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Purgatorio Canto 13: analisi, commento, figure retoriche


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del tredicesimo canto del Purgatorio (Canto XIII) della Divina Commedia di Dante Alighieri.
Gli invidiosi, illustrazione di Gustave Doré

In questo canto Dante e Virgilio si trovano nella seconda cornice, dove scontano la loro pena gli invidiosi. Gli invidiosi hanno gli occhi cuciti con un filo di ferro che gli impedisce di vedere perché in vita guardarono altrui con occhi malevoli (tra questi la senese Sapìa).


Analisi del canto

La seconda cornice: gli invidiosi
Con i suoi 154 versi il canto XIII del Purgatorio è uno dei canti più lunghi della Divina Commedia.
Nella prima parte del canto (vv. 1-72) è presente la descrizione della seconda cornice del Purgatorio. Viene descritta simile alla precedente cornice ma con un raggio minore, priva di immagini o sculture e dal colore livido di una pietra. Questo sfondo privo di altri elementi caratteristici è dovuto al fatto che le anime dei penitenti che lo presenziano, tra l'altro vestite di manti il cui colore si confonde con la pietra, non hanno la possibilità di vedere, in quanto per contrappasso i loro occhi sono stati cuciti con il filo di ferro.
Se nella prima cornice gli esempi di superbia punita e di umiltà esaltata potevano essere visti con il senso della vista (gli occhi), nella seconda cornice è attraverso l'udito che è possibile sentire le voci disperse nell'aria che rappresentano esempi di nobile carità e di invidia punita.
Nella seconda parte del canto (vv. 73-154) avviene l'incontro con Sapia senese.


Sapia senese
Fatta eccezione per i due poeti, in questo canto desolato vi è un altro personaggio: Sapìa senese, una delle pochissime anime femminili che racconterà di sé nella sua vita terreno inserendo nei suoi discorsi anche un po' saggezza: da ciò apprendiamo che non serve fare discriminazioni che generano malvagità perché viviamo tutti nella stessa patria (la salvezza celeste), che per invidia si finisce per diventare folli arrivando ad augurare il male (questa è la sua colpa, infatti aveva augurato la sconfitta dei suoi concittadini anziché dei nemici fiorentini), e infine parla di Siena e ne profetizza la sua rovina, mostrando anche disgusto verso la sua gente vanitosa e superficiale. Tuttavia tra tutta questa gente ne salva uno, un modesto artigiano che pregò per lei ed è per questo che si trova già nel Purgatorio anziché nell'Antipurgatorio (ella si era pentita in fin di vita). Da notare che avendo vissuto una vita segnata dall'invidia, adesso per contrappasso nei suoi discorsi vi sono parole di pentimento e gratitudine.


Dove si colloca Dante nell'oltretomba
Durante il colloquio con Sapìa, Dante svela il suo destino oltremondano. Egli si rivede nel peccato di invidia (vv. 133-138), ma ammette che non è questo il suo peccato più grave, infatti è il peccato di superbia che teme maggiormente e già si sente addosso il peso del masso sulle spalle (tale pena si sconta nella prima cornice, canto 11 del Purgatorio).



Le figure retoriche

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del tredicesimo canto del Purgatorio. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 13 del Purgatorio.


Si risega / lo monte = enjambement (v. 2).

Lega / dintorno = enjambement (vv. 4-5).

Come la primaia = similitudine (v. 5). Cioè: "come la prima".

Livido color = anastrofe (v. 9). Cioè: "colore scuro".

O dolce lume = apostrofe (v. 16).

Come condur si vuol quinc’entro = similitudine (v. 18). Cioè: "tu ci guidi come è necessario fare in questo luogo".

Altamente disse = anastrofe (v. 29). Cioè: "disse gridando".

Sferza / la colpa = enjambement (vv. 37-38). Cioè: "punisce la colpa".

Sono / tratte = enjambement (vv. 38-39).

Ombre con manti al color de la pietra non diversi = similitudine (vv. 47-48). Cioè: "anime che indossavano mantelli dello stesso colore della pietra".

Non diversi = litote (v. 48). Cioè: "simili".

Non credo che per terra vada ancoi omo sì duro, che non fosse punto per compassion di quel ch’i’ vidi poi = similitudine (vv. 52-54). Cioè: "Non credo che in Terra ci sia un uomo così insensibile da non provare compassione di fronte a ciò che poi vidi".

Punto per compassionenjambement (vv. 53-54).

Altrui pietà = anastrofe (v. 64). Cioè: "pietà altrui".

E come a li orbi non approda il sole, così a l’ombre quivi, ond’io parlo ora, luce del ciel di sé largir non vole = similitudine (vv. 67-69). Cioè: "E come ai ciechi non arriva la luce del sole, così a quelle anime nella Cornice, di cui sto parlando, il cielo non vuole concedere la sua luce".

E cusce sì, come a sparvier selvaggio si fa però che queto non dimora = similitudine (vv. 71-72).

Consiglio saggio = anastrofe (v. 75). Cioè: "saggio consigliere".

Ben sapev’ei = anastrofe (v. 76). Cioè: "egli sapeva bene".

Breve e arguto = endiadi (v. 78). Cioè: "breve e conciso".

Da quella banda / de la cornice = enjambement (vv. 79-80).

Divote / ombre = enjambement (vv. 82-83).

L’alto lume = perifrasi (v. 86). Per indicare Dio.

‘l disio vostro solo = anastrofe (v. 87). Cioè: "il solo vostro desiderio".

Le schiume / di vostra coscienza = enjambement (vv. 88-89).

De la mente il fiume = anastrofe (v. 90). Cioè: "il fiume della memoria".

Grazioso e caro = endiadi (v. 91).

Aspettava / in vistaenjambement (vv. 88-89).

Volesse alcun dir = anastrofe (v. 101). Cioè: "qualcuno volesse dire".

Lo mento a guisa d’orbo in sù levava = similitudine (v. 102). Cioè: "sollevava il mento come fanno i ciechi".

Questi / altri = enjambement (vv. 106-107).

Savia non fui = anastrofe (v. 109). Cioè: "non fui saggia".

Ventura mia = anastrofe (v. 111). Cioè: "mia fortuna".

Cittadin miei = anastrofe (v. 115). Cioè: "miei concittadini".

Amari / passi = enjambement (vv. 118-119).

Come fé ‘l merlo per poca bonaccia = similitudine (v. 123). Cioè: "come fece il merlo per un breve giorno di sole".

Lo stremo / de la mia vita = enjambement (vv. 124-125).

Con invidia vòlti = anastrofe (v. 135). Cioè: "rivolti con invidia".

E vivo sono = anastrofe (v. 142). Cioè: "e sono vivo".


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