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Eneide Libro 8 - Riassunto

Riassunto del libro VIII (ottavo) dell'Eneide.

Venere nella grotta di Vulcano chiede le armi di Enea, dipinto di G. B. Tiepolo, 1765-1770.

Turno e i suoi alleati latini cercano l'appoggio di Diomede, che, reduce dalla guerra di Troia, aveva fondato una città in Apulia. Enea, intanto, profondamente turbato, privo di alleati per far fronte a una coalizione così compatta, veglia angosciato; quando finalmente riesce a prendere sonno gli appare il genio del luogo, il dio Tiberino, che gli garantisce il favore del Fato e lo incoraggia; inoltre gli conferma la profezia di Eleno, dicendogli che troverà sulle rive del fiume la scrofa con i trenta cuccioli, dove Ascanio fonderà Alba. Lo invita quindi a recarsi da Evandro, re arcade che ha fondato una città, Pallanteo, sul colle Palatino, per ricevere da lui aiuto.

Al risveglio, Enea trova la scrofa con i lattonzoli, che sacrifica a Giunone, dopo aver promesso onori perpetui al fiume; poi parte con alcuni compagni alla volta di Pallanteo. Ben presto, risalendo la corrente favorevole del fiume, giunge alla città di Evandro, dove si sta celebrando un rito in onore di Ercole: Pallante, figlio di Evandro, si avvede dell'arrivo degli stranieri e va loro incontro, perché il rito solenne non sia interrotto.

Dopo aver saputo chi sono e che cosa vogliono, Pallante invita Enea e i compagni a partecipare al rito ed Evandro, riconoscendo in loro antichi ospiti (aveva infatti ospitato un tempo Anchise, di passaggio in Arcadia), li accoglie amichevolmente; quindi essi partecipano alla solenne cerimonia. In seguito Evandro illustra il significato di quel rito: Ercole, un tempo, reduce dalla Spagna dove aveva vinto il mostro Gerione e si era impadronito delle bestie, era passato di lì con i suoi armenti; il mostro Caco, figlio di Vulcano, gli rubò alcune bestie trascinandole per la coda, in modo tale che le peste degli animali ingannassero le ricerche; tuttavia Ercole scoprì nell'antro del mostro le sue mucche, che muggivano sentendo le altre: scoperchiò la caverna e strangolò il mostro, nonostante esso vomitasse fuoco dalla bocca, liberando così il paese dalla sua infausta presenza: perciò Evandro celebra, ogni anno, il rito di ringraziamento in memoria dell'evento e in onore di Ercole.

Dopo un nuovo banchetto e nuove offerte, i sacerdoti Salii cantano in doppio coro le lodi di Ercole a conclusione del rito. Evandro guida con sé nella città Enea e i compagni e illustra i luoghi che attraversano e dove, un giorno, sorgerà la futura città.

Scesa ormai la notte, mentre Enea dorme nella modesta dimora di Evandro, Venere, temendo per la sorte del figlio, si reca dallo sposo Vulcano e lo prega di forgiare per lui nuove armi. Il dio è felice di accontentare la sposa e, quella notte stessa, si reca a Vulcano, isoletta vicina alla Sicilia, nell'arcipelago delle Eolie, per soddisfare la richiesta. Così, all'alba dalla sua fucina escono le armi fatali.

Il mattino successivo, Enea, accompagnato da Acate, si incontra con Evandro e Pallante: l'eroe troiano accoglie la proposta del re di cercare anche l'alleanza con gli Etruschi, ben più numerosi e potenti degli Arcadi e ostili ai Latini, da quando Turno ha accolto il feroce tiranno Mezenzio: questi, che era stato cacciato da Evandro, secondo la profezia, sarebbe stato punito solamente per intervento di un capo straniero.

