Lindoro di deserto - Ungaretti: parafrasi, analisi e commento


Appunto di letteratura riguardante la poesia "Lindoro di deserto" di Giuseppe Ungaretti: testo, parafrasi, analisi, figure retoriche e commento.

La poesia "Lindoro di deserto" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti, porta l'indicazione "Cima Quattro, il 22 dicembre 1915" e fa parte della raccolta L'allegria.



Testo

Dondolo di ali in fumo
mozza il silenzio degli occhi

Col vento si spippola il corallo
di una sete di baci

Allibisco all'alba

Mi si travasa la vita
in un ghirigoro di nostalgie

Ora specchio i punti di mondo
che avevo compagni
e fiuto l'orientamento

Sino alla morte in balia del viaggio

Abbiamo le soste di sonno

Il sole spegne il pianto

Mi copro di un tiedipo manto
di lind'oro

Da questa terrazza di desolazione
i braccio mi sporgo
al buon tempo



Parafrasi

Nell'ondulante foschia della nebbia
che impedisce di vedere
Un vento la spazza un po' alla volta e
come quando si vedono labbra da baciare
Impallidisco nel vedere l'alba
Ho ripreso a vivere e
sono ritornati i miei ricordi nostalgici
Adesso vedo il nord, il sud, l'est e l'ovest 
i miei fedelissimi punti cardinali
e riesco a orientarmi
In balia del viaggio fino alla morte
Ci sono le soste per dormire e riposare
Il sole allontana la malinconia
Mi lascio avvolgere dal calore
della sua luce dorata
In questa desolante trincea
posso riaffacciarmi verso
un nuovo inizio



Analisi del testo e commento

Le poesie contenute nella raccolta L'Allegria sono tutte datate e da ciò possiamo notare che la poesia "Lindoro di deserto" sia stata scritta il giorno precedente in cui il poeta scriverà la poesia Veglia, dove si trovava a passare la notte buttato vicino a un compagno. Come già visto in altre poesie non è presente la punteggiatura.

Il titolo "Lindoro di deserto" va suddiviso in due parti: 
  • Lindoro → è il nome di una maschera veneziana della commedia di Carlo Goldoni della Trilogia di Zelinda e Lindoro. Il personaggio in questione è un giovane innamorato.
  • Di deserto → è un riferimento alla guerra, perché si combatte in ampi spazi all'aperto.

Nella notte del 22 dicembre 1915, Ungaretti si trova in trincea ma non ci sono sparatorie, anzi, sta "godendo" del suo turno di riposo o forse c'è una breve tregua. In realtà è una delle tanti notti difficili per via del freddo tipico della stagione invernale, vi è anche la nebbia e quindi c'è scarsa visibilità, e non vede l'ora che giunga l'alba perché il Sole riscalda e consente di avere una visuale migliore.
E così arriva l'alba e, il paesaggio che prima sembrava come se fosse avvolto dalle tenebre, per via del vento che allontana (spippola) la nebbia un po' alla volta, arriva in modo crescente un bagliore rossastro (il poeta dice che la sensazione è quella che si ha quando si stacca un pezzo alla volta un qualcosa, lui nomina il corallo, ma forse l'intento è quello di paragonarlo al rosario che si recita dicendo una preghiera per ogni perla della collana del rosario).
La sete di baci di cui si parla nel testo ribadisce il concetto che l'alba è il momento poetico per eccellenza, come se avesse labbra da baciare. E con la luce e il calore riprende la vita, come se sentisse l'alba dentro di sé. Come conseguenza di questo cambiamento climatico e umorale del poeta, riprendono vita anche i pensieri nostalgici, in compenso se prima si sentiva smarrito per la nebbia (sia quella reale che metaforica), adesso in assenza della nebbia ha di nuovo ritrovato l'orientamento ("i punti di mondo che aveva come compagni" sono i 4 punti cardinali). 
E così Ungaretti si colloca nello spazio sostenendo che, in quanto uomo, è in balia del viaggio dell’esperienza.
Durante questo viaggio vi sono le soste di sonno, che è il modo di procedere di una carovana nel deserto che si ferma solo quando è l'ora di dormire. Il riferimento al deserto, che è solo nei suoi pensieri perché appunto non si trova lì nel momento in cui scrive questa poesia, è dovuto al fatto che ha trascorso la giovinezza ad Alessandria d'Egitto.
Per la condizione dell'uomo di essere in balia del viaggio non gli è concesso sostare e, in suo soccorso arriva il sole, che è la vita, ovvero una figura riparatrice che cancella la malinconia (il sole spegne il pianto).
E con il verso "mi copro di un tiedipo manto" il poeta vuole dirci che la luce del sole lo riscalda come una coperta d'oro puro (il colore d'oro è anche un riferimento alla sabbia del deserto). 
Infine conclude la poesia con i versi "Da questa terrazza di desolazione i braccio mi sporgo al buon tempo" in cui riappare il presente devastato dalla trincea carsica che Ungaretti descrive come una terrazza di desolazione, dal momento che davanti a lui ha solo deserto e solitudine.
La presenza del sole è così confortante per il poeta che gli ha permesso di ritrovare quella vitalità che pareva aver perso in quella notte e rivolge le sue braccia verso la luce del sole come se lo stesse abbracciando. Sebbene lo spettro della guerra rimane sempre sullo sfondo vi è un sole che tutte le mattine sorge ugualmente: quello che vuole esprimere il poeta in questi versi è che l'alba rappresenta un giorno che comincia, un nuovo inizio, ed è sufficiente questo per non perdere la speranza.




Figure retoriche

Silenzio degli occhi = sinestesia (v. 2).

Sete di baci = metafora (v. 4).

Allibisco all'alba = allitterazione di L e B (v. 5).

Sino alla morte in balia del viaggio = anastrofe (v. 11). Cioè: "in balia del viaggio sino alla morte". 

Il sole spegne il pianto = metafora (v. 13)

Manto / di lind'oro = enjambement (vv. 14-15).

Terrazza di desolazione = metafora (v. 16).


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