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Descrizione: Didone (Eneide) - Riassunto


Didone era la figlia primogenita di Belo, re di Tiro, ed aveva sposato Sicheo, uno degli uomini più ricchi della fenicia. Di questa ricchezza divenne geloso il fratello di Didone, Pigmalione, il quale a tradimento mentre era nel tempio fece uccidere il cognato. L'assassinio rimase nascosto fino a quando il fantasma di Sicheo non apparve alla vedova esortandola a fuggire e svelandole il luogo in cui teneva il suo tesoro. Didone fugge insieme a degli amici che come lei temevano Pigmalione. Approdata con le sue navi in Africa chiese a Iarba, il re dei Getuli, un po di terra per costruire una città. Iarba, per spregio verso colei che credeva una debole donna, ne concesse tanta quanto ne avrebbe potuto coprire con una pelle di bue. Allora Didone tagliò la pelle in strisce sottilissime che, unite, raggiunsero 22 stadi quadrati (uno stadio equivale a circa 185,27 m) e con quella poté circondare un bel pezzo di terra e da lì nacque Cartagine. Didone si innamora di Enea, ma quando quest'ultimo è costretto a partire per l'Italia (secondo il volere del Fato per fondare Roma), lei lo maledice e poi disperata si uccide con la stessa spada che Enea le aveva donato, gettandosi poi nel fuoco di una pira sacrificale.

Il giuramento di Didone, una sorta di maledizione (vv. 607-629), è ripreso come si trattasse di un suggerimento diretto, da un poeta dell'età dei Flavi, Silio Italico (25-101 d.C.) che compose un poema epico dedicato alla storia della seconda guerra punica, le Puniche, in cui Annibale, presentato come il discendente di Didone, è chiamato a vendicarla scatenando una guerra contro i Romani. Il poema di Silio Italico, che si colloca nel solco dell'imitazione virgiliana, dimostra come, a distanza di anni, la guerra contro i Cartaginesi rievocasse un periodo difficilissimo per i Romani, messi a dura prova dall'abilità strategica di Annibale, che sembrava giustificare un precedente mitico tanto significativo come il personaggio di Didone, eroina tragica e disperata.

Il drammatico destino di Didone e il fascino della sua figura di donna, regina coraggiosa del suo popolo e vittima della passione, senza possibilità di scampo e di salvezza, ne fanno un personaggio di particolare forza. In lei si concentrano alcuni temi fondamentali: la sventura del tradimento, da parte del fratello Pigmalione che le uccide il marito, la solitudine della donna rimasta vedova in una realtà ostile, l'astuzia con cui riesce a ricostituire un suo dominio e la tenacia con cui fonda una nuova città; quindi la debolezza di fronte alla passione, l'infelicità dell'abbandono, la disperazione di una nuova solitudine, aggravata dalla consapevolezza che tutto, anche il buon nome, è perduto.


Aspetto: era giovane e molto bella, era vestita molto sontuosamente.

Carattere: Una donna che ci viene presentata forte (la regina di Cartagine) e intelligente, ma quando si trova davanti ai sentimenti diventa quasi bambina, sentendosi sola e vedendo scomparire ciò che amava (Enea) reagisce come una ragazza insicura e sceglie la morte. Una personalità controversa, ma allo stesso tempo indice che mendicanti o regine, davanti all'amore, siamo tutti uguali!
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Descrizione: Enea (Eneide) - Riassunto

Il duello di Enea e Turno, olio su tela di Luca Giordano.

Enea, figlio di Anchise, re di Dardano, e di Afrodite (Venere per Virgilio e la tradizione latina), dovette restare nascosto per cinque anni nei monti, dove fu allevato dalle ninfe, per non destare l'ira degli dei contro Anchise, che aveva osato avere un figlio, lui mortale, da una dea.

Allo scoppio della guerra di Troia ottiene il comando della città di Dardano ma, sconfitto da Achille, si trasferisce a Troia, dove combatte insieme a Ettore, l'unico eroe troiano che gli è superiore. Viene ferito da Diomede e salvato, nel corso di un duello con Achille, da Posidone, che gli rivela che a lui tocca il compito di salvare i Dardani dallo sterminio e di rinnovare altrove la città di Troia.

Il suo ruolo diventa centrale nell'Eneide: nel secondo libro racconta in prima persona le tragiche vicende della caduta di Troia, introducendo con la sua viva partecipazione gli eventi che travolgono la città e segnano la sua vita futura. Nel corso del racconto, nonostante l'apparizione di Ettore gli additi subito la fuga, egli reagisce dapprima come un eroe tradizionale, che lotta in armi anche di fronte a un inevitabile scacco, poi come un eroe "nuovo", più consapevole, accetta la fuga senza più sentirla come una viltà, ma come una dolorosa necessità imposta dal Fato. Tuttavia, la decisione di fuggire costa all'eroe il faticoso abbandono dell'etica tradizionale per aderire al piano voluto dagli dei. È proprio lo stesso Ettore, che ha incarnato gli antichi valori nel campo troiano ed è morto per difenderli, a spingere Enea a fare questa scelta: Ettore afferma esplicitamente che non è più possibile salvare Troia lottando, perché gli dei ne hanno deciso la sorte. Infine i prodigi che si manifestano intorno a Iulo convincono Anchise ed Enea a partire.

La fuga, l'esilio, l'assunzione del nuovo ruolo di guida e di salvatore dei superstiti sono voluti dagli dei; proprio in ossequio agli dei Enea svolgerà la sua missione in nome della pietas, cioè il rispetto verso un ordine superiore che segna la sorte di un uomo nelle sue scelte come nelle sue rinunce; un nuovo sentimento che caratterizza la figura eroica, perciò tanto diversa da quella tradizionale, che con questa svolta assume contorni del tutto inediti: eroe sarà colui che sa assumere la responsabilità di un popolo, che sa rispettare scrupolosamente il volere del Fato, anche facendo tacere le sue aspirazioni e i suoi sentimenti.

Nel momento in cui Enea veste i panni che nell'Odissea rivestiva Odisseo, cioè quelli del naufrago e del viaggiatore, le sue caratteristiche dominanti non sono la capacità di attendere, di riflettere, di ingannare, la métis, insomma, ma la pietas, che porta ad un successo meno individuale e, nello stesso tempo, più faticoso e doloroso.

Ad esempio, un "sacrificio sentimentale" si ha quando dopo molte peripezie i troiani approdano a Cartagine, dove Enea sposa la regina Didone, poi però è costretto a partire, e Didone si suicida maledicendo la stirpe troiana.

Quando Enea arriva nel Lazio, chiede la mano della figlia del re Latino (Lavinia). Allora Turno, re dei Rutuli e promesso sposo di Lavinia, dichiara guerra ai troiani, però perde, ed Enea (oltre a sposare Lavinia) diventa capostipite di un'illustre discendenza: fonda il Regno che un giorno diventerà Roma.
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Eneide Libro XII - Analisi temi e personaggi

Il duello di Enea e Turno, olio su tela di Luca Giordano.

Analisi dei temi trattati, il tempo, lo spazio, il narratore e descrizione dei personaggi del dodicesimo libro dell'Eneide.

I temi

Nell'ultimo libro si narra ancora la guerra, diventata, se possibile, più inutile: solo l'ira cocciuta di Giunone impedisce la conclusione e costa nuove stragi, quando ormai la sorte è segnata e a nulla possono valere l'eroismo e il sacrificio per la patria.



La struttura del libro

Lo schema apparentemente lineare del libro, suddivisibile in tre parti, è in realtà complicato da una serie di vicende.
Nella prima, (vv. 1-310), che si apre con la decisione di Turno di sfidare Enea, si inserisce l'intervento di Giunone e di Giuturna, che dà origine alla seconda parte (vv. 311-613), caratterizzata da nuove battaglie e complicata dall'azione di Giuturna, dal suicidio di Amata e dal progettato attacco alla città. In seguito a questo ultimo evento, si snoda l'ultima parte (vv. 614-952), che contiene l'addio di Turno alla sorella, il ritorno sul campo di battaglia, la fuga dell'eroe infine il duello decisivo.



Le fonti

Il modello omerico del duello fra Achille ed Ettore è seguito in modo abbastanza fedele, soprattutto nell'episodio della fuga; d'altra parte, come in Omero, la sconfitta dell'eroe è dovuta soprattutto all'intervento divino, che scioglie le forze dell'avversario; analogamente, l'ultimo colpo sul nemico è provocato dalla vista delle armi del compagno ucciso. Altri punti di contatto sono rappresentati da singoli spunti, quali la conclusione e la violazione dei patti. Tuttavia la costruzione del libro e il tono delle vicende sono decisamente originali.



Il narratore

Il poeta domina dall'esterno una narrazione costruita in modo sapiente soprattutto per la capacità di inserire eventi che ritardano la vicenda centrale, il duello fra Enea e Turno: in tal modo lo scioglimento definitivo della vicenda viene continuamente rimandato e accresce l'attesa del lettore.



Lo spazio

Nonostante il libro sia dominato da scene di battaglia, lo spazio è molto aperto, e ciò è determinato dall'intervento di Giuturna che, dopo aver di fatto profanato lo spazio sacro individuato dai patti, trasforma la guerra in una lunga fuga.



Il tempo

L'azione si riduce a una giornata, ma è in un certo senso dilatata dagli eventi secondari che si intromettono nella linea della narrazione. In particolare, alcuni interventi divini rappresentano in un certo senso una pausa; quello poi fra Giunone e Giove garantisce con una profezia (prolessi) il permanere dei costumi e della lingua dei Latini sconfitti.



I personaggi

La scena è dominata da Turno, che pensa ancora di poter risolvere con le sue forze una situazione ormai decisa, confidando anche nell'aiuto della sorella Giuturna, la ninfa immortale che invano, nel momento in cui capirà di dover abbandonare il fratello, invocherà la morte.
Enea, anche in questo momento decisivo, mantiene la sua caratteristica di eroe saggio e pietoso: disarmato, avanza a fermare le schiere, poi esita a riprendere la lotta e a uccidere Turno. Di fronte al nemico caduto ai suoi piedi egli comprende tutta l'inutilità del sacrificio e prova pietà verso il nemico: solo il balteo di Pallante, che gli ricorda un altro giovane innocente ucciso, gli impone il dovere della vendetta.



Gli dei

Giunone e la sua adiutrice Giuturna sono le responsabili dell'ultima vana strage: Giunone è accecata dal desiderio di autoaffermazione, di vendetta, nonostante la consapevolezza della fine segnata; essa rivela la sua freddezza, quando, ottenuta da Giove la promessa voluta, allontana anche lo sguardo dal campo di battaglia, che ormai non la riguarda più.
La sorella di Turno, Giuturna, dopo aver rinfocolato la mischia, vista ormai perduta ogni speranza, si abbandona alla disperazione con toni tutti umani e rimpiange di avere in sorte proprio ciò che gli uomini invidiano agli dei, l'immortalità, e di non poter perciò rifiutare una vita che le è divenuta insostenibile.
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Eneide Libro 12 - Riassunto

Il duello di Enea e Turno, olio su tela di Luca Giordano.