Evandro fornisce a Enea duecento cavalieri, e altrettanti il figlio Pallante, che lo accompagnerà nella guerra. Compiuto un ultimo sacrificio propiziatorio, Evandro si augura di morire piuttosto che soffrire la morte del figlio e, al momento del congedo, presagio del futuro, perde conoscenza.
Enea e Pallante a cavallo raggiungono rapidamente il campo, dove Tarconte ha radunato gli Etruschi, pronti a combattere contro i Latini. Intanto Venere sorprende il figlio solo, in riva al fiume e gli offre le armi divine, che Enea ammira per la bellezza della fattura.
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Frasi con nomi primitivi e derivati

I nomi primitivi non derivano da nessun'altra parola e sono formati soltanto dalla radice e dalla desinenza.

I nomi derivati derivano dai nomi primitivi, con l'aggiunta di prefissi (elementi posti prima della radice del nome) e suffissi (elementi posti dopo la radice del nome), e assumono un significato del tutto diverso.

Libro → Libr (radice) -o (desinenza) = nome primitivo
Libreria → Libr (radice) -eria (suffisso) = nome derivato



Qui di seguito vi proponiamo delle frasi utilizzando dieci nomi primitivi e useremo sempre le stesse parole per formare dieci frasi con i nomi derivati.


Frasi con nomi primitivi

  1. Quel libro ha avuto successo più per il titolo che per il contenuto.
  2. Bisogna aggiungere un bicchiere di latte all'impasto.
  3. Il tavolo traballava perché aveva una gamba più corta delle altre.
  4. Mi sono fatto male alla gamba.
  5. Il mancino utilizza preferibilmente la mano sinistra.
  6. Quella musica è estremamente godibile e rilassante.
  7. Il livello dell'acqua in piscina era insufficiente per tuffarsi.
  8. Ho dormito male e adesso mi fa male il collo.
  9. Il crisantemo è il fiore tipico del mese di novembre.
  10. Il gioco della dama è semplice se paragonato a quello degli scacchi.



Frasi con nomi derivati

  1. Quella stanza risulta piccola per aggiungere un'altra libreria.
  2. Marco lavora in una latteria.
  3. La tavolata era composta da tredici persone adulte e tredici bambini.
  4. Molte persone si rivolgono a dei guaritori perché convinte di avere un maleficio.
  5. La stufa a gas si spegne girando la manopola della bombola, non dall'interruttore.
  6. Lo spartito per un musicista è come la bicicletta per un corridore.
  7. Mi viene già l'acquolina con il solo profumo di pizza.
  8. Ha voluto impossessarsi a tutti i costi di quella collana.
  9. Maggio è il mese della fioritura dei ciliegi e delle rose.
  10. Il più forte giocatore di pallacanestro di tutti i tempi è stato Michael Jordan.
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Eneide Libro 7 - Riassunto

Riassunto del libro VII (settimo) dell'Eneide.

Enea alla corte del re Latino, olio su tela di Ferdinand Bol, 1661-1663 ca, Amsterdam, Rijksmuseum.

Un nuovo lutto rattrista Enea: la morte di Caeta, antica nutrice, che viene sepolta in un luogo che assumerà il suo nome (Gaeta). Durante la navigazione gli Eneadi costeggiano la terra di Circe, dalla quale Nettuno, che li protegge, li tiene lontano; giungono infine alla corrente del Tevere, in un paesaggio luminoso e sereno. Lì vive Latino, che pacificamente regna su molte città, in attesa di far sposare la figlia Lavinia a un giovane principe: nonostante molti, fra cui Turno, la chiedano in moglie, egli esita, poiché alcuni prodigi gli hanno rivelato l'imminente arrivo di un capo straniero, cui è destinata Lavinia, secondo quanto gli è stato profetizzato dal padre Fauno. Latino non ha taciuto questo responso che è noto a tutti.

Nel frattempo Enea e i compagni sono sbarcati e si stanno rifocillando: a un tratto Ascanio, notando che mangiano anche le focacce su cui hanno posto i cibi, osserva scherzosamente che si stanno mangiando le mense. Enea si rallegra perché vede compiuta la profezia, secondo cui quando avessero mangiato le mense sarebbero giunti nella terra loro destinata dal Fato, e offre, grato, un sacrificio a Giove, che manifesta il suo favore con un tuono e altri prodigi.

