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Il Politecnico (Rivista)

di Elio Vittorini
Riassunto:

Il primo numero del Politecnico uscì il 29 settembre 1945 a Milano, stampato dall'editore Einaudi e diretto da Elio Vittorini. Quest'ultimo scelse per il periodico il medesimo titolo della rivista fondata nel 1839 a Milano dal neo illuminista Carlo Cattaneo. Simile al modello di Cattaneo era il programma di Vittorini: attenzione alla società e alla vita reale, desiderio di divulgare il sapere (in chiave anche enciclopedica) ma senza abbassare il livello qualitativo. La redazione era composta da Franco Calamandrei, Franco Fortini, Vittorio Pandolfi, Giansiro Ferrata e, per qualche mese, Stefano Terra. Tra i collaboratori vi erano soprattutto intellettuali marxisti e compagni di strada del Pci.
La rivista usciva con cadenza settimanale. Oltre all'articolo di fondo, spesso di Vittorini, comparivano numerosi scritti di polemica e corsivi di agitazione culturale. Gli argomenti di agitazione culturale. Gli argomenti spaziavano dalla politica alla storia, dall'economia alla critica d'arte, dalla filosofia al teatro, dalla musica a testi poetici e narrativi, sia italiani che stranieri, con traduzioni da Hmingway, Majakovskij, Pasternak, Brecht.
Ogni numero ospitava un'inchiesta: notevoli quella sulla grande industria (la FIAT e la Montecatini), su alcuni paesi europei ed extraeuropei (Spagna, Grecia, Francia, Egitto, Cina, USA, Vietnam), su eventi storici come la rivoluzione d'ottobre, la colonizzazione in America, la Prima guerra mondiale in Germania ecc. Un elemento originale fu particolare cura per l'aspetto grafico e l'inserimento di fotografie, disegni d'autore, fotomontaggi e fumetti.
Nel maggio 1946, anche per i crescenti costi di stampa, il periodico si trasformò da settimanale a mensile. Fu dato maggiore spazio al dibattito teorico e si alleggerirono gli interventi politici e sociali. La pubblicazione cessò quasi improvvisamente nel dicembre 1947, dopo la polemica tra Vittorini e Togliatti sul rapporto tra politica e cultura.
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Conversazione in Sicilia, Vittorini

di Elio Vittorini
Riassunto:

Iniziato nel settembre 1937, il romanzo uscì a puntate sulla rivista fiorentina Letteratura dal n. 6 (aprile 1938) al n. 10 (aprile 1939). Fu pubblicato in volume nel 1941 prima dall'editore Parenti di Firenze con il titolo Nome e lagrime, poi da Bompiani con il titolo originario.
Il racconto è diviso in 49 brevi capitoli. Il protagonista, Silvestro Ferrauto, è una figura in parte autobiografica: è un tipografo che vive lontano dalla sua Sicilia e lavora in un giornale.
Il padre lo avvisa per lettera di avere abbandonato la moglie in Sicilia, per rifarsi una famiglia a Venezia. Silvestro sta per spedire alla madre, ormai sola, una cartolina d'auguri per le feste di Natale; ma alla stazione la pubblicità di un forte sconto sul prezzo del biglietto per Siracusa lo convince a partire, senza neppure avvisare la giovane moglie.
Durante il tragitto, Silvestro ha i primi contatti con la misera gente di Sicilia, quella che viaggia in terza classe; ma è un dialogo difficile, tanto che qualcuno lo scambia per un americano. Nel tratto tra Messina e Siracusa avviene l'unico incontro positivo, quello con il Gran Lombardo, un siciliano forte e ricco, immagine di chi sa vivere in pace con sé e con gli altri. Sceso a Siracusa, il protagonista sale sul trenino diretto ai paesi della montagna. Dopo quindici anni rivede così l'anziana mamma.
Comincia qui la seconda parte: la narrazione perde l'aspetto realistico, per divenire un romanzo della memoria. La conversazione con la madre conduce Silvestro a ritrovare gli odori della cucina e della casa, i gesti della vita quotidiana, a rievocare la giovinezza, i luoghi e i componenti della famiglia: il nonno, il padre, il fratello morto nella guerra di Spagna. Nella terza parte del libro madre e figlio escono in paese: la miseria della gente siciliana viene a incarnare per Silvestro, muto osservatore, la miseria dell'intera umanità. La donna vive tutto ciò con rassegnazione, mentre il figlio giudica la realtà con criteri politico sociali. L'arrotino Calogero e l'uomo Ezechiele occupano le pagine della quarta parte, dove si toccano i nodi problematici del vivere umano: il dolore, le offese del mondo, il loro apparente non significato.
Nell'ultima parte il protagonista insegue lo spirito del fratello Liborio, morto un mese prima; ne nasce la conversazione più drammatica del libro.
Il viaggio è ormai concluso: Silvestro se ne va in pianto, accompagnato dal simbolico corteo dei personaggi che ha incontrato per tre giorni e tre notti. Nell'ultima scena si scorge la madre che lava i piedi a un vecchio demente: è il padre, tornato a casa, piangente, ultima incarnazione della condizione umana.

