Mappa concettuale: Le trincee



Guerra di logoramento e non guerra lampo, come pensavano i generali tedeschi.
I soldati vivono in modo disumano, le nuove armi provocano molti morti, negli stati coinvolti il morale è mantenuto con la propaganda e la repressione. È la militarizzazione della vita civile.
Tutte le risorse e le energie produttive sono convogliate a sostegno della guerra.

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Mappa concettuale: L'Italia e la guerra



Nel 1914 l'Italia è neutrale ma si dibatte un suo intervento a fianco dell'Intesa. I contrari e i neutralisti sono PSI, cattolici, liberali, giolittiani ed i favorevoli e gli interventisti sono i democratici, liberali di destra, nazionalisti, sindacalisti, rivoluzionari che anche se pochi fanno grandi manifestazione fra cui Gabriele D'Annunzio e Benito Mussolini. Alla fine vincono gli interventisti.

Il presidente del Consiglio Salandra, con l'appoggio della piazza e del re Vittorio Emanuele III, il 26 aprile 1916 firma segretamente il patto di Londra con i governi dell'Intesa (Russia, Inghilterra, Francia). Per cui il 24 maggio 1915 l'Italia entra in guerra contro l'Austria. È subito in difficoltà per impreparazione militare, ostilità dei luoghi, disciplina disumana imposta dal generale Cadorna.
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Mappa concettuale: Grandi offensive del 1916



Sul fronte occidentale i tedeschi attaccano nel Verdun (in Francia) e le forze dell'Intesa controattaccano. Un milione e 500 mila morti senza risultati.

Gli italiani resistono alla "strafexpedition" sull'altopiano di Asiago (Vicenza), che è una spedizione punitiva e conquistano la città di Gorizia.

I Russi arrestano momentaneamente l'avanzata tedesca in corso dal 1915.

L'aviazione è secondaria, si tratta sempre di conflitti terrestri combattuti con nuove armi: obice e mortaio, cannone da campo, bombe a mano, mitragliatore, carabina o moschetto, carro armato. La marina blocca i rifornimenti.

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Mappa concettuale: 1917 - 1° Guerra mondiale



Nel 1917 gli imperi centrali avanzano proposte di pace che vengono respinte dall'Intesa, anche l'appello di Papa Benedetto XV per fermare il massacro rimane inascoltato.


La svolta del 1917 avviene per due fatti:

- L'intervento americano (6 aprile). I rifornimenti degli imperi centrali sono bloccati dall'Inghilterra, allora i tedeschi rispondono con la guerra sottomarina indiscriminata. Gli U.S.A intervengono per difendere la libertà di navigazione e i propri affari di finanziatori dell'Intesa.

- La rivoluzione bolscevica in Russia dove la rivolta popolare alla crisi, guidata da Lenin, fa si che la Russia si ritiri dalla guerra e costringe lo zar ad abdicare. Instaura la Repubblica socialista dei Soviet che conduce alla pace separata di Brest-Litovsk (3 marzo 1918) con gli imperi centrali che spostano le truppe su altri fronti.

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Mappa concettuale: Carso - Caporetto - Piave



Sul fronte italiano, dal monte Pasubio al fiume Isonzo, al comando del generale Cadorna  avvengono 4 disfatte italiane con migliaia di morti sul Carso e Isonzo e la ritirata di Caporetto. Si combatte in trincee di montagna, combattono tutti gli uomini e le donne lavorano nelle industrie

Ci sono molti ammutinamenti e diserzioni, le ribellioni sono represse, il generale Cadorna viene sostituito dal maresciallo Armando Diaz.
Sul Piave con la vittoria di Vittorio Veneto avviene la conquista di Trento e Trieste.
La guerra finisce con l'armistizio di Villa Giusti il 4 novembre 1918.

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Mappa concettuale: Fine 1° guerra mondiale



Nell'autunno del 1918 le potenze alleate di Germania e Austria sono costrette alla capitolazione. La Bulgaria si arrende, la Turchia si arrende pure ma gruppi di militari nazionalisti, detti "i giovani turchi", tra il 1915 e il 1916 perseguitano gli Armeni (minoranza cristiano-ortodossa) sino al loro genocidio con 2 milioni di morti. Il 30 ottobre viene rovesciato il sultano e nel 1923 si instaura la Repubblica.

In Italia il generale Armando Diaz, dopo Cadorna dal 1917, il 24 ottobre 1918 sconfigge gli austriaci a Vittorio Veneto. Il 4 novembre 1918 l'imperatore d'Austria Carlo I firma l'armistizio.

In Germania una rivoluzione socialista costringe Guglielmo I ad abdicare. L'11 novembre 1918 si proclama la Repubblica ed il nuovo governo ottiene l'armistizio.

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Capitolo 38 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento




La struttura

Abbandonato definitivamente l’orizzonte spaziale della città con il riferimento alla morte di don Ferrante, con cui si è concluso il capitolo precedente, il racconto torna a collocarsi nell’ambiente paesano, da cui era partito.
La conclusione del romanzo, riannodando nel tessuto generale della narrazione gli ultimi fili dell’intreccio, rinvia a situazioni descritte in altri capitoli, a dimostrazione dell’unità strutturale dell’opera, in cui le singole parti si richiamano e si completano a vicenda.



I personaggi e i nuclei tematici

La ricomposizione della vicenda, segnata dall’allontanamento di Renzo e Lucia (capitolo VIII), esige il ritorno dei fuggiaschi al paese, che abbandoneranno per il bergamasco con il proposito di incominciare una nuova vita.
L’atmosfera che circonda i personaggi è serena e pacata; il loro atteggiamento è caratterizzato da una grande attenzione alle cose da realizzare, ai progetti per il futuro, nella prospettiva di un’esistenza tranquilla.


Don Abbondio
La figura dominante del capitolo è quella di don Abbondio. Il curato partecipa alla gioia dei suoi parrocchiani, soprattutto perché si è convinto della definitiva uscita di scena di don Rodrigo, che egli commenta senza alcun sentimento di carità cristiana. Il suo discorso esalta i meriti della peste, flagello che elimina i tiranni e strumento della Provvidenza. Il suo concetto di “Provvidenza” si accorcia benissimo con il suo “sistema” di vita: essa non è, come per padre Cristoforo e Lucia, quella forza che guida in modo misterioso, ma benefico, la vita degli uomini; al contrario, è vista, egoisticamente, come un mezzo per assicurare la sua tranquillità personale.
La pace ritrovata rende don Abbondio piuttosto loquace e persino spiritoso, ma, ad un’analisi più attenta, non è difficile accorgersi che egli è l’uomo di sempre: pauroso e preoccupato unicamente della sua incolumità fisica, si rifiuta inizialmente di celebrare il matrimonio, nascondendosi dietro l’affetto che dice di provare da sempre per Renzo.

In questo capitolo conclusivo, don Abbondio si prende una rivincita: minacciato da don Rodrigo tramite i suoi bravi, riceve adesso una visita altrettanto inaspettata, ma gradita, quella del marchese. Quest’ultimo è, nel complesso, una figura di scarso rilievo, costruita in esatta antitesi a quella del potente signorotto: aperto, cortese, placido, umile, dignitoso quanto l’altro era superbo e arrogante. Tuttavia, il realismo impedisce a Manzoni di farne una figura eccessivamente perfetta, quindi, poco credibile. Ne abbiamo la dimostrazione quando, durante il banchetto offerto agli sposi, il gentiluomo si ritira per pranzare con don Abbondio in un’altra sala: il suo comportamento nei confronti di Renzo e Lucia è quello di una persona perbene, ma le differenze sociali hanno comunque il loro peso e non possono essere dimenticate facilmente. A questo riguardo, il giudizio del narratore sul marchese (un brav’uomo») si esprime per contrasto con quello di don Abbondio che lo aveva definito addirittura un grand’uomo.
Anche Renzo e Lucia hanno la loro rivincita: il romanzo si era aperto con una minaccia proveniente dal palazzo e si chiude con un pranzo offerto dal marchese in quello stesso luogo.



Possiamo parlare di "lieto fine" del romanzo?

Da un certo punto di vista, sicuramente: la famiglia di Renzo e Lucia ha raggiunto finalmente la tranquillità e la sicurezza economica e le avventure sembrano essersi concluse, come fa notare anche il narratore.
Tuttavia, ci sono alcuni elementi in base ai quali è possibile dire che l’opera, se raggiunge il “lieto fine”, non approda però all’idillio cioè a una condizione di assoluta mancanza di contrasto. Da questa visione della vita convenzionale e stereotipata ci salva l’ironia del narratore, che segnala una serie di contrattempi e di difficoltà:
  • la festa che il marchese offre ai due sposi, se da un lato può assumere il carattere di una riparazione alle malefatte di don Rodrigo, dall’altro ribadisce le differenze sociali esistenti tra loro: pur nell’armonia dei buoni rapporti, ognuno deve restare al suo posto;
  • i protagonisti abbandonano i luoghi d’origine e la loro partenza è segnata dal dolore del distacco

Renzo e Lucia, giunti a destinazione, proveranno tutti i fastidi che l’integrazione sociale in un ambiente nuovo comporta di necessità e che si manifestano soprattutto in critiche a Lucia, cui il giovane reagisce con decisione, finendo per diventare disgustoso.

Il punto decisivo, a sostegno della tesi che I Promessi sposi sono un romanzo senza idillio, si trova nelle riflessioni di Renzo e Lucia, cioè nel sugo di tutta la storia.
I due hanno imparato che, nella vita, non mancano ingiustizie, miserie e violenze (ciò che Lucia chiama in sintesi "i guai"). La sofferenza colpisce l’uomo, ogni uomo, anche coloro che non hanno fatto nulla per meritarla: essa si rivela, però, uno strumento di espiazione e di purificazione che, perfezionandoci, avvicina a Dio.
La concezione manzoniana è pessimistica, ma non passiva: esige la reazione al male, il coraggio e la tenacia nel testimoniare la propria fede. Il dolore del mondo resta un mistero inspiegabile: il solo conforto è la fiducia in Dio, unica difesa contro il male e l’assurdo dell’esistenza. E il messaggio del romanzo, che rifiuta una felicità passeggera e le consolazioni facili.
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Capitolo 37 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento




La struttura

Dopo il ritrovamento di Lucia e lo scioglimento del voto, la vicenda si avvia alla conclusione. Gli ultimi due capitoli del romanzo sono dedicati a riannodare tutti i fili ancora in sospeso dell’intreccio.
Dal punto di vista strutturale, la narrazione si compone di varie scene legate da un unico motivo conduttore: il tema del viaggio, tradotto nei numerosi spostamenti di Renzo da un paese all’altro, Solo nella parte finale, il narratore, dopo essersi sbrigativamente congedato da donna Prassede, trasferisce la sua attenzione al personaggio di don Ferrante, per informarci sia delle sue idee sulla peste sia della sua morte.
Alcuni dei fatti raccontati si riallacciano ad altri che il lettore già conosce, secondo quel gusto delle simmetrie che è presente in tutto il romanzo.