I Latini ormai scoraggiati chiedono che sia Turno a lottare in duello contro Enea. L'eroe accetta, ma prega Latino di definire i patti: se Enea vincerà avrà il regno e Lavinia. Latino cerca di convincere Turno a cedere senza mettere in gioco la sua vita, ma il giovane Rutulo persevera nel suo proposito, nonostante anche la regina Amata cerchi di dissuaderlo, sostenendo che il suo destino è legato a quello di Turno. Il suo senso dell'onore e la tristezza stessa di Lavinia (che si sente ambita sia dal promesso sposo sia dallo straniero venuto da lontano) lo stimolano a combattere e sfida perciò a duello Enea per l'indomani.

All'alba già si prepara il campo, mentre gli eserciti sono schierati in attesa; ma Giunone, guardando il terreno di battaglia, desiderosa di prolungare la vita al suo protetto, si rivolge alla ninfa Giuturna, sorella di Turno, perché intervenga in favore del fratello. Intanto i re giurano i patti: Enea promette di lasciare ai Latini il regno se sarà sconfitto; se invece vincerà, i due popoli saranno uniti, accoglieranno gli dei dei Troiani, ma il re manterrà il potere. Latino accetta le condizioni. La cerimonia è però turbata dalla comparsa di Giuturna, che, assunto l'aspetto del nobile Camerte, incita i Rutuli a violare i patti, sostenendo che non devono abbandonare Turno, e conferma le sue parole con alcuni prodigi che sconvolgono gli uomini.

L'indovino Volumnio che, interpretando in modo favorevole ai Rutuli i prodigi, scaglia la sua lancia per primo, innesca la battaglia, mentre il re Latino, sconvolto, fugge: i patti sono violati. Solo Enea, inerme, tenta di fermare la strage, ma viene ferito da una freccia, scagliata da mano ignota; è perciò costretto a lasciare il campo, mentre Turno, incoraggiato, riprende la strage.

Mnesteo, Acate e Ascanio riportano Enea ferito alla tenda; invano si cerca di strappare dalla ferita la freccia, finché Venere, aggiungendo all'acqua con cui lo detergono un'erba magica, riesce a guarire il figlio. Enea miracolato riveste le armi e torna sul campo, cercando solo Turno, ovunque. Ma Giuturna, sostituitasi a Metisco, l'auriga del fratello, trascina il carro lontano, mentre il Troiano continua a inseguirlo. A un certo punto Enea, vistosi giocato, riprende a combattere fra i nemici furiosamente, mentre Turno, dalla parte opposta del campo, fa altrettanto.

Infine Enea, sollecitato anche da Venere che vuole dare una svolta risolutiva alla battaglia, decide di attaccare nuovamente la città: mentre i Latini sono incerti sul da farsi, in preda al terrore la regina Amata, pensando che Turno sia stato ucciso, disperata, si uccide. La costernazione travolge Latino e l'intera città: le grida dolorose giungono fino a Turno, che fra presagi di sconfitta riconosce l'inganno della sorella e sdegnato dichiara di non poter più accettare di perdere l'onore militare.

Rivelata la sua tristezza per la morte di tanti compagni d'armi, decide di combattere l'ultimo duello. Esortato dall'amico Sace morente, corre in cerca di Enea, abbandonando Giuturna e giunge alle mura della città, ove ferma i combattimenti per sostenere lo scontro diretto con Enea. I soldati lasciano il campo ai due eroi, e il duello ha inizio.

Turno prende per primo l'iniziativa, ma nel colpire l'avversario la spada si spezza ed egli si volge disperato in fuga; nello stesso tempo Enea resta senza lancia, conficcatasi nel tronco di un albero e trattenuta dal dio Fauno. Giuturna, vedendo il fratello in difficoltà, gli restituisce la spada, mentre Venere, in risposta, rende a Enea la sua lancia.

Giove, che tutto osserva dall'alto, giudica che sia giunto il momento di porre fine alle schermaglie fra le dee e di far cessare ogni inutile tentativo di contrastare il destino segnato di Turno. Perciò convince Giunone a desistere dall'odio contro Enea e accetta le richieste della dea sul futuro del popolo prediletto: i Latini manterranno il loro nome, la loro lingua e i loro costumi. Poi invia sul campo di battaglia la Dira, mostro alato in figura di donna: l'uccello malaugurante svolazza sul viso e sullo scudo di Turno in un sinistro segno di morte. Anche Giuturna, di fronte all'ostilità divina, capisce che non può più nulla e si allontana disperata, rimpiangendo di non potersi uccidere.

Turno tenta invano di sollevare un gran masso, ma le forze lo hanno abbandonato ed è facile bersaglio per la lancia di Enea. Ormai ferito a morte, fra i lamenti dei suoi, riconosce la sua sconfitta e prega Enea di restituire il suo corpo al padre: mentre il Troiano esita a finire Turno, il balteo di Pallante da lui indossato, scatena la sua ira e provoca il colpo mortale.


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Eneide Libro 11 - Riassunto


La nuova alba vede vittoriosi i Troiani, mentre Enea innalza il trofeo con le armi di Mezenzio e incita i compagni additando loro la prossima meta: la città di Latino. Ordina quindi le esequie per i compagni e fa scortare il corpo di Pallante da Evandro; Enea stesso rende l'estremo omaggio alla salma del giovane pensando con dolore al lutto del padre. Ordina quindi che il corpo sia trasportato con tutti gli onori, avvolto in un prezioso drappo, dono di Didone, e seguito dal bottino di guerra, valorosamente conquistato dal giovane e dai quattro fanciulli catturati per essere immolati sul rogo.

Nel frattempo viene concordata una tregua, allo scopo di seppellire i morti in battaglia: Enea, che accoglie l'ambasceria dei Latini, auspica la pace, ottenendo le lodi di Drance, un vecchio consigliere latino ostile a Turno, che promette al Troiano di persuadere il re Latino alla pace.
La Fama intanto ha portato a Evandro la notizia della morte di Pallante: disperato per la sorte del figlio, in cui riconosce il compiersi di un amaro destino, invoca la vendetta contro Turno.

Nei due campi si celebrano i mesti riti dei funerali, mentre nella città di Laurento grande è il dolore per i morti; in questa già grave situazione, giunge la notizia che Diomede, cui era stata mandata un'ambasceria, non è disponibile a lottare contro i Troiani. La notizia induce Latino a convocare un'assemblea, per convincere a fare la pace con Enea: il re sostiene che il suo regno è voluto dal Fato e si dichiara pronto cedergli una parte di un suo territorio, antico privato possesso.

Drance appoggia la proposta del re e lo esorta a concedere a Enea la figlia Lavinia, mentre insulta Turno, accusandolo di essere un vile, poiché è fuggito davanti a Enea (libro X). Le accuse dell'assemblea dei Latini scatenano l'ira di Turno, che si scaglia contro Drance e lo accusa di parlare inutilmente; ricordando i suoi trionfi, sostiene che se ancora i Latini hanno forza è giusto combattere, avvalendosi anche degli alleati; si dichiara inoltre disposto ad affrontare Enea in un duello.

Mentre l'assemblea è in corso, giunge la notizia che Enea sta muovendo con l'esercito contro la città: Turno, dopo aver deriso la scelta di riunirsi in assemblea mentre i nemici si preparano ad attaccare, impartisce ordini agli uomini e si prepara a combattere. Sopraggiunge la regina dei Volsci, Camilla, seguita dai suoi cavalieri, ed escogita con Turno un piano: mentre Turno si apposterà per tendere un agguato a Enea in marcia verso la città, essa sosterrà l'assalto della cavalleria. Diana, che ama la vergine Camilla ed è consapevole della sua prossima morte, chiama a sé la ninfa Opi e le affida le sue frecce perché ella colpisca chi ucciderà Camilla.

Il primo scontro della cavalleria è furioso e costa la vita a molti guerrieri, ma Camilla domina la scena con le sue gesta; Giove, però, vedendola infuriare, ridesta il valore di Tarconte, capo della cavalleria etrusca: questi incoraggia i suoi e li esorta a opporsi alla vergine guerriera; fra i cavalieri etruschi, soprattutto Arrunte desidera uccidere Camilla: prega Apollo di concedergli la vittoria e il ritorno fra i suoi, anche senza riportare le armi della fanciulla; il dio gli concede di ucciderla, ma gli nega il ritorno. Arrunte insegue da vicino Camilla finché non trova il momento opportuno per colpirla, poi fugge.

Camilla morente invia la sua fedele compagna Acca ad avvisare Turno. Nel frattempo la ninfa Opi, inviata da Diana, trafigge con una freccia Arrunte, per vendicare la morte di Camilla. La cavalleria latina, priva della forte guida della fanciulla, si volge in fuga, mentre Turno, richiamato, abbandona l'agguato e torna al campo di battaglia: Enea riesce perciò a proseguire senza danno la marcia e vede da lontano le schiere nemiche: è però ormai sera e ai due schieramenti non resta che accamparsi.


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Eneide Libro X - Analisi temi e personaggi

Enea erige un trofeo con le spoglie di Mesenzio


I temi

Il decimo libro ci porta ormai nel culmine della guerra, ma essa è sempre più il momento in cui si consuma l'esperienza del dolore, più che il conseguimento della gloria: Pallante e Lauso, vittime entrambe del loro stesso eroismo, rivelano l'asprezza del conflitto e la sua inutilità: i sacrifici eroici non valgono a nulla; Giove stesso ribadisce che a nulla possono gli sforzi contro i Troiani: la loro sorte è decisa dal Fato. La morte in battaglia è inutile, dolorosa; privo di una consolazione che non sia il ricordo dei poeti è l'eroismo; già Ettore nel sesto libro dell'Iliade aveva espresso il triste destino dell'eroe: continuare a combattere pur sapendo che non esiste possibilità di vittoria. Nel mondo dell'Eneide, ben più ricco di sentimenti umani e di affetti, la morte è ancor più vana, meno gratificante è il premio dell'onore, anche perché troppo spesso colpisce i giovani, colti nella loro prima esperienza di guerra e ancora ignari della vita.



La struttura del libro

Dopo la prima sequenza, dedicata al concilio degli dei, la narrazione si snoda intorno ai diversi combattimenti che culminano simmetricamente in quello di Turno e Pallante (vv. 439-509) e di Enea e Lauso (vv. 791-832).



Le fonti

La parte più "iliadica" del poema ha, ovviamente, maggiori corrispondenze con l'Iliade: perciò oltre al concilio degli dei, la rappresentazione della guerra, i duelli, i discorsi dei capi hanno un modello nel testo omerico, per lo più variato e approfondito da una serie di caratterizzazioni, di situazioni e di personaggi che li distinguono notevolmente. D'altra parte, la descrizione delle battaglie e dei duelli trovava precedenti anche nella poesia epica latina precedente a Virgilio, soprattutto in Ennio.



Il narratore

La narrazione esterna domina la scena, che registra notevoli variazioni e colpi di scena (l'apparizione delle ninfe, un tempo navi della flotta troiana, e l'arrivo di Enea). Il poeta esprime il compianto per la morte dei due giovani, che contrassegna profetici interventi, e rivela una partecipazione profonda, che va ben oltre le caratteristiche del genere e lo statuto del poeta epico.



