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Descrizione: Atena - Riassunto


È figlia di Zeus e della Titana Metis, a sua volta figlia di Oceano e Teti; la sua nascita è del tutto particolare: a Zeus fu rivelato che il figlio di cui Metis era incinta sarebbe divenuto più potente di lui; così ingoiò la stessa Metis, ma ciò gli provocò un forte mal di testa, e allora chiese aiuto a Efesto, che con un colpo d’ascia fece uscire Atena già armata di tutto punto.

Fu la figlia prediletta di Zeus e fra le dodici divinità olimpiche maggiori. La nascita dal cervello del padre Zeus, che escludeva il ruolo materno, ne fa una divinità molto vicina al mondo maschile, che favorisce e di cui condivide le attività, prima fra tutte la guerra. Ma, su questo fronte, si distingue da Ares per la capacità di far prevalere in guerra l’abilità strategica e l’intelligenza sulla forza pura. D’altra parte questa caratteristica le viene dalla madre, Metis, intelligenza (la dote che più la accomuna a Odisseo, come rivelano gli epiteti riferiti all’eroe).

Presiede alle arti e alla filosofia e a tutte le attività speculative (più che creative) e razionali; è protettrice anche dei lavori artigianali e domestici, come la filatura, la tessitura, il ricamo. Spesso nel mito è connessa a Odisseo: durante la guerra di Troia, ad esempio, sono proprio Odisseo e Diomede a rubare il Palladio, la statua di Atena custodita sulla rocca della città, che si credeva garantisse la vittoria a chi la possedeva.

Nell’Iliade essa figura come protettrice di Achille, ma nell’Odissea, soprattutto nella seconda parte del poema, l’intervento diretto della dea rivela all’eroe la sua terra, finalmente libera dalla nebbia con cui l’aveva avvolta. In seguito, gli svela la situazione che dovrà affrontare, garantisce il suo aiuto e offre suggerimenti; ma, consentendo al protagonista un margine
di iniziativa ben più ampio di quello riservato ad Achille nell’Iliade, lascia ad Odisseo
scelte decisive, come il momento in cui rivelarsi, le parole da dire e da tacere, i gesti possibili e quelli pericolosi. La protezione accordata a Odisseo simboleggia l’aiuto che la razionalità dà alla forza, all'ingegno e al valore individuale dell’eroe.


Aspetto fisico: È solitamente rappresentata con un elmo in testa, una civetta (simbolo della città di Atene) e uno scudo sul quale è raffigurata la testa mozzata di medusa, poiché secondo la mitologia Perseo gliela aveva offerta in dono.
Per quanto riguarda la bellezza sappiamo che è molto bella (come la maggior parte degli dei), che ha gli occhi azzurri (fonte: Iliade) ma aveva un aspetto da guerriero.
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Le armi nei poemi omerici


Nel sedicesimo libro dell'Iliade, per la prima volta emerge un motivo che sarà sviluppato nella seconda metà del poema, quello delle armi di Achille: Patroclo, indossate le armi dell’amico, scende in campo e per un certo periodo di tempo viene scambiato per Achille; quindi Ettore, ucciso Patroclo, decide di vestirne le armi e Achille, rimasto senza la sua armatura, ne otterrà una nuova, che la madre Teti fa forgiare da Efesto (libro XVIII) e che rappresenta una mirabile opera d’arte. È evidente che le armi di Achille sono degne solo dell’eroe per cui sono state fabbricate. Apollo stesso interviene a sciogliere la corazza di Achille indossata da Patroclo, come se nessuno fosse in grado di farlo, e Achille rimprovera esplicitamente a Ettore di non aver pensato, quando strappava le armi a Patroclo, alle conseguenze del suo gesto.

Le armi di Achille sembrano addirittura maledette: terminata la guerra, una disputa sorse tra gli eroi per decidere a chi dovessero andare, dopo che Achille era morto: la scelta cadde non su Aiace, secondo Omero l’eroe più valoroso dopo Achille, ma su Odisseo, lo scaltro vincitore della città, e ciò provocò il suicidio di Aiace. La versione mitologica della pazzia e del suicidio di Aiace fu ripresa da molti poeti, fra cui il tragico Sofocle che nella tragedia "Aiace" narra come l’eroe, offeso per l’ingiustizia subita, impazzisse e facesse strage delle bestie, che rappresentavano il cibo per l’esercito acheo, scambiandole per i compagni che l’avevano disonorato, e infine si uccidesse gettandosi sulla spada che Ettore gli aveva dato in dono, alla fine del duello narrato da Omero nell’Iliade.
Il valore quasi magico che le armi di ciascun eroe hanno per il suo possessore lo si coglie soprattutto nell’Iliade, poema interamente focalizzato sulle virtù guerresche e sul significato che esse hanno perla società aristocratica. Achille stesso ne è ben consapevole, quando incita Patroclo a indossarle per ingannare gli avversari; lo stesso Ettore forse si inebria dell’invincibilità che le armi del nemico sembrano racchiudere. Del resto, la vestizione dell’eroe per entrare in battaglia è un momento centrale del duello: indossando le armi, l’eroe assume il suo ruolo di combattente, la sua identità profonda: ben lo dimostrano i versi con cui è descritta la vestizione di Achille nel XIX dell’Iliade.

Anche nell’Odissea (libri XXI e XXII),. un momento centrale è quello in cui Odisseo, preso l’arco che da sempre gli appartiene, non solo riesce a tenderlo e a vincere prova imposta da Penelope, ma viene anche riconosciuto sotto le spoglie del mendico: in questo caso la coincidenza tra identità e arma è segnata dal riconoscimento: l’eroe, entrato in possesso dell’arco, che richiede una forza e una tecnica particolari, torna così a essere se stesso, a ricoprire il suo ruolo. Tuttavia, Odisseo, che più volte nelle avventure precedenti aveva rinunciato al ruolo del guerriero tradizionale per salvarsi la vita, anche facendo ricorso ad armi alternative, fornisce armi ai servi che sa a lui fedeli, per organizzare l’attacco ai Proci: in questo caso il valore delle armi è più sfumato e meno individuale, allargato a una considerazione più collettiva, più sociale, dell’eroismo. L’Odissea sembra rappresentare un momento più recente della storia greca, in cui anche la funzione guerresca può, seppur solo eccezionalmente, coinvolgere le classi basse.


Spesso le armi dell’eroe sono divine, cioè forgiate per volere e dalle mani di un dio. E il caso della panoplia, l’insieme delle armi che Teti commissiona a Efesto e con cui il figlio rientrerà in battaglia dopo la morte di Patroclo. Soprattutto sullo scudo si sofferma Omero e la descrizione dei rilievi figurativi sarà un modello per un’analoga descrizione: quella dello scudo di Enea nel libro VIII dell’Eneide.
Vulcano, l’omologo latino del dio greco Efesto, forgia uno scudo che rappresenta, e anticipa profeticamente, la gloria di Roma, le sue istituzioni, i suoi costumi, avvolgendoli di gloria. Lo scudo di Achille raffigura la terra, il cielo, il mare, il sole, la luna e le stelle, la pace e la guerra, la città e la campagna, ed è cinto dall’Oceano, in una rappresentazione affascinante e incantata dell’universo; lo scudo di Enea invece illustra il destino della futura città e del suo fondatore.
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La figura della sposa nei poemi omerici


Nell'Iliade e nell'Odissea, i due massimi poemi epici della letteratura greca, Omero fa agire le spose degli eroi in modo differente nel rapporto con il proprio marito: c'è chi tradisce, chi inganna, chi è fiduciosa e chi, invece, è rassegnata.

Nell'Iliade, la figura di Elena porta sulla scena il tema del tradimento, evento scatenante, secondo il mito, della guerra stessa. In realtà i poeti successivi a Omero (e lo stesso Omero) non erano così certi che il tradimento fosse imputabile solo a Elena. Priamo stesso nell'Iliade tende a sollevarla dalla responsabilità, che attribuisce piuttosto agli dei.