I personaggi e i nuclei tematici


Renzo, personaggio centrale
Sin dall’inizio, il capitolo presenta un ritmo vivace, sottolineato dalla musicalità dei vocaboli usati nelle frasi d’apertura. Il rapporto tra l’uomo e la natura si è ristabilito nella sua armonia: lo scioglimento della cappa soffocante del cielo corrisponde allo scioglimento dell’angoscia, della sofferenza interiore. La pioggia è il simbolo di una situazione che si va normalizzando e risolvendo felicemente: proprio sotto l’acqua, noncurante del disagio e della fatica, cammina Renzo, immagine dell’uomo che ha recuperato, dopo tante sventure, la gioia di vivere.

Il viaggio del giovane si svolge prevalentemente di notte e richiama l’immagine di un’altra notte, raccontata nel capitolo XVII. Le differenze sono evidenti:
  1. allora, Renzo era semplicemente un fuggiasco, un povero pellegrino, timoroso di essere inseguito e raggiunto; adesso è un viandante che cammina allegramente, desideroso di arrivare a casa al più presto;
  2. allora, era tormentato da pensieri affannosi e dalla grande rabbia di essere stato scambiato per un pericoloso criminale; adesso, se i suoi pensieri ritornano al passato, è per assaporare in modo più intenso la gioia presente.


La memoria di Renzo ripercorre, anche per il lettore, i momenti più significativi dell’esperienza vissuta: l’ansia per Lucia; il timore di saperla morta; l’equivoco di essere scambiato per un untore; la ricerca della giovane al lazzeretto. Il suo sollievo per l’esito positivo di tutte le disavventure vissute è anche di natura spirituale e rivela la maturazione del personaggio: insieme ai dubbi e alle incertezze, è scomparso anche l’odio per don Rodrigo.
Il ricordo del passato e la felicità del presente si legano ai progetti per il futuro che solo adesso, eliminato ogni ostacolo, acquistano un significato concreto .


Gli altri personaggi
Questo fervore di progetti coinvolge inevitabilmente altri personaggi: innanzitutto l’amico d’infanzia, che Renzo designa come testimone di nozze e che è il primo ad accogliere il giovane, offrendogli per la seconda volta il conforto di un’amicizia affettuosa e ricca di premure; poi Agnese, ritrovata in buona salute a Pasturo: rientrata al villaggio, la donna si dedica alle faccende domestiche, con il piacere di occuparsi nuovamente della propria casa, nella quale prepara un alloggio per accogliere la mercantessa, amica e benefattrice di Lucia.
L’unico che non sembra disposto a lasciarsi travolgere da tanto dinamismo è, come sempre, don Abbondio, eternamente preoccupato della propria incolumità e timoroso di veder ricomparire don Rodrigo da un momento all’altro. Come vedremo nel capitolo successivo, ci vorranno le ripetute assicurazioni del sacrestano Ambrogio per convincerlo che, ormai, non c’è più nulla da temere da parte del signorotto.


Don Ferrante
La galleria delle figure del romanzo è completata dalla rievocazione di don Ferrante e della sua morte grottesca.
Il racconto si apre e si chiude sotto il segno dell’ironia. Il narratore, attraverso questo personaggio, polemizza con un’idea di cultura staccata dalla vita quotidiana e da ogni impegno concreto. Don Ferrante non è tanto una caricatura di dotto, quanto piuttosto il rappresentante di una dottrina astratta, vuota di contenuto e inutile, tant’è vero che ciò che lo distingue dal popolo è solo un uso più sottile degli strumenti logici, ma l’ignoranza e la superstizione sono le stesse.
Fino agli ultimi istanti della sua vita, è prigioniero di una erudizione libresca: e muore, infatti, come un eroe dei suoi amati libri.



Il tema del viaggio

Ora che le vicissitudini di Renzo sono concluse, ricapitoliamo e approfondiamo le osservazioni fatte in precedenza (capitolo XVII) a proposito del primo viaggio del giovane a Milano e del suo significato che possiamo integrare con riferimenti al secondo, decisivo, viaggio in città.
Si era parlato, a proposito delle avventure di Renzo, di Bildungsroman o romanzo di formazione: ora, con il ritrovamento di Lucia, il processo di maturazione del protagonista può ritenersi compiuto, secondo uno schema che si ritrova spesso nei romanzi cavallereschi:
  • perdita di un oggetto o di una persona amata;
  • viaggio e prove per recuperare ciò che si era perduto;
  • superamento delle prove e conclusione.

È ovvio però che Renzo non incarna un modello eroico, ma quello dell’uomo comune alle prese, senza particolari aiuti, con una realtà drammatica. Anche gli sbagli commessi hanno un valore formativo: da essi infatti impara nuove norme di comportamento o acquisisce una migliore conoscenza del cuore umano.
La città si rivela una realtà negativa che mette a dura prova le risorse fisiche e intellettuali del giovane. E il luogo dell’errare, dell’andare vagabondo, che si prefigge una meta, ma che non sa come raggiungerla (è significativo che Renzo debba sempre chiedere a qualcuno l’indicazione della strada). In entrambi i viaggi, l’uscita dal labirinto comporta un’accresciuta maturazione e l’acquisto di un più ricco bagaglio di esperienze. Non è casuale neppure il fatto che i momenti principali dei due viaggi si corrispondano, sebbene non tutti in ordine rigorosamente cronologico: mentre, durante il primo viaggio, Renzo esce sconfitto da tutte le situazioni vissute, nel secondo, più esperto e consapevole di sé, supera felicemente lo stesso genere di prove.
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Capitolo 36 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento




La struttura

Si può considerare questo come l’ultimo capitolo del ciclo della peste che annunciato fin dal XXVIII, è stato sviluppato a partire dal XXXI, prima con taglio storico-saggistico e, in seguito più propriamente romanzesco, cogliendo cioè le implicazioni che la vicenda reale della peste produce in quella, inventata, dei personaggi.

Il capitolo XXXVI svolge pertanto una duplice funzione:
  1. Concludere la vicenda dell’epidemia, ormai volta al termine;
  2. Avviare alla soluzione dell’intreccio con il ricongiungimento di Renzo e Lucia dopo venti mesi di dolorosa separazione.

L’intervento di padre Cristoforo permette infatti ai due promessi di celebrare spiritualmente quelle nozze che don Abbondio aveva rifiutato di benedire.
La struttura della narrazione è articolata in due fasi: la prima, che ha per protagonista Renzo, è dominata dal tema della ricerca; la seconda, incentrata sul dialogo fra Renzo e Lucia, è dominata invece dal tema religioso e da quello amoroso, reciprocamente intrecciati attraverso le parole di padre Cristoforo.



I personaggi e i nuclei tematici


La predica di padre Felice ai convalescenti
Padre Felice apre il suo discorso con una lode a Dio che, in mezzo a tanto dolore, potrebbe apparire ingiustificata. In realtà, in tal modo egli esprime la gratitudine nei confronti del Creatore, di cui accetta l’opera, sia che Egli abbia dato la morte o abbia concesso la salvezza; non c’è alcun rifiuto di Dio, nemmeno in un momento come questo, nel quale sembra lecito mettere in dubbio ogni valore, persino quello della sua stessa esistenza. Nella visione provvidenziale, in cui Manzoni crede fermamente, il male e il bene, la morte e la vita si intrecciano e si compongono secondo piani che, pur risultando misteriosi alla limitata comprensione umana, sono invece significativi e necessari seconda la volontà divina.
Il dolore non è inutile, ma reca il segno dell’intervento della divinità che, per questa strada, purifica l’uomo e lo dispone all’incontro con gli altri. La carestia, la guerra e la peste hanno insegnato agli uomini l’abbandono e la totale disponibilità al volere di Dio; i tre flagelli fanno loro comprendere che la vita è un dono prezioso, che non si deve sprecare, ma impiegare per l’affermazione dei valori più alti: la concordia, la pace, la solidarietà. La processione dei convalescenti, simbolo di questa convinzione, rappresenta infatti il viaggio spirituale dell’uomo che, dopo la prova e la sofferenza, ritorna a Dio; a sua volta, la preghiera del giovane presso la cappella si fa portatrice della fiducia e della speranza che animano tutti gli scampati alla peste.


Renzo e Lucia
La ricerca di Renzo rischia di fallire, quando il caso gli viene in aiuto: appoggiatosi ad una capanna per togliersi il campanello da monatto, sente la voce di Lucia. Così, il personaggio femminile più importante del romanzo rientra nell’intreccio senza colpi di scena, ma con quella discrezione e dolcezza che sono tipiche della sua figura.
Superata l’emozione del primo momento, il dialogo tra i due acquista i caratteri di uno scontro tra mentalità diverse: da un lato Renzo, non comprendendo le ragioni di Lucia e i suoi propositi fermi, la incalza in nome di quell’amore profondo e leale che, permettendogli di superare tante disgrazie, lo ha condotto fin li; dall’altro, Lucia è tormentata dal conflitto fra la sua religiosità retta e limpida e i suoi sentimenti verso il giovane, per nulla mutati.
Poiché ciascuno è fermo nelle proprie idee, la situazione non si sbloccherebbe senza l’intervento di padre Cristoforo, la cui funzione è opposta a quella di don Abbondio: mentre quest’ultimo aveva ostacolato il matrimonio dei due promessi; il frate lo rende possibile.


Padre Cristoforo e il suo messaggio religioso
Sciogliendo il voto di Lucia, fra Cristoforo prospetta ai due promessi la futura vita comune; in un discorso assai importante, egli raccoglie e ribadisce con grande forza persuasiva molte idee guida del romanzo:
  • la vita dell’uomo come viaggio verso una meta che non si trova in questo mondo; il tempo è commisurato all’eternità, che è il tempo di Dio;
  • il contrasto tra i valori mondani, destinati ad una breve durata, e gli eterni valori spirituali che bisogna però conquistare attraverso la prova e la sofferenza purificatrice;
  • la forza degli affetti autentici che va oltre la morte;
  • la concezione pessimistica della storia, propria di chi sa che il mondo segue un vangelo di superbia e d’odio;
  • la persuasione che l’unica opposizione possibile al male è quella della fede, animata dallo spirito del perdono.

Il gesto, di forte valore simbolico, con cui fra Cristoforo trasmette a Renzo e Lucia il “pane del perdono” conclude una pagina di profondo significato morale e religioso. Potremmo affermare che, dal punto di vista ideale, sia questa la vera conclusione del romanzo: il punto in cui il narratore affida a un personaggio d’eccezione — padre Cristoforo — la sintesi della sua concezione cristiana della vita.
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Capitolo 35 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento


La struttura

Dalla metà circa del capitolo XXXIII, il narratore ha ripreso la storia di Renzo, facendo di questo personaggio il protagonista di un’altra avventura, un secondo viaggio, ben più drammatico del precedente che, pure, lo allontanava da Lucia. Abbiamo già evidenziato, nel capitolo XXXIV, i legami strutturali e tematici tra queste due parti del romanzo. Qui si può osservare che il lazzeretto, centro della nuova esperienza di Renzo, potrebbe corrispondere, con una simmetria rovesciata, all’osteria della “luna piena”. Mentre questa rappresentava però il luogo dell’inganno e del pericolo, superati fortunosamente solo grazie all’astuzia del giovane, quello è il luogo del disordine fisico e della morte, da cui il protagonista uscirà non solo dopo aver ritrovato Lucia, ma dopo aver perdonato don Rodrigo con un gesto di grande valore umano e cristiano. In entrambi i casi, si tratta di affrontare una prova, il cui superamento conduce Renzo sia a una conoscenza più realistica degli uomini e del loro comportamento sia a una maturazione delle proprie convinzioni religiose.
Il capitolo, che ha come filo conduttore la ricerca della donna amata, è strutturato in tre brevi parti: l’ingresso del giovane nel lazzeretto; l’incontro e il colloquio con padre Cristoforo; la visione di don Rodrigo moribondo.
Il narratore recupera così un filo dell’intreccio, informando il lettore di quanto era accaduto al frate, dopo la sua partenza da Rimini (capitolo XIX). La breve analessi contiene anche la notizia, priva di qualsiasi partecipazione umana, della morte del conte zio.


