In memoria - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "In memoria" è stata scritta dal poeta Giuseppe Ungaretti nel 1916 e apriva la prima edizione del Porto Sepolto (1916) con due varianti principali: il titolo era incorporato nel testo («In memoria di Moammed Sceab discendente di emiri nomadi...») e al termine si leggeva la seguente strofa («Saprò fino al mio turno di morire»). I temi trattati sono: il ricordo di un amico scomparso, la riflessione sul destino, la sofferenza degli immigrati, il ruolo di testimonianza della poesia.


Testo

Locvizza il 30 settembre 1916.
Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria

Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse



Parafrasi

Si chiamava Moammed Sceab
Figlio di emiri arabi
Si suicidò perché non aveva più una patria

Amò la Francia e si cambiò il nome in Marcel
ma non era francese e non riusciva più a vivere nella tenda dei suoi genitori
alternando preghiere e bevute di caffè.

E non sapeva parlare della sua sofferenza

Ho accompagnato Marcel al cimitero
con la padrona dell’albergo dove abitavamo a Parigi
al numero 5 di rue des Carmes
un vicolo povero in discesa

Riposa nel cimitero di Ivry
sobborgo sempre disordinato
come in un giorno di mercato

E solo io sapevo che visse



Parafrasi discorsiva:
Si chiamava Mohammed Sceab, discendente di emiri, di nomadi, suicidatosi perché non aveva più una patria. Amò la Francia e cambiò nome, si fece chiamare Marcel, ma non era francese e non sapeva più vivere nella tenda dei suoi compatrioti dove si ascolta ancora la preghiera del Corano, bevendo il caffè; e non sapeva nemmeno più cantare la canzone della sua lontananza. Io l'ho accompagnato insieme alla padrona dell'albergo dove abitava a Parigi nel n°5 della Rues des carmes, una strada tutta in discesa e sfiorita. Adesso è morto e riposa nel cimitero di Ivry, un sobborgo che sembra sempre stare in una giornata di una fiera decomposta. Forse solamente io ricordo ancora che egli visse.



Analisi del testo

Schema metrico: otto strofe di lunghezza irregolare, formate da versi per lo più brevi.

Nel testo vi sono due aspetti fondamentali:
  1. la commozione con cui il poeta ricorda l'amico scomparso, compagno di studi ad Alessandria fin dall'adolescenza;
  2. è la riflessione non tanto sul perché del suicidio, bensì sul perché ai due amici sia toccata una sorte così differente, sebbene le premesse fossero simili. Sia Ungaretti sia Mohammed Sceabs, infatti sono dei sofferenti, in quanto esuli (nomadi, per utilizzare un termine ungarettiano), sradicati dalla terra d'origine, in cerca di stabilità.

Da ciò si intuisce che la figura di Mohammed è vista dal poeta anche come simbolo dei cambiamenti in atto, di una crisi di civiltà (lo sradicamento sociale, la Prima guerra mondiale) che tormenta la sua epoca. La sottolineatura dell'integrazione mancata è assai forte: non aveva più Patria; non era Francese e non sapeva più vivere nella tenda; non sapeva sciogliere ecc.


LO STILE
Sul piano dello stile, la lirica ha un andamento intimo e affettuoso. I versi, brevi e rallentati, hanno il tono alto e severo di un'orazione funebre.

I tempi verbali oscillano tra passato e presente, ricordo e cronaca:
  • i tempi passati (amò, mutò, fu) incalzano il lettore;
  • gli imperfetti, spesso di forma negativa (si chiamava, non aveva, non sapeva), impongono una pausa;
  • per la rievocazione usa il tempo presente: "Riposa / nel camposanto d'Ivry".

La mancanza di punteggiatura sostituita dagli spazi bianchi i quali, oltre a scandire i periodi separandoli uno dall'altro, hanno due funzioni:
  • una semantica (le parole acquistano respiro e, così isolate, esprimono a fondo il loro significato);
  • una espressiva come pausa di silenzio (prova a leggere ad alta voce e a fare una breve pausa ad ogni spazio); in questo silenzio che scandisce la lettura sentirai campeggiare le immagini che, libere da ogni vincolo metrico e talvolta sintattico (nota nella seconda strofa l'ellissi, cioè la soppressione del verbo) possono esprimere tutta la loro forza.



Figure retoriche

Enjambements = vv. 1-2; 3-4; 

Ripetizione = "di emiri di nomadi" (v. 4).

Ripetizione = "non era francese / e non sapeva più vivere" (vv. 11-12).

Metafora = "cantilena / del Corano" (v. 15). Deriva dal fatto che Corano significa in arabo recitare ad alta voce.

Metafora = "sciogliere / il canto del suo abbandono" (vv. 19-20).

Metafora = "l'ho accompagnato / insieme alla padrona dell'albergo / dove abitavamo" (vv. 22-24). Allude al cimitero.

Metafora = "una / decomposta fiera"  (vv. 33-34). Allude alla condizione di morte del protagonista.

Similitudine = "sobborgo che pare una decomposta fiera" (vv. 30-34)

Antitesi = "Fu Marcel ma non era Francese" (vv. 10-11).

Ellissi = "di emiri di nomadi suicida" (vv. 4-5). Soppressione del verbo.



Spiegazione per parola

Emiri: capi politici e militari arabi, discendenti di Maometto e dei califfi.

Non aveva più patria: in quanto esule.

Mutò nome: tentò di mutare la propria identità storica e culturale, la propria personalità senza riuscirvi.

Fu Marcel: trasferitosi a Parigi, Mohammed aveva scelto per sé il nome francese di Marcel.

La cantilena / del Corano: la monocorde recitazione delle preghiere previste dal Corano, il libro sacro dell'islamismo e dei musulmani. Allude anche alla perdita delle radici religiose da parte dell'amico.

Gustando un caffè: secondo l'usanza araba.

Sciogliere: esprimere.

Canto: è sinonimo di poesia, attraverso la quale ci si può "abbandonare", mendicando le ferite dell'esistenza.

L'ho accompagnato: allude naturalmente alla bara, nel senso che ha seguito il suo funerale fino al cimitero. Trasmette una condizione di solitudine desolata.

Dal numero...Carmes: strada della vecchia Parigi dove i due amici alloggiavano.

Appassito vicolo: l'aggettivo indica lo sfiorire della vita, il sentore della morte che incombe. L'amico abitava in solitudine e povertà.

Camposanto d'Ivry: cimitero alla periferia di Parigi.

Sobborgo: sulla riva della Senna.

Decomposta fiera: allude alla sporcizia che rimane accumulata in terra dopo il mercato. Ma "decomposta" richiama anche l'immagine del camposanto (v. 29), stringendo in un unico rapporto le manifestazioni della vita e il destino dell'amico.



Curiosità

Mohammed Sceab era l'amico arabo che Giuseppe Ungaretti ha conosciuto a Parigi, e di lui ha scritto che:
«Baudelaire era l'argomento di discussioni interminabili con uno dei miei compagni, che un giorno trovarono morto, perché in nessun posto si poteva accasare, in una stanza dello stesso albergo che abitavamo, in rue des Carmes a Parigi. A lui è dedicata la poesia che apre Il porto sepolto. Era un ragazzo dalle idee chiare e prediligeva Baudelaire [...] L'altro suo autore era Nietzsche, che lo aveva addirittura soggiogato. I suoi autori erano Baudelaire e Nietzsche; io rimanevo fedele a Mallarmé e a Leopardi, a Mallarmé che sentivo anche se non tutto capivo, a Leopardi che capivo un po' di più benché anche lui abbia, nel punto sublime, la necessaria sostanza ermetica».



Commento

La poesia parla della morte di un caro amico di Ungaretti, Mohammed Sceab, con il quale Ungaretti aveva condiviso una parte della sua vita negli anni giovanili ad Alessandria d'Egitto e in seguito a Parigi in Francia. Nella poesia emergono i due destini a confronto: il destino tragico di Mohammed e il destino, sempre sofferente, ma con un diverso epilogo del poeta.
Mohammed Sceab, un giovane arabo discendente di emiri, si è ucciso perché non aveva più una patria. Stanco di vivere in una tenda del deserto, aveva raggiunto Ungaretti nella grande metropoli francese e li aveva cambiato il suo nome Mohammed in Marcel. Ma non basta mutare il nome per sentirsi francese: a Parigi, lui, figlio di un capo tribù, era un emarginato della società, era "nessuno"! E così, non potendo vivere a Parigi, né volendo ritornare nel deserto, patria dei suoi avi, si era tolto la vita. L'amico ha pagato con il suicidio l'incapacità di uscire dalla solitudine attraverso relazioni d'amore e di amicizia.
Entrambi i personaggi si ritrovano senza patria, senza radici. È diverso però l'esito: Ungaretti - come si coglie nel finale - si salva grazie alla poesia, cioè nel canto, in cui trova una risposta alle sue sofferenze, perché ha la funzione di conservare nella memoria gli avvenimenti e le persone, mantenendo in vita il loro significato. Invece per l'amico la poesia non è intervenuta a costituire un elemento di aiuto e di risposta ai propri bisogni ed alle proprie ansie. Si nota da questo testo che Ungaretti vede nella poesia una funzione sacrale, in quanto la poesia è una conoscenza che si diffonde su una totalità di contenuti che risultano indeterminati: l'uomo, la vita, la morte. Attraverso la scrittura l'uomo, pur essendo senza radici, riesce a sublimare i valori dello sradicamento, della mancanza di una patria e della vita in solitudine in un paese straniero dove è difficile ambientarsi. In sostanza il testo, posto a premessa della raccolta, è un canto che inneggia al valore e anche dalla funzione della poesia come memoria e ricordo.
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Noia - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Noia" è stata scritta dal poeta Giuseppe Ungaretti nel 1914 e fa parte della raccolta L'allegria.



Testo

Anche questa notte passerà

Questa solitudine in giro
titubante ombra dei fili tranviari
sull'umido asfalto

Guardo le teste dei brumisti
nel mezzo sonno
tentennare



Parafrasi

Questa notte, come le altre, finirà

Intorno a questa solitudine
oscillante come l'ombra dei fili del tram
che si riflette sull'asfalto bagnato

Osservo le teste dei vetturini
che mezzi addormentati
oscillano (anche loro).



Analisi del testo

Metrica: versi liberi.

La lirica vive di tre momenti diversi e divisi nel testo dalla spaziatura, che però sono legati con il titolo: lo stato di noia.
Il legame tra il verso iniziale e la prima terzina è presente per via dell'aggettivo dimostrativo "questa", che Ungaretti utilizza per mettere in evidenza delle realtà astratte (qui riferito a notte e solitudine). 

I versi 2 e 3 sono caratterizzati dall'analogia: l'idea della solitudine è suggerita dall'ombra dei fili tranviari, in cui si raccoglie un'immagine di realtà inconsistente e incorporea. I fili stessi segnano appena un'esile quanto inafferrabile direzione spaziale, che attraversa l'astratta e vuota(in senso metafisico) profondità dell'ambiente circostante (in giro) , raccogliendosi nell'immagine sensoriale e visiva dell'umido asfalto.
Il punto di vista è ricondotto, in apertura dell'ultima terzina, alla persona del soggetto «guardo» , che scorge solo qualche figura oscillante: l'infinito "tentennare" (che occupa per intero il verso conclusivo) riprende il «tentennare» del verso 3, anche sul piano delle componenti foniche ("t" e "n", associate tra di loro o con le vocali "a" ed "e"). A sua volta è giustificato dalla sonnolenza (nel mezzo sonno) che, richiamando le immagini della notte e dell'ombra, si materializza anche nelle "teste dei brumisti" (al di là del suo significato letterale, questo termine rimanda, per associazione verbale, alla "bruma", ossia alla nebbia, alla foschia).