Un altro tradimento si consuma a danno del fratello di Menelao, Agamennone, appunto tradito e ucciso dalla sposa Clitennestra (nata anch’essa, come Elena, da Leda) al suo ritorno da Troia, grazie alla complicità del suo amante Egisto. Per vendicarsi dell’uccisione della figlia Ifigenia, che Agamennone aveva sacrificato per propiziare la partenza della flotta achea all’inizio della spedizione, architetta un piano delittuoso e al suo ritorno gli tende un agguato terribile: l’eroe, scampato a tanti duelli, viene scannato come un animale, vergognosamente.
Nell’Odissea è Agamennone stesso a raccontare a Odisseo dell'assassinio  quando lo incontra nell’Ade. Questo omerico è il primo racconto di un mito che sarà ripreso molte volte come uno dei più foschi drammi familiari.


Nell’Odissea il ritorno sciagurato di Agamennone è contrapposto, da questo stesso eroe, a quello di Odisseo, che troverà ad attenderlo fedelmente nella sua casa la sposa Penelope, manifesto contrappunto di Clitennestra ed Elena.
La positività della figura di Penelope è messa in luce fin dai primo libro dell’Odissea, quando è rappresentata come fedele custode del ricordo del marito, di cui ancora attende il ritorno, senza cedere ai pretendenti, che vorrebbero indurla a risposarsi: nel gioco di opposizioni che si instaura tra le figure di Elena e Clitennestra da una parte e Penelope dall'altra, i pretendenti sono paragonabili a Paride e a Egisto, ma  numericamente sono molti di più e questo vale solo a ribadire la fedeltà di Penelope rispetto alle scelte prese dalle altre spose.


Un'altra moglie dell'Odissea, Andromaca, è disperata nell'ultimo incontro col marito Ettore che deve andare a combattere contro Achille. La figura d’Andromaca, una delle più commoventi della mitologia greca, rappresenta la donna nei suoi aspetti più tragici. Moglie ideale, vedova fedele, madre affranta racchiude l’impotenza e la sofferenza di qualsiasi vedova. Ella sa che alla sua morte dell'amato marito sarà fatta schiava dagli achei (greci) e il figlio Astianatte ucciso.
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Descrizione: Elena (Iliade) - Riassunto


Quando era ormai moglie di Menelao, Elena venne rapita dal principe troiano Paride. A seguito di ciò Menelao chiese aiuto al fratello Agamennone e per compensare l'offesa subita questi dichiarò guerra a Troia.

Dalle parole di Omero comprendiamo che il giudizio su Elena non è univoco: mentre la donna avverte il peso della colpa, Priamo attribuisce agli dei il suo destino e, di fatto, la alleggerisce dalla responsabilità. Ma essa stessa è lacerata dai sensi di colpa, si sente isolata nella città e "maledetta”, guardata con umana comprensione e con rispetto dal solo Ettore (come ricorda nel libro 24).
Questa doppia interpretazione segna tutta la storia mitica su Elena: vista come colpevole condanna rovinosa dei Troiani, ma anche come la vittima degli dèi e della sua stessa bellezza. Anzi, per la prima volta si afferma l’idea che proprio la bellezza sia un dono pericoloso, di cui si può essere vittime. D’altra parte il fascino di Elena e le vicende della guerra di Troia provocano un gran numero di interpretazioni e di rielaborazioni che rispecchiano questa duplicità di interpretazione. Il poeta greco Euripide, ad esempio, introduce ben tre volte Elena tra i personaggi delle sue tragedie: nelle Troiane, nell'Elena e nell'Oreste.

Nelle Troiane, il giudizio di Ecuba (moglie di Priamo) su Elena è aspro e infamante: l’anziana madre di Ettore e di Paride la accusa di essere avida e lussuriosa e rifiuta di credere, in quanto comodo alibi, che sia stata Afrodite a propiziare la sua fuga.

In un’altra tragedia, Elena, rielaborando una versione del mito che era diffusa ai suoi tempi, Euripide sostiene che non è Elena ad essere andata a Troia, ma una sorta di fantasma formato dagli dèi; quindi per un fantasma, gli uomini ingannati dagli dei, hanno combattuto e si sono uccisi sotto le mura di Troia per dieci anni, come amaramente ricorda Menelao, quando è ormai avvenuto il riconoscimento della vera Elena.

Dunque Elena diventa il simbolo della donna ingiustamente accusata e vittima di trame delle quali è un puro strumento. Anche la letteratura medievale riabilita Elena come donna innamorata: nel XII secolo, un chierico che viveva alla corte di Normandia, Benoit de Saint-Maure, rappresenta Elena e Paride come modello di amanti perfetti nel Roman de Troie, un poema in versi francesi, volgarizzamento di un originale latino.

Un altro elemento che caratterizza il personaggio di Elena, da Omero in poi, è un tratto di modernità che si configura come un aspirazione all'annientamento per reazione all’incapacità di sopportare il suo destino: un poeta inglese di età vittoriana, rievoca un’Elena dolente che con grande sinteticità esprime il sentimento disperato più volte ribadito nell’Iliade: non essere mai nata.


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Personaggi dell'Iliade (Descrizione di uomini e Dèi)


Il poema dell'Iliade narra la guerra dei principi achei contro la città di Troia. A questa guerra prendono parte donne e uomini, greci e troiani, mortali, semidei e divinità.

Gli uomini, o meglio gli eroi della guerra di Troia, non sono guerrieri comuni ma figli illustri di guerrieri che a loro volta hanno compiuto imprese epiche oppure governano una città o un regno. Dimostrano grande valore e coraggio nei duelli e possono sostenere lunghe battaglie. Sono caratterizzati in genere da sentimenti forti di rabbia, odio, vendetta e amicizia; la loro personalità viene definita statica perché difficilmente cambia mentre procede la storia. Rappresentano l'eroe, forte in guerra e sempre in cerca di gloria ed onore. La loro vita breve è compensata dalla fama ottenuta con le loro imprese memorabili ed eroiche.

Gli dèi vivono sul monte Olimpo che si trova in Grecia, sono immortali e hanno poteri straordinari, ma non determinano il destino degli uomini perché solo il Fato può questo, quindi il destino di ognuno è segnato. Gli dèi sono antropomorfi, cioè sembrano uomini nell'aspetto e nel carattere, infatti si comportano esattamente come gli uomini: entrano in campo manifestando sentimenti, virtù e difetti propri degli uomini.
Le loro decisioni spesso sono determinate dal capriccio personale. La stessa guerra di Troia è scaturita dal desiderio di vendetta di Era, moglie di Zeus, contro Paride in seguito alla famosa gara con Afrodite e Atena.
A capo degli dèi vi è Zeus, ma al di sopra c'è però sempre il fato (la "moira"), che decide il destino degli uomini. Alcuni dèi parteggiano per i greci, altri per i troiani.



I greci (achei)

Achille: Figlio del mortale Peleo, re dei Mirmidoni di Ftia e della ninfa Teti; è il più forte eroe acheo ed è noto per la sua ira funesta. La tradizione vuole che sia stato immerso, dalla madre Teti, nell'acqua sacra del fiueme Stige, che rendeva immortali, ma venne tenuto per il tallone, il suo unico punto debole. È quindi un semidio. Sceglie una vita breve, ma gloriosa per essere ricordato in eterno.

Agamennone: Re di Argo (o Micene), figlio di Atreo, fratello di Menelao, è il capo supremo dei Greci nella spedizione contro Troia. Spesso arrogante e prepotente; dal suo scontro con Achille ha origine l'Iliade.

Menelao: Re di Sparta, figlio di Atreo, marito della bellissima Elena e fratello di Agamennone. Forte e coraggioso, viene però umiliato dalla fuga della moglie Elena fuggita insieme a Paride. Per questo motivo chiede aiuto ad Agamennone per organizza la coalizione greca contro i Troiani e vendicare l'affronto subito.