I personaggi e i nuclei tematici

La narrazione è concentrata intorno alla figura di Renzo, del cui sguardo lo scrittore si serve per raccontare. È al giovane che toccò di vedere e, opportunamente, è suo il punto di vista su una realtà che egli commenta e arricchisce di sentimenti e di emozioni.
L’ingresso di Renzo nel lazzeretto è accompagnato da condizioni atmosferiche particolarmente opprimenti. Persino la natura sembra partecipare di quest’angoscia in cui l’immobilità e il silenzio sono i tratti dominanti.
In questo sfondo così desolato e sconfortante si inserisce la ricerca di Renzo.
Durante il suo girovagare tra le capanne, diversi spettacoli si offrono alla sua vista: egli oscilla tra angoscia e speranza, sentimenti che si alternano in lui per tutta la durata della narrazione.
Il lazzeretto è un mondo di contrasti: si passa dalle sofferenze degli appestati agli esempi della carità eroica dei cappuccini, tra i quali Renzo ritrova padre Cristoforo.
Il frate ha ancora il ruolo di aiutante del protagonista: non solo consente a quest’ultimo di trovare la strada per giungere al reparto delle donne, ma, conducendolo a vincere l’odio per don Rodrigo, gli fa da guida spirituale. Se vogliamo proseguire il confronto con le avventure di Renzo all’epoca del suo primo viaggio a Milano, possiamo dire che padre Cristoforo rappresenta l’antitesi di Ambrogio Fusella, falso spadaio e birro travestito. La spia inganna Renzo, lo conduce nel luogo sbagliato e, con i suoi discorsi, lo spinge a compromettersi. Il religioso, invece, esercita sul giovane un’influenza spirituale profondamente positiva: gli insegna il percorso giusto (pur violando una delle regole del luogo) e lo aiuta a prendere coscienza di una giustizia più perfetta di quella degli uomini. Ma, prima di arrivare a questo risultato, padre Cristoforo deve opporre un netto rifiuto alle fantasie di giustizia sommaria che, ancora una volta, Renzo formula, atteggiandosi quasi ad antagonista del giovane quando, sdegnato, lo chiama sciagurato e fa l’atto di cacciarlo.
Il mutamento che deve prodursi in Renzo, condizione indispensabile perché possa continuare la ricerca di Lucia, passa necessariamente attraverso il riconoscimento che don Rodrigo è, per quanto malvagio e colpevole, un uomo come gli altri, anch’egli creatura di Dio e, come tale, dotato di una sua dignità.
Il mediatore di questo incontro fra la vittima e il persecutore è appunto padre Cristoforo.
Le parole commosse del frate agiscono beneficamente sull'animo del suo interlocutore che, dalle ragioni dell’odio e del rancore, passa a quelle dell’amore e della compassione. I sentimenti cristiani di Renzo attendono però una verifica e padre Cristoforo conduce il giovane nella capanna dove si trova, agonizzante e ormai prossimo alla fine, don Rodrigo.
Se I promessi sposi fossero un romanzo nero, a questo punto dovrebbe scattare la resa dei conti tra l’eroe e il suo antagonista. Ma lo scrittore prevede, per il suo eroe, una prova di ben altro genere, non ispirata al gusto del romanzesco, ma alla legge evangelica: l’odio deve trasformarsi in amore. Renzo non deve vincere il rivale, quanto piuttosto il suo vero nemico, se stesso, quell’io profondo che, in ciascun uomo, parla il linguaggio dell’aggressività e della violenza.
Di fronte al moribondo, Renzo coglie il contrasto tra i segni dell’antica ricchezza e potenza e la misera condizione presente.
Non c’è, nel giovane, alcun senso di trionfo: il mistero resta imperscrutabile, bisogna accettare e pregare. Ormai Renzo, purificato dal perdono e dalla compassione, può proseguire il cammino.
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Capitolo 34 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento




La struttura

Le vicende sono organizzate intorno a un unico protagonista, Renzo, sul quale si fissa l’attenzione del narratore, dall’ingresso in città fino all’arrivo nei pressi del lazzeretto.
Anche questo capitolo, come il precedente, presenta alcune analogie di struttura con l’XI e con il XVI.
Nel capitolo XI, come si ricorderà, lo sfondo storico era quello della carestia e l’11 novembre 1628 era stato definito un giorno in cui le cappe si inchinavano ai farsetti. Questa situazione spiega l’accoglienza particolarmente cortese riservata dal cittadino a Renzo. Se era la paura a rendere così gentile quell’uomo, nel tempo sconvolgente della peste sono caduti anche i residui dì un comportamento civile: dilagano il sospetto, le false suggestioni, il fanatismo e Renzo finisce nuovamente per essere scambiato per chi non è. La seconda analogia non è solo strutturale (è lo stesso episodio, rovesciato: prima, Renzo trova dei pani, poi regala quelli che ha alla donna rinchiusa in casa), ma anche e soprattutto tematica: ciò che il giovane aveva preso senza alcuno scrupolo, viene ora restituito liberamente, con la piena coscienza di aver compiuto un’opera di misericordia che sottolinea la progressiva maturazione raggiunta dal personaggio. L’analogia con il capitolo XVI mette in evidenza il “gioco delle parti” di cui Renzo è vittima: là, scambiato per un pericoloso criminale; qui, per un untore. In entrambi i casi, deve cavarsela con le sue sole forze e dimostrare la sua capacità di operare in situazioni impreviste e pericolose.



I nuclei tematici


Lo spettacolo della peste
Anche in questo capitolo, come nei precedenti, è evidente l’intreccio tra storia e invenzione: l’evento storico tremendo della peste è filtrato attraverso lo sguardo di Renzo, del cui punto di vista il narratore si serve per presentare gli orrori del contagio. In tal modo, la narrazione acquista un tono più commosso e più intenso, perché i vari episodi, invece di porsi come pura e semplice cronaca, sono arricchiti dai sentimenti e dalle emozioni del giovane.
Il racconto del viaggio di Renzo nella città devastata dà vita ad una serie di scene che descrivono in dettaglio gli effetti della peste, il suo manifestarsi come malattia del corpo e dell’animo: si alternano infatti il degrado fisico e quello morale, che induce i pochi superstiti a diffidare di tutti e a difendersi con la violenza.
La descrizione trae diverse scene dalle fonti del tempo, soprattutto dal De pestilentia di Federigo Borromeo, ma, a differenza di quest’ultimo, Manzoni non indulge mai alla ricerca dell'effetto, ai toni macabri, ai particolari agghiaccianti. Lo scrittore descrive, ma al tempo stesso il suo commento mette in luce il complesso gioco di forze che domina i fatti.
Nel guazzabuglio del cuore umano, il male e il bene si mescolano e non c’è situazione, per quanto negativa, che non lasci intravedere aspetti positivi: la figura del prete che confessa, la dignità dolorosa della madre di Cecilia o l’abitudine, introdotta dal cardinale, di invitare la gente, più volte al giorno, a riunirsi in preghiera.
La partecipazione dello scrittore ai drammi rappresentati è sempre contenuta, misurata: l’episodio della madre di Cecilia dimostra infatti come l’essere umano possa mantenere intatta la propria dignità anche nel dolore più profondo e, anzi, ricavare da esso una forza che lo porta ad accettare serenamente la morte.


Le avventure di Renzo
Mentre, fino a questo momento della narrazione, Renzo è apparso spettatore di tanti orrori, nella parte conclusiva del capitolo egli diventa protagonista di una ricerca — quella di Lucia — che lo immerge nella realtà di un mondo degradato, tanto da configurarsi come una vera e propria discesa all’inferno.
Renzo, dopo aver bussato alla casa di don Ferrante e aver ricevuto da una donna notizie incomplete e allarmanti, è scambiato per un untore: la follia collettiva, che stravolge persino l’aspetto delle persone, impedisce di riconoscere la verità e si lascia ingannare dalle apparenze (i gesti un pò ambigui del giovane scatenano l’immaginazione della vecchia). Inizia così una caccia all’uomo nella quale emergono gli istinti peggiori di tutti, compreso Renzo.
Nell’avventura di Renzo, il caso svolge una parte importante . Mentre cerca disperatamente una via d’uscita, questa gli viene offerta, in modo del tutto insperato, dall’arrivo di un convoglio di carri guidati da un gruppo di monatti. E un filo che la Provvidenza gli mette nelle mani, a patto che egli rinunci al prevalere degli istinti e recuperi lucidità e padronanza di sé. Nella visione manzoniana, la libertà di decisione dell’individuo è fondamentale e richiede una cooperazione attiva. Lo scatto interiore, la valutazione immediata del problema, corrisponde ad uno scatto fisico.
La falsa identità di untore, se, da un lato, rischia di perderlo e di fargli fare una brutta fine, dall’altro lo salva e il carro dei monatti diventa un mezzo concreto di salvezza. Ciò spiega la riconoscenza di Renzo, scambiata per l’effetto di una grande paura. Con la rappresentazione dei monatti, la descrizione ha raggiunto il punto più alto di orrore: il segno che distingue questi personaggi è la violenza, singola e collettiva.
La desolazione della scena, animata da uomini che non hanno più nulla di umano, neppure la voce, si prolunga nella visione allucinante che appare a Renzo, in prossimità del lazzeretto, e che pure ha una sua vivacità, in contrasto con il silenzio di morte delle strade cittadine deserte.
Il motivo dominante, che lega tra loro i diversi momenti della descrizione, è quello della tristezza-allegrezza, dove l’ossimoro sottolinea efficacemente l’esplodere dell’assurdo, il segno di un mondo rovesciato, nel quale tuttavia si insinua lievissima la speranza di un ritorno alla vita.
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Capitolo 33 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento




La struttura

Conclusa l’ampia digressione sulla peste, la ripresa del racconto coincide con il ritorno in scena dei protagonisti.
La struttura del capitolo si presenta simmetrica rispetto a quella dell’XI, diviso anch'esso in due parti: la prima, dedicata agli intrighi di don Rodrigo; la seconda, al viaggio di Renzo a Milano.
Come si può osservare, la situazione si è rovesciata: don Rodrigo, che nell’XI capitolo era in vantaggio sul rivale, lontano dal paese, nel XXXIII si rivela il vero sconfitto, tradito dal fedel Griso che, maltrattato dal padrone nell’XI, ora viene addirittura implorato da lui. Renzo, allora costretto a fuggire per Milano, ritorna ora al villaggio spopolato dalla peste e, animato dal desiderio di ritrovare Lucia, si rimette di nuovo in cammino verso la grande città.
Don Rodrigo conclude la sua esistenza abbandonato da tutti, mentre Renzo inizia una nuova fase della vita, sostenuto dal conforto dell’amico d’infanzia.