Lo spazio

Sul campo di battaglia, ben distante dall'Olimpo, dove Giove prende atto della situazione, si gioca il destino dell'uomo: lo spazio dominante è il campo, segnato dal coraggio degli eroi e dalla loro morte, che resta l'elemento più rimarcato; questo spazio, affine a quello dominante nell'Iliade, se ne distingue proprio per la connotazione ben più dolorosa: esso rappresenta lo scenario tragico della morte più che quello luminoso dell'eroismo.



Il tempo

La narrazione si concentra sul tempo della battaglia, tempo che in un certo senso si contrae in occasione dei duelli, che si consumano rapidamente, quasi fosse tutto già segnato. In tale narrazione lineare si staccano alcune brevi infrazioni (anacronia): è ricordato il ritorno di Enea (analessi), mentre la profezia del destino di Pallante e di Lauso (prolessi), oltre a creare un'attesa del lettore nei confronti della vicenda (sistema di attese), sottolinea la presenza del poeta nella narrazione nel momento in cui la vicenda volge all'epilogo.



I personaggi

Dalla folla dei guerrieri che animano i duelli spiccano alcuni personaggi ritratti con maggiore precisione, a cui si attribuiscono sentimenti e affetti più profondi e la cui vicenda assume maggiore risalto: fra questi, Turno, Pallante, Lauso e Mezenzio, oltre a Enea. I due protagonisti del libro sono Lauso e Pallante: entrambi sono giovani, nobili, eroici, entrambi sono destinati a una morte prematura e dolorosa che colpisce Enea allo stesso modo, nonostante Lauso sia un nemico. In questo canto trova espressione la cosiddetta "poesia dei vinti": in essa la celebrazione del valore è inscindibile dal dolore e dal rimpianto per i morti innocenti tanto che l'Eneide risulta un'opera epica di tono "diverso", nella quale non c'è mai il trionfo della forza e la pienezza della vittoria, ma una diffusa tristezza che segna tutte le sorti umane. Il destino di Pallante e Lauso è affine a quello di Eurialo e Niso e dei giovani morti prematuramente che Enea vede nell'oltretomba. Gli altri eroi, Enea e Turno, sono contrapposti nella loro reazione di fronte alla guerra e alla morte: l'uno segnato da un senso sofferto del destino e dalla pietas, di fronte alla morte del nemico prova dolore per il giovane stroncato e ne rispetta l'onore, presentendo il dolore del sua pur malvagio padre; l'altro, preso da una sorta di ebbrezza della morte e del massacro, oltraggia il corpo strappandogli le armi, in un comportamento che è modellato su quello di Achille, dopo la morte di Ettore. Mezenzio, crudele tiranno che si è inimicato il suo popolo, in analogia con Evandro, è sconvolto dal dolore per la morte del figlio: l'evento innaturale lo porta a un'estrema risoluzione, alla decisione di un definitivo duello che mette in luce nell'uomo spietato una straordinaria forza di sentimenti.


Gli dei
Il libro si apre con un concilio degli dei, di ispirazione omerica; in cui è ribadita la funzione di Giove come garante del Fato: egli infatti sostiene che la guerra, ormai ineluttabile, non potrà capovolgere il destino; vani sono perciò i discorsi, prova di alta oratoria, delle due dee, che risultano quasi ridicole rispetto al padre degli dei, giusto ed equanime.
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Eneide Libro 10 - Riassunto

Mesenzio, Lauso ed Enea durante la battaglia

Giove convoca il concilio degli dei per conoscere le ragioni della guerra, contraria sia al suo volere sia al disegno del Fato: lo scontro fatale sarà quello contro Cartagine, e solo allora agli dei sarà lecito parteggiare per uno dei contendenti.

Venere si lamenta della furia di Turno e di tutti gli inganni di Giunone; aggiunge che rinuncerà piuttosto all'impero, purché le sia concesso di salvare Iulo, ma rimpiange che il Fato abbia costretto Enea ad abbandonare Troia se ora non gli è concessa la sede promessa.
Giunone replica dicendo che i Troiani sono in difficoltà per l'assenza di Enea, dovuta a una sua precisa scelta; inoltre polemicamente sostiene che anche Venere parteggia per i Troiani e ne aiuta le sorti; infine ricorda le antiche offese arrecatele. Giove alla fine è costretto ad accettare la guerra, ormai irreparabile, ma garantisce che i Fati troveranno la giusta via per risolvere il conflitto, sostenendo comunque la sua assoluta imparzialità.

Nel frattempo al campo troiano prosegue l'assedio, sempre più serrato, mentre gli assediati entro le mura reggono la difesa. Enea, che lasciato Evandro si era recato al campo degli Etruschi, accetta l'alleanza di Tarconte e si accinge a tornare dai suoi per mare, con trenta navi alleate. Durante la navigazione notturna gli si fanno incontro le antiche navi, trasformate in ninfe una di esse, Cimodocea, gli narra quanto è accaduto durante la sua assenza e lo sollecita ad accelerare il cammino per raggiungere gli uomini di Tarconte e di Evandro che, compiuto il viaggio per terra, lo attendono schierati, secondo i suoi ordini.

Quindi la ninfa sospinge la nave ammiraglia che veloce guida le altre. Infine, lo scudo sbalzato da Vulcano, levato al cielo da Enea, avverte da lontano i compagni del suo arrivo e li rincuora, mentre i nemici sono disorientati, vedendo una luce splendente circondare il comandante troiano. Turno non si perde d'animo, cerca di impedire lo sbarco, e invita i suoi a occupare la spiaggia e ricacciare i soldati nemici. Mentre la nave di Tarconte, incagliata su una secca, fa naufragio, iniziano furiosi e accaniti i combattimenti, nei quali si segnala, oltre a Enea, Pallante che con nobili parole incoraggia gli Arcadi in fuga davanti ai Latini e si getta egli stesso fra i nemici, di cui fa strage; anche il giovane Lauso, figlio di Mezenzio, schierato con Turno, dà nobile prova di sé (v. 443 e successivi).

Giuturna, sorella divina di Turno, lo incita ad andare in aiuto di Lauso, che Turno sostituisce nel duello fatale contro Pallante. Il giovane figlio di Evandro, meno esperto, meno crudele del nemico, accetta con molto coraggio lo scontro. Il giovane guerriero prega Ercole, antico ospite, di intervenire al suo fianco ma, pur dolente, l'eroe non lo può aiutare. Pallante affronta così da solo Turno: il suo primo attacco scalfisce appena il Rutulo, cui basta un solo colpo per trafiggerlo mortalmente. Il vincitore trionfa sul corpo caduto e vantandosi gli strappa un prezioso balteo istoriato.

La notizia della morte di Pallante raggiunge subito Enea che ne è sconvolto: si avventa nella mischia alla ricerca di Turno, dopo aver catturato quattro giovani da immolare sul rogo funebre di Pallante. Ascanio e gli assediati escono dal campo e si uniscono ai combattimenti. Giove, intanto, accorgendosi che Venere aiuta i Troiani, consente a Giunone di intervenire, a sua volta, in favore dei Latini, prolungando di qualche tempo la vita di Turno. La dea allora forma una vana immagine di Enea, che inganna il suo nemico, il quale si slancia all'inseguimento fin su una nave su cui crede che anche il Troiano abbia cercato scampo. Giunone interviene di nuovo e recide la gomena dell'ormeggio, dissolve il fantasma di Enea, spinge la nave fino ad Ardea, per portare così Turno in salvo. L'eroe, disperato per essere fuggito e temendo di essere accusato di viltà, vorrebbe uccidersi e solo l'intervento della dea lo trattiene dal compiere questo gesto.

Intanto il crudele Mezenzio entra in battaglia e infuria tra gli armati, sterminando i nemici, finché Enea gli muove incontro e lo affronta: la sua asta riesce a ferirlo ma quando Enea gli si avvicina per finirlo con la spada, il figlio Lauso si precipita a difenderlo cercando di distogliere il nemico dal padre. L'eroe troiano tenta di dissuaderlo dal battersi in un duello impari, ma il giovane impone lo scontro e lo assale: Enea non può fare altro che reagire e gli affonda la spada nel petto, dolente questo pur necessario epilogo; poi rimanda ai suoi la salma senza spogliarla delle armi.

Mentre Mezenzio cerca di curare la sua ferita, sulla riva del fiume, gli giunge la notizia della morte del figlio: sconvolto dall'idea di aver macchiato il nome di Lauso con le sue atrocità, fuori di sé dal dolore, egli ritorna nella mischia dove, nel secondo scontro con Enea trova la morte: nello spirare prega il nemico di sottrarre il suo corpo all'ira degli avversari e di consentire che sia sepolto con il figlio.


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Eneide Libro IX - Analisi temi e personaggi

Eurialo e Niso


I temi

Con il sesto libro inizia la parte dell'Eneide "iliadica" dell'Eneide, cioè più legata al modello dell'Iliade e quindi più direttamente ispirata alla guerra: col nono libro entriamo nel vivo delle battaglie e delle prove di eroismo, segnate fin dall'inizio da un motivo che è anch'esso derivato dall'Iliade: il tema della sposa rapita, introdotto esplicitamente da Turno, a cui viene sottratta la sposa promessa, Lavinia. Tuttavia la guerra, direttamente originata dall'intervento nefasto della divinità, è ben più drammatica di quella che Omero descrive nell'Iliade, soprattutto perché diversa è la percezione che ne hanno i personaggi e ben più grandi sono le lacerazioni che provoca nel cuore e nel destino degli uomini. Per i personaggi virgiliani la guerra non è semplicemente un'occasione per mettere in luce il proprio valore e per tramandare il proprio nome: è piuttosto una difficile prova, che mette in gioco la loro vita e sradica le loro speranze. In questo libro, che vede trionfare la forza e l'impeto di Turno, il sentimento che domina non è il compiacimento per il coraggio dell'eroe, ma il senso dell'onore dolorosamente conquistato da Eurialo e Niso attraverso la morte. In queste due figure, nel loro eroismo, nella loro giovinezza e nella morte ingiusta che li accomuna, riecheggia lo spirito che anima la conclusione del sesto libro, nella figura del giovane Marcello, non meno che nella rappresentazione dei morti anzitempo. Nei libri più vicini al modello omerico, dunque, si nota anche una rielaborazione dell'eroismo: quello che in Omero è la rivincita dell'uomo sulla morte, poiché permette il ricordo immortale grazie alla memoria della collettività, è in Virgilio un comportamento celebrato con rispetto e segnato dal dolore e dalla consapevolezza che la guerra è uno stravolgimento terribile e insensato, che nessuna gloria può giustificare del tutto.



La struttura del libro

La narrazione è divisa in tre sequenze, delle quali la prima (vv. 1-175) e la terza (vv. 459-818) sono una sorta di cornice che racchiude la vicenda eroica della sortita di Eurialo e Niso, inquadrandola nei combattimenti e distinguendola da essi per il suo valore umano e per la drammaticità.



