale è il Secretum, scritto nel 1353, diviso in tre libri e composto come un dialogo tra il poeta e Sant’Agostino. Il dialogo si sviluppa in tre giorni alla presenza di una donna che rappresenta la verità. Il poeta si sdoppia in due personaggi che rappresentano la sua anima peccatrice e lacerata che chiede consiglio all’anima pura di Agostino.
Nel primo libro Agostino rimprovera il poeta di accidia, una sorta d’inerzia morale. Nel terzo libro invece, lo rimprovera per il desiderio di gloria terrena e per l’amore per Laura. Il dialogo è incentrato sulla voglia di raggiungere la pace interiore, ma in realtà Petrarca non ci riesce, infatti, alla fine dell’opera non riesce ad arrivare a una definitiva conversione. Il poeta oramai è in un profondo dissidio interiore. Questo dissidio però non si riflette sull’opera, infatti, il latino dello scritto è limpido e armonioso, composto secondo l’esempio dei classici.

Altre opere religioso morali.
Nel “De vita solitaria” scritto nel 1346 Petrarca esalta la solitudine del poeta che innalza lo spirito e lo prepara alla meditazione religiosa.

Le opere “umanistiche”

Petrarca e il mondo classico
Petrarca a differenza di Dante, capisce della frattura esistente tra il mondo classico e quello a lui contemporaneo, per questo non assimila più il mondo antico al presente, ma sente il bisogno di coglierlo nella sua fisionomia più autentica. Nasce qui l’attività filologica del poeta, lui ha una grande sete di conoscenza di antiche opere che la cultura medievale aveva lasciato ai margini. Questa voglia di conoscenza lo porta a scoperta di gran rilievo come quelle delle epistole di Cicerone all’amico Attico, che lo porta a scrivere le proprie epistole su modello ciceroniano. Di conseguenza possiamo considerare Petrarca come un precursore della filologia. La consapevolezza di vivere una realtà diversa da quella classica lo strugge fortemente, perché considera le loro opere come un modello insuperabile di sapienza e perfezione stilistica che lui stesso proverà a emulare.

Le raccolte epistolari
Queste raccolte comprendevano lettere scritte in latino indirizzate ad amici dotti, grandi signori o dignitari ecclesiastici. Sono divise in ventiquattro libri di epistole Familiari, diciassette Senili e altre chiamate Sine Nomine chiamate cosi per la mancanza del destinatario, eliminato per prudenza, perché all’interno c’erano aspre polemiche contro la Chiesa contemporanea. Queste lettere erano dei veri e propri componimenti letterari, che però non rappresentano documenti immediati di vita vissuta ma trasfigurazione letteraria della realtà. Mediante ciò, Petrarca vuole fissare un’immagine ideale del letterato de del dotto, che abbia valore esemplare. Le epistole in questione servono anche a far capire ai lettori il gusto letterario del poeta, si ritorna a far uso del latino e si nota un’irrequietudine religiosa che costituisce la sostanza della psicologia petrarchesca.

L’africa
Petrarca scrive nel ’38 o ’39 l’Africa, poema epico in esametri latini concepiti a Valchiusa. Il poeta voleva essere ricordato per quest’opera, mai realmente finita, in cui esaltava le gesta di Scipione l’Africano durante la seconda guerra punica.
Il de viris illustribus
Il de viris illustribus è un’opera in latino, in cui erano raccolte le biografie d’illustri personaggi romani come Cesare, Scipione, Catone.

Il canzoniere

Petrarca e il volgare
La maggioranza delle opere di Petrarca furono scritte in latino, ed era proprio da queste opere da cui l’autore si aspettava maggior successo, invece la sua immensa fama la si deve al Canzoniere scritto in volgare. Il poeta si riteneva il continuatore degli autori classici ed era convinto della maggiore dignità del latino, ma era persuaso dalla lingua volgare perché ancora nessuno in quella lingua aveva raggiunto l’eccellenza poetica che lui si poneva a raggiungere. Lui si prefiggeva una duplice impresa: ridar lustro a una lingua antica e dall’altro elevare la lingua volgare alla dignità formale del latino. Si delinea un’altra notevole differenza tra Petrarca e Dante: per Dante il volgare era una lingua illustre di cui poter parlare di tutto, mentre con Petrarca il latino ha nuovamente il sopravvento.
La formazione del Canzoniere
Petrarca comincia a scrivere versi in volgare sin dalla prima giovinezza e col tempo pensò anche di raccogliere organicamente le sue liriche. La sistemazione definitiva di questi versi si ha nel 1374. Il titolo definitivo dell’opera è rerum vulgarium fragmenta conosciuto comunemente come il Canzoniere, formato da 366 componimenti in maggior parte sonetti.

L’amore per Laura
Il canzoniere ha come tema centrale l’amore per una donna chiamata Laura, incontrata il sesto giorno d’aprile di un venerdì santo, in una chiesa di Avignone nel 1327. Si tratta di un amore inappagato e tormentato e sono rappresentati diversi stati d’animo del poeta riguardo quest’amore. Quest’opera ha una svolta alla morte della donna nel 1348. In tal modo il Canzoniere è diviso in due parti “rime in vita” e “rime in morte”. Dopo la morte della donna amata, il mondo per il poeta perde colore e vitalità, ma la sua passione non si estingue anzi, nel sogno Laura gli appare più bella e meno altera.
La figura di Laura
Il canzoniere vuole offrirsi come un libro compiuto con alla base un’esperienza reale e vissuta, tuttavia non bisogna interpretarlo come una serie di vicende autobiografiche ma va considerata come una trasfigurazione letteraria, come una costruzione ideale. La figura di Laura è ben lontana dall’avere la concretezza corposa di un personaggio reale, l’immagine complessiva di questa donna è il vago profilo di una bella donna bionda.
Il paesaggio e le situazioni della vicenda amorosa.
Il paesaggio risulta estremamente stilizzato, leggendo il canzoniere si ha un’impressione che la realtà esterna non esista, e che l’unica realtà sia l’interiorità del poeta.

