Riassunto: Libri Odissea


L'Odissea è il "poema di Odisseo", l'ultimo degli eroi Greci a ritornare a casa dopo la distruzione di Troia. Protagonista del racconto (che si snoda in 24 canti, o libri, proprio come l'Iliade), dunque, un uomo, di cui vengono narrate le lunghe e dolorose avventure che dilatano il suo viaggio di ritorno: l'eroe impiegherà dieci anni, una volta salpato da Troia, per rivedere la patria Itaca e la moglie Penelope. Motivo dominante dell'Iliade è l'ira di Achille; lo scenario è la guerra e il sangue. Nell'Odissea la guerra vive solo nel ricordo straziante di quanti vi hanno partecipato, ma è ormai lontana. Altri temi ne sostanziano il racconto, tipici del patrimonio del folklore e delle saghe popolari: il viaggio, nella prima metà del poema, e, nella seconda, la vendetta attuata da Odisseo, una volta ritornato in patria, sui pretendenti che durante la sua assenza hanno tentato di spodestarlo dal regno e di conquistarne la sposa.
I viaggi che Odisseo deve affrontare lo portano a vagare in terre lontane e dai contorni non ben definiti: luoghi nati dalla fantasia del poeta, che sembrano appartenere al mondo della fiaba. Là Odisseo incontra ninfe, maghi, mostri, creature fantastiche, il più delle volte maligne, ma, talvolta, anche beate e amorevolmente ospitali. Giunge persino al regno dell'Ade. Ma l'eroe si dimostra capace di superare qualsiasi pericolo perché in lui convivono doti eccezionali. Nell'Iliade Odisseo è presentato come un valente guerriero, contraddistinto da particolari qualità: un'astuzia fuori dal comune e un'eloquenza efficace e persuasiva. Così, nell'Odissea, gli epiteti che meglio lo caratterizzano sono "polùmetis" ("dalle molte astuzie"), "polumèkanos" ("dalle molte risorse", "abile", "scaltro"), "polùtropos" (che alcuni intendono come "dai molti viaggi" e altri "multiforme", "versatile") e "polùtlas" ("che sa resistere a molti mali").
Nell'Odissea a poco valgono le sue capacità di combattente (solo nella lotta contro i Proci avranno un qualche spazio), mentre emerge in primo piano la sua intelligenza pratica, attiva, tessitrice di inganni, in una parola, la sua "mètis" ("astuzia"). Ma come in ogni eroe, al successo, dovuto alla sua eccezionalità, si affianca costantemente la sofferenza, eccezionale anch'essa. E il poema di Odisseo è profondamente intriso di dolore umano: vincere l'avversario significa anche saper sopportare la sofferenza che tale prova comporta, significa essere, proprio come Odisseo, "polùmetis" e insieme "polùtlas".


Riassunti

Canto I: Dopo lunghe peregrinazioni Odisseo è giunto all'isola di Ogigia, dove al ninfa Calipso lo trattiene amorevolmente da sette anni, sperando di diventare sua sposa. A questo punto delle vicende dell'eroe si apre, "in media res", il racconto dell'Odissea. Approfittando dell'assenza di Poseidone, che da tempo ostacola il viaggio di Odisseo per vendicarsi dell'accecamento subito dal figlio Polifemo, durante un consiglio degli Dèi Atena induce il padre Zeus a disporre i preparativi necessari per il ritorno in patria dell'eroe: occorre mandare Ermes ad Ogigia perché informi Calipso della decisione divina, mentre Atena stessa si recherà al palazzo di Itaca. Là, presentatasi sotto mentite spoglie, esorta Telemaco, figlio di Odisseo e Penelope, a cacciare i pretendenti della madre (i Proci) che da anni con arroganza invadono il palazzo del padre dilapidandone i beni, e a partire alla volta di Sparta e di Pilo (Peloponneso), dove regnano, rispettivamente, Menelao e Nestore, per avere notizie del padre.

