Capitolo 26 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del ventiseiesimo capitolo (cap. XXVI) del celebre romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.


La struttura

Il capitolo è per gran parte occupato dal colloquio tra don Abbondio e il cardinale, già iniziato nel precedente. Si tratta, di un'unica sequenza, divisa in fasi: nella prima (cap. XXV), era stato posto l'argomento della discussione, tuttavia, più che di un dialogo, si era trattato del monologo appassionato di Federigo. Il passaggio al secondo momento (cap. XXVI) è segnato da una frase che funge da cerniera: essa, collegando le parti del discorso, crea nello stesso tempo una pausa, con l'effetto di intensificare l'attesa del lettore. L'attenzione del narratore si sposta quindi su Lucia e sua madre che, finalmente, viene a conoscenza del voto: attraverso le parole delle due donne ritorna in scena anche Renzo che avevamo lasciato ormai in salvo nel territorio bergamasco. La necessità di spiegare l'insuccesso delle ricerche fatte sul suo conto dal cardinale e, più modestamente, da Agnese, induce il narratore, con alcuni flashback, a rendere ragione della sorte del giovane che sta per legarsi a vicende storiche di una certa importanza. Sul piano dell'intreccio, si allude ad eventi misteriosi, a nuovi ed imprevedibili sviluppi della vicenda.



I personaggi e le tecniche narrative


Don Abbondio e il cardinale
Il centro del colloquio tra il cardinale e don Abbondio consiste nella difesa, da parte di quest'ultimo, del proprio comportamento e, di conseguenza, di un collaudato sistema di vita. Come si è potuto vedere, l'incontro tra i due personaggi rappresenta al massimo grado il conflitto tra l'ideale, incarnato peraltro da un uomo di indiscussa coerenza, e il reale, rappresentato dalla logica ferrea del curato di campagna.
Nelle pagine iniziali del capitolo, la superiorità morale di Federigo, il suo senso altissimo della giustizia e della missione sacerdotale si traducono in affermazioni precise e in accuse circostanziate che non lasciano scampo. Tuttavia proprio la sua altezza spirituale lo rende incapace di comprendere le egoistiche ma umane, preoccupazioni dell'interlocutore. C'è così il rischio che le sue parole si limitino a fornire un saggio di abilità oratoria, di stile elegante, ma assolutamente inefficace; proprio don Abbondio sblocca allora la situazione con la sua risposta impertinente, in cui le impressioni visive e uditive si fondono nel ricordo ancora venato di paura. Il cardinale pertanto, misurandosi con la fragilità del curato, è costretto a sottoporsi a un rapido esame di coscienza, a riconoscersi potenzialmente simile all'altro, esposto alle medesime possibilità d'errore.
Solo riconoscendo la realtà di una violenza che tiranneggia il debole disarmato e lo costringe a tradire i propri ideali, Federigo acquista una dimensione più umana; allo stesso modo le sue parole cominciano a essere veramente persuasive quando egli dimostra di comprendere più a fondo il dramma di don Abbondio. In quest'ultimo si registra un mutamento graduale, riflettendo sul male degli altri, prodotto dal proprio egoismo e dalla gretta difesa dell'utile individuale. Egli tuttavia si commuove, almeno per un momento, e la sua emozione è sincera: è ferma convinzione del Manzoni che nessun uomo sia chiuso all'idea del bene, alla luce della grazia divina. Lo stesso accade a don Abbondio, per il quale, comunque, non si può parlare di conversione, di trasformazione radicale: egli rimane coerente a se stesso, legato a quella tremenda paura che costituisce il nocciolo della sua personalità. Una conversione comporta un cambiamento di vita, quanto ha fatto l'innominato, grande nel bene come nel male, ma non poteva certo accadere a lui, prigioniero dell'idea che l'obiettivo supremo dev'essere la conservazione della vita contro le prepotenze degli altri. Alla fine dell'episodio, le due figure non restano estranee l'una all'altra, ma affratellate dal pensiero della vecchiaia e della morte, anche se non si crea tra esse quel rapporto profondo che aveva fatto seguito alla conversione dell'innominato. La tecnica narrativa dominante è il dialogo, per mezzo del quale i due personaggi manifestano inizialmente la loro reciproca chiusura: la voce del cardinale suona solenne e commossa; quella di don Abbondio, invece, utilizza un duplice registro linguistico: alto, quando si tratta di rispondere alle domande dell'interlocutore; basso, quando, attraverso il soliloquio, esprime le sue segrete e più vere convinzioni. La comicità nasce appunto dal passaggio continuo da un registro all'altro: il cardinale ascolta solo quello alto, mentre il lettore, a conoscenza di entrambi, partecipa al gioco di verità e apparenza.


Lucia
Le pagine conclusive del capitolo sono dedicate all'incontro tra Lucia e Agnese e alle vicende di Renzo, di cui, dopo l'esito felice della fuga, non si era saputo più nulla. Al centro del colloquio si trova la confessione del voto, a parlare del quale Lucia prova una gran ripugnanza. Il suo discorso alla madre avvia un vero dialogo tra persone che condividono i medesimi ideali e problemi: Agnese non rimprovera la figlia, ma rivela un affetto materno profondo e delicato, che la rende partecipe del dramma interiore di Lucia. Il riferimento continuo di quest'ultima a Renzo dimostra che il vero tema è quello dell'amore che ella nutre ancora per il giovane e che il voto non è riuscito a farle dimenticare. I sentimenti sono espressi con la consueta riservatezza, con quel pudore che rappresenta una nota caratteristica del personaggio, ma lasciano trapelare la ricchezza dell'animo di Lucia, fatto di tenerezza, premura e di sollecitudine anche per le necessità materiali.
L'immagine di Renzo, perseguitato e ridotto in miseria dopo la visita della giustizia, le ritorna continuamente alla memoria e le parole con cui la descrive testimoniano l'intensità di quell'affetto, immutato, ma del quale deve cercare di liberarsi. Lucia, comunque, sa che la forza per affrontare e superare questo momento difficile potrà venirle solo da Dio e, con questo senso di fiducia, si abbandona alla Provvidenza. Non si tratta però di un'accettazione passiva della realtà, quanto piuttosto della consapevolezza che gli eventi sono guidati dalla volontà divina e si risolvono sempre positivamente per l'uomo.


Renzo
Dalla figura del giovane, viva nel ricordo delle persone che lo amano, il racconto passa a descrivere l'idea che di lui si è fatta la giustizia. Attraverso il discorso raccontato, il narratore ci informa degli ultimi sviluppi della storia: si tratta anche di un'occasione per chiarire, attraverso il comportamento degli uomini politici, i rapporti tra i cittadini e lo Stato. Nell'ottica deformante della burocrazia, Renzo è soltanto un nome su un documento che passa in modo inconcludente da un funzionario all'altro. Anche nel caso di Renzo, è importante sottolineare il legame tra verità e apparenza: il giovane è innocente e, se ha commesso qualche errore, lo ha fatto per ingenuità; agli occhi della giustizia, che non si preoccupa di appurare come siano realmente andate le cose, ma bada soltanto a ciò che appare. Nella denuncia dei politici insensibili e facili a condannare un uomo, si inserisce l'ironia del Manzoni che li rappresenta beffati da un semplice popolano, il cugino Bortolo, il quale riesce, con le sue piccole astuzie, a depistare le indagini della grande macchina della giustizia e a salvare Renzo.


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