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Eneide Libro IX - Analisi temi e personaggi

Analisi dei temi trattati, il tempo, lo spazio, il narratore e descrizione dei personaggi del nono libro dell'Eneide.

Eurialo e Niso


I temi

Con il sesto libro inizia la parte dell'Eneide "iliadica" dell'Eneide, cioè più legata al modello dell'Iliade e quindi più direttamente ispirata alla guerra: col nono libro entriamo nel vivo delle battaglie e delle prove di eroismo, segnate fin dall'inizio da un motivo che è anch'esso derivato dall'Iliade: il tema della sposa rapita, introdotto esplicitamente da Turno, a cui viene sottratta la sposa promessa, Lavinia. Tuttavia la guerra, direttamente originata dall'intervento nefasto della divinità, è ben più drammatica di quella che Omero descrive nell'Iliade, soprattutto perché diversa è la percezione che ne hanno i personaggi e ben più grandi sono le lacerazioni che provoca nel cuore e nel destino degli uomini. Per i personaggi virgiliani la guerra non è semplicemente un'occasione per mettere in luce il proprio valore e per tramandare il proprio nome: è piuttosto una difficile prova, che mette in gioco la loro vita e sradica le loro speranze. In questo libro, che vede trionfare la forza e l'impeto di Turno, il sentimento che domina non è il compiacimento per il coraggio dell'eroe, ma il senso dell'onore dolorosamente conquistato da Eurialo e Niso attraverso la morte. In queste due figure, nel loro eroismo, nella loro giovinezza e nella morte ingiusta che li accomuna, riecheggia lo spirito che anima la conclusione del sesto libro, nella figura del giovane Marcello, non meno che nella rappresentazione dei morti anzitempo. Nei libri più vicini al modello omerico, dunque, si nota anche una rielaborazione dell'eroismo: quello che in Omero è la rivincita dell'uomo sulla morte, poiché permette il ricordo immortale grazie alla memoria della collettività, è in Virgilio un comportamento celebrato con rispetto e segnato dal dolore e dalla consapevolezza che la guerra è uno stravolgimento terribile e insensato, che nessuna gloria può giustificare del tutto.



La struttura del libro

La narrazione è divisa in tre sequenze, delle quali la prima (vv. 1-175) e la terza (vv. 459-818) sono una sorta di cornice che racchiude la vicenda eroica della sortita di Eurialo e Niso, inquadrandola nei combattimenti e distinguendola da essi per il suo valore umano e per la drammaticità.



Le fonti

La fonte fondamentale è il decimo libro dell'Iliade, che narra la sortita notturna di Ulisse e Diomede nel campo troiano. Tuttavia, la finalità ben più nobile (Ulisse e Diomede vogliono semplicemente spiare i nemici) e l'esito drammatico, oltre al rapporto fra i due e la loro giovinezza, conferiscono all'episodio un significato diverso e più profondo. Altri sono gli echi omerici, soprattutto il lamento di Andromaca e di Ecuba sul cadavere di Ettore nei libri ventidue e ventiquattro dell'Iliade.



Il narratore

In un libro nel quale domina la narrazione degli eventi, il narratore gestisce dall'esterno la regia dei fatti, sapientemente organizzati nella struttura; gli interventi però non mancano e segnano soprattutto la partecipazione alla morte di Eurialo e Niso, con l'elogio altissimo in cui emerge chiaramente la voce del poeta.



Lo spazio

Come in alcune scene di battaglia dell'Iliade, anche qui si contrappongono l'accampamento e lo spazio dell'esercito nemico schierato. Questa contrapposizione dà origine agli assalti ripetuti e alle scene d'assedio. La forzatura dello schema è rappresentata dalla sortita notturna, rovinosa e drammatica: nello spazio dell'accampamento nemico, violato dai due giovani, ha luogo il loro atto eroico e si consuma la loro sorte infelice.



Il tempo

Le vicende narrate si svolgono in due tempi: una giornata intera e la mattina successiva, separate dall'avventura notturna di Eurialo e Niso. L'impresa è segnata dal senso del mistero e del pericolo legato alla notte, che rappresenta il tempo connotato della vicenda, in cui l'impresa eroica è associata alla morte e, nello stesso tempo, all'esaltazione della virtus.


L'ordine della narrazione
La narrazione è del tutto lineare e porta avanti le vicende che si verificano sul campo dei Troiani. Risultano invece interrotti, con un procedimento tipico dell'epica, i fatti inerenti alla missione di Enea presso Evandro e gli Etruschi.