Alcuni esuli si recano a esplorare i luoghi e vengono a sapere che si trovano presso gli stagni del Numico, che il fiume è il Tevere e la terra è abitata dai Latini. Quindi Enea sceglie alcuni uomini perché si rechino in ambasceria da Latino: essi giungono nel grande e maestoso palazzo a Laurento, dove vengono accolti con onore dal re.

Ilioneo, capo dell'ambasceria, narra la loro partenza da Troia e illustra le richieste di Enea: al re una piccola porzione di terra in quel luogo che è loro destinato dal Fato perché presenta la terra da cui il progenitore Dardano era partito; offre inoltre doni, alla rovina di Troia.
Latino, memore della profezia di Fauno, accoglie i Troiani e risponde che volentieri accoglierà le richieste di Enea, cui promette la mano di Lavinia.

Tuttavia Giunone, offesa dal fatto che ormai gli Eneadi sono felicemente sbarcati in Italia, nonostante sia consapevole che le è impossibile vanificare il disegno del Fato, tenta ugualmente di intralciare gli eventi, cercando almeno di vendicarsi. Infatti chiama a sé la Furia Alletto, figlia della Notte, madre di lutti, discordie, delitti, e le ordina di scatenare la guerra fra i Troiani e i Latini. La Furia si mette ben volentieri all'opera: dapprima lancia in petto ad Amata, moglie di Latino e madre di Lavinia, uno dei serpenti che le spuntano sul capo come capelli: così si scatena in lei l'ira contro il marito, colpevole di sottrarre a Turno la figlia ormai promessagli in sposa; la donna, in preda a una sorta di invasamento, fugge sui boschi come una baccante, recando con sé la figlia Lavinia e trascinando insieme a lei molte donne latine. Quindi Alletto si volge a Turno: gli appare in sogno sotto le spoglie di una sacerdotessa di Giunone, Calibe, e gli riferisce che Latino vuole far sposare a uno straniero Lavinia e lo incita alla guerra: di fronte all'incertezza di Turno, che si prende gioco della vecchia, Alletto gli si rivela nel suo vero aspetto e gli scaglia contro un tizzone ardente, che scatena nel giovane un furioso ardore di guerra. Infine, la Furia aizza gli uni contro gli altri i Troiani e Latini.
Mentre infatti Ascanio va a caccia a cavallo, per volere di Alletto, colpisce il cavallo di Silvia, la figlia del capo dei pastori di Latino: la fanciulla, disperata per l'amata bestia, viene soccorsa da tutti gli uomini latini, che si schierano contro i Troiani.

Compiuta la sua opera, Alletto si vanta presso Giunone, che la congeda; nonostante i Latini invochino la guerra, il re, che sa quanto questa sia contraria al Fato, non la vuole dichiarare: è Giunone stessa che spalanca le porte del tempio di Giano, dando inizio al confitto. Le città latine abbandonano ogni pacifica attività, moltissime popolazioni ed eroi si schierano a fianco di Turno, ovunque si preparano le armi. Primo fra tutti il terribile e crudele tiranno Mezenzio, accompagnato dal figlio Lauso, poi Aventino figlio di Ercole, Carillo e Cora che guidano una schiera fortissima, Ceculo, re di Preneste, Messapo, figlio di Nettuno, Clauso, da cui discenderà la gente Claudia, e moltissimi altri: ultima viene la vergine Camilla, fanciulla di origine volsca, nella quale bellezza e la grazia si uniscono al coraggio in battaglia.


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Eneide Libro VI - Analisi temi e personaggi

Analisi dei temi trattati, il tempo, lo spazio, il narratore e descrizione dei personaggi del sesto libro dell'Eneide.

