La ginestra: parafrasi, analisi e commento - Leopardi


Appunto di letteratura riguardante la poesia "La ginestra" di Giacomo Leopardi: testo, parafrasi, analisi del testo, figure retoriche e commento.

La lirica La Ginestra (anche nota come "Il fiore del deserto") è stata scritta dal poeta Giacomo Leopardi nella primavera del 1836 a Torre del Greco, nella villa Ferrigni e pubblicata postuma nell'edizione dei Canti nel 1845. Si tratta di uno dei più complessi componimenti leopardiani.


Testo




Parafrasi

Qui sul fianco riarso
del monte Vesuvio
tremendo annientatore
che nessun altro tipo di vegetazione rallegra
spargi tutt’intorno i tuoi cespugli solitari
profumata ginestra
pur appagata dell’aridità. Ti ho visto ancora
adornare con i tuoi cespi le solitarie campagne
che circondano la città
che fu un tempo dominatrice di popoli (Roma)
e sembrano rivolgere al viandante
col loro cupo e silenzioso aspetto
un monito (sulla caducità di tutte le cose)
Adesso torno a vederti in questo luogo
te che prediligi questi luoghi tristi e abbandonati
compagna di rovinate grandezze.
Questi campi cosparsi
di ceneri e di lava pietrificata che nulla lasciano crescere
e che risuona sotto il passo del viandante;
dove ha il suo nido e si contorce al sole
la serpe e dove il coniglio
ha la sua abituale tana sotterranea;
Furono villaggi prosperi e campi coltivati
e biondeggiar di messi e risuonare di mandrie al pascolo
lì furono giardini e palazzi
che offrirono gradita ospitalità
al riposo dei potenti; e furono città famose
tutte distrutte insieme ai loro abitanti
dai torrenti di lava fuoriusciti
dal cratere infuocato. Oggi le rovine avvolgono
il paesaggio desolato
dove tu solo dimori, o fiore gentile e quasi
rivelando compassione per le altrui sciagure
emani un profumo dolcissimo, che sale verso il cielo
e che consola questo luogo di desolazione. Venga qui
chi ha l’abitudine di esaltare con ottimismo la nostra
condizione e vegga come ha cura del nostro genere
la cara natura. E qui potrà anche giudicare
opportunamente la potenza del genere umano
che la natura, crudele nutrice, quando l’uomo meno
l’aspetta, con una piccolissima scossa può distruggere
in parte e con poco maggior impegno distruggere del
tutto. Su questi pendii sono ben rappresentate
le sorti splendide e in continuo progresso
dell’umanità.
Vieni a guardare e a verificare in questi luoghi
le tue certezze, secolo superbo e sciocco (XIX secolo)
che hai lasciato la via percorsa fin’ora prima di te
dal pensiero risorto col Rinascimento e,
volti i passi in opposta direzione
esalti il ritorno alle passate dottrine
e lo chiami progresso. Tutti gli intellettuali
di cui il destino ingiusto ti rese padre
esaltano il tuo ragionare infantile benché
talvolta nel loro intimo ti scherniscano. Io non morirò
macchiato di una simile vergogna, ma rivelerò
nel modo più esplicito il disprezzo che nutro
verso di te, benché io sappia chiaramente
che chi non piacque (increbbe) ai propri contemporanei
è destinato ad essere presto dimenticato.
M a di questo male (l’oblio dei posteri)
che colpirà anche te
fin da questo momento non mi curo.
Fai progetti di libertà politica e civile e nello stesso tempo
assoggetti il pensiero a nuovi dogmi irrazionali,
quel pensiero a cui solo dobbiamo
il risorgimento dalla barbarie medievale
e nel cui nome solo si avanza sulla via della civiltà,
colei che sola rende migliore il destino della società.
Non riuscisti ad accettare la verità
che la natura ci ha assegnato una condizione dolorosa e
infima tra gli esseri. Per questo volgesti le spalle
vigliaccamente al pensiero che rese evidenti queste
verità; e mentre fuggi definisci
vile chi segue queste dottrine, e viceversa
chiami grande e coraggioso chi,
illudendo se stesso (folle) o gli altri (astuto)
innalza, esaltandola, la condizione umana fino al cielo.
Un uomo di umile condizione e infermo,
che abbia grandezza d’animo e nobili sentimenti
non si vanta né s’illude
d’esser ricco o forte
e non ostenta ridicolmente
una vita splendida o un fisico in piena salute
fra la gente;
ma senza vergognarsene
non nasconde di essere debole e povero