I personaggi

Significativa in questo libro è l'assenza di Enea, che i Troiani rimpiangono, di cui eseguono scrupolosamente gli ordini e che è, indirettamente, causa della morte dei due protagonisti, che si offrono di raggiungerlo per informarlo degli eventi. La sua assenza, che ricorda quella di Achille in gran parte dell'Iliade, consente a Turno di primeggiare, in una serie di furiosi combattimenti, senza che nessuno gli si possa efficacemente opporre. La schiera dei Troiani costituisce una sorta di personaggio corale: essi, anche in assenza del loro capo, sanno stare alle consegne, in quell'atteggiamento che sarà poi fondamentale negli eserciti romani: la fedeltà all'ordine ricevuto. Nei due personaggi di Eurialo e Niso, la cui vicenda è centrale nel libro, riecheggiano antichi esempi di valore: il modello più diretto è evidentemente il decimo libro dell'Iliade, in cui Ulisse e Diomede fanno un'incursione nel campo nemico; tuttavia l'elemento più significativo è l'amicizia dei due eroi: essa ricorda quella fra Achille e Patroclo, anche per la diversa età dei due e per il sentimento di devozione che essi nutrono l'uno per l'altro. Il fatto che nel testo virgiliano sia l'inesperienza di Eurialo a perderlo, aggiunge un elemento patetico alla vicenda, mentre è originale in Virgilio la presenza della madre del giovane, la cui disperazione accentua la drammaticità. Unico personaggio femminile rimasto nel campo troiano, la madre di Eurialo è l'erede di figure come Ecuba e Andromaca, e rappresenta il dolore straziante della madre e della donna abbandonata.


Gli dei
Prosegue in questo libro l'opera di Giunone, mai diretta, ma svolta dalle divinità minori che la assecondano nei suoi disegni: Aletto, nel settimo libro, Iris in questo. La guerra è la diretta conseguenza della sua opera dissennata e tanto più ingiustificata in quanto segnata dalla consapevolezza che essa è solo una vana vendetta.
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Eneide Libro 9 - Riassunto

Riassunto del libro IX (nono) dell'Eneide.

Eurialo e Niso (1827) di Jean-Baptiste Roman, Louvre

Mentre Enea si trova presso il campo etrusco, Giunone invia Iride da Turno per convincerlo a sferrare un attacco ai Troiani: l'eroe latino, riconosciuta Iride, decide di seguire il suo consiglio, e l'esercito dei Rutuli si mette in marcia. Improvvisamente i Troiani vedono avanzare una nube di polvere, che segnala l'avvicinarsi dei nemici. Tuttavia, per ordine di Enea, i Troiani si limitano a difendersi entro l'accampamento. Turno, che guida superbo un gruppo scelto di armati, si stupisce dell'inerzia dei Troiani e tenta di forzare l'accampamento, aggirandovisi intorno, come un lupo affamato presso l'ovile.

Fallito il tentativo di penetrare nell'accampamento, si volge verso la flotta troiana tratta in secco sul lido, per bruciarla, impedendo così ogni possibilità di fuga al nemico. Nonostante Turno vi si avventi contro con fiaccole, le navi non prendono fuoco: ad esse, costruite infatti con il sacro legno dell'Ida, Giove aveva concesso che quelle scampate al naufragio non potessero essere distrutte, ma diventassero ninfe marine. Dall'alto una voce ammonisce i Troiani di non difendere le navi perché esse non bruceranno e ordina a queste ultime di andarsene: esse si strappano gli ormeggi e si immergono nell'acqua, poi si dileguano magicamente come ninfe.

I Rutuli tutti e il Tevere stesso rimangono stupefatti per il prodigio, che Turno interpreta in modo sfavorevole ai Troiani. Incita allora i suoi a lottare contro chi tenta di sottrargli la sposa Lavinia, ricordando che già una volta, strappando Elena a Menelao, i Teucri hanno scatenato una guerra. Tuttavia, poiché è ormai scesa la sera, egli dà ordine di accamparsi e di organizzare la guardia. Anche i Teucri, che dalle mura dell'accampamento osservano la piana, organizzano turni di guardia.

Niso, figlio di Irtaco, è di guardia a una porta insieme all'amico Eurialo, cui è profondamente legato. Niso, mosso dal desiderio di compiere qualcosa di grande, vorrebbe fare una sortita per avvertire Enea (in terra etrusca, con Pallante e i cavalieri arcadi) del pericolo che incombe; non vorrebbe, però, portare con sé Eurialo, non solo per la sua giovane età ma anche in rispetto alla presenza della madre sua, unica delle donne Troiane che abbia voluto seguirli rifiutandosi di fermarsi ad Acesta (libro V).