Enea e la Sibilla Cumana traghettati da Caronte


I temi

Dominante nella parte iniziale del libro è il tema della morte degli innocenti: Miseno che viene punito da Tritone, i fanciulli morti anzitempo, le anime che si affollano presso la barca di Caronte, i suicidi, Palinuro, sono personaggi la cui morte è inspiegabile e non è consolata né dalla gloria né dalla pienezza di una vita vissuta fino alla maturità. La seconda parte del libro è legata al tema del futuro luminoso di Roma, la città che i discendenti di Enea fonderanno.
Anchise, il padre di Enea da poco scomparso, si assume il compito di profeta e illustra le anime dei grandi di Roma, incarnando il tema politico della celebrazione della gloria futura e dall'alta missione civilizzatrice. L'opera di Enea sarà dura, richiederà coraggio e forza di sopportazione, sarà segnata dalla vittoria finale, ma anche da numerose sconfitte e gravi dolori: tutto questo gli è richiesto in quanto realizzatore della funzione provvidenziale che il Fato gli ha assegnato. L'incontro tra Enea e Anchise, scopo primario della discesa agli Inferi, chiude significativamente il libro e apre la parte successiva del poema: la profezia, posta alla fine dei primi sei libri, quando ormai sono prossime a concludersi le peregrinazioni dei Troiani, ribadisce la futura grandezza di Roma e riconforta Enea mentre sta per affrontare nuove prove. Alcuni elementi del racconto, quali il ramo d'oro, la porta dell'aldilà da cui Enea ritorna, il viaggio stesso, assumono significati simbolici, difficilmente definibili, ma confermano il destino eccezionale dell'eroe, scelto per questa straordinaria avventura.



La struttura del libro

Due sequenze, di diversa ampiezza, scandiscono la narrazione:
  • la prima (vv. 1-235), inerente la profezia della Sibilla; 
  • la seconda (vv. 236-901), inerente la discesa nell'oltretomba e l'incontro con Anchise. La seconda parte, preparata dalla prima e collegata ad essa dalla mediazione della Sibilla, è certamente dominante sia per l'estensione sia per il significato.



Le fonti

Il precedente omerico (Odissea XI) ha influenzato senza dubbio Virgilio, fornendo lo spunto e rappresentando un modello narrativo, in parte seguito dal poeta latino. Quest'ultimo, però, inserisce numerosi elementi specificamente romani, quali, ad esempio, la sfilata dei Romani illustri, o di derivazione filosofica (la teoria della metempsicosi), finalizzati a introdurre il tema della futura gloria romana, che è ovviamente estraneo all'Odissea.



Il narratore

Il poeta è il regista della narrazione, in cui introduce con sapiente equilibrio le parti descrittive e gli interventi dei personaggi. Tuttavia, nella seconda parte, domina la figura di Anchise, la cui voce (narratore di secondo grado) si sovrappone a quella del poeta, narratore di primo grado, e risulta particolarmente suggestiva perché portatrice di una verità superiore.



Lo spazio

Lo spazio esterno del sesto libro è Cuma, unica tappa del viaggio dalla Sicilia alle foci del Tevere, sede di un oracolo di Apollo, e l'Averno, il lago che si riteneva ingresso all'Erebo, vero scopo della sosta di Enea. Il mondo dell'aldilà, nel quale a Enea è concesso di passare vivo dal mondo dei vivi, è segnato dal dolore dei suoi abitanti e dal rimpianto della vita trascorsa e perduta; solo nella scena dei Campi Elisi si apre a una considerazione serena della morte: lo spazio rappresenta perciò soprattutto l'idea che il poeta ha dell'uomo e del suo destino. E inoltre importante osservare che, mentre Odisseo nell'XI dell' Odissea non entra nel mondo dei morti, ma si ferma sulla soglia di esso, Enea attraversa tutto l'aldilà disegnandone una topografia, frutto in gran parte della fantasia di Virgilio, soprattutto per quanto riguarda la divisione del mondo ultraterreno in due aree fondamentali, quella dei dannati e dei beati, oltre a una sorta di "limbo", in cui vagano le anime degli insepolti.



Il tempo

La narrazione abbraccia un arco di tempo che va dalla discesa agli inferi fino alla sera successiva.


L'ordine della narrazione
La narrazione è lineare, cioè segue la successione cronologica degli avvenimenti; solo la profetica visione di Anchise apre un'ampia prospettiva sul futuro, che anticipa il futuro glorioso di Roma (prolessi).



