Spigolo del Cubo uguale alla diagonale del Parallelepipedo Rettangolo

Lo spigolo di un cubo è uguale alla diagonale di un parallelepipedo rettangolo. Sapendo che l'area laterale del parallelepipedo è 2314 cm e che le dimensioni della base misurano rispettivamente 18 cm e 10 cm. Calcola l'area totale del cubo.

Svolgimento:
Sul cubo almeno per ora non possiamo fare niente se prima non conosciamo la diagonale del parallelepipedo. Si deve fare lo stesso procedimento eseguito in quest'altro problema, che qui scriverò più brevemente.

AL = 2314  cm²

Serve il perimetro di base.
P = 18 + 10 + 18 + 10 = 56 cm

Poi ci troviamo l'altezza del parallelepipedo.
h = 2314 : 56 = 41,32 cm

Per trovare la diagonale bisogna applicare questa formula.
d = √18² + 10² + 41,32² = √324 + 100 + 1707,34 = √2131,34 = 46,16 cm

E così lo spigolo che sarebbe il lato del cubo è di 46,16 cm

Ed adesso calcoliamo anche l'area:
A = 6 x l² = 6 x 46,16² = 6 x 1641 = 12784,47 cm²
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Calcolare Altezza e Volume del Parallelepipedo Rettangolo

L'area totale di un parallelepipedo rettangolo è di 1020 cm², le dimensioni della base misura 18 cm e 16 cm. Calcola l'altezza e il volume del parallelepipedo.

Svolgimento:
In questo problema abbiamo l'area totale e come avrai certamente studiato si ottiene sommando le due aree di base più l'area laterale del parallelepipedo. In questo modo:

AT = 2AB + AL

Il problema ci dice che le basi sono di forma rettangolare e che misurano rispettivamente 18 e 16 cm. Quindi è praticamente l'area del rettangolo che si calcola moltiplicando la base per l'altezza. In questo modo:

AB = b x h = 18 x 16 = 288 cm²

Siccome le aree sono 2, perché c'è la base di sotto ma anche quella di sopra moltiplichiamo il valore di una base per 2.

2AB = 288 x 2 = 576 cm²

Adesso abbiamo a disposizione l'area totale che avevamo già da prima e l'area di entrambe le basi, facendo la formula inversa e quindi la differenza otteniamo la formula per trovare l'area laterale.

AL = AT - 2AB = 1020 - 576 = 444 cm²

Adesso devi calcolarti il perimetro di base che ti servirà per la formula successiva.

Pb = 18 + 16 + 18 + 16 = 68 cm

Se facciamo il rapporto tra l'area laterale ed il perimetro di base otteniamo l'altezza del parallelepipedo.

h = AL / Pb = 444 : 68 = 6,53 cm ( l'ho arrotondato per eccesso)

Adesso come ultima cosa manca solo il volume che si ottiene moltiplicando le dimensioni di base del parallelepipedo e l'altezza che ci siamo appena trovati.

V = a x b x h = 18 x 16 x 6,53 = 1880,64 cm³
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Tema: sull'Ansia e sulla Solitudine

L’uomo moderno è afflitto da molteplici mali ma quelli che riteniamo costanti nel tempo anche per cause ambientali che li fanno insorgere sono l’ansia e la solitudine.
Questi due mali secondo me cono molto connessi tra di loro e per questo non li dividerei l’uno con l’altro. Per parlare di questi due fattori negativi per l’uomo bisogna però darne una breve definizione. L’ansia è uno stato particolare nel quale il soggetto prova senso di paura e di minaccia apparentemente immotivata quindi la nascita del panico. Si prova ansia normalmente quando s’attende con impazienza un amico, oppure quando si sta per partire; l’ansia non si può classificare come patologia infatti è una cosa che arriva in determinate circostanze o meglio viene covato in determinati momenti (si può provare ansia e crisi di panico in luogo chiuso o aperto: claustrofobia ed agorafobia) ma non è sempre un fattore psicologico in quanto una donna senza aver provato traumi infantili può soffrire di claustrofobia in un appartamento al decimo piano, provare terrore semplicemente perché si sente sola, depressa, incompresa e non conoscere nessuno.
Adesso però bisogna capire se si tratta di una malattia nervosa o di una solitudine sociale. La donna in questione dell’esempio proposto soffre di ansia ma questa risposta è dovuta a mancanza di spazio vitale, di spazio per dialogare, si sente sola e la depressione del suo status la porta a crisi ansiogene. Un normale specialista l’avrebbe aiutato con l’uso di calmanti.
L’ansia più che altro è frustrazione perché non si riesce a sfogare il proprio io, perché bisogna seguire gli schemi della vita, perché ci si vede costretti a fingersi con un carattere che non è quello che ci rappresenta al meglio e tutto ciò non fa altro che alimentare continue delusioni.
Se volessimo fare un paragone con la letteratura possiamo associare a tutto ciò la figura che ha creato Pirandello con Il fu Mattia Pascal, un uomo che casualmente è stato classificato come morto ma che in realtà era vivo e vegeto ed apparente stanco della sua vita decide di cambiare viaggiando ma non essendo schedato, perché appunto considerato morto non poteva pagare le tasse, non poteva sposarsi e nemmeno avere la compagnia di un cane, la sua era forma di solitudine.
La solitudine non è semplicemente stare da soli perché ci si può sentire soli anche accerchiato da migliaia di persone, ad esempio in una piazza in occasione della finale di una partita di calcio si può esultare insieme agli altri ma è difficile condividere le stesse emozioni se non si ha qualcuno che la pensa allo stesso modo. Si può pensare anche che la solitudine sia una causa della mancanza nella vita di un partner ma la maggior parte delle volte e proprio questi che lo comporta che ci implica a comportarsi in determinate maniere che nella quale non si è abituati a sostenere per lungo tempo.
L’ansia e la solitudine secondo i medici sono fattori immaginari che ci creiamo nel nostro subconscio interiore, crediamo che qualcosa deve andare storto per forza oppure pensiamo che non siamo adatti a certe cose e si limitano a dare dei farmaci tranquillizzanti che non fanno altro che creare una dipendenza da essi da cui man mano non si potrà farne a meno.
Secondo me certe situazioni vanno risolte, probabilmente, a tentativi senza cadere nell'uso di droghe che servono solamente per agevolare organizzazioni criminali. Cioè bisogna provare a fare quello che ci piace ogni tanto e non seguire sempre le cose che fanno tutti, se abbiamo voglia di andare in una spiaggia di nudisti, se vogliamo vestirci con una maglietta sportiva anziché in giacca e cravatta la domenica in chiesa, se vogliamo diventare indipendenti anche sul lavoro lasciando il posto “sicuro” da dipendente dobbiamo farlo. Il motto della vita è sempre uno, bisogna fare tutto ciò che vogliamo fare e non bisogna mai fare quello che gli altri vogliono che noi facciamo, ognuno ha la propria vita e non deve farsela decidere da altri anche se più potenti di noi sia economicamente che fisicamente perché altrimenti si vive una vita da morti, appunto sotto le paure dell’ansia e della solitudine.
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Cos’è l’Industria Culturale

Correlata all'espressione cultura di massa, quella di “industria culturale” sta a significare l’intento del profitto che muove l’immensa produzione, che si avvale delle tecnologie industriali, do nozioni ed informazioni per il grande pubblico, che funge così da mercato, da sostenere con i sofisticati interventi della pubblicità. I prodotti dell’industria culturale non sono certo falsi ed inattendibili, ma s’inseriscono in una logica consumista preordinata che tende a presentare come necessari dai bisogni non primari, in modo da alimentare la domanda dei consumatori e sostenere così la produzione. La cultura è stata insomma inglobata nel mercato e trattata alla stregua di una merce accessibile a tutti e mediante la quale influenzare l’orientamento dei fruitori

Aspetti negativi:
Gli aspetti negativi dell’industria culturale sono relativi ad un graduale livellamento dei saperi, poiché destinati ad un pubblico anonimo, di cui non vengono considerate le origini etniche, il livello d’istruzione e le specifiche esigenze cognitive ed a cui vengono proposti contenuti privi dei loro significati originali e di quegli elementi capaci di stimolare non solo i sensi e le emozioni, ma soprattutto una riflessione critica ed un gusto estetico.
Pensiamo, ad esempio ai programmi culturali radio-televisivi: anch'essi sono subordinati al cosiddetto auditel, il mezzo che consente di conoscere le preferenze del pubblico, e per questo vengono trascurati rispetto a spettacoli, quiz e varietà, spesso noiosi e ripetitivi, ma che consentono di aumentare l’indice di gradimento, quindi richiamano l’attenzione di chi vuole investire in pubblicità, essi sono, inoltre, condizionati dalle esigenze del palinsesto, limitati nello spazio a disposizione e relegati in fasce orarie poco seguite.
Come già accennato, la cultura indotta dai mass media è a tutti gli effetti un prodotto industriale e, come tale, condizionato dai principi commerciali della domanda e dell’offerta, sottoposto al mercato pubblicitario ed all'orientamento dei telespettatori: così, esponenti del mondo scientifico, artistico e culturale sono spesso confusi, alternati e messi in secondo piano rispetto ai divi mondani della musica, delle telenovelas, del cinema e dello sport; le loro opinioni, le loro spiegazioni, il bagaglio di nozioni e conoscenze messe a disposizione del pubblico, vengono recepite distrattamente, senza l’interesse e l’interpretazione critica che meriterebbero.
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Cos'è la Cultura di Massa

L’espressione “cultura di massa” si riferisce alla cultura prodotta e diffusa dall'insieme dei mezzi di comunicazione di massa, rivolta ad un pubblico non sempre consapevole della distinzione fra conoscenza superficiale ed approssimativa e conoscenza scientifica e superiore: per molti, quanto proposto, in termini d’informazione, di linguaggio, d’opinione, dai mass-media, rappresenta l’unica realtà esistente, con evidenti rischi di chiusura mentale, livellamento culturale, massificazione degli interessi e dei gusti, condizionamento dei comportamenti e delle scelte.
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Tesina su Luigi Pirandello