Eurialo però non accetta di rinunciare all'impresa e segue Niso; proprio mentre i capi troiani tengono un'assemblea per decidere chi mandare ad avvisare Enea, i due giovani si presentano ed espongono il loro piano: attraversare il campo dei Rutuli, sprofondati nel sonno e preda del vino e portare un messaggio al capo lontano. Iulo con gli altri comandanti approva l'iniziativa e promette loro grandi doni, ma Eurialo gli chiede solo di aver cura della madre, che egli, partendo, non ha il coraggio di salutare.

Usciti dal campo troiano, superato il fossato, silenziosi si introducono di soppiatto nell'accampamento dei nemici dove, sorprendendo i soldati ubriachi addormentati, ne fanno una strage. Niso procede per primo, Eurialo lo segue, finché Niso comprende che è quasi giorno e devono affrettarsi; Eurialo si attarda però a raccogliere un ricco bottino e commette un errore fatale, indossando un vistoso elmo piumato. Nel frattempo, una schiera di cavalieri, guidata da Volcente, uscita da Laurento per ricongiungersi con Turno, sorprende i due giovani, traditi dal brillio di un raggio di luna sull'elmo che Eurialo ha indossato.

I due tentano allora la fuga per il bosco, ma mentre Eurialo è impacciato dal pesante bottino, Niso riesce a fuggire, finché si accorge che il suo amato compagno non lo segue e torna sui suoi passi per cercarlo: infine lo vede circondato dai nemici. Dopo aver supplicato la Luna, Niso, nascosto nel folto della vegetazione, scaglia la lancia, ma provoca l'ira di Volcente, che, ignorando l'assalitore, si vendica ferendo mortalmente Eurialo. Allora Niso con un grido svela la sua presenza e, nel tentativo di salvare l'amico, si offre ai colpi gettandosi fra i nemici; ma, ucciso Volcente, viene a sua volta trafitto dai colpi.

I Rutuli riportano le spoglie dei due nemici e di Volcente al campo, dove scoprono la strage fatta da Eurialo e Niso. Il giorno dopo la battaglia riprende, preceduta dal terribile trofeo delle teste dei due giovani confitte sulle picche. Mentre i Troiani continuano a difendere il campo, la Fama reca l'atroce notizia alla madre di Eurialo, la quale sconvolta invoca gli dei di dare anche a lei la morte; infine, due uomini mandati da Iulo la riportano nella sua tenda.

Intanto l'esercito nemico sferra un grande assalto, cercando di forzare l'accampamento, e si accanisce contro una torre; Turno riesce alla fine a incendiarla ed essa crolla rovinosamente. Il capo dei Rutuli, imbaldanzito, si scatena nella lotta, ma i Troiani gli tengono testa, mentre per la prima volta Iulo, con una freccia, uccide un forte nemico.

Turno, frattanto, insolentisce i Troiani che non osano uscire dall'accampamento e provoca l'ira di Ascanio che Apollo stesso, tuttavia, fa allontanare dalla battaglia perché non si esponga troppo al pericolo. Due fratelli troiani, Pandaro e Bizia, guerrieri giganteschi, aprono la porta affidata a loro, e sfidano i nemici a entrare facendone strage. Infine accorre anche Turno, uccidendo chi gli si oppone, fra cui Bizia; Pandaro allora con grande sforzo chiude la porta, ma Turno resta all'interno dell'accampamento, dove subito uccide lo stesso Pandaro e altri valenti guerrieri.

I Troiani fuggono atterriti mentre Turno impazza nell'accampamento, ma alla fine non sa cogliere il momento per spalancare la porta e far entrare i suoi. Allora Mnesteo e Seresto rimproverano i Troiani in fuga e li esortano a resistere riuscendo a fatica a riorganizzare in qualche modo le file troiane. Turno è così costretto ad arretrare, ormai sfinito, finché con un balzo salta nel Tevere, che lo accoglie e lo rende purificato ai compagni.


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Eneide Libro 8 - Riassunto

Riassunto del libro VIII (ottavo) dell'Eneide.

Venere nella grotta di Vulcano chiede le armi di Enea, dipinto di G. B. Tiepolo, 1765-1770.

Turno e i suoi alleati latini cercano l'appoggio di Diomede, che, reduce dalla guerra di Troia, aveva fondato una città in Apulia. Enea, intanto, profondamente turbato, privo di alleati per far fronte a una coalizione così compatta, veglia angosciato; quando finalmente riesce a prendere sonno gli appare il genio del luogo, il dio Tiberino, che gli garantisce il favore del Fato e lo incoraggia; inoltre gli conferma la profezia di Eleno, dicendogli che troverà sulle rive del fiume la scrofa con i trenta cuccioli, dove Ascanio fonderà Alba. Lo invita quindi a recarsi da Evandro, re arcade che ha fondato una città, Pallanteo, sul colle Palatino, per ricevere da lui aiuto.