Ulisse o Odisseo: Figlio di Laerte re di Itaca, nell'Iliade è rappresentato come un eroe che unisce al coraggio e al valore in battaglia, l'intelligenza, la curiosità e l'abilità oratoria.

Diomede: Figlio di Tideo, re dell'Etolia, compagno di Ulisse in molte imprese, è uno dei più forti e valorosi eroi achei. Ha un'audacia senza pari e riesce a ferire due dei, prima Afrodite alla mano e poi Ares, il dio della guerra che era corso in aiuto della dea.

Aiace Telamonio: Re di Salamina, condottiero irruente e possente, dotato di impressionante forza fisica. È secondo solo ad Achille.

Patroclo: Principe della regione greca della Locride (di cui il padre ne è il re), fraterno amico di Achille, è un eroe buono e generoso che dà la vita per la patria. La sua morte fa infuriare Achille che non ha pace fino a quando non lo ha vendicato.

Aiace Oileo: Re della Locride, figlio di Oileo, uno dei capi achei più efferati.

Macaone
: Medico greco, guarisce e salva Menelao

Mirmidoni: Popolo di guerrieri agli ordini di Achille

Nestore: Anziano eroe greco, re di Pilo

Calcante
: Indovino greco



I troiani

Priamo: È il vecchio re di Troia, la sua città che governa saggiamente ed è destinata ad essere distrutta. È padre di numerosissimi figli tra cui Ettore e Paride. È anche il marito di Ecuba.

Ecuba: Moglie di Priamo e madre di Ettore e Paride. È una regina saggia e devota agli Dei. Ha parole di comprensione e gentilezza anche per Elena, che considera vittima del volere del Fato.

Ettore: Figlio maggiore del re Priamo e della regina Ecuba, è il più valoroso e umano di tutti gli eroi troiani, poiché nutre un forte senso del dovere verso la patria e dell'amore di fronte ai cittadini e al nemico, ma prova anche paura e non teme di manifestarla. Marito affettuoso di Andromaca e padre del piccolo Astianatte, morirà per mano di Achille.

Andromaca: Moglie di Ettore e madre di Astianatte, perde per mano di Achille il padre, i fratelli e lo sposo. Nell'Iliade è un personaggio dolce e indifeso, simbolo di virtù femminile come la fedeltà, l'affetto materno e l'operosità. Quando muore Ettore dà per certo che sia lei che il figlio, così come l'intera città di Troia faranno una brutta fine.

Cassandra: Figlia di Priamo ed Ecuba. Ha il dono della profezia ma, per non aver voluto corrispondere all'amore del Dio, non venne creduta da nessuno. Predice la distruzione di Troia.

Paride: Figlio di Priamo ed Ecuba, grazie al favore di Afrodite durante il suo soggiorno a Sparta seduce e rapisce Elena causando la guerra di Troia. Non è tra i più valorosi in guerra.

Elena: Donna greca bellissima, figlia di Zeus e di Leda, moglie del re Menelao, è rapita da Paride e con lui vive a Troia. Viene accettata benevolmente dai Troiani, senza essere ritenuta responsabile della guerra, voluta dal Fato a cui è impossibile sottrarsi.

Enea: Figlio del mortale Anchise e della dea Afrodite, nell'Iliade ha un ruolo secondario. È uno degli eroi troiani più forti e valorosi.

Briseide: è una principessa di Lirnesso, figlia di Briseo, un sacerdote di Apollo. Durante la guerra di Troia, Achille riesce a catturarla e la prende come schiava e amante dopo aver ucciso il marito di lei, Minete, re di Cilicia. Poi divenne proprietà di Agamennone e per l'offesa subita Achille abbandonò i suoi compagni in guerra.

Reso: Giovane signore di Tracia, alleato dei troiani; viene ucciso nel sonno da Diomede.

Sarpedonte: Figlio di Zeus e re dei Lici, alleato dei troiani; viene ucciso da Patroclo.

Asteropeo: Giovane condottiero peone, alleato dei Troiani; riesce a ferire Achille prima di venire da lui ucciso

Deifobo: Principe troiano figlio di Priamo e fratello prediletto di Ettore.

Dolone: Araldo troiano, traditore dei suoi compagni; viene catturato da Diomede, che lo decapiterà.

Eleno: Figlio di Priamo, indovino e fratello gemello di Cassandra

Pandaro: Arciere alleato dei troiani, ferisce a tradimento Menelao e cade per mano di Diomede.



Gli dèi


Gli dèi favorevoli ai Greci

Era: moglie e sorella di Zeus parteggia per i Greci perché è stata offesa da Paride.

Atena: figlia di Zeus, Dea della ragione. Li protegge perché anche essa è stata offesa da Paride.

Teti: ninfa marina, madre di Achille, tifa i Greci perché vuole proteggere suo figlio.

Poseidone: È ostile ai troiani perché non ha ricevuto un giusto compenso per aver costruito le mura di Troia. Nel ventesimo libro salva uno dei troiani, Enea, che stava per essere ucciso da Achille.

Efesto: è il fabbro che e si occupa di costruire splendidi armi per gli Dei e per Achille.




Gli dèi favorevoli ai Troiani

Zeus: Gli è caro il popolo troiano ma sua moglie gli ha chiesto la distruzione di Troia.

Ares
: Dio della guerra, guerriero greco dotato di una forza sovrumana ma è presentato anche come un guerriero violento e pasticcione.

Afrodite: Dea della bellezza è dalla parte dei troiani per riconoscenza verso Paride che le ha assegnato le mela.

Apollo: È ostile ai greci per l'offesa ricevuta dal suo sacerdote Crise.

Scamandro: Figlio di Zeus e di Doride, è il Dio dell'omonimo fiume. Si scaglia contro Achille per la strage di troiani compiuta nelle sue acque e tenta di annegarlo ma viene salvato dall'intervento di Efesto che prosciuga le acque del fiume con una tremenda pioggia di fuoco.

Artemide: Figlia di Zeus e Latona e sorella gemella di Apollo. Si schierò dalla parte dei Troiani contro i Greci. Si azzuffò con Era quando i divini alleati delle due parti si scontrarono tra loro: Era la colpì sulle orecchie con la sua stessa faretra e le frecce caddero a terra mentre Artemide fuggì da Zeus piangendo.

Dione: consola Afrodite che nel tentativo di salvare il figlio Enea viene a sua volta ferita dal mortale Diomede. Le racconta che non è la prima divinità ad aver subito un attacco di un mortale.

Latona: I suoi poteri erano molto simili a quelli di Efesto (Vulcano). Generò da Zeus i gemelli Apollo e Artemide.



Personaggi neutrali

PeoneEbeLe Moire.

Iride: Dea dell'arcobaleno e messaggera degli dei. Nell'Iliade viene inviata a Troia per avvisare Priamo ed Ettore dell'attacco che i Greci stanno preparando. Iride esegue l'ordine assumendo le sembianze di Polite, figlio di Priamo, che spesso fungeva da vedetta, spiando il campo nemico.

Ipno: Dio del sonno, che addormenterà temporaneamente Zeus su richiesta di Era.
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Iliade - Riassunto dei libri


Omero era un aedo cieco che scrisse l'Iliade e l'Odissea nell'VIII secolo a.C. L'Iliade deriva da "Illon", altro nome della città di Troia cittadina di Ellesponto, questo libro è composto da 24 libri o canti.