Le fonti

La fonte fondamentale è il decimo libro dell'Iliade, che narra la sortita notturna di Ulisse e Diomede nel campo troiano. Tuttavia, la finalità ben più nobile (Ulisse e Diomede vogliono semplicemente spiare i nemici) e l'esito drammatico, oltre al rapporto fra i due e la loro giovinezza, conferiscono all'episodio un significato diverso e più profondo. Altri sono gli echi omerici, soprattutto il lamento di Andromaca e di Ecuba sul cadavere di Ettore nei libri ventidue e ventiquattro dell'Iliade.



Il narratore

In un libro nel quale domina la narrazione degli eventi, il narratore gestisce dall'esterno la regia dei fatti, sapientemente organizzati nella struttura; gli interventi però non mancano e segnano soprattutto la partecipazione alla morte di Eurialo e Niso, con l'elogio altissimo in cui emerge chiaramente la voce del poeta.



Lo spazio

Come in alcune scene di battaglia dell'Iliade, anche qui si contrappongono l'accampamento e lo spazio dell'esercito nemico schierato. Questa contrapposizione dà origine agli assalti ripetuti e alle scene d'assedio. La forzatura dello schema è rappresentata dalla sortita notturna, rovinosa e drammatica: nello spazio dell'accampamento nemico, violato dai due giovani, ha luogo il loro atto eroico e si consuma la loro sorte infelice.



Il tempo

Le vicende narrate si svolgono in due tempi: una giornata intera e la mattina successiva, separate dall'avventura notturna di Eurialo e Niso. L'impresa è segnata dal senso del mistero e del pericolo legato alla notte, che rappresenta il tempo connotato della vicenda, in cui l'impresa eroica è associata alla morte e, nello stesso tempo, all'esaltazione della virtus.


L'ordine della narrazione
La narrazione è del tutto lineare e porta avanti le vicende che si verificano sul campo dei Troiani. Risultano invece interrotti, con un procedimento tipico dell'epica, i fatti inerenti alla missione di Enea presso Evandro e gli Etruschi.



I personaggi

Significativa in questo libro è l'assenza di Enea, che i Troiani rimpiangono, di cui eseguono scrupolosamente gli ordini e che è, indirettamente, causa della morte dei due protagonisti, che si offrono di raggiungerlo per informarlo degli eventi. La sua assenza, che ricorda quella di Achille in gran parte dell'Iliade, consente a Turno di primeggiare, in una serie di furiosi combattimenti, senza che nessuno gli si possa efficacemente opporre. La schiera dei Troiani costituisce una sorta di personaggio corale: essi, anche in assenza del loro capo, sanno stare alle consegne, in quell'atteggiamento che sarà poi fondamentale negli eserciti romani: la fedeltà all'ordine ricevuto. Nei due personaggi di Eurialo e Niso, la cui vicenda è centrale nel libro, riecheggiano antichi esempi di valore: il modello più diretto è evidentemente il decimo libro dell'Iliade, in cui Ulisse e Diomede fanno un'incursione nel campo nemico; tuttavia l'elemento più significativo è l'amicizia dei due eroi: essa ricorda quella fra Achille e Patroclo, anche per la diversa età dei due e per il sentimento di devozione che essi nutrono l'uno per l'altro. Il fatto che nel testo virgiliano sia l'inesperienza di Eurialo a perderlo, aggiunge un elemento patetico alla vicenda, mentre è originale in Virgilio la presenza della madre del giovane, la cui disperazione accentua la drammaticità. Unico personaggio femminile rimasto nel campo troiano, la madre di Eurialo è l'erede di figure come Ecuba e Andromaca, e rappresenta il dolore straziante della madre e della donna abbandonata.


Gli dei
Prosegue in questo libro l'opera di Giunone, mai diretta, ma svolta dalle divinità minori che la assecondano nei suoi disegni: Aletto, nel settimo libro, Iris in questo. La guerra è la diretta conseguenza della sua opera dissennata e tanto più ingiustificata in quanto segnata dalla consapevolezza che essa è solo una vana vendetta.
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Eneide Libro 9 - Riassunto

Eurialo e Niso (1827) di Jean-Baptiste Roman, Louvre

Mentre Enea si trova presso il campo etrusco, Giunone invia Iride da Turno per convincerlo a sferrare un attacco ai Troiani: l'eroe latino, riconosciuta Iride, decide di seguire il suo consiglio, e l'esercito dei Rutuli si mette in marcia. Improvvisamente i Troiani vedono avanzare una nube di polvere, che segnala l'avvicinarsi dei nemici. Tuttavia, per ordine di Enea, i Troiani si limitano a difendersi entro l'accampamento. Turno, che guida superbo un gruppo scelto di armati, si stupisce dell'inerzia dei Troiani e tenta di forzare l'accampamento, aggirandovisi intorno, come un lupo affamato presso l'ovile.

Fallito il tentativo di penetrare nell'accampamento, si volge verso la flotta troiana tratta in secco sul lido, per bruciarla, impedendo così ogni possibilità di fuga al nemico. Nonostante Turno vi si avventi contro con fiaccole, le navi non prendono fuoco: ad esse, costruite infatti con il sacro legno dell'Ida, Giove aveva concesso che quelle scampate al naufragio non potessero essere distrutte, ma diventassero ninfe marine. Dall'alto una voce ammonisce i Troiani di non difendere le navi perché esse non bruceranno e ordina a queste ultime di andarsene: esse si strappano gli ormeggi e si immergono nell'acqua, poi si dileguano magicamente come ninfe.

I Rutuli tutti e il Tevere stesso rimangono stupefatti per il prodigio, che Turno interpreta in modo sfavorevole ai Troiani. Incita allora i suoi a lottare contro chi tenta di sottrargli la sposa Lavinia, ricordando che già una volta, strappando Elena a Menelao, i Teucri hanno scatenato una guerra. Tuttavia, poiché è ormai scesa la sera, egli dà ordine di accamparsi e di organizzare la guardia. Anche i Teucri, che dalle mura dell'accampamento osservano la piana, organizzano turni di guardia.

Niso, figlio di Irtaco, è di guardia a una porta insieme all'amico Eurialo, cui è profondamente legato. Niso, mosso dal desiderio di compiere qualcosa di grande, vorrebbe fare una sortita per avvertire Enea (in terra etrusca, con Pallante e i cavalieri arcadi) del pericolo che incombe; non vorrebbe, però, portare con sé Eurialo, non solo per la sua giovane età ma anche in rispetto alla presenza della madre sua, unica delle donne Troiane che abbia voluto seguirli rifiutandosi di fermarsi ad Acesta (libro V).

Eurialo però non accetta di rinunciare all'impresa e segue Niso; proprio mentre i capi troiani tengono un'assemblea per decidere chi mandare ad avvisare Enea, i due giovani si presentano ed espongono il loro piano: attraversare il campo dei Rutuli, sprofondati nel sonno e preda del vino e portare un messaggio al capo lontano. Iulo con gli altri comandanti approva l'iniziativa e promette loro grandi doni, ma Eurialo gli chiede solo di aver cura della madre, che egli, partendo, non ha il coraggio di salutare.

Usciti dal campo troiano, superato il fossato, silenziosi si introducono di soppiatto nell'accampamento dei nemici dove, sorprendendo i soldati ubriachi addormentati, ne fanno una strage. Niso procede per primo, Eurialo lo segue, finché Niso comprende che è quasi giorno e devono affrettarsi; Eurialo si attarda però a raccogliere un ricco bottino e commette un errore fatale, indossando un vistoso elmo piumato. Nel frattempo, una schiera di cavalieri, guidata da Volcente, uscita da Laurento per ricongiungersi con Turno, sorprende i due giovani, traditi dal brillio di un raggio di luna sull'elmo che Eurialo ha indossato.

I due tentano allora la fuga per il bosco, ma mentre Eurialo è impacciato dal pesante bottino, Niso riesce a fuggire, finché si accorge che il suo amato compagno non lo segue e torna sui suoi passi per cercarlo: infine lo vede circondato dai nemici. Dopo aver supplicato la Luna, Niso, nascosto nel folto della vegetazione, scaglia la lancia, ma provoca l'ira di Volcente, che, ignorando l'assalitore, si vendica ferendo mortalmente Eurialo. Allora Niso con un grido svela la sua presenza e, nel tentativo di salvare l'amico, si offre ai colpi gettandosi fra i nemici; ma, ucciso Volcente, viene a sua volta trafitto dai colpi.

I Rutuli riportano le spoglie dei due nemici e di Volcente al campo, dove scoprono la strage fatta da Eurialo e Niso. Il giorno dopo la battaglia riprende, preceduta dal terribile trofeo delle teste dei due giovani confitte sulle picche. Mentre i Troiani continuano a difendere il campo, la Fama reca l'atroce notizia alla madre di Eurialo, la quale sconvolta invoca gli dei di dare anche a lei la morte; infine, due uomini mandati da Iulo la riportano nella sua tenda.

Intanto l'esercito nemico sferra un grande assalto, cercando di forzare l'accampamento, e si accanisce contro una torre; Turno riesce alla fine a incendiarla ed essa crolla rovinosamente. Il capo dei Rutuli, imbaldanzito, si scatena nella lotta, ma i Troiani gli tengono testa, mentre per la prima volta Iulo, con una freccia, uccide un forte nemico.

Turno, frattanto, insolentisce i Troiani che non osano uscire dall'accampamento e provoca l'ira di Ascanio che Apollo stesso, tuttavia, fa allontanare dalla battaglia perché non si esponga troppo al pericolo. Due fratelli troiani, Pandaro e Bizia, guerrieri giganteschi, aprono la porta affidata a loro, e sfidano i nemici a entrare facendone strage. Infine accorre anche Turno, uccidendo chi gli si oppone, fra cui Bizia; Pandaro allora con grande sforzo chiude la porta, ma Turno resta all'interno dell'accampamento, dove subito uccide lo stesso Pandaro e altri valenti guerrieri.

I Troiani fuggono atterriti mentre Turno impazza nell'accampamento, ma alla fine non sa cogliere il momento per spalancare la porta e far entrare i suoi. Allora Mnesteo e Seresto rimproverano i Troiani in fuga e li esortano a resistere riuscendo a fatica a riorganizzare in qualche modo le file troiane. Turno è così costretto ad arretrare, ormai sfinito, finché con un balzo salta nel Tevere, che lo accoglie e lo rende purificato ai compagni.


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Eneide Libro 8 - Riassunto

Venere nella grotta di Vulcano chiede le armi di Enea, dipinto di G. B. Tiepolo, 1765-1770.

Turno e i suoi alleati latini cercano l'appoggio di Diomede, che, reduce dalla guerra di Troia, aveva fondato una città in Apulia. Enea, intanto, profondamente turbato, privo di alleati per far fronte a una coalizione così compatta, veglia angosciato; quando finalmente riesce a prendere sonno gli appare il genio del luogo, il dio Tiberino, che gli garantisce il favore del Fato e lo incoraggia; inoltre gli conferma la profezia di Eleno, dicendogli che troverà sulle rive del fiume la scrofa con i trenta cuccioli, dove Ascanio fonderà Alba. Lo invita quindi a recarsi da Evandro, re arcade che ha fondato una città, Pallanteo, sul colle Palatino, per ricevere da lui aiuto.