Figure retoriche

Enjambements: vv. 2-3; 3-4; 5-6; 6-7.

Epifora: "questa" (vv. 1-2).

Sinonimia: "titubante" (v. 3) e "tentennare" (v. 7).



Spiegazione per parola

  1. Brumisti: vetturini di piazza, fiaccherai (è un termine lombardo, che deriva dall'inglese brougham, tipo di carrozza).



Curiosità

Fa parte della sezione Ultime, datata Milano 1914-15. La poesia rappresenta la riduzione a pochi versi di un componimento assai più ampio, stampato per la prima volta nel 1915 nella rivista Lacerba, con il titolo di Sbadiglio.

Il testo in origine era il seguente:
Com'è immobile l'aria
anche questa notte passerà
passerà
questa vita in giro
titubante ombra di fili tranviari
sulla siccità del nebuloso asfalto

luna gioviale
perché s'è scomodata

guardo i faccioni dei brumisti tentennare.

Da notare come Ungaretti l'abbia ridotta e semplificata, eliminando ogni cadenza tipicamente crepuscolare, togliendo il verso iniziale che conteneva un'informazione troppo banale ed esteriore, sostituendo il termine piuttosto volgare e stonato in un contesto poetico "faccioni" con uno più generico "teste". Per lo stesso motivo elimina anche i termini "gioviale" e "scomodata".



Commento

Ungaretti sceglie come argomento centrale della poesia la condizione esistenziale della noia; questa nasce dall'idea della solitudine che c'è intorno, nell'ombra dei fili dei tram che attraversano uno spazio vuoto e si stagliano sull'umido asfalto. L'immagine della noia per il poeta, si concretizza nella figura dei brumisti, vetturini di piazza, che vacillano nel sonno.
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Ulisse - Saba: parafrasi, analisi e commento



La poesia "Ulisse" è stata scritta dal poeta Umberto Saba nel 1946 ed è la poesia che conclude la sezione Mediterraneo del Canzoniere. I temi trattati sono l'identificazione del poeta con l'eroe antico, il desiderio di nuove scoperte e avventure anche in età matura.


Testo

Nella mia givinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d'onda emergevano,ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d'alghe,scivolosi, al sole
belli come smeraldi.Quando l'alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano piu' al largo,
per fuggirne l'insidia. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.



Parafrasi

Quand'ero giovane ho navigato lungo le coste della Dalmazia.
Qualche volta si intravedevano nel mare isolotti ricoperti di alghe affioranti, scivolosi, che alla luce del sole sembravano smeraldi, raramente su di essi qualche uccello si posava in cerca di prede.
Quando il navigante non riusciva a vederli a causa dell'alta marea e della notte, le vele erano posizionate per tenerci a distanza da essi per evitare il rischio di naufragare sugli scogli.
Tutt'ora il mio regno è rimasto disabitato. Il porto riesce ad attirare molti naviganti ma non me che possiedo uno spirito indomabile e l'amore per la vita, che seppure dolorosa mi porta ancora più a largo.



Analisi del testo

Scema metrico: endecasillabi sciolti.
    Il poeta si identifica nel personaggio di Ulisse. L'eroe greco rispecchia lo stato d'animo attuale di Saba e la sua disposizione di spirito: l'autore è infatti nella tarda maturità (ha superato i sessant'anni), ma sente di non avere esaurito la propria parabola esistenziale; anzi, la vita può ancora offrirgli verità da scoprire, purché non si accontenti dell'approdo, ma si metta in viaggio per raggiungere altre mete (i temi riguardanti il porto e il viaggio sono ricorrenti nel Canzoniere).
    Secondo una versione del mito, Ulisse, giunto ormai vecchio in patria dopo molti viaggi e spostamenti, sentì l'impulso di rimettersi in viaggio, per soddisfare la sua insaziabile sete di conoscenza. Abbandonò perciò nuovamente l'isola natale e i propri familiari. Allo stesso modo, il poeta non desidera la quiete che può offrire una tranquilla vecchiaia; non si rassegna a una condizione senile di rinuncia e di passiva attesa della morte (Il porto / accende ad altri i suoi lumi). Come Ulisse, è animato da uno slancio giovanile (me al largo /sospinge ancora il non domato spirito) e si sente destinato a nuove esperienze, anche se ciò significherà dover affrontare nuove prove e inquietudini.

    L'analogia che vi è tra Saba e Ulisse si estende a molti degli elementi presenti nel testo. Per esempio, gli isolotti che emergono sul pelo dell'acqua, che paiono belli come smeraldi alla luce del sole, ma in realtà micidiali per le navi durante l'alta marea notturna, alludono all'isola delle sirene.
    Queste, nella mitologia classica, erano rappresentate con il corpo metà di donna e metà di volatile (sono forse adombrate nell'uccello intento a prede) ed erano causa di morte per i marinai incautamente attratti dal loro canto fascinoso ma fatale; perciò le vele devono fuggirne l'insidia.
    Saba introduce gli scogli come un emblema delle difficoltà dei pericoli della vita, da cui si sente affascinato, malgrado le insidie che nascondono (scivolosi).



    Spiegazione per parola

    1. Giovanezza: giovinezza.
    2. Dalmate: della Dalmazia, sul mar Adriatico.
    3. Intento a prede: in cerca di prede.
    4. Coperti... smeraldi: gli attribuiti si riferiscono agli Isolotti, qui descritti nella loro solitudine marina, al contempo affascinanti (belli come smeraldi: il color verde smeraldo è dato dalle alghe affioranti) e pericolosi (scivolosi).
    5. Li annullava: li nascondeva alla vista del navigante, coprendoli d'acqua.
    6. Sottovento: dalla parte opposta a quella da cui spira il vento.
    7. L'insidia: il rischio di naufragare sugli scogli.
    8. Oggi: anche oggi, nonostante sia trascorso tanto tempo.
    9. Quella terra di nessuno: il paesaggio disabitato descritto nei versi precedenti; il poeta, contrapponendovi il porto, cioè il luogo della sicurezza e della tranquillità, dichiara di averlo eletto a proprio regno.
    10. Il porto: simbolo della vita quieta.
    11. Doloroso amore: l'amore per la vita è doloroso, perché l'esistenza offre agli uomini affanni e dolori in quantità.



    Figure retoriche

    Enjambements = vv. 1-2; 2-3; 3-4; 5-6; 6-7; 7-8; 8-9; 9-10; 10-11; 11-12. Quasi tutta la poesia presenta gli enjambement, difatti si va molte volte a capo spezzando la frase come se vi fossero degli ostacoli (gli isolotti).

    Allegoria = il titolo "Ulisse" è l'autore.

    Allegoria = il "viaggio" è la vita.

    Allegoria = gli "isolotti" (v. 2) sono le insidie e difficoltà .

    Allegoria = le "vele" (v. 7) sono gli altri uomini più scaltri

    Allegoria = il "porto" (v. 10) è la tranquillità.

    Iperbato = "della vita il doloroso amore" (v. 13).

    Epifora = "largo" (v. 8-11), cioè il mare aperto e quindi il desiderio di conoscenza e di ricerca.

    Non vi sono rime ma consonanze.



    Commento

    Anche Ulisse parte per la sua grande avventura in giovinezza, desideroso di scoprire il mondo (fatti non foste a viver come bruti...) ed incurante di ciò che lascia a casa.
    L'insidia degli isolotti rimanda all'episodio di Scilla e Cariddi.
    Confrontandosi con Ulisse, l'eroe viaggiatore dell'antichità, Saba fa un bilancio della propria vita. Anche lui ha conosciuto delusioni e drammi; tuttavia non si è fatto prendere dalla disperazione, né dalla tentazione di un pigro riposo: ha scelto, pur con fatica, di continuare il viaggio fino ai confini del mondo, cioè, fino ad abbracciare la vita tutta intera e fino alle radici segrete del proprio io.
    Anche il poeta sente di avere un regno, come Ulisse che era Re di Itaca.
    Il poeta è "sospinto ANCORA al largo dal non domato spirito", così come Ulisse, uccisi i Proci, riparte verso terre lontane invece di godersi la vecchiaia insieme i suoi cari, anche il poeta conserva uno spirito di meraviglia e d'avventura pur essendo in un'età di maturità letteraria.
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    Malinconia o Melanconia: qual è la differenza?



    C'è molta confusione fra i due vocaboli, "malinconia" e "melanconia", in quanto spesso vengono usati come sinonimi perché il secondo termine viene considerato la variante del primo. È vero che hanno lo stesso significato ed indicano entrambi uno stato d'animo caratterizzato da una vaga tristezza, spesso alimentata dall'inattività e passività rispetto al mondo circostante, ma si differenziano per il campo di utilizzo.


    La differenza

    La differenza, dettata dall'uso comune più che da una vera e propria regola, si riscontra nella scelta dei due termini:
    • malinconia viene usato per indicare lo stato d'animo malinconico, cioè avvolto dalla tristezza; 
    • melanconia, o la sua versione più arcaica melancolia, è generalmente usato per descrivere una patologia psichiatrica, cioè per indicare la condizione patologica nota come depressione.

    La differenza tra stato d'animo o stato emotivo e patologia c'è ed è forte, tutti possono avere un periodo negativo in cui ci si sente depressi, distrutti, assenti, abbandonati a se stessi, ma col tempo la malinconia tende a diminuire fino a scomparire del tutto, perché si tratta di una situazione temporanea.
    Non è invece come la depressione cronica o per meglio dire depressione melanconica, in questo caso si è sempre incapaci di trovare piacere anche negli eventi positivi.
    Senza divagare troppo in ambito medico, la melanconia è causata dall'interazione di fattori biologici (che intervengono sulle funzioni del cervello), genetici (parenti con lo stesso problema) e psicosociali (situazioni stressanti, delusioni, lutto improvviso che possono aver creato un evento scatenante negativo). La depressione con caratteristiche melanconiche necessita quasi sempre di un trattamento farmacologico.



    Curiosità

    Entrambe le parole derivano dal greco mélas, che significa nero, e cholè, che significa bile. E cosa c'entra tutto questo con la tristezza, vi starete chiedendo. Dovete sapere che anticamente la medicina si basava sulla teoria umorale, formulata da Ippocrate, medico greco del I secolo a.C..
    Gli umori in questione sono quattro e non sono altro che quelli che si riteneva fossero i fluidi prodotti dall'organismo: sangue (umore rosso), flegma (muco), bile gialla e bile nera. Si pensava che l'equilibrio dei quattro fluidi corporei determinasse la condizione di salute, mentre un loro squilibrio fosse la causa della malattia. Inoltre, che la predisposizione ad un eccesso di uno dei quattro umori determinasse la costituzione fisica e il temperamento: un individuo con eccesso di bile nera era caratterizzato da fisico esile, gracilità, pallore e tristezza. Le cose in medicina sono un po' cambiate e non si ritiene più che la malinconia sia data dalla bile nera ma il termine è rimasto in uso.