Il “dissidio” Petrarchesco
La poesia di Petrarca va letta come una lucida analisi della sua coscienza, il poeta utilizza la sua storia d’amore come simbolo di un’esperienza più vasta, sentimentale, intellettuale, e religiosa assieme. Il tema amoroso non è che l’occasione per concentrare intorno ad un nucleo stabile l’accanita esplorazione interiore. Il poeta ha un bisogno di assoluto, di eterno, di un approdo stabile in cui l’animo trovi una pace perfetta, ma a ciò si contrappone la ricerca di piaceri terreni che si rivelano illusori ed effimeri, come la bellezza di Laura, ma ai quali il poeta rimane indissolubilmente legato.

Lingua e stile del Canzoniere
L’inquietudine e il tormento, mai superati nei fatti, sono ricomposti in qualche modo nella forma, che scorre limpida, equilibrata e armoniosamente perfetta: la lingua volgare è, infatti, modellato sulle strutture morfo-sintattiche di quella latina e il lessico è accuratamente selezionato, con l’esclusione di vocaboli troppo espressivi, realistici o anche solo fonicamente aspri.

I trionfi
Nel periodo milanese (1353-61) Petrarca inizia a comporre due opere che per la loro organicità si collocano nel solco della cultura medievale: i Trionfi, poema allegorico in lingua volgare, e il De remediis utriusque fortunae, una sorta di enciclopedia morale in latino. Nell’impianto sistematico che le contraddistingue, si riconosce l’esigenza petrarchesca di superare i propri dissidi esprimendoli in una forma unitaria e conclusiva.
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Testo: Italia mia, benché ’l parlar sia indarno, Petrarca

di Francesco Petrarca
Testo:

Italia mia, benché ’l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,
piacemi almen che ’ miei sospir’ sian quali
spera ’l Tevero et l’Arno,
e ’l Po, dove doglioso et grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la pietà che Ti condusse in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
Vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion’ che crudel guerra;
e i cor’, che ’ndura et serra
Marte superbo et fero,
apri Tu, Padre, e ’ntenerisci et snoda;
ivi fa che ’l Tuo vero,
qual io mi sia, per la mia lingua s’oda.

Voi cui Fortuna à posto in mano il freno
de le belle contrade,
di che nulla pietà par che vi stringa,
che fan qui tante pellegrine spade?
perché ’l verde terreno
del barbarico sangue si depinga?
Vano error vi lusinga:
poco vedete, et parvi veder molto,
ché ’n cor venale amor cercate o fede.
Qual piú gente possede,
colui è piú da’ suoi nemici avolto.
O diluvio raccolto
di che deserti strani
per inondar i nostri dolci campi!
Se da le proprie mani
questo n’avene, or chi fia che ne scampi?

Ben provide Natura al nostro stato,
quando de l’Alpi schermo
pose fra noi et la tedesca rabbia;
ma ’l desir cieco, e ’ncontr’al suo ben fermo,
s’è poi tanto ingegnato,
ch’al corpo sano à procurato scabbia.
Or dentro ad una gabbia
fiere selvagge et mansüete gregge
s’annidan sí che sempre il miglior geme:
et è questo del seme,
per piú dolor, del popol senza legge,
al qual, come si legge,
Mario aperse sí ’l fianco,
che memoria de l’opra ancho non langue,
quando assetato et stanco
non piú bevve del fiume acqua che sangue.

Cesare taccio che per ogni piaggia
fece l’erbe sanguigne
di lor vene, ove ’l nostro ferro mise.
Or par, non so per che stelle maligne,
che ’l cielo in odio n’aggia:
vostra mercé, cui tanto si commise.
Vostre voglie divise
guastan del mondo la piú bella parte.
Qual colpa, qual giudicio o qual destino
fastidire il vicino
povero, et le fortune afflicte et sparte
perseguire, e ’n disparte
cercar gente et gradire,
che sparga ’l sangue et venda l’alma a prezzo?
Io parlo per ver dire,
non per odio d’altrui, né per disprezzo.

Né v’accorgete anchor per tante prove
del bavarico inganno
ch’alzando il dito colla morte scherza?
Peggio è lo strazio, al mio parer, che ’l danno;
ma ’l vostro sangue piove
piú largamente, ch’altr’ira vi sferza.
Da la matina a terza
di voi pensate, et vederete come
tien caro altrui che tien sé cosí vile.
Latin sangue gentile,
sgombra da te queste dannose some;
non far idolo un nome
vano senza soggetto:
ché ’l furor de lassú, gente ritrosa,
vincerne d’intellecto,
peccato è nostro, et non natural cosa.

Non è questo ’l terren ch’i’ toccai pria?
Non è questo il mio nido
ove nudrito fui sí dolcemente?
Non è questa la patria in ch’io mi fido,
madre benigna et pia,
che copre l’un et l’altro mio parente?
Perdio, questo la mente
talor vi mova, et con pietà guardate
le lagrime del popol doloroso,
che sol da voi riposo
dopo Dio spera; et pur che voi mostriate
segno alcun di pietate,
vertú contra furore
prenderà l’arme, et fia ’l combatter corto:
ché l’antiquo valore
ne gli italici cor’ non è anchor morto.

Signor’, mirate come ’l tempo vola,
et sí come la vita
fugge, et la morte n’è sovra le spalle.
Voi siete or qui; pensate a la partita:
ché l’alma ignuda et sola
conven ch’arrive a quel dubbioso calle.
Al passar questa valle
piacciavi porre giú l’odio et lo sdegno,
vènti contrari a la vita serena;
et quel che ’n altrui pena
tempo si spende, in qualche acto piú degno
o di mano o d’ingegno,
in qualche bella lode,
in qualche honesto studio si converta:
cosí qua giú si gode,
et la strada del ciel si trova aperta.