La Vita

Luigi Pirandello nacque il 28 giugno 1867 presso Girgenti (ribattezzata poi Agrigento sotto il fascismo) da una famiglia di agiata condizione borghese (il padre dirigeva miniere di zolfo prese in affitto). Dopo gli studi liceali si iscrisse all'università di Palermo, poi nell'Università di Roma, poi si trasferì a Bonn dove si laureò nel 1891.
Dal 1892, grazie ad un assegno concessogli dal padre, si stabilì a Roma, dedicandosi interamente alla letteratura. Stringe legami con il mondo culturale romano specialmente con Luigi Capuana. Nel 1893 scrisse il suo primo romanzo, L’esclusa (pubblicato nel 1901).
Nel 1894 si sposò a Girgenti con Maria Antonietta Portulano che portò con sé a Roma dove qualche anno dopo iniziò a insegnare l’Istituto Magistero di Roma e nel 1908 divenne docente di ruolo.
Nel 1903 un allagamento della miniera di zolfo in cui il padre aveva investito tutto il suo patrimonio e la dote della moglie provocò il dissesto economico della famiglia. Il fatto ebbe conseguenze drammatiche nella vita dello scrittore: alla notizia del disastro la moglie, il cui equilibrio psichico era già fragile, ebbe una crisi che la sprofondò nella follia. La convivenza con la donna, costituì per Pirandello un tormento continuo.
Con la perdita delle rendite mutò anche la condizione sociale di Pirandello, che fu costretto ad integrare il suo non lauto stipendio di professore intensificando la sua produzione di novelle e romanzi, che fra il 1904 e il 1915 si fece particolarmente fitta. Lavorò anche per l’industria cinematografica, che stava allora muovendo i primi passi scrivendo soggetti per film.
Anche l’esistenza di Pirandello, come quella di Svevo, fu segnata dall’esperienza della declassazione, dal passaggio da una vita di agio borghese ad una condizione di piccolo borghese, con i suoi disagi economici e le sue frustrazioni, un fenomeno tipico della situazione sociale del tempo e in particolar modo della condizione intellettuale.
Dal 1910 Pirandello ebbe il suo primo contratto con il mondo teatrale, con la rappresentazione di due atti unici, Lumìe di Sicilia e La morsa da parte della compagnia di Nino Martoglio a Roma. Dal 1915 la sua produzione teatrale si intensificò tra il 1916 e il 1917 scrisse e fece rappresentare una serie di drammi che modificavano profondamente il linguaggio della scena del tempo, Pensaci Giacomino!, Liolà, Così è (se vi pare), Il berretto a sonagli, Il piacere dell’onestà, Il giuoco delle parti, che suscitarono nel pubblico e nella critica reazioni sconcertate.
Erano gli anni della guerra, Pirandello, in nome delle sue posizioni patriottiche aveva visto con favore l’intervento, considerandolo come una sorta di compimento del processo risorgimentale, ma la guerra incise dolorosamente la sua vita: il figlio Stefano partito volontario, fu subito fatto prigioniero dagli Austriaci, e il padre si adoperò con ogni mezzo, ma invano, per la sua liberazione. Anche in conseguenza del fatto la malattia mentale della moglie si aggravò, tanto che lo scrittore fu costretto a farla ricoverare in una casa di cura, dove la donna restò fino alla morte.
Dal 1920 il teatro di Pirandello cominciò a conoscere il successo di pubblico. Del 1921 sono I sei personaggi in cerca d’autore. I drammi pirandelliani nel corso degli anni Venti e Trenta furono conosciuti e rappresentati in tutto il mondo. La sua posizione di scrittore ne fu profondamente modificata: abbandonò la vita sedentaria e piccolo borghese del professore, lasciò nel 1922 la cattedra universitaria e si dedicò interamente al teatro, seguendo le compagnie nella loro Tournees in Europa e in America, vivendo direttamente la vita della scena e seguendo gli allenamenti dei suoi testi. Dal 1925 assunse la direzione del Teatro d’Arte a Roma, mettendo in scena spettacoli tratti da opere proprie ma anche di altri autori. Si legò sentimentalmente ma in modo platonico ad una giovane attrice della compagnia, Marta Abba, per la quale scrisse vari drammi. L’esperienza del teatro fu resa possibile anche grazie al finanziamento dello Stato.
Pirandello, nel 1924, subito dopo il delitto Matteotti, si era iscritto al partito fascista, e questo gli servì per ottenere appoggi da parte del regime.
La sua adesione col fascismo ebbe caratteri ambigui e difficilmente definibili. Da un lato il suo conservatorismo politico e sociale lo spingeva a vedere nel fascismo una garanzia di ordine; dall'altro  invece il suo spirito antiborghese lo induceva a scoprirvi l’affermazione di una genuina energia vitale che spazzava via le forme fasulle e soffocanti della vita sociale dell’Italia postunitaria. Presto si rese conto del carattere di vuota esteriorità del regime e pur evitando ogni forma di rottura o anche solo di dissenso, accentuò il suo distacco, che celava un sottile disprezzo. D'altronde la critica corrosiva delle istituzioni sociali e delle maschere da esse imposte, che era propria della visione pirandelliana, non poteva certo risparmiare il regime, che dalla falsità del meccanismo sociale era un esempio macroscopico.
Negli ultimi anni lo scrittore seguì particolarmente la pubblicazione delle sue opere, in numerosi volumi: le Novelle per un anno, che raccoglievano la sua produzione novellistica, e le Maschere nude in cui venivano sistemati i testi drammatici. Nel 1934 gli venne assegnato il Premio Nobel per la letteratura, a consacrazione della sua fama mondiale.
Era attento anche al cinema, pur essendo consapevole del pericolo che questa nuova forma di spettacolo costituiva per il teatro, e seguiva da vicino gli adattamenti cinematografici delle sue opere. Mentre negli stabilimenti di Cinecittà a Roma assisteva alle riprese di un film tratto da Il fu Mattia Pascal, si ammalò di polmonite e morì il 10 dicembre 1936, lasciando incompiuto il suo ultimo capolavoro teatrale, I giganti della montagna.

La visione del mondo e la poetica

I testi narrativi di Pirandello insistono continuamente su alcuni nodi concettuali. Alla base della visione pirandelliana vi è una concezione vitalistica: la realtà tutta è”vita, incessante trasformazione uno stato all'altro  flusso continuo, incandescente, indistinto”, come lo scorrere di un magma vulcanico. Tutto ciò che si stacca da questo flusso, e assume “forma” distinta e invidiabile si rapprende, si irrigidisce, comincia, secondo Pirandello a morire. Così avviene dell’identità personale dell’uomo. Noi non siamo che parte indistinta universalizzandole ed eterno fluire della vita ma tentiamo a cristallizzarci in forme individuali, a fissarci in una realtà che noi stessi ci diamo, in una personalità che vogliamo coerente e unitaria. In realtà questa personalità è un illusione, e scaturisce solo dal sentimento soggettivo che noi abbiamo del mondo. Noi stessi ci fissiamo in una “forma”. Anche le persone con cui viviamo in società vedendoci ciascuno secondo la sua prospettiva particolare ci danno delle determinate forme.
Un individuo può crearsi di se stesso l’immagine gratificante dell’onesto lavoratore, del buon padre di famiglia, mentre gli altri magari lo fissano senza rimedio nel ruolo dell’ambizioso senza scrupoli o dell’adultero. Ciascuno di queste forme è una maschera non c’è un volto definito, immutabile: non c’è nessuno o meglio vi è un fluire indistinto e incoerente di stati in perenne trasformazione per cui un istante più tardi non siamo più quelli che eravamo prima.
La crisi dell’idea di identità e di persona risente dei grandi processi in atto nella realtà contemporanea, dove si muovono forze che tendono proprio alla frantumazione e alla negazione dell’individuo. L’instaurarsi del capitale monopolistico, che annulla l’iniziativa individuale e nega la persona in grandi apparati produttivi anonimi; l’espandersi della grande industria e dell’uso delle macchine che meccanizzano l’esistenza dell’uomo e riducono il singolo e insignificante rotella di un gigantesco meccanismo, priva di relazioni e priva di coscienza.
L’avvertire di non essere “nessuno”, l’impossibilità di consistere in un identità, provoca angoscia ed orrore, genera un senso di solitudine tremenda. L’individuo soffre anche ad essere fissato dagli altri in forme in cui non può riconoscersi  Queste forme sono sentite come una “trappola”, come un carcere in cui l’individuo si dibatte, lottando invano per liberarsi. La società gli appare come una costruzione artificiosa e fittizia, che isola l’uomo della vita, lo impoverisce e lo irrigidisce, lo conduce alla morte anche se egli apparentemente continua a vivere. Alla base di tutta l’opera pirandelliana si può scorgere un rifiuto delle forme della vita sociale, dei suoi istituti, dei ruoli che essa impone, è un bisogno disperato di autenticità, di immediatezza, di spontaneità vitale.
La critica di Pirandello si appunta sulla condizione piccolo borghese e sulla sua angustia soffocante, mentre il teatro predilige ambienti alto borghesi. L’istituto in cui si manifesta per eccellenza la trappola della forma che imprigiona l’uomo separandolo dall'immediatezza della vita, è la famiglia. Pirandello è acutissimo nel cogliere il carattere opprimenti dell’ambiente familiare, il suo rigore avvilente, le tensioni segrete, gli odi, i rancori, le ipocrisie, le menzogne che si mescolano alla vita degli affetti viscerali ed oscuri. L’altra trappola è quella economica, la condizione sociale ed il lavoro, almeno al livello piccolo borghese: i suoi eroi sono prigionieri di una condizione misera e stentata, di lavori monotoni e frustranti, di un organizzazione gerarchica oppressiva.

La poetica: L’umorismo

Dalla visione complessiva del mondo scaturiscono anche la concezione dell’arte e la poetica di Pirandello. Possiamo trovarle enunciate in vari saggi, tra cui il più importante e il più famoso è L’umorismo, che risale al 1908. Si tratta di un testo chiave per penetrare nell'universo pirandelliano, come ha sempre riconosciuto la critica. Il volume si compone di una parte teorica, in cui viene definito il concetto stesso di umorismo. L’opera d’arte, secondo Pirandello, nasce dal libero movimento, è quasi una forma del sentimento. Nell'opera umoristica invece la riflessione non si nasconde, non è una fora del sentimento, ma si pone dinnanzi ad esso come un giudice, lo analizza e lo scompone. Di qui nasce il sentimento del contrario, che è il tratto caratterizzante l’umorismo, per Pirandello. Lo scrittore propone un esempio: se vedo una signora con i capelli tinti e tutta impellettata avverto che è il contrario di ciò che una vecchia signora dovrebbe essere. Questo avvertimento del contrario è il comico. Ma se interviene la riflessione, e suggerisce che quella donna soffre a pararsi così e lo fa solo nell'illusione di poter trattenere l’amore del marito più giovane, non possono più solo ridere: dal comico passo al sentimento del contrario, cioè all'atteggiamento umoristico.
La riflessione nell'arte umoristica coglie così il carattere molteplice e contraddittorio della realtà, permette di vederla da diverse prospettive contemporaneamente. Se coglie il ridicolo di una persona, di un fatto, ne individua anche il fondo dolente di umana sofferenza e lo guarda con pietà; o viceversa, se si trova di fronte al serio e al tragico, non può evitare di far emergere anche il ridicolo. In una realtà multiforme e polivalente, tragico e comico vanno sempre insieme, il comico è come l’ombra che non può mai essere distaccata dal corpo del tragico.

Opere di Luigi Pirandello

Tra le opere più famose si ricordano Il fu Mattia Pascal, Uno, nessuno, Centomila e L’esclusa.
Il fu Mattia Pascal che presenta già in forme pienamente mature i temi più tipici dello scrittore e sperimenta soluzioni narrative nuove. Fu pubblicato nel 1904 a puntate sulla rivista la nuova antologia e nello stesso anno in volume. Questo romanzo è l’opera più significativa della narrativa pirandelliana perché in esso sono evidenti i motivi della molteplicità delle forme sotto cui si presenta l’individuo e del carattere oppressivo di tale forma.
Il protagonista del romanzo, Mattia Pascal, è un uomo che, non sopportando più di condurre un’esistenza grigia e monotona con la moglie e la suocera, decide di allontanarsi da casa. Recatosi a Montecarlo, vince una forte somma di denaro al gioco. Durante il viaggio di ritorno egli legge casualmente la notizia del ritrovamento del suo cadavere: in realtà, si tratta di un errore in cui sono incorsi i suoi compaesani. Dopo l’iniziale comprensibile sorpresa, Mattia Pascal come una folgorazione: si sente finalmente libero e può uscire per sempre dalla condizione insopportabile in cui è vissuto fino ad allora. Si reca quindi a Roma dove si fa chiamare Adriano Meis, intenzionato a cominciare una nuova vita. Ma ben presto i problemi che insorgono, come ad esempio l’impossibilità di avere uno stato anagrafico, insomma una nuova identità, una forma che gli consente di entrare nel consorzio civile (non ha una carta d’identità, non può denunciare un furto, non può sposare la ragazza di cui si è innamorato), lo induce a rassegnarsi e a fingere un altro suicidio per rientrare nella primitiva forma di Mattia Pascal, ma, sulla via di casa, si accorge di essere ormai per sempre escluso anche da questa possibilità perché la moglie credendosi vedova, si è formata una nuova famiglia. A lui non resta altro che recarsi sulla sua tomba e portare i fiori al fu Mattia Pascal…

Nel Fu Mattia Pascal fa anche una prima prova altamente significativa la poetica dell’umorismo, che Pirandello teorizzerà quattro anni dopo nel volume omonimo. La realtà, attraverso il gioco paradossale del caso, viene grottescamente distorta, ridotta a meccanismo bizzarro, assurdo, ma al di là del riso che questo suscita vi è l’autentica sofferenza sociale, sia quando ne è escluso e ne prova una disperata nostalgia. Scatta dunque il sentimento del contrario: tragico e comico, serio e ridicolo nella vicenda di Mattia Pascal sono strettamente legati.
Il romanzo è raccontato dal protagonista stesso, in forma retrospettiva in quanto Mattia Pascal, al termine della sua vicenda affida ad un memoriale la sua esperienza, inoltre il racconto e focalizzato non sull'io narratore che ha già vissuto i fatti e quindi ne sa di più, ma sull'io narrato, sul personaggio mentre vive i fatti.

