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L'aquilone, Pascoli: parafrasi, analisi, commento


Appunto di letteratura sulla poesia L'aquilone di Giovanni Pascoli: testo, parafrasi, analisi del testo, figure retoriche e commento.

L'aquilone è una poesia di Giovanni Pascoli scritta nel 1897 e appartenente alla raccolta Primi poemetti. Si tratta di una delle poesie di Pascoli che amava maggiormente nel quale rievoca ricordi felici e tristi della sua infanzia di quando il suo dolore più grande era vedere il proprio aquilone cadere, ovvero niente paragonato ai problemi, fallimenti e sofferenze che si affrontano nel corso della vita.





L'aquilone di Giovanni Pascoli

In questa pagina trovate tutto ciò che riguarda la poesia L'aquilone di Giovanni Pascoli: dal testo alla parafrasi, l'analisi del testo e l'individuazione di tutte le figure retoriche contenute in essa e infine un commento sulla poesia.


L'aquilone: scheda della poesia

Titolo L'aquilone
Autore Giovanni Pascoli
Genere Poesia
Raccolta Primi poemetti
Corrente letteraria Decadentismo
Data 1897
Luogo Urbino
Contesto storico Ricordo del passato di Giovanni Pascoli
Temi trattati Il volo degli aquiloni e la morte prematura di un compagno di collegio
Frase celebre «C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, | anzi d'antico: io vivo altrove, e sento | che sono intorno nate le viole»



Testo

C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d'antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.

Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.

Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch'erbose hanno le soglie:

un'aria d'altro luogo e d'altro mese
e d'altra vita: un'aria celestina
che regga molte bianche ali sospese...

sì, gli aquiloni! È questa una mattina
che non c'è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d'albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c'era
d'autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.
Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s'inalza.

S'inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.

S'inalza; e i piedi trepidi e l'anelo
petto del bimbo e l'avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

Più su, più su: già come un punto brilla,
lassù lassù... Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto... — Chi strilla?

Sono le voci della camerata
mia: le conosco tutte all'improvviso,
una dolce, una acuta, una velata...
A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! e te, sì, che abbandoni
su l'omero il pallor muto del viso.

Si: dissi sopra te l'orazioni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!

Tu eri tutto bianco, io mi rammento:
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.

Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!

Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore

ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch'io presto verrò sotto le zolle,
là dove dormi placido e soletto...

Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!

Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co' bei capelli a onda

tua madre... adagio, per non farti male.



Parafrasi

C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi di antico: io vivo da un'altra parte, e sento
che intorno sono nate le viole.
Sono nate nel bosco del convento
dei cappuccini, sotto le foglie morte che il vento
agita ai piedi delle querce.
Si respira un'aria tiepida che rende più soffice
il terreno gelato, e raggiunge le chiese
di campagna, circondate d'erba fino all'ingresso.
un'aria proviente da un altro luogo,
da un altro mese e da un'altra vita: un'aria primaverile
che regga molte ali bianche sospese nel cielo…
sì, gli aquiloni! Questa è una mattina in cui
non c'è scuola. Siamo usciti tutti insieme
tra le siepi di rovo e di biancospino.
Le siepi erano spoglie, pungenti; ma c'era
ancora qualche mazzo rosso di bacche autunnali,
e qualche fiore bianco primaverile;
e il pettirosso saltellava sui rami nudi
e la lucertola mostrava la testina
tra le foglie secche del fossato.
Ora siamo fermi: abbiamo di fronte a noi la ventosa
città di Urbino: ciascuno lancia da un'altura
la sua cometa verso il cielo azzurro.
Ed ecco che ondeggia, oscilla, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco che piano piano
si innalza accompagnato dalle grida dei bambini.
Si innalza; e il filo sfugge dalla mano del fanciullo,
come un fiore che si stacca dal suo stelo
esile, per andare a fiorire di nuovo più lontano.
Si innalza; e porta in cielo i piedi impazienti,
il respiro intenso, lo sguardo desideroso,
il viso e il cuore del bimbo.
Più su, più su: è già un punto lontano,
lassù, lassù… Ma ecco una folata di vento
di traverso, ecco un grido acuto… - Chi strilla?
Sono le voci della mie compagni del collegio:
le riconosco tutte improvvisamente,
una dolce, una acuta, una tenue…
A uno a uno vi rivedo tutti,
o miei compagni!! e te, sì, che abbandoni
sulla spalla il viso pallido e sofferente.
Sì: dissi preghiere su di te,
e piansi: eppure sei fortunato tu che al vento
hai visto cadere solo gli aquiloni!
Tu eri completamente pallido, me lo ricordo:
di rosso avevi solo le ginocchia,
perché pregavamo inginocchiati sul pavimento.
Oh! Beato sei tu che hai chiuso gli occhi
sereno, stringendo sul cuore
il più prezioso tra i tuoi amati giochi!
Oh! Ne sono certo, si muore dolcemente,
stringendo la propria giovinezza al petto,
come un fiore non ancora sbocciato
tiene raccolti i suoi candidi petali! O morto da giovane,
anche io presto verrò sotto terra,
dove riposi tranquillo e solo…
Meglio venirci ansando, roseo, bagnato
dal sudore, come dopo una allegra
gara di corsa per salire su una collina.
Meglio venirci coi capelli ancora biondi,
poiché dopo la morte riposano sul cuscino,
e tua madre pettinò i bei capelli facendoli ondulati
…delicatamente, per non farti male.