Trama breve

Durante il banchetto di nozze per il matrimonio tra il Re Peleo e la divinità Teti., la Dea della discordia Eris non è stata invitata alla festa, per vendetta lasciò cadere una mela d’oro con su scritto "alla più bella".
Tra Era, Atena e Afrodite nasce una furibonda lite perché vogliono la mela; Zeus per calmarle decise di fare andare le tre divinità sul monte Ida dove trovano Paride (l’uomo più bello del mondo lasciato dal padre per una profezia); ognuna di esse gli avrebbe dato una ricompensa per influenzare la sua scelta che ricade su Afrodite. Ella gli promise Elena, la moglie di Menelao, Re di Sparta; allora Paride rapì Elena e da quel momento nacque la guerra di Troia.
Si mobilita così tutta la Grecia Achea per vendicare l'offesa compiuta da Paride. Dopo nove anni di assedio Agamennone, capo dell'armata achea e fratello di Menelao, si rifiuta di restituire a Crise, sacerdote di Apollo, la figlia Criseide, che egli ha ottenuto come preda di guerra. Il Dio colpisce con una pestilenza il campo dei Greci e Agamennone è costretto a restituire Criseide. Per compensarsi della perdita sottrae ad Achille la sua schiava Briseide.
Achille sdegnato, ritenendo d'avere ricevuto un affronto, decide di non combattere più a fianco dei Greci; senza Achille i Troiani ottengono molte vittorie. Patroclo decide allora di scendere in campo con le armi di Achille, per far credere che lui fosse tornato al campo di battaglia, ma viene ucciso da Ettore, che lo spoglia delle armi sacre. Achille, riarmato da Efesto, torna a combattere per vendicare la morte dell'amico; trova lo scontro con Ettore che uccide in duello, infierendo sul suo corpo e confiscando il cadavere. Il re dei troiani Priamo giunge nel campo dei Greci a chiedere la restituzione del corpo di suo figlio Ettore; Achille fa dunque una pace personale con Priamo, permettendogli di riscattare la salma del figlio. Il destino della città di Troia privo del suo eroe più forte è ormai senza speranza.


Lista riassunti

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Descrizione: Achille - Riassunto

Achille dopo aver ucciso Ettore

Figlio di Teti, la Nereide nipote di Oceano, e di Peleo, re di Ftia, isola della Ftiotide, Achille è il primo eroe che compare nella letteratura occidentale. La sua è una nascita tutta speciale. Zeus si era innamorato di Teti e desiderava da lei un figlio; ma il titano Prometeo gli profetizzò che il figlio nato da lui e da Teti lo avrebbe detronizzato; Zeus allora rinunciò e Teti ripiegò sul mortale Peleo, a malincuore, consapevole del fatto che il figlio, nato da un padre mortale, avrebbe avuto un destino da mortale.
Nel tentativo di strapparlo a tale sorte, lo immerse nelle acque dello Stige, il fiume infernale, rendendo il suo corpo invulnerabile salvo che nel tallone, per il quale lo aveva afferrato, tenendolo sospeso mentre lo immergeva nell’acqua. Proprio al tallone, secondo una versione del mito, Paride (o Apollo sotto le sembianze di Paride) ferì Achille con una freccia, causandone la morte.

Fu allevato dal saggio e coraggioso Fenice, che compare al suo fianco nel nono libro dell’Iliade, e dal centauro Chirone (metà uomo e metà cavallo) che lo istruì in diverse arti, fra cui l’arte medica.

Descrizione fisica: Achille aveva i capelli biondi e fluenti, era prestante e veloce; il suo unico punto debole era il tallone.

Teti sapeva, però, che il figlio sarebbe morto durante la guerra di Troia e nella speranza di sottrarlo al fato, lo nascose, sotto abiti femminili, nell’isola di Sciro, alla corte del re Licomede; lì però Achille si innamorò della figlia del re, Deidamia, e da lei ebbe il figlio Neottolemo. Alla fine tuttavia fu scoperto, nel suo nascondiglio, da Odisseo che mostrandogli delle splendide armi, lo costrinse a rivelare la sua vera identità.

Descrizione caratteriale: Nell’Iliade rappresenta l’eroe invincibile, senza il quale la città nemica non potrà essere conquistata; spesso tracotante, insensibile alla sorte dei suoi compagni, è accecato da un’ira insanabile. L'episodio che descrive al meglio il suo lato insensibile è quando litiga con Agamennone, che gli aveva preso la sua schiava, Briseide, e per fargli pesare l'accaduto abbandona il campo di battaglia (una grave perdita per l'esercito acheo). La sua assenza porta alla morte del suo amico Patroclo e da qui in poi che ha inizio l'ira incontenibile di Achille.
Tutti gli Achei sono consapevoli della sua eccellenza, egli rappresenta il modello della virtù guerresca; nonostante ciò, il suo géras, cioè il segno tangibile del suo valore, gli è stato sottratto ed egli è umiliato, solo nella sua tenda. La sua condizione rappresenta quella dell’uomo inflessibile, radicale, che non può accettare una compensazione, un dono equivalente a quello che si è guadagnato, perché ogni volta che entra in battaglia mette in gioco tutto se stesso, la sua vita: un bene incomparabile. Achille è dunque l’eroe della virtù assoluta, che comporta la gloria assoluta: non può neppure concepire l’esistenza di livelli intermedi di rischio.
Eppure Achille sa anche piangere infatti lo fa per Patroclo e ciò evidenzia la sua umanità.

Nel poema l'Iliade, Omero non parla della morte di Achille, né della presa della città, che significativamente, sarà conquistata grazie all’inganno di Odisseo, un eroe prudente, duttile, complesso, diametralmente opposto ad Achille.

Altre versioni del mito mettono in luce diversi aspetti del personaggio Achille: una versione, ignota a Omero, narra che egli si innamorò di Polissena, figlia di Priamo, e si presentò inerme nel tempio di Timbra, per incontrarla, ma lì fu ucciso a tradimento da Paride; solo dopo aspri scontri Aiace e Odisseo riuscirono a sottrarre il suo corpo ai Troiani, per riportarlo nel campo greco. Un altro amore di Achille fu l’amazzone Pentesilea, che egli uccise ignorando che si trattava della donna amata, in ciò confermando ancora una volta il suo destino infelice, cui è negato anche l’amore. Gli antichi veneravano un tumulo di Achille, nel quale erano sepolte anche le ceneri di Patroclo, al capo Sigeo, nell’Ellesponto, e il culto dell’eroe era diffuso in Asia Minore, a Crotone e nell’Epiro.

Alessandro Magno lo vide come un suo modello di vita e le leggende del condottiero macedone narrano gusto del gesto estremo, coraggio assoluto e una morte in giovane età.
La figura di Achille rivisse in molte opere letterarie dell’antichità; e tuttavia fu in un certo senso oscurata nelle riletture successive, e soprattutto in età medievale, da quella di Ettore. Infatti di Achille fu accentuato in senso negativo l’aspetto impetuoso del guerriero, la sua inclinazione all’ira e alla passione erotica, in contrasto con l’equilibrio e il senso civico dell’eroe troiano: nella tradizione medievale il modello dell’eroe dell’antichità è quello di un uomo completo, legato a una famiglia e a una città, meno individualista.


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Libro XXIV Iliade - Analisi temi e personaggi

Tema centrale

Il libro ventiquattro vede il sorprendente cambiamento del personaggio di Achille: iniziato all'insegna della ferocia con cui egli, nonostante abbia ormai vendicato Patroclo, continua a infierire sul cadavere di Ettore, il racconto si conclude con l’incontro, amaro ma pacato, dolente e umanissimo fra il giovane eroe e il vecchio padre del suo nemico.
Secondo alcuni interpreti questo canto dell'Iliade sarebbe un’aggiunta posteriore, sia
perché sembra ingiustificato il mutamento dell’eroe protagonista di tante crudeltà, sia perché l’opera può dirsi conclusa con i giochi funebri per Patroclo. Secondo altri invece questo canto sarebbe autentico; con questo epilogo, infatti, la vicenda assume un tono superiore e l’ira personale di Achille cede di fronte a sentimenti umani più profondi, alla comune infelicità degli uomini, che l’eroe, toccato profondamente dalla morte dell’amico, sembra percepire ormai al di sopra dell’ostilità contro il nemico. Opportunamente quindi l’opera si chiude con i funerali di Ettore, con la commemorazione dell’altro grande eroe dell’Iliade, del nemico sconfitto.