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    Teatro degli artigianelli - Saba: parafrasi, analisi e commento



    La poesia "Il teatro degli artigianelli" è stata scritta dal poeta Umberto Saba e fa parte della sezione 1944 del Canzoniere.



    Testo

    Falce martello e la stella d’Italia
    ornano nuovi la sala. Ma quanto
    dolore per quel segno su quel muro!
    Entra, sorretto dalle grucce, il Prologo.
    Saluta al pugno; dice sue parole
    perché le donne ridano e i fanciulli
    che affollano la povera platea.
    Dice, timido ancora, dell’idea
    che gli animali affratella; chiude: «E adesso
    faccio come i tedeschi: mi ritiro».
    Tra un atto e l’altro, alla Cantina, in giro
    rosseggia parco ai bicchieri l’amico
    dell’uomo, cui rimargina ferite,
    gli chiude solchi dolorosi; alcuno
    venuto qui da spaventosi esigli,
    si scalda a lui come chi ha freddo al sole.
    Questo è il Teatro degli Artigianelli,
    quale lo vide il poeta nel mille
    novecentoquarantaquattro, un giorno
    di Settembre, che a tratti
    rombava ancora il cannone, e Firenze
    taceva, assorta nelle sue rovine.



    Parafrasi

    Falce e martello e la stella d'Italia
    ritornano a ornare la sala del teatro. Ma quanto
    dolore è costata la possibilità di esporli.

    Fa il suo ingresso, munito di stampelle, il presentatore.
    Saluta il pubblico con il pugno sinistro alzato; e dice qualche battuta
    per far sorridere le donne e i bambini presenti nell'umile platea.
    Parla in modo ancora timido dell'ideale di giustizia e di fratellanza (del socialismo); conclude
    dicendo: «E adesso mi ritiro come i tedeschi».
    Tra un atto e l'altro, nella piccola osteria,
    rosseggia, a piccole dosi, nei bicchieri portati in giro, il vino,
    amico dell'uomo, che fa dimenticare i dolori e le sofferenze; qualcuno
    appena ritornato dalla guerra (o prigionia),
    si scalda al vino come chi ha freddo si scalda al sole.

    Questo è il Teatro degli Artigianelli,
    che il poeta vide nel 1944, in un giorno
    di Settembre, quando a tratti si
    sentivano le cannonate (dal fronte ancora vicino), e Firenze
    restava in silenzio, immersa nelle sue rovine.



    Analisi del testo

    Metrica: endecasillabi sciolti (tranne il v. 20, settenario).

    Il testo può essere suddiviso in tre parti:

    strofa = la descrizione della sala con l'aggiunta dei simboli del comunismo, ritornati dopo un periodo d'assenza (durante il ventennio fascista i partiti politici erano stati dichiarati illegali).

    2° strofa
    = in questi versi viene descritta l'atmosfera della sala del teatri è felice, ma è una contentezza triste. Il presentatore nonostante sia nella triste condizione di mutilato che si regge con le stampelle, non perde occasione per far ridere o almeno sorridere le donne e i bambini ma sempre mettendo in primo piano gli ideali di giustizia e fratellanza del socialismo si rivolge anche agli uomini che bevono per dimenticare le sofferenze patite.

    3° strofa = nei versi finali il poeta descrive le cose come stanno, specificando il luogo e la data, come a darne una rilevanza dal punto di vista storico.


    Le due personificazioni (Vino e Firenze) mirano a creare due effetti: anzitutto a rendere partecipe tutto ciò che esiste, anche le pietre e il nutrimento, dell’immane tragedia che si è consumata; e in secondo luogo a riportare al centro dell’attenzione quell'essere umano che a causa della guerra, della dittatura e del razzismo era stato declassato a cosa priva quasi di valore.



    Figure retoriche

    Enjambements = vv. 1-2, 2-3, 5-6, 6-7, 8-9, 9-10, 11-12, 14-15, 15-16, 18-19, 19-20, 20-21, 21-22.

    Personificazione = "l'amico dell'uomo" (vv. 12-13). Si riferisce al "vino".

    Personificazione = "Firenze taceva" (vv. 21-22). La città viene trasformata in una creatura che contempla in silenzio le proprie rovine.



    Spiegazione per parola

    1. Falce e martello: il simbolo e l'insegna del Partito Comunista.
    2. La stella d'Italia: è il simbolo dell'Italia Repubblicana.
    3. Il Prologo: il personaggio che ha il compito di recitare il prologo, ossia di presentare lo spettacolo.
    4. Sorretto dalle grucce: è un mutilato.
    5. Al pugno: con il pugno alzato (è il saluto comunista).
    6. Idea che gli animi affratella: è l'idea socialista della fratellanza universale, contraria a ogni guerra fra i popoli.
    7. Parco: in quantità moderata, con allusione all'indigenza dei tempi (il soggetto è il vino).
    8. L'amico dell'uomo: il vino.
    9. Solchi dolorosi: quelli scavati, metaforicamente, dalle sofferenze patite (ferite).
    10. Alcuno: qualcuno.
    11. Spaventosi esigli: orribili lontananze (indica la condizione di chi braccato e perseguitato era costretto a fuggire e nascondersi).



    Curiosità

    A proposito del verso citato «Falce martello ecc.», quando Saba lo lesse per la prima volta ad un suo amico - il pittore Carlo Levi - questi lo avvisò che era incorso in un errore. La stella a cinque punte dipinta accanto alla falce e al martello non era, allora, la stella d'Italia, ma quella dei Sovietici, che è pure a cinque punte. Saba ci rimase male. Lo aveva commosso il fatto che, contrariamente a quanto accadeva al tempo della sua giovinezza, quando i socialisti (i comunisti allora non esistevano) negavano, o quasi, il concetto di patria, essi ne riconoscessero adesso l'insopprimibile realtà nel cuore dell'uomo. Nonostante l'errore decise di non modificare il verso. Quando poi il Partito Comunista Italiano (PCI) inserì nel suo emblema la stella d'Italia, il verso di Saba risultò, a posteriori, esatto; ebbe cioè tutto il significato che gli aveva dato il poeta quando lo scrisse.



    Commento

    Nella lirica Teatro degli Artigianelli il poeta canta, attraverso la propria dolorosa esperienza e sensibilità, la felicità amara delle prime giornate di libertà dopo la prigionia. Questa poesia passò per essere volutamente comunista, per l'ambiente e per il verso iniziale, con l'emblema che il poeta vide per la prima volta, in luogo dei fasci e della croce uncinata, sulle nude pareti della povera sala. Saba descrive con commossa partecipazione una rappresentazione popolare in un teatrino di periferia alla quale, nel clima della riconquistata libertà, assistette a Firenze, dopo che i nazisti erano stati costretti dagli Alleati ad abbandonare la città nell'agosto del 1944 e ad arretrare al di là della cosiddetta "Linea gotica", che dalla dorsale appenninica tosco-emiliana correva fino all'Adriatico. È importante per i valori di fratellanza e di solidarietà che i versi esprimono, come il riferimento al suo spaventoso esilio (Saba per sfuggire dai campi di sterminio trova asilo a Firenze) e la riflessione finale sulle distruzioni causate dalla guerra.
     La città fu teatro di durissimi scontri: fu bombardata dall'aviazione alleata, mentre i tedeschi, prima di ritirarsi, fecero brillare ponti e quartieri. Firenze fu liberata il 22 agosto. Per sollevare la popolazione dagli orrori della guerra e dalle pesantissime ferite subìte, si cercò di rianimare, con povertà di mezzi e tra mille difficoltà, un minimo di vita sociale e culturale. La rappresentazione al Teatro degli Artigianelli, cui Saba assistette, va calata in questo contesto. Il complesso degli Artigianelli, istituzione filantropica dove i fanciulli orfani o bisognosi della città venivano raccolti e imparavano un mestiere, si trova in Borgo San Frediano.
    Non è una poesia prosastica bensì "epica", in quanto dipinge un ambiente e narra fatti che in quell'ambiente accadono; è anche "lirica" per l'intensità colla quale il poeta canta, attraverso la propria dolorosa esperienza e sensibilità, la felicità amara di quelle prime giornate di libertà. È un ritorno alla maniera giovanile di Saba.
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    Il vetro rotto - Saba: parafrasi, analisi e commento



    La poesia "Il vetro rotto" è stata scritta dal poeta Umberto Saba e fa parte della sezione Ultime cose del Canzoniere. Il periodo storico è quello che precede la guerra, quello del regime nazista e, quindi, della persecuzione degli ebrei (Saba era ebreo e fu costretto a difendersi).


    Testo

    Tutto si muove contro te. Il maltempo,
    le luci che si spengono, la vecchia
    casa scossa a una raffica e a te cara
    per il male sofferto, le speranze
    deluse, qualche bene in lei goduto.
    Ti pare il sopravvivere un rifiuto
    d'obbedienza alle cose.
    E nello schianto
    del vetro alla finestra è la condanna.



    Parafrasi

    Tutte le sciagure sono contro di te. Il brutto tempo,
    la luce che viene a mancare, la vecchia
    casa colpita da una raffica di vento e io divento cara a te
    per il male che ti hanno inflitto, per le speranze
    disilluse, e per qualche momento di vita vissuto bene.
    Il continuare a vivere è per te
    come una rinuncia a cedere alle avversità.
    E con il rompersi del vetro della finestra
    ha accesso la malvagità.



    Analisi del testo e commento

    Metrica: endecasillabi sciolti.

    La poesia è una sorta di colloquio interiore di Saba che rivela l'aspetto negativo del suo amore per la natura e per i propri simili, come ricerca di una solidarietà che consenta di curare le ferite dell'uomo e di alleviarne l'infelicità. Qui prevale una solitudine invincibile e disperata, contro cui sembrano prenderne parte le forze stesse della natura. L'arrivo del «maltempo», che metaforicamente è l'angoscia del poeta, irrompe inaspettatamente e si "impadronisce" della casa, cioè viola quella sensazione di protezione e di intimità che si erano raccolti in essa («le luci che si spengono» sono un preannuncio della fine), e provoca uno sconvolgimento che ricorda alcuni toni della poesia di Montale (come i componimenti La casa dei doganieri e La bufera). L'impatto che esso ha nella sicurezza del presente induce Saba a soffermarsi piuttosto sulla memoria dell'esistenza passata, in cui fa una sorta di bilancio morale. I poveri e semplici elementi che compongono questo consuntivo («il male», «le speranze», «qualche bene») costituiscono appunto le ragioni del «doloroso amore» prima ricordato, che hanno tenuto il poeta attaccato alla vita. Ma questi legami stanno adesso per venire meno e le «cose» stesse sembrano reclamare e quasi pretendere la sua morte.

    Il poeta si trova metaforicamente all'interno di una casa, che è tutt'altro che un rifugio sicuro. La casa in questione è qualcosa di fragile, incapace di resistere all'ostilità del mondo esterno, al vento che la snocciola, alle ingiustizie della vita. È una casa di morte e rassegnazione.

    Anche se non compaiono riferimenti storici, è sottinteso che il testo appartenga al periodo che precede la guerra, quando Saba era costretto a difendersi dalle persecuzioni razziali.