Canto II: Il giorno seguente Telemaco convoca l'assemblea degli Itacesi per denunciare pubblicamente i soprusi dei Proci e per chiedere al popolo di aiutarlo a scacciarli dal palazzo del padre. Le risposte arroganti di Antinoo ed Eurimaco rivelano tutta la prepotenza dei Proci e pongono fine alla discussione. Telemaco allora annuncia l'imminente partenza, per la quale Atena, sotto le spoglie di Mentore, amico del padre, gli procurerà una nave e ogni altra cosa necessaria al viaggio. Inutilmente al nutrice Euriclea tenterà di trattenerlo a Itaca. Egli salperà di notte con il favore di Atena, all'insaputa della madre.

Canto III: Telemaco giunge a Pilo, regno del vecchio Nestore, compagno d'armi di Odisseo durante la guerra di Troia. Il re lo accoglie calorosamente e, intrattenendosi col giovane, gli racconta della guerra passata e del ritorno in patria degli Achei, soffermandosi in particolare sull'atroce fine di Agamennone, ucciso da Egisto, poi vendicato dal figlio Oreste. Menelao invece ha vagato sette anni, ma il suo viaggio si è concluso felicemente con il rientro a Sparta. Là Telemaco ora si recherà accompagnato dal giovane Pisistrato, figlio di Nestore.

Canto IV: A Sparta si stanno celebrando le nozze dei figli di Menelao. Riconosciuto Telemaco, l'Atride, Elena e gli ospiti si abbandonano al pianto, tanta è la commozione suscitata da quell'incontro. Durante il banchetto Menelao ed Elena raccontano le gloriose gesta di Odisseo a Troia; il giorno seguente invece il re di Sparta narra le avventure del proprio ritorno. Tra queste l'incontro con il vecchio del mare, Proteo, che oltre ad informarlo della morte di Aiace figlio di Oileo e di Agamennone, gli aveva detto che Odisseo si trovava sull'isola di Calipso. A Itaca, intanto, i pretendenti preparano un'insidia mortale per Telemaco in procinto di tornare. Penelope, angosciata dalla notizia della partenza del figlio e dalle macchinazioni dei Proci, si chiude nella sua stanza, dove le appare in sogno Atena che la rassicura sulla sorte di Telemaco.

Canto V: Terminata la cosiddetta "Telemachia", ossia il gruppo costituito dai primi quattro libri del poema, che espongono i viaggi di Telemaco alla ricerca del padre, ha inizio la narrazione incentrata sul vero protagonista del racconto, Odisseo.
In un secondo consiglio degli Dèi, Zeus, nuovamente sollecitato da Atena, decide di mandare Ermes da Calipso. La ninfa si addolora per l'inevitabile partenza di Odisseo, ma, ubbidiente all'ordine di Zeus, aiuta l'eroe a costruirsi una zattera con la quale egli potrà finalmente partire dall'isola di Ogigia. Al diciottesimo giorno di navigazione, Poseidone, tornato dagli Etiopi, si accorge di quanto è accaduto e scatena allora una tempesta che ditrugge la zattera di Odisseo. Sbattuto dai flutti, l'eroe viene soccorso da una dea del mare, Leucotea, che, provando pietà per lui, gli dona un velo da distendere sotto il petto: solo così potrà salvarsi e toccare di nuovo terra. Dopo tre giorni di naufragio, finalmente Odisseo approda all'isola di Scheria, dove abitano i Feaci. Là si stende tra i cespugli e, sfinito, cade addormentato.

Canto VI: Il popolo dei Feaci è di origine divina. Essi vivono in condizioni di beatitudine, lontano dal resto degli uomini, e non conoscono la guerra. Su di loro regna Alcinoo, sua figlia ha nome Nausicaa. E' lei a soccorrere per prima il naufrago, per volere di Atena che, apparsale in sogno, l'ha sollecitata ad andare a lavare i panni in riva al mare. Qui la bellissima giovane, mentre sta giocando a palla con le ancelle che l'hanno accompagnata, incontra Odisseo. Ridestato dalle loro voci, egli si avvicina, e mentre le compagne fuggono spaventate alla vista di un uomo nudo e mal ridotto, Nausicaa fiduciosa gli offre il suo aiuto. Lo fa lavare e rivestire e gli indica la strada che porta al palazzo del padre.

