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I Promessi Sposi: valori e ideologia del romanzo

Spiegazione sull'ideologia de I Promessi Sposi.

Lo scrittore concentrava la propria attenzione soprattutto sui personaggi umili, appartenenti al popolo. Egli li circonda di una luce positiva e li rende portatori di valori elevati: sono onesti, laboriosi, generosi, religiosi in modo profondo e spontaneo. Non tutto il popolo, comunque, è visto positivamente: Manzoni esprime un giudizio di condanna nei confronti dei cittadini milanesi in rivolta contro l'autorità.
Si può allora pensare che il "modello" migliore sia quello di un popolo rassegnato e paziente, pronto ad accettare l'ordine di cose esistenti e a sopportare dolori e miserie che lo rendono più vicino a Dio. La posizione dello scrittore nei confronti degli umili è quella propria di un liberale moderato, di ispirazione cattolica. Egli non desidera che il popolo si mantenga in una condizione di oppressione e di arretratezza, ma è certo che il miglioramento deve affermarsi gradualmente e senza violenza, attraverso la strada illuministica delle riforme.
Il popolo ha bisogno di una guida, perché il suo comportamento può degenerare e così provocare disordini, scatenare il caos. Il governo dovrà essere affidato a una minoranza saggia e preparata, mentre i subordinati sopporteranno cristianamente la loro condizione, con la certezza che, se la vita terrena è segnata dall'ingiustizia, in essa tuttavia è operante la presenza di Dio che, per gli umili, è "Provvidenza".
L'intervento della Provvidenza si manifesta in forma di illuminazione, di grazia, di ispirazione che spetta agli uomini seguire o meno e che, in ogni caso, non dispensa dall'impegno in un mondo dove non c'è nulla che sia ordinato razionalmente e dove la speranza di un futuro riscatto resta avvolta dall'ombra del dubbio. Perciò, collocato nella storia, l'uomo avverte la propria debolezza e si abbandona a Dio, il quale volge al meglio le vicende di coloro che gli si affidano. Come nel Cinque maggio e nell'Adelchi, la Provvidenza si "storicizza", servendosi degli uomini per la realizzazione di un suo imperscrutabile progetto, sempre comunque rivolto al bene. Un romanzo a lieto fine, allora? Non si direbbe o, almeno, solo in apparenza. La celebrazione delle tanto sospinte nozze tra Renzo e Lucia non evita infatti qualche piccolo inconveniente, maldicenze e pettegolezzi che infastidiscono la vita tranquilla della coppia. In tal modo si intacca il tradizionale "lieto fine" e ciò accade senza gesti clamorosi, ma getta un'ombra sulla felicità raggiunta dai due sposi: si pensi ad esempio al marchese, l'erede di don Rodrigo, che non siede a tavola con Renzo e Lucia, perché, per quanto di buon cuore, è sempre socialmente superiore e le differenze di classe non si possono abolire così facilmente.
In questa prospettiva la fede sprona l'uomo, senza l'illusione consolatoria di "mettere le cose a posto", a un'esistenza migliore, più ricca di spiritualità e di contenuti morali.



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