    L'improvviso "schianto del vetro", vuol dire che anche la debole barriera che separa la sicurezza domestica dai pericoli del mondo è andata distrutta. Ora il male può accedervi senza alcuna opposizione (è la condanna). I vetri rotti non possono che condurci col pensiero alla "Notte dei cristalli", ovvero la notte tra il 9 e il 10 novembre 1938, quando in Germania, Austria e Cecoslovacchia, gli ufficiali del Partito Nazista, i membri delle SA e della Gioventù hitleriana, uccisero 400 ebrei su un complessivo di circa 1500 vittime. L'origine della definizione "notte dei cristalli", più correttamente "Notte dei cristalli del Reich" è una locuzione di scherno che richiama le vetrine distrutte.



    Figure retoriche

    Enjambements: vv. 1-2; 2-3; 3-4; 4-5; 6-7; 8-9.

    Iperbole: "Tutto si muove contro te" (v. 1). È un esagerazione.

    Similitudine: "Ti pare il sopravvivere un rifiuto d'obbedienza alle cose" (v. 6-7).

    Anastrofe: "E nello schianto del vetro alla finestra è la condanna" (vv. 7-8)



    Spiegazione per parola

    1. Le luci...spengono: il marcare della corrente, per l'interruzione dell'energia elettrica.
    2. A una raffica: da una raffica di vento.
    3. Schianto: il rumore secco e improvviso, violento del vetro che si infrange.
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    Goal - Saba: parafrasi, analisi e commento



    La poesia "Goal" è stata scritta dal poeta Umberto Saba e fa parte della raccolta Cinque poesie per il gioco del calcio, che a loro volta fanno parte della serie Parole (1933-34). La raccolta Parole (1934) è la prima del terzo volume del Canzoniere: si distingue per l’attenzione che Saba vi manifesta per le ricerche promosse in quegli anni dai poeti ermetici. Tuttavia una profonda differenza separa l’esperienza ermetica da questa nuova fase della produzione sabiana. Lo documenta Goal, ultima poesia di una serie intitolata Cinque poesia per il gioco del calcio, in cui Saba utilizza il motivo del popolarissimo sport (il poeta era tifoso della Triestina) per ribadire il suo bisogno di partecipazione e identificazione con l’animo popolare.


    Testo

    Il portiere caduto alla difesa
    ultima vana, contro terra cela
    la faccia, a non veder l’amara luce.
    Il compagno in ginocchio che l’induce,
    con parole e con mano, a rilevarsi,
    scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

    La folla- unita ebrezza - per trabocchi
    nel campo. Intorno al vincitore stanno,
    al suo collo si gettano i fratelli.

    Pochi momenti come questo belli,
    a quanti l’odio consuma e l’amore,
    è dato, sotto il cielo, di vedere.

    Presso la rete inviolata il portiere
    - l’altro - è rimasto. Ma non la sua anima,
    con la persona vi è rimasta sola.
    La sua gioia si fa una capriola,
    si fa baci che manda di lontano.
    Della festa - egli dice - anch'io son parte.



    Parafrasi

    Il portiere tuffatosi nell'inutile
    ultimo tentativo di difendere la porta,
    nasconde il volto a terra,
    per non rivedere la luce.
    Il compagno in ginocchio che lo incita
    a rialzarsi, con parole e con gesti,
    scopre che i suoi occhi sono pieni di lacrime.

    Gli spettatori, uniti nell'euforica esultanza,
    pare che dilaghino nel campo. Avvicinatosi all'autore del goal,
    i compagni di squadra gli si gettano al collo.
    Ben pochi sono i momenti belli come questo,
    per gli uomini oppressi dall'odio e dall'amore,
    a cui è possibile trarne godimento nella vita terrena.

    Nella porta che non ha subito goal è rimasto
    l'altro portiere da solo. Ma la sua anima
    non è rimasta sola come il suo corpo.
    La sua gioia è espressa con una capriola,
    e baci che manda da lontano.
    Egli dice: «Anch'io sono parte della festa».


    Parafrasi discorsiva:
    Il portiere caduto in un inutile tuffo dopo aver tentato l'estrema difesa della porta si nasconde il volto per non vedere la luce del giorno che mostra la realtà triste per lui che ha subito un goal.
    Un compagno si mette in ginocchio e lo invita a rialzarsi e si accorge che sta pure piangendo.
    I tifosi sono percorsi da uno stato di esaltazione che li unisce.
    I compagni di squadra vanno ad abbracciare il realizzatore del goal.
    Agli uomini nella vita terrena è consentito di vedere pochi momenti belli come questo.
    L'altro portiere, quello della squadra che ha segnato è rimasto solo nella persona ma non nella sua anima difatti per la gioia fa una capriola, per sentirsi vicino ai suoi compagni e manda baci a distanza.
    Anche io (Umberto Saba) mi sento partecipe di questa festa.



    Analisi del testo

    Schema metrico: tre strofe di sei endecasillabi; rimano sempre il terzo e quarto verso di ognuna; inoltre l’ultimo verso di ogni strofa rima con il primo della successiva.

    Saba fu il primo scrittore della nostra letteratura a occuparsi di calcio: prima di lui sul gioco più popolare erano fiorite le cronache e le narrazioni dei giornali sportivi, ma mai nessun poeta aveva pensato di assumerlo come materia di rappresentazione artistica. La scelta tematica è bene intonata alle scelte di poetica di Saba: egli intendeva fare della poesia una pratica quotidiana, voleva accostarsi alla vita della gente comune, anche nei suoi tristi gesti rituali, come possono esserlo quelli dei tifosi di calcio amorevolmente descritti nelle Cinque poesie per il gioco del calcio.

    In Goal la suddivisione in tre strofe corrisponde esattamente alle tre immagini in cui si concentra l’attenzione del poeta, ciascuna dedicata alla rappresentazione di un sentimento:
    1. il dolore del portiere battuto;
    2. l’ebbrezza della folla, che partecipa alla gioia della squadra che ha segnato;
    3. la gioia solitaria dell’altro portiere.

    Tale struttura mette in luce il gusto sabiano per l’antitesi: il dolore per la sconfitta e la gioia per la vittoria sono messi direttamente a confronto e si incarnano per così dire nelle figure dei due portieri.
    Tuttavia l’antitesi non è banale: il portiere della squadra che ha segnato, infatti, partecipa solo di lontano alla gioia dei suoi compagni: è nello stesso tempo escluso (a causa del suo ruolo, che gli impedisce di abbandonare la porta) e coinvolto ( a causa del suo desiderio di partecipare al festeggiamento). Egli è, quindi, in una condizione simile a quella che Saba attribuisce a se stesso, innamorato della vita, ma bisognoso di un cantuccio riparato e protetto dal quale contemplarla da una certa distanza. Già la prima delle Cinque poesie, Squadra paesana, dedicata agli undici giocatori della Triestina, si concludeva con le parole "V’ama / anche per questo il poeta, dagli altri / diversamente ugualmente commosso".

    I due portieri di Goal, come gli altri giocatori e i tifosi ritratti da Saba, sono giovani: appartengono cioè al nutrito gruppo dei ragazzi del Canzoniere, attraverso cui il poeta rappresenta il proprio amore verso la pienezza vitale che è consentita alla gioventù. Anche per questo il tono generale della poesia è piuttosto gioioso: le immagini liete prevalgono su quelle dolorose, e le lacrime del primo portiere, essendo legate a un gioco, non manifestano un dolore esistenziale profondo, ma una delusione piuttosto superficiale. Solo nella strofa centrale, laddove emerge una riflessione più amara, la sintassi si fa improvvisamente più complessa e difficile: gli uomini sono definiti "quanti l’odio consuma e l’amore"; i momenti belli come questo che la vita può offrire sono pochi.



    Figure retoriche

    Sinestesia: "amara luce" (v. 3). Amara = senso del gusto, luce = senso della vista.

    Anafora: "si fa" (vv. 16-17).

    Enjambements: vv. 1-2; 2-3; 7-8; 13-14; 14-15.

    Iperbato: "scopre pieni di lacrime i suoi occhi" (v. 6).

    Iperbato: "anch'io son parte" (v. 18).

    Anastrofe: "Intorno al vincitore stanno, al suo collo si gettano i fratelli" (vv. 8-9).

    Anastrofe: "Presso la rete inviolata il portiere - l’altro - è rimasto" (vv. 13-14).

    Antitesi: "a quanti l’odio consuma e l’amore, è dato" (vv. 11-12). Cioè l'odio e l'amore.

    Metafora: "la sua gioia si fa una capriola / si baci" (v. 16). La gioia sembra avere una vita propria.

    Paronomasia = "ginocchio ... occhi" (vv. 4-6).



    Spiegazione per parola:

    • Caduto… ultima vana: caduto in un inutile tuffo, dopo aver tentato l’estrema difesa della porta nonostante il pallone avesse già superato la linea di porta.
    • Cela: nasconde.
    • L’amara luce: la luce del giorno mostra la realtà triste per lui che ha subito un goal.
    • L'induce: lo incita, lo costringe.
    • Rilevarsi: rialzarsi, sollevare la faccia da terra.
    • Unita ebbrezza: i tifosi, dopo il goal, sono percorsi da uno stato di esaltazione collettiva che li unisce in un'unica entità.
    • Trabocchi: riversi, dilaghi, esca fuori, non sia più contenuta.
    • I fratelli: i compagni di squadra, che per la felicità, si stringono attorno all'autore del goal, sentendosi uniti a lui come dei fratelli.
    • Pochi… di vedere: agli uomini (indicati con la perifrasi a quanti l’odio consuma e l’amore = che conoscono direttamente i sentimenti, le passioni di odio e amore), nella vita terrena (sotto il cielo) è consentito di vedere pochi momenti belli come questo. La costruzione è resa assai complessa dalle inversioni sintattiche.
    • L’altro: il portiere della squadra che ha segnato.
    • Con la persona vi è rimasto sola: il soggetto è il portiere del v. 13, che è rimasto presso la rete con la sola persona fisica, mentre la sua anima è corsa assieme a quella dei compagni in campo.
    • La sua gioia si fa una capriola: per la gioia il portiere fa una capriola, per sentirsi vicino ai compagni.



    Commento

    Nelle Cinque poesie per il gioco del calcio, Saba ha messo in evidenza alcuni momenti e impressioni dello spettacolo sportivo: i calciatori, il pubblico, episodi di incontri, vicende di partite vissute, fra gioia e tristezza, insieme con tutta la città. Il poeta affronta un tema insolito per la letteratura italiana  e lo descrive con estrema semplicità ma senza sfociare in interessi puramente occasionali e pretestuosi. L'attenzione è focalizzata su uno dei momenti più rappresentativi di una partita: il momento del goal, che trasforma il gioco di squadra in un confronto diretto e individuale fra attaccante e portiere.
    Quello che c'è di stupendo è che in un gioco fisico, a volte rude, come il calcio ci si possa trovare ispirazione per fare poesia e, Saba, ne coglie l'occasione per interessarsi del risvolto umano della situazione con le diverse reazioni psicologiche dei personaggi della scena: il dolore del portiere, che un solo compagno viene a consolare, scoprendo il suo volto, prima nascosto contro la terra, in lacrime;  l'esultanza del pubblico, che sembra riversarsi sul campo; il festoso abbraccio dei compagni che si stringono attorno all'autore del goal, sentendosi come "fratelli".
    Meno convincente per lo stesso Saba è il contenuto riflessivo dei vv. 10-12 da lui ritenuti troppo freddi in quanto a loro manca la meraviglia di quando si scoprono le cose per la prima volta.
    Altro confronto interessante è quello dei due portiere: quello battuto viene consolato, quello che non ha subito gol è rimasto solo ma dimostra attraverso la sua esultanza individuale che la sua anima è in festa come quella dei suoi compagni di squadra.
    Saba dicendo la frase: "Anche io son parte" vuole dirci che i sentimenti come la felicità e il dolore sono soprattutto nel cuore dell'uomo, che, spettatore o protagonista, ne è comunque partecipe.
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    Città vecchia - Saba: parafrasi, analisi e commento



    La poesia "Città vecchia" è stata scritta dal poeta Umberto Saba nel 1912 e fa parte della raccolta Trieste e una donna (1910-12) del Canzoniere. I temi trattati sono la solidarietà, il bisogno di comunicare con gli altri, il senso del mistero colto negli aspetti più umili della vita.