Il narratore

Al narratore esterno, per larghi tratti subentrano i narratori secondari, interni, Priamo e Achille, i veri narratori di questo libro. Nei loro lunghi discorsi emergono temi nuovi, estranei finora alla poesia dell’Iliade, la pietà per i vinti, per gli anziani soli e inermi, il destino degli uomini, accomunati dall’infelicità e dal dolore. In particolare si distingue il racconto di Achille, quasi una breve favola, che con l’elementare immagine degli orci di Zeus spiega la sorte umana. L’Achille dell’inserto mitologico è ben diverso dall’eroe collerico, dal guerriero invincibile e si presenta in una dimensione di sapienza ormai raggiunta, che lo avvicina a Nestore, il narratore di miti per eccellenza.


Lo spazio

La scena si svolge in diversi spazi: quello dominante è il campo nemico, sentito come un anti-spazio rispetto alla città, che Priamo abbandona, quindi pericoloso e oscuro. La tenda di Achille è ancora una volta un luogo separato dal resto dell’accampamento, ma per una ragione diversa rispetto alle altre situazioni in cui è apparsa tale: qui si svolge una nuova “rappresentazione”, lontana dal fragore delle armi e dalla cecità degli eroi: la scena della compassione e della riflessione.


Il tempo

La vicenda è significativamente ambientata di notte, quando la battaglia tace e avvengono fatti non necessariamente eroici, che rappresentano una pausa, come l’ambasceria ad Achille nel nono libro e l’imboscata di Odisseo e Diomede nel decimo, o, come in questo caso, una conclusione almeno parziale, staccata dal ritmo della guerra.


L'ordine della narrazione

La narrazione è segnata dai ricordi nei discorsi dei personaggi e dalla profezia della futura morte di Achille. Anche se questa non sarà narrata dall’Iliade, colloca tuttavia l’eroe in una prospettiva in un certo senso parallela a quella che segna Ettore dal sesto libro in poi e ridimensiona la sua vittoria nel momento stesso in cui è raggiunta.


I personaggi

Per la prima volta il personaggio Achille ascolta un dolore privato e vede nel cordoglio di Priamo la sofferenza del suo stesso padre, anziano e destinato a rimanere solo.
Sa vedere oltre l’immagine del nemico, la comune sorte umana; supera lo schema del codice di comportamento guerriero in nome di una nuova sensibilità, meno passionale, meno istintiva. L’intervento di Zeus, che lo obbliga a restituire il cadavere sembra un pretesto narrativo per spiegare un passo a cui in realtà Achille accondiscende in nome di una maturità nuova. Questa maturità nuova, che conferisce al personaggio uno spessore umano inedito, lo caratterizza nel momento in cui, rimasto solo, privo del compagno più vecchio, si rivolge a Priamo con un’autorevolezza che gli viene dall’esperienza del dolore, come se intorno a lui, morto Ettore, non esistessero più nemici, ma uomini condannati allo stesso tragico destino.
Priamo rappresenta la figura del vecchio, anch’egli ormai solo, che piange il figlio morto in difesa della comunità, completamente inerme e ormai anche privo di potere, dal momento che gli è venuto meno l’unico vero aiuto.


Gli dei
Per volere di Zeus si compie l’ultimo atto: i riti funebri celebrati per Ettore ne sanciscono il valore, consegnandolo alla memoria dei posteri. Dunque gli dei, che pur non hanno potuto cambiare il destino dell’eroe, intervengono a porre fine alla vendetta e a “garantire” un ritorno all’ordine. D’altra parte, Hermes, che affianca Priamo nella scena conclusiva, pone sotto la diretta protezione divina un uomo giusto e gli consente di attraversare il campo nemico, in una sorta di estrema aristéia.
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Riassunto Libro 24 Iliade

Il corpo di Ettore riportato a Troia, sarcofago romano, 180-200 d.C., Parigi, Museo del Louvre, dalla collezione borghese

Patroclo ha ricevuto gli onori dovuti, ma Achille continua a disperarsi, a piangere, e sfoga il suo dolore trascinando ancora il cadavere di Ettore, già straziato e orrendamente bruttato di polvere e di sangue, intorno al tumulo dell’amico, finché Zeus, sdegnato, ordina a Teti di convincere il figlio a restituire il corpo del Troiano. Achille deve obbedire, mentre Iride si reca da Priamo a esortarlo a lasciare la rocca e a scendere nel campo degli Achei, per riscattare con molti doni preziosi il cadavere del figlio, assicurandogli che Zeus lo proteggerà e lo farà accompagnare da Hermes.
Nonostante i timori di Ecuba, Priamo, con un araldo, si reca al campo, sotto la guida di Hermes, che si presenta come un Mirmidone e lo accompagna fino alla tenda di Achille dove si congeda svelandosi. Achille, di fronte a Priamo che impetra la sua compassione e lo supplica di avere pietà, resta dapprima stupefatto, poi turbato dalle parole del vecchio re, soprattutto quando ricorda l’ansia del padre di Achille in attesa del figlio lontano. E Achille piange la sorte di Peleo destinato a non rivederlo più.
Priamo vorrebbe andarsene subito con il corpo di Ettore, ma Achille, accettato il riscatto, decide di concedere gli omaggi funebri: fa lavare e profumare il cadavere dalle sue ancelle, poi trattiene il vecchio onorandolo con un banchetto e accordando undici giorni per celebrare il funerale di Ettore. Mentre Priamo dorme vicino alla tenda di Achille, Hermes lo sveglia, esortandolo a lasciare l’accampamento nemico. Appena il carro con il cadavere di Ettore giunge in città, si levano i lamenti della sorella Cassandra, di Andromaca, di Ecuba e di Elena e dei Troiani tutti. Priamo dispone perché vengano celebrati i riti per il figlio. Il poema si chiude con la cremazione del corpo di Ettore (le sue ceneri sono raccolte in un’urna d’oro e seppellite) e con un grande banchetto funebre.


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Riassunto Libro 23 Iliade

Mentre a Troia si piange Ettore, i guerrieri Mirmidoni rientrati all’accampamento insieme ad Achille danno inizio al compianto funebre per Patroclo, finché Agamennone non li esorta a ristorarsi nella sua tenda; di rimando, Achille gli chiede, allora, di far preparare il rogo per il cadavere di Patroclo.
Mentre tutti gli Achei dormono, Achille, appena assopito, sogna l’amico che ricorda i momenti felici della loro amicizia, gli chiede di celebrare i riti per consentirgli di entrare nell’Ade, auspicando che una stessa urna raccolga le ossa sue e di Achille, destinato anch'egli a morire entro breve tempo.
Innalzata la catasta di legna per sorreggere la salma, e incendiatala, la pira prende a bruciare sotto gli occhi dei guerrieri. Achille intanto si è reciso le lunghe chiome per offrirle in onore di Patroclo e le ha poste nelle sue mani, perché lo accompagnino nel viaggio all’oltretomba; poi decide di immolare i dodici giovani Troiani catturati, oltre a una gran quantità di animali: il rogo brucia tutta la notte.
In seguito Achille bandisce i giochi funebri e i migliori eroi greci, con vivace spirito di competizione, si cimentano in otto specialità sportive: nella corsa dei carri, nel pugilato, nella lotta, nella corsa podistica, nel duello, nel lancio del disco, nel tiro con l’arco e nel lancio dell’asta. Le contese che sorgono fra i partecipanti sono tutte facilmente sedate e il canto si chiude con il riconoscimento da parte di Achille dell’eccellenza di Agamennone nel lancio con l’asta.


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Libro XXII Iliade - Analisi temi e personaggi

Achille uccide Ettore

Tema centrale

Il ventiduesimo libro narra la morte di Ettore, evento centrale della trama narrativa: infatti, l’ira dì Achille, offeso per la sottrazione di Briseide, si trasforma nel desiderio di vendetta conseguente all’uccisione di Patroclo da parte di Ettore: la morte di Ettore, annunciata nel sesto libro, imminente dal sedicesimo, grazie alla profezia di Patroclo, è compiuta in questo.
Il duello conclusivo, quasi rituale nella sua solennità, è centrato sul desiderio di gloria immortale da parte di tutti e due i contendenti, ma anche sulla paura. Ettore comprende di essere giunto al momento definitivo, cruciale, e la sua reazione umanissima è la fuga: subito dopo aver tentato di sottrarsi al pericolo, capisce che affrontare Achille è l’unica possibilità onorevole, la soluzione giusta di tutta la sua vita di guerriero, vincere eroicamente o eroicamente morire. La sua morte, proprio perché preceduta da questa paura così vera e umana, è tanto più grande, perché deriva da una scelta, dalla consapevolezza che il destino è giunto e deve essere affrontato, nonostante il dolore per la patria sconfitta, le esortazioni dei familiari, il proprio sentimento.


