Paradiso canto 14 Analisi e Commento


Il cielo di Marte, illustrazione di Gustave Doré


Analisi del canto

Il tema della luce
Il canto documenta in modo esemplare l'uso dantesco della luce, in tutte le sue figurazioni, come principale strumento descrittivo del Paradiso, come tramite tra mondo fisico e metafisico. Ne rileviamo le sue più importanti presenze:
  • il dubbio di Dante sulla luce che emana dalle anime dei beati;
  • la luce dei beati danzanti;
  • la risposta di Salomone tutta riferita in termini di luce;
  • la nuova e più intensa luminosità nel cielo del Sole;
  • la luce rossa che caratterizza la salita al cielo di Marte;
  • i due raggi di luce a forma di croce, su cui lampeggia la figura di Cristo;
  • la rappresentazione delle anime di Marte come punti luminosi che si muovono lungo i raggi di luce e sfavillano nell'incontrarsi.
Il canto anticipa e prepara i più alti «canti della luce», quelli conclusivi nell'Empireo.


La condizione dei beati
La domanda di Beatrice a Salomone se i beati conserveranno la loro luce anche quando si saranno riuniti ai corpi, e se questo non sarà motivo di sofferenza per i loro occhi, conferma l'interesse particolare di Dante per la condizione dei beati dopo il Giudizio universale, cioè dopo la resurrezione dei corpi. L'aspetto fisico, il recupero della corporeità, è frequente oggetto dei dubbi di Dante, e rispecchia il desiderio comune e diffuso di una immortalità che coinvolga la totalità della persona umana, e quindi anche il corpo. Così negli ultimi versi del canto VII il poeta si era fatto riconfermare da Beatrice la resurrezione dei corpi, e nel canto XXII chiederà a S. Benedetto di poterne vedere l'aspetto fisico.


La «domesticità» del paradiso
La gioia dei beati (vv. 61-66) per la possibilità di rivedere gli aspetti umani dei propri cari è una delle espressioni più elevate del fenomeno della «domesticità» del Paradiso, cioè della presenza e del riferimento a sentimenti e scene realistici, quotidiani, accostati alla sublimità dei ragionamenti dottrinari e dei personaggi incontrati. Qui, basti pensare alla similitudine tra il pulviscolo atmosferico e la croce di Marte lungo la quale si muovono i lumi dei beati (vv. 112-117).


La croce di Marte
La croce di Marte è la prima delle immagini, fortemente allegoriche, che caratterizzano i cieli più alti del Paradiso (seguiranno la testa dell'Aquila del cielo di Giove e la scala d'oro del cielo di Saturno). Da notare il folgorare di Cristo sulla croce; è infatti la sua prima apparizione nel poema, cui seguirà quella del trionfo (canto xxiii) e quella conclusiva: fenomeno sempre vago, sublime, e soprattutto indicibile.
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Paradiso canto 13 Analisi e Commento


Bibbia carolingia, Salomone (IX sec.)


Analisi del canto

Un canto «scolastico»
Canto prevalentemente dottrinario: la parte centrale del canto è riservata alla spiegazione di S. Tommaso sulla eccellenza di Salomone come sapiente. L'argomento determina il registro espressivo della sequenza, costruito con strutture logiche, stilistiche e linguistiche proprie della Scolastica.


La questione dottrinaria: la creazione
La spiegazione di S.Tommaso a proposito dell'anima di Salomone è incentrata sul mistero della creazione. È questa una delle questioni centrali della escatologia dantesca, già trattata nei canti precedenti e che verrà ancora ripresa; qui l'attenzione è portata in particolare sulla distinzione fra gli esseri creati direttamente da Dio e quindi perfetti, come Cristo e Adamo, e quelli creati da cause seconde.


Salomone e la sua sapienza regale
La figura di Salomone, il saggio per antonomasia, e la leggenda sulla sua possibile dannazione in conseguenza della lussuria senile, sono più un'occasione per sviluppare alcuni punti dottrinari e morali, che reali e diretti oggetti della poesia di Dante. Ne è prova il fatto che non c'è sviluppo poetico né trattazione che li affronti direttamente, ma piuttosto una spiegazione generale sulla creazione, una distinzione linguistico-filosofica tra la persona umana considerata nella sua totalità o in una sua specifica caratteristica e funzione, e infine la polemica contro coloro che giudicano gli altri.


La polemica finale
Il finale del canto sviluppa il tema morale della condanna contro i filosofi ignoranti e frettolosi che cercano il vero senza sapere come cercarlo, e contro coloro che credono di poter giudicare dei destini di salvezza o dannazione degli altri uomini. Quest'ultimo aspetto è una difesa personale di Dante e delle scelte che spesso ha fatto nel corso del poema, ponendo nei vari regni dell'oltretomba determinati personaggi anche andando contro l'opinione comune (come lo stesso Salomone, o Manfredi, Sigieri, Guido da Montefeltro, e molti altri).


L'incipit del canto
Anche questo canto si apre con una complessa descrizione di natura astronomica, su cui è costruito in termini matematici lo spettacolo delle anime del Sole. Al di là dell'interpretazione letterale, il passo è rappresentativo di un genere e di una retorica letteraria tipicamente medievale, legata alla passione e all'elaborazione di nozioni scientifiche e in particolare astronomiche.
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Paradiso canto 12 Analisi e Commento


Cimabue, Madonna in trono con San Francesco e San Domenico, Firenze, Galleria degli Uffizi.


Analisi del canto

Il canto di San Domenico
Dedicato alla figura di S. Domenico, il canto presenta una struttura simmetrica al precedente: una parte iniziale con la descrizione della seconda schiera di spiriti sapienti (vv. 1-31), e una seconda parte occupata dal discorso di S. Bonaventura. Questo, a sua volta, si può suddividere in tre sequenze:
  1. panegirico di S. Domenico;
  2. condanna dei francescani corrotti;
  3. presentazione degli spiriti sapienti della seconda corona.


I canti gemelli
I canti di S. Francesco e di S. Domenico sono concepiti come un'unità lirico-narrativa. È dunque possibile individuare le corrispondenze di strutture formali e ideologiche fra i due brani: nell'organizzazione della materia, nell'equilibrio fra le lodi dei santi e le condanne degli ordini monastici, persino nel numero di versi dedicati ai rispettivi temi (a partire dalle indicazioni delle coordinate geografiche dei luoghi di nascita). Indichiamo qui i legami più evidenti:
  1. i due canti sono dedicati al panegirico rispettivamente di S. Francesco e di S. Domenico, i due santi sono presentati sempre insieme come i pilastri su cui si è rifondata la Chiesa del XIII secolo; parallelamente, ma incrociata, viene svolta la polemica contro i due ordini da loro creati; 
  2. i due canti sono «incatenati» narrativamente da una struttura a chiasmo: nel canto XI è S. Tommaso, un domenicano, a tessere l'elogio di S. Francesco e a condannare la degenerazione del proprio ordine; nel canto XII è invece un francescano, S. Bonaventura, a comporre l'agiografia di S. Domenico e a pronunciare la condanna dell'ordine francescano; 
  3. le biografie dei due santi e la polemica finale si sviluppano in modo matematicamente parallelo: una premessa generale (3 terzine), identità d'azione e intenti dei due santi (1 terzina), luogo di nascita (4 e 3 terzine), vita e azioni esemplari (22 e 16 terzine), passaggio dalla biografia alla condanna dell'ordine monastico (4 terzine), monaci fedeli (i terzina); 
  4. i due canti sviluppano in modo complementare lo stesso tema: la provvidenzialità dell'operato congiunto dei due santi per rifondare la Chiesa minacciata da nemici interni (la corruzione ecclesiastica, cui S. Francesco oppone la pratica evangelica della povertà) e nemici esterni (gli eretici, contro cui operò S. Domenico), e il pericolo di una nuova degenerazione; 
  5. la biografia di S. Francesco è costruita intorno alla metafora del suo matrimonio con Madonna Povertà, quella di S. Domenico intorno al matrimonio del santo con la Fede. Lo stretto vincolo fra i due canti è ispirato alla tradizione ecclesiastica del tempo, che prevedeva, nel giorno della festa dei due santi, che fosse un membro dell'altro ordine a rievocarne la vita.


San Domenico, l'agricola di Cristo
La figura di S. Domenico è presentata da Dante soprattutto nel suo aspetto di infaticabile sostenitore della fede cristiana: in lui si uniscono la somma profondità del sapere teologico e l'azione energica per difenderla e diffonderla. Per rappresentare poeticamente la personalità del santo, le immagini più usate sono quella evangelica dell'agricola, di colui che rende fertile il campo della cristianità (vv. 71-72; 86-87; 103-105; ecc.), e quella dell'atleta, cioè il combattente per la Fede (vv. 55-57; 94-102; ecc.). L'esaltazione di S. Domenico procede sempre in contrapposizione con la condanna della degenerazione ecclesiastica del tempo.


Un pantheon della sapienza medievale
Nella parte conclusiva del canto, S. Bonaventura presenta a Dante gli spiriti che compongono la corona di beati che si era aggiunta a quella comparsa nel canto x (là presentata da S. Tommaso, ai vv. 94-138). Il poeta ci propone così, attraverso questo personale «pantheon», un canone della sapienza medievale: nel canto x erano i sapienti teologi, qui i mistici.


Similitudini, sogni, etimologie, metafore
«Per quel che si attiene specificamente al xii canto, si deve osservare che questo, nel complesso, pare assai meno "convinto" del canto francescano. [...] Innegabile pare nel canto xii una certa sovrabbondanza di decorazione letteraria, una certa lentezza nel procedere del discorso» . Gli elementi formali e retorici più evidenti di tale «decorazione letteraria» sono l'elaborata similitudine che apre il canto (vv. 10-21), il ricorso ai suggestivi presagi onirici (vv. 60; 64-66) e alle etimologie (vv. 67-72; 79-81), la sovrabbondanza di metafore (vv. 37-45; 61-63; 70-72; 97-105; 106-114; ecc.).