Canzone, io t’ammonisco
che tua ragion cortesemente dica,
perché fra gente altera ir ti convene,
et le voglie son piene
già de l’usanza pessima et antica,
del ver sempre nemica.
Proverai tua ventura
fra’ magnanimi pochi a chi ’l ben piace.
Di’ lor: - Chi m’assicura?
I’ vo gridando: Pace, pace, pace.

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Solo et Pensoso Analisi del testo

di Francesco Petrarca
Analisi del testo:


E' uno dei più belli e dei più celebri sonetti del Canzoniere quello in cui Petrarca, sofferente per pene d'amore esprime il suo bisogno del suo tormento.
Il poeta vaga per luoghi deserti e solitari che, tuttavia, non gli danno conforto perché, ovunque egli fugga, i pensieri d'amore lo inseguono contrastando la sua ricerca di serenità.
  1. I deserti: solitari.
  2. Vo... lenti: percorrono lentamente.
  3. Gli occhi... stampi: volgo gli occhi attenti a evitare i luoghi dove il terreno reca impronte d'uomo.
  4. Schermo: riparo.
  5. Scampi... genti: che mi eviti che la gente si accorga chiaramente del mio stato d'animo.
  6. Spenti: privi.
  7. Di fuor... avampi: si manifesta esteriormente come io arda d'amore nel mio intimo.
  8. Sì ch'io... celata: così che io credo ormai che i monti, le pianure, i fiumi e i boschi sappiamo di che qualità sia la mia vita che è nascosta agli altri.
  9. Ma pur... io collui: ma io non so cercare luoghi tanto impervi e inospitali che Amore non mi segua parlando con me e io con lui.
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Riassunto vita: Francesco Petrarca

Riassunto:
Francesco Petrarca nacque ad Arezzo nel 1304. Trascorse l'adolescenza in Provenza, vicino ad Avignone, dove la famiglia si era trasferita. Per volere del padre, notaio, seguì, a Montpellier e all'Università di Bologna, studi di diritto che in seguito abbandonò, per dedicarsi a quelli letterari.
Prese gli ordini minori, che gli assicuravano una rendita e la possibilità di svolgere incarichi per conto di cardinali e prelati, senza però l'obbligo di una sede e di esercitare funzioni sacerdotali.
Visse anni di spostamenti: viaggi in Francia, Paesi Bassi, Germania; in seguito sarà spesso in Italia, dove, a Roma, nel 1341 riceverà l'incoronazione poetica (offertagli anche dall'Università di Parigi), massima onorificenza letteraria del tempo. Dal 1353 decise di lasciare definitivamente la sua casa a Valchiusa, in Provenza, e di rimanere in Italia. Trascorse anni a Milano, presso i Visconti, poi a Padova, a Venezia e negli ultimi quattro anni, fino alla morte nel 1374, visse nella sua casa di campagna, ad Arquà, sui colli Euganei.
La poesia di Petrarca nella nostra letteratura ha rappresentato per secoli un modello, tanto che moltissimi letterati e poeti ne hanno imitato lo stile. Fu persona famosa, stimata negli ambienti intellettuali e accolta con onori da importanti principi dell'epoca.

Il primo umanista
La figura di Francesco Petrarca rappresenta il passaggio fra l'età comunale e l'età delle Signorie in Italia e all'estero. Petrarca non fa vita politica, vive nelle corti dove è stipendiato in virtù del suo prestigio e dei suoi studi.
E' il primo degli umanisti, cioè gli intellettuali che ritornano allo studio dei classici ricostruendo i testi antichi, molte volte mal trascritti nei codici dai diversi copisti.
Infine Petrarca è il primo poeta che esprime la propria condizione esistenziale, la propria psicologia. Per questo è già moderno e anticipa molti aspetti di quella che sarà poi la letteratura dell'età signorile.

Il Canzoniere
La grandissima fama di Petrarca è legata a quest'opera, benché egli ne abbia scritte altre, sia in latino, sia in italiano. Si tratta di una raccolta di 366 poesie liriche, in prevalenza sonetti, che hanno come tema dominante l'amore, letterario, per una donna, Laura, e che furono composte nell'arco di 40 anni e raccolte e ordinate dall'autore stesso.
La figura di Laura, una donna di cui si ignora la precisa identità e che morì giovane, è centrale nell'epoca di Petrarca e l'amore per lei è motivo di profondo coinvolgimento, sofferenza e sentimento di colpa: Petrarca nella sua vita trasse molte soddisfazioni dall'essere ammirato, stimato, dalla passione per gli studi delle opere latine antiche, dall'amore stesso, ma sentiva che queste attrattive della vita lo allontanavano da Dio. Il conflitto fra queste passioni terrene e la sua profonda religiosità gli procurava sentimenti di colpa, pentimenti e un profondo tormento interiore.
Nel Canzoniere questi contrasti interiori sono espressi in forma poetica, in uno stile raffinatissimo, risultato di un lungo e accuratissimo lavoro di perfezionamento della scrittura poetica.
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Francesco Petrarca: Chiare, Fresche e Dolci Acque

Testo: Chiare, Fresche e Dolci Acque

ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque


Parafrasi: Chiare, Fresche e Dolci Acque
Chiare, fresche, e dolci acque (il poeta richiama alla memoria i luoghi e le cose da tanto tempo a conoscenza della sua sofferenza e del suo lungo sognare, ancora pieni della dolce presenza di Laura)

Analisi del testo: Chiare, Fresche e Dolci Acque
Il genere della poesia è lirico, secondo la tradizione inaugurata in Italia dalla Scuola siciliana. Esprime infatti situazioni e sentimenti soggettivi. Nell'ambito della tradizione lirica, la canzone è insieme al sonetto la forma metrica più utilizzata.