    Testo

    Spesso, per ritornare alla mia casa
    prendo un'oscura via di città vecchia.
    Giallo in qualche pozzanghera si specchia
    qualche fanale, e affollata è la strada.

    Qui tra la gente che viene che va
    dall'osteria alla casa o al lupanare
    dove son merci ed uomini il detrito
    di un gran porto di mare,
    io ritrovo, passando, l'infinito
    nell'umiltà.
    Qui prostituta e marinaio, il vecchio
    che bestemmia, la femmina che bega,
    il dragone che siede alla bottega
    del friggitore.
    la tumultuante giovane impazzita
    d'amore,
    sono tutte creature della vita
    e del dolore;
    s'agita in esse, come in me, il Signore.

    Qui degli umili sento in compagnia
    il mio pensiero farsi
    più puro dove più turpe è la via.



    Parafrasi

    Spesso per tornare a casa mia
    prendo una via buia della città vecchia
    il color giallo di qualche fanale si specchia in qualche pozzanghera
    e la strada è piena di persone

    Qui tra il via vai della gente
    tra l'osteria e la casa o a donne di malaffare,
    dove gli uomini sono merci e sono come i residui
    di un gran porto di mare,
    io qui trovo quando passo l'infinito
    nell'umiltà.
    Qui la prostituta, il marinaio e il vecchio che
    bestemmia la ragazza che litiga,
    il soldato che siede alla bottega
    del friggitore,
    la giovane agitata e impazzita
    d'amore,
    sono tutte creature della vita
    e del dolore;
    in loro e in me che le vedo c'è il Signore.

    Qui sento la compagnia delle persone più umili
    e il mio pensiero si fa più puro
    più puro è il pensiero dove la vita è più turpe.



    Analisi del testo

    Schema metrico: tre strofe di versi dispari, di cui la prima è una quartina di endecasillabi rimata e assonanzata ABBA. Segue una strofa lunga di endecasillabi, quinari, un settenario e un trisillabo; gli ultimi versi sono due endecasillabi in rima intervallati da un settenario.

    Il testo è scandito in tre momenti:
    1. il primo è narrativo: Spesso… / prendo un’oscura via;
    2. il secondo è descrittivo: Qui tra la gente che viene che va /dall’osteria alla casa o al lupanare;
    3. il terzo racchiude nei tre versi finali una sentenza conclusiva, come sintesi fra il momento oggettivo della narrazione e quello soggettivo della descrizione.

    La lirica evidenzia alcuni temi più caratteristici di Saba:
    • l'attrazione per i personaggi delle classi più umili, in quanto dotati di maggiore vitalità e di minore consapevolezza (è il cosiddetto populismo di Saba, diverso da quello manzoniano);
    • una religiosità istintiva, legata alla convinzione che tutti gli esseri viventi siano partecipi della medesima realtà superiore (il Signore, cioè il principio della vita, s’agita in tutte le creature, anche le più semplice, così come nel poeta stesso);
    • l'idea che la vita sia sostanzialmente dolore. I due termini tornano affiancati (come avviene anche nella poesia La capra nei vv. 17-18.

    Scaturisce da ciò la particolare posizione del poeta. Egli non è privo di consapevolezza di vivere: è un intellettuale, a differenza del popolo. Ciò permette la nascita della poesia, ma contemporaneamente questo privilegio costituisce, per lui, una condanna: non può infatti partecipare nel modo più pieno (cioè più istintivo) alla vita di tutti.
    A conferma dell’attenta costruzione letteraria del testo, si noti come le tre strofe siano collegate da una sottile rete di rimandi interni:
    • la strada, alla fine della prima strofa, e la via alla fine della terza;
    • nell’umiltà, nella seconda strofa, e degli umili nella terza.
    • Si osservi anche l’anafora (ripetizione) Qui… Qui… Qui…, nella seconda e nella terza strofa.



    Figure retoriche

    Ossimoro: "l'infinito nell'umiltà" (vv. 9-10). Non è un vero è proprio ossimoro, anche se lo si può considerare tale perché c'è più o meno un accostamento di due parole di significato opposto, difatti l'umiltà non può contenere l'infinito, appunto perché è una cosa infinita.

    Iperbole: "tumultuante giovane impazzita d'amore" (vv. 15-16). L'iperbole (che si usa per esagerare un concetto tramite termini esagerati, sia per difetto, che per eccesso) viene utilizzata per sottolineare la frenesia, l'impetuosità dell'amore che ha 'investito' quella giovane ragazza "pazza d'amore".

    Assonanze: "casa-strada" (vv. 1-4), "va-umiltà" (vv. 5-10).

    Antitesi: "viene-va" (v. 5), "della vita e del dolore" (vv. 17-18) "puro-turpe" (v. 22).

    Anafora: "Qui" (vv. 5-11-20).

    Iperbato: "Giallo in qualche pozzanghera si specchia qualche fanale" (vv. 3-4).

    Anastrofe: son merci ed uomini il detrito / s'agita in esse come in me, il Signore.

    Anastrofe: "e affollata è la strada" (v. 4)

    Metafora: "uomini il detrito si è di un gran porto di mare" (vv. 7-8)

    Enjambements = vv. 3-4; 7-8; 13-14; 15-16; 17-18; 21-22.



    Spiegazione per parola

    1. Città vecchia: i quartieri popolari del porto. Come scrisse lo stesso poeta, assai, essi erano la parte più antica e più incontestabilmente italiana della città, e furono poi, senza necessità, abbattuti.
    2. Lupanare: postribolo, bordello.
    3. Dove son… di mare: dove uomini e merci rappresentano come i rifiuti, gli scarti abbandonati di un grande porto di mare, quello di Trieste.
    4. Bega: litiga (dialettismo).
    5. Dragone: soldato di cavalleria.
    6. Siede alla bottega: si direbbe che qui cita Leopardi, più precisamente nel Sabato del villaggio (v. 8 "Siede con le vicine"; vv. 34-35 "che veglia / nella chiusa bottega").
    7. Friggittore: venditore di vivande fritte.
    8. Tumultuante: si riferisce all'agitazione e alla vitalità della passione amorosa.
    9. Dove più turpe è la via: la purezza nasce da ciò che apparentemente ne è più lontano.



    Commento

    Città vecchia è una lirica che va considerata come un modello della poesia di Saba che segue sempre una costante: l'immettere la sua vita nella vita di tutti, essere come tutti gli uomini di tutti i giorni.

    Si può definire come un viaggio attraverso la città, attraverso il male che c'è nella vita, in cui scopre la presenza di Dio. Qui viene descritto un angolo popolare di Trieste senza cadere mai nel populismo e in tematiche simili, perché il poeta in questo mondo ci vive dentro, lo sente come un mondo popolato da creature simili a lui e come lui sentono che sostanzialmente la vita è dolore. Nel mondo umile, che anima i vicoli stretti e bui, Saba ritrova l'essenza dell'umanità e la consapevolezza che chiunque, anche il più derelitto degli uomini, è partecipe del mistero della vita (Dio s'agita in tutte le creature, come nel poeta stesso) che accomuna tutti gli esseri viventi. Grazie a tale scoperta, il poeta può sentirsi vicino e uguale a questa umanità, provando di conseguenza un personale senso di liberazione. La poesia trova la sua forza proprio nella descrizione sentimentale del poeta nei confronti del mondo descritto.
    La poesia nasce da abitudini semplici, quotidiane; la città sembra un prolungamento della casa. Il poeta sa riconoscere, negli aspetti più umili della vita, il senso dell’infinito, dell’assoluto. Vivere per Saba significa soffrire ma anche respirare in una dimensione d’istintiva religiosità. È tipico di Saba il bisogno di unirsi con gli altri uomini (il sentimento religioso della fratellanza).
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    Trieste - Saba: parafrasi, analisi e commento



    La poesia "Triste" è stata scritta dal poeta Umberto Saba e fa parte della raccolta Trieste e una donna (1910-12) del Canzoniere.


    Testo

    Ho attraversata tutta la città.
    Poi ho salita un'erta,
    popolosa in principio, in là deserta,
    chiusa da un muricciolo:
    un cantuccio in cui solo
    siedo; e mi pare che dove esso termina
    termini la città.

    Trieste ha una scontrosa
    grazia. Se piace,
    è come un ragazzaccio aspro e vorace,
    con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
    per regalare un fiore;
    come un amore
    con gelosia.
    Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
    scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
    o alla collina cui, sulla sassosa
    cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
    Intorno
    circola ad ogni cosa
    un'aria strana, un'aria tormentosa,
    l'aria natia.

    La mia città che in ogni parte è viva,
    ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
    pensosa e schiva.



    Parafrasi

    Ho attraversato tutta la città.
    Poi ho percorso una strada in salita,
    trafficata in principio e poi deserta,
    che terminava con un piccolo muro:
    un angolino in cui siedo
    solo; e mi pare che dove esso finisce,
    finisca anche la città.

    Trieste ha una grazia
    scontrosa. Se piace,
    è come un ragazzaccio dal carattere aspro e vorace,
    dagli occhi azzurri e mani troppo grandi
    per regalare un fiore;
    come un amore
    pervaso dalla gelosia.

    Da questa salita ogni chiesa, e ogni via della città (di Trieste)
    scopro, e posso scorgere fino all'affollata spiaggia
    o alla collina in cui sulla cima
    ricoperta di sassi, sorge un casa, l'ultima, come se si aggrappasse.
    Intorno
    ad ogni cosa
    c'è un'aria strana e tormentosa,
    è l'aria del paese natio (del luogo in cui sono nato).

    La mia città è viva in ogni sua parte
    e mi riserva un cantuccio solo per me, adatto alla mia vita
    pensosa e solitaria.



    Analisi del testo

    Metrica: strofe irregolari di endecasillabi, settenari e quinari (ad eccezione del v. 19) liberamente disposti. Numerose le rime baciate.


    "Trieste" è la prima poesia di Saba che testimonia la sua volontà di cantare Trieste proprio in quanto tale, e non solo come città natale. Saba ama osservare la realtà che gli sta attorno, che lo circonda.

    Prima strofa: il poeta descrive la strada in salita che conduce alla collina affollata, vivace, rumorosa all'inizio e sempre più solitaria alla fine. Percorrendo la strada giunge in un piccolo spazio chiuso da un muricciolo, "un cantuccio" che segna il confine della città e lì il poeta siede solo ma non diviso dal mondo che ama.