Il linguaggio militare
Il codice linguistico prevalente nel canto si collega all'interpretazione di S. Domenico come combattente per la Fede. Si tratta infatti di un lessico cavalleresco, che interpreta metaforicamente l'energico operato del santo contro le eresie: duca (v. 31), militano (v. 35), essercito (v. 37), riarmar e insegna (v. 38), imperador (v. 39), campioni (v. 44), drudo (v. 55).



Commento

Il canto dedicato a San Domenico
Il canto XII è costruito in maniera simmetrica rispetto all'XI: all'eroe della cristianità, Francesco, corrisponde Domenico, un altro eroe della cristianità, all'Oriente l'Occidente, alla sposa-Povertà, la sposa-Fede, all'elogio del domenicano San Tommaso quello del francescano San Bonaventura. Francesco e Domenico sono due santi, due paladini della cristianità e Dante li presenta ai lettori affiancati, riproducendo l'archetipo della coppia amica, che tanta parte ebbe nel mondo classico; Gilgamesh ed Enkidu, Achille e Patroclo, Eurialo e Niso sono gli amici indivisibili di cui il mito ha lasciato la memoria. La narrazione della vita di San Domenico corre agile e incalzante, segnata fin dall'inizio dalla Provvidenza. Ancor fanciullo, la nutrice lo sorprende in estasi, e lo stesso nome Domenico significa "appartenente a Dio". La vita del santo conferma che la sua nascita ha radici nella storia dell'umanità: il suo destino, preannunciato da profezie, ha l'impronta arcana di Dio, che lo vuole artefice del ripristino dell'antica virtù della Chiesa primitiva. Domenico e i suoi seguaci, infatti, iniziano un'azione di progressiva conquista delle masse popolari alla fede: dalla repressione del male alla spinta al bene. La figura del santo si definisce per una lucidità mentale che lo porta a diventare un pilastro della teologia cristiana, avviando i suoi seguaci alla predicazione e allo studio della dottrina religiosa e della filosofia. Dotti, abili predicatori, maestri di retorica (non è un caso che il discorso linguistico sia presente come suggestione subliminale per tutto il canto: il padre è Felice di nome e di fatto, la madre è Giovanna, cioè "grazia di Dio"), i domenicani contrastano il paganesimo e l'eresia sul piano del dogma, puntando sull'analisi razionale dei principi religiosi. Diventano così i protagonisti della cultura cristiana e si impongono in campo ecclesiastico come i difensori della fede. Dante ha un inquietante dubbio: ai domenicani è stato affidato il compito di combattere — nel canto sono presenti in larga misura termini del linguaggio militare come essercito, riarmar, milizia, combatter — contro i nemici di Cristo, e la storia registra la loro massiccia presenza nei tribunali dell'inquisizione e nelle crociate contro gli eretici: il messaggio cristiano sarà stato da essi correttamente interpretato? Il sospetto che Cristo vada difeso in altro modo che con la violenza e la costrizione sfiora per un attimo la mente del poeta, desideroso tuttavia di far emergere gli aspetti grandiosi di un santo che segnò la storia della Chiesa. Riappaiono quindi sulla scena i "suoi" francescani, fra cui frate Gioacchino da Fiore, di spirito profetico dotato, ma in odore d'eresia, e quei mistici che insegnarono che Dio è amore. Se la mente di Dante coglie infatti l'importanza di San Domenico, il suo cuore sta con San Francesco. D'altra parte tutto il canto è attraversato da un'ammirazione un po' glaciale per il Santo di Calaroga, da un eros freddo che solo alla fine, in presenza della compagnia dei francescani (scalzi poverelli), si scioglie e recupera il calore che caratterizza Dante quando canta il messaggio cristiano.
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Paradiso canto 11 Analisi e Commento


Giotto, Francesco rinuncia ai beni paterni. Assisi, Basilica superiore.


Analisi del canto

Il canto di San Francesco
È uno dei canti più celebri del Paradiso, per l'altezza del personaggio posto al suo centro ispiratore: San Francesco d'Assisi, fra i sommi protagonisti della spiritualità cristiana di tutti i tempi. Due sono i nuclei principali: l'apostrofe iniziale di Dante ai lettori (vv. 1-12), e il discorso di S. Tommaso che occupa la restante parte del canto. Nel discorso di S. Tommaso dobbiamo poi individuare tre sezioni: un'introduzione generale (vv. 13-42), la biografia di S. Francesco (vv. 118-132) e la condanna della corruzione dell'ordine domenicano (vv. 118-139).


I canti gemelli
Sia pure nella sua autonomia poetica, il canto XI è legato a quello successivo, il canto di san Domenico.


La meschinità della Terra e la felicità del cielo
L'apostrofe che apre il canto (e che da questa posizione trae forza) è tra le più note della Commedia. Dante, giunto nel cielo del Sole, è stato accolto dalla schiera dei beati sapienti (canto x). Da qui nasce l'invettiva contro la falsa sapienza degli uomini sulla terra, che dedicano tanto impegno alle occupazioni mondane, mai indirizzate alla vera felicità e giustizia, ma sempre a vane ricchezze terrene. Si accentua così il contrasto fra gli altri e Dante (vv. 10-12), che dall'alto della raggiunta beatitudine celeste osserva con distacco l'inutile affanno degli uomini.


La biografia di San Francesco
La biografia di s. Francesco, qui narrata da s. Tommaso, è un esempio canonico del genere letterario, tipicamente medievale, sulla vita dei santi. Nell'elaborazione di Dante, si suddivide in precise sequenze:
  1. Simbolica indicazione geografica del luogo di nascita;
  2. Episodi giovanili che ne prefigurano la santità;
  3. Mistico matrimonio con la Povertà;
  4. Fondazione dell'ordine francescano;
  5. Momenti principali della sua opera di apostolato;
  6. Ultimi momenti e morte del santo.

Dante prende spunto da numerose fonti letterarie, e in particolare dalla Legenda maior di S. Bonaventura; ma tra i vari aspetti tradizionalmente celebrati del Santo, insiste soprattutto sull'immagine del matrimonio del santo con Madonna Povertà, che rimanda al matrimonio tra Cristo e la Chiesa.


La corruzione dell'ordine francescano
Il canto si chiude con la condanna dei domenicani corrotti: un altro esempio della degradazione dei tempi e in particolare della degradazione ecclesiastica. La condanna doveva suonare come avvertimento per quel mondo di monaci che più di altri, per la grandezza dei loro padri fondatori e per la natura della loro scelta, avrebbero dovuto essere fervidi testimoni di vita santa. Non a caso si rinnoverà contro il mondo monacale nel cielo di Saturno, tra gli spiriti contemplativi, nel cielo più alto tra quelli occupati da singole schiere di beati. E al centro della narrazione poetica sarà un altro dei sommi fondatori della spiritualità cristiana: S. Benedetto.


L'apostrofe iniziale
L'incipit di questo canto, talmente noto da essere diventato proverbiale, è esemplare di quella particolare forma espressiva di Dante che è l'apostrofe ai lettori, maggiormente evidenziata dalla posizione di rilievo in inizio di canto. Dante sospende un attimo la narrazione, si guarda da fuori e considera la somma eccellenza della propria condizione; tale riflessione diventa subito spunto per un confronto con la meschinità della condizione umana e con la follia di coloro che rinunciano a tanta gioia celeste per beni terreni di breve durata. L'altezza dei toni e dei contenuti prepara alla grandezza del personaggio che ora verrà presentato. Questa polemica troverà il suo corrispondente anche formale nell'invettiva contro la corruzione dei frati domenicani che chiuderà il canto.


I «matrimoni mistici»
Il motivo dottrinario della povertà francescana è poeticamente espresso nell'allegoria dell'amore tra Francesco e la Povertà, seguita nelle successive fasi dell'innamoramento, del corteggiamento, del matrimonio (vv. 55-75) e della costruzione della famiglia (vv. 76-87). Il «matrimonio mistico» di Francesco e Povertà trova anticipazione e corrispondenza stilistica con l'immagine tradizionale di quello di Cristo con la Chiesa (vv. 31-34).


Le costanti formali
Uso dei riferimenti geografico-paesistici (vv. 43-54); uso del doppio exempium, con personaggi tratti l'uno dalla tradizione cristiana, l'altro da quella pagana (vv. 67-72); metafora evangelica del gregge e dei cattivi pastori (vv. 124-139).