Commento: Chiare, Fresche e Dolci Acque
E' una canzone che ha come tema fondamentale quello dell'immagine di una donna circondata da una natura idilliaca.tema tanto caro a petrarca.

Figure retoriche: Chiare, Fresche e Dolci Acque
L''uso del polisindeto ( per es. al verso 58: " e 'l volto e le parole e 'l dolce riso). crea un dolce equilibrio formale, mentre le coppie di sostantivi e attributi e il ricorso ai parallelismi conferiscono al testo.
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Figure retoriche: Chiare, Fresche e Dolci Acque

di Francesco Petrarca
Figure retoriche:


Il messaggio della poesia è certamente il travaglio interiore che tormenta l'anima del poeta. Un travaglio amoroso che lo trascina nella memoria del luogo dove vedeva Laura e lo trascina nel sogno della sua morte e nella visione di Laura che ritorna in quel luogo a chiedere il perdono dei suoi peccati.
La poesia esprime un messaggio ambivalente e ambiguo: da un lato lancia un messaggio di pace e un messaggio di bellezza formale, dall'altro lato lancia il messaggio di un amore platonico, ma lontano nel tempo e nello spazio. E proprio da questo contrasto nasce il travaglio passionale e quindi come scrivono Salinari e Ricci a pagina 500 il messaggio della poesia esprime: "quell'assorto monologo interiore in cui la realtà (l'urgere della passione, o il bruciore del pentimento o il drammatico dissidio interiore) è sempre filtrata attraverso la memoria e tenuta ferma a distanza dal vigile controllo della ragione".



L''uso del polisindeto ( per es. al verso 58: " e 'l volto e le parole e 'l dolce riso). crea un dolce equilibrio formale, mentre le coppie di sostantivi e attributi e il ricorso ai parallelismi conferiscono al testo l'uniformità totale tipica del linguaggio petrarchesco, lontano dagli eccessi e dalle dissonanze.
L'anafora (ove..ove) nella prima stanza costituisce quasi un'indicazione spaziale nel paesaggio calcato dalle orme di Laura; L'ossimoro ( la fera bella et mansueta) esprime il potere di inquietudine passionale che scaturisce dalla quiete piena di grazia della creatura amata. Nell'ambito delle figure di suono, individuiamo le allitterazioni ( volga la vista; faccia forza), l'iperbato (m'aveano, et sì diviso) crea la scissione interiore del poeta.
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Analisi: Chiare, Fresche e Dolci Acque


di Francesco Petrarca
Analisi del testo:

Il tema centrale della poesia è certamente l'amore del poeta per Laura. Un amore inesistente ed illusorio, ma che il poeta vive in modo realistico e fluido: tra il passionale e il trasfigurato, tra il materiale e lo spirituale. Egli lo sogna, lo invoca, lo trasforma sempre con ansia e trepidazione, ricordando il momento iniziale del loro incontro e sentendolo dentro di sé ogni momento della sua vita.
Ora, per l'appunto, il tema della poesia è il ricordo del luogo e del giorno nel quale il poeta ebbe la dolce visione di Laura. In quel luogo al poeta sembrò di vedere una donna talmente bella che gli parve di essere in paradiso.
Questo luogo iniziale, nel quale il poeta immagina e rievoca una pioggia dei fiori che cadeva sopra il bel corpo di lei e dove lei sedeva con umiltà in quel spettacolo naturale, è identificato dal poeta con il regno di Amore.
Questo ambiente così bello e paradisiaco incanta il poeta, il quale si immagina prossimo alla morte e spera di lasciare il proprio corpo in quel luogo e così affrontare il momento del trapasso con una speranza tale da rendere l'anima più tranquilla e serena. Il poeta immagina ancora che Laura un giorno ritorni in quel luogo, guardi il sepolcro del poeta e presa da tanta compassione per la sua sorte si rivolga a Dio per ottenere il perdono del poeta, piangendo e asciugandosi gli occhi con il bel velo.
Questa visione trasognata di Laura che intercede per il poeta e la memoria del giorno benedetto nel quale il poeta si innamorò di lei sono gli elementi che fanno perdere al poeta ogni coscienza della realtà delle cose, credendo di essere in paradiso e non sulla terra.
Questo incanto naturale del luogo e l'amore per Laura fanno sì che quel luogo divenga il preferito del poeta tanto che da allora in poi egli non trova più pace altrove.
Il commiato riprende quello della precedente composizione del Canzoniere, ma questa volta il poeta ha più fiducia nella poesia, la personifica e la invita ad andare tra la gente, anche se ritiene che ancora la forma non sia adeguata ad esprimere l'intensità del suo amore.
Dunque i temi della poesia sono:
• la rievocazione del luogo dell'innamoramento, le acque del fiume Sorga dove il poeta vide Laura
• l'intercessione di Laura a Dio per chiedere il perdono del poeta
• l'immagine del suo sepolcro in quel luogo naturale tanto bello
• la confessione del suo amore per Laura e il lamento di un amore che non risparmia l'anima del poeta dalle pene d'amore
• il richiamo a quel luogo naturale nel quale la pioggia dei fiori sul bel corpo di lei raffigura il momento di un amore leggiadro e primaverile.

Analisi della forma
Il genere della poesia è lirico, secondo la tradizione inaugurata in Italia dalla Scuola siciliana. Esprime infatti situazioni e sentimenti soggettivi. Nell'ambito della tradizione lirica, la canzone è insieme al sonetto la forma metrica più utilizzata.
Questa canzone è composta da 5 strofe di 13 versi ciascuna e un commiato di tre versi.
Ogni strofa è composta di 9 settenari e 4 endecasillabi disposti nel terzo verso, nel sesto, nell'undicesimo e nel tredicesimo verso. La rima segue il seguente schema:
a, b, C, a, b, C, c, d, e, e, D, f, F. Il commiato ha la forma G, h, H.
Raffaele Amaturo così scrive: "Canzone caratterizzata dalla prevalenza dei settenari sugli endecasillabi in modo da ottenere un effetto di tenuità e di scorrevolezza: gli endecasillabi situati strategicamente alla fine di ogni periodo ritmico esprimono tuttavia solitamente una nota più grave e ristabiliscono l'equilibrio musicale".