Personaggi e le tecniche narrative


Don Rodrigo
Il primo a fare la sua comparsa sulla scena è don Rodrigo, colto nel momento del crollo fisico e della disperazione.
Il nucleo fondamentale della prima parte della narrazione è il sogno di don Rodrigo, preparato dalla pagina iniziale dove si scontrano realtà e desiderio:
Il dialogo con il Griso è segnato dal sospetto e dalla paura; in esso ha grande importanza non solo la parola, usata dal bravo traditore per mascherare le sue vere intenzioni, ma anche la mimica.
La drammaticità della scena è creata dall’incrociarsi degli sguardi, che riflettono le sensazioni e i pensieri dei personaggi come in un gioco di specchi, all’interno del quale la parola è stravolta, mistifica la realtà, cerca di cancellare i sospetti. Il lettore, che ha già compreso la verità (don Rodrigo appestato, il Griso pronto al tradimento), aspetta che essa si riveli in tutta la sua atrocità, mentre il signorotto vive questo momento cruciale della propria vita durante la notte (è accaduto lo stesso a Lucia e all’innominato, per esempio).
Egli è il protagonista di un sogno o, più propriamente di un incubo, preparato da una serie di opprimenti sensazioni fisiche: la luce fastidiosa, il peso delle coperte, il caldo soffocante, rappresentano infatti i segni che annunciano l’esplodere della malattia.

Le fasi confuse del sogno si intrecciano, alternando due tipi di immagini: quelle concrete, estremamente realistiche e quelle indefinite, sfumate.
Ad accentuare il clima di orrore, si aggiungono notazioni a proposito di uno spazio e di un tempo che non appartengono alla realtà, ma alla dimensione della coscienza e del ricordo: lo spazio è prima dilatato, poi ristretto e soffocante; il tempo si divide tra il presente (la sensazione del dolore, non prodotto dal pomo della spada, ma dal bubbone) e il passato, che fa riemergere la figura di padre Cristoforo e il lontano e misterioso spavento, causato dalla sua profezia.
La paura del male e della morte, insieme a quella del giudizio, incapace di esprimersi a parole, scoppia in un grand’urlo liberatorio che segna il risveglio di don Rodrigo. Anche in questa circostanza è presente il dualismo desiderio-realtà: da un lato, il personaggio, riprendendo coscienza, si illude che tutto era stato un sogno; ma, dall’altro, si rende conto ben presto di sentirsi peggio di quando era andato a letto e gli basta uno sguardo per vedere un sozzo bubbone d’un livido paonazzo.
Il sogno, anticipando la realtà, ha messo don Rodrigo di fronte all’inesorabile intervento della divinità, predetto dalle oscure allusioni del frate. Però, non tutto, forse, è negativo in questo destino, come il narratore lascerà intuire nel seguito della vicenda. Don Rodrigo non è l’innominato e non ci si può aspettare una conversione da parte di chi non ha spessore morale, né grandezza spirituale.
Tuttavia, Manzoni non nega neppure a lui una possibilità, un barlume di luce, il cui accoglimento da parte dell’uomo resta tuttavia un mistero che avvolge anche il significato morale e religioso della peste da cui è stato colpito.


Renzo
L’attenzione del narratore si sposta ora alla vittima, Renzo, che torna al paese lasciato nella famosa notte degl’imbrogli. Allora dominavano il chiasso, la confusione, il movimento frenetico delle persone, accompagnati dal sottofondo musicale delle voci e del suono delle campane. Adesso il villaggio si offre agli occhi di Renzo in tutta la sua desolazione, sottolineata essenzialmente da una serie di episodi:
  • l’incontro con Tonio, degradato dalla malattia che lo ha ridotto a un folle, simile in tutto e per tutto al fratello Gervaso. La reazione del giovane è di profonda tristezza dinanzi all’amico irriconoscibile e chiuso nel ritornello insensato delle sue parole;
  • l’incontro con don Abbondio: neppure la peste ha avuto il potere di scardinare il suo sistema di vita, la sua incessante ricerca della tranquillità. Il curato è rimasto sempre lo stesso: egoista, preoccupato del proprio interesse, senza sensibilità per la sorte altrui: non spende una parola per esprimere pietà o ripianto di Perpetua e i nomi degli altri morti si snodano come in una filastrocca senza partecipazione, senza affetto. Il grande rivolgimento operato dal contagio non ha minimamente intaccato le sue opinioni: Renzo è nato per la sua sventura e don Rodrigo è un uomo che non dev’essere neppure nominato. Questo personaggio non ha subito alcuna evoluzione psicologica: egli è mutato solo fisicamente, ma il suo modo di sentire è quello di un tempo, diviso tra terrori apocalittici e sogni di quiete. Tra i due si svolge un breve dialogo, ma privo di vera comunicazione e Renzo, perciò, riprende la sua strada tristo e scontento;
  • la visione della vigna, minutamente descritta dal Manzoni con precisione degna di un botanico. Il giudizio dei critici al riguardo è piuttosto contrastante, sia a proposito del valore artistico della pagina sia del suo significato.

Per alcuni, è un pezzo di bravura descrittiva, in cui l’autore sfoggia le sue conoscenze botaniche, per altri la rappresentazione della vigna sconvolta deve esser letta in senso metaforico: il disordine delle piante e dei fiori tradurrebbe l’incapacità dell’uomo di dare una regola a se stesso e al proprio comportamento: al caos della natura corrisponderebbe così il disordine della ragione.
Comunque sia, la vista della vigna e della casa devastata, violata (un’immagine analoga a quella che si offre a don Abbondio e a Perpetua, nel capitolo XXX) accentua in Renzo il senso di solitudine che caratterizza il suo rientro. Ormai, al giovane non è rimasto più nulla che lo leghi al villaggio: non le cose, distrutte dai soldati tedeschi o dai compaesani, e neppure le persone, quasi tutte scomparse, tranne l’amico d’infanzia, la cui presenza discreta e affettuosa è l’unica nota positiva in mezzo a tanto dolore.
Renzo si incammina per la seconda volta verso Milano, non costretto dalle circostanze (come nel capitolo XI), ma per libera scelta, con lo scopo di ritrovare Lucia, ora che l‘ostacolo principale al loro matrimonio, don Rodrigo, non è più in grado di nuocere.
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Capitolo 32 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento




La struttura

Il capitolo, che costituisce la seconda parte della macrosequenza della peste, descrive il progressivo aggravarsi della situazione e l'esplodere della follia popolare nella caccia agli untori. Il narratore porta così a conclusione la digressione storica per ritornare infine ai suoi personaggi, con l'intento di non lasciarli più, fino alla fine.



I nuclei tematici

Prosegue, in queste pagine, l'esposizione del vero storico, rigorosamente documentato dalle fonti dell'epoca. Riaffiorano inoltre temi emersi in precedenza: prima di tutto, l'insensibilità dei politici di fronte alle miserie della città (il governatore manda in risposta condoglianze e nuove esortazioni, ma nessun aiuto concreto); l'atroce inutilità della guerra per Mantova, che finisce con l'attribuzione del ducato a Carlo di Nevers; l'irrazionalità che travolge tutti, governanti e governati.


La speranza in un aiuto soprannaturale
La prima manifestazione di questa autodistruzione della ragione è l'insistente richiesta di una processione solenne: venuta meno la speranza nell'aiuto degli uomini, è naturale rivolgersi a Dio, quasi per obbligarlo ai desideri della comunità. Il cardinale Borromeo, inizialmente contrario, cede alle pressioni e la processione avviene secondo le forme tipiche della religiosità secentesca: lo sfarzo o, al contrario, l'ostentazione della penitenza; il senso della gerarchia e della rigida divisione della società in classi.
Il narratore esprime però la sofferenza vera, profonda, della gente che, al di là dell'esibizione pubblica del culto religioso, riconosce nella preghiera l'unico mezzo per conservare la speranza fra tanta desolazione. Nella sinistra festa della processione, il momento più commovente consiste nella rappresentazione delle strade deserte, silenziose, e delle persone che, sequestrate nelle proprie case, ascoltano la voce del corteo come un ronzio vagabondo.


Il celebre delirio
Tuttavia, il nucleo fondamentale del capitolo va ricercato nella ripresa del tema del «celebre delirio» (cap. XXXI). La persuasione, infondata e fanatica, dell'esistenza degli untori consente al narratore di analizzare i comportamenti umani, senza tuttavia mai indulgere al gusto dell'orrido, se non quando esso è utile per rappresentare la follia e la perversione degli uomini.
La peste mette in luce il guazzabuglio del cuore umano, una mescolanza indecifrabile di bene e di male (l'eroica carità e ottusa speranza, la razionalità e la follia), che viene presentata e giudicata attraverso l'ottica del narratore e della moltitudine.
L'intervento del Manzoni fa emergere una serie di comportamenti negativi: il pregiudizio, che impedisce di verificare con esattezza la veridicità delle impressioni; la fantasia selvaggia stravolta che altera le menti (era sufficiente un gesto ritenuto sospetto, perché il dubbio si trasformasse in certezza e questa divenisse furore); infine, del pari con la perversità, crebbe la pazzia che estende smisuratamente la paura delle unzioni, perfino ai membri di una stessa famiglia, e crea storie fantastiche e macabre.
Nell'ottica della moltitudine, nessuno si salva: tutti possono essere sospettati e, di conseguenza, diventare vittime della violenza.
Il pregiudizio non risparmia neppure quei medici che avevano diagnosticato l'esatta natura del contagio. La città è ridotta a un mortorio e non si tratta solo di una malattia del corpo, ma anche della peste creata dall'irrazionalità e dai mostri dell'intolleranza. L'unico spiraglio di luce nella tragedia è l'esempio eroico dei cappuccini e della generosità di alcuni privati, nelle cui opere acquista un volto concreto la Provvidenza.
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Capitolo 31 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento




La struttura

In questo capitolo e nel successivo, Manzoni interrompe nuovamente il racconto per lasciare spazio a un'altra digressione, che ha per oggetto le origini e lo sviluppo del nuovo flagello: la peste.
Il testo è articolato in varie parti: la descrizione del diffondersi dell'epidemia; il riferimento all'inefficienza dei governanti e all'intempestività dei loro provvedimenti; l'analisi del comportamento della gente, ostinata in un primo tempo a negare che si tratti di peste e costretta poi dall'evidenza ad ammettere la terribile realtà del contagio; il resoconto delle prime manifestazioni di follia collettiva, espressa nelle accuse al protofisico Settala, nell'irrazionalità dei gesti e nelle convinzioni che attribuiscono ai cosiddetti untori la responsabilità di spargere la peste, per mezzo di veleni contagiosi, di malie.

Dal punto di vista della collocazione del capitolo nella struttura generale del romanzo, la sua duplice finalità è spiegata dall'autore stesso: presentare lo sfondo storico nel quale si svilupperanno le ultime avventure dei protagonisti e illustrare un periodo della storia patria più famoso che conosciuto.
La narrazione, inoltre, non è staccata dai capitoli precedenti, perché richiama alcuni aspetti del XXVIII capitolo.