Canto VII: Guidato da Atena, che ha preso le sembianze di una giovinetta del posto e che lo ha reso invisibile versandogli intorno una nebbia, Odisseo giunge al palazzo, dove i nobili Feaci sono riuniti a banchetto. La nebbia si scioglie solo quando l'eroe si avvicina ad Alcinoo, ma soprattutto alla regina Arete, per supplicare aiuto. Ne riceve benevola accoglienza e l'immediata promessa della scorta necessaria per il suo ritorno in patria. Congedati gli altri ospiti, la regina gli domanda la sua provenienza. Ma Odisseo, per il momento, tiene celata la sua identità, e si limita a raccontare le vicende dell'isola di Calipso, il naufragio che l'ha condotto a Scheria, e il soccorso prestatogli da Nausicaa.

Canto VIII: Dopo aver ordinato ai Feaci di fare i preparativi per la partenza, Alcinoo organizza uno splendido banchetto in onore di Odisseo. Viene fatto chiamare l'aedo Demodoco, perchè allieti la festa con i suoi canti. La Musa dapprima gli ispira un tema legato alla guerra di Troia, quello di una famosa contesa tra Achille e Odisseo. Il canto fa piangere l'ospite, che tenta di nascondere le sue lacrime. Ma Alcinoo se ne accorge e propone di passare ai giochi e alle danze. Segue, poi, un altro canto di Demodoco, questa volta d'argomento divino: gli amori di Ares e Afrodite e la vendetta di Efesto. Giunta la sera, dopo aver nuovamente cenato, i Feaci si dispongono ad ascoltare il terzo canto di Demodoco, che meravigliosamente narra lo stratagemma del cavallo di legno ideato da Odisseo per prendere Troia. Ancora una volta l'eroe non sa trattenere le lacrime. Alcinoo ordina che il canto abbia termine. Ora vuole sapere il nome dell'ospite e la ragione di quel pianto.

Canto IX: Odisseo rivela la sua identità e inizia il racconto, che si estende fino al canto XII, delle avventure da lui vissute a partire dal momento in cui ha lasciato Troia. In primo luogo l'incontro con i Ciconi e con i Lotofagi, poi l'approdo al paese dei Ciclopi. Qui l'eroe avventuratosi da solo con i compagni della sua nave, entra nella grotta del ciclope Polifemo. Il mostro divora buona parte dei suoi uomini, ma viene, alla fine, ingannato da Odisseo, che prima lo fa ubriacare, poi lo acceca e, infine, gli dice di chiamarsi Nessuno. Legati i suoi compagni e se stesso sotto il ventre delle pecore di Polifemo, l'eroe trova finalmente una via di fuga. Ma il ciclope, accortosi dell'inganno, invoca il padre Poseidone affinchè punisca Odisseo per il male subìto.

Canto X: Ripresa la navigazione, Odisseo giunge presso Eolo, re dei venti, che gli concede un vento favorevole per ritornare a casa. Ma, in prossimità di Itaca, i compagni aprono di nascosto l'otre dei venti che Eolo ha regalato a Odisseo e il viaggio viene vanificato. Si ritrovano nuovamente da Eolo, e questa volta ne sono respinti. Poi arrivano nella terra dei Lestrigoni, giganti cannibali, che divorano molti compagni di Odisseo e ne distruggono tutte le navi tranne una. Con quella i sopravvissuti approdano all'isola di Eea, abitata dalla maga Circe, figlia del Sole. Un primo gruppo di compagni viene mandato in esplorazione dell'isola, ma Circe li trasforma in porci. Allora s'avvia Odisseo e lungo il cammino riceve da Ermes precise istruzioni e un'erba magica contro i sortilegi di Circe. Dopo essersi unito in amore con lei, ottiene la salvezza dei compagni e rimane sull'isola per un anno intero. Poi la maga concede loro di partire, ma prima li consiglia di recarsi all'Ade.

Canto XI: Giunto ai confini dell'Oceano, nella terra dei Cimmeri, Odisseo compie il rito sacrificale ed evoca le ombre dei morti. Esse accorrono in folla: quella del compagno Elpenore, morto accidentalmente da Circe, quella della madre Anticlea, e poi quella dell'indovino Tiresia, per interrogare il quale è stato compiuto il viaggio. Costui gli predice il ritorno in patria, ma anche i molti dolori che ancora l'attendono a causa dell'ira di Poseidone. Dovrà superare la prova delle vacche del Sole, e, in patria, la lotta con i pretendenti; poi riprenderà il viaggio e troverà la morte in mare. Infine altre ombre gli appaiono: quelle di molte donne illustri, poi quella di Agamennone, Achille, Aiace ed altri eroi.