Al risveglio, Enea trova la scrofa con i lattonzoli, che sacrifica a Giunone, dopo aver promesso onori perpetui al fiume; poi parte con alcuni compagni alla volta di Pallanteo. Ben presto, risalendo la corrente favorevole del fiume, giunge alla città di Evandro, dove si sta celebrando un rito in onore di Ercole: Pallante, figlio di Evandro, si avvede dell'arrivo degli stranieri e va loro incontro, perché il rito solenne non sia interrotto.

Dopo aver saputo chi sono e che cosa vogliono, Pallante invita Enea e i compagni a partecipare al rito ed Evandro, riconoscendo in loro antichi ospiti (aveva infatti ospitato un tempo Anchise, di passaggio in Arcadia), li accoglie amichevolmente; quindi essi partecipano alla solenne cerimonia. In seguito Evandro illustra il significato di quel rito: Ercole, un tempo, reduce dalla Spagna dove aveva vinto il mostro Gerione e si era impadronito delle bestie, era passato di lì con i suoi armenti; il mostro Caco, figlio di Vulcano, gli rubò alcune bestie trascinandole per la coda, in modo tale che le peste degli animali ingannassero le ricerche; tuttavia Ercole scoprì nell'antro del mostro le sue mucche, che muggivano sentendo le altre: scoperchiò la caverna e strangolò il mostro, nonostante esso vomitasse fuoco dalla bocca, liberando così il paese dalla sua infausta presenza: perciò Evandro celebra, ogni anno, il rito di ringraziamento in memoria dell'evento e in onore di Ercole.

Dopo un nuovo banchetto e nuove offerte, i sacerdoti Salii cantano in doppio coro le lodi di Ercole a conclusione del rito. Evandro guida con sé nella città Enea e i compagni e illustra i luoghi che attraversano e dove, un giorno, sorgerà la futura città.

Scesa ormai la notte, mentre Enea dorme nella modesta dimora di Evandro, Venere, temendo per la sorte del figlio, si reca dallo sposo Vulcano e lo prega di forgiare per lui nuove armi. Il dio è felice di accontentare la sposa e, quella notte stessa, si reca a Vulcano, isoletta vicina alla Sicilia, nell'arcipelago delle Eolie, per soddisfare la richiesta. Così, all'alba dalla sua fucina escono le armi fatali.

Il mattino successivo, Enea, accompagnato da Acate, si incontra con Evandro e Pallante: l'eroe troiano accoglie la proposta del re di cercare anche l'alleanza con gli Etruschi, ben più numerosi e potenti degli Arcadi e ostili ai Latini, da quando Turno ha accolto il feroce tiranno Mezenzio: questi, che era stato cacciato da Evandro, secondo la profezia, sarebbe stato punito solamente per intervento di un capo straniero.

Evandro fornisce a Enea duecento cavalieri, e altrettanti il figlio Pallante, che lo accompagnerà nella guerra. Compiuto un ultimo sacrificio propiziatorio, Evandro si augura di morire piuttosto che soffrire la morte del figlio e, al momento del congedo, presagio del futuro, perde conoscenza.
Enea e Pallante a cavallo raggiungono rapidamente il campo, dove Tarconte ha radunato gli Etruschi, pronti a combattere contro i Latini. Intanto Venere sorprende il figlio solo, in riva al fiume e gli offre le armi divine, che Enea ammira per la bellezza della fattura.


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Eneide Libro 7 - Riassunto

Enea alla corte del re Latino, olio su tela di Ferdinand Bol, 1661-1663 ca, Amsterdam, Rijksmuseum.

Un nuovo lutto rattrista Enea: la morte di Caeta, antica nutrice, che viene sepolta in un luogo che assumerà il suo nome (Gaeta). Durante la navigazione gli Eneadi costeggiano la terra di Circe, dalla quale Nettuno, che li protegge, li tiene lontano; giungono infine alla corrente del Tevere, in un paesaggio luminoso e sereno. Lì vive Latino, che pacificamente regna su molte città, in attesa di far sposare la figlia Lavinia a un giovane principe: nonostante molti, fra cui Turno, la chiedano in moglie, egli esita, poiché alcuni prodigi gli hanno rivelato l'imminente arrivo di un capo straniero, cui è destinata Lavinia, secondo quanto gli è stato profetizzato dal padre Fauno. Latino non ha taciuto questo responso che è noto a tutti.

Nel frattempo Enea e i compagni sono sbarcati e si stanno rifocillando: a un tratto Ascanio, notando che mangiano anche le focacce su cui hanno posto i cibi, osserva scherzosamente che si stanno mangiando le mense. Enea si rallegra perché vede compiuta la profezia, secondo cui quando avessero mangiato le mense sarebbero giunti nella terra loro destinata dal Fato, e offre, grato, un sacrificio a Giove, che manifesta il suo favore con un tuono e altri prodigi.

Alcuni esuli si recano a esplorare i luoghi e vengono a sapere che si trovano presso gli stagni del Numico, che il fiume è il Tevere e la terra è abitata dai Latini. Quindi Enea sceglie alcuni uomini perché si rechino in ambasceria da Latino: essi giungono nel grande e maestoso palazzo a Laurento, dove vengono accolti con onore dal re.

Ilioneo, capo dell'ambasceria, narra la loro partenza da Troia e illustra le richieste di Enea: al re una piccola porzione di terra in quel luogo che è loro destinato dal Fato perché presenta la terra da cui il progenitore Dardano era partito; offre inoltre doni, alla rovina di Troia.
Latino, memore della profezia di Fauno, accoglie i Troiani e risponde che volentieri accoglierà le richieste di Enea, cui promette la mano di Lavinia.

Tuttavia Giunone, offesa dal fatto che ormai gli Eneadi sono felicemente sbarcati in Italia, nonostante sia consapevole che le è impossibile vanificare il disegno del Fato, tenta ugualmente di intralciare gli eventi, cercando almeno di vendicarsi. Infatti chiama a sé la Furia Aletto, figlia della Notte, madre di lutti, discordie, delitti, e le ordina di scatenare la guerra fra i Troiani e i Latini. La Furia si mette ben volentieri all'opera: dapprima lancia in petto ad Amata, moglie di Latino e madre di Lavinia, uno dei serpenti che le spuntano sul capo come capelli: così si scatena in lei l'ira contro il marito, colpevole di sottrarre a Turno la figlia ormai promessagli in sposa; la donna, in preda a una sorta di invasamento, fugge sui boschi come una baccante, recando con sé la figlia Lavinia e trascinando insieme a lei molte donne latine. Quindi Aletto si volge a Turno: gli appare in sogno sotto le spoglie di una sacerdotessa di Giunone, Calibe, e gli riferisce che Latino vuole far sposare a uno straniero Lavinia e lo incita alla guerra: di fronte all'incertezza di Turno, che si prende gioco della vecchia, Aletto gli si rivela nel suo vero aspetto e gli scaglia contro un tizzone ardente, che scatena nel giovane un furioso ardore di guerra. Infine, la Furia aizza gli uni contro gli altri i Troiani e Latini.
Mentre infatti Ascanio va a caccia a cavallo, per volere di Aletto, colpisce il cavallo di Silvia, la figlia del capo dei pastori di Latino: la fanciulla, disperata per l'amata bestia, viene soccorsa da tutti gli uomini latini, che si schierano contro i Troiani.

Compiuta la sua opera, Aletto si vanta presso Giunone, che la congeda; nonostante i Latini invochino la guerra, il re, che sa quanto questa sia contraria al Fato, non la vuole dichiarare: è Giunone stessa che spalanca le porte del tempio di Giano, dando inizio al confitto. Le città latine abbandonano ogni pacifica attività, moltissime popolazioni ed eroi si schierano a fianco di Turno, ovunque si preparano le armi. Primo fra tutti il terribile e crudele tiranno Mezenzio, accompagnato dal figlio Lauso, poi Aventino figlio di Ercole, Carillo e Cora che guidano una schiera fortissima, Ceculo, re di Preneste, Messapo, figlio di Nettuno, Clauso, da cui discenderà la gente Claudia, e moltissimi altri: ultima viene la vergine Camilla, fanciulla di origine volsca, nella quale bellezza e la grazia si uniscono al coraggio in battaglia.


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Eneide Libro VI - Analisi temi e personaggi

Enea e la Sibilla Cumana traghettati da Caronte


I temi

Dominante nella parte iniziale del libro è il tema della morte degli innocenti: Miseno che viene punito da Tritone, i fanciulli morti anzitempo, le anime che si affollano presso la barca di Caronte, i suicidi, Palinuro, sono personaggi la cui morte è inspiegabile e non è consolata né dalla gloria né dalla pienezza di una vita vissuta fino alla maturità. La seconda parte del libro è legata al tema del futuro luminoso di Roma, la città che i discendenti di Enea fonderanno.
Anchise, il padre di Enea da poco scomparso, si assume il compito di profeta e illustra le anime dei grandi di Roma, incarnando il tema politico della celebrazione della gloria futura e dall'alta missione civilizzatrice. L'opera di Enea sarà dura, richiederà coraggio e forza di sopportazione, sarà segnata dalla vittoria finale, ma anche da numerose sconfitte e gravi dolori: tutto questo gli è richiesto in quanto realizzatore della funzione provvidenziale che il Fato gli ha assegnato. L'incontro tra Enea e Anchise, scopo primario della discesa agli Inferi, chiude significativamente il libro e apre la parte successiva del poema: la profezia, posta alla fine dei primi sei libri, quando ormai sono prossime a concludersi le peregrinazioni dei Troiani, ribadisce la futura grandezza di Roma e riconforta Enea mentre sta per affrontare nuove prove. Alcuni elementi del racconto, quali il ramo d'oro, la porta dell'aldilà da cui Enea ritorna, il viaggio stesso, assumono significati simbolici, difficilmente definibili, ma confermano il destino eccezionale dell'eroe, scelto per questa straordinaria avventura.



La struttura del libro

Due sequenze, di diversa ampiezza, scandiscono la narrazione:
  • la prima (vv. 1-235), inerente la profezia della Sibilla; 
  • la seconda (vv. 236-901), inerente la discesa nell'oltretomba e l'incontro con Anchise. La seconda parte, preparata dalla prima e collegata ad essa dalla mediazione della Sibilla, è certamente dominante sia per l'estensione sia per il significato.



Le fonti

Il precedente omerico (Odissea XI) ha influenzato senza dubbio Virgilio, fornendo lo spunto e rappresentando un modello narrativo, in parte seguito dal poeta latino. Quest'ultimo, però, inserisce numerosi elementi specificamente romani, quali, ad esempio, la sfilata dei Romani illustri, o di derivazione filosofica (la teoria della metempsicosi), finalizzati a introdurre il tema della futura gloria romana, che è ovviamente estraneo all'Odissea.



Il narratore

Il poeta è il regista della narrazione, in cui introduce con sapiente equilibrio le parti descrittive e gli interventi dei personaggi. Tuttavia, nella seconda parte, domina la figura di Anchise, la cui voce (narratore di secondo grado) si sovrappone a quella del poeta, narratore di primo grado, e risulta particolarmente suggestiva perché portatrice di una verità superiore.



