Inferno Canto 13 - Figure retoriche


Tutte le figure retoriche presenti nel tredicesimo canto dell'Inferno (Canto XIII) della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del tredicesimo canto dell'Inferno. Il canto è ambientato nella selva dei suicidi, luogo in cui Dante ha modo di vedere in azione le Arpie, che aggrediscono gli scialacquatori, cioè coloro che in vita hanno sciupato il loro patrimonio (tra cui Lano da Siena e Iacopo da Sant'Andrea) e dialogare con Pier della Vigna, che ha assunto le sembianze di una pianta. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 13 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Non = anafora (vv. 1, 4, 7). NON fronda, NON rami, NON porni.

Pennuto ’l gran ventre = anastrofe (v. 14). Sta a significare "gran ventre piumato".

Fanno lamenti in su li alberi strani = iperbato (v. 15). Cioè non sono strani gli alberi bensì i lamenti; il significato è "emettono suoni lamentosi e orribili (strani) sugli alberi".

Cred’io ch’ei credette ch’io credesse = poliptoto (v. 25). Perché si ripete la stessa parola a breve distanza ma con significati diversi.

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi...se state fossimo anime di serpi = chiasmo (v.37 e v.39).

Come d’un stizzo verde ch’arso sia da l’un de’capi, che da l’altro geme e cigola per vento che va via, sì de la scheggia rotta usciva insieme parole e sangue; ond’io lasciai la cima cadere, e stetti come l’uom che teme = similitudine (vv. 40-45). Sta a significare "Come quando si brucia un ramoscello verde da una delle estremità, e dall'altra cola la linfa e si sente un cigolio in quanto esce dell'aria, così dal ramo rotto uscivano insieme parole e sangue; allora io lasciai cadere il ramo spezzato e restai lì pieno di timore.".

La mia rima = sineddoche (v. 48). La parte per il tutto.

Adeschi...inveschi = paronomasia (vv. 55-57).

Non gravi = litote (v. 56). Sta a significare "non sia fastidioso".

Io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo = metafora (vv. 58-59). Sta a significare "Io sono colui che tenni entrambe le chiavi del cuore di Federico II".

La meretrice che mai da l’ospizio di Cesare non torse li occhi putti, morte comune e de le corti vizio = metafora (vv. 64-66). Sta a significare "La prostituta (invidia) che non distolse mai gli occhi disonesti dalla reggia dell'imperatore, e che è morte di tutti e vizio delle corti".

Fede portai = anastrofe (v. 62). Sta a significare "portai fede, fui fedele".

'Nfiammati infiammar = poliptoto (v. 68). Sta a significare "infiammarono a loro volta".

Lieti...tristi = antitesi (v. 69).

Ingiusto...giusto = paronomasia (v. 72).

Vi giuro che già mai non ruppi fede = antitesi (v. 74). Sta a significare "vi giuro che non fui mai infedele".

Quivi germoglia come gran di spelta = similitudine (v. 99). Sta a significare "lì germoglia come un seme di farro".

Fanno dolore, e al dolor fenestra = chiasmo (v. 102). Sta a significare "provocano dolore e insieme sfogo al dolore".

Bramose e correnti come veltri ch’uscisser di catena = similitudine (vv. 125-126). Sta a significare "correvano affamate come cani da caccia scatenati".

I’ fui de la città che nel Batista mutò il primo padrone = perifrasi (vv. 143-144). Per indicare Firenze.


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