Al risveglio, Enea trova la scrofa con i lattonzoli, che sacrifica a Giunone, dopo aver promesso onori perpetui al fiume; poi parte con alcuni compagni alla volta di Pallanteo. Ben presto, risalendo la corrente favorevole del fiume, giunge alla città di Evandro, dove si sta celebrando un rito in onore di Ercole: Pallante, figlio di Evandro, si avvede dell'arrivo degli stranieri e va loro incontro, perché il rito solenne non sia interrotto.

Dopo aver saputo chi sono e che cosa vogliono, Pallante invita Enea e i compagni a partecipare al rito ed Evandro, riconoscendo in loro antichi ospiti (aveva infatti ospitato un tempo Anchise, di passaggio in Arcadia), li accoglie amichevolmente; quindi essi partecipano alla solenne cerimonia. In seguito Evandro illustra il significato di quel rito: Ercole, un tempo, reduce dalla Spagna dove aveva vinto il mostro Gerione e si era impadronito delle bestie, era passato di lì con i suoi armenti; il mostro Caco, figlio di Vulcano, gli rubò alcune bestie trascinandole per la coda, in modo tale che le peste degli animali ingannassero le ricerche; tuttavia Ercole scoprì nell'antro del mostro le sue mucche, che muggivano sentendo le altre: scoperchiò la caverna e strangolò il mostro, nonostante esso vomitasse fuoco dalla bocca, liberando così il paese dalla sua infausta presenza: perciò Evandro celebra, ogni anno, il rito di ringraziamento in memoria dell'evento e in onore di Ercole.

Dopo un nuovo banchetto e nuove offerte, i sacerdoti Salii cantano in doppio coro le lodi di Ercole a conclusione del rito. Evandro guida con sé nella città Enea e i compagni e illustra i luoghi che attraversano e dove, un giorno, sorgerà la futura città.

Scesa ormai la notte, mentre Enea dorme nella modesta dimora di Evandro, Venere, temendo per la sorte del figlio, si reca dallo sposo Vulcano e lo prega di forgiare per lui nuove armi. Il dio è felice di accontentare la sposa e, quella notte stessa, si reca a Vulcano, isoletta vicina alla Sicilia, nell'arcipelago delle Eolie, per soddisfare la richiesta. Così, all'alba dalla sua fucina escono le armi fatali.

Il mattino successivo, Enea, accompagnato da Acate, si incontra con Evandro e Pallante: l'eroe troiano accoglie la proposta del re di cercare anche l'alleanza con gli Etruschi, ben più numerosi e potenti degli Arcadi e ostili ai Latini, da quando Turno ha accolto il feroce tiranno Mezenzio: questi, che era stato cacciato da Evandro, secondo la profezia, sarebbe stato punito solamente per intervento di un capo straniero.

Evandro fornisce a Enea duecento cavalieri, e altrettanti il figlio Pallante, che lo accompagnerà nella guerra. Compiuto un ultimo sacrificio propiziatorio, Evandro si augura di morire piuttosto che soffrire la morte del figlio e, al momento del congedo, presagio del futuro, perde conoscenza.
Enea e Pallante a cavallo raggiungono rapidamente il campo, dove Tarconte ha radunato gli Etruschi, pronti a combattere contro i Latini. Intanto Venere sorprende il figlio solo, in riva al fiume e gli offre le armi divine, che Enea ammira per la bellezza della fattura.


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Frasi con nomi primitivi e derivati

I nomi primitivi non derivano da nessun'altra parola e sono formati soltanto dalla radice e dalla desinenza.

I nomi derivati derivano dai nomi primitivi, con l'aggiunta di prefissi (elementi posti prima della radice del nome) e suffissi (elementi posti dopo la radice del nome), e assumono un significato del tutto diverso.

Libro → Libr (radice) -o (desinenza) = nome primitivo
Libreria → Libr (radice) -eria (suffisso) = nome derivato



Qui di seguito vi proponiamo delle frasi utilizzando dieci nomi primitivi e useremo sempre le stesse parole per formare dieci frasi con i nomi derivati.


Frasi con nomi primitivi

  1. Quel libro ha avuto successo più per il titolo che per il contenuto.
  2. Bisogna aggiungere un bicchiere di latte all'impasto.
  3. Il tavolo traballava perché aveva una gamba più corta delle altre.
  4. Mi sono fatto male alla gamba.
  5. Il mancino utilizza preferibilmente la mano sinistra.
  6. Quella musica è estremamente godibile e rilassante.
  7. Il livello dell'acqua in piscina era insufficiente per tuffarsi.
  8. Ho dormito male e adesso mi fa male il collo.
  9. Il crisantemo è il fiore tipico del mese di novembre.
  10. Il gioco della dama è semplice se paragonato a quello degli scacchi.