Uno, nessuno, centomila

Il romanzo avviato nel 1909 fu portato a termine molto più tardi, pubblicato nel 1925-26 sulla rivista La fiera letteraria, e infine in volume nel 1926.
Il romanzo si ricollega al Fu Mattia Pascal, riprendendo il tema della centralità della visione pirandelliana, la crisi dell’identità individuale.

Vicenda:

Il protagonista Vitangelo Moscarda scopre casualmente che gli altri hanno di lui un’immagine diversa da quella che egli si è creato di se stesso, scopre cioè di non essere uno, come aveva creduto fino a quel momento, ma di essere centomila, nel riflesso delle prospettive degli altri, e quindi nessuno. Questa presa di coscienza fa saltare tutto il suo sistema di certezze e determina una crisi sconvolgente. Vitangelo ha orrore delle forme in cui lo chiudono gli altri e non vi si riconosce, ma ha anche orrore della solitudine che lo spinge ad essere nessuno. Decide perciò di distruggere tutte le immagini che gli altri si fanno di lui, in particolare quella dell’usuraio (il padre infatti gli aveva lasciato in eredità una banca), per cercare di essere “uno per tutti”. Ricorre così ad una serie di gesti folli e sconcertanti, come vendere la banca che gli assicura l’agiatezza. Ferito gravemente da un’amica della moglie, colta da un raptus inspiegabile di follia, al fine di evitare lo scandalo cede tutti i suoi averi per fondare un ospizio per poveri, ed egli stesso vi si fa ricoverare, estraniandosi totalmente dalla vita sociale.
Proprio in questa scelta trova una sorta di guarigione dalle sue ossessioni, rinunciando definitivamente ad ogni identità e abbandonandosi pienamente al puro fluire della vita, rifiutando di fissarsi in alcuna forma, rinascendo nuovo ogni istante, vivendo tutto fuori di sé e identificandosi di volta in volta nelle che che lo circondano, alberi, vento, nuvole. Il romanzo porta alle estreme conseguenze la critica all'identità che era stata proposta più di venti anni prima col Fu Mattia Pascal: l’eroe non si limita più ad una condizione negativa, sospesa (il fu Mattia Pascal), ma trasforma la mancanza di identità in una condizione positiva, gioiosa, in liberazione completa della vita da ogni limitazione mortificante.
Uno, nessuno, centomila porta anche all'estremo la disgregazione della forma romanzesca già sperimentata con le prove narrative precedenti. Si tratta di una narrazione retrospettiva da parte del protagonista, ma essa si concreta più nella sua forma organica (per quanto parziale e provvisoria) del memoriale scritto o del diario come nei precedenti romanzi, bensì resta allo stato puramente informale, di un interrotto monologo. La voce narrante si abbandona ad un convulso, torrentizio argomentare, riflettere divulgare, che dissolve la narrazione dai fatti.
Per buona metà del libro non vi è racconto, ma solo l’arrovellarsi ossessivo del protagonista, monologamente sui temi dell’identità fittizia, dell’inconsistenza della persona. Il discorso chiama continuamente all'interlocutore immaginario, che ad un certo punto viene introdotto nella vicenda come personaggio in carne ed ossa. Solo nella seconda parte il filo di un intreccio comincia a dipanarsi, ma anche qui l’organicità del racconto, la concatenazione logica e coerente delle cause e degli effetti, salta: i gesti inconsulti del protagonista sono la negazione di ogni logica comune, sono coerenti solo all'interno della sua follia, e così pure il gesto inconsulto di Anna Rosa, l’amica della moglie che spara a Vitangelo, resta del tutto gratuito, immotivato, inspiegabile.

La costruzione della nuova identità e la sua crisi

(riportiamo un’ampia campionatura di due capitoli del romanzo Il fu Mattia Pascal, VIII e il IX, che segnano il momento centrale dell’intreccio: l’ebrezza della liberazione dalla trappola e la conseguente delusione.)
Mattia Pascal resosi conto che gli altri lo credevano morto, ormai era un uomo libero da ogni obbligo e padrone di se stesso. Voleva cambiare totalmente in modo che così avrebbe vissuto due vite. Per cambiare aspetto ad Alenga si fece accorciare la barba, si sentiva un po’ a disagio perché si vedeva spuntare un piccolo mento. C’era il naso piccolo e l’occhio storto: pensò di comprarsi un paio di occhiali e farsi crescere i capelli in modo da sembrare un filosofo tedesco. Il nome se lo creò mentre viaggiava in treno, infatti ascoltando una discussione di due signori molto eruditi che discutevano d’iconografia cristiana gli piacque il nome dell’imperatore Adriano e se lo ripeté più volte. Quando questi scesero dal treno Mattia si affacciò dal finestrino e sentì che i due parlavano di un certo Camillo de Meis, quindi tolse il de e prese Meis. Così si battezzò tra sé Adriano Meis.
Adriano Meis era felice di essere libero e tutto gli sembrava buffo. Ad un certo punto si vide nel dito l’anello del matrimonio dove era incisa la data del suo matrimonio e lo buttò, dopo un lungo girovagare senza nessuno con cui parlare cominciò a sentirsi solo e un triste giorno di novembre un vecchietto con un cane gli si mostrò davanti.
Adriano pensava di comprarlo così avrebbe avuto un amico fedele e gli domandò il prezzo, era 25 lire. Voleva acquistarlo ma pensò che non poteva perché avrebbe dovuto pagare la tassa così non lo comprò.
Questa è la prima volta che quella vita che gli era sembrata bella con una libertà sconfinata era tiranna perché non gli consentiva di tenere un cagnolino.
Il primo inverno lo passò tra gli svaghi dei viaggi e nell'ebrezza della nuova libertà e non importava se c’era nebbia o sole, freddo o caldo. Ora doveva cercarsi una dimora stabile, ma poi gli veniva il pensiero delle tasse, dei documenti, ecc. L’inverno inspirava in lui queste riflessioni malinconiche. Era Natale e desiderava il tepore di un cantuccio caro, una casa. Quindi rimpiange la sua prima casa ed immagina di andare a casa della moglie e dirle che dai superiori aveva avuto il permesso di passare le feste in famiglia.
Un giorno alla trattoria fece amicizia con il cavaliere Tito Lenzi che gli diede un biglietto da visita. Adriano Meis ci restò male perché non ne aveva. L’uomo faceva bei discorsi e conosceva il latino e faceva delle domande all'altro che rispondeva con poche parole, quando seppe che era nato in Argentina gli fece i complimenti.
Gli disse che lui abitava da solo, ma precedentemente aveva avuto storie amorose. Adriano si accorse presto che mentiva e si sentiva rattristato dal fatto che lui odiava le bugie, ma doveva dirle, inoltre non poteva avere veri amici con cui confidarsi e raccontare la sua assurda storia.
Si stava rendendo conto degli inconvenienti della fortuna, si era conciato in quel modo per paicere agli altri e la solitudine lo assaliva, quando voleva prendere decisioni usciva dall'albergo e passeggiava per Milano, la vita gli sembrava inutile e si sentiva sperduto. Il giorno dopo salì sul tram elettrico incontrò un uomo che parlava di tutto e con tutti. Quando ritornò in albergo si mise a parlare con un canarino, poi nella sua stanza gli veniva voglia di prendersi a schiaffi per la sua condotta. Bisognava che lui prendesse a ogni costo una soluzione: insomma doveva vivere.

ANALISI DEL TESTO:

La prima reazione dell’eroe dinanzi all'improvvisa e fortuita liberazione dalla trappola è un senso di euforia, di leggerezza, di libertà sconfinata. Qui Mattia commette il suo errore capitale: invece di restare in quello stato di totale indefinitezza. Sente il bisogno di darsi una nuova identità, cioè di chiudersi in un’altra trappola. Nelle sue parole vibra l’orgoglio compiaciuto di chi è convinto di potersi costruite una personalità solida, unitaria e coerente, ignaro che proprio in essa è la trappola insidiosa. L’illusione di Pascal è destinata ben presto a cadere. Infatti, dopo tanti viaggi quella libertà assoluta comincia a pesargli, poiché egli avverte la sua solitudine, sente il bisogno di una compagnia. E qui si inserisce l’episodio del cagnolino che non può acquistare, che è il primo sintomo della crisi, da cui l’eroe comincia a coglie la negatività del suo stato, a capire di aver commesso un errore. Tale errore non è l’aver scelto una libertà assoluta ed astratta, nell'aver reciso tutti i legami con la vita sociale, ma al contrario proprio il non saper rinunciare a tale legame. L’episodio del cagnolino prova quanto Mattia sia legato alla vita comune. Proprio perché è così attaccato all'identità normale la scelta della nuova identità è un errore clamoroso che egli sconta amaramente: la nuova forma ha tutti gli svantaggi della vecchia in quanto non gli consente di abbandonarsi al fluire della vita, ma non ne offre i vantaggi, il calore dei legami umani e degli affetti. In lui c’è una struggente nostalgia delle abitudini quotidiane e normali, del nido familiare, la nuova forma è insopportabile, perché p falsa. Egli rivela di aver conservato tutto il suo carattere piccolo borghese, il bisogno della casa, del tepore della famiglia, la vita gli appare senza costrutto e senza scopo. La condizione di forestiero della vita per lui non è una condizione privilegiata ma privazione e limitazione.
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Spiegazione: L'Umorismo di Pirandello

di Luigi Pirandello
Spiegazione:

(Sono alcuni passi della seconda parte del saggio, quella teorica, che tratta di Essenza, caratteri e materia dell’umorismo).
Ciò che per Pirandello costituisce la base dell’arte umoristica è la funzione della riflessione. Essa coglie così il carattere contraddittorio e disarmonico del reale (come suggerisce l’esempio della vecchia imbellettata), ma non si limita semplicemente ad avvertire quelle contraddizioni, al contrario induce a calarsi in esse, a comprenderle, a avvertire quelle contraddizioni, al contrario induce a calarsi in esse, a comprenderle, a sentirle, generando il sentimento del contrario. La realtà per Pirandello, non è un cosmo ordinato, ma un fluire continuo, noi cerchiamo di fissare in forme stabili e determinate, ma che continua a scorrere egualmente, indistinto e magmatico, sotto gli argini, al di là delle costruzioni fittizie che gli sovrapponiamo. L’arte umoristica fa saltare queste barriere fittizie, disgrega, scompone, Pirandello tende a presentare l’umorismo come una disposizione universale dello spirito, che può essere rinvenuta in ogni tempo e in ogni letteratura. In realtà nel Fu Mattia Pascal, che dell’Umorismo, quattro anni prima, era già una perfetta applicazione. L’umorismo per Pirandello è una manifestazione della realtà moderna. In effetti la definizione che lo scrittore ne dà è una definizione calzante dell’arte novecentesca. L’umorismo rappresenta infatti, per usare le parole di Pirandello stesso, la vita nuda, la natura senza ordine almeno apparente, irta di contraddizioni, lontanissima dal congegno ideale delle comuni concezioni artistiche, in cui tutti gli elementi, visibilmente, si tengono a vicenda e a vicenda cooperano. L’arte umoristica va a fondo a disgregare anche la psicologia degli uomini, ma l’effetto dell’urtarsi di tendenze contrastanti, di personalità diverse che si agitano all'interno di una presunta personalità unica. La scomposizione umoristica fa così venire alla luce il fondo oscuro della psiche, che noi non sospettiamo e in cui non ci riconosciamo.
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Frasi con GLI

Elenco di frasi con l’articolo determinativo GLI. E’ un articolo maschile plurale e viene usato solitamente prima di persone, animale o cose di quantità superiore a uno e anch'essi di genere maschile. Può essere usato anche come pronome personale, nel senso che “gli” può diventare un “a lui” in modo sottinteso.