I nuclei tematici

L'illustrazione del proprio metodo storiografico

Rinunciando a rappresentare i personaggi e riducendo ai minimo il ricorso all'immaginazione, per sviluppare un discorso che si vuole rigorosamente storico, l'autore non può non esporre i punti principali del suo metodo storiografico:

- ricorso alle fonti: è necessario consultare i documenti dell'epoca che forniscono le notizie utili alla ricostruzione dei fatti storici. Tuttavia, il giudizio sulle relazioni contemporanee non è molto positivo: nessuna è chiara e completa; tutte contengono degli errori e una strana confusione di tempi e di cose, dovuta al fatto che gli storici del XVII secolo non si servivano delle categorie di causa, effetto e sviluppo;

- utilizzo di un procedimento scientifico, consistente nell'esame e nel confronto tra le relazioni, edite e inedite. L'autore però, mosso dalla precisa coscienza dei limiti del lavoro dello storico, dichiara di non avere alcuna pretesa di completezza e, pertanto, di considerare inutile la lettura dei testi originali.

Più in particolare, questo metodo si precisa nelle seguenti fasi:
  1. analisi dei fatti più generali e più importanti;
  2. disposizione dei medesimi in ordine cronologico di causa-effetto;
  3. studio dei loro rapporti e delle influenze reciproche.

L'informazione (la notizia), pur essendo necessariamente sintetica, risulterà vera, cioè costruita a partire dalle fonti, e continuata, cioè in grado di mettere in luce lo sviluppo temporale e le connessioni tra gli eventi. Come vedremo infine, l'autore non si pone esclusivamente come storico, ma anche come moralista che commenta e giudica i fatti narrati.


Il resoconto del diffondersi del contagio
La precisazione di carattere metodologico è seguita dal resoconto che si ricollega esplicitamente a quanto era stato etto nel capitolo XXVIII. Si spiega così la presenza della congiunzione adunque: è come se la narrazione riprendesse, con assoluta naturalezza, dal capitolo XXVIII.
All'autore non interessa una ricerca sulle forze che producono la malattia o una descrizione di quest'ultima in termini medici: egli è interessato, piuttosto, allo studio dei comportamenti umani, a mettere in luce le reazioni degli uomini, che si trovarono coinvolti in quelle vicende.
Tra tutti coloro che espressero la propria opinione, solo due persone dimostrarono un atteggiamento sensato: il cardinale Borromeo che, distinguendosi ancora una volta per la sua mentalità aperta e la sua perspicacia, prescrisse alcune importanti misure (denunciare i casi di contagio e consegnare le robe infette); il protofisico Settala che, pur non essendo alieno da pregiudizi ed errori, fu una vittima, coraggiosa e inascoltata, dell'ignoranza e della superstizione generale.
Tuttavia, ciò che più colpisce il lettore è la stupida e micidiale fiducia, da parte di tutti, che non ci fosse la peste. Il giudizio del narratore, diventato particolarmente severo, si focalizza sui principali responsabili di questo aspetto della vicenda, sottolineato da un crescendo di indifferenza, ignoranza e ottusità:

-il governatore Spinola: si interessa solo dell'andamento della guerra, il cui sviluppo lo assorbe completamente; senza rendersi conto della gravità del suo provvedimento, che sembra fatto apposta per diffondere il contagio, ordina festeggiamenti pubblici per la nascita dell'erede al trono di Spagna;

-gli organi di governo: adottano gli avvertimenti del tribunale della sanità quando ormai i rimedi sono inutili; con la pubblicazione delle gride confermano, seppure indirettamente, l'esistenza degli untori;

- i medici: la maggior parte di essi non crede al contagio, tranne poche eccezioni (Tadino, Settala); quando, infine, non possono più negare l'esistenza del morbo, ricorrono ad una trufferia di parole: si tratta di febbri maligne, febbri pestilenti; non vedono ciò che è più importante: che il male s'attaccava per contatto;

- il popolo: non vuole ammettere la presenza della malattia; si rifiuta di denunciare gli ammalati e, pur di evitare il lazzeretto, corrompe becchini e i loro soprintendenti, oltre ai subalterni del tribunale; perseguita i medici Tadino e Settala; arriva ad attribuire le cause del contagio all'azione di untori, che operano per mezzo di veleni e incantesimi.

Nello sfacelo generale della società, si salvano soltanto il già ricordato Federigo e i cappuccini, alla cui generosa carità vengono affidate l'organizzazione e la gestione del lazzeretto. La prospettiva del moralista che, raccontando i fatti, li interpreta e li giudica, non è mai astratta, perché lo scrittore è impegnato nella ricerca della verità, attraverso un'analisi sempre lucida e spietata, con la quale fa emergere il rovescio della ragione, il negativo delle azioni umane. In parallelo, emergono i tratti di una società ideale che, animata dalla solidarietà e dalla carità, è visibile nell'impegno eroico dei cappuccini e nelle premure del cardinale Borromeo. La carestia, la guerra e la peste si vanno sempre più precisando come una metafora del male dell'esistenza, attraverso cui l'uomo deve passare per maturare la propria personalità e recuperare i valori positivi della vita.
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Capitolo 30 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento




La struttura

Il capitolo si presenta come la continuazione di quello precedente in cui don Abbondio, accompagnato dalle due donne aveva iniziato il suo viaggio verso il castello dell'innominato.
Il capitolo XXIX e il capitolo XXX costituiscono l'epopea del curato che, alle prese con fatti più grandi di lui (la discesa dei famigerati lanzichenecchi e i saccheggi che segnano il loro passaggio), ne costituisce la figura centrale.
Il racconto delle peripezie dei personaggi del romanzo, la loro micro-storia,  si inserisce così nella macro-storia, rappresentata dalle guerra che coinvolge grandi e piccoli, potenti e sudditi, intrecciando storia e invenzione.



I personaggi


Don Abbondio
Il centro della narrazione è l'io di don Abbondio, i cui diritti egli coltiva e afferma gelosamente. Tutto ruota intorno alla sua grande inguaribile paura: teme i soldati tedeschi, l'innominato e persino l'eventualità che Agnese e Perpetua si lascino sfuggire qualche parola di troppo. Il suo punto di vista lo porta a qualificare sbrigativamente le due donne come pettegole, chiacchierone senza cervello che è bene controllare: eppure, nel colloquio con l'innominato, socialmente molto più in alto di loro, esse si rivelano spontanee e disinvolte, soprattutto Agnese.
Ricevuto al castello con tutti gli onori, don Abbondio inizia la sua vita di rifugiato, seguendo i consueti schemi di comportamento: si tiene in disparte, cerca di farsi notare meno possibile, non collabora, anzi trascorre le giornate senza far nulla. Egli è perfettamente coerente ai principi che formano il suo sistema di vita e che il narratore aveva già enunciato nel primo capitolo: in particolare, è fedele alla regola della neutralità disarmata, in base alla quale cerca di evitare qualsiasi occasione di pericolo o di scontro. Non potendo e non volendo reagire con decisione, perché ciò vorrebbe dire schierarsi, fare delle scelte, don Abbondio non ha che una soluzione: autoemarginarsi.
Lo abbiamo visto altre volte: nel capitolo XXV, per esempio, quando, attende con i suoi parrocchiani l'arrivo del cardinale Borromeo. Al castello dell'innominato, emerge ancora questo comportamento, il cui effetto più evidente è la solitudine: il curato è cordiale con tutti (per prudenza, non si sa mai!), però non fa amicizia con nessuno, parla pochissimo, tranne che con Agnese e Perpetua, le quali mal sopportano i suoi sfoghi lamentosi.
La sua solitudine è ben diversa da quella dell'innominato: nel potente signore, essa è il segno di una superiorità spirituale, di una personalità eccezionale che pone al di sopra della maggioranza degli uomini; in don Abbondio, è l'isolamento dell'egoista, la chiusura in se stesso dell'uomo arido e insensibile alle sofferenze altrui.
Questa tendenza all'esclusione è legata a una vera e propria malattia della volontà: egli non decide, non progetta, non è mai autonomo nei suoi comportamenti, si lascia guidare da tutti (persino, nel XXIV, dalla mula del segretario) e attribuisce agli altri, coalizzati contro di lui, le proprie disgrazie.
Anche che per questo aspetto del carattere si colloca all'opposto dell'innominato, di cui il narratore aveva fatto notare la volontà impetuosa.
Persino la sua serva è dotata di maggiore buon senso e realismo. Lo dimostrano le due diverse ottiche con cui i personaggi considerano gli uomini dell'innominato, di guardia all'entrata della valle: per don Abbondio, sono facce da guardare con la coda dell'occhio; per Perpetua, che sa valutare la realtà, sono brava gente... che ci saprà difendere.


Don Abbondio e Perpetua
Le analogie e le differenze tra don Abbondio e Perpetua risultano ancora più evidenti nella parte conclusiva del capitolo, quando, ritornati nella loro abitazione, la ritrovano violata dai lanzichenecchi.
La sofferenza comune si esprime innanzitutto nella contemplazione del guasto provocato dai devastatori; poi è rivelata dalle esclamazioni e dai pochi gesti. Tuttavia, il narratore non rinuncia alle sfaccettature e i due finiscono per dimostrarsi fondamentalmente diversi: il primo si rifiuta di esigere la restituzione della propria roba, che si trova per gran parte in casa di gente del paese; l'altra, invece, non si dà pace e tormenta il padrone che non potrà mai fare ciò che ella desidera, perché si tratterebbe di scontrarsi con dei birboni, proprio quel tipo di persone che bisogna evitare a tutti i costi. La conclusione della donna è lapidaria e molto veritiera: Rubare agli altri è peccato, ma a lei è peccato non rubare.
Ben presto, però, le piccole miserie degli uomini comuni lasciano il posto vicende più drammatiche che richiedono una narrazione di tono più elevate così, dalla commedia si passa alla tragedia.
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Capitolo 29 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento




La struttura

Conclusa la digressione storica sulle cause e gli effetti della carestia nel territorio lombardo, e a Milano in particolare, il narratore riprende il filo dell'intreccio, riportando in scena i personaggi principali. Il capitolo può essere diviso in due parti: la prima descrive il viaggio di don Abbondio, Agnese e Perpetua verso il castello dell'innominato, dove essi sperano di trovare rifugio e protezione; la seconda, prendendo spunto dalle parole del sarto, apre una nuova, ma breve digressione sul cambiamento di vita del potente signore. Dal punto di vista della struttura generale del romanzo, questo capitolo rappresenta, con il successivo, un intermezzo che raggiunge talvolta punte di umorismo, prima della drammatica descrizione della peste, con i suoi orrori e la sua follia.