    Seconda strofa: Qui paragona Trieste a "un ragazzaccio aspro e vorace", facendola diventare un personaggio vivo e autonomo. Il ragazzo possiede una grazia innata, una bellezza spontanea e naturale; i suoi "occhi azzurri", che riflettono il colore del mare di Trieste, evocano tenerezza. Le sue mani sono grandi per compiere atti gentili (come regalare un fiore) ma dietro questa apparenza si nasconde una grande dolcezza. Questo contrasto viene identificato dal poeta come un amore tormentato dalla gelosia. Dall'alto della salita che gli consente di avere una visione panoramica di tutta la sua città, gli pare che "ogni chiesa, ogni via", "l’ingombra spiaggia" e "la collina", gli appartengano e che sono avvolti nell' “aria natia” che è anche un'aria strana e tormentosa.

    Terza strofa: Dalla sua postazione, il cantuccio, ossia una difesa  o un riparo protettivo in poeta fa le sue riflessioni, osserva la vita intorno senza farne parte, ma senza neppure sentirsi estraniato. Sa di poter trovare nella città uno spazio adatto alla sua vita "pensosa e schiva".

    Livello lessicale
    : Trieste nella prima strofa viene identificata con il termine "la città" (nome comune di cosa), nella seconda assume il nome proprio e nella terza "la mia città". Questa differenza serve a indicare il passaggio da una visione oggettiva a una soggettiva.



    Figure retoriche

    Enjambements = vv. 5-6; 8-9; 11-12; 15-16.

    Similitudine = "come un ragazzaccio" (v. 10).

    Similitudine = "come un amore" (v. 13).

    Interiezione = "un'aria strana, un'aria tormentosa" (v. 21).

    Personificazione = "Trieste" (v. 8). Nomina la città come se fosse dotata di vita propria.

    Ipallage = "Alla mia vita pensosa e schiva" (vv. 24-25).

    Iperbato= "Intorno / circola ad ogni cosa" (vv. 19-20).

    Anastrofe = "da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via scopro" (v. 15-16).

    Chiasmo = "popolosa in principio, in là deserta" (v. 3).

    Allitterazione = "solo siedo" (vv. 5-6).

    Poliptoto = "termina /termini" (vv. 6-7).

    Ossimoro = "scontrosa grazia" (vv. 8-9).

    Ossimoro = "amore / gelosia" (vv. 13-14)



    Spiegazione per parole

    1. Erta: altura, strada in salita che porta alla collina.
    2. Aspro: rude.
    3. Vorace: ingordo, goloso.
    4. Un amore con gelosia: un amore tempestoso, turbato, pieno di inquietudine, di contraddizioni, di tormento. (Simile ai vv. 51-52 della poesia A mia moglie).
    5. Mena: conduce.
    6. Ingombrata: affollata, piena di bagnanti.
    7. L'aria natia: aria di casa.
    8. Pensosa e schiva: questo modo di accoppiare gli aggettivi è forse derivato da Leopardi (si pensi ad esempio agli occhi di Silvia, "ridenti e fuggitivi"). Saba li usa per descrivere e accentuare il suo carattere chiuso e prudente.



    Commento

    Trieste è tra i temi in assoluto più cari a Saba, un tema che si estende, pur attraverso modi e prospettive ogni volta differenti, da un capo all'altro del Canzoniere. Il poeta ama Trieste quasi al di là del fatto che sia la sua città: perché è una città affollata e in continuo movimento, dal momento che si affaccia sul porto, e questo senso di movimento dona giovinezza alla città (un po' come i bambini che non riescono mai a stare fermi un momento).
    Trieste non è solo questo per Saba, in quanto la considera un luogo privilegiato anche per il suo carattere contraddittorio: è una città portuale, aperta, disinibita e sempre giovane di vita nuova e fresca, ma allo stesso tempo è una città riservata e diffidente, graziosa e scontrosa.
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    La capra - Saba: parafrasi, analisi e commento



    La poesia "La capra" è stata scritta dal poeta Umberto Saba e fa parte della raccolta Casa e campagna, una delle più antiche del Canzoniere con le sue sei liriche risalenti al 1909-10. Il poeta incontra per caso una capra solitaria, e in essa vede materializzarsi il destino di sofferenza proprio di qualsiasi esistenza.



    Testo

    Ho parlato ad una capra.
    Era sola sul prato, era legata.
    Sazia d'erba, bagnata
    dalla pioggia, belava .

    Quell'uguale belato era fraterno
    al mio dolore. Ed io risposi, prima
    per celia, poi perché il dolore è eterno,
    ha una voce e non varia.
    Questa voce sentiva
    gemere in una capra solitaria.

    In una capra dal viso semita
    sentiva querelarsi ogni altro male,
    ogni altra vita.



    Parafrasi

    Ho parlato a una capra.
    Era legata in un prato ed era sola.
    Aveva appena mangiato, era bagnata
    per la pioggia e belava.
    Quel belato mi sembrava solidale con il mio dolore.
    Ed io risposi, prima
    per scherzo, poi perché il dolore è eterno,
    ha un'unica voce ed è immutabile.
    Sentivo questa voce
    gemere nel verso di una capra solitaria.
    In una capra dal viso simile a quello degli ebrei,
    sentivo il lamento di tutti i mali,
    di ogni altra creatura.


    Parafrasi discorsiva:
    Ho avuto modo di parlare con una capra, aveva da poco finito di mangiare l'erba e belava in solitudine sul prato, nella quale era legata.
    Il suo belare era continuo e monotono come il mio dolore. Ed io prima risposi inizialmente per scherzo, poi perché ricordai che il dolore è eterno, con una voce sempre identica (monotona) proprio come il belato della capra che sentivo gemere in essa.
    In una capra dal volto simile a quello degli ebrei (forse per via della barbetta) riuscivo a sentire il lamentarsi di tutti i mali di ogni essere vivente.



    Analisi del testo

    Schema metrico: tre strofe irregolari di endecasillabi e settenari (l'ultimo verso è però un quinario), legati da rime e assonanze liberamente disposte.

    La poesia si suddivide in tre strofe.
    1. La prima ha un carattere descrittivo. Il primo verso suona quasi provocatorio, con la sua azione insolita: l'immagine del poeta che parla con la capra rientra nel sentimento di intima partecipazione al mondo animale che è caratteristico di Saba, ma il tono, così diretto e realistico, suscita in prima battuta il sorriso del lettore.
    2. La seconda strofa racconta l'episodio, il fatto. Il poeta risponde all'animale, prima per scherzo, poi sulla base di una motivazione più profonda: il belato della capra esprime un dolore universale, un male di vivere che è lo stesso per tutti gli esseri viventi. Il brusco mutamento di tono costituisce una spia e un richiamo al lettore: non di uno scherzo si tratta, ma di una raffigurazione simbolica.
    3. La terza strofa, di carattere sentenzioso, enuncia la conclusione: Saba mette in rapporto (attraverso il parallelismo: ogni altro male / ogni altra vita) i due termini male e vita. La pena del poeta si fa specchio, e risonanza, della pena che unisce ogni essere vivente: la fraternità universale si rivela dunque come una fraternità radicata nel comune dolore.



    Figure retoriche

    Assonanze = "capra-legata" (vv. 1-2), "bagnata-belava" (vv. 3-4), "prima-sentiva" (vv. 6-9), "semita-sentiva" (vv. 11-12).

    Similitudine sottintesa = "Quell'uguale belato era fraterno" (v. 5). Seppure non è esplicita nel testo lui paragona il suo dolore a quello della capra.

    Iperbole = "il dolore è eterno" (v. 7).

    Metafora = "In una capra dal viso semita" (v. 11).

    Sineddoche = "In una capra dal viso semita sentiva querelarsi ogni altro male, ogni altra vita" (vv. 11-12-13).

    Anafora = "sentiva" (vv. 9-12).

    Enjambements = vv. 3-4; 5-6; 6-7; 9-10; 11-12.

    Sono presenti diverse rime liberamente disposte come fraterno-eterno, varia-solitaria, semita-vita.



    Spiegazione per parola

    1. Uguale: sempre uguale a se stesso, continuo e monotono.
    2. Fraterno: affine.
    3. Per celia: per scherzo.
    4. Una voce: una sola, sempre identica, proprio come il belato della capra.
    5. Sentiva: io sentivo, come al v. 12.
    6. Viso semita: il muso della capra ricorda al poeta i tratti tipici di un volto ebraico (semita). Saba era ebreo per parte di madre. Ed il suo nome "Saba" significa pane per ricordare la madre.
    7. Querelarsi: lamentarsi.
    8. Vita: essere vivente.



    Commento

    In questa breve poesia Saba esprime in modo oggettivo, cioè senza scoppiare in lamenti e gridi suscitati da dolorose vicende private, la propria pessimistica concezione della vita, che ricorda sia il pessimismo cosmico leopardiano sia il montaliano "male di vivere".
    Lo spunto alla meditazione sul dolore e sul male è infatti offerto da una capra solitaria, colta in un momento di disagio ("sazia" sì, ma "legata" e "bagnata dalla pioggia"), alla quale il poeta si sente vicino perché accomunato ad essa, come a tutti gli altri esseri viventi, da un'identica ed eterna legge di dolore. Il dialogo tra Saba e la capra sta a significare che cerca un colloquio con ogni realtà della vita.
    Perciò la risposta del poeta (dapprima scherzosa) a "quell'uguale belato" non sembra più ridicola o buffa (come al primo verso), ma profondamente seria e partecipe perché si tratta di un sentimento di fratellanza, originato da una comune condizione di sofferenza.
    Nella strofa finale, dopo il progressivo allargamento d'orizzonte dall'animale all'umano, la dimensione del dolore si estende all'universale (allude alle persecuzioni patite, nei secoli, dal popolo ebraico). E l'anafora finale lega in modo indissolubile i due termini "male " e "vita", con una considerazione che può dirsi ancor più pessimistica di quella espressa da Leopardi nel Canto notturno: "a me la vita è male".
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    A mia moglie - Saba: parafrasi, analisi e commento


    Umberto Saba con Lina… l'amata moglie

    La poesia "A mia moglie" è stata scritta dal poeta Umberto Saba nel 1910 e fa parte della sezione del Canzoniere intitolata Casa e campagna, che comprende sei poesie scritte dal 1909-10. I temi trattati sono la celebrazione delle virtù femminili, l'intimità domestica e familiare, la bellezza e la bontà della natura.