e si dichiara tale apertamente e giudica
la sua condizione com’è in realtà.
Mentre non è saggio e coraggioso ma stolto
quell’essere vivente che, benché destinato a morire e
cresciuto fra i dolori, dichiara di essere nato
per godere e stende scritti che trasudano orgoglio
disgustoso, promettendo esaltanti destini e nuove
felicità, che non solo in terra ma anche in cielo sono
ignote, a popoli che un maremoto (un onda),
un’epidemia (fiato d'aura maligna),
una scossa sismica, (un sotterraneo crollo)
distruggono in un modo tale
che a stento rimane il ricordo di essi.
natura nobile e dignitosa è quella
di colui che ha il coraggio di guardare in faccia
il destino umano
e che con franchezza
senza finzioni
riconosce la sorte dolorosa e l’insignificante
e fragile condizione che ci furono assegnate;
(Nobile) quella che si rivela grande e forte
nelle sofferenze e non ritiene responsabile
delle sue sciagure gli altri uomini
aggiungendo in questo modo alle sue miserie
già tanto numerose, odio e ira tra fratelli, ma piuttosto
dà la colpa a colei che veramente è colpevole,
che è madre degli uomini, ma per la sorte a cui li destina
è matrigna. Nobile è colei che chiama nemica la natura
e pensa che la società intera si sia riunita ed organizzata
come è poi vero,
per combatterla e contrastarla
e ritiene che tutti gli uomini
siano alleati fra loro
prestando valido e sollecito aiuto e aspettandolo
in cambio nei pericoli che a vicenda sovrastano
gli uomini e nelle sofferenze della lotta comune.
E ritiene sciocco armare la propria mano
per contrastare un altro uomo e preparare insidie o
danni al proprio vicino, così come sarebbe sciocco in un
campo circondato da nemici,
proprio mentre infuriano gli assalti,
dimenticandosi di questi, aprire ostilità crudeli
e feroci contro i propri compagni
(facendo stragi con la spada)
Quando questi pensieri saranno,
come già furon all’inizio dell’umanità
evidenti al popolo, e quel terrore che alle origini
spinse gli umani ad allearsi
contro le forze naturali ostili
sarà ricondotto da una vera conoscenza
allora i rapporti civili
ispirati ad onestà e rettitudine
la giustizia e la pietà
avranno ben diverso fondamento che non le fantasie
presuntuose, sulla cui base l’onestà umana
non può che reggersi come su un fondamento errato.
Spesso vengo di notte a sedere
presso le pendici del vulcano, luoghi desolati
che la lava, simile a onde, ha ricoperto di bruno
e sulla campagna triste e desolata nella volta d’azzurro
limpidissimo del cielo vedo le stelle che brillano
e specchiano il loro scintillio nella cavità serena
del mare d’intorno
E poi rivolgo lo sguardo a quelle luci che sembrano
puntini piccolissimi e sono invece astri immensi
tali che a lor confronto sono
davvero un punto piccolissimo
tutta la terra e il mare
e per le quali non solo l’uomo, ma l’intero nostro
pianeta sono perfetti sconosciuti
e quando scruto quelle nebulose infinitamente
lontane, che a noi sembrano nebbia e a cui non solo
uomo e terra
ma anche tutte le stelle
infinite nel numero e nella grandezza
insieme al sole luminoso
o sono ignote o così sembrano
come esse sembrano viste dalla terra
un piccolo puntino di luce sfuocata;
allora che piccola cosa
sembriamo nel genere umano? E io ricordando
la tua condizione miserevole
di cui è testimonianza il luogo in cui m i trovo
che nonostante ciò credi di essere destinata
ad essere fine ultimo e dominatrice dell’universo
e quante volte ti sei compiaciuta immaginando
che gli dei (gli autori) creatori dell’universo
siano scesi in questo oscuro granello di sabbia
che ha nome terra per prendersi cura di te
ed abbiano conversato con piacere
insieme agli uomini, e (ricordando) che
perfino nel secolo attuale, che pare di tanto superiore in
conoscenza e civiltà di costumi, c’è chi rinnovando le
derise credenze del passato, insulta i saggi. Quale
sentimento e quale riflessione prevale allora nei tuoi
riguardi, o infelice genere umano? Non so se il riso o la
pietà.
Come un piccolo frutto, nel cadere da un albero
semplicemente, perché troppo maturo,
senz’altra spinta, distrugge in un attimo gli amati nidi