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Commento: Chiare, Fresche e Dolci Acque

di Francesco Petrarca
Commento personale:


E' una canzone che ha come tema fondamentale quello dell'immagine di una donna circondata da una natura idilliaca.tema tanto caro a petrarca.
Laura e la natura vengono rappresentati in maniera evanescente,senza riferimenti precisi ma solo attraverso delle elementi che danno solo degli accenni,questo perchè il tutto viene raffigurato nella mente del poeta.il poeta a distanza di anni ripensa alla prima volta che vide Laura immergersi nelle acque del Sorga e fu in quel momento che s'innamorò. Laura presentata quasi come un angelo caduto dal cielo ha una qualche analogia con la Beatrice di Dante, che in un canto del paradiso (non ricordo esattamente quale) la rappresenta immersa da una nuvola di petali. anche Petrarca raffigura la sua donna immersa nei petali ma la differenza è che una donna vera,in carne ed ossa. leggendo la canzone ci sono dei salti nel passato e nel futuro:
1-all'inizio il poeta parla di Laura immersa nelle acque: questo è il passato che vive nella sua mente;
2-dopo parla della sua morte e spera che i sentimenti di Laura cambino,diventi meno altera e pianga sulla sua tomba:questo è il futuro;
3-richiamo di nuovo al passato quando ripensa alla donna immersa nei petali;
la memoria è l'unico modo,secondo il Petrarca, per poter preservare i ricordi,perchè il trascorrere del tempo tutto corrode.


Tematiche
Nella canzone Petrarca sviluppa il tema della morte di Laura, ormai prossimo alla morte, ritorna con la fantasia sulle rive del Sorga ad ammirarla e sembra rivivere quel momento insieme al paesaggio che con lui ne fu partecipe, sogna che ella un giorno ritorni e vedendo la sua tomba provi finalmente pietà per lui, entusiasmato da questa fantasia e ritrovando tutto l'incanto di quel giorno, definisce la sua contemplazione come un estasi che dura per sempre.
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Parafrasi: Chiare, Fresche e Dolci Acque

di Francesco Petrarca
Parafrasi:

Chiare, fresche, e dolci acque (il poeta richiama alla memoria i luoghi e le cose da tanto tempo a conoscenza della sua sofferenza e del suo lungo sognare, ancora pieni della dolce presenza di Laura) dove la bella membra immerse e non vi è altra donna se non lei signora del mio cuore. Anche il ramo cui le piacque (ricordo con sospiri) appoggiare il bel fianco e farsene sostegno divenne gentile e adagiatosi fra l'erba, ricoprì erba e fiori con la veste leggiadra e col suo angelico seno; e il cielo consacrato ove Amare, mediante la vista dei bei occhi di Laura, ascoltate insieme le ultime dolenti parole (il poeta sente il presentimento della morte).
Se questo è veramente il mio destino (voluto dal cielo) e che amor voglia farmi chiudere gli occhi con lacrime, una qualche benigna faccia si che il mio corpo sia sepolto qui tra voi e che l'anima ritorni al cielo libera ormai dal corpo.
La morte sarà meno dura se questa speranza parta in punto di morte; perché lo spirito stanco non potrebbe fuggire dal corpo travagliato dalla passione, lasciandolo in un parto più riposato, in un sepolcro più tranquillo che questi luoghi.
Verrà forse il tempo che Laura crudele, dolce e mite ritorni in questi luoghi dove un tempo usò soggiornare e volga la vista, desiderosa e lieta di vedermi, verso quel luogo ove mi vide in quel giorno benedetto in cui potrei contemplarla, e mi cerchi e vedendomi, divenuto polvere fra le pietre del sepolcro, Amore le ispira un sentimento di pietà per me, così dolci da ottenermi la misericordia di Dio, con la pietà che ispirano le sue lacrime vincerà il rigore della giustizia. Dai bei rami scendeva (dolce nella memoria) una pioggia di fior sopra il suo grembo ed ella stava seduta, umile in tanta gloria coperta da una nube amorosa: cadeva la pioggia di fiori sul lembo della gonna, sulle trecce bionde che, quel giorno sembravano oro lucente e perle, sulla terra, sulle onde del fiume, altri fiori, vagando dolcemente per l'aria girando parevano dire <<qui regna Amore>>. Quante volte dissi io pieno di stupore: <<costei di certo nacque in paradiso a tal punto che la bellezza di lei, il volto, le parole e il dolce sorriso mi avevano caricato d'oblio e distaccato dalla realtà sospirando dicevo: <<come, quando sono venuto qui? convinto di trovarmi in cielo e non dove sono qui.
Da allora mi piace tanto quest'erba che altrove non so trovare pace.
Se tu mia canzone fossi così adorna come vorresti (per poter esprimere adeguatamente la bellezza di Laura) potresti avere il coraggio di uscire da questi boschi e preservarti agli uomini.
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Testo: Chiare, Fresche e Dolci Acque, Petrarca

di Francesco Petrarca
Testo:

Chiare, fresche e dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir' mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior' che la gonna
leggiadra ricoverse
co l'angelico seno;
aere sacro, sereno,
ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
date udïenza insieme
a le dolenti mie parole estreme.

S'egli è pur mio destino
e 'l cielo in ciò s'adopra,
ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,
qualche gratia il meschino
corpo fra voi ricopra,
e torni l'alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo:
ché lo spirito lasso
non poria mai in piú riposato porto
né in piú tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l'ossa.