Il narratore

Nell’intero libro, oltre alla presenza del narratore, è ben forte quella degli “spettatori" della vicenda, che con i loro discorsi la rappresentano (narratori di secondo grado): Priamo ed Ecuba vedono dall’alto il duello, Andromaca vede lo strazio del corpo del marito, Ettore osserva la maestosa figura di Achille, la cui apparizione è paragonata a quella della stella Sirio, lucente e funesta. L’intera vicenda è in un certo senso rappresentata dall’alto, con un’aggiunta di consapevolezza: il poeta “sa” della presenza di Atena, rivelandola, quindi, anticipa una certezza: Ettore morirà.


Lo spazio

La scena si svolge nella piana di Troia, intorno alle mura e fuori di esse; è uno spazio
ostile, dilatato dalla corsa di Ettore intorno alla città, connotato dalla paura e dalla
ferocia; il fuggevole ricordo dei tempi in cui le fontane erano i lavatoi per le donne
troiane sottolinea ancor di più lo stravolgimento della vita quotidiana di tutta una
comunità.


Il tempo

La vicenda si svolge nel quarto giorno effettivo di lotta, in un tempo dilatato a dismisura da una serie di eventi secondari, che il poeta epico, ricorrendo alle digressioni ha via via riportato. Letto in questa successione temporale, l’evento della morte di Ettore è maturato rapidamente, in soli tre giorni, visto che il sesto libro narra ancora le vicende del primo giorno di guerra. La profezia di Ettore e il dolore di Andromaca, che il poeta ha rallentato nella sua narrazione per creare la consapevolezza della sorte, nella realtà della guerra confluiscono verso un destino fulmineo, che si gioca in alcuni scontri decisivi e nei pochi, durissimi colpi del duello finale. Con la morte di Ettore questo lungo poema si chiude perché trova soddisfazione l’ira di Achille: brevissima è stata la fortuna di Ettore: solo pochi, eroici, giorni.


I personaggi

Ettore, strumento del piano di Zeus che vuole dare gloria ad Achille, a questo punto, è abbandonato e addirittura tradito dagli dei, e ciò lo avvicina a Patroclo, anch’egli sconfitto dalla divinità e dal piano del fato, più forte di ogni valore guerresco. Nel momento in cui Ettore capisce di essere ormai solo davanti ad Achille, sceglie la morte gloriosa, l’unico modo per rovesciare la sua situazione e diventare immortale, nel momento in cui è più vulnerabile, più mortale.
Achille trionfa nella vendetta, ma è già presente il suo cupo destino, che, incombente fin dall’inizio dell’opera, è appena stato profetizzato in modo esplicito dai suoi cavalli divini. Se dunque per Ettore la morte di Patroclo era l’ultimo diaframma che lo separava dalla morte, per Achille la morte di Ettore ha lo stesso valore funesto. Sulla scena riappare Andromaca, e la sua comparsa è parallela a quella del libro sesto, segnata dalla sofferenza e dal timore del futuro: ora, nelle sue parole c’è solo lutto e disperazione.

Gli dei
Come per Patroclo, così anche per Ettore il responsabile dell’uccisione è un dio: quando il destino è giunto a compimento, gli dei stessi scendono in campo a eseguirlo, come se almeno quest’amaro onore - essere vinti da un dio - fosse riservato agli eroi, a ribadirne l'eccellenza.
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Riassunto Libro 22 Iliade

Achille trascina il corpo senza vita di Ettore attorno a Troia. Affresco della fine del XIX secolo nel palazzo dell'Achilleion a Corfù, in Grecia

I Troiani, decimati dalla furia di Achille, riescono a rientrare dentro le mura della città: solo Ettore ne resta fuori. Apollo si fa riconoscere da Achille, che, accortosi di aver inseguito un vano simulacro, ritorna correndo verso la città; dall’alto delle mura lo vede Priamo che avverte tutta la minaccia funesta e scongiura il figlio Ettore di non restare fuori delle mura ad attendere Achille. Priamo descrive con immagini allucinate la sorte che Troia subirà se Ettore dovesse morire, presagendo la sua stessa morte.
Al lamento di Priamo si associa Ecuba, che invoca il figlio facendo leva sul sentimento materno. Ettore, tuttavia, non ascolta nessuno e resta immobile ad attendere Achille, nonostante il suo animo sia profondamente turbato e combattuto fra due scelte: rientrare in città e subire le critiche dei suoi concittadini che lo accuseranno di aver mandato alla rovina l’esercito, o, deposte le armi, chiedere la pace e restituire Elena. Ma entrambe le possibilità ripugnano a Ettore, che sceglie lo scontro con Achille.
Nel vedersi davanti Achille, però, egli è colto dal timore e fugge correndo intorno alla città, finché non interviene Atena che, sotto le spoglie di Deifobo, fratello di Ettore, lo convince a fermarsi e ad affrontare il nemico.
Il duello, fortemente influenzato dall'intervento della dea, vede vincitore Achille, che oltraggia il corpo del nemico trascinandolo con il carro intorno alla città. Dall'alto delle mura i Troiani assistono alla scena, mentre si leva disperato il pianto di Ecuba e di Priamo che vedono il figlio straziato. Andromaca, ancora ignara di tutto, sentito il clamore, corre sulle mura e, vista la terribile scena, piange sconvolta il marito ucciso e la sorte sua e del figlio.


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Riassunto Libro 21 Iliade


In preda a una furia selvaggia, Achille sospinge i Troiani ora verso la piana, ora verso il fiume Scamandro; nella sua strage inarrestabile costringe gli avversari a gettarsi nel fiume, che è ormai gonfio di corpi. Sceglie dodici fanciulli troiani vivi da immolare sul rogo di Patroclo, poi si scaglia contro Licaone, un giovane che aveva già catturato e liberato dietro riscatto poco tempo prima: nonostante le sue suppliche, lo uccide.
Con minacciose parole il Pelide si vanta, dicendo che non smetterà di lottare fino a quando non avrà visto sterminati i Troiani. Il fiume Scamandro lo sente e se ne sdegna: si rivolta contro l’eroe, che è quasi travolto dalla sua ondata. Achille invoca gli dei, temendo di dover morire non per mano di un eroe in un glorioso duello, ma oscuramente, travolto dal fiume. Posidone lo rincuora e lo aiuta a contrastare le onde del fiume adirato, che lo insegue nella pianura; infine Era convince Efesto ad appiccare un incendio che arde per tutta la pianura e vince anche le acque del fiume. Si scatena allora una furiosa mischia fra gli dèi, alcuni schierati a fianco dei Troiani, altri a fianco degli Achei, mentre Zeus ride guardando la scena. Negli scontri Ares viene colpito da Atena; Afrodite, che interviene per aiutarlo, è, a sua volta, colpita violentemente; Apollo si astiene invece dal battersi contro Posidone, ma viene deriso da Artemide, che è però vittima della violenza di Era. Infine tutti gli dei si ritrovano sull’Olimpo.
Nel frattempo Achille continua a seminare strage e Priamo, comprendendo la tragica situazione, ordina di aprire le porte della città quel tanto che permetta ai Troiani di ritirarsi. Il troiano Agenore, incoraggiato da Apollo, provoca Achille a duello, ma, dopo un primo colpo fallito, viene salvato dallo stesso dio che avvolge nella nebbia. Apollo assume le sembianze di Agenore con l'intento di farsi inseguire da Achille e distogliere la sua attenzione dal combattimento. Intanto i Troiani stremati raggiungono le porte delle mura.