scavati dalle formiche
con grande fatica e distrugge
lavoro e provviste che i laboriosi insetti
avevano accumulato con previdenza
a gara, durante l’estate
Allo stesso modo le tenebre
e una valanga piombando dall’alto
dopo essere stata scagliata verso il cielo
dalle viscere rombanti del vulcano
oppure un’immensa piena di massi liquefatti
o di metalli e di arena infuocata
scendendo furiosa tra la vegetazione
lungo il pendio della montagna
devastò, distrusse e ricoperse
in pochi istanti
le città che il mare lambiva
là sulla costa
per cui sopra quelle città sepolte
ora pascolano le capre
e altre nuove città sorgono
dall’altra parte, distanti dal mare
a cui fanno da fondamento
le vecchie città sepolte
e il monte quasi ricopre le antiche mura diroccate.
La natura non nutre verso la specie umana
più sollecitudine e interesse
di quanto ne nutre verso le formiche: e se avviene
che le stragi sono meno frequenti tra gli uomini
ciò dipende solo dal fatto
che la stirpe degli uomini è meno feconda.
Son passati ben 1800 anni da quando sparirono
sepolti dalla forza della lava infuocata
le città popolose di Ercolano, Pompei e Stabia
e ancora il contadino che cura i vigneti
coltivati a stento in questa terra arida
guarda con apprensione la sommità del vulcano
da cui dipende il suo destino (fatal)
che per niente rabbonita sovrasta tremenda
e ancor minaccia di far strage di lui, dei figli
e dei poveri loro averi.
E spesso il meschino, trascorrendo la notte
insonne all’aperto, sul tetto
della sua modesta abitazione
e svegliandosi più volte di soprassalto
scruta con attenzione l’avanzare del fronte
lavico sul pendio sabbioso
al cui bagliore riluce
la marina di Capri,
il porto di Napoli e Mergellina.
E se vede la lava avvicinarsi o sente gorgogliare
nella profondità del pozzo l’acqua
(che ribollendo segnala il sopraggiungere della lava)
sveglia di corsa i figli e la moglie
e fugge via con quante più cose riesce a portarsi
Poi guarda da lontano la sua abitazione di sempre
e il piccolo podere che gli fu unica difesa dalla fame
divorati dal flutto rovente
che giunge crepitando e inesorabilmente
travolge tutto.
Pompei l’estinta torna alla luce
dopo lunghissimo oblio, come uno scheletro
dissepolto che l’avidità o la pietà
restituiscono alla luce
togliendolo alla terra
e il visitatore contempla dalla piazza deserta
dalle fila dei colonnati diroccati
la sommità del Vesuvio biforcuto
e la cima fumante che ancora minaccia
le rovine sparse d’intorno.
E nell’orrore della notte che cela ogni cosa
attraverso i teatri vuoti
e i templi devastati e per le case sfondate
dove il pipistrello nasconde i piccoli per proteggerli
come una fiaccola infausta
che lugubre (atra) si aggiri per i palazzi vuoti
avanza il bagliore della lava che porta tutti con sé
che da lontano rosseggia nelle tenebre della notte
e colora i luoghi tutto intorno
Così la natura sta immobile, sempre giovane
indifferente all’uomo, alle età che egli chiama antiche
e al succedersi delle generazioni
o meglio, procede così lentamente
che sembra immobile. Intanto i regni i popoli, le nazioni,
vanno in rovina, la natura assiste impassibile
e l’umanità rivendica a sé, con arroganza, il vanto
dell’immortalità.
E tu ginestra flessibile
che adorni con i tuoi cespugli profumati
queste campagne desolate
anche tu presto soccomberai al potere crudele
del fuoco sotterraneo,
che ridiscendendo per il medesimo percorso
stenderà sui tuoi cespugli pieghevoli il suo flutto
infuocato avido di distruggere e bruciare tutto ciò che
incontra. E piegherai senza alcuna resistenza il tuo capo
innocente sotto quel peso mortale (fascio immortal)
Ma non avrai piegato il tuo capo fino allora
per supplicare inutilmente e codardamente
davanti al fuoco della lava che sta per sopprimerti.
E non avrai mai alzato il tuo capo alle stelle
con insensata presunzione
né sul deserto dove, non per tua volontà ma per caso
sei nata e cresci tanto più saggia e tanto meno insensata
dell’uomo, in quanto mai hai avuto la presunzione
di ritenerti, tu e la tua stirpe, fatta immortale per tuo
stesso merito o per destino.