I personaggi

Don Abbondio e Perpetua
Don Abbondio viene presentato con i caratteri che abbiamo spesso notato e che lo qualificano in modo inconfondibile: impiccio e spavento. Si tratta però di una situazione assolutamente eccezionale: arrivano i lanzichenecchi, preceduti da una fama sinistra di devastazioni e di saccheggi. In un contesto tanto drammatico, risaltano per contrasto il terrore di don Abbondio e la sua assoluta incapacità di prendere qualsiasi decisione.
Perpetua, personaggio minore sino a questo momento, acquista nell'episodio un rilievo particolare per quegli aspetti del suo carattere che ne fanno l'anti-don Abbondio, figura opposta, ma complementare, a quella del suo padrone, tanto che non sapremmo immaginare l'uno senza l'altra:
— il curato è in preda al terrore, Perpetua non ha perso il controllo della situazione e si dà da fare; mentre lui vorrebbe discutere, e quindi perdersi in chiacchiere, la donna agisce, rivelando attivismo e spirito d'iniziativa;
— don Abbondio non ha mai avuto coraggio e le circostanze lo dimostrano pienamente; Perpetua, invece, non si lascia sopraffare dalla preoccupazione e dallo spavento che anch'essa naturalmente prova;
— uno è chiuso nelle sue preoccupazioni egoistiche e vorrebbe dagli altri quella comprensione, quella generosità, quello spirito caritatevole, che lui stesso non è mai stato in grado di esercitare; l'altra invece, sensibile alle difficoltà altrui, sa, realisticamente, che in un momento simile ognuno ha da pensare ai fatti suoi.


Il sarto
Se la mania di don Abbondio è quella di voler preservare a ogni costo la propria tranquillità, quella del sarto è rappresentata dalla cultura. Per questo motivo, egli è condotto ad interpretare i fatti che stanno accadendo secondo una sua personalissima prospettiva: un evento ha per lui significato e valore solo se può avvicinarlo a uno che abbia ritrovato nei libri, solo se esso presenta analogie con le storie raccontate nel Leggendario o nei Reali di Francia. Al di là di questi limiti, però, il personaggio del sarto resta nel romanzo come un esempio di carità umile e attiva, disponibile all'accoglienza generosa del prossimo e sensibile alle necessità dei più poveri.


L'innominato
Le rassicurazioni fornite dal sarto circa l'effettivo cambiamento dell'innominato aprono la via alla digressione che sintetizza la vita di costui nell'arco di quasi un anno.
Il mutato stile di vita rivela nuovi aspetti di un uomo eccezionale e ne conferma altri che si erano già manifestati nell'esistenza disperata di un tempo.
Il castello, che in passato era visto come un enorme spauracchio, diventa ora il rifugio della gente della valle e dei paesi vicini, in fuga davanti alle bande tedesche. Come durante la carestia il cardinale Borromeo aveva soccorso e beneficato tanti indigenti, così ora, nella furia devastante della guerra, è l'innominato ad offrire protezione e sostegno a chi non ha i mezzi per difendersi.
Proprio Federigo, nel capitolo XXIII, aveva colto e sottolineato, con fine intuizione psicologica, due qualità del suo interlocutore: la volontà impetuosa e l'imperturbata costanza. Entrambe spiccano ancora nel comportamento dell'uomo rinnovato dalla grazia divina: colui che nessuno aveva potuto umiliare, era stato capace di umiliarsi da sé. Ne consegue un atteggiamento che scaturisce sempre da una decisione libera, da una volontà che non si lascia dominare da nulla e da nessuno e che, se si abbassa, lo fa perché lo ha voluto. Egli acquista grandezza e viene fatto oggetto di nuova venerazione, ben diversa dalla paura e dall'odio che prima ispirava. La fermezza della volontà si traduce nel rifiuto delle vecchie abitudini che potrebbero ricondurlo a un clima di violenza e di sangue.

Come in padre Cristoforo, anche nell'innominato convertito, nell'uomo nuovo, si fondono virtù antiche e recenti:
— gli restano, di un tempo: l'energia che lo spinge a operare concretamene nel bene; il coraggio; la solitudine che, se prima lo isolava nel male, lo pone adesso al di sopra della moltitudine, come figura straordinaria e già quasi immersa nella leggenda;
— gli elementi nuovi sono la mitezza, la carità, l'umiltà che si traduce nei gesti.

La conversione ha potenziato le doti positive e cancellato quelle negative di questo santo intrepido e forte.
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Capitolo 28 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento




La struttura

La descrizione della carestia e dei suoi drammatici effetti è il primo accenno a quei grandi avvenimenti, a quei nuovi casi, più generali, più forti, più estremi, che il narratore aveva preannunciato alla fine del capitolo XXVII. L'uso del flashback consente di ripercorrere i fatti storici dall'autunno 1628 (i giorni successivi al tumulto milanese di san Martino) al settembre 1629, segnato dalla discesa in Italia dei lanzichenecchi dell'esercito imperiale: nella conclusione del capitolo si giunge dunque a quell'autunno del seguente anno 1629 (cap. XXVII) al quale il narratore aveva rinviato per conoscere il seguito della vicenda dei personaggi d'invenzione.

Dal punto di vista della struttura, il capitolo è suddiviso in tre quadri:
  1. il racconto, rigorosamente documentato, del processo economico che porta all'esplosione della carestia;
  2. la descrizione della città affamata e dei primi segni del contagio: il narratore utilizza non solo le fonti dell'epoca, ma fa ricorso anche alla propria sensibilità e alle capacità di intuizione psicologica;
  3. la guerra per la successione di Mantova. L'argomento, già affrontato all'inizio del cap. XXVII, viene ora esaminato in una delle sue più terribili conseguenze: l'arrivo dei soldati tedeschi, diretti all'assedio di Mantova, con il loro seguito di saccheggi, lutti e devastazioni.

Anche se nel capitolo non compaiono i personaggi di cui abbiamo seguito le vicende fino a questo momento, la narrazione fonde storia e invenzione, quando il resoconto dei fatti si intreccia alla ricostruzione della psicologia e dei sentimenti degli uomini che hanno vissuto quegli eventi.



I nuclei tematici

La carestia e la fame a Milano
Gli inizi della digressione riguardano le cause che hanno prodotto la carestia nel territorio lombardo e, in particolare, a Milano. Le responsabilità della tragedia devono essere imputate ai provvedimenti illogici e tardivi dei governanti, tradotti in una serie di gride completamente inefficaci. Tuttavia, il narratore sottolinea con molta chiarezza anche le colpe del popolo il quale, illuso, consuma senza risparmio.
In Manzoni, l'ispirazione dell'artista non è diversa dal rigore dello storico. Le pagine sugli effetti del disastro sono caratterizzate da un taglio sociologico che evidenzia come tutte le categorie sociali, dai contadini agli artigiani, dai bravi agli aristocratici, siano travolte dalla carestia: al tempo stesso, la fantasia ricrea un quadro dai toni crudi, in cui dominano l'immobilità e la morte. L'immagine della città è completamente opposta a quella delineata nel tumulto di san Martino: l'inerzia e il silenzio, interrotto dai lamenti dei moribondi, contrastano in modo sinistro con la confusione tumultuosa e le urla della folla in rivolta dei mesi precedenti. La commozione del narratore si accompagna alla denuncia polemica degli errori dei governanti: nella desolazione generale, emerge soltanto la carità infaticabile dell'arcivescovo Borromeo che si sostituisce all'inefficienza dello stato nel soccorso agli indigenti.


Il lazzeretto
L'ottusità dei potenti, la lentezza della burocrazia, l'insensibilità alle vere esigenze della popolazione si esprimono nella decisione di ricoverare al lazzeretto tutti i mendicanti che circolano per le strade. La descrizione di questa nuova realtà si svolge su un duplice piano: quello delle sofferenze fisiche e quello della degradazione morale e spirituale causata dal fastidio, dal disgusto reciproco.


La guerra
Nel frattempo, e non certo per merito degli uomini, cessa la carestia e diminuisce il numero dei morti, mentre si profila all'orizzonte un altro flagello, la guerra, accompagnata da un ulteriore male, la peste, che consentirà al narratore di riprendere il filo dell'intreccio, recuperando i personaggi di cui si era momentaneamente disinteressato. La guerra fa le sue vittime anche tra i protagonisti; don Gonzalo, governatore di Milano e persecutore del povero Renzo, politico mediocre, insensibile alle sofferenze della gente, è anche un comandante incapace. La sua partenza offre allo scrittore l'occasione di rappresentare, con toni satirici e assolutamente irriverenti, la sconfitta del potere politico quando esso è vuota apparenza, sopraffazione e difesa degli interessi personali.
L'ironia raggiunge il livello più elevato nella descrizione dell'autorità degradata: l'uscita della carrozza è accompagnata da grida di protesta e dal lancio di insolite munizioni: don Gonzalo si congeda dalla città con una marcia trionfale alla rovescia.
Le pagine che chiudono il capitolo si legano per antitesi a quelle dedicate alla guerra per Mantova: agli intrighi della diplomazia, alle trame dei grandi personaggi, come il cardinale Richelieu, l'imperatore o il duca di Nevers, si contrappongono le sofferenze della popolazione, esposta al saccheggio dei soldati imperiali e inutilmente impegnata a nascondere le poche cose che possiede. Il tono della narrazione si mantiene volutamente descrittivo, cronachistico, ma la posizione del narratore è intuibile da alcune espressioni che, sebbene in modo non esplicito, collegano questa parte al tema dominante del capitolo: gli effetti devastanti delle scelte politiche ingiuste.
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Capitolo 27 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento


Agnese si fa leggere e spiegare la lettera dal cugino Alessio


La struttura

Questo capitolo rappresenta una specie di intermezzo tra la seconda e la terza macrosequenza del romanzo, che comprendono la storia di Renzo e quella di Lucia, e le successive, dedicate ad argomenti di più ampio respiro (la carestia e la peste). La sua parte iniziale è incentrata su un'analisi abbastanza dettagliata dei motivi politici legati alla guerra di successione per Mantova e il Monferrato. La digressione s'intreccia poi con le vicende dei protagonisti: il lettore viene informato delle indagini fatte sul conto di Renzo (mentre è in pieno svolgimento l'assedio di Casale, al quale partecipa anche don Gonzalo) e del rapporto epistolare che, finalmente, il giovane può intrattenere con Agnese, attraverso il quale apprende del voto di Lucia. Quest'ultima si trova a Milano, ospite di donna Prassede, circostanza che offre al narratore l'opportunità di aprire una seconda digressione, dedicata a don Ferrante e alla sua cultura. Questo personaggio non ha alcun ruolo nella storia, ma l'interesse persino eccessivo nei suoi confronti è giustificato dall'intento polemico dell'autore verso una cultura vuota, puramente erudita. A conclusione del capitolo, il narratore si propone di chiarire gli eventi accaduti nel periodo di tempo in cui vengono taciuti i fatti privati dei personaggi. Il flashback ci riporta indietro di quasi un anno, ai giorni successivi al tumulto di san Martino (11 novembre 1628).