Lo spazio

Lo spazio esterno del sesto libro è Cuma, unica tappa del viaggio dalla Sicilia alle foci del Tevere, sede di un oracolo di Apollo, e l'Averno, il lago che si riteneva ingresso all'Erebo, vero scopo della sosta di Enea. Il mondo dell'aldilà, nel quale a Enea è concesso di passare vivo dal mondo dei vivi, è segnato dal dolore dei suoi abitanti e dal rimpianto della vita trascorsa e perduta; solo nella scena dei Campi Elisi si apre a una considerazione serena della morte: lo spazio rappresenta perciò soprattutto l'idea che il poeta ha dell'uomo e del suo destino. E inoltre importante osservare che, mentre Odisseo nell'XI dell' Odissea non entra nel mondo dei morti, ma si ferma sulla soglia di esso, Enea attraversa tutto l'aldilà disegnandone una topografia, frutto in gran parte della fantasia di Virgilio, soprattutto per quanto riguarda la divisione del mondo ultraterreno in due aree fondamentali, quella dei dannati e dei beati, oltre a una sorta di "limbo", in cui vagano le anime degli insepolti.



Il tempo

La narrazione abbraccia un arco di tempo che va dalla discesa agli inferi fino alla sera successiva.


L'ordine della narrazione
La narrazione è lineare, cioè segue la successione cronologica degli avvenimenti; solo la profetica visione di Anchise apre un'ampia prospettiva sul futuro, che anticipa il futuro glorioso di Roma (prolessi).



I personaggi

Da questo libro in poi l'aspetto pubblico del personaggio di Enea si accentua: egli è il capo dei suoi uomini, ha su di sé la responsabilità di fondare la nuova città, che il Fato gli ha destinato; più sfumato è il rilievo dato ai suoi sentimenti e alle sue scelte personali. Sotto questo aspetto, i momenti più sentiti sono l'incontro con Didone, che porta l'eco della passione amorosa anche oltre la vita terrena, la commiserazione dei fanciulli e dei morti giovani o per ingiusti motivi, la tristezza per la morte di Palinuro e di Deifobo, personaggi che rivelano all'eroe pensoso il dramma dell'infelicità e la durezza del Fato. La morte degli individui resta un enigma inspiegabile, mentre la profezia di Anchise ribadisce il valore dell'eroismo in rapporto al piano del Fato: ma anche le parole di Anchise si piegano al compianto quando egli celebra la morte del giovane Marcello: dopo l'esaltazione della gloria e della prosperità, il dolore riporta nel cuore del dilemma del destino umano.


Gli dei
Non gli dei, ma il Fato è protagonista di questo libro, filtrato dalle parole di Anchise, che ne rappresenta la mediazione "umana": in nome del Fato il protagonista ha già abbandonato Didone e ripreso il viaggio, in nome del Fato affronterà tutte le prove successive. La presenza della Sibilla, nello stesso tempo profetessa e guida dell'eroe, depositaria di segreti divini, sottolinea che Enea è un uomo chiamato a un destino eccezionale.
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Eneide Libro 6 - Riassunto

François Perrier, Enea e la Sibilla Cumana, 1646 circa. Varsavia, Museo Nazionale

Enea al timone dirige la flotta verso la terraferma e approda a Cuma. Si reca al tempio di Apollo, per interrogare, come gli era stato consigliato da Eleno, la Sibilla, profetessa del dio, che trae i suoi vaticini in un'enorme grotta, l'antro dalle cento porte.

La Sibilla sta per essere invasata dal dio e ordina ai Troiani di fare il sacrificio dovuto perché il dio inizi a ispirarla: Enea promette un tempio ad Apollo e a Trivia e prega la Sibilla di cantare a voce il suo messaggio e di non affidarlo, come era abitudine, alle foglie, temendo che il vento le possa scompigliare e così rendere impossibile l'interpretazione. La profetessa, finalmente ispirata dal dio, annuncia a Enea che i pericoli per mare sono finiti, ma altri lo attendono in terra. Arriveranno al regno di Lavinio, ma là dovranno affrontare dure guerre, combattere contro un giovane pari per la sua forza ad Achille e subire nuovamente l'ira di Giunone, a causa, ancora una volta, di una donna straniera. Ordina però a Enea di non cedere ai dolori e di continuare a lottare: il primo aiuto gli verrà da una città greca.

Enea chiede quindi alla Sibilla come scendere ai Campi Elisi, dove il padre (libro V) gli ha ordinato di recarsi. La Sibilla gli prescrive di cercare il ramo d'oro nascosto nel bosco: esso si cela tra le fronde e, una volta strappato, ne germoglia subito un altro; ma può essere spiccato solo con il favore del Fato e deve essere offerto a Proserpina per favorire la discesa nell'Ade. Inoltre ordina a Enea di seppellire un compagno che è morto nel frattempo.

Angosciato da quest'ultima notizia, Enea torna presso le navi e là, sul lido, trova il corpo inanimato di Miseno, punito con la morte da Tritone, perché aveva gareggiato con gli dei nel suonare la tromba di guerra. Enea e i compagni raccolgono legna per la pira funebre di Miseno: mentre nel bosco Enea si augura di trovare il ramo d'oro; due colombe inviate da sua madre, con brevi voli lo accompagnano fin dove vede brillare fra i rami quello dorato, che riesce a spezzare.

Tornato alla spiaggia, celebra con i compagni i riti funebri per lo sventurato Miseno. Quindi, accompagnato dalla Sibilla, si avvia a scendere nel regno dei morti: alla bocca del lago d'Averno, presso una grotta dalle esalazioni mefitiche, si consumano i sacrifici notturni e s'invocano Ecate e Plutone, sovrani degli Inferi; poi, mentre la terra muggisce spaventosamente e gli alberi sono scossi da una furia, la Sibilla ordina a Enea di seguirlo da solo, pronto e audace, mentre gli altri devono stare lontani.

Nel vestibolo infernale appaiono il pianto, i rimorsi, le malattie, le personificazioni dei mali dell'umanità, e poi una serie di figure mostruose, fra cui i Centauri, la Chimera, le Gorgoni e le Arpie; quindi i due si dirigono verso la palude Stigia. Presso l'Acheronte incontrano Caronte, traghettatore delle anime: Enea viene a sapere dalla Sibilla che le anime che si affollano per passare il fiume infernale sono quelle dei morti insepolti che devono aspettare cento anni prima di poter essere traghettati. Fra le anime degli insepolti Enea vede antichi eroi e l'ombra di Palinuro, che gli narra la sua fine e gli chiede di essere sepolto o portato oltre il fiume. La Sibilla lo rimprovera in quanto non è concesso violare la legge divina, ma profetizza che gli abitanti del luogo dove egli giace insepolto, trascinato fino a riva dal mare, lo seppelliranno, spinti da funesti prodigi.

Caronte vorrebbe impedire il passaggio di Enea, ma la Sibilla lo convince mostrando il ramo d'oro e spiegando che Enea varca il limite dell'oltretomba per vedere il padre morto, mosso quindi da una grande pietà. Convinto Caronte e oltrepassato l'Acheronte, all'ingresso del regno dei morti, la Sibilla getta focacce soporifere a Cerbero, mostro mostruoso con tre teste che sta a guardia della palude Stigia.

L'eroe e la profetessa entrano in una specie di antinferno, nel quale sono radunate le anime dei morti anzitempo: bambini e fanciulli, suicidi (fra cui Didone), gli eroi morti in battaglia: mentre attorno a Enea si accalcano gli antichi compagni Troiani, di fronte a lui le schiere greche fuggono o lanciano grida. Fra gli eroi vede Deifobo, figlio di Priamo, che gli narra il tradimento di Elena: a lui sposata dopo essere rimasta vedova di Paride, lo aveva tradito consegnandolo a Menelao, nella speranza di riconciliarsi con il primo marito. Le orrende ferite che ancora reca il suo corpo testimoniano l'agguato mortale. Ma la Sibilla invita Enea ad affrettarsi e Deifobo saluta tristemente l'antico compagno.

Enea osserva le grandi mura del Tartaro circondate dal Flegetonte, dove sono i malvagi e chiede alla profetessa quali delitti lì si puniscano: la Sibilla elenca varie colpe, fra cui la slealtà, l'avarizia, l'infedeltà, ma si dice incapace di dire tutti i delitti che lì si scontano fra pene e tormenti.

I due visitatori volgono a destra, verso il palazzo di Dite, dove Enea reca l'offerta del ramo d'oro, quindi nei Campi Elisi, luogo incantato e luminosissimo, dove le anime dei beati passano il loro tempo infinito in tranquille occupazioni: chi danza, chi canta, chi fa esercizi ginnici. Sono poeti, musicisti, soldati morti per la patria, sacerdoti; in una valletta Enea incontra Anchise, che dice di averlo da tempo aspettato e gli illustra la teoria della metempsicosi: le anime, vivificate dallo Spirito Universale, entrano nei corpi e li animano, per tutta la vita; dopo la morte, esse si purificano e bevono l'acqua del Lete, che dà l'oblio della vita precedente, e tornano a incarnarsi. Quindi conduce Enea su un colle e di lì gli mostra i futuri Romani illustri, celebra le doti civili e politiche che caratterizzeranno Roma e conclude il suo racconto con l'esaltazione di Marcello, nipote di Augusto, morto giovanissimo. Quindi accompagna il figlio e la Sibilla fino alla porta d'avorio, da dove Enea e la Sibilla escono alla spiaggia.


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Eneide Libro 5 - Riassunto

Enea e i suoi compagni presso la tomba di Anchise

Da lontano, oramai in navigazione, Enea scorge le fiamme del rogo di Didone, e un triste presagio pervade i cuori dei Troiani. Il timoniere Palinuro, temendo le avversità del mare, consiglia di approdare sulle coste siciliane, a Drepano, dove il troiano Aceste li accoglierà benevolmente. Enea accetta questo consiglio: è infatti trascorso un anno dalla morte di Anchise che proprio a Drepano è sepolto: la sosta sarà quindi occasione per celebrare i riti funebri.

Giunti da Aceste, vengono accolti in modo ospitale. Nel corso del solenne sacrificio in onore di Anchise, un serpente dorato, a sette spire, liba le offerte già pronte: Enea interpreta il presagio favorevolmente e offre nuove vittime.

In seguito vengono celebrati i giochi: una gara di navi, una di corsa (cui partecipano anche Eurialo e Niso, due giovani amici protagonisti del IX libro), un combattimento di pugilato. Nel corso di quest'ultima gara, l'anziano ma forte Entello vince il compiaciuto Darete, convinto che nessuno osasse sfidarlo. Segue quindi il tiro con l'arco: in questa gara, Aceste, sorteggiato a tirare per ultimo, quando ormai la colomba posta come preda è già stata colpita, scocca una freccia che prende fuoco e segna una scia fiammeggiante, come una stella cometa: anche questo è interpretato da Enea come un presagio favorevole.

I giochi sono chiusi da una parata gioiosa di giovinetti a cavallo: li guida Ascanio, che intreccia con loro diversi percorsi: questa giostra equestre, spiega il poeta, sarà celebrata a Roma in memoria dell'antica origine (è il cosiddetto ludus Troiae, introdotto da Ascanio nel Lazio e riesumato da Augusto).

