Capitolo 38 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del trentottesimo capitolo (cap. XXXVIII) del celebre romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.


La struttura

Abbandonato definitivamente l’orizzonte spaziale della città con il riferimento alla morte di don Ferrante, con cui si è concluso il capitolo precedente, il racconto torna a collocarsi nell’ambiente paesano, da cui era partito.
La conclusione del romanzo, riannodando nel tessuto generale della narrazione gli ultimi fili dell’intreccio, rinvia a situazioni descritte in altri capitoli, a dimostrazione dell’unità strutturale dell’opera, in cui le singole parti si richiamano e si completano a vicenda.



I personaggi e i nuclei tematici

La ricomposizione della vicenda, segnata dall’allontanamento di Renzo e Lucia (capitolo VIII), esige il ritorno dei fuggiaschi al paese, che abbandoneranno per il bergamasco con il proposito di incominciare una nuova vita.
L’atmosfera che circonda i personaggi è serena e pacata; il loro atteggiamento è caratterizzato da una grande attenzione alle cose da realizzare, ai progetti per il futuro, nella prospettiva di un’esistenza tranquilla.


Don Abbondio
La figura dominante del capitolo è quella di don Abbondio. Il curato partecipa alla gioia dei suoi parrocchiani, soprattutto perché si è convinto della definitiva uscita di scena di don Rodrigo, che egli commenta senza alcun sentimento di carità cristiana. Il suo discorso esalta i meriti della peste, flagello che elimina i tiranni e strumento della Provvidenza. Il suo concetto di “Provvidenza” si accorcia benissimo con il suo “sistema” di vita: essa non è, come per padre Cristoforo e Lucia, quella forza che guida in modo misterioso, ma benefico, la vita degli uomini; al contrario, è vista, egoisticamente, come un mezzo per assicurare la sua tranquillità personale.
La pace ritrovata rende don Abbondio piuttosto loquace e persino spiritoso, ma, ad un’analisi più attenta, non è difficile accorgersi che egli è l’uomo di sempre: pauroso e preoccupato unicamente della sua incolumità fisica, si rifiuta inizialmente di celebrare il matrimonio, nascondendosi dietro l’affetto che dice di provare da sempre per Renzo.

In questo capitolo conclusivo, don Abbondio si prende una rivincita: minacciato da don Rodrigo tramite i suoi bravi, riceve adesso una visita altrettanto inaspettata, ma gradita, quella del marchese. Quest’ultimo è, nel complesso, una figura di scarso rilievo, costruita in esatta antitesi a quella del potente signorotto: aperto, cortese, placido, umile, dignitoso quanto l’altro era superbo e arrogante. Tuttavia, il realismo impedisce a Manzoni di farne una figura eccessivamente perfetta, quindi, poco credibile. Ne abbiamo la dimostrazione quando, durante il banchetto offerto agli sposi, il gentiluomo si ritira per pranzare con don Abbondio in un’altra sala: il suo comportamento nei confronti di Renzo e Lucia è quello di una persona perbene, ma le differenze sociali hanno comunque il loro peso e non possono essere dimenticate facilmente. A questo riguardo, il giudizio del narratore sul marchese (un brav’uomo») si esprime per contrasto con quello di don Abbondio che lo aveva definito addirittura un grand’uomo.
Anche Renzo e Lucia hanno la loro rivincita: il romanzo si era aperto con una minaccia proveniente dal palazzo e si chiude con un pranzo offerto dal marchese in quello stesso luogo.



Possiamo parlare di "lieto fine" del romanzo?

Da un certo punto di vista, sicuramente: la famiglia di Renzo e Lucia ha raggiunto finalmente la tranquillità e la sicurezza economica e le avventure sembrano essersi concluse, come fa notare anche il narratore.
Tuttavia, ci sono alcuni elementi in base ai quali è possibile dire che l’opera, se raggiunge il “lieto fine”, non approda però all’idillio cioè a una condizione di assoluta mancanza di contrasto. Da questa visione della vita convenzionale e stereotipata ci salva l’ironia del narratore, che segnala una serie di contrattempi e di difficoltà:
  • la festa che il marchese offre ai due sposi, se da un lato può assumere il carattere di una riparazione alle malefatte di don Rodrigo, dall’altro ribadisce le differenze sociali esistenti tra loro: pur nell’armonia dei buoni rapporti, ognuno deve restare al suo posto;
  • i protagonisti abbandonano i luoghi d’origine e la loro partenza è segnata dal dolore del distacco

Renzo e Lucia, giunti a destinazione, proveranno tutti i fastidi che l’integrazione sociale in un ambiente nuovo comporta di necessità e che si manifestano soprattutto in critiche a Lucia, cui il giovane reagisce con decisione, finendo per diventare disgustoso.

Il punto decisivo, a sostegno della tesi che I Promessi sposi sono un romanzo senza idillio, si trova nelle riflessioni di Renzo e Lucia, cioè nel sugo di tutta la storia.
I due hanno imparato che, nella vita, non mancano ingiustizie, miserie e violenze (ciò che Lucia chiama in sintesi "i guai"). La sofferenza colpisce l’uomo, ogni uomo, anche coloro che non hanno fatto nulla per meritarla: essa si rivela, però, uno strumento di espiazione e di purificazione che, perfezionandoci, avvicina a Dio.
La concezione manzoniana è pessimistica, ma non passiva: esige la reazione al male, il coraggio e la tenacia nel testimoniare la propria fede. Il dolore del mondo resta un mistero inspiegabile: il solo conforto è la fiducia in Dio, unica difesa contro il male e l’assurdo dell’esistenza. E il messaggio del romanzo, che rifiuta una felicità passeggera e le consolazioni facili.


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