Commento

Le sacre nozze
Il canto affronta uno dei temi più cari al cuore del poeta: la semplicità di vita e la carità intesa come amore universale, simboli di una Chiesa incontaminata e fedele al messaggio di Cristo. L'argomento ha come figura centrale San Francesco, cui fa da riscontro femminile la Povertà, sua amante tenacemente perseguita. Di Francesco il poeta narra, attraverso la viva voce di San Tommaso, tutta la vita: dalla ricca nascita ad Assisi fino alla morte sulla nuda terra, con il corpo segnato dalle stigmate. Dante delinea al lettore un lungo percorso di formazione che passa attraverso la scoperta della povertà quale condizione di particolare fascino, dopo un'infanzia tra i ricchi panni del mercante Bernardone e le esperienze scanzonate dei giovani benestanti di Assisi. Francesco compie una scelta dura, molto difficile, guidata dalla mano provvidenziale di Dio. Il mondo infatti viveva un tale sbandamento morale da aver bisogno di segnali incisivi per richiamare gli uomini sulla retta via. Così Francesco si fece promotore di un movimento, che divenne poi ordine religioso, e tentò anche l'impresa ardua di convertire gli infedeli in Terrasanta, dove fu fatto prigioniero. La sua figura si erge luminosa, contrapposta ai corrotti ministri di Dio che, sia nell'ordine francescano sia in quello domenicano, stravolgono il messaggio evangelico, maestri di scandalo e di vergogne.
La condanna comunque viene pronunciata nel sottofondo di un canto incentrato sul tema dell'amore. Come ormai Dante ha fatto intuire al lettore che l'ha seguito passo passo nel suo percorso esistenziale dalla selva oscura, per l'uomo l'amore nei riguardi di una donna rappresenta, nei suoi più alti stadi di sublimazione, la via diretta che conduce a Dio. Qui la donna è Povertà, fascinosa personificazione di uno stato di piena libertà che propone l'identificazione col Cristo: i termini con cui viene narrato il loro rapporto di coppia rimandano al Cantico dei Cantici, il testo biblico in cui si canta l'amore dello sposo per la sposa, in un'atmosfera tenera e sensuale. Sullo sfondo si intravedono però due altre figure femminili, prime ispiratrici della profonda affettività di Francesco: la madre, madonna Pica, sensibile e buona, e Chiara, la fanciulla che fece battere d'amore il suo cuore di ragazzo e che lo seguì poi nell'estrema scelta di abbandonare una vita piacevole e piena di promesse. Chiara fondò infatti l'ordine delle Clarisse, monache di clausura votate alla povertà, simile, negli scopi, a quello del suo Francesco, amato nella dimensione sublime della fede. L'Amore con la 'A" maiuscola non conosce barriere, spezza i vincoli terreni, si libra tra gli spazi infiniti del cielo e coglie Dio: sorgente e conclusione dell'Amore stesso.
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La ginestra - Leopardi: parafrasi, analisi e commento



La lirica La Ginestra (anche nota come "Il fiore del deserto") è stata scritta dal poeta Giacomo Leopardi nella primavera del 1836 a Torre del Greco, nella villa Ferrigni e pubblicata postuma nell'edizione dei Canti nel 1845. Si tratta di uno dei più complessi componimenti leopardiani.


Testo




Parafrasi

Qui sul fianco riarso
del monte Vesuvio
tremendo annientatore
che nessun altro tipo di vegetazione rallegra
spargi tutt’intorno i tuoi cespugli solitari
profumata ginestra
pur appagata dell’aridità. Ti ho visto ancora
adornare con i tuoi cespi le solitarie campagne
che circondano la città
che fu un tempo dominatrice di popoli (Roma)
e sembrano rivolgere al viandante
col loro cupo e silenzioso aspetto
un monito (sulla caducità di tutte le cose)
Adesso torno a vederti in questo luogo
te che prediligi questi luoghi tristi e abbandonati
compagna di rovinate grandezze.
Questi campi cosparsi
di ceneri e di lava pietrificata che nulla lasciano crescere
e che risuona sotto il passo del viandante;
dove ha il suo nido e si contorce al sole
la serpe e dove il coniglio
ha la sua abituale tana sotterranea;
Furono villaggi prosperi e campi coltivati
e biondeggiar di messi e risuonare di mandrie al pascolo
lì furono giardini e palazzi
che offrirono gradita ospitalità
al riposo dei potenti; e furono città famose
tutte distrutte insieme ai loro abitanti
dai torrenti di lava fuoriusciti
dal cratere infuocato. Oggi le rovine avvolgono
il paesaggio desolato
dove tu solo dimori, o fiore gentile e quasi
rivelando compassione per le altrui sciagure
emani un profumo dolcissimo, che sale verso il cielo
e che consola questo luogo di desolazione. Venga qui
chi ha l’abitudine di esaltare con ottimismo la nostra
condizione e vegga come ha cura del nostro genere
la cara natura. E qui potrà anche giudicare
opportunamente la potenza del genere umano
che la natura, crudele nutrice, quando l’uomo meno
l’aspetta, con una piccolissima scossa può distruggere
in parte e con poco maggior impegno distruggere del
tutto. Su questi pendii sono ben rappresentate
le sorti splendide e in continuo progresso
dell’umanità.
Vieni a guardare e a verificare in questi luoghi
le tue certezze, secolo superbo e sciocco (XIX secolo)
che hai lasciato la via percorsa fin’ora prima di te
dal pensiero risorto col Rinascimento e,
volti i passi in opposta direzione
esalti il ritorno alle passate dottrine
e lo chiami progresso. Tutti gli intellettuali
di cui il destino ingiusto ti rese padre
esaltano il tuo ragionare infantile benché
talvolta nel loro intimo ti scherniscano. Io non morirò
macchiato di una simile vergogna, ma rivelerò
nel modo più esplicito il disprezzo che nutro
verso di te, benché io sappia chiaramente
che chi non piacque (increbbe) ai propri contemporanei
è destinato ad essere presto dimenticato.
M a di questo male (l’oblio dei posteri)
che colpirà anche te
fin da questo momento non mi curo.
Fai progetti di libertà politica e civile e nello stesso tempo
assoggetti il pensiero a nuovi dogmi irrazionali,
quel pensiero a cui solo dobbiamo
il risorgimento dalla barbarie medievale
e nel cui nome solo si avanza sulla via della civiltà,
colei che sola rende migliore il destino della società.
Non riuscisti ad accettare la verità
che la natura ci ha assegnato una condizione dolorosa e
infima tra gli esseri. Per questo volgesti le spalle
vigliaccamente al pensiero che rese evidenti queste
verità; e mentre fuggi definisci
vile chi segue queste dottrine, e viceversa
chiami grande e coraggioso chi,
illudendo se stesso (folle) o gli altri (astuto)
innalza, esaltandola, la condizione umana fino al cielo.
Un uomo di umile condizione e infermo,
che abbia grandezza d’animo e nobili sentimenti
non si vanta né s’illude
d’esser ricco o forte
e non ostenta ridicolmente
una vita splendida o un fisico in piena salute
fra la gente;
ma senza vergognarsene
non nasconde di essere debole e povero
e si dichiara tale apertamente e giudica
la sua condizione com’è in realtà.
Mentre non è saggio e coraggioso ma stolto
quell’essere vivente che, benché destinato a morire e
cresciuto fra i dolori, dichiara di essere nato
per godere e stende scritti che trasudano orgoglio
disgustoso, promettendo esaltanti destini e nuove
felicità, che non solo in terra ma anche in cielo sono
ignote, a popoli che un maremoto (un onda),
un’epidemia (fiato d'aura maligna),
una scossa sismica, (un sotterraneo crollo)
distruggono in un modo tale
che a stento rimane il ricordo di essi.
natura nobile e dignitosa è quella
di colui che ha il coraggio di guardare in faccia
il destino umano
e che con franchezza
senza finzioni
riconosce la sorte dolorosa e l’insignificante
e fragile condizione che ci furono assegnate;
(Nobile) quella che si rivela grande e forte
nelle sofferenze e non ritiene responsabile
delle sue sciagure gli altri uomini
aggiungendo in questo modo alle sue miserie
già tanto numerose, odio e ira tra fratelli, ma piuttosto
dà la colpa a colei che veramente è colpevole,
che è madre degli uomini, ma per la sorte a cui li destina
è matrigna. Nobile è colei che chiama nemica la natura
e pensa che la società intera si sia riunita ed organizzata
come è poi vero,
per combatterla e contrastarla
e ritiene che tutti gli uomini
siano alleati fra loro
prestando valido e sollecito aiuto e aspettandolo
in cambio nei pericoli che a vicenda sovrastano
gli uomini e nelle sofferenze della lotta comune.
E ritiene sciocco armare la propria mano
per contrastare un altro uomo e preparare insidie o
danni al proprio vicino, così come sarebbe sciocco in un
campo circondato da nemici,
proprio mentre infuriano gli assalti,
dimenticandosi di questi, aprire ostilità crudeli
e feroci contro i propri compagni
(facendo stragi con la spada)
Quando questi pensieri saranno,
come già furon all’inizio dell’umanità
evidenti al popolo, e quel terrore che alle origini
spinse gli umani ad allearsi
contro le forze naturali ostili
sarà ricondotto da una vera conoscenza
allora i rapporti civili
ispirati ad onestà e rettitudine
la giustizia e la pietà
avranno ben diverso fondamento che non le fantasie
presuntuose, sulla cui base l’onestà umana
non può che reggersi come su un fondamento errato.
Spesso vengo di notte a sedere
presso le pendici del vulcano, luoghi desolati
che la lava, simile a onde, ha ricoperto di bruno
e sulla campagna triste e desolata nella volta d’azzurro
limpidissimo del cielo vedo le stelle che brillano
e specchiano il loro scintillio nella cavità serena
del mare d’intorno
E poi rivolgo lo sguardo a quelle luci che sembrano
puntini piccolissimi e sono invece astri immensi
tali che a lor confronto sono
davvero un punto piccolissimo
tutta la terra e il mare
e per le quali non solo l’uomo, ma l’intero nostro
pianeta sono perfetti sconosciuti
e quando scruto quelle nebulose infinitamente
lontane, che a noi sembrano nebbia e a cui non solo
uomo e terra
ma anche tutte le stelle
infinite nel numero e nella grandezza
insieme al sole luminoso
o sono ignote o così sembrano
come esse sembrano viste dalla terra
un piccolo puntino di luce sfuocata;
allora che piccola cosa
sembriamo nel genere umano? E io ricordando
la tua condizione miserevole
di cui è testimonianza il luogo in cui m i trovo
che nonostante ciò credi di essere destinata
ad essere fine ultimo e dominatrice dell’universo
e quante volte ti sei compiaciuta immaginando
che gli dei (gli autori) creatori dell’universo
siano scesi in questo oscuro granello di sabbia
che ha nome terra per prendersi cura di te
ed abbiano conversato con piacere
insieme agli uomini, e (ricordando) che
perfino nel secolo attuale, che pare di tanto superiore in
conoscenza e civiltà di costumi, c’è chi rinnovando le
derise credenze del passato, insulta i saggi. Quale
sentimento e quale riflessione prevale allora nei tuoi
riguardi, o infelice genere umano? Non so se il riso o la
pietà.
Come un piccolo frutto, nel cadere da un albero
semplicemente, perché troppo maturo,
senz’altra spinta, distrugge in un attimo gli amati nidi
scavati dalle formiche
con grande fatica e distrugge
lavoro e provviste che i laboriosi insetti
avevano accumulato con previdenza
a gara, durante l’estate
Allo stesso modo le tenebre
e una valanga piombando dall’alto
dopo essere stata scagliata verso il cielo
dalle viscere rombanti del vulcano
oppure un’immensa piena di massi liquefatti
o di metalli e di arena infuocata
scendendo furiosa tra la vegetazione
lungo il pendio della montagna
devastò, distrusse e ricoperse
in pochi istanti
le città che il mare lambiva
là sulla costa
per cui sopra quelle città sepolte
ora pascolano le capre
e altre nuove città sorgono
dall’altra parte, distanti dal mare
a cui fanno da fondamento
le vecchie città sepolte
e il monte quasi ricopre le antiche mura diroccate.
La natura non nutre verso la specie umana
più sollecitudine e interesse
di quanto ne nutre verso le formiche: e se avviene
che le stragi sono meno frequenti tra gli uomini
ciò dipende solo dal fatto
che la stirpe degli uomini è meno feconda.
Son passati ben 1800 anni da quando sparirono
sepolti dalla forza della lava infuocata
le città popolose di Ercolano, Pompei e Stabia
e ancora il contadino che cura i vigneti
coltivati a stento in questa terra arida
guarda con apprensione la sommità del vulcano
da cui dipende il suo destino (fatal)
che per niente rabbonita sovrasta tremenda
e ancor minaccia di far strage di lui, dei figli
e dei poveri loro averi.
E spesso il meschino, trascorrendo la notte
insonne all’aperto, sul tetto
della sua modesta abitazione
e svegliandosi più volte di soprassalto
scruta con attenzione l’avanzare del fronte
lavico sul pendio sabbioso
al cui bagliore riluce
la marina di Capri,
il porto di Napoli e Mergellina.
E se vede la lava avvicinarsi o sente gorgogliare
nella profondità del pozzo l’acqua
(che ribollendo segnala il sopraggiungere della lava)
sveglia di corsa i figli e la moglie
e fugge via con quante più cose riesce a portarsi
Poi guarda da lontano la sua abitazione di sempre
e il piccolo podere che gli fu unica difesa dalla fame
divorati dal flutto rovente
che giunge crepitando e inesorabilmente
travolge tutto.
Pompei l’estinta torna alla luce
dopo lunghissimo oblio, come uno scheletro
dissepolto che l’avidità o la pietà
restituiscono alla luce
togliendolo alla terra
e il visitatore contempla dalla piazza deserta
dalle fila dei colonnati diroccati
la sommità del Vesuvio biforcuto
e la cima fumante che ancora minaccia
le rovine sparse d’intorno.
E nell’orrore della notte che cela ogni cosa
attraverso i teatri vuoti
e i templi devastati e per le case sfondate
dove il pipistrello nasconde i piccoli per proteggerli
come una fiaccola infausta
che lugubre (atra) si aggiri per i palazzi vuoti
avanza il bagliore della lava che porta tutti con sé
che da lontano rosseggia nelle tenebre della notte
e colora i luoghi tutto intorno
Così la natura sta immobile, sempre giovane
indifferente all’uomo, alle età che egli chiama antiche
e al succedersi delle generazioni
o meglio, procede così lentamente
che sembra immobile. Intanto i regni i popoli, le nazioni,
vanno in rovina, la natura assiste impassibile
e l’umanità rivendica a sé, con arroganza, il vanto
dell’immortalità.
E tu ginestra flessibile
che adorni con i tuoi cespugli profumati
queste campagne desolate
anche tu presto soccomberai al potere crudele
del fuoco sotterraneo,
che ridiscendendo per il medesimo percorso
stenderà sui tuoi cespugli pieghevoli il suo flutto
infuocato avido di distruggere e bruciare tutto ciò che
incontra. E piegherai senza alcuna resistenza il tuo capo
innocente sotto quel peso mortale (fascio immortal)
Ma non avrai piegato il tuo capo fino allora
per supplicare inutilmente e codardamente
davanti al fuoco della lava che sta per sopprimerti.
E non avrai mai alzato il tuo capo alle stelle
con insensata presunzione
né sul deserto dove, non per tua volontà ma per caso
sei nata e cresci tanto più saggia e tanto meno insensata
dell’uomo, in quanto mai hai avuto la presunzione
di ritenerti, tu e la tua stirpe, fatta immortale per tuo
stesso merito o per destino.