I personaggi

Da questo libro in poi l'aspetto pubblico del personaggio di Enea si accentua: egli è il capo dei suoi uomini, ha su di sé la responsabilità di fondare la nuova città, che il Fato gli ha destinato; più sfumato è il rilievo dato ai suoi sentimenti e alle sue scelte personali. Sotto questo aspetto, i momenti più sentiti sono l'incontro con Didone, che porta l'eco della passione amorosa anche oltre la vita terrena, la commiserazione dei fanciulli e dei morti giovani o per ingiusti motivi, la tristezza per la morte di Palinuro e di Deifobo, personaggi che rivelano all'eroe pensoso il dramma dell'infelicità e la durezza del Fato. La morte degli individui resta un enigma inspiegabile, mentre la profezia di Anchise ribadisce il valore dell'eroismo in rapporto al piano del Fato: ma anche le parole di Anchise si piegano al compianto quando egli celebra la morte del giovane Marcello: dopo l'esaltazione della gloria e della prosperità, il dolore riporta nel cuore del dilemma del destino umano.


Gli dei
Non gli dei, ma il Fato è protagonista di questo libro, filtrato dalle parole di Anchise, che ne rappresenta la mediazione "umana": in nome del Fato il protagonista ha già abbandonato Didone e ripreso il viaggio, in nome del Fato affronterà tutte le prove successive. La presenza della Sibilla, nello stesso tempo profetessa e guida dell'eroe, depositaria di segreti divini, sottolinea che Enea è un uomo chiamato a un destino eccezionale.
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Eneide Libro 6 - Riassunto

Riassunto del libro VI (sesto) dell'Eneide.

François Perrier, Enea e la Sibilla Cumana, 1646 circa. Varsavia, Museo Nazionale

Enea al timone dirige la flotta verso la terraferma e approda a Cuma. Si reca al tempio di Apollo, per interrogare, come gli era stato consigliato da Eleno, la Sibilla, profetessa del dio, che trae i suoi vaticini in un'enorme grotta, l'antro dalle cento porte.

La Sibilla sta per essere invasata dal dio e ordina ai Troiani di fare il sacrificio dovuto perché il dio inizi a ispirarla: Enea promette un tempio ad Apollo e a Trivia e prega la Sibilla di cantare a voce il suo messaggio e di non affidarlo, come era abitudine, alle foglie, temendo che il vento le possa scompigliare e così rendere impossibile l'interpretazione. La profetessa, finalmente ispirata dal dio, annuncia a Enea che i pericoli per mare sono finiti, ma altri lo attendono in terra. Arriveranno al regno di Lavinio, ma là dovranno affrontare dure guerre, combattere contro un giovane pari per la sua forza ad Achille e subire nuovamente l'ira di Giunone, a causa, ancora una volta, di una donna straniera. Ordina però a Enea di non cedere ai dolori e di continuare a lottare: il primo aiuto gli verrà da una città greca.

Enea chiede quindi alla Sibilla come scendere ai Campi Elisi, dove il padre (libro V) gli ha ordinato di recarsi. La Sibilla gli prescrive di cercare il ramo d'oro nascosto nel bosco: esso si cela tra le fronde e, una volta strappato, ne germoglia subito un altro; ma può essere spiccato solo con il favore del Fato e deve essere offerto a Proserpina per favorire la discesa nell'Ade. Inoltre ordina a Enea di seppellire un compagno che è morto nel frattempo.

Angosciato da quest'ultima notizia, Enea torna presso le navi e là, sul lido, trova il corpo inanimato di Miseno, punito con la morte da Tritone, perché aveva gareggiato con gli dei nel suonare la tromba di guerra. Enea e i compagni raccolgono legna per la pira funebre di Miseno: mentre nel bosco Enea si augura di trovare il ramo d'oro; due colombe inviate da sua madre, con brevi voli lo accompagnano fin dove vede brillare fra i rami quello dorato, che riesce a spezzare.

