Capitolo 35 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del trentacinquesimo capitolo (cap. XXXV) del celebre romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.

La struttura

Dalla metà circa del capitolo XXXIII, il narratore ha ripreso la storia di Renzo, facendo di questo personaggio il protagonista di un’altra avventura, un secondo viaggio, ben più drammatico del precedente che, pure, lo allontanava da Lucia. Abbiamo già evidenziato, nel capitolo XXXIV, i legami strutturali e tematici tra queste due parti del romanzo. Qui si può osservare che il lazzeretto, centro della nuova esperienza di Renzo, potrebbe corrispondere, con una simmetria rovesciata, all’osteria della “luna piena”. Mentre questa rappresentava però il luogo dell’inganno e del pericolo, superati fortunosamente solo grazie all’astuzia del giovane, quello è il luogo del disordine fisico e della morte, da cui il protagonista uscirà non solo dopo aver ritrovato Lucia, ma dopo aver perdonato don Rodrigo con un gesto di grande valore umano e cristiano. In entrambi i casi, si tratta di affrontare una prova, il cui superamento conduce Renzo sia a una conoscenza più realistica degli uomini e del loro comportamento sia a una maturazione delle proprie convinzioni religiose.
Il capitolo, che ha come filo conduttore la ricerca della donna amata, è strutturato in tre brevi parti: l’ingresso del giovane nel lazzeretto; l’incontro e il colloquio con padre Cristoforo; la visione di don Rodrigo moribondo.
Il narratore recupera così un filo dell’intreccio, informando il lettore di quanto era accaduto al frate, dopo la sua partenza da Rimini (capitolo XIX). La breve analessi contiene anche la notizia, priva di qualsiasi partecipazione umana, della morte del conte zio.


I personaggi e i nuclei tematici

La narrazione è concentrata intorno alla figura di Renzo, del cui sguardo lo scrittore si serve per raccontare. È al giovane che toccò di vedere e, opportunamente, è suo il punto di vista su una realtà che egli commenta e arricchisce di sentimenti e di emozioni.
L’ingresso di Renzo nel lazzeretto è accompagnato da condizioni atmosferiche particolarmente opprimenti. Persino la natura sembra partecipare di quest’angoscia in cui l’immobilità e il silenzio sono i tratti dominanti.
In questo sfondo così desolato e sconfortante si inserisce la ricerca di Renzo.
Durante il suo girovagare tra le capanne, diversi spettacoli si offrono alla sua vista: egli oscilla tra angoscia e speranza, sentimenti che si alternano in lui per tutta la durata della narrazione.
Il lazzeretto è un mondo di contrasti: si passa dalle sofferenze degli appestati agli esempi della carità eroica dei cappuccini, tra i quali Renzo ritrova padre Cristoforo.
Il frate ha ancora il ruolo di aiutante del protagonista: non solo consente a quest’ultimo di trovare la strada per giungere al reparto delle donne, ma, conducendolo a vincere l’odio per don Rodrigo, gli fa da guida spirituale. Se vogliamo proseguire il confronto con le avventure di Renzo all’epoca del suo primo viaggio a Milano, possiamo dire che padre Cristoforo rappresenta l’antitesi di Ambrogio Fusella, falso spadaio e birro travestito. La spia inganna Renzo, lo conduce nel luogo sbagliato e, con i suoi discorsi, lo spinge a compromettersi. Il religioso, invece, esercita sul giovane un’influenza spirituale profondamente positiva: gli insegna il percorso giusto (pur violando una delle regole del luogo) e lo aiuta a prendere coscienza di una giustizia più perfetta di quella degli uomini. Ma, prima di arrivare a questo risultato, padre Cristoforo deve opporre un netto rifiuto alle fantasie di giustizia sommaria che, ancora una volta, Renzo formula, atteggiandosi quasi ad antagonista del giovane quando, sdegnato, lo chiama sciagurato e fa l’atto di cacciarlo.
Il mutamento che deve prodursi in Renzo, condizione indispensabile perché possa continuare la ricerca di Lucia, passa necessariamente attraverso il riconoscimento che don Rodrigo è, per quanto malvagio e colpevole, un uomo come gli altri, anch’egli creatura di Dio e, come tale, dotato di una sua dignità.
Il mediatore di questo incontro fra la vittima e il persecutore è appunto padre Cristoforo.
Le parole commosse del frate agiscono beneficamente sull'animo del suo interlocutore che, dalle ragioni dell’odio e del rancore, passa a quelle dell’amore e della compassione. I sentimenti cristiani di Renzo attendono però una verifica e padre Cristoforo conduce il giovane nella capanna dove si trova, agonizzante e ormai prossimo alla fine, don Rodrigo.
Se I promessi sposi fossero un romanzo nero, a questo punto dovrebbe scattare la resa dei conti tra l’eroe e il suo antagonista. Ma lo scrittore prevede, per il suo eroe, una prova di ben altro genere, non ispirata al gusto del romanzesco, ma alla legge evangelica: l’odio deve trasformarsi in amore. Renzo non deve vincere il rivale, quanto piuttosto il suo vero nemico, se stesso, quell’io profondo che, in ciascun uomo, parla il linguaggio dell’aggressività e della violenza.
Di fronte al moribondo, Renzo coglie il contrasto tra i segni dell’antica ricchezza e potenza e la misera condizione presente.
Non c’è, nel giovane, alcun senso di trionfo: il mistero resta imperscrutabile, bisogna accettare e pregare. Ormai Renzo, purificato dal perdono e dalla compassione, può proseguire il cammino.


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