Esempio con frasi:
  1. Gli gnomi sono personaggi delle favole molto bassi.
  2. Gli orari del treno non corrispondono quasi mai alla realtà.
  3. Tutti gli studenti hanno scioperato per far valere i loro diritti.
  4. Fare gli stupidi è la cosa che vi riesce meglio.
  5. La mamma gli diede un ceffone perché era irritata. (A lui)
  6. Quando gli dissi che non mi sentivo bene era ormai troppo tardi. (A lui)
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Il Naso di Moscarda, Pirandello

di Luigi Pirandello
Riassunto:

Anna Rosa, un’amica della moglie, gli dice che il suocero e la moglie lo vogliono fare interdire. Egli le rivela tutte le considerazioni sull'incoscienza della persona, sulle forme che gli altri ci impongono  l’affascina, fa anche saltare il suo equilibrio psichico, e la donna, con gesto improvviso e inspiegabile, gli spara, ferendolo gravemente. Ne nasce uno scandalo enorme, tutta la città è convinta che tra lui e Anna Rosa ci sia una relazione colpevole.
A Moscarda, sconsigliato da un sacerdote non resta che riconoscere tutte le colpe attribuitegli e dimostrare un eroico ravvedimento. Dona tutti i suoi averi per fondare un’ospizio di mendicità, ed egli stesso vi viene ricoverato, vivendo insieme con tutti gli altri mendicanti, vestendo la divisa della comunità e mangiando nella ciotola di legno. Moscarda ha cercato con le sue follie, di ribellarsi al sistema ferreo delle convenzioni sociali, di scardinarlo, ma è rimasto sconfitto.
Lui che voleva distruggere tutte le “forme” impostagli  deve accettare l’ennesima forma attribuitagli dalla comunità, quella dell’adultero, e scontare per essa una dura pena, del tutto immeritata. E tuttavia proprio in questa sconfitta trova una forma di guarigione dalle angosce che lo ossessionavano. Se la prima consapevolezza di non essere nessuno gli dava un senso di orrore e di solitudine tremenda ora accetta di buon grado di alienarsi totalmente da se stesso, rifiuta definitivamente ogni identità personale, addirittura il proprio nome, e si abbandona gioiosamente al fluire mutevole della vita, “morendo” ad ogni attimo e “rinascendo” sempre nuovo e senza ricordi, senza più fissarsi in alcuna forma per sé, ma identificandosi con tutte le cose fuori, gli alberi, le nuvole, il vento, in una totale estraniazione dalla società e dalla prigionia delle forme che essa impone.
L’eroe di Uno, nessuno, centomila va più a fondo nelle sue scelte, vede in definitiva più chiaro. Non si limita a confessare di non sapere chi sia, ma afferma deliberatamente di non voler essere nessuno, di rifiutare totalmente ogni identità individuale. Rifiuta cioè di chiudersi in qualsiasi forma parziale e convenzionale e accetta di sprofondare nel fluire mutevole della vita, morendo e rinascendo in ogni attimo, identificandosi con le presenza esterne occasionali, senza poter più dire “io”.
Per questo arriva a negare il proprio nome che è il segno che sancisce il rappresentarsi della “vita” nell'individualità singola. Il nome scompare del tutto. Irrigidirsi in una forma significa morira e Moscarda sceglie di vivere, fondendosi nella totalità della “vita”. Questo vivere di attimo in attimo è una condizione esaltante, gioiosa. Uno, nessuno, centomila propone un messaggio che vuole essere positivo esemplare, un programmatico insegnamento di vita.
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HTML Editor Online per copiare i codici html

Questo è un programma direttamente online, per cui non bisogna nemmeno scaricarlo per provarlo. Quante volte avete visto un logo, un banner, un video sul web e che avreste voluto inserire sul vostro spazio web, ma la vostra capacità informatica non è sufficiente per imparare tutti quei super codici a memoria?
Ebbene Html Editor fa al caso vostro, l'utilizzo è semplice, basta ricopiare qualsiasi cosa trovi sul web e riportarla sul programma. Su Blogger e Wordpress questa è già una funzione incorporata, quindi non serve accedere ad un sito simile.

Come si usa html editor?

Il funzionamento è piuttosto semplice. Vi faccio un esempio ma voi ovviamente copiate quello che vi interessa per davvero.
Selezionate una foto ad esempio quella che ho inserito io per il test è il Logo di Scuolissima.



Dopo aver selezionato solo l'immagine premete i due tasti "Ctrl" e poi "C" per copiarla e poi cliccate col puntatore del mouse nell'altra finestra aperta in cui è presente il programma html editor e premete i due tasti "Ctrl" e poi "V" per incollare l'immagine. Una volta verificato che sia stata incollata perfettamente come volevate. Cliccate sul bottone Codice Sorgente aspettate qualche istante e noterete che l'immagine si è tramutata in un codice.
Adesso tale codice potete incollarlo su qualunque vostro sito. Ovviamente la mia è un immagine personale, se possedete un sito vostro dovreste sapere che questo programma permette di aiutarvi a trovare i codici html e prendere immagini libere su Google ma state attenti a quello che prendete e conviene sempre chiedere prima di trovarsi una denuncia per aver violato i diritti d'autore.
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Il Manifesto degli intellettuali AntiFascisti di Benedetto Croce

Al Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Giovanni Gentile rispose, il 1° maggio del 1925 sul giornale Il mondo, un foglio di opposizione che continuava le pubblicazioni nonostante la censura, Benedetto Croce che redasse una risposta di scrittori; professori e pubblicisti italiani al Manifesto degli intellettuali fascisti. Il documento di Croce fu inizialmente sottoscritto da pochi intellettuali italiani, tra cui Eugenio Montale, ma nei successivi mesi ottenne significative adesioni. Tuttavia gli intellettuali antifascisti rimasero sempre un’esigua minoranza e, tra questi ricordiamo Giovanni Amendola che, tra i collaboratori de Il mondo, qualche tempo dopo la pubblicazione del documento di Croce fu aggredito da squadristi fascisti e morì successivamente per le conseguenze delle ferite riportate. Dopo aver precisato, in via preliminare, che il manifesto di Croce non esauriva tutte le posizioni dell’intellettualità italiana ostile al fascismo, poiché ci furono altri intellettuali, tra cui quelli di formazione marxista, che furono sempre coerentemente antifascisti, bisogna dire che il manifesto di Croce oppone, alle mistificazioni morali e culturali del Manifesto degli intellettuali fascisti, la fede nella verità e nella libertà. Tuttavia la sua posizione era viziata dalla debolezza di distinguere tra politica e cultura, nonché da un’interpretazione riduttiva del fascismo che lo portava a considerare il regime mussoliniano come uno stadio di transitoria deviazione della razionalità della storia, insomma come una parentesi, una temporanea malattia, che l’Italia doveva subire per rinvigorire la sua vita nazionale e per compiere la sua educazione politica. Era insomma la riproduzione di una concezione, sostanzialmente minimizzante, del fascismo, che fu propria dell’antifascismo liberale. Benedetto Croce infatti conducendo la sua opposizione al fascismo, negli anni successivi, delle pagine delle sue opere e dalle colonne della sua rivista La Critica, divenne il punto di riferimento di tutti gli intellettuali antifascisti liberali.
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Il Manifesto degli Intellettuali Fascisti di Giovanni Gentile

Il Manifesto degli intellettuali fascisti era un documento che, redatto dal filosofo ufficiale del regime Giovanni Gentile nel marzo 1925 e presentato a un convegno d’intellettuali a Bologna, si proponeva di dare al fascismo uno spessore culturale. In quel documento il fascismo veniva definito un movimento recente ed antico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della nazione italiana, che agiva contro le forze disgregatrici antinazionali e nel quale erano ribaditi un nazionalismo esasperato, il culto della grandezza della patria, la negazione del liberalismo agnostico e abdicatorio, la negazione dell’ibrido socialismo democratizzante e parlamentaristico, l’esaltazione della violenza squadristica, perfino il carattere religioso del fascismo come fede energetica. Insomma il documento proponeva una pseudocultura fondata sulla negazione dei valori di libertà e di democrazia e del confronto tollerante, per cui, più che sull'esercizio della violenza. Il Manifesto di Giovanni Gentile, come detto, fu sottoscritto dalla maggior parte degli intellettuali del tempo: fra le firme ricordiamo quelle di Alfredo Panzini, di Salvatore Di Giacomo, di Luigi Pirandello, di Curzio Malaparte, di Fausto Maria Martini, di Filippo Tommaso Marinetti e di tanti altri.
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Frasi con LA

Elenco di frasi con l’articolo determinativoLa”. E’ un articolo femminile singolare e difatti viene utilizzato solitamente prima di persone, animali, cose o aggettivi qualificativi femminili. Esso può però essere usato anche come avverbio di luogo o complemento di luogo ed in questo caso si accentua e diventa “”.