Analisi del testo + parafrasi discorsiva

Composta nel 1836 la ginestra è l’espressione della poetica che caratterizzò gli ultimi anni di Leopardi, non più idilliaca ma eroica in cui il poeta difende le proprie posizioni e il proprio pensiero più caparbiamente e coraggiosamente. La poesia è stata ispirata dalla vivida impressione lasciata nell’animo del poeta dalla visione del fiore della ginestra sulle pendici del Vesuvio

Qui sulle aride pendici del terrificante e distruttore monte Vesuvio, che nessun albero, né fiore rallegra, spargi intorno i tuoi cespugli solitari, o profumata ginestra, appagata dai deserti. Ti ho già vista abbellire con i tuoi rami le solitarie contrade che circondano la città (Roma), che fu, in passato, signora degli uomini, e pare che queste campagne solitarie, ricordano, con il loro aspetto solenne e taciturno, a chi passa, testimonianza della grandezza passata del perduto impero. Ora ti rivedo in questo suolo, amante di luoghi tristi e abbandonati, e sempre compagna di destini infelici. Ti rivedo in questi campi cosparsi di ceneri sterili e ricoperti di lava pietrificata, che risuona sotto i passi del viandante; questi campi, dove la serpe si annida e si contorce al sole e dove il coniglio torna alla consueta tana, furono poderi ridenti e coltivazioni, biondeggiarono di spighe e risuonarono dei muggiti di armenti; questi campi furono giardini e palazzi, soggiorno gradito per i riposi dei potenti e in questi campi vi fiorirono città popolose che il monte indomabile (Vesuvio) ricoprì con i suoi torrenti di lava, insieme agli abitanti, lanciando fiamme dalla bocca infuocata. Ora, un’unica distruzione abbraccia tutto intorno dove tu stai, o fiore gentile, e quasi, tu, commiserando le disgrazie degli altri, mandi al cielo un profumo dolcissimo che consola il deserto. Chi è solito esaltare, con le sue lodi, la nostra condizione (umana) venga in queste campagne, e veda quanto il nostro genere umano è caro alla natura affettuosa. E chi verrà potrà anche valutare, con giusta misura, la forza della stirpe umana, che, in un momento, con un leggero movimento, la crudele nutrice distrugge in parte e quando meno se lo aspetta; con movimenti poco meno leggeri la crudele nutrice potrà distrugge tutto. Chi verrà in queste terre vedrà dipinte, in queste terre desolate, le magnifiche e progressive sorti dell’umana gente.

In questa prima parte della poesia Leopardi ci descrive un paesaggio arido spoglio, privo di vita ad eccezione di quella rappresentata dalla pianta della ginestra che ama luoghi solitari abbandonati da tutto e il suo profumo è l’unica cosa positiva che si può trovare nei campi devastati dall’eruzione del Vesuvio che ha cancellato la vita da quei luoghi e ha lasciato al suo posto squallore e desolazione. La ginestra sembra al poeta quasi provar pena per le sventure degli uomini che inevitabilmente non possono che soccombere davanti alla potenza della natura rappresentata ora dal vulcano, e già in queste parole possiamo ritrovare un tema chiave della poetica di leopardi: la concezione della natura come matrigna malvagia. Il poeta ricorda di aver già visto questa pianta nelle campagne abbandonate che circondano Roma, indicata qui con una perifrasi. In questi versi troviamo una sferzante opposizione tra presente e passato realizzata tramite la descrizione di come il luogo si presenta dopo l’eruzione del Vesuvio cioè spoglio deserto e sterile e di come avrebbe potuto apparire prima che la forza devastante della natura si abbattesse su di esso, cioè ricco di vegetazione e di ville patrizie. Questa opposizione è rimarcata dalla reiterazione de verbo “Fur” che si contrappone a “Or” del verso 32. Negli ultimi versi di questa prima strofa, Leopardi invita gli uomini, gli intellettuali che sostengono teorie antropocentriche e che lodano le facoltà dell’uomo e professano una salda fiducia nelle possibilità umane, a visitare quei luoghi devastati dalla lava per rendersi veramente conto dell’effettiva forza del genere umano che può venire annientata in qualsiasi momento dalla natura. Il poeta è quindi consapevole dei limiti dell’uomo e critica aspramente l’ottimismo di coloro che confidano ciecamente nel progresso tecnico e scientifico.

“Qui guardati e specchiati secolo superbo e sciocco che hai lasciato la strada tracciata prima di te dal pensiero risorto con il Rinascimento e tornando indietro ti vanti del procedere a ritroso e lo chiami progresso. E tutti gli intellettuali di cui la sorte malvagia ti ha reso padre lodano il tuo atteggiamento puerile benché dentro se stessi ti rendano oggetto di scherno. Io non morirò con questa vergogna; ma piuttosto il disprezzo che nutro nel mio animo nei tuoi confronti lo avrò manifestato il più apertamente possibile: benché io sappia che l’oblio ricopre chi fu troppo sgradito alla propria epoca. Di questo male che condivido con te finora non me ne curo per niente. Sogni la libertà e allo stesso tempo vuoi di nuovo rendere schiavo il pensiero solamente grazie al quale ci siamo risollevati in parte dalle barbarie e soltanto grazie al quale si cresce nella civiltà che da sola guida i destini dei popoli verso il progresso. Quindi ti è sgradita la realtà dell’amara sorte e del basso posto assegnatoci dalla natura. Per questo hai volto vigliaccamente le spalle alla ragione che lo rese evidente: e mentre fuggi da esso chiami vile colui che lo segue e magnanimo solamente colui che illudendo se stesso o gli altri essendo astuto o folle esalta la condizione umana fin sopra le stelle.”