Canto XII: Odisseo e i suoi uomini ritornano da Circe, che li istruisce dettagliatamente sulle prossime prove. Essi riusciranno così a non cedere al canto mortale delle Sirene, ad oltrepassare, non senza perdite, lo stretto di mare funestato dai mostri Scilla e Cariddi, e a raggiungere la terra di Trinacria, dove pascolano le vacche del Sole. Spinti dalla fame e dall'impossibilità di riprendere la navigazione, i compagni approfittano del sonno di Odisseo per uccidere gli animali sacri. La punizione, invocata dal Sole, non si fa attendere: la nave di Odisseo, che ormai ha ripreso il mare, viene travolta da una tempesta scatenata da Zeus e dal suo fulmine annientatore. Solo Odisseo si salva e per nove giorni rimane in balia delle onde, finché il decimo approda all'isola di Ogigia.

Canto XIII: Il racconto è terminato e i Feaci ne sono rimasti incantati; organizzano un'altra cena, gli offrono doni e, finalmente, col sopraggiungere della cena, danno inizio al viaggio che lo riporterà in patria. Mentre la magica nave dei Feaci compie il tragitto, Odisseo dorme; si risveglierà il mattino dopo sulle rive di Itaca. Farà fatica, tuttavia, a riconoscerla dopo tanti anni di lontananza, ma Atena, premurosa, gli andrà incontro per rassicurarlo. Poi insieme studiano il modo di vendicarsi dei Proci. Per il momento Odisseo dovrà celare a tutti, sull'isola, la sua identità. A tale scopo la dea lo trasforma in un vecchio mendicante e gli consiglia di farsi ospitare in campagna dal porcaro Eumeo.

Canto XIV: Con le sembianze di un mendicante Odisseo si reca da Eumeo, che lo accoglie in modo ospitale. Gli dà da mangiare e gli racconta di come i pretendenti saccheggino ogni giorno i beni del re, gozzovigliando a palazzo, e dello strazio della regina per il marito che essa ormai crede morto. L'ospite rassicura il porcaio sull'imminente ritorno di Odisseo, poi inventa una lunghissima storia, con la quale fa credere al suo ascoltatore di essere un Cretese e di aver combattuto a Troia. Dopo la cena, Eumeo gli prepara un giaciglio per la notte e gli offre un mantello per coprirsi.

Canto XV: Mentre Odisseo è già in patria, Telemaco si trattiene a Sparta. Atena, allora, lo spinge ad affrettare il ritorno, ed egli, congedatosi da Elena e Menelao, che gli offrono doni ospitali, ripassa per Pilo, da dove salpa accogliendo sulla nave l'indovino Teoclimeno, esule da Argo. Nella capanna di Eumeo, intanto, Odisseo manifesta l'intenzione di recarsi al palazzo, ma il porcaio lo trattiene e gli consiglia di aspettare Telemaco; poi, su richiesta dell'ospite, gli parla del padre Laerte, della madre Anticlea, ormai morta, e della propria vita. Scende la notte e i due si addormentano. Al sorgere dell'aurora Telemaco, che è riuscito a sfuggire alle insidie dei Proci grazie alla protezione di Atena, giunge ad Itaca e s'incammina verso la capanna di Eumeo.

Canto XVI: Non appena giunge Telemaco, Eumeo s'affretta ad andare in città per riferire a Penelope che il figlio è tornato sano e salvo. Rimasto solo con il figlio, Odisseo, a cui Atena ha ormai ridato un bellissimo aspetto, si fa riconoscere da lui, ed essi allora abbracciandosi si abbandonano ad un lungo pianto di gioia. Poi, insieme, preparano un piano per vendicarsi dei pretendenti, mentre costoro, a palazzo, udita la notizia del ritorno di Telemaco, tramano nuove insidie contro di lui. Penelope, in pena per il figlio, si presenta loro, ed Eurimaco, mentendo, la rassicura sulle loro buone intenzioni.