Esempio con frasi:
  1. La maestra rimprovera gli alunni che si comportano male.
  2. La scuola finisce nel mese di giugno.
  3. La notte, di solito, fa più freddo che di giorno.
  4. La cipolla fa lacrimare gli occhi.
  5. Quando la formica lavorava la cicala si divertiva.
  6. Dove hai messo il libro di matematica? Là sullo scaffale.
  7. Dov’è caduta la mia matita?
  8. Ha piovuto per tutta la mattinata.
  9. La grandina ha rovinato l’uva della vite.
  10. Cosa hai fatto tutta la giornata?
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La Cultura del Fascismo

Il regime fascista, espressione degli interessi dei settori più reazionari e retrivi della borghesia italiana, mirò subito a crearsi un ampio consenso di massa, soprattutto fra gli strati della piccola borghesia. A questo erano funzionali il controllo dei giornali e del nuovo straordinario mezzo di comunicazione di massa, la radio, nonché l’asservimento della scuola all'ideologia fascista e l’ossequio da parte degli intellettuali. Soprattutto dopo la crisi determinata dal delitto Matteotti nel 1924, che aprì un breve periodo d’isolamento del regime mussoliniano, gli intellettuali furono blanditi in pgni modo dal regime e irreggimentati in gran parte nella cosiddetta Accademia d’Italia. Gli intellettuali pertanto non sfuggirono all'opera di fascistizzazione del Paese e, numerosi, sottoscrissero il Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Giovanni Giolitti, il filosofo del regime.
Anche se una minoranza d’intellettuali italiani, di orientamento socialista e democratico, furono sempre ostili al fascismo e alimentarono le varie correnti dell’antifascismo marxista, liberale, democratico (ricordiamo ad esempio Antonio Gramsci, Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Ernesto Rossi, i fratelli Rosselli ecc.), la grande maggioranza tenne, nei confronti del fascismo, un atteggiamento equivoco e di sostanziale complicità. Bisogna distinguere tre fasi: quella di ascesa del fascismo, dal 1919 al 1924; infine la fase del regime, dal 1925 in poi. Nella prima fase, gli intellettuali, anche alcuni di quei liberali che poi presero le distanze dal fascismo, come ad esempio Benedetto Croce, assunsero un atteggiamento ambiguo nei confronti del fascismo reputandolo utile a sconfiggere il socialismo, considerandolo insomma come un male necessario nella realtà italiana. Dopo l’omicidio Matteotti ci fu la crisi del fascismo che, per qualche mese, si trovò sostanzialmente isolato e molti intellettuali, che avevano aderito al fascismo o lo avevano sopportato come un male necessario, se ne distaccarono. Dopo il discorso di Mussolini alla Camera del 3 gennaio 1925, con cui il capo del fascismo annunciava l’avvento del regime dittatoriale vero e proprio, tuttavia la maggior parte degli intellettuali offrì il suo contributo al consolidamento del regime o per consapevole adesione alla sua dottrina o per timore o per semplice calcolo utilitaristico. Fatto sta che il Manifesto degli intellettuali fascisti, proposto nel marzo del 1925 da Giovanni Gentile, venne sottoscritto dalla maggioranza degli intellettuali italiani.
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La Letteratura durante Il Fascismo

Il regime fascista, coerentemente con la sua vocazione totalitaria, cercò di tenere sotto controllo il mondo delle arti e delle lettere. Ma, se alle origini il fascismo poté riscuotere un ampio consenso, sia pure ambiguo, tra gli intellettuali che non esitarono a sottoscrivere il Manifesto di Giovanni gentile, successivamente, in particolare durante gli anni ’30, il rapporto tra il regime e gli intellettuali fu alquanto controverso. I movimenti culturali di Strapaese e Stracittà si dichiararono entrambi intenzionati ad esaltare un’arte fascista, ma si contraddicevano nella misura in cui Stracittà (Massimo Bontempelli) esaltava il suo modernismo e il suo cosmopolitismo eludendo così la direttiva del regime di richiamarsi alla tradizione italiana e di esaltare il primato italiano; mentre Strapaese (Malaparte, Bilenchi, Brancati, Tobino ecc.), appellandosi alla tradizione popolare ed anti-letteraria, disattendeva il progetto del regime di assorbire i quadri della vecchia classe dirigente borghese. Dall'altra parte la prosa d’arte (Comisso, Bertolini, Angioletti) propugnavano l’autonomia delle lettere, ostacolando così il tentativo del regime di esercitare un’egemonia sul mondo culturale. Pertanto la stessa politica culturale del fascismo negli anni ’30 fu costretta ad un atteggiamento bivalente, oscillante fra la tentazione d’imporre un’arte fascista, puramente celebrativa delle imprese del regime, e l’acquiescienza a un’arte pura che, con il suo disimpegno, non disturbasse il regime. Quest’ultimo tuttavia non poté impedire che, nel corso degli anni ’30, in opposizione alle sue scelte sempre più totalitarie, come le leggi razziali, l’avvicinamento alla Germania nazista, le guerre coloniali, la guerra di Spagna, maturasse una ben diversa consapevolezza in numerosi intellettuali i quali non nascondevano una sempre più chiara avversione al carattere autoritario del fascismo. Ecco quindi che, soprattutto sulla rivista Solaria, cominciarono ad apparire interventi più consapevoli, evidenziati una maggiore attenzione alle più significative esperienze della narrativa americana e un recupero dei moduli narrativi di Verga e di Svevo. Cominciava quindi a farsi strada, in scrittori come Corrado Alvaro, Ignazio Silone, Romano Bianchi, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Carlo Bernari, Vasco Pratolini, Carlo Levi e soprattutto Alberto Moravia, una propensione sempre più netta a rappresentare la realtà sociale italiana in quegli aspetti che l’oratoria ufficiale del regime cercava di mascherare. Il romanzo, in una forma espressiva che si richiamava sia al verismo sia al romanzo psicologico secondo i moduli sveviani, e che preludeva al neorealismo del secondo dopo-guerra, quindi tornava ad affermarsi, aprendo una nuova stagione letteraria. Ma la censura fascista non mancò tuttavia d’intervenire proibì Gli indifferenti di Moravia, sequestrò i numeri della rivista Solaria su cui era apparso a puntate il romanzo di Vittorini Il garofano rosso, mandò al confino gli scrittori Cesare Pavese e Carlo Levi. Anche gli ermetici, che pure avevano coltivato un modello di poesia sradicata dalla storia, furono avversati. La nuova narrativa che maturò nel clima della rivista Solaria diede subito dopo la caduta del regime e la fine della guerra, con l’avvento della stagione del neorealismo.
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Tema sugli Anziani

Temi Svolti: In passato l’anziano era rispettato e considerato depositario del sapere. Oggi, seppur emarginato, è sempre in grado, grazie alla sua esperienza, di fornire preziosi consigli ai giovani.

C’erano una volta gli anziani, quelli che avevano diverse proprietà terriere, quelli che avevano tanti figli e tanti nipoti e che non permettevano a loro di muovere una foglia senza il loro permesso.
Adesso la saggezza degli anziani serve ben poco sembra quasi che siano diventati un peso mal sopportabile. Eppure il numero di anziani è in continuo aumento e ciò comporta che aumenterà il numero di pensionati e quindi mancheranno le persone attive nel mondo del lavoro.
L’anziano che ha finito di lavorare e si sta gustando la sua pensione viene emarginato dalla società perché lo si considera un buono a nulla che passa il suo tempo a vagabondare nelle piazze, davanti ai bar o a fare le partite a carte con gli amici.
Quindi quello che doveva essere il suo meritato riposa si trasforma per l’anziano come un accumulo di sofferenza, angoscia e solitudine fino alla morte. Ciò non avviene per fortuna a chi ha una famiglia difatti può condividere la vecchiaia con la propria moglie, e passare più tempo coi propri figli che certamente hanno bisogno di aiuti in particolar modo se hanno già dei figli, e quindi se l’anziano è già nonno può comportarsi come un baby-sitter a portare a spasso i propri nipotini.
L’anziano anche se non più nel ruolo di capo famiglia non deve essere visto come un peso perché pur non essere una forza attiva nel mondo del lavoro è sempre utile per dare consigli basate sulle sue esperienze di vita, basti ricordare che sul web tra le cose più cercate vi sono parole come “i consigli della nonna, come si cucina questo, come si stira quello” ecc.. Sono tutti consigli che persone anziane saprebbero rispondere in tempo reale.
Infine, ma non per questi cosa meno importante, si deve dare la possibilità agli anziani di scegliere liberamente come trascorrere l’ultimo periodo della loro esistenza. C’è chi decide volontariamente di abitare in una casa di riposo per la terza età, perché vive da solo o male con figli e parenti: con un po’ di fantasia e fortuna, può vivere bene come in un albergo (quando la struttura che lo ospita, non certo gratuitamente, lo permette), accudito dal personale e sempre in compagnia di persone che condividono la sua stessa situazione. C’è anche chi è autosufficiente e accetta volentieri l’idea di starsene tranquillamente in solitudine, magari sperando (e non sarebbe un caso unico) di rincontrare l’amore.
C’è invece chi non può fare a meno dei familiari, dell’affetto dei nipoti, dei films o delle partite in televisione da vedere e commentare con i parenti. Chi si annoia in casa, può scegliere, quando la salute ed il clima lo permettono, di passare molte ore in giro per le strade del paese o della città, di leggere il giornale seduto sulla panchina di un parco, di giocare a carte con gli amici nei circoli o in osteria in compagnia di un buon bicchiere di vino.
In conclusione, pur restando grave la condizione di molti anziani emarginati, abbandonati ed in condizioni gravi di salute essi rimangono degli esseri umani e che continuano ad avere gli stessi diritti di vita di quando erano giovani; le famiglie più strette (in fatto di parentela) devono prendere seriamente la condizione che egli possa abitare insieme a loro anche a costo di fare sacrifici. E comunque è raro che l’anziano non abbia figli o fratelli e sorelle ancora in vita, se questi questi sono in ottimo stato di salute potrebbero tenerselo in casa anche a turno per alleviare la fatica di badare ad un anziano che solitamente è in grado di autogestirsi.
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Tema: Interruzione di Gravidanza e Diritto alla Vita

Temi Svolti: Un fenomeno che sta colpendo il mondo intero è l’aborto. Si tratta di una delle tematiche più delicate in assoluto dove spesso ne fuoriescono idee più o meno condivisibili.

L’interruzione di gravidanza può essere naturale, volontaria e terapeutica. L’interruzione di gravidanza naturale avviene per svariati motivi: da quelle genetici a quelli esterni: gravi cadute, ad esempio, che compromettendo la vita del feto, biologicamente viene espulso senza concorso volontario della gestante.
Quella terapeutica viene consigliata dai sanitari quando il feto può presentare un pericolo per la stessa madre che dopo il concepimento può subire danni psicologici e il bambino potrebbe nascere con gravi problemi.
L’aborto volontario, viene invece richiesto dalla futura madre per svariati motivi. Per la scienza medica, il feto non può dirsi individuo se non da certe formazioni che nascerebbero dopo determinati mesi. Per evitare ciò la donna avrebbe dovuto pensare durante lo svolgimento dell’atto sessuale quanto meno a delle precauzioni, ed in questo modo non si sarebbe dovuta sottoporre ad un intervento.
La chiesa cattolica è contro ogni interruzione di gravidanza ma anche contro l’suo degli anticoncezionali non solo per questioni morali ma perché teme troppa permissività sessuale. E’ un ragionamento valido ma non sempre condiviso dagli italiani che, spesso hanno avuto pareri contrastanti su questo argomento. Alla fine con il Referendum hanno avuto la meglio le idee dei laici.
Questo è stato un passo importante per l’emancipazione delle donne che erano viste come un essere di piacere. Inoltre molte donne sono morte, e tutt'ora oggi muoiono, per via dell’interruzione della gravidanza che comunque sia non è certamente una cosa di cui vanno fiere. Tuttavia la legge sull'aborto è nata non per favorire le pratiche abortive ma per mettere fine alle pratiche clandestine. Certamente l’assistenza ospedaliera è sicuramente meglio che abortire di nascosto attraverso l’uso di farmaci venduti da gente senza scrupoli.
Secondo me abortire semplicemente per il fatto che non si è ancora pronti per gestire un figlio mi sembra una stupidaggine, in questo caso ci si doveva pensare prima attraverso l’uso di anticoncezionali. Però non sono nemmeno contro alla legge sull'aborto infatti come già detto le persone in gravidanza intenzionate ad abortire farebbero di tutto pur di liberarsi del figlio in grembo, anche ad affidarsi a persone che venderebbero farmaci a prezzi altissimi e che oltre ad essere illegali potrebbero essere anche essere mortali. Da questo punto di vista si è fatto un passo avanti in difesa delle donne e per limitare la criminalità almeno in questo campo; un altro buon motivo per abortire potrebbe essere anche la nascita di un figlio nato per la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, mi riferisco a tutti quei casi di stupro che spesso si sentono parlare in tv, e sarebbe proprio vergognoso e umiliante avere un figlio da un mostro approfittatore di donne indifese.
La Chiesa la fa troppo semplice la questione dicendo che un figlio va preso per com'è  che bisogna andare piano con i rapporti sessuali ecc ecc. Ma è facile per loro che (molto probabilmente) non hanno mai avuto una relazione vera con una donna “reale” e che non hanno mai avuto l’esperienza o anche l’intenzione della possibilità di diventare padri. Non voglio dilungarmi troppo sul fattore religioso ma secondo me la legge che c’è adesso va benissimo, ma se è possibile migliorarla è ancora meglio.
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Tesina sul Decadentismo