In questa seconda strofa Leopardi auspica che il secolo in cui vive prenda coscienza della proprie contraddizioni che lo hanno portato a rinnegare i principi della ragione la quale ha suggerito all’uomo la sua piccolezza e finitudine ma che gli intellettuali del tempo hanno deciso di rinnegare forse perché delusi e sviliti dalla bassa considerazione che l’universo ha avuto per noi. In questi versi il poeta affronta un altro tema molto importante per gli uomini di cultura dell’epoca cioè la paura di essere dimenticati, di cadere nell’oblio dopo la morte e questo ha spinto molti per ottenere fama e riconoscimenti ad assecondare i gusti della borghesia il nuovo pubblico di lettori e le mode passeggere sacrificando e svilendo così la loro arte. Leopardi invece rimane fedele alla sua poetica e alla sua visione nel mondo preferendo rimanere integro piuttosto che svendersi alle regole del mercato editoriale che favoriva la diffusione di opere di scarso valore ma commercialmente interessanti relegando così ai margini produzioni pregevoli e meritevoli che di conseguenza non potranno passare alla storia. In questi versi quindi possiamo notare l’aspra polemica di leopardi nei confronti della società in cui vive incurante della meritocrazia.

“ Un uomo povero o malato per quanto sia dotato di un’anima generosa e nobile non si definisce né si ritiene ricco e nemmeno forte e non si rende ridicolo ostentando fra la gente uno splendido stile di vita o una perfetta salute; ma mostra senza vergogna la sua debolezza e povertà ,e si definisce tale parlando apertamente e valuta la sua condizione per quello che è. Non credo che sia un essere magnanimo bensì stolto quello che nato per morire, cresciuto nelle sofferenze afferma che è stato creato per essere felice e riempie le carte di disgustoso orgoglio promettendo grandiosi destini e straordinarie felicità sulla terra che nemmeno il cielo conosce non solo questo mondo a popoli che un maremoto un’epidemia, un terremoto possono distruggere a tal punto che a stento ne sopravvive il ricordo. L’animo nobile è quello che ha il coraggio di alzare gli occhi mortali verso il destino comune e che con parole sincere senza omettere nulla della verità rivela il male e la condizione insignificante e debole che la sorte ci ha assegnato. Quello che si mostra grande e forte nella sofferenza e non incolpando gli uomini delle sue miserie non aggiunge l’odio e la rabbia nei confronti dei propri fratelli cose più gravi di ogni altro male, ma ritiene responsabile colei che realmente lo è che è madre degli uomini avendoli generati ma matrigna per l’affetto nei loro confronti. Considera la natura come nemica ritenendo giustamente che la società umana si sia riunita e organizzata in origine contro la natura e ritiene che gli uomini si siano alleati tra di loro e tutti abbraccia con amore sincero offrendo aiuto valido e pronto ed aspettandone in cambio nei pericoli che alternativamente si presentano e nelle sofferenze della lotta contro la natura comune a tutti gli uomini. E ritiene che sia sciocco armare la propria mano per contrastare un altro uomo e preparare insidie e ostacoli al proprio vicino così come sarebbe sciocco in un campo circondato dai nemici proprio durante l’assalto più intenso dimenticando i nemici e le aspre contese iniziare a mettere in fuga e uccidere con la spada i propri compagni.
Questi pensieri quando saranno come furono noti al popolo e quando sarà ristabilito dal vero sapere il giusto terrore che per primo spinse gli uomini a unirsi in una società contro la malvagia natura , l’onestà e la rettitudine dei rapporti civili e la giustizia e la pietà avranno altre fondamenta al posto delle favole piene di presunzione basandosi sulle quali l’onestà del popolo si reggerebbe in piedi così come farebbe qualsiasi cosa fondata sull’errore.”