Analisi del testo + parafrasi discorsiva

Composta nel 1836 la ginestra è l’espressione della poetica che caratterizzò gli ultimi anni di Leopardi, non più idilliaca ma eroica in cui il poeta difende le proprie posizioni e il proprio pensiero più caparbiamente e coraggiosamente. La poesia è stata ispirata dalla vivida impressione lasciata nell’animo del poeta dalla visione del fiore della ginestra sulle pendici del Vesuvio

Qui sulle aride pendici del terrificante e distruttore monte Vesuvio, che nessun albero, né fiore rallegra, spargi intorno i tuoi cespugli solitari, o profumata ginestra, appagata dai deserti. Ti ho già vista abbellire con i tuoi rami le solitarie contrade che circondano la città (Roma), che fu, in passato, signora degli uomini, e pare che queste campagne solitarie, ricordano, con il loro aspetto solenne e taciturno, a chi passa, testimonianza della grandezza passata del perduto impero. Ora ti rivedo in questo suolo, amante di luoghi tristi e abbandonati, e sempre compagna di destini infelici. Ti rivedo in questi campi cosparsi di ceneri sterili e ricoperti di lava pietrificata, che risuona sotto i passi del viandante; questi campi, dove la serpe si annida e si contorce al sole e dove il coniglio torna alla consueta tana, furono poderi ridenti e coltivazioni, biondeggiarono di spighe e risuonarono dei muggiti di armenti; questi campi furono giardini e palazzi, soggiorno gradito per i riposi dei potenti e in questi campi vi fiorirono città popolose che il monte indomabile (Vesuvio) ricoprì con i suoi torrenti di lava, insieme agli abitanti, lanciando fiamme dalla bocca infuocata. Ora, un’unica distruzione abbraccia tutto intorno dove tu stai, o fiore gentile, e quasi, tu, commiserando le disgrazie degli altri, mandi al cielo un profumo dolcissimo che consola il deserto. Chi è solito esaltare, con le sue lodi, la nostra condizione (umana) venga in queste campagne, e veda quanto il nostro genere umano è caro alla natura affettuosa. E chi verrà potrà anche valutare, con giusta misura, la forza della stirpe umana, che, in un momento, con un leggero movimento, la crudele nutrice distrugge in parte e quando meno se lo aspetta; con movimenti poco meno leggeri la crudele nutrice potrà distrugge tutto. Chi verrà in queste terre vedrà dipinte, in queste terre desolate, le magnifiche e progressive sorti dell’umana gente.

In questa prima parte della poesia Leopardi ci descrive un paesaggio arido spoglio, privo di vita ad eccezione di quella rappresentata dalla pianta della ginestra che ama luoghi solitari abbandonati da tutto e il suo profumo è l’unica cosa positiva che si può trovare nei campi devastati dall’eruzione del Vesuvio che ha cancellato la vita da quei luoghi e ha lasciato al suo posto squallore e desolazione. La ginestra sembra al poeta quasi provar pena per le sventure degli uomini che inevitabilmente non possono che soccombere davanti alla potenza della natura rappresentata ora dal vulcano, e già in queste parole possiamo ritrovare un tema chiave della poetica di leopardi: la concezione della natura come matrigna malvagia. Il poeta ricorda di aver già visto questa pianta nelle campagne abbandonate che circondano Roma, indicata qui con una perifrasi. In questi versi troviamo una sferzante opposizione tra presente e passato realizzata tramite la descrizione di come il luogo si presenta dopo l’eruzione del Vesuvio cioè spoglio deserto e sterile e di come avrebbe potuto apparire prima che la forza devastante della natura si abbattesse su di esso, cioè ricco di vegetazione e di ville patrizie. Questa opposizione è rimarcata dalla reiterazione de verbo “Fur” che si contrappone a “Or” del verso 32. Negli ultimi versi di questa prima strofa, Leopardi invita gli uomini, gli intellettuali che sostengono teorie antropocentriche e che lodano le facoltà dell’uomo e professano una salda fiducia nelle possibilità umane, a visitare quei luoghi devastati dalla lava per rendersi veramente conto dell’effettiva forza del genere umano che può venire annientata in qualsiasi momento dalla natura. Il poeta è quindi consapevole dei limiti dell’uomo e critica aspramente l’ottimismo di coloro che confidano ciecamente nel progresso tecnico e scientifico.

“Qui guardati e specchiati secolo superbo e sciocco che hai lasciato la strada tracciata prima di te dal pensiero risorto con il Rinascimento e tornando indietro ti vanti del procedere a ritroso e lo chiami progresso. E tutti gli intellettuali di cui la sorte malvagia ti ha reso padre lodano il tuo atteggiamento puerile benché dentro se stessi ti rendano oggetto di scherno. Io non morirò con questa vergogna; ma piuttosto il disprezzo che nutro nel mio animo nei tuoi confronti lo avrò manifestato il più apertamente possibile: benché io sappia che l’oblio ricopre chi fu troppo sgradito alla propria epoca. Di questo male che condivido con te finora non me ne curo per niente. Sogni la libertà e allo stesso tempo vuoi di nuovo rendere schiavo il pensiero solamente grazie al quale ci siamo risollevati in parte dalle barbarie e soltanto grazie al quale si cresce nella civiltà che da sola guida i destini dei popoli verso il progresso. Quindi ti è sgradita la realtà dell’amara sorte e del basso posto assegnatoci dalla natura. Per questo hai volto vigliaccamente le spalle alla ragione che lo rese evidente: e mentre fuggi da esso chiami vile colui che lo segue e magnanimo solamente colui che illudendo se stesso o gli altri essendo astuto o folle esalta la condizione umana fin sopra le stelle.”

