Capitolo 28 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del ventottesimo capitolo (cap. XXVIII) del celebre romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.


La struttura

La descrizione della carestia e dei suoi drammatici effetti è il primo accenno a quei grandi avvenimenti, a quei nuovi casi, più generali, più forti, più estremi, che il narratore aveva preannunciato alla fine del capitolo XXVII. L'uso del flashback consente di ripercorrere i fatti storici dall'autunno 1628 (i giorni successivi al tumulto milanese di san Martino) al settembre 1629, segnato dalla discesa in Italia dei lanzichenecchi dell'esercito imperiale: nella conclusione del capitolo si giunge dunque a quell'autunno del seguente anno 1629 (cap. XXVII) al quale il narratore aveva rinviato per conoscere il seguito della vicenda dei personaggi d'invenzione.

Dal punto di vista della struttura, il capitolo è suddiviso in tre quadri:
  1. il racconto, rigorosamente documentato, del processo economico che porta all'esplosione della carestia;
  2. la descrizione della città affamata e dei primi segni del contagio: il narratore utilizza non solo le fonti dell'epoca, ma fa ricorso anche alla propria sensibilità e alle capacità di intuizione psicologica;
  3. la guerra per la successione di Mantova. L'argomento, già affrontato all'inizio del cap. XXVII, viene ora esaminato in una delle sue più terribili conseguenze: l'arrivo dei soldati tedeschi, diretti all'assedio di Mantova, con il loro seguito di saccheggi, lutti e devastazioni.

Anche se nel capitolo non compaiono i personaggi di cui abbiamo seguito le vicende fino a questo momento, la narrazione fonde storia e invenzione, quando il resoconto dei fatti si intreccia alla ricostruzione della psicologia e dei sentimenti degli uomini che hanno vissuto quegli eventi.



I nuclei tematici

La carestia e la fame a Milano
Gli inizi della digressione riguardano le cause che hanno prodotto la carestia nel territorio lombardo e, in particolare, a Milano. Le responsabilità della tragedia devono essere imputate ai provvedimenti illogici e tardivi dei governanti, tradotti in una serie di gride completamente inefficaci. Tuttavia, il narratore sottolinea con molta chiarezza anche le colpe del popolo il quale, illuso, consuma senza risparmio.
In Manzoni, l'ispirazione dell'artista non è diversa dal rigore dello storico. Le pagine sugli effetti del disastro sono caratterizzate da un taglio sociologico che evidenzia come tutte le categorie sociali, dai contadini agli artigiani, dai bravi agli aristocratici, siano travolte dalla carestia: al tempo stesso, la fantasia ricrea un quadro dai toni crudi, in cui dominano l'immobilità e la morte. L'immagine della città è completamente opposta a quella delineata nel tumulto di san Martino: l'inerzia e il silenzio, interrotto dai lamenti dei moribondi, contrastano in modo sinistro con la confusione tumultuosa e le urla della folla in rivolta dei mesi precedenti. La commozione del narratore si accompagna alla denuncia polemica degli errori dei governanti: nella desolazione generale, emerge soltanto la carità infaticabile dell'arcivescovo Borromeo che si sostituisce all'inefficienza dello stato nel soccorso agli indigenti.


Il lazzeretto
L'ottusità dei potenti, la lentezza della burocrazia, l'insensibilità alle vere esigenze della popolazione si esprimono nella decisione di ricoverare al lazzeretto tutti i mendicanti che circolano per le strade. La descrizione di questa nuova realtà si svolge su un duplice piano: quello delle sofferenze fisiche e quello della degradazione morale e spirituale causata dal fastidio, dal disgusto reciproco.


La guerra
Nel frattempo, e non certo per merito degli uomini, cessa la carestia e diminuisce il numero dei morti, mentre si profila all'orizzonte un altro flagello, la guerra, accompagnata da un ulteriore male, la peste, che consentirà al narratore di riprendere il filo dell'intreccio, recuperando i personaggi di cui si era momentaneamente disinteressato. La guerra fa le sue vittime anche tra i protagonisti; don Gonzalo, governatore di Milano e persecutore del povero Renzo, politico mediocre, insensibile alle sofferenze della gente, è anche un comandante incapace. La sua partenza offre allo scrittore l'occasione di rappresentare, con toni satirici e assolutamente irriverenti, la sconfitta del potere politico quando esso è vuota apparenza, sopraffazione e difesa degli interessi personali.
L'ironia raggiunge il livello più elevato nella descrizione dell'autorità degradata: l'uscita della carrozza è accompagnata da grida di protesta e dal lancio di insolite munizioni: don Gonzalo si congeda dalla città con una marcia trionfale alla rovescia.
Le pagine che chiudono il capitolo si legano per antitesi a quelle dedicate alla guerra per Mantova: agli intrighi della diplomazia, alle trame dei grandi personaggi, come il cardinale Richelieu, l'imperatore o il duca di Nevers, si contrappongono le sofferenze della popolazione, esposta al saccheggio dei soldati imperiali e inutilmente impegnata a nascondere le poche cose che possiede. Il tono della narrazione si mantiene volutamente descrittivo, cronachistico, ma la posizione del narratore è intuibile da alcune espressioni che, sebbene in modo non esplicito, collegano questa parte al tema dominante del capitolo: gli effetti devastanti delle scelte politiche ingiuste.


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