Analisi del testo

Schema metrico: 21 terzine dantesche in rima incatenata secondo lo schema ABA, BCB, CDC...

La poesia è strutturata nel seguente modo:
  1. Inizio del ricordo: dall'inverno alla primavera;
  2. Racconto di un episodio piacevole dell'infanzia;
  3. Racconto di un episodio spiacevole dell'infanzia;
  4. Il dolore di Pascoli per la perdita del compagno
  5. La figura della madre, simbolo di amore e protezione;
  6. Pascoli e la sua visione pessimistica della vita.



La parola "aquilone" presente nel titolo, viene usata dal poeta con diversi scopi: per descrivere un gioco che si faceva da bambini, per descrivere la spensieratezza di quando si giovani senza il peso dei problemi della vita (il volare), per descrivere il bene più prezioso che si possedeva (le piccole cose sono importanti per il fanciullo, e il giovane morto prematuramente se lo tiene stretto anche in punto di morte) e anche per ricordare che la vita è come un aquilone che da giovane lo fai volare ma poi scende / cade e da adulto non hai più il tempo e la voglia per farlo nuovamente volare. In un certo senso Pascoli vuole dirci che da adulti si vive la vita come un aquilone che si è scantato al suolo e che è troppo rotto per tornare a volare.

Il poeta usa la stagione primaverile per descrivere un ricordo d'infanzia perché la primavera è la stagione della rinascita e, quindi, della vita. L'inverno, che è la stagione in cui scrive questa poesia, non lo nomina direttamente ma è intuibile grazie al verso "una dolce aria che scioglie le dure zolle" dove appunto il terreno era duro e gelato e il clima mite lo aveva riportato alla normalità. L'inverno è la stagione più fredda dell'anno e cosa c'è di più freddo della morte? Primavera e inverno sono per il poeta le stagioni della vita.



Figure retoriche

Nel testo della poesia L'aquilone sono presenti numerose figure retoriche, anche perché numerosi sono i suoi versi.
  • Similitudine = "come un fiore che fugga su lo stelo" (v.29). Cioè come la parte superiore del fiore (quella con i petali) che che si stacca dal suo stelo (quella che sostiene il fiore). La similitudine è legata al filo dell'aquilone che sfugge di mano.
  • Similitudine = "come un punto" (v. 34). Come le stelle in cielo che sembrano solamente dei puntini luminosi.
  • Similitudine = "come i candidi suoi petali un fiore" (v.54). Cioè il fanciullo si tiene stretto il suo aquilone come un fiore che ancora non è sbocciato ha i petali chiusi in se stesso. Anche il riferimento a un fiore non sbocciato è un paragone alla fanciullezza, perché è un fiore che "si deve completare".
  • Similitudine = "come dopo una gioconda corsa di gara per salire un colle!" (vv. 59-50). Il poeta elenca degli aggettivi di chi corre e suda come chi sale una collina correndo.
  • Metafora = "che regga molte bianche ali sospese" (v. 12), allude agli aquiloni; "la sua cometa" (v. 24), altro riferimento agli aquiloni.
  • Sineddoche = "l'avida pupilla" (v. 32). La parte per il tutto, dal momento che intendeva lo sguardo o gli occhi e non solamente la pupilla, che è una parte dell'occhio.
  • Iperbato = "che sono intorno nate le viole" (v. 3). Cioè che sono nate le viole. La parola "intorno" può essere omessa.
  • Anafora = "S'inalza" (v.28; v.31); "Meglio venirci" (v. 58; v.61).
  • Iterazione = "aria" (v.7; v.10; v.11). Per la ripetizione della stessa parola a distanza d pochi versi.
  • Enumerazione per asindeto = "ondeggia, pencola, urta, sbalza risale, prende il vento" (vv. 25-26).
  • Anastrofe = la sua stringendo fanciullezza al petto (v.53). Cioè stringengo la sua fanciullezza al petto.
  • Metonimia = "la sua stringendo fanciullezza al petto". L'astratto (fanciullezza) per il concreto (aquilone).
  • Enjambement = vv.2-3; vv.4-5; vv.7-8; vv.17-18; vv.22-23; vv.31-32; vv.37-38; vv.41-42; vv.58-59; vv.59-60.