In questa seconda strofa Leopardi auspica che il secolo in cui vive prenda coscienza della proprie contraddizioni che lo hanno portato a rinnegare i principi della ragione la quale ha suggerito all’uomo la sua piccolezza e finitudine ma che gli intellettuali del tempo hanno deciso di rinnegare forse perché delusi e sviliti dalla bassa considerazione che l’universo ha avuto per noi. In questi versi il poeta affronta un altro tema molto importante per gli uomini di cultura dell’epoca cioè la paura di essere dimenticati, di cadere nell’oblio dopo la morte e questo ha spinto molti per ottenere fama e riconoscimenti ad assecondare i gusti della borghesia il nuovo pubblico di lettori e le mode passeggere sacrificando e svilendo così la loro arte. Leopardi invece rimane fedele alla sua poetica e alla sua visione nel mondo preferendo rimanere integro piuttosto che svendersi alle regole del mercato editoriale che favoriva la diffusione di opere di scarso valore ma commercialmente interessanti relegando così ai margini produzioni pregevoli e meritevoli che di conseguenza non potranno passare alla storia. In questi versi quindi possiamo notare l’aspra polemica di leopardi nei confronti della società in cui vive incurante della meritocrazia.

“ Un uomo povero o malato per quanto sia dotato di un’anima generosa e nobile non si definisce né si ritiene ricco e nemmeno forte e non si rende ridicolo ostentando fra la gente uno splendido stile di vita o una perfetta salute; ma mostra senza vergogna la sua debolezza e povertà ,e si definisce tale parlando apertamente e valuta la sua condizione per quello che è. Non credo che sia un essere magnanimo bensì stolto quello che nato per morire, cresciuto nelle sofferenze afferma che è stato creato per essere felice e riempie le carte di disgustoso orgoglio promettendo grandiosi destini e straordinarie felicità sulla terra che nemmeno il cielo conosce non solo questo mondo a popoli che un maremoto un’epidemia, un terremoto possono distruggere a tal punto che a stento ne sopravvive il ricordo. L’animo nobile è quello che ha il coraggio di alzare gli occhi mortali verso il destino comune e che con parole sincere senza omettere nulla della verità rivela il male e la condizione insignificante e debole che la sorte ci ha assegnato. Quello che si mostra grande e forte nella sofferenza e non incolpando gli uomini delle sue miserie non aggiunge l’odio e la rabbia nei confronti dei propri fratelli cose più gravi di ogni altro male, ma ritiene responsabile colei che realmente lo è che è madre degli uomini avendoli generati ma matrigna per l’affetto nei loro confronti. Considera la natura come nemica ritenendo giustamente che la società umana si sia riunita e organizzata in origine contro la natura e ritiene che gli uomini si siano alleati tra di loro e tutti abbraccia con amore sincero offrendo aiuto valido e pronto ed aspettandone in cambio nei pericoli che alternativamente si presentano e nelle sofferenze della lotta contro la natura comune a tutti gli uomini. E ritiene che sia sciocco armare la propria mano per contrastare un altro uomo e preparare insidie e ostacoli al proprio vicino così come sarebbe sciocco in un campo circondato dai nemici proprio durante l’assalto più intenso dimenticando i nemici e le aspre contese iniziare a mettere in fuga e uccidere con la spada i propri compagni.
Questi pensieri quando saranno come furono noti al popolo e quando sarà ristabilito dal vero sapere il giusto terrore che per primo spinse gli uomini a unirsi in una società contro la malvagia natura , l’onestà e la rettitudine dei rapporti civili e la giustizia e la pietà avranno altre fondamenta al posto delle favole piene di presunzione basandosi sulle quali l’onestà del popolo si reggerebbe in piedi così come farebbe qualsiasi cosa fondata sull’errore.”

Questa terza strofa Leopardi definisce le caratteristiche dell’uomo nobile e dello stolto sostenendo come sia da considerarsi degno di ammirazione colui che mostra apertamente i suoi difetti e le sue debolezze con fierezza e orgoglio invece che con vergogna e che giudica in modo esatto la propria condizione di uomo valutandone accuratamente le possibilità e i limiti. Definisce, invece, sciocco colui che crede di essere nato per essere felice e per provare piacere non rendendosi conto che in realtà il suo unico destino è quello di morire e che la sua vita è in realtà un cammino di dolori e sofferenze inserito all’interno di un ciclo universale di produzione e distruzione di materia il cui unico scopo è perpetuarsi. Inoltre sciocco è colui che crede ottimisticamente in un progresso splendido che porterà l’uomo alla più completa serenità e soddisfazione ignorando stupidamente che gli uomini, i loro destini, le loro opere possono essere cancellate in un attimo con una semplicità disarmante dalla potenza della natura. Invece l’uomo intelligente è consapevole della sua caducità e fragilità e che le proprie sventure sono causate proprio dalla natura stessa che è per il poeta al contempo madre in quanto ha creato gli uomini e matrigna poiché resta indifferente davanti al loro dolore e dramma che condanna l’uomo a non essere mai felice ma caratterizzato sempre da un insanabile contrasto tra l’infinito desiderio di trascendere i propri limiti e le proprie conoscenze e l’impossibilità di raggiungere quel senso di completo soddisfacimento. Al verso 125 è importante notare il chiasmo “ madre è di parto e di voler matrigna” che mette in risalto i due sostantivi posti in posizione nobile cioè all’inizio e alla fine del verso e che indicano l’ambivalenza del rapporto esistente tra natura e uomo. In questa strofa troviamo anche numerosi scontri di consonanti nei vocaboli usati che hanno il fine di comunicare l’ardore del poeta che difende le sue posizioni e polemizza contro la società del suo tempo e contro gli intellettuali che ne fanno parte.

“Spesso di notte mi siedo su queste pendici desolate che la lava pietrificata riveste di un colore bruno e sembra che ondeggi e sopra questo territorio devastato vedo dall’alto in un cielo limpidissimo brillare le stelle cui in lontananza fa da specchio il mare e vedo intorno il mondo intero brillare nei vuoti spazi sereni. Dopo che fisso gli occhi su quelli luci, che a essi sembrano un punto, e invece sono immense tanto che la terra e il mare sono in realtà un punto rispetto a loro alle quali stelle è del tutto sconosciuto non soltanto l’uomo, ma anche questo pianeta sul quale l’uomo è nulla; e quando guardo quei grovigli di stelle ancor più infinitamente lontani che a noi appaiono come una nebbia a cui non solo l’uomo non solo la terra ma tutte insieme le nostre stelle infinite per numero e per grandezza insieme con il sole dorato o sono sconosciute o appaiono così come essi appaiono viste dalla terra, un punto di luce nebulosa; allora al mio pensiero che cosa sembra la specie umana? E ricordando il tuo stato sulla terra di cui è testimonianza il suolo che io calpesto; e poi d’altra parte che tu credi di essere stata creata come padrona e fine dell’universo, e quante volte ti fece piacere raccontare favole in questo buio granello di sabbia che prende il nome di terra , per le quali i creatori dell’universo scesero per te e spesso conversarono piacevolmente con i tuoi rappresentanti e che persino la presente età che sembra superare tutte in conoscenza e pratiche civili insulta le persone sagge rinnovando le antiche speranze derise; quale sentimento allora o quale pensiero prova alla fine il mio cuore nei tuoi confronti o infelice specie umana? Non so se prevalga il riso o la pietà.”

In questa quarta strofa Leopardi riflette sulla piccolezza dell’uomo che non è nulla di fronte all’infinita grandezza dell’universo eppure spesso nella storia si è vantato di affermare che gli dei sono scesi in terra per lui e hanno parlato con lui dando segno di una grande superbia e presunzione. Gli uomini infatti in passato si sono sentiti al centro dell’universo credendo che tutto fosse stato fatto per loro, in funzione di loro. Questa per Leopardi è solo un’illusione creata dalle teorie antropocentriche e dalle religioni nel corso dei secoli. Alla fine il poeta conclude questa riflessione non sapendo se provare pena per la miseria dell’uomo e incapace di accettare la propria condizione infelice o deriderlo per la sua stoltezza. In questi versi sono frequenti le allitterazioni in “a” che rendono l’idea di infinità e di illimitatezza dell’universo. L’infinito è un tema importantissimo della poetica di Leopardi il quale sostiene che è poetico tutto ciò che è vago, nebuloso, senza contorni precisi, sfumato e quindi egli cerca di riprodurre attraverso il linguaggio la sensazione di infinito.

“Come da un albero durante l’autunno cade un piccolo frutto mandato a terra solo perché giunto a maturazione schiaccia, distrugge e ricopre i cari rifugi scavati nel morbido terreno con grande sforzo da parte delle formiche e le ricchezze che le laboriose formiche avevano previdentemente raccolto con grande fatica durante l’estate in un punto; così le tenebre e una valanga di ceneri, di rocce e di pietre piombando dall’alto scagliata verso il cielo dal cratere tonante del vulcano oppure una immensa piena infusa di lava bollente e di massi liquefatti e di metalli e di sabbia infuocata scendendo furiosa sopra la vegetazione del pendio della montagna sconvolse, distrusse e ricoprì in pochi attimi le città che il mare bagnava là sulla costa lontana: di conseguenza sulle città seppellite pascola la capra e dall’altra parte sorgono nuove città sopra quelle sepolte e l’alto monte quasi calpesta alla base le mura cadute. La natura non ha più riguardo verso la stirpe dell’uomo che verso la formica e se avviene che le stragi sono meno frequenti tra gli uomini che tra le formiche, ciò dipende solo dal fatto che la stirpe degli uomini è meno feconda.”