Analisi Capitolo 1 
L'autore non inquadra con precisione storica le coordinate del racconto, ma da alcuni accenni (come i massacri sui manifesti dei giornali) s'intuisce che è in atto una guerra, la guerra di Spagna del 1936, in cui ha trovato la morte il fratello Liborio. Gli eventi storici, seppure appena accennati, gettano dunque nell'inquietudine il racconto che sta per cominciare.
L'io narrante insiste sulla condizione di torpore, di apatia e di mutismo in cui si è ridotto nella sua vita di emigrante a Milano. Vive in una quiete che, in realtà, equivale a una rinuncia a vivere. Infatti, oppresso dalla violenza incombente, Silvestro non riesce più a provare sentimenti e arriva a negare le azioni più semplici, come cibarsi, avere avuto un'infanzia, amare una donna ecc.
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Riassunto vita: Elio Vittorini

Riassunto:
Elio Vittorini nacque a Siracusa nel 1908 da famiglia di modeste condizioni che lo costrinsero a cercare lavoro e, quindi, a lasciare presto le scuole tecniche. Completerà la sua formazione culturale con studi e letture compiuti successivamente. A 17 anni, dunque, abbandonò l'isola natale; dapprima fece l'operaio edile in Friuli, poi, nel 1930, dopo avere sposato la sorella di Quasimodo, Rosa Maria, si trasferì a Firenze. Qui lavorò come correttore di bozze per La Nazione. Iniziò anche a imparare l'inglese come autodidatta e a tradurre romanzi americani.
All'inizio assunse posizioni vicine al fascismo rivoluzionario (il suo modello fu lo scrittore Curzio Malaparte), ma dall'ambiente della rivista Solaria trasse lo stimolo a diventare antifascista, europeista, universalista, antitradizionalista. Su Solaria, di cui fu segretario di redazione, uscirono nel 1931 i suoi primi racconti (Piccola borghesia) e nel 1934, a puntate, il romanzo Il garofano rosso: la pubblicazione fu interrotta dalla censura, che lo accusava di immoralità. Nel 1936 iniziò il romanzo Erica e i suoi fratelli, che abbandonò incompiuto allo scoppio della guerra di Spagna: lo scrittore progettò infatti di raggiungere i repubblicani spagnoli per lottare con loro contro il fascismo. Perciò venne definitivamente espulso dal partito fascista.
Nel 1938-39 pubblicò sulla rivista Letteratura il romanzo Conversazione in Sicilia, che gli attirò i consensi del mondo letterario e le critiche del regime. Nel 1938 si trasferì a Milano, dove lavorò per Bompiani: per questo editore allestì nel 1941 l'importante antologia Americana.
Raccolta di narratori; l'opera però incorse nella censura fascista, tanto che nel 1942 la seconda edizione dovette uscire senza le note di commento di Vittorini.
Nel luglio del 1943 fu rinchiuso nel carcere Milanese di San Vittore; liberato l'8 settembre, prese parte attiva della Resistenza. Tra la primavera e l'autunno del 1944 scrisse in semi-clandestinità il romanzo Uomini e no, ispirato alla lotta partigiana. Finita la guerra, Vittorini si stabilì a Milano. Fu il più noto tra gli intellettuali italiani, impegnati nella vita politica (con il Pci) e civile. Nel settembre del 1945 uscì, pubblicato da Einaudi, il primo numero della rivista Il Politecnico da lui diretta. Una famosa polemica sull'autonomia o meno degli intellettuali lo divise però dal segretario del partito, Palmiro Togliatti; nel dicembre 1947 il Politecnico dovette cessare le pubblicazioni. S'infittiva intanto la sua attività editoriale; Vittorini curò numerose collane librarie, come I gettoni di Einaudi e Medusa di Mondadori, che ebbero il merito di far conoscere al grande pubblico autori e opere nuove.
Nel 1951 Vittorini lasciò il Pci, salutato polemicamente da Togliatti con un articolo su Rinascita (Vittorini se n'è ghiuto, e soli ci ha lasciato!). Tra il 1951 e il 1954 lavorò al nuovo romanzo Le città del mondo, rimasto incompiuto. Dal 1959 pubblicò con Italo Calvino la rivista Il Menabò, sulle cui pagine affrontò i temi del rapporto tra industria culturale e letteratura. Visse gli ultimi anni con Ginetta, sua compagna dal 1943: fu lei ad assisterlo durante la malattia che lo portò alla morte, a Milano, nel 1966.
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Biografia: Elio Vittorini