    Testo

    Tu sei come una giovane
    una bianca pollastra.
    Le si arruffano al vento
    le piume, il collo china
    per bere, e in terra raspa;
    ma, nell'andare, ha il lento
    tuo passo di regina,
    ed incede sull'erba
    pettoruta e superba.
    È migliore del maschio.
    È come sono tutte
    le femmine di tutti
    i sereni animali
    che avvicinano a Dio.
    Così se l'occhio, se il giudizio mio
    non m'inganna, fra queste hai le tue uguali,
    e in nessun'altra donna.
    Quando la sera assonna
    le gallinelle,
    mettono voci che ricordan quelle,
    dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
    ti quereli, e non sai
    che la tua voce ha la soave e triste
    musica dei pollai.
    Tu sei come una gravida
    giovenca;
    libera ancora e senza
    gravezza, anzi festosa;
    che, se la lisci, il collo
    volge, ove tinge un rosa
    tenero la tua carne.
    Se l'incontri e muggire
    l'odi, tanto è quel suono
    lamentoso, che l'erba
    strappi, per farle un dono.
    È così che il mio dono
    t'offro quando sei triste.
    Tu sei come una lunga
    cagna, che sempre tanta
    dolcezza ha negli occhi,
    e ferocia nel cuore.
    Ai tuoi piedi un santa
    sembra, che d'un fervore
    indomabile arda,
    e così ti riguarda
    come il suo Dio e Signore.
    Quando in casa o per via
    segue, a chi solo tenti
    avvicinarsi, i denti
    candidissimi scopre.
    Ed il suo amore soffre
    di gelosia.
    Tu sei come la pavida
    coniglia. Entro l'angusta
    gabbia ritta al vederti
    s'alza,
    e verso te gli orecchi
    alti protende e fermi;
    che la crusca e i radicchi
    tu le porti, di cui
    priva in sé si rannicchia,
    cerca gli angoli bui.
    Chi potrebbe quel cibo
    ritoglierle? chi il pelo
    che si strappa di dosso,
    per aggiungerlo al nido
    dove poi partorire?
    Chi mai farti soffrire?
    Tu sei come la rondine
    che torna in primavera.
    Ma in autunno riparte;
    e tu non hai quest'arte.
    Tu questo hai della rondine:
    le movenze leggere;
    questo che a me, che mi sentiva ed era
    vecchio, annunciavi un'altra primavera.
    Tu sei come la provvida
    formica. Di lei, quando
    escono alla campagna,
    parla al bimbo la nonna
    che l'accompagna.
    E così nella pecchia
    ti ritrovo, ed in tutte
    le femmine di tutti
    i sereni animali
    che avvicinano a Dio;
    e in nessun'altra donna.



    Parafrasi

    Donna sei giovane come una gallina di color bianco, con le piume che si irrigidiscono per il vento, col collo che si abbassa per bere, e che scava la terra; ma il tuo lento camminare ti fa apparire come una regina che avanza sull'erba con possanza e sicurezza. Meglio dell'essere (o sesso) maschile e come tutte le altre creature (animali) femmine che si avvicinano a Dio.
    Non vorrei sbagliarmi ma credo che tu (riferito alla moglie) sei unica nel mondo animale e non puoi essere paragonata a nessun altra donna.
    Quando giunge la sera le galline già dormono e producono suoni che mi ricordano quei tuoi dolcissimi lamenti che fai quando qualcosa non ti va bene, e non ti rendi conto che la tua voce e simile al chiocciare dei pollai. Sei come la femmina del bue (giovenca), libera da ogni fastidio (dal peso della gravidanza), anzi gioiosa che se viene accarezzata nel collo lo sposta verso il colore rosaceo della sua pelle.
    Se ti imbatti in lei e la senti muggire, è così lamentosa che strappi l'erba in dono per farla zittire. È così io ti offro il dono della poesia per quando sarai triste.
    Tu sei come una cagna allungata ai piedi del padrone che contempla con dolcezza e ferocia (come l’amore per gelosia o difesa). Ai tuoi piedi sembra una santa che arde di una passione indomabile,  e così ti guarda, come se tu fossi il suo Dio e Signore.
    Quando in casa o fuori, chiunque ti si avvicini, le mostra i denti per via della gelosia.
    Tu sei come la paurosa coniglia, che ti alzi in piedi dentro la stretta gabbia, e tendi verso te le orecchie lunghe e irrigidite appena mi vedi arrivare con la crusca e il radicchio (cibo), mentre quando ne sei sprovvista rimani rannicchiata su te stessa, nascosta in cerca di angoli bui. Chi gli toglierebbe il cibo sapendo che si strapperà i peli per fare la tana ai suoi piccoli? Chi potrebbe pensare ti farti del male?
    Tu sei come la rondine che ritorna in primavera e riparte in autunno, anche se non hai queste sue determinate capacità. Della rondine possiedi il suo modo di muoversi e di atteggiarsi, questo, cioè che mi sentivo ed ero vecchio e segnavi l’inizio di un'altra primavera.
    Tu sei come la previdente formica, tipico racconto popolare che le nonne raccontano ai bambini mentre si recano in campagna.
    Ti ritrovo anche nell'ape, e in tutti gli altri esseri animali femminili che avvicinano a Dio, ma non in nessun altra donna.



    Analisi del testo

    Metrica: sei strofe libere di settenari, con rari endecasillabi, quinari (due, ai vv. 19 e 52) e trisillabi (uno, al v. 26, che formerebbe tuttavia un endecasillabo se unito al settenario che lo precede; il bisillabo al v. 56 è l'unico fuori metro). Numerose le rime, liberamente e irregolarmente disposte.

    La poesia è basata su una struttura assai semplice: ognuna delle sei strofe introduce il paragone tra la moglie e un animale (due animali nella sesta e ultima strofa):
    • Lina assomiglia alla gallina per il modo di camminare e per il tono della voce quando si duole;
    • a una giovenca gravida, il cui muggito lamentoso fa venire voglia di donarle qualcosa, per consolarla;
    • a una cagna fedele, che nel suo affetto non vede altro che il padrone;
    • alla coniglia, timorosa e indifesa, a cui nessuno può fare del male;
    • alla rondine, per la grazie giovanile con cui si muove (e anche perché è fedele al nido);
    • alla formica previdente, che accumula provviste e bada alla casa;
    • all'ape, che lavora instancabilmente.
    I primi quattro sono animali domestici e la similitudine impostata dal poeta può sembrare provocatoria: si tratta infatti di animali il cui nome è spesso usato come offesa, soprattutto se riferito a una donna.
    La gallina è emblema di scarsa intelligenza, la giovenca di scarsa bellezza, la cagna di scarsa pudicizia, la coniglia di scarso coraggio. Logico che, al suo apparire, la poesia suscitasse un po' di scandalo e allegre risate, come lo stesso Saba ricordò in Storia e cronistoria del Canzoniere. 
    In realtà, il poeta capovolge il valore negativo di questi paragoni attribuendo alle femmine degli animali domestici una serie di virtù che culminano con l'affermazione "avvicinano a Dio".

    Gli ultimi tre animali, descritti più brevemente, sono femmine solo linguisticamente (la rondine che torna in primavera può essere anche maschio; api e formiche sono praticamente asessuate). Il poeta considera la moglie simile a loro lodandola per la sua cura della casa e per l'operosità.



    Figure retoriche

    Similitudine: donna-gallina (v. 1)
    Similitudine: donna-giovenca (vv. 25-26)
    Similitudine: donna-cagna (vv. 38-39)
    Similitudine: donna-coniglia (vv. 53-54)
    Similitudine: donna-rondine (v. 69)
    Similitudine: donna-formica (v. 77-78)
    Similitudine: donna-ape (. 82)
    Similitudine: "e così...in tutte le femmine di tutti i sereni animali" (vv. 83-84)
    Similitudine: "come il suo Dio e Signore" (v. 46)


    Anafora = "Tu sei come" (vv. 1, 25, 38, 53, 69, 77)

    Assonanza = "scopre, soffre" (vv. 50-51); "orecchi, radicchi" (vv. 57-59); "cibo, nido" (vv. 63-66).

    Anastrofe = "il collo china" (v. 4); "in terra raspa" (v. 5); "il giudizio mio" (v. 27); "libera ancora" (vv. 29-30); "il collo volge" (vv. 34-35); "che l'erba strappi" (vv. 36-37); "il mio dono t'offro" (vv. 42-43); "una santa sembra" (vv. 42-43); "Chi potrebbe quel cibo/ ritoglierle?" (vv. 63-64).. In questi versi viene posticipato il verbo.

    Iperbato = "tanto è quel suono lamentoso" (vv. 33-34); "altri protende e fermi" (v. 58).

    Figura etimologica ="gravida gravezza" (vv. 25-28).

    Sinestesia = "rosa tenero" (vv. 30-31). La prima appartiene alla sfera sensoriale visiva, la seconda a quella tattile.

    Poliptoto = "tutte tutti" (vv. 12-12); "tutte tutti" (vv. 83-84).

    Metafore = "ha il lento tuo passo di regina" (vv. 6-7); "la tua voce ha la soave e triste musica dei pollai" (vv. 23-24); "Ai tuoi piedi una santa sembra" (vv. 42-43); "un'altra primavera" (v. 76).

    Enjambements = vv. 1-2; 3-4; 4-5; 6-7; 8-9; 11-12; 12-13; 13-14; 15-16; 16-17; 18-19; 20-21; 21-22; 22-23; 23-24; 25-26; 27-28; 29-30; 30-31; 32-33; 33-34; 34-35; 36-37; 38-39; 39-40; 40-41; 42-43; 43-44; 45-46; 47-48; 48-49; 49-50; 51-52; 53-54; 54-55; 55-56; 57-58; 59-60; 60-61; 63-64; 64-65; 65-66; 66-67; 69-70; 71-72; 75-76; 77-78; 78-79; 79-80; 80-81; 82-83; 83-84; 84-85; 85-86; 86-87.

    Gioco di parole: il coniglio non fa il nido, o per lo meno si costruisce la tana per i suoi figlioli, ma non il nido che è tipico degli uccelli.



    Spiegazione per parola:

    1. Incede: avanza (voce letteraria).
    2. Fra queste hai le tue uguali: la moglie non ha paragoni tra le altre donne, ma unicamente nel mondo animale, che per Saba è connotato da valori soltanto positivi.
    3. Assonna: il verbo è usato transitivamente, reca il sonno.
    4. Mettono voci: producono suoni.
    5. Onde: con le quali.
    6. Quereli: lamenti.
    7. La soave e triste / musica: l'enjambement sottolinea l'effetto quasi musicale del chiocciare serale all'interno del pollaio.
    8. Giovenca: la femmina del bue.
    9. Senza /gravezza: non appesantita, all'inizio della gravidanza. Il feto non è ancora cresciuto al punto di procurarle fastidio.
    10. Rosa / tenero: la sinestesia è evidenziata dall'enjambement.
    11. Se... muggire /l'odi: se ti imbatti in lei e la senti muggire.
    12. Una lunga / cagna: una cagna allungata per terra, ai piedi del padrone; la sua fedeltà è fata di dolcezza e ferocia, poiché l'amore può diventare gelosia o esprimersi come volontà di difesa.
    13. Una santa... Signore: la cagna contempla (riguarda) il suo padrone con lo stesso amore con cui una santa adora Dio. Al v. 43, infatti, fervore indica uno stato di entusiasmo religioso d'intensa partecipazione affettiva.
    14. Pavida: paurosa.
    15. Angusta: stretta.
    16. Che la crusca... si rannicchia: la coniglia si alza in piedi perché sa che te le porti il cibo (la crusca e i radicchi), ma quando le manca (di cui / priva) si rannicchia su se stessa, a conferma del suo carattere pauroso.
    17. Chi... chi... chi: chi mai, di fronte all'atteggiamento della coniglia potrebbe pensare di farle del male? La sequenza anaforica delle domande retoriche vivacizza il ritmo che nei versi precedenti era lento e quasi solenne.
    18. Quest'arte: questa abitudine, questa disposizione (ricorda il dantesco «ma i vostri non appreser ben quell'arte», nell'Inferno canto X, v. 51).
    19. Movenze: modo di muoversi e di atteggiarsi.
    20. Questo che: questo, cioè che.
    21. Mi sentiva ed era: mi sentivo ed ero. La desinenza in a alla prima persona dell'imperfetto indicativo era tradizionale nella letteratura italiana fino all'inizio del Novecento.
    22. Provvida: previdente.
    23. Escono alla campagna: si recano in campagna.
    24. Parla... la nonna: la formica è protagonista di molte favole popolari.
    25. Pecchia: ape (voce letteraria).