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Riassunto Libro 20 Iliade

Il libro si apre con un concilio degli dèi, nel quale Zeus annuncia che, avendo deciso di osservare la lotta da una valle dell’Olimpo. permetterà agli altri dei di intervenire, consentendo a ciascuno di aiutare chi vorrà dei due contendenti, Achei o Troiani.
Questi gli schieramenti delle divinità: Era, Atena, Poseidone, Ermes, Efesto dalla parte dei Greci; Ares, Apollo, Artemide, Leto, Afrodite, Xanto (il dio del fiume) dalla parte dei Troiani.
Dopo un momento di atterrito stupore causato dall’apparizione di Achille, sfolgorante nelle nuove armi, la mischia divampa. Apollo esorta Enea a combattere contro Achille: sono entrambi figli di una dea e lo scontro è, in questo senso, pari. Il duello fra i due eroi è interrotto da Posidone che interviene a salvare Enea, che non può morire perché è destinato a continuare la stirpe di Dardano, in modo che qualcosa di Ilio resti vivo.
Achille, deluso perché gli è stato sottratto l’avversario, incita i Danai, mentre Apollo trattiene Ettore dall’affrontare da solo Achille. Quando però il Pelide uccide il suo diletto fratello Polidoro, Ettore si fa avanti e solo Apollo lo salva da morte certa. Achille, rimasto nuovamente senza un diretto antagonista, si scatena in una strage furiosa.


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Riassunto Libro 19 Iliade

Teti consegna le armi divine ad Achille che, in preda alla disperazione si strugge e rifiuta ogni conforto; la dea gli promette di conservare intatto il corpo di Patroclo finché Achille tornerà al campo, dopo aver vendicato l’amico.
Nel corso di un’assemblea il Pelide riconosce il suo grave errore e propone di riprendere subito la guerra. Agamennone, a sua volta, ricorda la propria colpa, che tuttavia attribuisce all’accecamento causato in lui da Ate, colei che, scagliata sulla terra da Zeus, sempre induce in errore gli uomini.
Propone che vengano portati i doni promessi ad Achille, il quale, pur volendo tornare subito in battaglia, accetta la proposta di Odisseo, che suggerisce di mangiare e riposarsi, approfittando della tregua d’armi. Achille, prostrato dal dolore, non tocca cibo, ma Atena infonde nel suo petto nettare e ambrosia perché abbia vigore per la battaglia.
Agamennone restituisce Briseide ad Achille giurando di non averla mai toccata, e la fanciulla si getta sul corpo di Patroclo e lo piange con sincere parole di dolore e rimpianto. E giunge il momento di indossare le armi (vv. 364-391).
Infine Achille incita i cavalli divini. Xanto, cui Era dona la voce, gli risponde con parole profetiche (vv. 408-417).
Achille risponde d’essere consapevole della sua sorte, ma di volere, nonostante ciò, scendere al più presto in armi.


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Riassunto Libro 18 Iliade


Antiloco annuncia ad Achille, con poche sofferte parole, la morte di Patroclo: Achille si dispera, urla, si cosparge di cenere, tormentato dal rimorso d’aver lasciato andare l’amico in battaglia. La madre Teti lo sente e addolorata accorre dalle profondità marine per sapere dell’accaduto: Achille, pur riconoscendo che Zeus ha esaudito la sua preghiera, si dispera per la morte di Patroclo, che vuole vendicare. Chiede perciò alla madre nuove armi. Teti rivela al figlio che se entrerà in battaglia,
ben presto incontrerà la morte, ma gli promette di esaudire la sua richiesta.
Nel frattempo gli Achei sono giunti presso le navi, portando il corpo di Patroclo, ed Ettore riuscirebbe quasi a impadronirsene se non fosse per l'intervento di Achille, mandato da Atena, ricoperto dall’egida della Dea e circondato da una nube e da fiamme: lancia un urlo spaventoso verso i nemici che si sbandano e sono costretti a retrocedere.
Finalmente il corpo di Patroclo è nella tenda di Achille ed Era fa scendere la sera perché la battaglia abbia fine; nel campo troiano prevale la scelta di Ettore, che vuole restare accampato per riprendere la battaglia all’alba, contro la proposta di Polidamante che consiglia di rientrare in città e difendersi entro le mura. Nella sua tenda Achille ribadisce il triste destino, che lo accomuna a Patroclo, di
non fare ritorno in patria, ma giura vendetta all’amico, mentre le donne offrono al morto i primi onori funebri. Teti si reca nella fucina di Efesto che in breve tempo forgia nuove armi per Achille.
La descrizione dei rilievi figurativi sullo scudo occupa numerosi versi: non solo essa rivela l’importanza che le armi hanno nel mondo dell’eroe, ma, nello stesso tempo, mette in luce l’idea dell’universo secondo gli antichi e rappresenta immagini vivide di vita quotidiana [vv. 478-519; 541-605].
Terminato lo scudo, Efesto forgia corazza, elmo e schinieri; quindi consegna le armi a Teti, che velocissima scende dall’Olimpo sulla terra.


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Riassunto Libro 17 Iliade

Intorno al cadavere di Patroclo infuria la lotta fra gli Achei, che vogliono riportare il corpo alle navi, e i Troiani, che sperano di trasportarlo in città. Menelao uccide Euforbo, che si vanta di essere l’uccisore di Patroclo; Ettore indomito, alla testa dei suoi, li anima e li incita alla lotta.
Aiace, chiamato da Menelao, lo aiuta a sostenere l’assalto di Ettore, a sua volta affiancato da Glauco. Improvvisamente Ettore decide di indossare le armi di Achille, sottratte al corpo di Patroclo, che i compagni stanno portando in città: Zeus, che dall’alto vede la scena, si sdegna, e profetizza che Andromaca mai vedrà le armi di Achille. Nonostante Ettore scateni una lotta furibonda, gli Achei, Menelao e Aiace in testa, resistono, mentre Achille è ancora ignaro di tutto: la lotta, respinta da Patroclo lontano dalle navi, si svolge ora sotto le mura della città.
Intanto i cavalli di Achille piangono sconsolati la morte di Patroclo e Zeus dall’alto li compiange e impedisce a Ettore di impadronirsene. I Troiani, favoriti per un’ultima volta da Zeus, hanno la meglio e Menelao prega solo di poter essere liberato dalla nebbia che Zeus ha fatto scendere intorno al corpo di Patroclo, per morire nella luce.
Antiloco, figlio di Nestore, va da Achille per dargli la ferale notizia; intanto Menelao e Aiace escogitano un piano per recuperare il corpo di Patroclo: mentre Menelao e Merione sollevano il cadavere e lo trasportano alle navi sfuggendo alla mischia, gli Aiaci distraggono i Troiani tenendoli impegnati in altri combattimenti. La battaglia continua a infuriare senza tregua, mentre i due Greci fuggono lontano con il prezioso fardello.


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Libro XXVI Iliade - Analisi temi e personaggi

Temi

La morte di Patroclo, con cui si chiude il libro, è l’elemento centrale, non solo di questo libro, ma anche dell’intero poema: è infatti l’evento che addolora a tal punto Achille da indurlo a tornare in battaglia per vendicare l’amico. La morte di Patroclo ribadisce il rapporto profondo dell’amicizia, la philia eroica, che è un vincolo fondamentale nella società aristocratica.

Un altro tema rilevante è quello del duello, fra Patroclo e Sarpedonte prima, fra Patroclo ed Ettore poi: i due duelli seguono lo stesso rituale, con la differenza che la morte di Patroclo è direttamente “operata” da Apollo. Il parallelismo fra i due scontri è dato anche dal fatto che se il primo conduce inevitabilmente Patroclo contro Ettore, il secondo prelude a quello finale tra Ettore e Achille. In entrambi i duelli è decisiva la partecipazione degli dei: Zeus, che pure finora ha “manovrato” gli eventi, è costretto ad arrendersi di fronte alla necessità fatale della morte dell’adorato figlio Sarpedonte, per cui soffre come un mortale; Apollo determina la morte di Patroclo, che è pienamente consapevole di ciò, tanto da comprendere la volontà divina che lo conduce alla fine.