Il tempo

Come si ricorderà, nella prima macrosequenza (capitoli I-VIII) la scansione cronologica degli avvenimenti era molto dettagliata: il racconto iniziava la sera di martedì 7 novembre 1628 e si concludeva venerdì 10, con la fuga di Renzo e delle due donne. In questo modo, numerosi avvenimenti risultavano concentrati in poco più di tre giorni. La precisione nelle date è una caratteristica anche della seconda macrosequenza (capitoli IX-XVII), per quanto, come nel caso della prima, i riferimenti temporali debbano essere spesso dedotti dal lettore, attraverso una serie di indicazioni. Le vicende si snodano da sabato 11 novembre a lunedì 13 e, di nuovo, molti fatti sono collocati in tre soli giorni. È a partire dalla terza macrosequenza (capitoli XVIII-XXVI) che il tempo prende a scorrere con una certa velocità. Non siamo più in grado di indicare delle date precise, perché il racconto si dilata e, da parte del narratore, le osservazioni al riguardo diventano sempre più vaghe. Possiamo tuttavia individuare, seppure in modo approssimativo, il tempo trascorso dalla fuga di Renzo e dal suo passaggio in terra bergamasca. Dall'incontro tra Attilio e il conte zio, fino al colloquio tra il cardinale e don Abbondio, è trascorso circa un mese: dalla metà di novembre alla metà di dicembre 1628; il trasferimento di Lucia in casa di donna Prassede avviene nel dicembre 1628. L'ellissi, contenuta nel capitolo XXVII avverte di un salto temporale di parecchi mesi, fino al settembre 1629: è in questo periodo che ritroveremo, nel capitolo XXIX, alcuni personaggi, momentaneamente trascurati dal narratore a favore dell'analisi storica.



I nuclei tematici

La guerra
Le prime pagine del capitolo collocano la vicenda narrata nel romanzo in una prospettiva molto più vasta rispetto a quella precedente: lo spazio temporale è assai ampio, dato che i personaggi principali si trovano in luoghi diversi e molto distanti tra loro (Renzo nel bergamasco, Lucia a Milano, Agnese al villaggio) e si giunge, cronologicamente, fino all'autunno del 1629.
La digressione sulle motivazioni della guerra di successione per Mantova prende invece la forma di un ragguaglio extranarrativo: la storia si interrompe, affinché il lettore sia messo al corrente di fatti solo indirettamente riguardanti i personaggi. La digressione infatti deve costituire lo sfondo storico e culturale sul quale si evidenzieranno le vicende dei protagonisti della storia. La medesima funzione è svolta dal flashback rappresentato dal capitolo XXVIII e annunciato in questo. In tal modo, la storia si mescola all'invenzione e l'intreccio dispone i fili delle avventure vissute dai personaggi sul tessuto degli avvenimenti storici.
L'episodio di Renzo inseguito dalla giustizia rientra nel conflitto che si sta combattendo nell'Italia del nord tra le principali potenze del tempo, la Spagna e la Francia, appoggiate dai rispettivi alleati, il duca di Savoia e il papa. Se, da un lato, è necessario parlare di questa guerra per capire meglio la situazione e le preoccupazioni di Renzo, dall'altro essa offre al narratore l'opportunità di esercitare una feroce ironia sia sulle inutili e affannose imprese degli uomini illustri sia sull'iniquità di tutte le guerre, ma, per il Manzoni, non c'è nessun motivo che possa giustificare una guerra. Le manovre dei grandi uomini (il cardinale Richelieu, don Gonzalo, il duca di Savoia, gli ambasciatori, ecc.) servono soltanto a rivelare quanto di tragico e disumano vi sia nelle guerre e nella politica, ridotta a giochi diplomatici, ad astuzie meschine, volte ad affermare come verità ciò che è solo apparenza. Gli uomini come don Gonzalo sono semplicemente dei distruttori, vittime della loro stessa ambizione: di conseguenza, la storia ufficiale si riduce a un lungo elenco di ingiustizie e di massacri. Ben diversa è la concezione manzoniana della storia e della politica: la prima acquista significato solo attraverso l'impegno di tutti (potenti e umili) a costruire una società migliore, in cui l'attività politica si definisca come ricerca della pace e della giustizia. Le vicende narrate costituiscono invece la negazione di questi ideali.



I personaggi

Il capitolo mette in luce, oltre al consueto dramma di Lucia, divisa tra l'amore e la fedeltà al voto, anche quello di Renzo, perseguitato, braccato e sconvolto dalla notizia che la giovane ha rinunciato a lui per sempre. Domina qui il tema della separazione, tanto più doloroso perché si ha l'impressione che tra i due promessi la distanza si sia allargata e che non vi sia più alcuna possibilità di soluzione.
Una piccola consolazione è data tuttavia dal riannodare i fili del rapporto almeno con Agnese. Il faticoso scambio epistolare tra i due consente al Manzoni di esercitare la sua ironia sugli inutili tentativi umani di far andare le cose come si vorrebbero. Renzo e la sua corrispondente si dibattono in mille dubbi e incertezze, tra cui solo la questione del voto appare in tutta la sua sconvolgente chiarezza. Ma la critica dell'autore si esercita anche sui letterati di mestiere che, attraverso le parole, deformano la realtà. Di fronte al rischio che le parole esprimano qualcosa di diverso da ciò che vogliono dire veramente e falsifichino il pensiero, Renzo reagisce a modo suo: detta lui stesso la lettera e non permette ad altri di manipolare i suoi sentimenti.
La corrispondenza di Agnese ha come argomento Lucia, costantemente in guerra con se stessa ed esposta per di più agli attacchi di donna Prassede, impegnata nel difficile compito di liberarla dalla passione per Renzo.
L'ironia del narratore si esercita su entrambe: in maniera affettuosa sulla giovane, disperatamente impegnata a raggiungere quell'obiettivo che il suo cuore rifiuta. Con la consueta, sottile capacità di penetrazione psicologica, Manzoni osserva che Lucia desidera che Renzo pensasse a dimenticarla: ella vorrebbe, in modo contraddittorio, che l'ex-promesso si dimenticasse di lei, continuando a pensarla. In questo modo, Lucia torna a parlare d'amore, senza mai nominare, per pudore e discrezione, questa parola (e non è la prima volta nel romanzo: si pensi al suo atteggiamento di fronte alle insistenti domande di Gertrude).
Tagliente è invece l'ironia su donna Prassede, di cui il narratore arricchisce il carattere attraverso uno spiraglio aperto sulla sua vita familiare: aggressiva e invadente, non conosce equilibrio e discrezione neppure nel fare il bene. La sua vita assume l'aspetto di una vera e propria crociata: interviene, combatte, corregge, raddrizza e guida chi ella ritiene ne abbia bisogno (la servitù, le figlie, chiunque le capiti a tiro). Il suo intervento nei confronti di Lucia produce però il risultato contrario a quello che si era proposta: quanto più parla di Renzo in termini negativi, tanto più la giovane ha modo di approfondire le ragioni del suo amore e, se mai, di confermarsi in esso.
La tirannia di donna Prassede cerca di esercitarsi anche sul marito, don Ferrante, che costituisce la caricatura dell'uomo veramente colto secondo la concezione di Manzoni, per il quale cultura e azione dovrebbero fondersi per accrescere il progresso e la civiltà. A questo modello, di stampo illuminista, si contrappone quello offerto da don Ferrante: erudito, ma in discipline inutili (astrologia, cavalleria, ecc.), privo di qualsiasi senso critico, intransigente, mai soggetto a dubbi, lontanissimo da qualsiasi impegno concreto.
L'ironia del narratore, che si precisa ormai come una costante del capitolo, non risparmia neppure lui, vittima del solito, vecchio gioco tra apparenza e verità: passa per dotto, ma è completamente vuoto di vera cultura, quella che si forma attraverso l'esame critico e la rielaborazione personale. Simile a lui è l'anonimo, seccatore pedante con i suoi elenchi di autori e di titoli: maliziosamente infine, il narratore attribuisce la responsabilità della digressione su don Ferrante all'autore del manoscritto e alla sua mania di far sfoggio di cultura.
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Capitolo 26 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento




La struttura

Il capitolo è per gran parte occupato dal colloquio tra don Abbondio e il cardinale, già iniziato nel precedente. Si tratta, di un'unica sequenza, divisa in fasi: nella prima (cap. XXV), era stato posto l'argomento della discussione, tuttavia, più che di un dialogo, si era trattato del monologo appassionato di Federigo. Il passaggio al secondo momento (cap. XXVI) è segnato da una frase che funge da cerniera: essa, collegando le parti del discorso, crea nello stesso tempo una pausa, con l'effetto di intensificare l'attesa del lettore. L'attenzione del narratore si sposta quindi su Lucia e sua madre che, finalmente, viene a conoscenza del voto: attraverso le parole delle due donne ritorna in scena anche Renzo che avevamo lasciato ormai in salvo nel territorio bergamasco. La necessità di spiegare l'insuccesso delle ricerche fatte sul suo conto dal cardinale e, più modestamente, da Agnese, induce il narratore, con alcuni flashback, a rendere ragione della sorte del giovane che sta per legarsi a vicende storiche di una certa importanza. Sul piano dell'intreccio, si allude ad eventi misteriosi, a nuovi ed imprevedibili sviluppi della vicenda.



I personaggi e le tecniche narrative


Don Abbondio e il cardinale
Il centro del colloquio tra il cardinale e don Abbondio consiste nella difesa, da parte di quest'ultimo, del proprio comportamento e, di conseguenza, di un collaudato sistema di vita. Come si è potuto vedere, l'incontro tra i due personaggi rappresenta al massimo grado il conflitto tra l'ideale, incarnato peraltro da un uomo di indiscussa coerenza, e il reale, rappresentato dalla logica ferrea del curato di campagna.
Nelle pagine iniziali del capitolo, la superiorità morale di Federigo, il suo senso altissimo della giustizia e della missione sacerdotale si traducono in affermazioni precise e in accuse circostanziate che non lasciano scampo. Tuttavia proprio la sua altezza spirituale lo rende incapace di comprendere le egoistiche ma umane, preoccupazioni dell'interlocutore. C'è così il rischio che le sue parole si limitino a fornire un saggio di abilità oratoria, di stile elegante, ma assolutamente inefficace; proprio don Abbondio sblocca allora la situazione con la sua risposta impertinente, in cui le impressioni visive e uditive si fondono nel ricordo ancora venato di paura. Il cardinale pertanto, misurandosi con la fragilità del curato, è costretto a sottoporsi a un rapido esame di coscienza, a riconoscersi potenzialmente simile all'altro, esposto alle medesime possibilità d'errore.
Solo riconoscendo la realtà di una violenza che tiranneggia il debole disarmato e lo costringe a tradire i propri ideali, Federigo acquista una dimensione più umana; allo stesso modo le sue parole cominciano a essere veramente persuasive quando egli dimostra di comprendere più a fondo il dramma di don Abbondio. In quest'ultimo si registra un mutamento graduale, riflettendo sul male degli altri, prodotto dal proprio egoismo e dalla gretta difesa dell'utile individuale. Egli tuttavia si commuove, almeno per un momento, e la sua emozione è sincera: è ferma convinzione del Manzoni che nessun uomo sia chiuso all'idea del bene, alla luce della grazia divina. Lo stesso accade a don Abbondio, per il quale, comunque, non si può parlare di conversione, di trasformazione radicale: egli rimane coerente a se stesso, legato a quella tremenda paura che costituisce il nocciolo della sua personalità. Una conversione comporta un cambiamento di vita, quanto ha fatto l'innominato, grande nel bene come nel male, ma non poteva certo accadere a lui, prigioniero dell'idea che l'obiettivo supremo dev'essere la conservazione della vita contro le prepotenze degli altri. Alla fine dell'episodio, le due figure non restano estranee l'una all'altra, ma affratellate dal pensiero della vecchiaia e della morte, anche se non si crea tra esse quel rapporto profondo che aveva fatto seguito alla conversione dell'innominato. La tecnica narrativa dominante è il dialogo, per mezzo del quale i due personaggi manifestano inizialmente la loro reciproca chiusura: la voce del cardinale suona solenne e commossa; quella di don Abbondio, invece, utilizza un duplice registro linguistico: alto, quando si tratta di rispondere alle domande dell'interlocutore; basso, quando, attraverso il soliloquio, esprime le sue segrete e più vere convinzioni. La comicità nasce appunto dal passaggio continuo da un registro all'altro: il cardinale ascolta solo quello alto, mentre il lettore, a conoscenza di entrambi, partecipa al gioco di verità e apparenza.