Frasi con nomi derivati

  1. Quella stanza risulta piccola per aggiungere un'altra libreria.
  2. Marco lavora in una latteria.
  3. La tavolata era composta da tredici persone adulte e tredici bambini.
  4. Molte persone si rivolgono a dei guaritori perché convinte di avere un maleficio.
  5. La stufa a gas si spegne girando la manopola della bombola, non dall'interruttore.
  6. Lo spartito per un musicista è come la bicicletta per un corridore.
  7. Mi viene già l'acquolina con il solo profumo di pizza.
  8. Ha voluto impossessarsi a tutti i costi di quella collana.
  9. Maggio è il mese della fioritura dei ciliegi e delle rose.
  10. Il più forte giocatore di pallacanestro di tutti i tempi è stato Michael Jordan.
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Eneide Libro 7 - Riassunto

Riassunto del libro VII (settimo) dell'Eneide.

Enea alla corte del re Latino, olio su tela di Ferdinand Bol, 1661-1663 ca, Amsterdam, Rijksmuseum.

Un nuovo lutto rattrista Enea: la morte di Caeta, antica nutrice, che viene sepolta in un luogo che assumerà il suo nome (Gaeta). Durante la navigazione gli Eneadi costeggiano la terra di Circe, dalla quale Nettuno, che li protegge, li tiene lontano; giungono infine alla corrente del Tevere, in un paesaggio luminoso e sereno. Lì vive Latino, che pacificamente regna su molte città, in attesa di far sposare la figlia Lavinia a un giovane principe: nonostante molti, fra cui Turno, la chiedano in moglie, egli esita, poiché alcuni prodigi gli hanno rivelato l'imminente arrivo di un capo straniero, cui è destinata Lavinia, secondo quanto gli è stato profetizzato dal padre Fauno. Latino non ha taciuto questo responso che è noto a tutti.

Nel frattempo Enea e i compagni sono sbarcati e si stanno rifocillando: a un tratto Ascanio, notando che mangiano anche le focacce su cui hanno posto i cibi, osserva scherzosamente che si stanno mangiando le mense. Enea si rallegra perché vede compiuta la profezia, secondo cui quando avessero mangiato le mense sarebbero giunti nella terra loro destinata dal Fato, e offre, grato, un sacrificio a Giove, che manifesta il suo favore con un tuono e altri prodigi.

Alcuni esuli si recano a esplorare i luoghi e vengono a sapere che si trovano presso gli stagni del Numico, che il fiume è il Tevere e la terra è abitata dai Latini. Quindi Enea sceglie alcuni uomini perché si rechino in ambasceria da Latino: essi giungono nel grande e maestoso palazzo a Laurento, dove vengono accolti con onore dal re.

Ilioneo, capo dell'ambasceria, narra la loro partenza da Troia e illustra le richieste di Enea: al re una piccola porzione di terra in quel luogo che è loro destinato dal Fato perché presenta la terra da cui il progenitore Dardano era partito; offre inoltre doni, alla rovina di Troia.
Latino, memore della profezia di Fauno, accoglie i Troiani e risponde che volentieri accoglierà le richieste di Enea, cui promette la mano di Lavinia.

Tuttavia Giunone, offesa dal fatto che ormai gli Eneadi sono felicemente sbarcati in Italia, nonostante sia consapevole che le è impossibile vanificare il disegno del Fato, tenta ugualmente di intralciare gli eventi, cercando almeno di vendicarsi. Infatti chiama a sé la Furia Aletto, figlia della Notte, madre di lutti, discordie, delitti, e le ordina di scatenare la guerra fra i Troiani e i Latini. La Furia si mette ben volentieri all'opera: dapprima lancia in petto ad Amata, moglie di Latino e madre di Lavinia, uno dei serpenti che le spuntano sul capo come capelli: così si scatena in lei l'ira contro il marito, colpevole di sottrarre a Turno la figlia ormai promessagli in sposa; la donna, in preda a una sorta di invasamento, fugge sui boschi come una baccante, recando con sé la figlia Lavinia e trascinando insieme a lei molte donne latine. Quindi Aletto si volge a Turno: gli appare in sogno sotto le spoglie di una sacerdotessa di Giunone, Calibe, e gli riferisce che Latino vuole far sposare a uno straniero Lavinia e lo incita alla guerra: di fronte all'incertezza di Turno, che si prende gioco della vecchia, Aletto gli si rivela nel suo vero aspetto e gli scaglia contro un tizzone ardente, che scatena nel giovane un furioso ardore di guerra. Infine, la Furia aizza gli uni contro gli altri i Troiani e Latini.
Mentre infatti Ascanio va a caccia a cavallo, per volere di Aletto, colpisce il cavallo di Silvia, la figlia del capo dei pastori di Latino: la fanciulla, disperata per l'amata bestia, viene soccorsa da tutti gli uomini latini, che si schierano contro i Troiani.