Commento

Il poeta avverte qualcosa di diverso nell'aria e subito dopo si sente trasportato in un altro luogo (Urbino) e in un altro tempo (stagione primaverile), mentre in quello attuale era inverno e si trovava a Messina dove era professore universitario di letteratura latina. Per descrivere la stagione primaverile inserisce le violette, la terra non più ghiacciata, fiori primaverili di colore bianco, la presenza di animali come il pettirosso e la lucertola. Il motivo di questo cambiamento del tempo e dello spazio è dovuto al fatto che il poeta sta rievocando il ricordo di alcuni episodi della propria infanzia: ricordi piacevoli come i giochi all'aperto, nello specifico far volare l'aquilone insieme ad altri coetanei e ricordi tristi come la morte di un suo compagno (Piero Viviani, anni 17) che frequentava il collegio dei frati Scolopi a Urbino (nelle Marche).
Far volare un aquilone era un tipico gioco giovanile dove ognuno si costruiva il proprio aquilone con le proprie capacità nella speranza che potesse spiccare il volo. Questo gioco consente all'autore di esprimere la felicità, la spensieratezza e l'emozione provata in un giorno in cui non c'era scuola e, quindi, i giovani si davano appuntamento nelle colline che salivano correndo come delle divertenti gare di corsa. Per far volare l'aquilone è necessaria la presenza del vento, ma nelle alture di Urbino il vento non mancava. Mentre il bambino che perde la presa del filo del suo aquilone che vola sempre più in alto nel cielo fino a sembrare un punto lontano, permette al poeta di parlare anche di un giovane ragazzo come lui e tanti altri del suo gruppo che è morto. Questo passaggio da un evento gioioso a un evento drammatico è evidente nelle grida dei fanciulli, che dapprima li descrive come se fossero un unico gruppo perché provano le stesse emozioni, gioia ed euforia nel vedere l'aquilone che ci mette un po' a stabilizzarsi nel cielo, e poi diventano grida sparse di diversa intensità perché provengono dai suoi compagni di camerata, e qui Pascoli smette di vedere il mondo con gli occhi di fanciullo e riprende quelli di adulto e, inizialmente sente e riconosce le voci e poi riesce a ricordare anche i loro volti. Tra questi ragazzi il pensiero va a uno dei suoi compagni morto prematuramente. Per questo giovane ragazzo il poeta ha pregato molto e versato molte lacrime (frequentava un collegio religioso). A questo punto Pascoli fa notare che nonostante il giovane abbia lasciato questo mondo prematuramente, avendo vissuto solo una piccola parte della propria vita è da considerarsi "fortunato" perché non vivrà tutte quelle sofferenze e delusioni che si vivono da adulti (pessimismo pascoliano) e che a quell'età la sua sofferenza più grande è stata al massimo vedere gli aquiloni cadere. Perciò non è l'arrivo della morte che lo turba ma ciò che si affronta vivendo a lungo. Inoltre, chi muore da giovane ha il privilegio di avere ancora una madre accanto che si possa prendere cura del figlio anche dopo essere passato a miglior vita. I versi finali sono tra i più dolci e commoventi della letteratura: la madre pettina i capelli dorati (e non grigi, come chi muore adulto) del figlio defunto con la stessa delicatezza di quando era in vita, come se il suo corpo potesse ancora avvertire il dolore causato dai denti del pettine. Questo serve a ricordare che l'amore di una madre per il proprio figlio non ha fine, nemmeno se è la morte a separarli, è qualcosa di eterno e di intangibile.

Pascoli vuole trasmettere il messaggio che la fanciullezza di quel giovane è rimasta pura e intatta e che quando arriveranno i suoi giorni non ci saranno nemmeno le mani della propria madre ad aiutarlo nel trapasso, sarà solo e triste perché ha collezionato tanti lutti nella vita. Questi ultimi versi mi hanno riportato in mente un famoso aforisma che afferma "Nessun genitore dovrebbe sopravvivere ai propri figli", perché la morte di un figlio è tra le peggiori esperienze, e forse la peggiore in assoluto, che un genitore possa sopportare. L'autore descrive la morte dal punto di vista nel suo ruolo come figlio perché il suo pensiero è influenzato dalla poetica del fanciullino e non fa alcun riferimento al dolore dal punto di vista del genitore.


Il ricordo è un tema ricorrente nelle poesie di Pascoli, per esempio nella celebre poesia X Agosto rievoca la morte del padre, la cui perdita lo aveva profondamente scosso.


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