Tempo verrà ancor forse
ch'a l'usato soggiorno
torni la fera bella e mansüeta,
e là 'v'ella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disïosa e lieta,
cercandomi; e, o pietà!,
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l'inspiri
in guisa che sospiri
sí dolcemente che mercé m'impetre,
e faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo.

Da' be' rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior' sovra 'l suo grembo;
ed ella si sedea
umile in tanta gloria,
coverta già de l'amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch'oro forbito e perle
eran quel dí a vederle;
qual si posava in terra, e qual su l'onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: - Qui regna Amore. -

Quante volte diss'io
allor pien di spavento:
Costei per fermo nacque in paradiso.
Cosí carco d'oblio
il divin portamento
e 'l volto e le parole e 'l dolce riso
m'aveano, e sí diviso
da l'imagine vera,
ch'i' dicea sospirando:
Qui come venn'io, o quando?;
credendo d'esser in ciel, non là dov'era.
Da indi in qua mi piace
quest'erba sí, ch'altrove non ò pace.

Se tu avessi ornamenti quant'ài voglia,
poresti arditamente
uscir del bosco, et gir in fra la gente.
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Petrarca: L'oro et le perle e i fior' vermigli e i bianchi

di Francesco Petrarca
Parafrasi, analisi e commento

Testo:

L'oro et le perle e i fior' vermigli e i bianchi,
che 'l verno devria far languidi et secchi,
son per me acerbi et velenosi stecchi,
ch'io provo per lo petto et per li fianchi.
Però i dì miei fien lagrimosi et manchi,
ché gran duol rade volte aven che 'nvecchi:
ma più ne colpo i micidiali specchi,
che 'n vagheggiar voi stessa avete stanchi.
Questi poser silentio al signor mio,
che per me vi pregava, ond'ei si tacque,
veggendo in voi finir vostro desio;
questi fuor fabbricati sopra l'acque
d'abisso, et tinti ne l'eterno oblio
onde 'l principio de mia morte nacque.

Parafrasi
'oro e le perle e i fiori rossi e bianchi,che l'inverno dovrebbe fare appassiti e secchi,sono per me spine pungenti e velenose che io avverto nel petto e nei fianchi.
perciò i miei giorni saranno dolorosi e scarsi,poichè accade poche volte che un gran dolore invecchi:ma di ciò incolpo più gli specchi assassini,che avete stancati nel contemplare voi stessa.
questi fecero tacere il mio Signore,che vi pregava per mio conto per cui egli tacque,vedendo il nostro desidrioe saurirsi in voi;questi furono fabbricati presso l'acqua dell'abisso,e intinti nella dimenticanza eterna,da cui si originò l'inizio della mia morte.

Analisi del testo
Il sonetto(2 quartine e 2 terzine di endecasillabi rime ABBA,ABBA;CDC,DCD)è diviso in 2 parti.le quartine sn caratterizzate da uno stile concentrato, aspro, caratterizzato da rime difficili e dal suono duro.il orocompito è descrittivo e narrativo.le terzine scandite dall'anafora (questi poser...questi fuor fabbricati) hanno un andamento meno teso e un compito riflessivo.
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Francesco Petrarca: Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono


Testo: Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono

Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono di quei sospiri ond'io nudriva 'l core.


Parafrasi: Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
Voi che ascoltate nelle poesie quei versi di varie dimensioni suddivise tra di loro dal suono di quei sospiri.

Analisi del testo: Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
Nel sonetto “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono” il poeta parla dell’esperienza amorosa ormai superata nella prospettiva cristiana (il pentimento, la coscienza della brevità e della illusorietà dei beni terreni).

Commento: Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
Questo componimento, è un sonetto che è formato da 14 endecasillabi sciolti,divisi in due quartine con rima incrociata(abba) e in due terzine, con rima ripetuta(cde).

Figure retoriche: Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
La struttura delle quartine si distende " a chiasmo": nella prima quartina si incontrano in ordine l'invocazione ( voi) con verbo portante(ascoltare) + catene di subordinate
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Figure retoriche: Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono

di Francesco Petrarca
Figure retoriche:

La struttura delle quartine si distende " a chiasmo": nella prima quartina si incontrano in ordine l'invocazione ( voi) con verbo portante(ascoltare) + catene di subordinate ; nella seconda il sistema viene rovesciato : catena di subordinate + invocazione (chi per prova) + verbo portante (spero) .
Nelle terzine c'è una ripetizione insistita di allitterazioni "favola fui " , "di me medesimo meco mi vergogno" e " vaneggiar vergogna".
Presenti alcune anastrofe nelle terzine " di me medesimo mi vergogno" e " del mio vaneggiar vergogna è il frutto".
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Commento: Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono

di Francesco Petrarca
Commento:

Questo componimento, è un sonetto che è formato da 14 endecasillabi sciolti,divisi in due quartine con rima incrociata(abba) e in due terzine, con rima ripetuta(cde).Questo è il sonetto di apertura del Canzoniere,pone temi che caratterizzano tutto il canzoniereil.Con"voi ch'ascoltate" il poeta si riferisce ai lettori che come lui, soffrono le pene dell’amore e spera di trovare in loro perdono e comprensione.A causa di questo sentimento, che egli stesso definisce "primo errore giovanile" nel terzo verso non ha soltanto commesso un errore morale, allontanandosi da Dio, ma anche un errore letterario, visto che ha fatto produrre dei componimenti slegati fra loro (Rime sparse) che esprimono sentimenti avversi, frutto di differenti stati d’animo. Nella giovinezza il poeta era ben diverso dall’uomo che è oggi infatti nel sonetto si può ben notare il contrasto tra l’”io passato” e l’”io presente” del poeta stesso.Il primo è descritto come un uomo ingenuo, coinvolto in un amore giovanile, il secondo invece è presentato come un uomo maturo che cerca perdono per i suoi sbagli di gioventù.Parlando di questo errore giovanile il poeta si riferisce proprio a quel suo amore per Laura, amore che lui riteneva impuro e che
dovese essere represso, lui nonostante ciò sentiva di non aver il coraggio; ed è proprio per
questo che soffriva molto. Nella seconda quartina del sonetto il poeta esprime la sua
speranza ovvero che qualche lettore leggendo la sua poesia lo possa capire poichè ha provato la sua stessa pena amorosa. Nella prima terzina il poeta dice di essere stato deriso da tutte le persone che lo conoscevano per la sua sofferenza amorosa, e che si vergognava di questo avendo capito che il suo è stato un grave errore.
Lui dice che “il suo vaneggiar” e cioè lo scrivere in maniera così apparentemente insensata,
trova causa nel sapere che ciò che piace ai mortali è solo una cosa di breve durata
“che quanto piace al mondo è breve sogno”.Quindi in questo caso l'amore non è visto più come è fonte di beatitudine, ma un errore che non porterà allegria, ma solo tristezza,infatti l'amore che prova per Laura è una contraddizione perchè per lui è sia amica che nemica, poichè sa bene che questo amore è peccato perché distoglie il suo pensiero da Dio per cui quando morirà ne soffrirà, ma la sua morte verrà accolta quasi come una liberazione.Per quanto riguarda il livello sintattico, vi è una costruzione a chiasmo. Nella prima quartina il vocativo iniziale, “voi”, trova espansione in una lunga serie di subordinate: la relativa “ch’ascoltate”, da cui dipende a sua volta un’altra relativa “ond’io nudriva”, da cui dipende anche la temporale “quand’era”. Nella seconda quartina si ha una simmetria rovesciata: il nucleo germinale del periodo, da cui si diparte la serie di complementi e di proposizioni subordinate, non è più collocato all’inizio della strofa (come era il “voi”), ma al fondo: “spero”, nel verso conclusivo (v. 8). Sempre per quanto riguarda il piano sintattico è da notare, nella seconda quartina, la forte anticipazione del complemento di specificazione “del vario stile” (v. 5) rispetto al sostantivo da cui dipende “pietà” (v. 8). Più secca è la struttura sintattica delle terzine, in coerenza con il tono duro e desolato della seconda parte del sonetto.. A livello lessicale, gli aggettivi, nel sonetto, sono pochi e tutti dal valore negativo.
Infine, in contrapposizione al suo stato d’animo, il poeta si esprime con forme armoniose ed eleganti.Si ha dunque in primo piano (come sempre in Petrarca) l'io del poeta, in particolare viene esaltato il contrasto fra due momenti, il passato e il presente . Qui. appare, se confronti l'ultima terzina, come un uomo ormai maturo (v. 12: "la vergogna nasce dal mio perdermi nella vanità") che disprezza la vanità e le emozioni dell'amore, infatti per lui Laura è una contraddizione, è sia amica che nemica, perché la ama ma sa che questo amore è peccato perché distoglie il suo pensiero da Dio; quando morirà ne soffrirà, ma la sua morte verrà accolta come una liberazione.

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Analisi: Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono

di Francesco Petrarca
Analisi del testo:

Nel sonetto “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono” il poeta parla dell’esperienza amorosa ormai superata nella prospettiva cristiana (il pentimento, la coscienza della brevità e della illusorietà dei beni terreni).
Il poeta offre al lettore quattro tipi di informazioni:
- sono stato a lungo innamorato
- ora sono cambiato
- chiedo pietà e perdono
- (l’unico non esplicito) sono degno di riceverli.

Il sonetto ci offre un consuntivo dell'intera esperienza amorosa del poeta , presentata come un folle vaneggiare da cui è stato necessario liberarsi per divenire un uomo nuovo , libero dall'errore. Petrarca ammette che l'amore per Laura era una forma di allontanamento dalla retta via dell'amore divino e che , di conseguenza , era indispensabile cambiare completamente la propria prospettiva interiore, non lasciandosi invischiare nell'idolatria delle cose terrene e riconoscendo appieno la grandezza di Dio per poi annullarsi in essa .In altre parole Petrarca , fin dall'esordio, mostra di voler intrecciare il messaggio morale e filosofico di impronta agostiniana con un orientamento poetico legato ai modelli stilnovistici.

1)Riassumi il contenuto della poesia
2) Come si conclude la lirica?
3)qual é l errore di cui parla Petrarca?
4)quale figura retorica é contenuta nel verso 11?
5)riporta alcuni esempi della contrapposizione temporale presente nella poesia tra passato e presente
6)spiega l ultimo verso

1)petrarca si pente e si vergogna di ciò che ha fatto in età giovane, cioè darsi alla bella vita, amare e provare emozioni: dice che ha capito che queste cose durano poco, e spera che quando morirà trovi pietà e comprensione di ciò che ha fatto.
2)la lirica si conclude con il pentirsi e il vergognarsi di petrarca e quindi ha la netta convinzione che la vita e i piaceri durano poco.
3)l'errore di petrarca è quello di essersi illuso dei piaceri e delle emozioni umane, e non avercapito prima l'inganno della vita.
4)e l'allitterazione in "m" (e devo dire che è fatta benissimo come figura retorica!)
5)di quei sospiri..nudriva: parla al passato
quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono
del vario stile in ch'io piango e ragiono
favola fui gran tempo, onde sovente
6)ormai petrarca, raggiunta una certa età, è consapevole che le emozioni sono cose che passano in fretta, per questo si vergogna di ciò che è stato, sebben diverso e meno ragionevole..
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Parafrasi: Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono

di Francesco Petrarca
Parafrasi:

Voi che ascoltate nelle poesie quei versi di varie dimensioni suddivise tra di loro dal suono di quei sospiri con i quali nutrivo il cuore al tempo del primo traviamento giovanile, quando in parte ero un uomo diverso rispetto alla persona che sono adesso, delle varie forme poetiche nelle quali piango e ragiono spero di trovar non solo il perdono ma anche la comprensione da coloro che conosco l'amore perché lo hanno già provato.
Ma vedo come per tutti gli altri sia stato oggetto di derisione per lungo tempo, per cui spesso mi vergogno di me stesso; e il frutto del mio amore impossibile è la vergogna, il pentimento e la chiara consapevolezza che tutto quello che piace al mondo è vano.
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Testo: Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono, Petrarca

di Francesco Petrarca
Testo:

Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond'io nudriva 'l core
in sul mio primo giovenile errore
quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono,
del vario stile in ch'io piango e ragiono
fra le vane speranze e 'l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.
Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;
e del mio vaneggiar vergogna è 'l frutto,
e 'l pentersi, e 'l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

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Francesco Petrarca: Solo e pensoso i più deserti campi

Testo: Solo e pensoso i più deserti campi
Solo e pensoso i più deserti campi
vo misurando a passi tardi e lenti;

Parafrasi: Solo e pensoso i più deserti campi
Solo e pensoso nei campi più deserti vado misurando passi pesanti e lenti 

Analisi del testo: Solo e pensoso i più deserti campi oppure Altra Analisi del testo
Il brano che ci prestiamo ad analizzare è un testo poetico in forma chiusa. E' un classico per eccellenza xke s tratta di un sonetto.

Commento: Solo e pensoso i più deserti campi
Il tema è la solitudine dell'amante in un paesaggio deserto che egli percorre pensieroso. Quale paesaggio? Esso resta indeterminato.

Figure retoriche: Solo e pensoso i più deserti campi
Polisindeto verso 1-3-9-10
Endiade (tardi - lenti) verso 2-12
Enjambement verso 1-10
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Figure retoriche: Solo e pensoso i più deserti campi

di Francesco Petrarca
Figure retoriche:


Polisindeto verso 1-3-9-10
Endiade (tardi - lenti) verso 2-12
Enjambement verso 1-10
Anastrofe verso 10
Antitesi 7-8 verso (spenti-avampi)
Litote verso 7
Enumerazione in enjambement verso 9/10
Personificazione di Amore verso 13
Chiasmo verso 14



CAMPO SEMANTICO
-senso di inerzia e abbandono: solo, pensoso, deserti campi (v.1), passi tardi e lenti (v.2), gli occhi porto per fuggire (v.3), schermo (v.5), atti d’alegrezza spenti (v.7), avampi (v.8), monti et piagge (v.9), fuochi et selve sappian di che tempre (v.10), celata altrui (v.11).
-fuoco d’amore: gli occhi porto per fuggire (v.3), schermo (v.5), v.13-14.

Fonte: Yahoo Answers
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Commento: Solo e Pensoso i più deserti campi

di Francesco Petrarca
Commento:


Il tema è la solitudine dell'amante in un paesaggio deserto che egli percorre pensieroso. Quale paesaggio? Esso resta indeterminato. I suoi elementi vengono accennati solo con dei plurali generici: v. 1, vv. 9-10, v. 12. Esso costituisce, senza né un luogo né un tempo preciso, la scena di un avvenimento più interiore che esteriore, che non è unico, ma al di fuori del tempo, ha quindi la ripetitività di un fatto primordiale come avviene per lo più nella lirica. Il fatto si manifesta come monologo, che prende lo spunto da un dolore imprecisato, una malinconia, di cui si sa soltanto che si tratta di una fuga dagli uomini, di una gioia che si è spenta, di un intimo ardore. Paesaggio indeterminato, dolore indeterminato, questo in fondo è tutto. Tuttavia si vede come ambedue siano legati l'uno all'altro. Solo la natura solitaria sembra poter comprendere la malinconia dell'amante e potergli offrire protezione e sicurezza. Così sembra, ma la realtà è ben diversa. Anche nella natura egli incontra l'amore a cui non può sfuggire (strofa IV). L'impossibilità di scampo interiore è anche esteriore. La natura incline all'ascolto e alla comprensione non può essere d'aiuto. Pur essendo l'unico luogo, in cui l'amante può meditare con se stesso, essa non lo sottrae alla sua pena. Tutte le tappe del monologo sono gesti del corpo, ancora una volta un camminare. Per tutto il sonetto dura questo lento camminare, anche se vi si accenna solo con poche parole. Lo schivo spiarsi attorno della prima strofa è accordato ad esso, come il colloquio con Amore alla fine, ed anche le riflessioni nelle strofe centrali avvengono durante il cammino. Così il sonetto è un unico andante - il termine è inteso tanto contenutisticamente quanto in senso musicale - ed è un esempio della cura con cui il Petrarca riusciva a mantenersi nel campo espressivo prescelto. Condizione psicologica, atteggiamento corporeo, paesaggio sono in completo accordo fra di loro, ed è difficile a dirsi che cosa si imprima più profondamente nella memoria, se il passo misurato o lo stanco sconforto, perché ambedue sono una cosa sola ed esprimono quella compenetrazione di anima e oggetto che è un privilegio della lirica.
Stilisticamente il sonetto è costruito secondo la legge del raggruppamento a due. Due aggettivi simili lo introducono, altri due sono alla fine del secondo verso, e ancora nel v. 12: «solo e pensoso... passi tardi e lenti... aspre vie né selvagge». Il doppio ritmo è in questi casi più importante delle varianti di significato. Anche i sostantivi che si susseguono nei vv. 9-10 sono a gruppi di due. I periodi nella prima e nella seconda strofa comprendono rispettivamente due membri suddivisi sulle due coppie di versi. Tutto il sonetto si muove così in una simmetria ondeggiante. La malinconia del contenuto, la dissonanza che viene a manifestarsi fra l'io e la natura si sciolgono in un'armonia equilibratrice. Ciò che sembra essere in opposizione si riconcilia nella simmetria. Il testo canta un dolore e lo placa nell'arte.
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