Compiuta la sua opera, Aletto si vanta presso Giunone, che la congeda; nonostante i Latini invochino la guerra, il re, che sa quanto questa sia contraria al Fato, non la vuole dichiarare: è Giunone stessa che spalanca le porte del tempio di Giano, dando inizio al confitto. Le città latine abbandonano ogni pacifica attività, moltissime popolazioni ed eroi si schierano a fianco di Turno, ovunque si preparano le armi. Primo fra tutti il terribile e crudele tiranno Mezenzio, accompagnato dal figlio Lauso, poi Aventino figlio di Ercole, Carillo e Cora che guidano una schiera fortissima, Ceculo, re di Preneste, Messapo, figlio di Nettuno, Clauso, da cui discenderà la gente Claudia, e moltissimi altri: ultima viene la vergine Camilla, fanciulla di origine volsca, nella quale bellezza e la grazia si uniscono al coraggio in battaglia.


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Eneide Libro VI - Analisi temi e personaggi

Analisi dei temi trattati, il tempo, lo spazio, il narratore e descrizione dei personaggi del sesto libro dell'Eneide.

Enea e la Sibilla Cumana traghettati da Caronte


I temi

Dominante nella parte iniziale del libro è il tema della morte degli innocenti: Miseno che viene punito da Tritone, i fanciulli morti anzitempo, le anime che si affollano presso la barca di Caronte, i suicidi, Palinuro, sono personaggi la cui morte è inspiegabile e non è consolata né dalla gloria né dalla pienezza di una vita vissuta fino alla maturità. La seconda parte del libro è legata al tema del futuro luminoso di Roma, la città che i discendenti di Enea fonderanno.
Anchise, il padre di Enea da poco scomparso, si assume il compito di profeta e illustra le anime dei grandi di Roma, incarnando il tema politico della celebrazione della gloria futura e dall'alta missione civilizzatrice. L'opera di Enea sarà dura, richiederà coraggio e forza di sopportazione, sarà segnata dalla vittoria finale, ma anche da numerose sconfitte e gravi dolori: tutto questo gli è richiesto in quanto realizzatore della funzione provvidenziale che il Fato gli ha assegnato. L'incontro tra Enea e Anchise, scopo primario della discesa agli Inferi, chiude significativamente il libro e apre la parte successiva del poema: la profezia, posta alla fine dei primi sei libri, quando ormai sono prossime a concludersi le peregrinazioni dei Troiani, ribadisce la futura grandezza di Roma e riconforta Enea mentre sta per affrontare nuove prove. Alcuni elementi del racconto, quali il ramo d'oro, la porta dell'aldilà da cui Enea ritorna, il viaggio stesso, assumono significati simbolici, difficilmente definibili, ma confermano il destino eccezionale dell'eroe, scelto per questa straordinaria avventura.



La struttura del libro

Due sequenze, di diversa ampiezza, scandiscono la narrazione:
  • la prima (vv. 1-235), inerente la profezia della Sibilla; 
  • la seconda (vv. 236-901), inerente la discesa nell'oltretomba e l'incontro con Anchise. La seconda parte, preparata dalla prima e collegata ad essa dalla mediazione della Sibilla, è certamente dominante sia per l'estensione sia per il significato.



Le fonti

Il precedente omerico (Odissea XI) ha influenzato senza dubbio Virgilio, fornendo lo spunto e rappresentando un modello narrativo, in parte seguito dal poeta latino. Quest'ultimo, però, inserisce numerosi elementi specificamente romani, quali, ad esempio, la sfilata dei Romani illustri, o di derivazione filosofica (la teoria della metempsicosi), finalizzati a introdurre il tema della futura gloria romana, che è ovviamente estraneo all'Odissea.



Il narratore

Il poeta è il regista della narrazione, in cui introduce con sapiente equilibrio le parti descrittive e gli interventi dei personaggi. Tuttavia, nella seconda parte, domina la figura di Anchise, la cui voce (narratore di secondo grado) si sovrappone a quella del poeta, narratore di primo grado, e risulta particolarmente suggestiva perché portatrice di una verità superiore.