Biografia:
Nacque a Siracusa nel 1908. Figlio di un ferroviere, ragazzo inquieto e amante dell'avventura, scappò di casa più volte, finché nel 1926 lasciò definitivamente la Sicilia e trovò lavoro in un'impresa edile in Friuli. Nel 1929 si stabilì a Firenze e divenne collaboratore della rivista Solaria, mentre da autodidatta imparava l'inglese che sarebbe diventato strumento del suo lavoro: traduttore di famose opere di scrittori inglesi e americani. Nel 1939 si trasferì a Milano, cominciò la pubblicazione delle sue opere maggiori, mentre continuava a interessarsi di letteratura statunitense, tanto che introdusse in Italia opere di Faulkner, Steibeck, Saroyan... che costituirono uno stimolo notevole al rinnovamento della nostra letteratura. Nel 1939 cominciò anche la sua militanza clandestina antifascista a fianco dei comunisti e, arrestato dopo il 25 luglio 1943, durante una rappresaglia antifascista, rimase in carcere fino all'armistizio (8 settembre dello stesso anno), poi partecipò attivamente alla Resistenza collaborando alla stampa clandestina. Dopo la guerra, nel 1945, fondò la rivista Il Politecnico e nello stesso anno si iscrisse al Partito Comunista, ma se ne allontanò nel 1947. Nel 1957 fondò la rivista Il Menabo che diresse insieme a Italo Calvino, con l'intento di far conoscere autori nuovi non soltanto italiani, ma anche di altri paesi. Morì a Milano, dopo una lunga malattia, nel 1966.

Le idee e la poetica
L'opera di Vittorini si presenta molteplice, sia per gli spunti sia per le risoluzioni narrative. Lo scrittore non assume mai uno stile definitivo, desiderando sperimentare modi narrativi nuovi e nuovi campi di indagine. Nel suo romanzo più noto, Il garofano rosso, la narrazione si svolge su tre piani: il diario, il dialogo e la lettera, tre modi del protagonista per rilevare sé stesso con immediatezza e per l'autore tre mezzi per interpretare ed esaltare il mondo dei giovani, senza alterarne il fascino. Con i continui mutamenti di stile Vittorini intese adeguarsi non solo ai soggetti trattati, ma alla società in movimento e in evoluzione di cui seppe cogliere e intuire i mutamenti. Uno dei suoi problemi fu quello di rendere la letteratura uno strumento di conoscenza di una società caratterizzata dallo sviluppo tecnologico: non basta, pensava, che lo scrittore descriva questo sviluppo, ma deve indagare la catena di effetti che provoca, o meglio deve indagare la condizione umana alienata che esso determina. Ecco che in questo senso Vittorini si può considerare promotore e anticipatore di molte correnti successive e, attraverso le sue riviste, sollecito e oculato scopritore di giovani autori che gli incoraggiò con sicurezza e lungimiranza di critico.

Ricordiamo le sue opere principali:

Il Garofano Rosso (1933-34, a puntate su Solaria): il protagonista di questo romanzo è Alessio Mainardi di cui l'autore segue le vicende di giovane studente che si affaccia alla vita degli adulti con le prime esperienze di amore e di politica, durante gli anni del primo squadrismo fascista nell'ambiente della borghesia siciliana. La vicenda, che ha spunti autobiografici, è pretesto all'autore, pur in una certa discontinuità del tono narrativo, per analizzare con realismo psicologico le inquietudini e i disorientamenti propri dell'adolescenza in un momento storico di grande confusione.

Conversazione in Sicilia (1941): nel periodo della guerra di Spagna, mentre a Milano i giornali riferiscono drammatiche notizie di massacri, Silvestro in preda a una profonda crisi esistenziale, o come egli dice agitato da astratti furori, ritorna in Sicilia per rivedere la madre e per ritrovare la mitica terra dell'infanzia. L'incontro con la sua terra che gli rievoca momenti e figure del sereno passato di fanciullo, lo mette a contatto anche con una più triste realtà presente, in cui i piccoli siciliani miti e disperati, sofferenti per malattie o per fame, tutti sono profondamente legati al dolore. E così, conclude Silvestro, il dolore del mondo è dovunque e perenne: nei massacri delle guerre strillate dai giornali, come nella sofferenza silenziosa e rassegnata dei provinciali di Sicilia.

Uomini e no (1945): è un romanzo intessuto di tanti episodi di crudo realismo e in tonalità epica, in cui Vittorini narra alcune delle sue esperienze di partigiano. Spesso la narrazione acquista toni meditativi, lirici, simbolici, nello sforzo di superare la drammaticità del presente e ricondurre ogni azione al simbolico contrasto fra il bene e il male.
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