In questa strofa il poeta riafferma come la natura non si curi dell’uomo più di quanto non faccia con ogni altra specie vivente esprimendo così il proprio giudizio polemico nei confronti di ogni dottrina o filosofia che pone ostinatamente l’uomo al centro dell’universo. Per Leopardi questa concezione antropocentrica del mondo è del tutto errata ed esprime il cieco egocentrismo della specie umana che ritiene se stessa il culmine della perfezione nel creato, l’esser che più si avvicina a dio e per questo ha creduto a vanamente di poter controllare e sfruttare a proprio beneficio le forze della natura ma questa non è altro che un illusione come il poeta vuole dimostrare riportando e descrivendo il disastro provocato dall’eruzione del Vesuvio il quale è poeticamente riportato attraverso numerose allitterazioni consonantiche soprattutto “nt” e “nd” e anche vari scontri di consonanti che aiutano ad evocare fonicamente il dramma di quei momenti e la potenza devastante della natura davanti alla quale gli uomini si devono inginocchiare,infatti le città da loro costruite sono state in pochi attimi cancellate, demolite e coperte da una coltre di lava e cenere, fatto che può essere letto simbolicamente come la riaffermazione della supremazia delle forze naturali rispetto a quelle umane.

“ Sono passati ben 1800 anni da quando scomparvero sepolti dalla forza della lava i villaggi popolati , e il giovane contadino che si occupa dei vigneti che a stento la terra arida e bruciata fa crescere in questi campi, ancor solleva lo sguardo sospettoso verso il monte fatale,che non è diventato per niente più mite e che ancora minaccia la sua distruzione dei suoi figli e dei suoi poveri averi. E spesso l’infelice passando tutta la notte insonne sul tetto della sua casa rustica all’aria aperta e sollevandosi più volte esplora il percorso della temuta lava che dall’inesauribile cratere si riversa sul versante sabbioso la quale si rispecchia nel mare di Capri, nel golfo di Napoli e nel porto di Mergellina. E se la vede avvicinarsi o se nel profondo del pozzo sente l’acqua gorgogliare, sveglia i figli, sveglia la moglie velocemente e fuggono via con quanto delle loro cose riescono ad afferrare , vede da lontano la sua casa abituale e il piccolo campo,che per lui fu unica difesa dalla fame, preda della rovente lava che scende crepitando e inesorabile si distende sopra di essi per ricoprirli per sempre. Torna alla luce dopo l’antico oblio l’estinta Pompei come uno scheletro sepolto che l’avarizia o la pietà della terra scoprono, e dal cavità (scavo) deserta il visitatore in piedi tra le file delle colonne spezzate, contempla da lontano la doppia cima del vulcano (il Vesuvio e il monte Somma) e la cresta fumante che ancora minaccia le rovine sparse della città.
E nell’orrore della notte segreta per i vuoti teatri, per i tempi deformati, e per le case danneggiate dove il pipistrello nasconde i suoi cuccioli, come una luce sinistra che si aggira tetra per i vuoti palazzi , corre il bagliore della lava portatrice di morte che da lontano attraverso le tenebre rosseggia e colora tutti i luoghi intorno. Così, la natura resta sempre viva e vigorosa inconsapevole dell’uomo e delle epoche che egli chiama antiche e dell’avvicendarsi delle generazioni, anzi avanza attraverso un così lungo cammino che sembra rimanere immobile. Nel frattempo cadono i regni, passano i popoli e le lingue: ella non se ne accorge: e l’uomo vanta di essere eterno.”

“ E tu flessibile ginestra che adorni con cespugli profumati questi campi spogli e disadorni, anche tu presto soccomberai alla crudele potenza del fuoco proveniente dall’entroterra che ripercorrendo il luogo già conosciuto stenderà il suo mantello avido di morte sopra le tue morbide foglie. E piegherai il tuo capo innocente senza resistere sotto il peso mortale: ma mai piegato finora inutilmente e vigliaccamente supplicando davanti al futuro oppressore; ma nemmeno sollevato con folle orgoglio verso le stelle, né sopra la terra deserta dove tu sei nata non per tua volontà, ma per caso fortuito; ma più saggia dell’uomo ma tanto meno debole in quanto non hai mai creduto che le tue fragili stirpi fossero state rese immorali da te stessa o dal destino.”

La ginestra è metafora dell’uomo intelligente e consapevole della propria debolezza e inferiorità. Il fragile fiore è contrapposto perciò allo stupido orgoglio degli uomini che si illudono di essere i padroni dell’universo. La ginestra un giorno soccomberà inevitabilmente come del resto ogni altro essere vivente alla forza della natura ma almeno lo farà senza la viltà o senza l’orgoglio di chi pretende di essere immortale, in questo perciò la ginestra è infinitamente più saggia dell’uomo perché non ha la presunzione di volersi sottrarre al naturale corso degli eventi.
La poesia appartenendo al periodo della poetica eroica di Leopardi è caratterizzata da uno stile più aspro meno equilibrato e non più ispirato dall’ideale poetico della vago e dell’indefinito ma piuttosto finalizzato a rendere il più energicamente possibile le fastidiose e dure verità sulla vita che il poeta vuole comunicare.



Figure retoriche

Allitterazione della L: La qual null'altro allegra arbor né fiore (v. 4)

Chiasmo: "Dell'impietrata lava" (v. 19)

Anafora: "fur...fur...fur"

Anastrofe: "Di dolcissimo odor mandi un profumo" (v. 36).

Iperbato: "magnifiche sorti e progressive" (v. 51)

Sineddoche: "animale" (v. 98)

Chiasmo: "madre è di parto e di voler matrigna". (v. 125)

Similitudine: "Come d'arbor cadendo un picciol pomo" (v. 202)

Apostrofe: "E tu". (v. 297)

Similitudine: "Anche tu". Indica che poeta = ginestra. (v. 300)



Commento

La ginestra si configura un po' come il testamento del Leopardi. Scritta nell'ultimo periodo della sua vita (primavera del 1836), durante il soggiorno sulle falde del Vesuvio, presso Napoli, la poesia lascia trasparire la delusione storica per gli esiti del razionalismo e della rivoluzione borghese: dall'alto della sua concezione materialista, il Leopardi condanna le ideologie liberal-cattoliche e moderate, che diffondono illusioni di un futuro migliore, ed esorta gli uomini ad unirsi nella consapevolezza del comune dolore, accettando le sofferenze presenti e future e deponendo ogni ragione di tensione e di conflitto. Forse il primo e l'ultimo spiraglio di speranza in una vita di pessimismo.

Spiegazione:
Leopardi vede dalla sua finestra il Vesuvio e guardandolo bene vede delle ginestre sul terreno lavico, e spiega che le ginestre riescono a vivere anche su un terreno inospitale perché le loro radici si intrecciano e riescono ad aiutarsi l'una con l'altra per vivere, ed a questo punto fa l'analogia con gli esseri umani, dicendo che dovrebbero essere come le ginestre, spalleggiarsi, cioè aiutarsi a vicenda per costruire un mondo migliore.

Messaggio della poesia:
Nella poesia La ginestra il Leopardi rivolge un appello a tutta l’umanità affinché diventi capace di una lotta di resistenza alla natura, non illudendosi di vincerla, ma accettando eroicamente le conseguenze delle sue leggi. Il fiore, che dà il titolo alla poesia, diventa il simbolo dell’umanità indifesa dinanzi alla violenza della natura, ma che, nello stesso tempo, è cosciente della propria condizione e in base ad essa costruisce un sentimento di solidarietà. Il Leopardi traccia quindi la strada della sopravvivenza umana: mai inorgoglirsi di poter dominare la natura, mai esaltarsi dietro la protezione di Dio, ma neanche caloroso destino, con umiltà e senza illusioni, deve essere consapevole della propria sofferenza, trovando in essa lo spirito giusto per proseguire. Così, nonostante il suo pessimismo cosmico, il Leopardi lancia un messaggio che tende al progresso, non politico, non ideologico, non sociale, ma umano, reale, come la ginestra, il fiorellino delicato che continua a vivere fieramente in balia del Vesuvio.
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Novembre - Pascoli: parafrasi, analisi e commento



La poesia Novembre è stata scritta dal poeta Giovanni Pascoli e fu pubblicata per la prima volta nel febbraio del 1891 sulla rivista fiorentina Vita nuova, sul finire dello stesso anno venne inclusa nella raccolta poetica Myricae. Il titolo originario della poesia era "San Martino" come l'omonima poesia a cui si è ispirato scritta da un altro noto poeta italiano, Giosuè Carducci.



Testo

Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...

Ma secco è il pruno e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno; solo, alle ventate
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cadere fragile. E' l'estate,
fredda, dei morti.



Parafrasi

L’aria è limpida e splendente come fosse una gemma e il cielo luminoso come in primavera
Ti spinge a guardare se nei giardini sono fioriti gli albicocchi,
hai l’impressione di sentire dentro di te l’odore amarognolo del biancospino (prunalbo) che a primavera impregna l’aria
ma il biancospino è spoglio, senza foglie (ovvio siamo a Novembre)
i rami nudi appaiono neri sullo sfondo limpido del cielo (E’ una nota di tristezza)
senza voli di uccelli (vuoto)
e il passo risuona sul terreno indurito dal gelo, sembra all'interno vuoto scavato (cavo)
Dappertutto vi è un silenzio profondo tranne quando si sente un lieve frusciar di foglie scrollate dal vento
Tutto questo perché ci troviamo a novembre ed è l'estate di San Martino.