Il Decadentismo fu un movimento culturale che nacque in Francia, verso il 1880, intorno alla rivista Le Decadent, ma se ne erano avuti i presentimenti alcuni decenni prima, soprattutto nella sensibilità poetica di Charles Baudelaire che ne considerato il precursore. Del resto, stabilire dei limiti cronologici per il Decadentismo è più difficile che di qualsiasi altra manifestazione culturale: esso mette in luce delle linee di pensiero che si sfaccettano in mille sfumature diverse e danno origine a numerosi motivi culturali che durano ancora nel nostro tempo.
Anche determinare un’area geografica preferenziale per l’affermarsi delle tematiche decadenti è molto difficile, perché le inquietudini che si rivelano in Baudelaire nei suoi seguaci francese, si ritrovano artisti di tutta l’Europa ed esprimono ovunque un momento di grande tensione culturale.
Il vocabolo decadente , che all'inizio espresse un giudizio dispregiativo verso i giovani poeti che si ponevano al di fuori delle norme comuni della vita e dell’arte, assunse più tardi il significato di razionale consapevolezza della decadenza della società e dei suoi valori, nel dilagante materialismo di quegli anni.
Paul Verlaine, infatti, confessava di sentirsi come un romano della decadenza che vede sfilare davanti a sei barbari invasori. E i barbari invasori erano tutti i fenomeni di smodata esaltazione per le conquiste politiche e tecnologiche.
Siamo, quindi , in un’epoca in cui si manifesta vistosamente la divaricazione tra gli intellettuali e la società. Essi si sentono estranei ad un mondo di rapida trasformazione, dominato da interessi di carattere economico e materialista, dove le teorie ottimiste del Positivismo si rivelano fallimentari a spiegare scientificamente i misteri della vita e dell’uomo. Essi si sentono lontani sia dalla classe dominante borghese che prospetta nuovi limiti aggressivi, come l’imperialismo e il razzismo, sia dalle classi popolari che cercano l’emancipazione attraverso la lotta di classe, gli scioperi, la violenza.

La Storia

Negli anni tra il 1880 e la fine del secolo le grandi potenze europee proseguono la loro ascesa (Germania e Inghilterra) o riorganizzano la loro politica (Francia e Italia) tutte mosse dall'impegno di far fronte alle trasformazioni socio-economiche che il progresso industriale impone. E’ l’economia, infatti, la forza motrice della vita politica dello scorcio dell’Ottocento dominato
da un forte sviluppo della grande industria che determina una crescente competizione economica tra le potenze più forti per il controllo dei mercati;
dall'intensificarsi dell’espansione coloniale che scatena pericolosi imperialismi;
dall'affermarsi dei partiti popolari e dei sindacati in cui convergono le masse operaie, sempre più coscienti del loro peso sociale e dei loro diritti.

Lo sviluppo della grande industria

Le nuovi fondi di energia, la rapidità dei nuovi mezzi di comunicazione, i primi esperimenti di volo, il telefono, il cinematografo… le numerosissime della tecnica applicate al mondo della produzione, accelerano lo sviluppo della grande industria che diventa sempre più l’asse portante di tutta l’economia europa.
In Germania la politica del Bismark favorisce lo sviluppo industriale e il formarsi dei potenti monopoli intorno alla produzione dell’acciaio e delle armi in questa forze economiche si incentrano i principi di nazionalismo e di competizione con le altre potenze, fulcro della politica egemonica tedesca.
In Inghilterra lo sviluppo industriale è all'avanguardia  e una politica liberale assicura tanto ampi riconoscimenti dei diritti dei lavoratori quanto un’incontrastata supremazia nel controllo dei mercati europei. Quindi l’Inghilterra è guardata come il paese modello dello sviluppo industriale.
La Francia e l’Italia, dopo le vicende del 1870, sono impegnate a ristabilire la politica interna; la prima riaffermando i principi liberali della tradizione repubblicana con la Terza Repubblica, si adopera uno sforzo notevole per il riassetto economico nel settore industriale, per competere con le altre potenze. In Italia nel programma del governo della Sinistra, che ha preso il potere dal 1876, è contemplato anche un impulso all'industrializzazione  per dare alla nazione una svolta di modernità nel campo dell’economia. Purtroppo per incoraggiare le industria è necessario applicare una politica protezionista (che scoraggi l’introduzione di prodotti stranieri) e di aiuto da parte dello Stato; questo sforzo è utile allo sviluppo economico del Nord, ma accresce le discordanze con il Sud, ancorato ad una misera agricoltura (che non produce neanche tanto da pagare le forti imposizioni fiscali) e dove disoccupazione e fame raggiungono livelli penosi. Nasce perciò il fenomeno dell’immigrazione verso le Americhe, dove gli Stati Uniti, fortissimi economicamente dopo la conquista del Far West e l’espansione imperialistica nel centro e nel sud, offrono lavoro alla mano d’opera dei più poveri paesi europei.

Colonialismo e imperialismo

La politica coloniale è figlia della politica industriale: questa fase del francese Jules Ferry ci fa subito capire quale fu lo stimolo che spinse le grandi potenze alla conquista dei continenti cosiddetti sottosviluppati. La forte crescita economica fece nascere il bisogno di nuove fonti di materie prime e di più ampi mercati, e anche una smodata ambizione di possedimenti territoriali.
Le nazioni forti videro nella gara espansionistica un mezzo per affermare il loro prestigio e la loro potenza politica, tanto più se la conquista si associava alla missione di civiltà che esse potevano svolgere nei confronti di popolazioni barbare e primitive, di popoli inferiori incapaci di sfruttare le ricchezze naturali dei loro territori. Diventò un diritto delle grandi potenze conquistare terre d’Africa, d’Asia o d’America, assoggettando le popolazioni indigene in nome di un’ipotetica superiorità della razza bianca.
Inghilterra, Francia, Germania, Belgio stabilirono ampie colonie in Africa e in Asia. La Russia partecipò con la Francia e l’Inghilterra alla spartizione della Cina, contrastata da Giappone, la nuova potenza che dal 1894 in poi cominciò a manifestare le sue ambizioni nazionalistiche e imperialistiche nell’Estremo Oriente.
In America, gli Stati Uniti erano ormai la potenza egemonica che poteva espandere le sue conquiste verso le regioni più occidentali del suo continente, assoggettando o sterminando gli Indiani, oppure verso il Centro-Sud sottraendo ampie colonie al dominio spagnolo.
Anche l’Italia fu coinvolta nelle conquiste coloniali (non sempre con fortuna) soprattutto dall'acceso nazionalismo del governo Crispi (1893-1896) e più tardi, con maggiore oculatezza, dal governo Giolitti.
L’avventura imperialistica, dunque, fu un fenomeno di vaste proporzioni e generalizzato a tutte le grandi potenze mondiali, frutto di un sentimento nazionalista sempre più esasperato, spesso accompagnato da pericolose teorie di superiorità e inferiorità di razziale. E non furono conquiste inerenti  ma richiesero guerre, sacrifici e massacri.

Conflitti di classe e movimenti operai

Dalle trasformazioni industriali delle società erano nate le idee del socialismo in cui, soprattutto il proletariato urbano, aveva trovato la sua più adeguata espressione politica. Il partito socialista, sul finire del secolo, si era affermato in tutti i Paesi europei (in Italia fu fondato a Genova nel 1892 da Filippo Turati), esso contribuiva a dare ai lavoratori una coscienza politica e una reale consapevolezza dei loro diritti all'interno della società industriale di cui erano propulsori e sempre più antagonisti.
Quando si affermò la forte impennata dell’economia con l’ascesa dell’industria in seguito al colonialismo, si intensificarono anche le inquietudini sociali. Da una parte cresceva la ricchezza della classe dirigente e padronale perché diventavano sempre più numerosi i mezzi per produrla; dall'altra aumentava la miseria proprio degli operai, che restavano ai margini del processo innovativo, con nuovi bisogni, dato l’innalzamento dei livelli economici generali, ma con lavori senza garanzie e senza protezioni, alla mercè dello sfruttamento dei loro padroni.
L’industrializzazione aveva portato all'affollarsi delle città dove le condizioni di vita si stavano assestando, rispetto ai decenni precedenti, ma dove notevoli erano i disagi contingenti, determinati soprattutto da estenuanti orari di lavoro, dalla esiguità dei salari, dalla mancanza di qualunque assistenza nei casi di malattia e di vecchiaia. Fu naturale, quindi che in questa realtà che mostrava un aspetto duplice e contraddittorio, crescessero e si inasprissero le tensioni e i conflitti fra la classe padronale, irrigidita nei suoi privilegi, e la classe operaia che scopriva la sua forza nella compattezza delle organizzazioni sindacali o in quelle di fabbrica. I sindacati, infatti, che in Inghilterra esistevano come Trade Unions fin dal 1868, sorsero rapidamente ovunque (in Italia nel 1906), creando legami di solidarietà e coordinamento le lotte rivendicative dei lavoratori che si iscrivevano al sindacato sempre più numerosi.
La questione sociale divenne un problema scottante, soprattutto dopo le agitazioni nelle miniere della Renaria (1878), nei porti inglesi (1892-93) e dopo gli scioperi, lunghi e numerosi, in molti altri paesi europei. Queste lotte misero in luce la determinazione dei lavoratori: essi non potevano essere più messi a tacere con mezzi repressivi, ma dovevano ottenere soddisfazioni alle loro rivendicazioni. Così furono redatte leggi che rispondevano alle loro richieste più generali come il diritto all'istruzione  la partecipazione alla vita politica, misure di assistenza e di pensione… Rimasero in certi rapporti con i datori di lavoro, non sempre disposti a fare concessioni su orari e salari. Più tardi sarà proprio la forza dei sindacati che riuscirà a sbloccare queste resistenze.
Anche la Chiesa si schierò con il lavoratori e, pure auspicando una politica di accordo tra le classi sociali, con l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, riconobbe la legittimità delle lotte operaie per la difesa delle condizioni di lavoro.
Rimanevano quasi totalmente fuori di ogni conquista sociale le popolazioni rurali e contadine, estranee alle motivazioni di lotta degli operai, verso di loro anche il partito socialista aveva mostrato scarsa iniziativa ed esse cominciarono più tardi a prendere coscienza delle loro condizioni e delle possibilità organizzative e di lotta, appoggiate ovunque dalle associazioni religiose cattoliche e protestanti.