Questa terza strofa Leopardi definisce le caratteristiche dell’uomo nobile e dello stolto sostenendo come sia da considerarsi degno di ammirazione colui che mostra apertamente i suoi difetti e le sue debolezze con fierezza e orgoglio invece che con vergogna e che giudica in modo esatto la propria condizione di uomo valutandone accuratamente le possibilità e i limiti. Definisce, invece, sciocco colui che crede di essere nato per essere felice e per provare piacere non rendendosi conto che in realtà il suo unico destino è quello di morire e che la sua vita è in realtà un cammino di dolori e sofferenze inserito all’interno di un ciclo universale di produzione e distruzione di materia il cui unico scopo è perpetuarsi. Inoltre sciocco è colui che crede ottimisticamente in un progresso splendido che porterà l’uomo alla più completa serenità e soddisfazione ignorando stupidamente che gli uomini, i loro destini, le loro opere possono essere cancellate in un attimo con una semplicità disarmante dalla potenza della natura. Invece l’uomo intelligente è consapevole della sua caducità e fragilità e che le proprie sventure sono causate proprio dalla natura stessa che è per il poeta al contempo madre in quanto ha creato gli uomini e matrigna poiché resta indifferente davanti al loro dolore e dramma che condanna l’uomo a non essere mai felice ma caratterizzato sempre da un insanabile contrasto tra l’infinito desiderio di trascendere i propri limiti e le proprie conoscenze e l’impossibilità di raggiungere quel senso di completo soddisfacimento. Al verso 125 è importante notare il chiasmo “ madre è di parto e di voler matrigna” che mette in risalto i due sostantivi posti in posizione nobile cioè all’inizio e alla fine del verso e che indicano l’ambivalenza del rapporto esistente tra natura e uomo. In questa strofa troviamo anche numerosi scontri di consonanti nei vocaboli usati che hanno il fine di comunicare l’ardore del poeta che difende le sue posizioni e polemizza contro la società del suo tempo e contro gli intellettuali che ne fanno parte.

“Spesso di notte mi siedo su queste pendici desolate che la lava pietrificata riveste di un colore bruno e sembra che ondeggi e sopra questo territorio devastato vedo dall’alto in un cielo limpidissimo brillare le stelle cui in lontananza fa da specchio il mare e vedo intorno il mondo intero brillare nei vuoti spazi sereni. Dopo che fisso gli occhi su quelli luci, che a essi sembrano un punto, e invece sono immense tanto che la terra e il mare sono in realtà un punto rispetto a loro alle quali stelle è del tutto sconosciuto non soltanto l’uomo, ma anche questo pianeta sul quale l’uomo è nulla; e quando guardo quei grovigli di stelle ancor più infinitamente lontani che a noi appaiono come una nebbia a cui non solo l’uomo non solo la terra ma tutte insieme le nostre stelle infinite per numero e per grandezza insieme con il sole dorato o sono sconosciute o appaiono così come essi appaiono viste dalla terra, un punto di luce nebulosa; allora al mio pensiero che cosa sembra la specie umana? E ricordando il tuo stato sulla terra di cui è testimonianza il suolo che io calpesto; e poi d’altra parte che tu credi di essere stata creata come padrona e fine dell’universo, e quante volte ti fece piacere raccontare favole in questo buio granello di sabbia che prende il nome di terra , per le quali i creatori dell’universo scesero per te e spesso conversarono piacevolmente con i tuoi rappresentanti e che persino la presente età che sembra superare tutte in conoscenza e pratiche civili insulta le persone sagge rinnovando le antiche speranze derise; quale sentimento allora o quale pensiero prova alla fine il mio cuore nei tuoi confronti o infelice specie umana? Non so se prevalga il riso o la pietà.”

In questa quarta strofa Leopardi riflette sulla piccolezza dell’uomo che non è nulla di fronte all’infinita grandezza dell’universo eppure spesso nella storia si è vantato di affermare che gli dei sono scesi in terra per lui e hanno parlato con lui dando segno di una grande superbia e presunzione. Gli uomini infatti in passato si sono sentiti al centro dell’universo credendo che tutto fosse stato fatto per loro, in funzione di loro. Questa per Leopardi è solo un’illusione creata dalle teorie antropocentriche e dalle religioni nel corso dei secoli. Alla fine il poeta conclude questa riflessione non sapendo se provare pena per la miseria dell’uomo e incapace di accettare la propria condizione infelice o deriderlo per la sua stoltezza. In questi versi sono frequenti le allitterazioni in “a” che rendono l’idea di infinità e di illimitatezza dell’universo. L’infinito è un tema importantissimo della poetica di Leopardi il quale sostiene che è poetico tutto ciò che è vago, nebuloso, senza contorni precisi, sfumato e quindi egli cerca di riprodurre attraverso il linguaggio la sensazione di infinito.