Canto XVII: La mattina seguente Telemaco va dalla madre, a palazzo; ed essa, insieme alla nutrice Euriclea, lo riabbraccia con gioia. Il giovane poi racconta a Penelope la conversazione avuta con Nestore e Menelao, ma non le rivela altro. L'indovino Teoclimeno però, arrivato ad Itaca insieme a Telemaco, predice che Odisseo è già sull'isola. L'eroe intanto, riprese le fattezze di un mendicante, si avvia verso la reggia insieme ad Eumeo. Lungo il cammino subisce le offese del capraio Melanzio, ma giunto davanti al palazzo è riconosciuto dal vecchio cane Argo, ormai trascurato da tutti. Per lui Odisseo versa una lacrima e Argo subito dopo muore. Dentro il palazzo i pretendenti sono riuniti a banchetto, come di consueto. Odisseo si mette a mendicare tra di loro, che mal sopportano la sua presenza, e viene colpito alla spalla da uno sgabello lanciato contro di lui da Antinoo. Penelope chiede ad Eumeo di poter parlare con l'ospite.

Canto XVIII: Nell'atrio del palazzo il mendicante Iro tenta di scacciare Odisseo, insultandolo e provocandolo alla lotta. I due si battono sotto gli sguardi divertiti dei pretendenti, ma Odisseo facilmente sconfigge il suo avversario. Atena fa addormentare Penelope e la rende meravigliosamente bella; poi la regina, destatasi, scende tra i pretendenti, che stupiscono a vederla, e lascia loro intravedere la possibilità delle nozze. Essi allora fanno a gara a portarle doni preziosi. Odisseo è costretto a sopportare altri insulti, prima dall'ancella Melanto, poi da Eurimaco che di nuovo lancia contro di lui uno sgabello. Ma Telemaco invita tutti ad andare a casa a dormire.

Canto XIX: Non appena i pretendenti hanno lasciato il palazzo, Odisseo e Telemaco portano via le armi dalla sala, poi il giovane si ritira nella sua stanza. Odisseo invece aspetta che Penelope lo raggiunga. Seduti vicini i due sposi si parlano: Penelope rivela al finto mendico le pene che le affliggono il cuore, e costui le racconta di aver ospitato Odisseo a Creta (e di questo gliene dà prova) e la rassicura sul fatto che egli tornerà molto presto. Penelope piange per la commozione e per la speranza suscitata in lei dalle parole dell'ospite, e ordina alle ancelle di prestargli ogni cura. La vecchia nutrice Euriclea è intenta a lavargli i piedi, quando all'improvviso riconosce il suo padrone da una cicatrice, ma Odisseo fa promettere alla donna di mantenere il segreto. Penelope racconta ad Odisseo un sogno che le preannuncia il ritorno dello sposo e la strage dei Proci, poi gli confida l'intenzione di proporre, all'indomani, una gara con l'arco: il vincitore potrà averla in sposa.

Canto XX: Steso su di un giaciglio nell'atrio del palazzo, Odisseo non riesce a prendere sonno, costretto ad assistere alle tresche notturne tra le ancelle e i Proci, e preoccupato per l'attuazione del suo piano di vendetta. Ma Atena gli si accosta e lo rassicura. Il giorno seguente si fanno i preparativi per il nuovo banchetto, e alla reggia arrivano Eumeo, il capraio Melanzio e il mandriano Filezio, rimasto fedele ad Odisseo. Poi sopraggiungono i Proci ed ha inizio la festa. Telemaco fa accomodare anche il finto mendico e lo tratta con molto riguardo, mentre i pretendenti continuano ad ingiuriarlo, e uno di loro, Ctesippo, gli lancia contro, senza colpirlo, una zampa di bue. Ma Atena invia un sinistro presagio, che fa calare un sipario di morte sui Proci: un riso folle ed inconsulto li travolge, mentre con gli occhi gonfi di pianto addentano carni insanguinate. L'indovino Teoclimeno spiega loro il significato di quel segno divino ma, in cambio, ne riceve scherno e derisione.