Ma, mentre si svolge questa festosa cerimonia, Giunone manda Iride, sotto le spoglie di Beroe, una troiana, a istigare le donne, ormai stanche, perché incendino le navi per impedire una nuova partenza. Ascanio, ancora in sella al cavallo, alla notizia di quanto accade al porto, rimprovera aspramente le donne, che comprendono l'opera nefasta della dea e fuggono spaventate. Enea prega Giove di aiutarlo: una tempesta inviata dal dio spegne l'incendio divampato, ma quattro navi sono purtroppo andate perdute.

Naute, anziano e sapiente, consiglia a Enea di lasciare in Sicilia gli uomini deboli e stanchi di navigare e le donne che non vogliano seguirlo. Lo stesso Anchise, apparso al figlio, appoggia questo piano e gli ordina di recarsi, prima di giungere al luogo destinato per la fondazione della nuova patria, ai Campi Elisi, sede dei beati, dove lo incontrerà. Quindi Enea insieme ai compagni traccia il confine della città che i Troiani rimasti fonderanno e chiameranno Acesta; al momento di partire tutti si salutano profondamente commossi.

Venere si rivolge a Nettuno perché garantisca ai profughi una serena navigazione: il dio acconsente, dicendo che un solo compagno di Enea morirà in mare prima di giungere in Italia. Preso il mare, la navigazione procede tranquilla; ma, scesa la notte, il fidato timoniere Palinuro, ingannato dal sonno che ne vince la resistenza, cade in acqua e annega.
Intanto, con il favore di Nettuno, la flotta prosegue la rotta e solo in prossimità della meta Enea si accorge che il nocchiero è sparito: prende egli stesso in mano il timone e guida la nave, mentre compiange il compagno perduto. La spiaggia dove giacerà porterà il suo nome.


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Eneide Libro IV - Analisi temi e personaggi

Mercurio ordina ad Enea di lasciare Cartagine, affresco di Giambattista Tiepolo, 1757, Villa Valmarana "Ai Nani", Vicenza.


I temi

L'amore di Didone è il tema dominante: causato da un inganno divino, quindi incontrollabile, divampa come fuoco e divora le forze di Didone, che viene paragonata alla cerva ferita, sofferente, incapace di lottare, in preda a un destino ormai segnato. La passione, cui la donna oppone illusorie resistenze, progressivamente la divora. La regina è nobile e generosa, e preda del Fato, come Enea, anche se proprio di Enea e dell'amore per lui è vittima: il Fato è superiore agli eventi, ignora emozioni e sentimenti, impone le sue regole e la sua volontà. Grazie al tema amoroso Virgilio ribadisce il conflitto fra il piano delle scelte e delle volontà individuali e quello del Fato: quando la volontà dell'individuo si scontra con i disegni del Fato, quest'ultimo è destinato a vincere, travolgendo chi vi si oppone, anche se onesto e mosso da nobili sentimenti. Il libro si chiude con il suicidio, unica via d'uscita rimasta alla donna, segnata da un destino senza soluzione: si tratta di una scelta drammatica, ma nobile, una scelta eroica.



La struttura del libro

Anche il quarto libro si articola in tre sequenze:
  • la prima (vv. 1-172) narra l'amore di Enea e Didone; 
  • la seconda, posta al centro del libro e quindi in una posizione di rilievo (vv. 173-392), il drammatico colloquio fra i due amanti; 
  • la terza si chiude con il suicidio di Didone e con la funesta profezia che essa pronuncia morendo (vv. 393-705). La terza sequenza è ben più estesa delle altre due e presenta una tecnica compositiva più varia, in quanto è interrotta dai preparativi di partenza di Enea, da una serie di eventi secondari che però preparano l'evento chiave, il suicidio di Didone: di fatto, l'ampiezza dell'ultima parte conferisce rilievo tragico al personaggio di Didone, che domina tutto il libro.



Le fonti

I modelli che Virgilio tenne presenti nella rappresentazione della passione sono Apollonio Rodio, che nelle sue Argonautiche narra l'amore di Medea e Giasone, ed Euripide, che scrive la tragedia Medea. È però probabile che egli si sia ispirato anche a fonti latine, per noi perdute, che risalivano alla maledizione di Didone per giustificare l'odio di Annibale, protagonista temutissimo della seconda guerra punica (218-201 a.C.).



Il narratore

Finito il racconto delle vicende precedenti l'arrivo a Cartagine, il poeta riprende la narrazione; tuttavia egli, pur mantenendosi generalmente fuori della narrazione (narratore esterno), vi interviene in alcuni casi accentuando in modo patetico il profilo del personaggio; l'inserimento delle similitudini e soprattutto quello della cerva ferita è un segno di questo intervento indiretto, ma significativo.



Lo spazio

Il quarto libro è caratterizzato da un mutamento continuo di spazi che lo rende molto vario: in apertura è significativo lo scenario di Cartagine, anch'essa coinvolta dall'insania di Didone, tanto che le opere intraprese languono; nella terza parte, quando ormai la vicenda precipita, lo scenario diventa fisso: l'epilogo è inevitabile e perciò focalizzato in un unico spazio che sembra assumere le caratteristiche di uno spazio sacrificale, quello in cui Didone si ucciderà.



Il tempo

Enea giunge in Africa verso l'autunno e riparte quando la stagione è favorevole alla navigazione (v. 430): perciò la permanenza a Cartagine dura alcuni mesi; tuttavia il poeta rappresenta solo una parte minima di quel tempo. Dal giorno dell'arrivo, protratto a lungo dalla narrazione di Enea, al giorno della caccia, trascorrono presumibilmente alcuni mesi; mentre è più veloce il passaggio dalle nozze furtive al diffondersi
della notizia e al precipitare degli eventi.


L'ordine della narrazione
Dopo la fine del racconto di Enea, la narrazione procede in modo lineare, solo interrotta da alcune anticipazione (prolessi) che assumono valore profetico: la prima (v. 219 e seguenti ), attraverso le parole di Giove, ribadisce il piano ineluttabile del Fato; la seconda, nelle parole fiere di Didone morente, preannuncia che un vendicatore sorgerà dalle sue ceneri, alludendo ad Annibale (v.625 e seguenti).



I personaggi

La prima parte del libro è dominata dalla figura di Anna, personaggio minore, che tuttavia condivide il destino di Didone: essa infatti la aiuta inconsapevolmente nel piano che tragicamente la porterà alla morte e il suo personaggio — analogo a quello della nutrice nelle tragedie greche — è schiacciato dalla disperata sorte di Didone. Anche Anna è uno strumento degli dei, oltre che una figura intensa, partecipe e affettuosa,
l'unica che spezza la solitudine di Didone. Proprio la solitudine, oltre alla follia amorosa, contraddistingue Didone: sola nel suo potere regale, sola nella scelta di vedovanza, sola nella passione, sola nel momento del suicidio, oggetto di un inganno divino cui non può opporsi e che non può comprendere né vincere. Nel rappresentare il personaggio — fragile nella passione e forte nell'eroica decisione del suicidio, nello stesso tempo irruente e tenero con Enea — il poeta dispiega tutta la sua umana comprensione e lascia ancora aperto l'angoscioso enigma sul volere degli dei, la cui volontà travolge un personaggio già tanto segnato dalla sorte, generoso e ospitale. Per questo motivo Didone è tanto differente dalle "donne abbandonate" di Omero: Calipso e Circe sono divinità in cui il dolore sembra momentaneo e superficiale, legate come sono a una situazione di beatitudine e una condizione di immortalità; per Didone invece la disgrazia è una dimensione totale, che comporta la sua messa in discussione come personaggio pubblico, come regina e come donna, e la morte è l'unica via d'uscita della sua storia umana. D'altra parte il poeta analizza con profonda umanità i diversi stati d'animo della donna, che passa dalla dolorosa incredulità, al disprezzo per l'inganno subito, all'umiltà, alla disperazione e alla maledizione, cui segue la calma riconquistata nelle ultime parole, quando ormai il distacco dalla vita è voluto e deciso.


Gli dei
Ancora una volta entra in scena Giove, a garantire la realizzazione del piano del Fato, e ad ostacolare il tentativo di Giunone, che tende invece a opporsi ad esso: queste divinità assolvono di norma a queste due funzioni ricorrenti; nel libro anche Venere ha una funzione significativa, negativa e funesta; l'intervento di Mercurio, messaggero di Giove, mediatore fra uomini e dei, è simmetrico a quello di Hermes che richiama Odisseo dall'isola di Calipso (Libro V Odissea).
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Eneide Libro 4 - Riassunto

La morte di Didone, Roma, Galleria Spada, 1631

Didone, ormai preda della passione per Enea, confida alla sorella Anna il suo amore, ma afferma di non volere nuove nozze, per fedeltà al marito Sicheo; tuttavia, ella riesce a convincerla a cedere ai doni di Venere, mostrandole come un matrimonio con Enea possa rivelarsi utile per il suo popolo circondato da genti ostili.

Le sorelle decidono quindi di offrire un sacrificio a Giunone, protettrice delle nozze e quest'ultima rimprovera Venere di aver catturato la regina con le sue trame e le propone di far sposare i due, sperando di trattenere così Enea in Africa e di impedirgli la fondazione di Roma; Venere accetta, affidando a Giunone il compito di convincere Giove di questo progetto, visto che la dea vuole danneggiare i Troiani e vorrebbe opporsi ai disegni del Fato. Durante una festosa battuta di caccia, Giunone scatena un violento temporale che costringe Enea e Didone a nascondersi in una grotta, dove la dea li unisce in un matrimonio furtivo.

La fama dell'accaduto si diffonde e si ingigantisce, arriva fino a Iarba, figlio di Giove e sovrano di Libia, che era stato rifiutato da Didone: sdegnato, si rivolge al padre e lo prega di punirla. Giove asseconda la preghiera del figlio e soprattutto garantisce il piano del Fato: manda infatti Mercurio da Enea per spingerlo a partire, ricordandogli la sua fatale missione.

Enea, confuso e mortificato per l'errore religioso, all'apparire di Mercurio non si sottrae al suo dovere: fa subito preparare le navi, sperando di trovare un modo per annunciare a Didone la partenza, ma prima che egli gliela possa comunicare, la donna si avvede dei preparativi e lo accusa di volerla abbandonare, senza alcuna gratitudine verso di lei, senza alcuna traccia di sentimento: Enea risponde che si deve adeguare al volere dei Fati e che non può rimandare la partenza. Mentre l'eroe troiano ultima i preparativi, Didone lo scongiura invano, tramite la sorella Anna, di attendere almeno qualche tempo.

Ormai in preda alla follia, tormentata dalla voce del marito, che le sembra chiamarla, e da funeste visioni, Didone medita il suicidio; infine ordina ad Anna di innalzare un rogo nel cortile più interno della casa dove essa brucerà le armi, il letto nuziale, tutto ciò che le ricorda Enea, con il pretesto del consiglio di una maga. Durante la notte, piena d'angoscia, Didone decide il suicidio, oppressa anche dal rimorso di aver tradito il marito.