“Come da un albero durante l’autunno cade un piccolo frutto mandato a terra solo perché giunto a maturazione schiaccia, distrugge e ricopre i cari rifugi scavati nel morbido terreno con grande sforzo da parte delle formiche e le ricchezze che le laboriose formiche avevano previdentemente raccolto con grande fatica durante l’estate in un punto; così le tenebre e una valanga di ceneri, di rocce e di pietre piombando dall’alto scagliata verso il cielo dal cratere tonante del vulcano oppure una immensa piena infusa di lava bollente e di massi liquefatti e di metalli e di sabbia infuocata scendendo furiosa sopra la vegetazione del pendio della montagna sconvolse, distrusse e ricoprì in pochi attimi le città che il mare bagnava là sulla costa lontana: di conseguenza sulle città seppellite pascola la capra e dall’altra parte sorgono nuove città sopra quelle sepolte e l’alto monte quasi calpesta alla base le mura cadute. La natura non ha più riguardo verso la stirpe dell’uomo che verso la formica e se avviene che le stragi sono meno frequenti tra gli uomini che tra le formiche, ciò dipende solo dal fatto che la stirpe degli uomini è meno feconda.”

In questa strofa il poeta riafferma come la natura non si curi dell’uomo più di quanto non faccia con ogni altra specie vivente esprimendo così il proprio giudizio polemico nei confronti di ogni dottrina o filosofia che pone ostinatamente l’uomo al centro dell’universo. Per Leopardi questa concezione antropocentrica del mondo è del tutto errata ed esprime il cieco egocentrismo della specie umana che ritiene se stessa il culmine della perfezione nel creato, l’esser che più si avvicina a dio e per questo ha creduto a vanamente di poter controllare e sfruttare a proprio beneficio le forze della natura ma questa non è altro che un illusione come il poeta vuole dimostrare riportando e descrivendo il disastro provocato dall’eruzione del Vesuvio il quale è poeticamente riportato attraverso numerose allitterazioni consonantiche soprattutto “nt” e “nd” e anche vari scontri di consonanti che aiutano ad evocare fonicamente il dramma di quei momenti e la potenza devastante della natura davanti alla quale gli uomini si devono inginocchiare,infatti le città da loro costruite sono state in pochi attimi cancellate, demolite e coperte da una coltre di lava e cenere, fatto che può essere letto simbolicamente come la riaffermazione della supremazia delle forze naturali rispetto a quelle umane.

“ Sono passati ben 1800 anni da quando scomparvero sepolti dalla forza della lava i villaggi popolati , e il giovane contadino che si occupa dei vigneti che a stento la terra arida e bruciata fa crescere in questi campi, ancor solleva lo sguardo sospettoso verso il monte fatale,che non è diventato per niente più mite e che ancora minaccia la sua distruzione dei suoi figli e dei suoi poveri averi. E spesso l’infelice passando tutta la notte insonne sul tetto della sua casa rustica all’aria aperta e sollevandosi più volte esplora il percorso della temuta lava che dall’inesauribile cratere si riversa sul versante sabbioso la quale si rispecchia nel mare di Capri, nel golfo di Napoli e nel porto di Mergellina. E se la vede avvicinarsi o se nel profondo del pozzo sente l’acqua gorgogliare, sveglia i figli, sveglia la moglie velocemente e fuggono via con quanto delle loro cose riescono ad afferrare , vede da lontano la sua casa abituale e il piccolo campo,che per lui fu unica difesa dalla fame, preda della rovente lava che scende crepitando e inesorabile si distende sopra di essi per ricoprirli per sempre. Torna alla luce dopo l’antico oblio l’estinta Pompei come uno scheletro sepolto che l’avarizia o la pietà della terra scoprono, e dal cavità (scavo) deserta il visitatore in piedi tra le file delle colonne spezzate, contempla da lontano la doppia cima del vulcano (il Vesuvio e il monte Somma) e la cresta fumante che ancora minaccia le rovine sparse della città.
E nell’orrore della notte segreta per i vuoti teatri, per i tempi deformati, e per le case danneggiate dove il pipistrello nasconde i suoi cuccioli, come una luce sinistra che si aggira tetra per i vuoti palazzi , corre il bagliore della lava portatrice di morte che da lontano attraverso le tenebre rosseggia e colora tutti i luoghi intorno. Così, la natura resta sempre viva e vigorosa inconsapevole dell’uomo e delle epoche che egli chiama antiche e dell’avvicendarsi delle generazioni, anzi avanza attraverso un così lungo cammino che sembra rimanere immobile. Nel frattempo cadono i regni, passano i popoli e le lingue: ella non se ne accorge: e l’uomo vanta di essere eterno.”