Lucia
Le pagine conclusive del capitolo sono dedicate all'incontro tra Lucia e Agnese e alle vicende di Renzo, di cui, dopo l'esito felice della fuga, non si era saputo più nulla. Al centro del colloquio si trova la confessione del voto, a parlare del quale Lucia prova una gran ripugnanza. Il suo discorso alla madre avvia un vero dialogo tra persone che condividono i medesimi ideali e problemi: Agnese non rimprovera la figlia, ma rivela un affetto materno profondo e delicato, che la rende partecipe del dramma interiore di Lucia. Il riferimento continuo di quest'ultima a Renzo dimostra che il vero tema è quello dell'amore che ella nutre ancora per il giovane e che il voto non è riuscito a farle dimenticare. I sentimenti sono espressi con la consueta riservatezza, con quel pudore che rappresenta una nota caratteristica del personaggio, ma lasciano trapelare la ricchezza dell'animo di Lucia, fatto di tenerezza, premura e di sollecitudine anche per le necessità materiali.
L'immagine di Renzo, perseguitato e ridotto in miseria dopo la visita della giustizia, le ritorna continuamente alla memoria e le parole con cui la descrive testimoniano l'intensità di quell'affetto, immutato, ma del quale deve cercare di liberarsi. Lucia, comunque, sa che la forza per affrontare e superare questo momento difficile potrà venirle solo da Dio e, con questo senso di fiducia, si abbandona alla Provvidenza. Non si tratta però di un'accettazione passiva della realtà, quanto piuttosto della consapevolezza che gli eventi sono guidati dalla volontà divina e si risolvono sempre positivamente per l'uomo.


Renzo
Dalla figura del giovane, viva nel ricordo delle persone che lo amano, il racconto passa a descrivere l'idea che di lui si è fatta la giustizia. Attraverso il discorso raccontato, il narratore ci informa degli ultimi sviluppi della storia: si tratta anche di un'occasione per chiarire, attraverso il comportamento degli uomini politici, i rapporti tra i cittadini e lo Stato. Nell'ottica deformante della burocrazia, Renzo è soltanto un nome su un documento che passa in modo inconcludente da un funzionario all'altro. Anche nel caso di Renzo, è importante sottolineare il legame tra verità e apparenza: il giovane è innocente e, se ha commesso qualche errore, lo ha fatto per ingenuità; agli occhi della giustizia, che non si preoccupa di appurare come siano realmente andate le cose, ma bada soltanto a ciò che appare. Nella denuncia dei politici insensibili e facili a condannare un uomo, si inserisce l'ironia del Manzoni che li rappresenta beffati da un semplice popolano, il cugino Bortolo, il quale riesce, con le sue piccole astuzie, a depistare le indagini della grande macchina della giustizia e a salvare Renzo.
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Capitolo 25 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento




La struttura

Il capitolo si ricollega idealmente all'ottavo capitolo, conclusosi con l'abbandono del paese da parte di Renzo e delle due donne, in seguito al fallimento della notte degl'imbrogli. Nella prima parte, infatti, si descrive il rientro al paese di Lucia e della madre: la necessità di trovare un rifugio sicuro per la giovane porta in scena due nuovi personaggi, don Ferrante e donna Prassede, di cui si parlerà più avanti.
Il capitolo ha una funzione importante nell'intreccio: in esso infatti giungono a compimento varie fasi del racconto che erano state momentaneamente interrotte. Abbiamo, così, il ritorno a casa della giovane; il fallimento dei piani don Rodrigo; il colloquio chiarificatore tra don Abbondio e il cardinale, desideroso di conoscere le ragioni del matrimonio mancato.
La struttura del capitolo appare varia anche per l'uso della tecnica del flash-back: per questo motivo, la fabula e l'intreccio non coincidono.



I personaggi e le tecniche narrative


Don Rodrigo
Apre il capitolo il riferimento a don Rodrigo. In paese non si parla che di lui: le sue imprese sono sulla bocca di tutti, anche di coloro che, per paura, prima tacevano. La figura del cattivo della storia si è andata via via appannando: all'inizio del romanzo, il prepotente signorotto era apparso sicuro di sé fino all'arroganza, circondato dai suoi bravi, arroccato nel palazzotto-fortezza, dal quale si dipartivano i fili dell'intrigo ai danni dei due promessi. La visita di padre Cristoforo e le parole minacciose del frate incrinano la sua fiducia in se stesso e nella forza che gli deriva da una condizione sociale privilegiata. Egli risulta ulteriormente diminuito dal confronto con altri due personaggi: il cugino Attilio, al quale deve confessare il fallito rapimento, e l'innominato, al quale si rivolge per consiglio e per aiuto. Il primo è un sottile diplomatico; l'altro è dotato di una statura morale ricca di sfumature e contrasti che lo rendono grandioso nel bene e nel male. Paragonato ad essi, egli è semplicemente un mediocre tirannello, ormai incapace di nuocere e costretto ad andarsene all'alba, per evitare di essere notato da qualcuno. La parabola discendente di don Rodrigo si conclude qui, con una fuga ingloriosa che dovrebbe sottrarlo alle chiacchiere, ma, soprattutto, al fastidio di incontrare il cardinale, in visita nella zona. La sua partenza è descritta efficacemente attraverso il discorso raccontato, con cui l'occhio del narratore coglie in modo impietoso e riferisce con ironia i particolari dell'evento.


Lucia
I sentimenti di Lucia sono sempre rivolti alle conseguenze del voto. Raccolta nel suo lavoro di cucito e dolorosamente tormentata dalla madre, ignara di quanto è accaduto, la giovane è ritratta dal narratore che, attraverso il discorso indiretto, ne rivela lo stato d'animo, segnato da una sofferenza interiore che spesso si esprime con il pianto. Lucia è però fiduciosa nella Provvidenza, animata dalla speranza di una guida sicura, quella divina , il cui intervento si concretizza nell'offerta di ospitalità da parte di donna Prassede.


Donna Prassede
Il narratore si assume il compito di presentare questo nuovo personaggio, per mezzo di un ritratto inizialmente orientato in senso positivo. L'aspettativa del lettore, che pensa di trovarsi di fronte a una figura moralmente ammirevole è gradualmente delusa: far del bene al prossimo è un mestiere che, come tutti gli altri, può produrre seri danni. A partire da questo momento, l'ironia del narratore, attraverso il contrasto apparenza-realtà, mette spietatamente in ridicolo donna Prassede e la distrugge.
La descrizione avviene per mezzo di una duplice tecnica narrativa, il discorso indiretto e l'indiretto libero, che tratteggiano la figura della donna da due punti di vista: quello dissacrante di chi, raccontando, vede il personaggio così com'esso è realmente, e quello della stessa donna Prassede che presenta le proprie convinzioni come assolutamente esatte e indiscutibili .
L'ottica del narratore e l'ottica del personaggio si scontrano continuamente producendo un effetto umoristico irresistibile che nasce dal contrasto fra le qualità positive che ella si attribuisce (apparenza) e quelle negative che effettivamente possiede (realtà):
— donna Prassede si ritiene intelligente, ma in effetti è limitata e imbevuta di pregiudizi; non sa nulla di Renzo, tuttavia quelle poche informazioni distorte che circolano sul conto del giovane le bastano per classificarlo come uno scampaforca;
— si ritiene piena di carità e di sollecitudine verso il prossimo, ma in realtà è invadente e presuntuosa: è sicura, infatti, che le disgrazie di Lucia siano una punizione del cielo per la sua amicizia con quel poco di buono e si propone di liberare la giovane dal suo amore;
— si ritiene un'infallibile conoscitrice della natura umana, ma non riesce a cogliere le qualità positive di Lucia che ella, con esasperato autoritarismo, velato da ipocrita dolcezza e generosità, vorrebbe ridurre a copia di se stessa;
— si ritiene uno strumento della provvidenza , ma in realtà, prendendo il proprio cervello come misura di tutte le cose, manca di simpatia e di rispetto verso gli altri e le loro effettive esigenze.

In definitiva, è il tipo di donna che, presumendo di incarnare la verità, la carità e la perfetta applicazione delle massime evangeliche, finisce per essere l'antitesi dei personaggi autenticamente e profondamente cristiani (Federigo, fra Cristoforo, Lucia). L'ironia feroce del narratore smaschera la sua vera natura, che è quella dell'ipocrita travestita di falsa virtù: un modello di immoralità, contro cui la critica manzoniana è particolarmente severa.


Don Abbondio
Il colloquio tra il curato e il cardinale, mettendo in luce l'opposizione tra due modi del tutto opposti di concepire la vita e la missione sacerdotale, offre a don Abbondio l'opportunità di esporre una versione completa del proprio sistema di vita.
L'argomento del dialogo, iniziato con una richiesta di giustificazione dell'operato del parroco, finisce per trattare sul problema dei rapporti tra i principi della religione cristiana e la loro effettiva applicazione nelle situazioni concrete dell'esistenza.
Don Abbondio condivide, in linea di massima, le idee del suo interlocutore, ma il sacrificio di sé ha un limite e questo limite è la propria salvezza, la propria incolumità fisica. Quindi, poste simili premesse egli non può accettare la logica del cardinale, che è un sincero e coraggioso combattente per la fede, un santo. Le parole di quest'ultimo non possono in alcun modo incidere sull'animo dell'altro che non è in grado di comprenderle: si tratta di un vero e proprio dialogo tra sordi.
Tra i due, il personaggio più riuscito è sicuramente don Abbondio, con la sua umanissima debolezza e il tormento interiore che gli fa ardentemente desiderare la fine immediata della discussione, del tutto inutile dal suo punto di vista.
La rappresentazione trae particolare efficacia dal fatto che le battute del curato sono poste su un duplice piano: quello delle risposte ufficiali al cardinale, sempre impacciate e confuse, e quello personale del soliloquio, in cui don Abbondio commenta e spiega tra sé e sé i fatti accaduti e la propria responsabilità, esprimendo quel che pensa realmente.
L'incontro si chiude con una sospensione del discorso, un momento di silenzio carico di significato. Non si tratta di ottenere una giustificazione ormai tardiva, poiché il danno è irrimediabile, ma di indurre il curato ad analizzare il proprio comportamento, a riflettere su di esso, a sviscerarne le ragioni.
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