    Commento:

    La poesia, una delle più famose di Saba, fu scritta nell’estate del 1910, a Montebello, vicino a Trieste, dove il poeta si era stabilito con la moglie Lina. La lirica nacque dall’atmosfera di pace e quiete che in quel periodo caratterizzava la vita di Saba. La scelta di paragonare la moglie alle figure del mondo animale (la pollastra, la giovenca, la cagna, la coniglia, la rondine, la formica e l’ape) era una novità che all’epoca fece scandalo, provocando commenti ironici. Saba ricordò che, inizialmente, la poesia non piacque neppure alla moglie Lina. Ma spiegò di aver scelto questi termini di paragone perché gli animali per la semplicità e la nudità della loro vita, ben più degli uomini, obbligati da necessità sociali a continui infingimenti, avvicinano a Dio, alle verità cioè che si possono leggere nel libro aperto della creazione.

    Significato:
    L’accostamento tra donna e animali vantava una lunga tradizione poetica legata al filone satirico: già l’antico poeta greco Semonide (VII secolo a.C.), per esempio, aveva associato alla donna animali come la scrofa, la volpe, la donnola, la cagna, la cavalla, la scimmia, assumendoli come altrettanti simboli dei vizi e dei difetti femminili.
    Saba in questa poesia, infrange coscientemente alcune regole di cortesia, che si osservano di solito nei confronti delle donne (per esempio: A una donna non si deve mai chiedere l'età).
    Ma, a differenza di Semonide, non ha invece alcun intento parodistico o satirico, anzi: A mia moglie manifesta un tono di partecipe e accorata sincerità e in essa Saba tende a recuperare la dimensione naturale della donna, riscoprendo per esempio il suo ruolo positivo di madre, o le qualità legate alla sua discreta presenza nel quotidiano; in tal modo essa si avvicina a Dio. Tanto che la si può definire una poesia religiosa, seguendo l’indicazione di Saba stesso, secondo cui fu scritta come la recitazione di una preghiera. Questo è, per Saba, il punto più alto della riflessione.
    Se l’accostamento agli animali non ha nulla di umiliante o di morboso, ciò dipende in primo luogo dal tono di infantile spontaneità che anima la lirica. Saba osservò che se un bambino potesse sposare e scrivere una poesia per sua moglie, scriverebbe questa. Del resto, nella poetica di Saba, un profondo legame univa poesia e infanzia, vista come età di spontaneità, innocenza, istintiva vicinanza alla vita comune.
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    Amai - Saba: parafrasi, analisi e commento



    La poesia "Amai" è stata scritta dal poeta Umberto Saba nel 1946 ed appartiene alla sezione Mediterranee del suo Canzoniere, che è una raccolta di tutti i suoi componimenti poetici. I temi trattati sono: una dichiarazione di poetica, l'amore per la bellezza semplice, la passione della verità, il desiderio di comunicazione con il pubblico.


    Testo

    Amai trite parole che non uno
    osava. M'incantò la rima fiore
    amore,
    la più antica, difficile del mondo.

    Amai la verità che giace al fondo,
    quasi un sogno obliato, che il dolore
    riscopre amica. Con paura il cuore
    le si accosta, che più non l'abbandona.

    Amo te che mi ascolti e la mia buona
    carta lasciata al fine del mio gioco.



    Parafrasi

    Amai parole frammentate che nessuno
    osava dire. Mi piaceva molto la rima fiore e amore
    che è quella più vecchia e più difficile.
    Amavo la verità che era in fondo a queste parole
    come un sogno ormai perso, che il dolore
    le fa da compagno. Con la paura nel cuore
    il dolore si accosta e più non ti abbandona.
    Ti amo a te che mi ascolti e amo la carta vincente
    che uno lascia alla fine del gioco!


    Parafarsi discorsiva
    Amai le parole logorate che nessun poeta osava più utilizzare.
    Mi piacque, in particolare la rima fiore e amore, tra le più antiche e quindi tra le più difficili da usare.
    Amai la verità più nascosta che si trova in fondo all'animo umano, quasi un sogno dimenticato, che tramite il dolore ci permette di giungere alla verità di noi stessi (riscopre amica).
    Con timore il cuore si accosta a questa profonde verità ma una volta scoperta non l'abbandona più.
    Amo te (lettore o pubblico) che mi ascolti e la poesia che è come una carta da gioco vincente che il poeta getta sul tavolo solo alla fine della partita (come estrema risorsa).



    Analisi del testo

    Schema metrico: endecasillabi sciolti, liberamente rimati; eccetto il v. 3, composto da un'unica parola isolata, di tre sillabe (è un ternario).

    La lirica è scandita in tre momenti grazie alla ripetizione anaforica del verbo amare, che compare due volte al passato (Amai) e una al presente (Amo).
    La prima strofa insiste sugli aspetti formali. Il poeta afferma con orgoglio (parole che non uno / osava; la più antica difficile del mondo) la propria predilezione per un vocabolario semplice, povero in apparenza, che vive di accostamenti scontati come la rima fiore / amore.
    La seconda strofa passa al piano dei contenuti. La poesia, per Saba, è una ricerca di verità, che va scoperta nel fondo del cuore umano e comunicata agli altri. Il tema della verità che giace al fondo richiama l’aspetto autobiografico del Canzoniere: una sorta di romanzo psicoanalitico, che ripercorre le proprie esperienze alla ricerca delle oscure ragioni dell’essere.
    Nella terza strofa il poeta coinvolge il lettore: la vera poesia sa creare un profondo legame d’affetto tra il poeta e il suo destinatario, entrambi chiamati a condividere un’unica, preziosa esperienza.

    Molte parole della poesia tradizionale paiono logorate dal lungo uso: ebbene, Saba coraggiosamente dichiara di voler riscattare queste trite parole, di voler restituire loro la freschezza e pregnanza di significato che avevano alle origini. Assume a modello Francesco Petrarca, che nel suo Canzoniere aveva raggiunto un intenso lirismo utilizzando parole comuni, quelle di valore universale, che sono patrimonio di tutti. Perciò nelle rime di "Amai" compaiono vocaboli quali fiore, amore, dolore, cuore.
    Il gusto della bellezza semplice e comune suggerisce a Saba l’amore per la musicalità, e quindi:
    per la cantabilità sei settenari, degli ottonari, delle rime baciate: si vedano, qui, le rime fiore / amore; mondo / fondo; dolore / cuore; abbandona / buona;



    Figure retoriche

    Iperbole: Amai / M'incantò (v.1 e v.2).

    Metafora: trite parole (v. 1) / osava (v. 2) / che il dolore riscopre amica (vv. 6-7).

    Anafora: Amai (v. 1 e v. 5).

    Personificazione: la verità (v. 5) / il cuore (v. 6).

    Metafora e latinismo: quasi un sogno obliato (v. 6).

    Polittoto: "Amo", al posto di "amai" (v. 9).

    Enjambements: vv. 1-2, vv. 2-3, vv. 5-6, vv. 6-7, vv. 9-10.



    Spiegazione per parola

    1. Trite: logorante dall'uso, che nessun poeta osava più utilizzare.
    2. La rima...amore: non è un'indicazione generica, ma rinvia ai vv. 12-13 di un'altra sua poesia, Trieste.
    3. Difficile: essendo tra le rime più antiche, è una delle più difficili da usare in maniera non banale.
    4. Giace al fondo: la verità più nascosta, che si trova in fondo all'animo umano.
    5. Obliato: dimenticato.
    6. Riscopre amica: perché conoscere tale verità può rappresentare un sollievo nei momenti di sofferenza; e anche perché solo sperimentando il dolore possiamo giungere alla verità di noi stessi.
    7. Con paura... l'abbandona: il cuore si accosta a questa verità profonda con timore, ma una volta scoperta non l'abbandona più, le si aggrappa come un'ancora di salvezza. Il pronome che è riferito a il cuore.
    8. Te: si rivolge direttamente al lettore.
    9. Carta... mio gioco: la carta vincente, che il giocatore conserva per la fine della partita..



    Commento

    Appartenente a una delle ultime sezioni del Canzoniere, Mediterranee, il componimento costituisce forse la migliore sintesi del mondo di Saba. Vi troviamo un'esplicita dichiarazione di poetica e anche un'implicita polemica rivolta ai poeti ermetici di quegli anni: Saba non apprezza il loro atteggiamento di superiorità, la mancanza di comunicatività con il pubblico, l'idea di arte come cosa aristocratica, come dono per pochi e non per tutti.
    La prima strofa mostra uno stile di ricerca della comunicatività, la seconda strofa la ricerca della verità, mentre la terza il rapporto con il pubblico e la propria poesia.
    Il discorso riguarda il cuore ed esprime un impegno soprattutto morale, in quanto il dolore rende amica anche la verità più dura; per Saba non c'è amore senza dolore, tanto che il "doloroso amore" costituisce l’essenza della vita. Ma la vita è anche una fonte insostituibile di gioia e di consolazione, come risulta dai due versi conclusivi, che si riferiscono direttamente al lettore ("Amo te che mi ascolti"), per renderlo partecipe di un’esperienza che resta comunque preziosa.
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    L'unione fa la forza - Significato



    L'unione fa la forza è un celebre proverbio della cultura popolare italiana.
    Secondo alcuni e, quindi, secondo fonti non attendibili ma comunque interessanti, prende spunto dal "fascio littorio": di origine etrusca e poi adottati anche nell'Antica Roma, i fasces lictorii erano le armi portate dai littori e consistevano in un fascio di bastoni di legno legati con strisce di cuoio, in genere intorno a una scure.



    Significato

    Il proverbio sta a significare che gli obiettivi sono più facili da raggiungere se si agisce come gruppo.

    In parte contraddice un altro famoso proverbio "chi fa da sé fa per tre" ma, anziché riferirsi all'individuo che agisce da solo, va a concentrarsi maggiormente su chi fa parte di una squadra che però non è realmente un gruppo unito, bensì un gruppo spaccato in due o ancora peggio in piccoli gruppetti.

    Per esempio, in una partita di calcio da 90 minuti, fatta eccezione per la giocata fortunata, l'errore arbitrale e il talento davvero esagerato di certi calciatori, in genere vince la squadra che riesce a giocare come una vera squadra, ovvero una squadra che fa del collettivo il proprio punto di forza: tutti corrono e quindi le energie sono meglio distribuite rispetto a una squadra che sfrutta solo i giocatori più talentuosi, si conoscono a memoria e sanno come servire il pallone al compagno anche senza alzare lo sguardo per vedere dove si trova.

    Pure nel regno animale "l'unione fa la forza", basti pensare al branco di lupi, di leoni, di iene che si organizzano per attaccare tutti insieme animali di stazza superiore.

    Un altro famoso motto dal significato simile è "tutti per uno, uno per tutti".



    Come si usa?

    Questo proverbio viene adoperato ogni volta che si presenta una qualche situazione complicata dove si deve partecipare in gruppo, come: un evento sportivo, una gara di qualsiasi tipo, un lavoro che richiede la stretta collaborazione fra colleghi ecc. Viene usato dallo stesso membro della squadra o da qualcuno dall'esterno, che può essere l'allenatore, un fan, un amico o parente, per incitare appunto la squadra a lottare tutti insieme verso il raggiungimento dell'obiettivo.

    ESEMPIO
    :
    Ci sarà da soffrire ma se restiamo uniti torneremo in Serie A.
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