Parafrasi per parola:
GEMMEA: cioè tersa, trasparente come una gemma.
CHE TU: tanto che. Il poeta si rivolge a un tu generico: chiunque si comporterebbe così, perché sembra primavera.
PRUNALBO: biancospino.
PRUNO: i rovi e i cespugli privi di foglie
SEGNANO IL SERENO: solcano il cielo, con i loro rami nudi.
VUOTO: perché privo dei festosi voli degli uccelli, che svernano altrove.
CAVO: il terreno di campagna, indurito dal freddo, risuona sotto i passi come se fosse vuoto.
VENTATE: folate di vento.
L’ESTATE …DEI MORTI: chiamata popolarmente l’estate di San Martino, santo la cui festa cade l’11 novembre, spesso sono giorni di bel tempo. Ma novembre è anche il mese dedicato alla commemorazione dei defunti; nella fantasia del poeta i due eventi si assimilano.



Analisi del testo

Schema Metrico: strofe saffiche, composte da 3 endecasillabi e un quinario, con rime alternate (schema ABab)

La prima strofa presenta l’immagine di una giornata di straordinaria limpidezza e luminosità; sembra primavera, visto che lo sguardo, istintivamente, cerca gli albicocchi in fiore.
Nella seconda strofa subentra l’inganno: altri segnali (il ramo stecchito, il cielo senza uccelli, il terreno cavo ai passi umani) negano le apparenze iniziali.
Nella terza strofa abbiamo la dichiarazione conclusiva: la luce che pareva anticipare il risveglio primaverile si rivela essere gelida aria che annuncia il sopraggiungere dell’inverno. E’ l’estate … dei morti: dunque siamo all’inizio di novembre, come già il titolo dichiarava.
Lo svolgimento tematico e psicologico della poesia si attua dunque nel contrasto fra il principio e la conclusione: dai simboli della vita (la chiarezza del sole, la luminosità dell’aria) si giunge all’estremo opposto, dove la freddezza autunnale diventa un emblema della morte.
Il poeta ha ripreso un motivo lirico antichissimo (la vita umana passa veloce e poi muore, come le foglie d’autunno della poesia Soldati di Giuseppe Ungaretti), ma lo rilegge con la nuova sensibilità di chi denuncia l’inganno dei sensi, insufficienti di fronte a una realtà che delude e condanna alla solitudine e alla morte.



Figure retoriche

Assonanza in "e" e "o"

Allitterazioni in "s" e in "r": secco, stecchite (v. 5); nere, trame, segnano, sereno (v. 6); sonante (v. 7); sembra (v. 8).

Allitterazioni in "f, r g" nell'ultima strofa come il fruscio delle foglie.

Sinestesia: "cader fragile" e "odorino amaro"

Ossimoro: "estate fredda" (vv. 11-12).

Iperbato: "secco è il pruno", "stecchite piante", "vuoto il cielo", "sembra il terreno", "di foglie un cader fragile".

Anastrofe: "gemmèa l’aria", "l’dorino amaro senti".

Enjambements: "l’odorino amaro | senti nel cuore" (vv. 3-4).

Enjambements: "le stecchite piante | di nere trame" (vv. 5-6).

Enjambements: "cavo al piè sonante | sembra il terreno" (vv. 7-8).

Enjambements: "È l’estate, | fredda, dei morti" (vv. 11-12).



Commento

Il testo è uno dei componimenti più rappresentativi della novità di Pascoli e della sua arte. Al paesaggio viene infatti assegnata una funzione di segno, di simbolo: i fenomeni naturali sono carichi di messaggi nascosti, che soltanto il poeta-fanciullo sa decifrare con la propria speciale sensibilità.
Ci sono certe giornate di novembre (oggi purtroppo sempre più rare) in cui il cielo ci appare di una luminosità talmente tersa da invitare a fermarla con una fotografia. E Pascoli ne ha fatto un ritratto poetico.
Qui non c’è la nebbia che avvolge le cose nel suo mistero, ma un cielo limpido e un sole chiaro. Pare di essere in primavera e, istintivamente, si cercano con gli occhi gli albicocchi in fiore, mentre si ha l’impressione di sentire il profumo del biancospino. È solo un'illusione: non è primavera, ma autunno avanzato e perciò il pruno è secco e le piante intrecciano sullo sfondo chiaro del cielo i rami spogli. Non guizzi di rondini, non cinguettii festosi, non morbidi prati, ma un cielo vuoto e un terreno gelido che risuona sotto i passi del viandante. È l’estate di San Martino; pochi giorni di sole e, poi, l’inverno: una breve illusione che svanisce in un cupo presagio di morte.
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Paradiso canto 10 Analisi e Commento


J. Flaxman, Gli spiriti sapienti


Analisi del canto

Nel cielo del Sole
È il primo dei cinque canti dedicati al cielo del Sole e agli spiriti sapienti, una delle sequenze più lunghe e coerenti dell'intero poema, ed evidentemente tra le più significative per il poeta. Qui si costruisce la scena, qui si pongono (attraverso le parole di S. Tommaso) i presupposti per le questioni e gli incontri dei canti successivi.


L'armonia del creato
L'esordio del canto fonde il motivo estetico-sentimentale della bellezza del creato con quello intellettuale dell'ordine universale operato dalla Trinità (Figlio, Amore e ineffabile Valore, vv. 13). Il miracolo è sottolineato dall'appello al lettore (vv. 7-27) e dalla solennità del momento: Dante è giunto dove mai nessun uomo vivo era salito, neppure S. Paolo.


La disposizione dei beati
Nel cielo del Sole gli spiriti sapienti si dispongono con un preciso ordine agli occhi di Dante, formando un cerchio cui se ne aggiungerà un secondo nel canto successivo. In tutti i cieli superiori, a partire appunto da questo, sarà caratteristico il presentarsi dei beati in predeterminate e ordinate forme: qui il cerchio, nel cielo di Marte la croce, in Giove il profilo dell'Aquila della Giustizia, in Saturno lungo i gradini di una scala d'oro.


La presenza dei beati
Anche la presentazione dei beati seguirà da adesso in avanti una modalità comune: l'elencazione degli spiriti da parte dell'anima in dialogo con Dante. In questo caso si tratta di S. Tommaso, e gli spiriti qui nominati vanno a costituire un prezioso documento, quasi lo «schedario» di una virtuale biblioteca della cultura medievale che ci permette di ricostruire l'ambito di studi e di letture di Dante, e quindi di individuare fonti di ispirazione poetica e intellettuale della Commedia.


La musica e la danza
Se la luce e la vista sono gli strumenti principali di rappresentazione e fruizione del Paradiso, a loro si accompagnano costantemente quelli della musica e dell'udito: l'armonia del Paradiso si risolve nella dolcezza sublime del canto dei beati e dei suoni prodotti dal circolare concentrico delle sfere celesti, e i movimenti delle anime vengono assimilati alla danza. Di questo aspetto strutturale leggiamo un esempio celebre ai vv. 70-81, in cui ritroviamo anche l'affermazione dell'ineffabilità e dell'indicibilità dell'esperienza di Dante in Paradiso.
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Paradiso canto 9 Analisi e Commento




Analisi del canto

Il canto delle profezie
Tre profezie fanno da «cerniera» del canto: quella breve ed ellittica di Carlo Martello in apertura (vv. 1-6), quella centrale (vv. 43-60) di Cunizza da Romano, e in chiusura (vv. 124-142) quella di Folchetto da Marsiglia. Il discorso profetico si fonde con i toni della polemica e dell'invettiva contro peccati e peccatori di cui esse annunciano e denunciano la malvagità.
  • Prima profezia (vv. 1-6). Carlo Martello rivela il male che subirà la sua discendenza regia, e annuncia una futura vendetta divina che Dante non può però rivelare; da qui l'aspro rimprovero agli uomini traviati ed empi.
  • Seconda profezia (vv. 43-60). Triplice profezia di Cunizza da Romano contro le città e i signori corrotti e crudeli della Marca Trevigiana. Storicamente circostanziata, la profezia fa riferimento a fatti storici avvenuti dopo il 1300 di cui Dante aveva avuto notizia, e denuncia le sanguinose efferatezze che provocheranno la vendetta divina.
  • Terza profezia (vv. 124-142). Folchetto da Marsiglia, dopo aver denunciato la vergognosa indifferenza del papato e dei cardinali per gli interessi della cristianità, e il loro esclusivo interesse per il maledetto fiore, cioè per il denaro, annuncia la prossima liberazione di Roma, per intervento divino, dall'avoltero, dal papato adultero e traditore della Chiesa. Si tratta, come nel caso della prima profezia, di una speranza generica che prende rilievo e forza dalla forma e dal tono appunto messianico con cui viene espressa.


I tre beati
Cunizza, Folchetto e Raab sono i beati più rappresentativi degli spiriti amanti, testimoni diretti delle influenze celesti amorose che possono risolversi, male assecondate, in eccessiva passione per i beni del corpo, e così determinare la collocazione in questo cielo relativamente basso nel Paradiso. Tutti e tre, infatti, hanno condotto la prima parte della vita travolti dall'amore peccaminoso, riscattandosi e convertendosi poi negli ultimi anni di vita. Cunizza e Folchetto ci spiegano come, ora che sono in Paradiso, godono solo dell'essenza positiva dell'influenza di Venere, che deriva dall'amore di Dio e a lui riconduce.


Il linguaggio dell'invettiva
Il dato stilistico più evidente nel canto è la crudezza e l'asprezza del linguaggio usato da Dante, corrispondente all'indignazione morale che ne ispira le denunce profetiche e le frequenti invettive. I toni e le espressioni sono quelli già noti e tipici nell'Inferno e nel Purgatorio, ma colpiscono qui in modo speciale per il contrasto con l'ambiente del Paradiso. Gli esempi coprono l'intera sequenza, dalle anime ingannate e fatture empie (v. 10), al maladetto fiore del v. 130.
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Paradiso canto 8 Analisi e Commento


J. Flaxman, Carlo Martello


Analisi del canto

Il canto di Carlo Martello
Il canto è costruito intorno alla figura del re angioino, con una struttura più articolata dei precedenti (e con analogie con il terzo canto, ispirato dalla figura di Piccarda Donati). La prima parte sviluppa il motivo della salita al cielo di Venere e dell'apparizione delle anime. Nella seconda parte abbiamo il dialogo di Dante con Carlo Martello, che si suddivide secondo uno schema classico in un primo momento sentimentale (con la rievocazione della propria vicenda umana), e in un secondo momento di trattazione dottrinale (sulle influenze celesti e sull'indole umana). Dal punto di vista della struttura narrativa, il canto si prolungherà nei primi 9 versi di quello successivo, con la misteriosa profezia e il congedo di Carlo Martello.