Lo spazio

Lo spazio esterno del sesto libro è Cuma, unica tappa del viaggio dalla Sicilia alle foci del Tevere, sede di un oracolo di Apollo, e l'Averno, il lago che si riteneva ingresso all'Erebo, vero scopo della sosta di Enea. Il mondo dell'aldilà, nel quale a Enea è concesso di passare vivo dal mondo dei vivi, è segnato dal dolore dei suoi abitanti e dal rimpianto della vita trascorsa e perduta; solo nella scena dei Campi Elisi si apre a una considerazione serena della morte: lo spazio rappresenta perciò soprattutto l'idea che il poeta ha dell'uomo e del suo destino. E inoltre importante osservare che, mentre Odisseo nell'XI dell' Odissea non entra nel mondo dei morti, ma si ferma sulla soglia di esso, Enea attraversa tutto l'aldilà disegnandone una topografia, frutto in gran parte della fantasia di Virgilio, soprattutto per quanto riguarda la divisione del mondo ultraterreno in due aree fondamentali, quella dei dannati e dei beati, oltre a una sorta di "limbo", in cui vagano le anime degli insepolti.



Il tempo

La narrazione abbraccia un arco di tempo che va dalla discesa agli inferi fino alla sera successiva.


L'ordine della narrazione
La narrazione è lineare, cioè segue la successione cronologica degli avvenimenti; solo la profetica visione di Anchise apre un'ampia prospettiva sul futuro, che anticipa il futuro glorioso di Roma (prolessi).



I personaggi

Da questo libro in poi l'aspetto pubblico del personaggio di Enea si accentua: egli è il capo dei suoi uomini, ha su di sé la responsabilità di fondare la nuova città, che il Fato gli ha destinato; più sfumato è il rilievo dato ai suoi sentimenti e alle sue scelte personali. Sotto questo aspetto, i momenti più sentiti sono l'incontro con Didone, che porta l'eco della passione amorosa anche oltre la vita terrena, la commiserazione dei fanciulli e dei morti giovani o per ingiusti motivi, la tristezza per la morte di Palinuro e di Deifobo, personaggi che rivelano all'eroe pensoso il dramma dell'infelicità e la durezza del Fato. La morte degli individui resta un enigma inspiegabile, mentre la profezia di Anchise ribadisce il valore dell'eroismo in rapporto al piano del Fato: ma anche le parole di Anchise si piegano al compianto quando egli celebra la morte del giovane Marcello: dopo l'esaltazione della gloria e della prosperità, il dolore riporta nel cuore del dilemma del destino umano.


Gli dei
Non gli dei, ma il Fato è protagonista di questo libro, filtrato dalle parole di Anchise, che ne rappresenta la mediazione "umana": in nome del Fato il protagonista ha già abbandonato Didone e ripreso il viaggio, in nome del Fato affronterà tutte le prove successive. La presenza della Sibilla, nello stesso tempo profetessa e guida dell'eroe, depositaria di segreti divini, sottolinea che Enea è un uomo chiamato a un destino eccezionale.
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Eneide Libro 6 - Riassunto

Riassunto del libro VI (sesto) dell'Eneide.

François Perrier, Enea e la Sibilla Cumana, 1646 circa. Varsavia, Museo Nazionale

Enea al timone dirige la flotta verso la terraferma e approda a Cuma. Si reca al tempio di Apollo, per interrogare, come gli era stato consigliato da Eleno, la Sibilla, profetessa del dio, che trae i suoi vaticini in un'enorme grotta, l'antro dalle cento porte.

La Sibilla sta per essere invasata dal dio e ordina ai Troiani di fare il sacrificio dovuto perché il dio inizi a ispirarla: Enea promette un tempio ad Apollo e a Trivia e prega la Sibilla di cantare a voce il suo messaggio e di non affidarlo, come era abitudine, alle foglie, temendo che il vento le possa scompigliare e così rendere impossibile l'interpretazione. La profetessa, finalmente ispirata dal dio, annuncia a Enea che i pericoli per mare sono finiti, ma altri lo attendono in terra. Arriveranno al regno di Lavinio, ma là dovranno affrontare dure guerre, combattere contro un giovane pari per la sua forza ad Achille e subire nuovamente l'ira di Giunone, a causa, ancora una volta, di una donna straniera. Ordina però a Enea di non cedere ai dolori e di continuare a lottare: il primo aiuto gli verrà da una città greca.

Enea chiede quindi alla Sibilla come scendere ai Campi Elisi, dove il padre (libro V) gli ha ordinato di recarsi. La Sibilla gli prescrive di cercare il ramo d'oro nascosto nel bosco: esso si cela tra le fronde e, una volta strappato, ne germoglia subito un altro; ma può essere spiccato solo con il favore del Fato e deve essere offerto a Proserpina per favorire la discesa nell'Ade. Inoltre ordina a Enea di seppellire un compagno che è morto nel frattempo.