Caratteri generali

Ci è facile capire come, nel contesto storico-sociale che abbiamo tracciato, nasca una progressiva scissione tra la gente comune (i barbari) alla ricerca del benessere materiale, e gli intellettuali appartati in un aristocratico isolamento alla ricerca di nuove dimensioni dello spirito umano. Con il Positivismo essi mostrano sfiducia nella ragione come fonte di conoscenza assoluta e preferiscono esaltare l’irrazionale che permette l’evasione nel sogno e nell'astrazione mistica e la sensazione del mistero: “non vogliamo più la realtà: dateci il sogno, il riposo nell'ombra dell’ignoto”.
La scienza è ridimensionata a semplice studio di fenomeni, e perfino la matematica sembra perdere le sue certezze indiscutibili con la scoperta della teoria dei quanti di Max Plank (1900) e del principio di relatività di Albert Einstein (1905).
Contro il dilagare delle manifestazioni e delle esaltazioni della masse, i decadenti si ripiegano nella solitudine e nella dignità dell’Io individuale, indagato nei meandri profondi della psiche secondo Sigmund Freud (1856-1939). Non è un ripiegamento rinunciatario e avvilito, ma piuttosto sdegnoso e aristocratico: essi non vogliono confondersi con la folla, compiaciuti nell'elevatezza del loro sentire.
In alcuni spiriti più vigorosi questo isolarsi diventa ansia di protagonismo, desiderio di emergere dalla mediocrità e di imporsi con spregiudicatezza sugli uomini comuni: sono le idee del filosofo Friedrich Nietzche (1844-1900) che, ai valori tradizionali dell’etica e della morale, contrappone la mitica figura del superuomo, esaltandone le doti di forza e di azione. Il superuomo vagheggia una vita “al di là del bene e del male”, assolutamente libertà e aperta a tutti i piaceri, esaltata da un vitalismo gioioso, edonistico e da un’incontrastata volontà di potenza (se ne ha esempio in alcune pagine di Gabriele D’Annunzio).

La letteratura

Essendo l’esaltazione del soggettivismo, dall'introspezione e della sregolata irrazionalità, il Decadentismo in letteratura si contrappone al Realismo, basato sull'oggettività d tipo scientifico, e al Classicismo che prediligeva la perfezione formale imperniata su precise regole stilistiche.
La poesia è, per il decadente, la sola possibile intuizione della realtà e il poeta non è più considerato il vate guida e coscienza dei popoli, ma il veggente, colui che vede e sente mondi arcai e invisibili; le parole poetiche non hanno peso, sono musica evocativa e mistica, e i versi, svincolati da ogni regola metrica, diventano rapidi, intensi di significato e di simbologie, illuminati su impenetrabili misteri.
Attraverso la letteratura si chiariscono gli atteggiamenti dei decadenti: da una parte il ripiegamento interiore e il tormento di fronte al mistero dell’esistenza, dall’altra l’esaltazione dell’individuo nell'ansia sfrenata di vincere la mediocrità del reale rompendo tutti gli schemi precostituiti (Fogazzaro). In queste due divergenti direzioni vediamo muoversi poeti intimisti come Pascoli, Rilke, Yeats, Wilse e D’Annunzio. Rimbaud, Verlaine, Mallarmé sono considerati “poeti maledetti” per la loro eccentrica sregolatezza e Huysmans, nel suo romanzo A rebours, traccia il profilo esemplare del decadente esteta, che vive rifiutando la morale comune ed esaltando la bellezza. Sono anime in fuga dalla realtà, verso mondo personalissimi dove stravaganza ed edonismo servono a creare vita unica, inimitabile al volgo. In seno al Decadentismo fiorirono altre esperienze: il Simbolismo e l’Impressionismo letterario, come ci testimoniano il belga Maeterlink e i francesi Rimbaud e Mallarmé, e l’Intimismo degli scrittori della generazione del ’98 in Spagna, di cui fecero parte De Umamuno e Machado.
Alla fine del secolo il movimento era presente in tutti i paesi d’Europa e non fu certo un fenomeno di breve durata, ma segnò profondamente la cultura, condizionandone atteggiamenti e ispirazioni. Si può dire, anzi che da allora l’intellettuale, pur nella varietà di specifici atteggiamenti e risoluzioni, non ha mai cessato di essere un decadente, un uomo di pensiero, cioè, alla ricerca della propria identità e della propria funzione all'interno della società e della storia, ansioso di sperimentare nuovi e più adeguati mezzi espressivi.

Scienza e la tecnica

Il vertiginoso ritmo con cui si realizzarono le conquiste della scienza e della tecnica modificarono sostanzialmente la vita sociale della fine dell’Ottocento. Ma ben presto altre novità si realizzarono nel continente in ogni campo.
Nel 1892 l’invenzione del motore a combustione interna, da parte del tedesco Rudolf Diesel, rivoluzionò il settore dei trasporti; l’impiego del petrolio (e derivati), iniziato negli USA nel 1859, si diffuse anche in Europa, dove veniva estratto nel Caucaso, in Galizia o in molte colonie di recente conquista.
Nel 1893 le industrie tedesche Krupp brevettarono uno speciale acciaio che contribuì al grande rilancio dell’industria pesante, basata su ritmi produttivi sempre più rapidi.
Tra il 1894 e il 1896 vennero sperimentare le prime centrali elettriche, in seguito alla scoperta dell’elettricità da parte dello statunitense Thomas Alva Edison (1879) e già nel 1896 alcune città ebbero l’illuminazione elettrica nelle loro strade, mentre l’elettrometallurgia dava una nuova impennata alla produzione industriale. Seguirono altre invenzioni che furono, a dir poco, sbalorditive: il telefono (1877), la bicicletta (1878), l’automobile (1880).
Nel 1895, a Bologna, furono realizzate le prime trasmissioni radio da Guglielmo Marconi, mentre nello stesso anno a Parigi, i fratelli Louis e Auguste Lumiere presentavano il cinematografo di loro invenzione, e solo otto anni dopo i fratelli Orville e Wilbur Wright, negli Stati Uniti, realizzarono il primo volo in aeroplano.
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Siti da cui incorporare giochi flash con codice embed

Chi vuole realizzare un sito in generale sa benissimo che dovrà metterci tanto impegno nel scrivere tanto e con molta frequenza. Questa regola può andare benissimo per un sito di informazione, argomentativo, di video ma non per i giochi flash che necessitano anche diversi mesi per realizzarne uno di scarsa qualità grafica. Per giochi flash si intendono quei giochini in stile nintendo tipo Super Mario, Pacman, Street Fighter che spopolavano oltre 20 anni fa e che continuano tutt'ora ad essere ricercati. Ovviamente col tempo la tecnologia si è evoluta ed anche gli stessi sviluppatori di giochi (developers) ci sono dati dentro realizzando giochi che hanno ben poco da invidiare a quelli della Play Station o Xbox 360.


Creare giochi non è una cattiva scelta, anzi, può essere una cosa mossa vincente anche da un aspetto economico ma realizzare un sito interamente con giochi realizzati da noi stessi diventerebbe una cosa impensabile e costa; basti pensare che siti famosi come flashgames.it possiede oltre il 90% dei giochi presi da altri siti, scaricandoli e uppandoli sul proprio server o incorporandoli col codice embed.

Il sito di flashgames.it dà la possibilità di incorporare i giochi ma non nella maniera che tutti vorrebbero, ovvero vi dà la possibilità di copiare il codice HTML però non si tratta del gioco vero e proprio; è questo non è altro che un link che dal vostro sito porta al loro sito e che a voi non porterà alcun vantaggio ne economicamente ne in ottica SEO. Vi dà anche la possibilità di inserire la salagiochi virtuale ma non è il massimo della professionalità.

Insomma siti che vi offrono la possibilità tramite un codice di poter incorporare un gioco flash ce ne sono veramente pochi e la maggior parte sono mal fatti e tendono a non funzionare dopo un paio di mesi. Nel mio piccolo ho deciso di rimediare a questo inconveniente per tutti coloro che hanno piattaforme gratuite tipo Blogger dove non è possibile uppare file o per coloro che hanno spazi web molto limitati come Altervista… Ho difatti cercato siti di Giochi Flash che hanno inserito in una sezione apposita giochi con il codice Embed, anche il più negato in fatto di web, può prelevare il codice e incollarlo all'interno di un post e pubblicarlo sul proprio blog o sito.

1) 2PG = codice dei giochi presente dentro ogni gioco.

2) Flashgames312 = aprite un gioco, cliccate su 'Incorpora' e prelevate il codice del gioco.

3) Miniclip = andate in basso nella sezione Publisher o Webmaster, i giochi sono quasi tutti in qualità 3D ma la gran parte di essi sono di piccole dimensioni, ed inoltre per certi computer sono anche pesanti da caricare.

4) Fog = è la sezione del sito FreeOnlineGames dove potete prelevare il codice Embed o addirittura scaricare il filw .swf del gioco per poterci giocare offline.

5) HTML5 Games = è possibile prelevare il codice embed dei giochi html5 che tra l'altro funzionano anche da smartphone e tablet.

Modalità d’uso

Il codice del gioco che vi viene offerto non potete e non dovrete modificarlo o alterarlo in alcun modo perché andrete contro il regolamento dei siti e degli stessi sviluppatori dei giochi, se copiate il codice così per come non avrete problemi di alcun tipo. L’unica cosa che potrete modificare nel codice del gioco sono le dimensioni di larghezza e altezza. Inoltre è severamente vietato copiare le descrizioni presenti nei siti stessi perché è violazione di copyright tranne nei casi dove sono compresi.
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Tema sui Valori di Oggi

Temi Svolti: L’uomo contemporaneo, chiuso nella morsa del cieco egoismo, dominato dalla vita frenetica, proteso sempre alla ricerca di nuovi beni di consumo, avverte nell'animo un senso d’insoddisfazione: ecco perché, da più parti, s’invoca la riscoperta piena dei valori e degli ideali che avevano sorretto le precedenti generazioni.

Viviamo in un periodo storico dove sembra che i valori etici e gli ideali che erano dei punti di riferimento per le generazioni passate adesso non ci sono più o per lo meno che si stanno cancellano nel corso del tempo. Nella nostra epoca quello che prevale sui valori importanti della vita è la logica di interesse e il profitto personale, il denaro e il materialismo si impongono prepotentemente nella scala dei valori. Intanto riemergono e si riacutizzano problemi sociali come la disoccupazione, il razzismo, la criminalità e il degrado ambientale. L’uomo moderno tende a non vedere certe cose, preferisce “fingersi cieco” ed andare avanti come se niente stesse accadendo continuando nella sua ricerca del piacere, nel suo lusso insfrenato, anche se nel profondo del suo animo avverte un inspiegabile senso di insoddisfazione.
Molti giovani sostengono che mancano dei punti di riferimento sicuri ed anche per questo motivo accolgono volentieri tutto quello che è più facilmente a portata di mano, rifiutando il sacrificio. Tale modo di agire prende il nome di “cultura dell’immediato”, cioè che al momento attuale va tutto bene ma nel giro di qualche anno potrebbe crollare il mondo addosso perché manca un progetto di vita.
Un po’ di colpe le hanno il progresso della scienza e della tecnica che hanno cambiato la mentalità e il rapporto con i valori umani come l’amicizia, l’altruismo, la fratellanza, la giustizia, la famiglia, il rispetto e la religione.
Ad esempio con l’era di internet, molti giovani, (ma non tutti) preferiscono comunicare tra loro attraverso un messaggio online anziché andare in piazza come facevano un tempo prima della conoscenza dei mezzi di comunicazione informatici.
Su internet, inoltre è possibile creare legami con persone che nemmeno si conoscono tramite siti web di incontri online e anche attraverso le chat. Da questi luoghi sul web è possibile trovare anche l’amore, è possibile fare nuove e meravigliose amicizie ma si corre anche il rischio di parlare con persone senza scrupoli disposte a tutto pur di rubare, violentare e uccidere le persone.
Anche da un punto di vista religioso c’è stato un forte cambiamento: un tempo le persone andavano in chiesa tutte le domeniche, adesso invece pare che sia diventato un passatempo, anzi una frustrazione, in particolar modo per tutte quelle persone che vedono la domenica come unico e indispensabile giorno di riposo. Perché una persona che ha lavorato per 6 giorni consecutivi, ed il giorno prima anche di notte dovrebbe alzarsi la domenica così presto? Stessa cosa vale anche per tutti quei ragazzi che frequentano le scuole superiori o l’università che per prendere i mezzi pubblici sono costretti a svegliarsi molto presto.
I tempi cambiano è certamente bisogna farsene una ragione, anche l’uomo primitivo aveva paura del fuoco ma poi questa paura si è trasformata nella sua arma da difesa per tenere alla larga gli animali feroci. Stessa cosa per i valori di oggi che sembrano troppo strani ma che col tempo diventeranno abituali e che in futuro cambieranno nuovamente, perché lo sviluppo e la ricerca sono ciò che muove il mondo, senza di essi probabilmente nel giro di qualche anno col finire del petrolio dovremmo spostarci a piedi o in bicicletta ed invece possiamo ancora sperare a qualcosa di migliore e anche più ecologico come l’energia pulita e rinnovabile.
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Contatore di parole e caratteri online