Tornato alla spiaggia, celebra con i compagni i riti funebri per lo sventurato Miseno. Quindi, accompagnato dalla Sibilla, si avvia a scendere nel regno dei morti: alla bocca del lago d'Averno, presso una grotta dalle esalazioni mefitiche, si consumano i sacrifici notturni e s'invocano Ecate e Plutone, sovrani degli Inferi; poi, mentre la terra muggisce spaventosamente e gli alberi sono scossi da una furia, la Sibilla ordina a Enea di seguirlo da solo, pronto e audace, mentre gli altri devono stare lontani.

Nel vestibolo infernale appaiono il pianto, i rimorsi, le malattie, le personificazioni dei mali dell'umanità, e poi una serie di figure mostruose, fra cui i Centauri, la Chimera, le Gorgoni e le Arpie; quindi i due si dirigono verso la palude Stigia. Presso l'Acheronte incontrano Caronte, traghettatore delle anime: Enea viene a sapere dalla Sibilla che le anime che si affollano per passare il fiume infernale sono quelle dei morti insepolti che devono aspettare cento anni prima di poter essere traghettati. Fra le anime degli insepolti Enea vede antichi eroi e l'ombra di Palinuro, che gli narra la sua fine e gli chiede di essere sepolto o portato oltre il fiume. La Sibilla lo rimprovera in quanto non è concesso violare la legge divina, ma profetizza che gli abitanti del luogo dove egli giace insepolto, trascinato fino a riva dal mare, lo seppelliranno, spinti da funesti prodigi.

Caronte vorrebbe impedire il passaggio di Enea, ma la Sibilla lo convince mostrando il ramo d'oro e spiegando che Enea varca il limite dell'oltretomba per vedere il padre morto, mosso quindi da una grande pietà. Convinto Caronte e oltrepassato l'Acheronte, all'ingresso del regno dei morti, la Sibilla getta focacce soporifere a Cerbero, mostro mostruoso con tre teste che sta a guardia della palude Stigia.

L'eroe e la profetessa entrano in una specie di antinferno, nel quale sono radunate le anime dei morti anzitempo: bambini e fanciulli, suicidi (fra cui Didone), gli eroi morti in battaglia: mentre attorno a Enea si accalcano gli antichi compagni Troiani, di fronte a lui le schiere greche fuggono o lanciano grida. Fra gli eroi vede Deifobo, figlio di Priamo, che gli narra il tradimento di Elena: a lui sposata dopo essere rimasta vedova di Paride, lo aveva tradito consegnandolo a Menelao, nella speranza di riconciliarsi con il primo marito. Le orrende ferite che ancora reca il suo corpo testimoniano l'agguato mortale. Ma la Sibilla invita Enea ad affrettarsi e Deifobo saluta tristemente l'antico compagno.

Enea osserva le grandi mura del Tartaro circondate dal Flegetonte, dove sono i malvagi e chiede alla profetessa quali delitti lì si puniscano: la Sibilla elenca varie colpe, fra cui la slealtà, l'avarizia, l'infedeltà, ma si dice incapace di dire tutti i delitti che lì si scontano fra pene e tormenti.

I due visitatori volgono a destra, verso il palazzo di Dite, dove Enea reca l'offerta del ramo d'oro, quindi nei Campi Elisi, luogo incantato e luminosissimo, dove le anime dei beati passano il loro tempo infinito in tranquille occupazioni: chi danza, chi canta, chi fa esercizi ginnici. Sono poeti, musicisti, soldati morti per la patria, sacerdoti; in una valletta Enea incontra Anchise, che dice di averlo da tempo aspettato e gli illustra la teoria della metempsicosi: le anime, vivificate dallo Spirito Universale, entrano nei corpi e li animano, per tutta la vita; dopo la morte, esse si purificano e bevono l'acqua del Lete, che dà l'oblio della vita precedente, e tornano a incarnarsi. Quindi conduce Enea su un colle e di lì gli mostra i futuri Romani illustri, celebra le doti civili e politiche che caratterizzeranno Roma e conclude il suo racconto con l'esaltazione di Marcello, nipote di Augusto, morto giovanissimo. Quindi accompagna il figlio e la Sibilla fino alla porta d'avorio, da dove Enea e la Sibilla escono alla spiaggia.