Nel frattempo Mercurio appare in sogno a Enea che, ormai sicuro di aver adempito al suo dovere, dorme sereno, e gli consiglia di partire subito, senza attendere l'alba: quindi in fretta i Troiani partono festanti. Non appena Didone vede la flotta, ormai lontana, procedere a vele spiegate, si abbandona alla disperazione e mette in atto il suo piano, suicidandosi sul rogo preparato con il pretesto del rituale magico, dopo aver maledetto Enea e la sua discendenza. La sorella Anna, che accorre quando ormai è troppo tardi, è sconvolta dal dolore e dal rimorso di aver incoraggiato l'amore per Enea; infine Giunone, impietosita dalla sofferenza di Didone agonizzante, invia Iride a strapparle il capello cui è ancora legata la sua vita, liberandola così dal dolore.


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Eneide Libro 3 - Riassunto

Enea e le Arpie, incisione di Bartolomeo Pinelli.

Il libro è dedicato alla narrazione del lungo peregrinare di Enea e dei suoi compagni dopo la fuga da Troia. Costruita una flotta con il legname del monte Ida, giunta ormai l'estate, i superstiti partono guidati da Enea che porta con se il figlio, il padre e gli dei Penati.

Dopo qualche tempo sbarcano in Tracia, dove fondano le prime mura, fiduciosi del fatto che un tempo quella terra era amica ai Troiani. Tuttavia, quando Enea strappa rami da un cespuglio per ornare un altare, gli appare un orrendo prodigio: i rami spiccati grondano sangue e si sente una voce: è quella di Polidoro, figlio di Priamo, che mandato dal padre con molti doni da Licurgo, re di Tracia, perché scampasse alla rovina della città, è stato invece ucciso a tradimento. Enea desolato celebra a Polidoro un rito funebre e abbandona con i compagni la Tracia, per recarsi a Delo a consultare l'oracolo. Questo prescrive ai Troiani di cercare l'antica madre, cioè la terra che per prima generò la stirpe troiana (vv. 94-96).

Anchise pensa che l'oracolo alluda a Creta, dove rapidamente si dirigono, sapendo che una parte della terra è priva di un re. Giunti lì, nuovamente gli esuli innalzano mura, ma una pestilenza e una carestia sono la prova della disapprovazione degli dei e quindi Enea e i compagni sono costretti a ripartire. Ritornati a Delo, gli dei Penati, apparendogli in sogno, danno un nuovo oracolo a Enea e gli ordinano di continuare il viaggio, finché giungerà in Esperia (il nome greco dell'Italia) (vv. 163-171).

Quindi essi ripartono, ma, costretti da una tempesta, sbarcano alle Strofadi, sede delle Arpie, mostri alati dal volto di una donna; qui gli esuli vedono pascolare grassi buoi e li ammazzano per sfamarsi, senza trascurare un'offerta a Giove. Nonostante questa cautela essi offendono le Arpie, a cui i buoi erano sacri: Enea e compagni devono lottare contro un assalto di questi mostri, senza riuscire a respingerlo. Celeno, una di esse, pronuncia una funesta profezia: i Troiani giungeranno in Italia, ma non riusciranno a cingere di mura la loro città prima che l'orrenda fame li costringa a divorare le mense, per punizione dell'offesa arrecata alle Arpie.

Costernati, i Troiani, guidati nel sacrificio da Anchise, invocano gli dei di liberarli da quell'infausto presagio. Ripartiti precipitosamente, si dirigono ad Azio, in Epiro, dove si fermano e celebrano i giochi; quindi a Brutoto, dove vengono a sapere che Eleno, figlio di Priamo, sposata Andromaca, vedova di Ettore, regna sui Greci del luogo.
Infatti, la donna rimasta vedova anche di Pirro, è potuta tornare sposa a un Troiano; Andromaca ed Eleno hanno ricostruito insieme una città a immagine di Troia e accolgono felici i superstiti. 

Andromaca, stupita di rivedere Enea, narra la sua triste storia. In seguito Eleno spiega a Enea che il volere divino gli ha destinato di solcare il mare, ma prima di giungere in Italia, che egli crede vicina, dovrà ancora vagare molto, finché, dopo aver visitato l'Averno, approderà alla terra cercata: quando vedrà una scrofa con trenta maiali, lì fonderà la città.

Eleno consiglia poi Enea di cercare di ingraziarsi Giunone e di fermarsi a Cuma dove interrogherà
la Sibilla; inoltre dovrà stare lontano dalle coste di fronte all'Epiro, dove regnano i Greci e dirigersi invece verso la Sicilia. Quindi gli esuli partono, salutati con affetto da Eleno e Andromaca, che colma di doni gli amici e Ascanio, in cui vede il piccolo sventurato Astianatte.

Partiti di lì, giungono sulla costa della Sicilia, dopo aver evitato Scilla e Cariddi: approdati nel porto ai piedi dell'Etna incontrano un greco, Achemenide, e compagno di Ulisse, da quest'ultimo abbandonato nella precipitosa fuga dalla terra dei Ciclopi. Egli li esorta a tenersi lontano dai Ciclopi, ed essi, prestandogli fede, lo accolgono e riprendono il mare, mentre l'ospite illustra loro i luoghi che costeggiano.

Dopo aver circumnavigato la Sicilia, gli esuli approdano a Drepano, dove Anchise, stremato dalle fatiche muore. Enea conclude così il suo racconto; partiti di lì, sono infine approdati a Cartagine.


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Eneide Libro II - Analisi temi e personaggi

Il Cavallo di Troia - Giandomenico Tiepolo, L'ingresso del cavallo a Troia, secolo XVIII

I temi

Il libro narra la drammatica caduta di Troia, voluta dal Fato e inevitabile; essa è tanto più dolorosa perché inattesa, dal momento che coglie di sorpresa i Troiani, che avevano creduto alla ritirata del Greci. D'altra parte, la caduta della città rivela anche la cecità degli uomini e la loro incapacità di cogliere i segni evidenti della realtà: nemmeno i suoni sordi e minacciosi che rimanda il ventre del cavallo percosso da Laocoonte li dissuadono dal portarlo in città. Ma è il Fato stesso che vuole così: ha già stabilito che Troia cada e a nulla può valere l'opposizione del sacerdote Laocoonte, che ha compreso la verità.
Contrariamente a quanto accade nei poemi omerici, dove gli uomini pagano per colpe effettivamente commesse, Laocoonte è una vittima innocente: l'ira degli dei si abbatte sugli uomini senza che questi l'abbiano provocata con un comportamento ingiusto, come già il poeta aveva preannunciato nella protasi. La caduta di Troia dipende dall'inganno: paradossalmente, la città in cui gli eroi si erano a lungo scontrati nel rigoroso rispetto del codice eroico, cade per un'ingegnosa macchinazione; non le armi di Achille e dei più forti eroi, ma l'astuzia di Ulisse e dello scaltro Sinone.



La struttura del canto

Il canto si apre con una breve premessa, in cui Enea sottolinea il dolore che il ricordo gli procura; inizia poi il racconto vero e proprio. La prima sequenza è centrata sulla falsa partenza degli Achei, sulla vicenda del cavallo, cui si legano gli episodi di Sinone e di Laocoonte: con l'ingresso del cavallo in città si chiude questa prima parte (vv. 14-249). Nella seconda sequenza Enea racconta gli avvenimenti della notte, che prendono avvio dall'apparizione dell'ombra di Ettore e sono centrati sulle lotte che divampano per la città e che culminano nell'uccisione di Priamo (vv. 250-558). L'ultima parte, segnata dallo sgomento di Enea cui la fine di Priamo ricorda il padre, è centrata sull'angosciosa fuga, preceduta dall'esitazione di Anchise, dal prodigio su Ascanio e chiusa dalla dolente apparizione di Creusa; il racconto si conclude con il ritorno di Enea presso i suoi compagni e la fuga verso i monti (vv. 559-804).



Le fonti

Virgilio attinge presumibilmente a fonti romane per questa vicenda (Ennio e Accio, che scrissero tragedie sulla caduta di Troia, e anche Nevio); in Omero, come è noto, la fine della città non è diffusamente narrata: vi accennano, con una certa precisione, Menelao nel quarto e Demodoco nell'ultimo libro dell'Odissea. A parte i riferimenti precisi, è l'Odissea il modello che influenza il ruolo di Enea: come Odisseo, infatti, egli narra in prima persona le vicende drammatiche della città nella sua ultima notte, in un contesto amico e ospitale.



Il narratore

Seguendo il modello dell'Odissea, Virgilio affida a Enea la narrazione delle ultime ore di Troia: l'eroe troiano, quindi, come Odisseo, nello stesso tempo è protagonista degli eventi e narratore (tecnicamente è un narratore interno), coinvolto emotivamente e ancora preda della sofferenza e della nostalgia per la patria e gli affetti che ha perduto, primo tra tutti quello della moglie Creusa. Nel racconto viene ribadito il suo doppio ruolo, quello di un uomo segnato da una dolorosa vicenda personale, e di capo, cui è affidata la salvezza dei suoi.



Il tempo

Due tempi si sovrappongono, il presente, cui fa da sfondo la reggia ospitale e sicura di Didone, e il passato, nel ricordo drammatico della caduta della città: il racconto, che trasforma la serata ospitale in uno scenario di morte e sopraffazione attraverso le parole di Enea, occupa tutta la notte, che trascorre nella rievocazione delle vicende.



I personaggi

Nella complessa architettura del libro, due sono i personaggi dominanti, Laocoonte ed Enea; a Laocoonte, uomo onesto e di religione, che ha compreso la verità circa il cavallo, si oppone Sinone, scaltro mentitore: dal momento che il destino di Troia è segnato, a nulla vale la virtù del sacerdote, che è vittima innocente, insieme ai giovani figli, del volere di Minerva.
Enea domina la seconda parte del libro: dapprima tenta una disperata difesa della città, armi in pugno, come farebbe qualsiasi eroe tradizionale; quindi, su esortazione di Ettore, che gli appare in sogno come una voce ispirata dal Fato, si rassegna a una fuga che si configura subito come un doloroso ma necessario esilio, affrontato per salvare gli dei Penati e la stessa memoria della città, che la sorte vuole far rinascere altrove. Fra gli eroi achei che si rendono responsabili della caduta della città spicca Neottolemo, il figlio di Achille, che uccide in modo ignominioso il vecchio Priamo, senza rispetto per la veneranda età: gli Achei, assetati di vittoria, hanno perso ogni ritegno e ignorano le prescrizioni cavalleresche che avevano ispirato, per esempio, lo stesso Achille nel nobile dialogo con l'anziano Priamo.


Gli dei
Il mostruoso prodigio che coinvolge Laocoonte e i suoi figli rivela l'ostilità del Fato: ogni sentimento di pietà è travolto, gli dei si avvalgono di qualsiasi mezzo per portare a compimento un piano segnato. L'intervento di Venere, che svela a Enea gli dei stessi volti a distruggere la città, presenta figure divine in preda a una furia travolgente, ormai incontrollabile, che utilizzano l'inganno e la violenza per perdere gli uomini accecati. A fianco degli dei che abitano l'Olimpo e influenzano l'azione degli uomini, si collocano i Penati, dei protettori del focolare che Enea porterà in salvo con sé, per continuare la tradizione di Troia e garantire la continuità del culto anche nella nuova patria.
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