Ma quanto scriviamo sui nostri blog? C’è chi è incostante e si dedica alla scrittura solo per passatempo o per sfogo, c’è invece chi ha la media di un articolo al giorno e scrive tanto per tenere il blog sempre attivo e chi invece lo aggiorna tantissimo ed arriva anche ai 50 articoli giornalieri ma lo fa per scopi lavorativi. Per sapere quanti articoli abbiamo scritto in questa settimana basta andare nel pannello di amministrazione del proprio blog è contarli, invece se vogliamo contare quante parole sono contenute nel nostro articolo o ancora più precisamente quanti caratteri sono contenuti nelle parole dell’articolo diventa impossibile contarli tutti e in poco tempo.

A cosa serve?

E’ poco usato il calcolatore di parole online non perché non sia utile ma perché è già integrato in molti CMS come Wordpress che è tra i più usati al mondo. Sul web esistono articolisti o editori cioè persone che scrivono articoli su siti importanti che vengono pagate per questo compito, per loro è indispensabile contare le parole correttamente proprio perché vengono pagate circa 1 centesimo a parola. Anche in ottica SEO è bene contare il numero di parole infatti si dice che la lunghezza media di un buon articolo sia tra le 450 le 650 parole e difatti questa è la lunghezza media degli articoli che scrivo anche io su Scuolissima (non sempre).


Per questa motivo nel web vi sono parecchi siti che danno la possibilità a chiunque di eseguire questo conteggio online e in modo gratuito. Si somigliano tutti ma quelli elencati qui sotto si differenziano un po' dagli altri.

1) SimoneDesign: all'interno della pagina del blog è presente un conta parole che svolge anche la funzione di conta caratteri, con una bella grafica. Il suo funzionamento è molto semplice, dovrete copiare il testo di un vostro articolo ed incollarlo all'interno di questo programma. Poi cliccate su Calcola ed automaticamente vi verrà eseguito il conteggio di parole e caratteri.

2) Freetiamo: tra i diversi tool free di cui dispone vi è anche il conta parole, è molto semplice ma funzionale: si deve scrivere o incollare il testo all'interno dello spazio bianco e per eseguire il calcolo cliccare sul pulsante Conta Parole.

3) AlessioMoretto: anche qui uno spazio bianco da riempire con del testo ma non serve nemmeno pigiare sul bottone (che non c'è) perché il conteggio è automatico, basta premere spazio tra una parola e l'altra e questa viene conteggiata.

4) Traduzione-Localizzazione: inserite il testo all'interno del riquadro verde e poi cliccate sul bottone Effettua il punteggio, si aprirà una piccola finestra che indica il numero di parole e di caratteri presenti nel testo inserito.
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Frasi con il verbo avere (TO HAVE) in inglese

Uno degli esercizi di inglese che non può mancare dopo aver studiato il verbo avere (To Have) è quello di scrivere frasi a piacere che contengano il suddetto verbo in tutte le forme possibili (affermativa, negativa, contratta, interrogativa).

1. I have got one brother and one sister.
2. She hasn’t got her books with her.
3. You haven’t got any window in your class.
4. He has got a new computer.
5. They have got a big room.
6. I have got a book on the table.
7. I have got a little dog.
8. My friends has got a cold.
9. Have you got much money?
10. We have got a test of history today.


Se volete potete aggiungere anche le vostre nei commenti...
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Guadagnare con Ad6Media

Si tratta di una concessionaria di pubblicità online complementare che raggruppa diversi siti leader nel mercato francese (oltre 15 Milioni di impression al giorno). A loro la Francia a quanto pare va già stretta ed hanno l'intenzione di espandersi in tutta l'Europa, anche in Italia.

Ad oggi lavorano con clienti esclusivamente di marche nazionali e internazionali; oltre 600 inserzionisti come Laredoute, Sarenza, Carrefour, Infostrada, Loreal, Sorgenia etc...

Per iscriversi: AD6MEDIA

Lavorano in modo complementare alla vostra concessionaria di pubblicità online, con tecniche di retargeting e rtb e deliberano flussi di campagne continui di diversi brand, propongono 3 tipologie di formati con remunerazione su base CPM:

Bannering: voi scegliete la tariffa tra 0,1 a 0,8 euro CPM con eventuale sistema di pass back se lavorate con un'altra concessionaria come Adsense.
Slide-in: 0,8 euro CPM (visualizzato 1 al giorno/per utente)
Site-under: 1 euro CPM (visualizzato 1 al giorno/per utente)

I prezzi indicati ovviamente a fronte di un test con risultati positivi e redditizi, possono essere aumentati.

I formati sono facili da implementare. Basta fare l'iscrizione editori dal loro sito per poi essere validati dopo una breve verifica telefonica da parte loro.

Tale "affiliazione" non è riservata per tutti infatti richiede per essere usata occorre essere iscritti al Tribunale e iscrizione al ROC. Inoltre bisogna possedere un minimo di 1000 visitatori giornalieri e contenuti di qualità. Per altre informazioni recatevi sulle loro FAQ, praticamente c'è tutto quello che vorreste sapere e per maggiori informazioni basta semplicemente contattarli telefonicamente.

Commento personale:
Personalmente non l'ho mai provata ma ha tutta l'aria di essere una concessionaria seria e già dal fatto che rifiuta sistematicamente siti di streaming, peer-to-peer o siti per adulti è un buon segno. Chi già ha avuto modo di provarla scriva la sua esperienza ^^
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Differenza ipotenusa cateto di un Triangolo Rettangolo

In un triangolo rettangolo l'ipotenusa è 13/5 di un cateto , mentre la loro differenza e'di 16 cm. Calcola l'area.(dovrebbe venire 130 cm).

Svolgimento:
C=cateto I= Ipotenusa A=Area

I = C*13/5
I-C=16

C=I-16
I=(I-16)*13/5
I=2.6I-41.6
2.6I-I=41.6
1.6I=41.6
I=26
C=26-16
C=10
A=10*26/2
A=130
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Calcolare l'ampiezza di un angolo del Pentagono

Calcola l'ampiezza dell'angolo B di un pentagono sapendo che: A+C=D+E=4B.

Svolgimento:
La somma degli angoli interni di un pentagono è 540° se la somma di 4 di loro è 4 volte il 5 angolo vuol dire che il 5 angolo è 1/5 del totale quindi 540/5 = 108°
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Con l'ipotenusa Calcolare l'Area di un Triangolo Rettangolo

Calcola l'area di un triangolo rettangolo avente l'ipotenusa e un cateto lunghi rispettivamente 39 cm e 15 cm.

Svolgimento:
Cateto2= radice quadrata (quadrato ipotenusa-quadrato cateto1)
Cateto2= rad.q (39*39 – 15*15)
Cateto2= rad.q (1521-225)
Cateto2= rad.q(1296)
Cateto2=36
Area= cateto1*cateto2 /2
Area= 15*36/2
Area= 270 cm²
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Differenza cateti di un triangolo rettangolo

La differenza dei cateti di un triangolo rettangolo misura 42 cm e uno e i 12/5 dell'altro calcola perimetro e area del triangolo.
Deve venire: 180cm / 1080 cm²

Dati:
A = cateto maggiore
B = cateto minore

Svolgimento:
Per risolverlo si deve svolgere il seguente sistema:
A=B*12/5
B=A-42

A=(A-42)*12/5
A=(A-42)*12/5
A= 12/5A - 504/5
A - 12/5A= -504/5
-7/5A= -504/5
7/5A= 504/5
A=504/5 / (7/5)
A = 504/5 * 5/7
A=72
B=72-42=30

Chi non ha ancora studiato i sistemi può utilizzare il metodo dell'unità frazionaria.

Area=A*B/2 = 72*30/2= 1080 cm²

C=√(A² + B²) = √(5184+900) = √6084 = 78 cm
Perimetro= A+B+C= 72+30+78= 180 cm
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Come risolvere le espressioni online passaggio per passaggio

I vostri professori di matematica sono così cattivi che vi hanno assegnato per casa un infinità di esercizi con espressioni da risolvere? Siete capaci di risolvere le espressioni ma non siete sicuri che la vostra soluzione sia quella esatta?

Vi proponiamo il sito Risolvi Espressioni, che offre uno strumento gratuito e italiano che permette di risolvere espressioni aritmetiche e letterali, mostrando tutti i passaggi per arrivare al risultato.

Premessa: il sito è particolarmente utile per controllare la correttezza dei propri esercizi, vi consigliamo di farne buon uso per migliorare le proprie conoscenze e non per risparmiare tempo anche perché si tratta pur sempre di un software che certamente non può sostituire il calcolo di una persona reale.

Detto questo vediamo come inserire la propria espressione, per farlo dovrete seguire dei piccoli accorgimenti, vediamoli:
  • il segno “per” si indica con * (asterisco)
  • le frazioni si scrivono così: 2/3 (due terzi, due fratto 3)
  • l’elevamento a potenza così: 2^3 (due alla terza, due elevato alla terza)
  • i numeri periodici: 0,0(2) - - -> 0,02 con il due periodico, quindi indicare il periodo tra parentesi tonde

Per digitare le parentesi si usano le seguenti combinazioni su tastiera:
  • tonde (): MAIUSCOLO + 8 oppure MAIUSCOLO + 9
  • quadre []: ALT GR + [ oppure ALT GR + ]
  • graffe {}: MAIUSCOLO + ALT GR + [ oppure MAIUSCOLO + ALT GR + ]

Se non volete usare la tastiera basta un copia-incolla del carattere che ci interessa, ad esempio prendendo le parentesi da questa pagina e copiandole dove desideriamo (un file di testo, o Word).
Tutte le altre indicazioni si trovano direttamente sul sito cliccando sull'icona verde con il simbolo “?” (a destra di “Risolvi”) e nella pagina Guida.

Bene, scriviamo la nostra espressione nell'apposito campo e successivamente clicchiamo sul pulsante “Risolvi”.


Dopo il caricamento comparirà la risoluzione dell’espressione, passaggio per passaggio!


Se volete risolvere le espressioni in tutta comodità, dal proprio smartphone, è disponibile l’applicazione Android “Risolvi Espressioni”, cercatela su Google Play Store.
Mentre se avete uno smartphone Windows Phone 8 troverete l’app nel Windows Phone Store.
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