“ E tu flessibile ginestra che adorni con cespugli profumati questi campi spogli e disadorni, anche tu presto soccomberai alla crudele potenza del fuoco proveniente dall’entroterra che ripercorrendo il luogo già conosciuto stenderà il suo mantello avido di morte sopra le tue morbide foglie. E piegherai il tuo capo innocente senza resistere sotto il peso mortale: ma mai piegato finora inutilmente e vigliaccamente supplicando davanti al futuro oppressore; ma nemmeno sollevato con folle orgoglio verso le stelle, né sopra la terra deserta dove tu sei nata non per tua volontà, ma per caso fortuito; ma più saggia dell’uomo ma tanto meno debole in quanto non hai mai creduto che le tue fragili stirpi fossero state rese immorali da te stessa o dal destino.”

La ginestra è metafora dell’uomo intelligente e consapevole della propria debolezza e inferiorità. Il fragile fiore è contrapposto perciò allo stupido orgoglio degli uomini che si illudono di essere i padroni dell’universo. La ginestra un giorno soccomberà inevitabilmente come del resto ogni altro essere vivente alla forza della natura ma almeno lo farà senza la viltà o senza l’orgoglio di chi pretende di essere immortale, in questo perciò la ginestra è infinitamente più saggia dell’uomo perché non ha la presunzione di volersi sottrarre al naturale corso degli eventi.
La poesia appartenendo al periodo della poetica eroica di Leopardi è caratterizzata da uno stile più aspro meno equilibrato e non più ispirato dall’ideale poetico della vago e dell’indefinito ma piuttosto finalizzato a rendere il più energicamente possibile le fastidiose e dure verità sulla vita che il poeta vuole comunicare.



Figure retoriche

Allitterazione della L: La qual null'altro allegra arbor né fiore (v. 4)

Chiasmo: "Dell'impietrata lava" (v. 19)

Anafora: "fur...fur...fur"

Anastrofe: "Di dolcissimo odor mandi un profumo" (v. 36).

Iperbato: "magnifiche sorti e progressive" (v. 51)

Sineddoche: "animale" (v. 98)

Chiasmo: "madre è di parto e di voler matrigna". (v. 125)

Similitudine: "Come d'arbor cadendo un picciol pomo" (v. 202)

Apostrofe: "E tu". (v. 297)

Similitudine: "Anche tu". Indica che poeta = ginestra. (v. 300)



Commento

La ginestra si configura un po' come il testamento del Leopardi. Scritta nell'ultimo periodo della sua vita (primavera del 1836), durante il soggiorno sulle falde del Vesuvio, presso Napoli, la poesia lascia trasparire la delusione storica per gli esiti del razionalismo e della rivoluzione borghese: dall'alto della sua concezione materialista, il Leopardi condanna le ideologie liberal-cattoliche e moderate, che diffondono illusioni di un futuro migliore, ed esorta gli uomini ad unirsi nella consapevolezza del comune dolore, accettando le sofferenze presenti e future e deponendo ogni ragione di tensione e di conflitto. Forse il primo e l'ultimo spiraglio di speranza in una vita di pessimismo.

Spiegazione:
Leopardi vede dalla sua finestra il Vesuvio e guardandolo bene vede delle ginestre sul terreno lavico, e spiega che le ginestre riescono a vivere anche su un terreno inospitale perché le loro radici si intrecciano e riescono ad aiutarsi l'una con l'altra per vivere, ed a questo punto fa l'analogia con gli esseri umani, dicendo che dovrebbero essere come le ginestre, spalleggiarsi, cioè aiutarsi a vicenda per costruire un mondo migliore.

Messaggio della poesia:
Nella poesia La ginestra il Leopardi rivolge un appello a tutta l’umanità affinché diventi capace di una lotta di resistenza alla natura, non illudendosi di vincerla, ma accettando eroicamente le conseguenze delle sue leggi. Il fiore, che dà il titolo alla poesia, diventa il simbolo dell’umanità indifesa dinanzi alla violenza della natura, ma che, nello stesso tempo, è cosciente della propria condizione e in base ad essa costruisce un sentimento di solidarietà. Il Leopardi traccia quindi la strada della sopravvivenza umana: mai inorgoglirsi di poter dominare la natura, mai esaltarsi dietro la protezione di Dio, ma neanche caloroso destino, con umiltà e senza illusioni, deve essere consapevole della propria sofferenza, trovando in essa lo spirito giusto per proseguire. Così, nonostante il suo pessimismo cosmico, il Leopardi lancia un messaggio che tende al progresso, non politico, non ideologico, non sociale, ma umano, reale, come la ginestra, il fiorellino delicato che continua a vivere fieramente in balia del Vesuvio.


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