Canto XXI: Penelope, ispirata da Atena, propone ai pretendenti la prova dell'arco: essa è pronta a sposare chi di loro riuscirà a tendere l'arco di Odisseo e a far passare la freccia attraverso gli anelli delle dodici scuri poste una in fila all'altra. Per primo ci prova Telemaco, ma invano. Poi, a turno, ciascuno dei Proci, ma anch'essi sono costretti a desistere, non riuscendo neppure a tendere l'arco. Intanto, all'esterno del palazzo, Odisseo si accorda con Eumeo e Filezio, dopo essersi fatto riconoscere da loro. I Proci intendono riprendere la gara il giorno dopo, ma Odisseo chiede di poter provare anche lui. Superate le loro resistenze, l'eroe ottiene l'arco, mentre secondo precise istruzioni Euriclea rinchiude le ancelle e Filezio blocca ogni uscita dal palazzo. Odisseo tende facilmente l'arco e tra lo stupore generale, infila gli anelli delle dodici scuri. Subito gli si affianca Telemaco armato di spada e di lancia.

Canto XXII: Ha inizio la strage dei Proci. Per primo Odisseo punta l'arco contro Antinoo e lo colpisce a morte. Poi si fa riconoscere, ed Eurimaco allora tenta inutilmente di otteere il suo perdono: niente ormai può frenare la furia di Odisseo. Il capraio Melenzio trova il modo di fornire le armi ai Proci, ma Eumeo e Filezio lo catturano e lo immobilizzano, mentre Odisseo e Telemaco, aiutati da Atena, compiono la strage. Solo Femio, l'innocente cantore, e l'araldo Medonte, rimasto fedele al padrone, vengono risparmiati. Poi Odisseo chiede ad Euriclea di indicargli le ancelle infedeli: a loro spetterà il compito di riportare via i cadaveri e di ripulire la sala dal sangue versato; subito dopo verranno impiccate. Compiuto un rito di purificazione nel luogo della strage, Odisseo ordina ad Euriclea di chiamare Penelope, mentre le ancelle fedeli accorrono ad abbracciare il loro sovrano.

Canto XXIII: Euriclea, fuori di sè dalla gioia, corre ad annunciare a Penelope che il suo sposo è tornato, ma le parole della nutrice non sono sufficienti a convincerla. La regina scende al piano di sotto e nella sala, accanto al focolare, si pone a sedere vicino ad Odisseo, ma esita ancora a riconoscerlo, nonostante le rimostranze di Telemaco. Intanto, per nascondere la strage agli Itacesi, Odisseo ordina di fare i preparativi di una finta festa di nozze, con canti e danze. Poi, lavato e rivestito da un'ancella, e reso più bello da Atena, l'eroe di nuovo si pone a sedere accanto a Penelope, ma essa scioglie ogni riserva quando lo sposo dimostra di essere a conoscenza di un segreto legato al loro letto nuziale. Solo allora scoppia in un pianto liberatorio e si abbandona tra le braccia di Odisseo. Mentre Atena prolunga per loro la notte, i due sposi, di nuovo riuniti, si amano e si raccontano le sofferenze subìte. Il mattino seguente Odisseo, prese le armi, si appresta ad andare dal padre Laerte. Insieme a lui s'incamminano, ugualmente armati, Telemaco e i due servi fedeli.

Canto XXIV: Ermes guida le ombre dei Proci nel regno dell'Ade. Laggiù Agamennone, a colloquio con Achille, confronta la sua morte orribile con i funerali gloriosi che gli Achei hanno tributato al Pelide. Al sopraggiungere di tante anime di principi itacesi, Agamennone, stupito, domanda una spiegazione a una di loro, che gli racconta tutto l'accaduto. Ne segue un elogio, da parte dell'Atride, della fedele Penelope, il cui agire tanto contrasta con quello dell'assassina Clitemnestra. Nei campi di Itaca, intanto, Odisseo si fa riconoscere dal vecchio padre, ormai logorato dal rimpianto del figlio. Dopo un abbraccio pieno di commozione, essi dividono il pranzo. Ma in città si diffonde la notizia della strage e i parenti dei morti, capeggiati dal padre di Antinoo, si dispongono alla vendetta. La rivolta ha inizio: Odisseo, Laerte, Telemaco cercano di respingere gli aggressori, ma l'intervento di Atena, che ha preso le sembianze di Mentore, riconcilia gli animi, stabilendo tra loro un patto solenne di pace.



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