Le costanti strutturali
Riconosciamo nel canto altri elementi costanti nella costruzione narrativa e poetica del Paradiso:
  1. incipit di argomento mitologico (vv. 1-12);
  2. ascesa al cielo superiore senza apparente moto fisico, segnalata dall'accentuarsi della bellezza e della luminosità di Beatrice (vv. 13-15);
  3. modalità di apparizione e raffigurazione degli spiriti beati: luce, velocità, canto e danza (vv. 16-30);
  4. il procedere del dialogo su progressivi dubbi e domande di Dante (vv. 40-45; 86-93), e 5) il suo articolarsi in una parte personale e in una parte dottrinaria.


Dottrina e sentimento
Nel colloquio di Dante con Carlo Martello, individuiamo due motivi principali di interesse: quello dottrinario sulle influenze celesti e l'indole umana, e quello sentimentale e autobiografico sul rapporto di cortese amicizia fra i due protagonisti. I due temi si arricchiscono di valore concettuale e poetico proprio perché si intrecciano nella stessa dinamica psicologica del loro incontro.


La questione dottrinaria: influenze celesti e indole umana
Le parole di Carlo Martello ci dichiarano la prima importante applicazione reale delle influenze celesti: l'ordine universale è garantito dalla Provvidenza divina, che emana e distribuisce equamente le virtù attraverso il moto delle sfere celesti. Ne deriviamo due considerazioni:
  1. ogni uomo è dotato di un'indole atta a condurlo alla propria realizzazione e salvezza, e le diverse indoli sono distribuite in modo da permettere una giusta e armoniosa organizzazione sociale;
  2. la natura di ogni uomo non dipende dalla discendenza genetica: è così confermata l'idea di una nobiltà d'animo e non di stirpe, cardine del pensiero stilnovistico e di Dante stesso.


La polemica: l'avarizia dei potenti e la corruzione umana
La condanna espressa da Carlo Martello nei confronti dell'avarizia del fratello Roberto d'Angiò, re di Napoli, diventa ennesima occasione per la polemica dantesca contro la casata di Francia, ma soprattutto stigmatizza l'avarizia come vizio tipico dei potenti, che tradiscono così il loro alto compito di responsabili della vita civile. La stessa condanna si amplifica e si estende nei versi finali, con l'accusa della violenza che gli uomini esercitano opponendosi alle virtù e alle influenze celesti e piegando contro natura le attività degli individui: da qui deriva la corruzione delle società.


Il tema dell'amicizia e l'autobiografismo
Il rapporto di Dante con Carlo Martello rivela un'affettività particolare e intensa, grazie anche a quella vicinanza spirituale che deriva dalla conoscenza diretta e dalla consonanza spirituale (reale o supposta) del poeta con il giovane re. Lo testimoniano i riferimenti espliciti alla sua opera di poeta (cfr. v. 37), e la dichiarazione di intima amicizia messa in bocca all'anima di Carlo ai vv. 55-57, che rimandano all'incontro avvenuto tra i due personaggi nel 1294. L'episodio va a comporre quel quadro ideale di amicizie giovanili e di ambienti cortesi fiorentini cui Dante accenna nostalgicamente nel corso dell'opera: pensiamo almeno a Cavalcanti, a Forese Donati , e qui in Paradiso a Piccarda Donati.


L'incipit mitologico
L'eccellenza del canto è annunciata dall'altezza retorica dell'esordio, di natura mitologica. L'articolata rievocazione del mito di Venere arricchisce poeticamente il dato astronomico-narrativo dell'ascesa di Dante, e segna un netto stacco rispetto alla sequenza dottrinaria del canto precedente. Analoga formulazione avrà solo l'incipit del canto XVII, a sottolineare l'eccezionalità ideologica dei due canti.


L'autocitazione
Al v. 37 Dante mette in bocca a Carlo Martello il verso iniziale di una delle sue canzoni del Convivio. L'uso dell'autocitazione ha qui una funzione anche affettiva, perché stabilisce un contatto diretto di codice e conoscenza fra i due personaggi; così era stato anche nel caso di Casella in Purgatorio . Più in generale, la citazione poetica accentua nella Commedia il senso di un dialogo aperto fra Dante e il mondo culturale a lui contemporaneo.


Le costanti formali
Uso dei riferimenti geografico paesistici (vv. 58-70); similitudine dell'arco e della freccia (vv. 103-105).
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San Martino - Carducci: parafrasi, analisi e commento



La poesia San Martino è stata scritta dal poeta Giosuè Carducci nel 1883 ed appartiene alla raccolta Rime Nuove del 1887. Non è l'unica poesia dedicata a San Martino (o all'estate di San Martino), ce ne sono molte altre d'autore, fra cui Novembre di Giovanni Pascoli.


Testo

La nebbia agli irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

Ma per le vie del borgo
dal ribollir de' tini
va l'aspro odor de i vini
l'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar

tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar.



Parafrasi

La nebbia sugli alti monti,
sale insieme a una lieve pioggia,
E sotto il vento (maestrale)
fa rumore e schiuma il mare.
Ma per le vie del paese,
dal ribollire dei tini
(tini=catini usati per far fermentare il vino)
arriva l'odore aspro dei vini,
e rallegra le anime
(con anime si intende gente)

Gira sul fuoco
lo spiedo (cioè carne fatta cuocere sul fuoco vivo) scoppiettando:
mentre il cacciatore sta fischiando
sull'uscio di casa guardandosi intorno

tra le rossastre nubi
ci sono stormi di uccelli neri
come pensieri esuli
(esuli= confinati, esiliati, solitari)
nel migrare della sera.



Spiegazione:
La nebbia risale per le colline ripide e il mare bianco di spuma rumoreggia infrangendosi sugli scogli sotto il maestrale (vento che spira da Nord-Ovest). Ma per le vie del piccolo paese contadino si diffonde l'odore aspro del vino nuovo che rallegra le anime. Lo spiedo gira scoppiettando sui ceppi accesi: e il cacciatore sta sull'uscio mentre guarda stormi di uccelli neri che migrano come quei pensieri che se ne vanno.



Analisi del testo

Una lirica che racconta in pochi versi un intero mondo. È tutto in bianco e nero, per una giusta scelta tecnica. La metrica è l'odicina anacreontica (quattro quartine di settenari).
Il Carducci qui mette a confronto il paesaggio malinconico di una natura grigia e tempestosa tipicamente autunnale, con la felicità che c'è nell'aria intorno a lui.
L'atmosfera festosa del borgo è determinata dal giorno di San Martino in un piccolo paese maremmano (Bolgheri o Castagneto), poiché per le strade si diffonde l'odore del vino e della carne che cuoce sullo spiedo, ma i pensieri dell'uomo sfuggono a quest'allegria e volano lontani (com'esuli pensieri nel vespero migrar). La figura del cacciatore riporta il lettore al momento malinconico dell'ora del tramonto e gli uccelli migratori, paragonati a pensieri vaganti, diventano simbolo dell'inquietudine, degli affanni e degli slanci insoddisfatti dell'uomo.
Il maestrale diventa soggetto di urla e biancheggia e da tutto il quadro pare sentirsi il silenzio dell'uomo e i soli rumori della natura.



Figure retoriche

Personificazione: (v. 4) "urla ... il mare". Avviene l'umanizzazione del mare.

Allitterazione: (vv. 4-5-6-7) allitterazione della R (per-borgo-ribollir-aspro-odor-rallegrar). Serve a evidenziare il senso di festa che si sta vivendo nel paese.

Metonimia: (v. 6) "ribollir de tini".

Iperbato: (vv. 6-7). Perché viene invertito l'ordine.

Sinestesia: (v. 7) "aspro odor".

Anastrofe: (vv. 9-10) "gira su ceppi accesi/lo spiedo scoppiettando", cioè viene posposto il soggetto rispetto al verbo.

Similitudine: (vv. 14-15) "stormi d'uccelli neri, com'esuli pensieri". Vengono paragonati gli stormi di uccelli neri agli esuli pensieri.



Commento

Nella lirica "San Martino", Carducci, descrive l'atmosfera festosa del giorno di San Martino, cioè l'11 novembre in un borgo della Maremma Toscana. Questo giorno è molto importante per i contadini perché segna la fine del lavoro nei campi e l'inizio della sventura, cioè del travaso del vino dai tini, dove è stato messo a fermentare, nelle botti. All'allegria del borgo si contrappone la malinconia del paesaggio autunnale avvolto nella nebbia e colto all'ora del tramonto "tra le rossastre nubi".
Nella prima strofa si crea uno sfondo paesaggistico della lirica. Infatti il paesaggio viene descritto con la nebbia che copre tutti gli alberi spogli e secchi sui colli, che quando piove l'altezza della nebbia aumenta. Nella seconda strofa, invece, si sposta l'attenzione al borgo. Infatti questo posto tra le sue vie dal ribollire dei tini si sente l'odore aspro dei vini che rallegra le anime. Nella terza strofa, si concentra l'ambiente domestico interno. Infatti sui ceppi accesi gira lo spiedo facendo colare il grasso della carne messa ad arrostire, mentre un cacciatore fischia sull'uscio a guardare. Infine nell'ultima strofa si collega alla figura del cacciatore intento a osservare le rosse nubi e poiché è l'ora del tramonto, gli stormi di uccelli sono paragonati dal poeta ai pensieri degli uomini che fuggono e si allontanano nella sera per migrare.
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