Il narratore

Il sedicesimo libro vede alcuni significativi interventi del poeta, non solo come narratore onnisciente, con la conoscenza profetica del corso degli eventi, ma anche con la sua partecipazione emotiva (rivelata dall’uso del pronome di 2° persona) quando si rivolge direttamente, con forte accentuazione patetica, all’eroe, e nel dialogo con Achille, quando si avvicina ormai la morte: questo eroe, che entra in scena quasi solo per morire, suscita la compassione del poeta.


Lo spazio

La prima parte del libro è ambientata nella tenda di Achille, luogo, come si è visto
(9 libro), separato dal resto dell’accampamento: infatti, nel dialogo fra i due eroi prevale, soprattutto da parte di Achille, il desiderio di estraniarsi dai compagni, che culmina con un sogno a occhi aperti: lui solo, con Patroclo, conquisterà Troia. Tuttavia Patroclo ottiene permesso di entrare in battaglia con le armi dell’amico: l’allontanamento dalla tenda coincide con il destino di morte e il campo di battaglia rappresenta il ritorno all’ideale eroico. Inoltre, la costruzione del muro intorno alle navi achee ha delimitato in modo netto lo spazio delle armi; se fino ad ora abbiamo assistito alla fuga degli Achei verso le navi, oltre questo muro, dopo l’intervento di Patroclo, il fronte si capovolge e vedremo il ritorno dei Troiani verso la cinta della città. Con il rientro di Achille, questa sarà l’estremo baluardo dell’esercito troiano.


Il tempo

Il sedicesimo libro narra le vicende del terzo giorno di battaglia; tuttavia il racconto dal nono libro in poi è segnato dall’aggravarsi progressivo delle sorti degli Achei, in un continuo avvicendarsi di scontri e ferimenti: è un susseguirsi che sembra dilatare il tempo, moltiplicando le vicende narrate.


L'ordine della narrazione

Il duello fra Patroclo ed Ettore si conclude con la profezia della prossima morte di Ettore per mano di Achille: il motivo, anticipato nel quinto libro, viene ripreso e la vicenda sembra saldarsi alla premessa iniziale: la morte di Ettore, profetizzata nei primi libri, torna ad essere il tema principale. L’anticipazione sottolinea il sacrificio di Patroclo che così rientra in un disegno più generale: la sua morte avviene solo quando la situazione richiede il ritorno di Achille e l’avverarsi del destino di Ettore.


Personaggi

Le parole di Patroclo, che aprono il libro, mettono l’accento su quanto già era
emerso nel nono libro: l’ira di Achille è un comportamento selvaggio, che danneggia gli Achei e soprattutto offende la comunità degli eroi, da cui Achille in questo modo si pone fuori.
Dal canto suo Patroclo, in qualità di mediatore, non può che cercare di contrastare la decisione dell’amico rivelando una maggiore sensibilità: è un eroe che sa perdonare e provare pietà per i compagni. Mentre Achille resta “bloccato” nella sua irremovibile ira, gravida di conseguenze luttuose, Patroclo domina il canto: sia per la saggezza che rivela nel dialogo con Achille, sia per l’eroismo che dimostra nelle sue gesta; egli, più anziano di Achille, incaricato dallo stesso Peleo di accompagnare il figlio, e l’eroe assennato e coraggioso, rimasto in ombra fin qui e sapientemente posto al centro della scena, proprio nel momento in cui è decretata la sua morte.
L’ostinazione di Achille lo costringe a entrare in battaglia e vi trova la morte, per mano di Apollo, non di Ettore: un uomo di tanta virtù può essere abbattuto non da un altro uomo, ma solo da un dio. Così si compie il destino che, riportando Achille in battaglia, avvera la profezia della morte di Ettore.
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Riassunto Libro 16 Iliade

Patroclo si reca da Achille per scongiurarlo di concedergli di entrare in battaglia rivestito delle sue armi divine: i Troiani lo scambieranno per il Pelide e ne avranno paura. Achille alla fine acconsente, ma ordina all’amico di respingere i nemici dalle navi, senza spingersi oltre. Nel frattempo Aiace continua a infuriare, finché Ettore non gli spezza la lancia e i Troiani riescono ad appiccare il fuoco alla nave di Protesilao; a questo punto lo stesso Achille esorta l’amico ad affrettarsi.
Patroclo veste le armi di Achille, eccetto la lancia che nessun eroe, salvo il Pelide, è in grado di imbracciare. I Mirmidoni entrano in battaglia compatti, pronti a battersi a fianco di Patroclo che avanza con Automedonte sul carro di Achille.
Intanto il Pelide, rimasto nella tenda, offre una libagione a Zeus per il successo di Patroclo e per propiziare il suo ritorno, poi va a osservare la battaglia. I Troiani, momentaneamente ingannati da Patroclo che scambiano per Achille, indietreggiano disordinatamente; Ettore si sta ritirando mentre Patroclo lo cerca; Sarpedonte affronta allora Patroclo: il suo destino è però già segnato, e anche il padre Zeus si deve rassegnare ad accettarne la morte. Ucciso Sarpedonte, la lotta si scatena furibonda intorno al suo cadavere, finché Apollo, per ordine di Zeus, lo consegna ad Hypnos e a Thanatos, il Sonno e la Morte, che lo porteranno in Licia dove sarà onorato. Patroclo arriva quasi ad attaccare il muro di Troia, finché si scontra con Ettore, di cui uccide l’auriga, Cebrione. Ma il destino di Patroclo è deciso: dapprima Apollo lo colpisce alle spalle, poi Euforbo lo ferisce, per ultimo Ettore lo finisce e lo spoglia delle armi: Patroclo, ormai morente, profetizza al Troiano una morte imminente. Automedonte fugge con il carro e i cavalli di Achille.


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Riassunto Libro 15 Iliade

Zeus si sveglia dal sonno ingannevole da cui è stato avvolto e, vedendo Posidone che infuria in battaglia, si arrabbia con Era, quindi la spedisce sull’Olimpo e le ordina di mandare da lui Iride e Apollo. Espone quindi il suo piano futuro: Iride caccerà Posidone dalla battaglia, Apollo rincuorerà Ettore che scatenerà una terribile lotta, tanto da indurre Achille a mandare in campo Patroclo; Ettore ucciderà Patroclo e solo allora Achille rientrerà in battaglia e ucciderà Ettore. Solo a questo punto Zeus concederà ai Danai tutti di conquistare la città di Priamo.
Il piano enunciato dal re degli dei è confermato nei primi eventi: Era torna sull’Olimpo, dove convoca gli dei a banchetto e rivela ad Ares che suo figlio è stato ucciso in guerra; Atena, tuttavia, lo trattiene dallo scendere fra i guerrieri per non incorrere nell’ira di Zeus; analogamente Iride riesce a convincere Posidone, seppure irato, ad abbandonare la battaglia, mentre Apollo, per ordine di Zeus, vi si reca: tutti gli Dèi sembrano ora obbedire alla volontà del loro signore.
Ettore, guarito da Apollo, spinge nuovamente i Troiani all'attacco, contrastato validamente da Aiace e dagli eroi più forti, mentre il grosso dell’esercito ritorna presso le navi. Gli Achei sono costretti a oltrepassare il muro, che, sotto la spinta di Apollo, crolla; ormai essi combattono dalle navi e se Ettore non riesce ad abbattere Aiace, neppure Aiace riesce a respingere Ettore.
Intanto Patroclo si reca da Achille per chiedergli di lasciarlo andare in battaglia. Zeus attende che i Troiani diano fuoco alle navi per far partire il contrattacco, ma nonostante essi arrivino alle prime navi, sempre spronati da Apollo, Aiace abbatte dodici guerrieri che si sono avvicinati con una fiaccola.


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