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Eneide Libro 5 - Riassunto

Riassunto del libro V (quinto) dell'Eneide.

I giochi per l'anniversario della morte di Anchise

Da lontano, oramai in navigazione, Enea scorge le fiamme del rogo di Didone, e un triste presagio pervade i cuori dei Troiani. Il timoniere Palinuro, temendo le avversità del mare, consiglia di approdare sulle coste siciliane, a Drepano, dove il troiano Aceste li accoglierà benevolmente. Enea accetta questo consiglio: è infatti trascorso un anno dalla morte di Anchise che proprio a Drepano è sepolto: la sosta sarà quindi occasione per celebrare i riti funebri.

Giunti da Aceste, vengono accolti in modo ospitale. Nel corso del solenne sacrificio in onore di Anchise, un serpente dorato, a sette spire, liba le offerte già pronte: Enea interpreta il presagio favorevolmente e offre nuove vittime.

In seguito vengono celebrati i giochi: una gara di navi, una di corsa (cui partecipano anche Eurialo e Niso, due giovani amici protagonisti del IX libro), un combattimento di pugilato. Nel corso di quest'ultima gara, l'anziano ma forte Entello vince il compiaciuto Darete, convinto che nessuno osasse sfidarlo. Segue quindi il tiro con l'arco: in questa gara, Aceste, sorteggiato a tirare per ultimo, quando ormai la colomba posta come preda è già stata colpita, scocca una freccia che prende fuoco e segna una scia fiammeggiante, come una stella cometa: anche questo è interpretato da Enea come un presagio favorevole.

I giochi sono chiusi da una parata gioiosa di giovinetti a cavallo: li guida Ascanio, che intreccia con loro diversi percorsi: questa giostra equestre, spiega il poeta, sarà celebrata a Roma in memoria dell'antica origine (è il cosiddetto ludus Troiae, introdotto da Ascanio nel Lazio e riesumato da Augusto).

Ma, mentre si svolge questa festosa cerimonia, Giunone manda Iride, sotto le spoglie di Beroe, una troiana, a istigare le donne, ormai stanche, perché incendino le navi per impedire una nuova partenza. Ascanio, ancora in sella al cavallo, alla notizia di quanto accade al porto, rimprovera aspramente le donne, che comprendono l'opera nefasta della dea e fuggono spaventate. Enea prega Giove di aiutarlo: una tempesta inviata dal dio spegne l'incendio divampato, ma quattro navi sono purtroppo andate perdute.

Naute, anziano e sapiente, consiglia a Enea di lasciare in Sicilia gli uomini deboli e stanchi di navigare e le donne che non vogliano seguirlo. Lo stesso Anchise, apparso al figlio, appoggia questo piano e gli ordina di recarsi, prima di giungere al luogo destinato per la fondazione della nuova patria, ai Campi Elisi, sede dei beati, dove lo incontrerà. Quindi Enea insieme ai compagni traccia il confine della città che i Troiani rimasti fonderanno e chiameranno Acesta; al momento di partire tutti si salutano profondamente commossi.

Venere si rivolge a Nettuno perché garantisca ai profughi una serena navigazione: il dio acconsente, dicendo che un solo compagno di Enea morirà in mare prima di giungere in Italia. Preso il mare, la navigazione procede tranquilla; ma, scesa la notte, il fidato timoniere Palinuro, ingannato dal sonno che ne vince la resistenza, cade in acqua e annega.
Intanto, con il favore di Nettuno, la flotta prosegue la rotta e solo in prossimità della meta Enea si accorge che il nocchiero è sparito: prende egli stesso in mano il timone e guida la nave, mentre compiange il compagno perduto. La spiaggia dove giacerà porterà il suo nome.