Angosciato da quest'ultima notizia, Enea torna presso le navi e là, sul lido, trova il corpo inanimato di Miseno, punito con la morte da Tritone, perché aveva gareggiato con gli dei nel suonare la tromba di guerra. Enea e i compagni raccolgono legna per la pira funebre di Miseno: mentre nel bosco Enea si augura di trovare il ramo d'oro; due colombe inviate da sua madre, con brevi voli lo accompagnano fin dove vede brillare fra i rami quello dorato, che riesce a spezzare.

Tornato alla spiaggia, celebra con i compagni i riti funebri per lo sventurato Miseno. Quindi, accompagnato dalla Sibilla, si avvia a scendere nel regno dei morti: alla bocca del lago d'Averno, presso una grotta dalle esalazioni mefitiche, si consumano i sacrifici notturni e s'invocano Ecate e Plutone, sovrani degli Inferi; poi, mentre la terra muggisce spaventosamente e gli alberi sono scossi da una furia, la Sibilla ordina a Enea di seguirlo da solo, pronto e audace, mentre gli altri devono stare lontani.

Nel vestibolo infernale appaiono il pianto, i rimorsi, le malattie, le personificazioni dei mali dell'umanità, e poi una serie di figure mostruose, fra cui i Centauri, la Chimera, le Gorgoni e le Arpie; quindi i due si dirigono verso la palude Stigia. Presso l'Acheronte incontrano Caronte, traghettatore delle anime: Enea viene a sapere dalla Sibilla che le anime che si affollano per passare il fiume infernale sono quelle dei morti insepolti che devono aspettare cento anni prima di poter essere traghettati. Fra le anime degli insepolti Enea vede antichi eroi e l'ombra di Palinuro, che gli narra la sua fine e gli chiede di essere sepolto o portato oltre il fiume. La Sibilla lo rimprovera in quanto non è concesso violare la legge divina, ma profetizza che gli abitanti del luogo dove egli giace insepolto, trascinato fino a riva dal mare, lo seppelliranno, spinti da funesti prodigi.

Caronte vorrebbe impedire il passaggio di Enea, ma la Sibilla lo convince mostrando il ramo d'oro e spiegando che Enea varca il limite dell'oltretomba per vedere il padre morto, mosso quindi da una grande pietà. Convinto Caronte e oltrepassato l'Acheronte, all'ingresso del regno dei morti, la Sibilla getta focacce soporifere a Cerbero, mostro mostruoso con tre teste che sta a guardia della palude Stigia.

L'eroe e la profetessa entrano in una specie di antinferno, nel quale sono radunate le anime dei morti anzitempo: bambini e fanciulli, suicidi (fra cui Didone), gli eroi morti in battaglia: mentre attorno a Enea si accalcano gli antichi compagni Troiani, di fronte a lui le schiere greche fuggono o lanciano grida. Fra gli eroi vede Deifobo, figlio di Priamo, che gli narra il tradimento di Elena: a lui sposata dopo essere rimasta vedova di Paride, lo aveva tradito consegnandolo a Menelao, nella speranza di riconciliarsi con il primo marito. Le orrende ferite che ancora reca il suo corpo testimoniano l'agguato mortale. Ma la Sibilla invita Enea ad affrettarsi e Deifobo saluta tristemente l'antico compagno.

Enea osserva le grandi mura del Tartaro circondate dal Flegetonte, dove sono i malvagi e chiede alla profetessa quali delitti lì si puniscano: la Sibilla elenca varie colpe, fra cui la slealtà, l'avarizia, l'infedeltà, ma si dice incapace di dire tutti i delitti che lì si scontano fra pene e tormenti.

I due visitatori volgono a destra, verso il palazzo di Dite, dove Enea reca l'offerta del ramo d'oro, quindi nei Campi Elisi, luogo incantato e luminosissimo, dove le anime dei beati passano il loro tempo infinito in tranquille occupazioni: chi danza, chi canta, chi fa esercizi ginnici. Sono poeti, musicisti, soldati morti per la patria, sacerdoti; in una valletta Enea incontra Anchise, che dice di averlo da tempo aspettato e gli illustra la teoria della metempsicosi: le anime, vivificate dallo Spirito Universale, entrano nei corpi e li animano, per tutta la vita; dopo la morte, esse si purificano e bevono l'acqua del Lete, che dà l'oblio della vita precedente, e tornano a incarnarsi. Quindi conduce Enea su un colle e di lì gli mostra i futuri Romani illustri, celebra le doti civili e politiche che caratterizzeranno Roma e conclude il suo racconto con l'esaltazione di Marcello, nipote di Augusto, morto giovanissimo. Quindi accompagna il figlio e la Sibilla fino alla porta d'avorio, da dove Enea e la Sibilla escono alla spiaggia.


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