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Frasi con i nomi alterati

I nomi alterati aggiungono una caratteristica particolare (piccolo, grande, bello, brutto) ai nomi primitivi per mezzo di un suffisso. A seconda dei casi è possibile ottenere da un nome primitivo quattro tipi di alterazioni: accrescitivo, diminutivo, vezzeggiativo e dispregiativo.

L'alterazione è determinata dall'atteggiamento di chi parla; essa riguarda le dimensioni di qualcosa (diminutivo, accrescitivo) oppure il giudizio affettivo che se ne dà (vezzeggiativo, dispregiativo).

Tutti i nomi alterati di gatto


Diminutivo

Indicano che una personale, un animale, una cosa sono più piccoli del normale.
Suffisso-ino/a, -ello/a, -etto/a, -icello/a, -icciolo/a, -olino/a.
  1. La mortadella è il salume che preferisco nel panino.
  2. Mi dà un fastidio quando Giacomo chiama sua moglie stellina.
  3. Non mi piace frugare nella tua borsetta, anche se tu mi hai dato il permesso!
  4. Il professore dava sempre uno schiaffetto agli alunni più indisciplinati.
  5. Il cagnolino era la mascotte della nostra squadra di calcio.
  6. Domani dovrò andare dal dentista insieme alla mia cuginetta.
  7. Mi potresti portare una bottiglietta d'acqua?
  8. Laggiù era attraccata una barchetta.
  9. Quando faccio i compiti mi chiudo nella mia cameretta.
  10. Cenerentola perse la scarpetta.



Vezzeggiativo

Indicano che una personale, un animale, una cosa sono
Suffisso-uccio/a, -uzzo/a, -olo/a, -otto/a, -acchiotto/a.
  1. Il cucciolotto sta giocando con la palla.
  2. La nostra vicina di casa ha soccorso un lupacchiotto ferito.
  3. Per proseguire lungo il sentiero abbiamo dovuto superare un fiumiciattolo.
  4. Incantevole stare al calduccio quando fuori è gelido.
  5. È questo il lettuccio che pensavate di comprare?
  6. Ti vedo un po' deboluccio.
  7. Tesoruccio, stamattina la colazione te la prepari da sola.
  8. Il tettuccio apribile era una vera chicca in quell'automobile.
  9. Gli incassi sono scarsi, siamo messi proprio maluccio!
  10. Aveva una casuccia in campagna.



Accrescitivo

Indicano che una personale, un animale, una cosa sono
Suffisso-one/a, -accione/a, -acchione/a.
  1. Il nostro allenatore è un omaccione dal cuore tenero.
  2. Per festeggiare la laurea della mia sorellona stiamo organizzando una festa a sorpresa.
  3. Sei un testone, perché non mi ascolti mentre parlo?
  4. Quell'omone che è appena passato è mio fratello.
  5. Nella mia casona ci sono molti armadi.
  6. Quello era il mio orsacchiotto preferito da bambino.
  7. Hai un febbrone da cavallo: mettiti subito a letto!
  8. Quella donnona è alta quasi due metri.
  9. Ci siederemo tutti attorno a questo tavolone.
  10. Cosa ci sarà dentro questa scatolona?



Dispregiativo o peggiorativo

Indicano che una personale, un animale, una cosa suscitano antipatia, disprezzo, avversione per qualche loro caratteristica fisica o morale negativa.
Suffisso: -accio/a, -azzo/a, -astro/a, -aglia, -ucolo/a, -uncolo/a, -onzolo/a, -iciattolo/a, -uzzo/a.
  1. Ieri è stata una giornataccia, non è andato bene nulla.
  2. Il votaccio che hai preso in matematica ti rovinerà la media.
  3. Quel ragazzaccio si meriterebbe una punizione.
  4. Una vespaccia le ha punto la mano.
  5. Ho fatto una faticaccia per leggere quel gigantesco libro.
  6. Quel luogo non mi piaceva, c'era certa gentaglia.
  7. C'è brutto tempo, tira un ventaccio.
  8. La commedia non mi è piaciuta perché recitava un attoraccio.
  9. Smettila di cantare questa canzonaccia!
  10. Chiudi quella boccaccia!
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