Inferno Canto 15 - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del quindicesimo canto dell'Inferno (Canto XV) della Divina Commedia di Dante Alighieri.


Analisi del canto

Il canto di Brunetto Latini
Il canto, di ispirazione autobiografica, è incentrato sulla figura di Brunetto Latini e sul suo rapporto affettivo con l’antico discepolo Dante. Intellettuale di chiara fama ai suoi tempi, Brunetto Latini è prescelto per rappresentare e illustrare la condizione dei sodomiti e per pronunciare una delle più drammatiche profezie sul destino di Dante. Il canto è tutto costruito intorno alla comunicazione intellettuale e sentimentale fra il maestro e l’allievo; lo stesso Virgilio sembra scomparire dalla scena, e questo si riflette nella scansione ritmica e narrativa dell’episodio, rigorosamente impostata sull’alternanza e sull’equilibrio delle battute nel dialogo.


Dante e Brunetto Latini
Il motivo poetico centrale del canto è senza dubbio l’incontro fra Brunetto e Dante: letterato l’uno, letterato l’altro, in un rapporto di maestro e allievo determinato dall’età e basato sulla reciproca stima, sull’antico rispetto, trasformati dal tempo in profondo affetto. Lo notiamo nei toni e nelle espressioni. Brunetto lo riconosce con emozionata meraviglia, gli si rivolge con sensi quasi paterni, lo loda e conforta. Dante tace la colpa del maestro, è dolorosamente stupito di vederlo lì, gli mostra reverenza e umana comprensione, e gli corrisponde con sentimenti filiali. Su questo legame amoroso saranno da leggere e intendere le dure parole profetiche di Brunetto sul futuro di Dante; e per tali contenuti narrativi, oltre che per intensità sentimentale, questa scena fra maestro e discepolo anticipa altre situazioni di analoga solennità: l’incontro fra Stazio e Virgilio in Purgatorio , e soprattutto quello fra Dante e Cacciaguida in Paradiso .


La profezia di ser Brunetto
Dopo quelle di Ciacco e di Farinata, ecco la più dettagliata e grave delle profezie sul destino di Dante: non a caso, viene messa in bocca al suo maestro, in un contesto di forte emotività e di nostalgia per la vita giovanile a Firenze. I presagi di Brunetto sono di segno tanto negativo quanto positivo: i primi gli annunciano la fiera ostilità dell’ingrato popolo maligno di Firenze (vv. 61-64), pur senza svelare l’imminente esilio, i secondi però ne garantiscono la futura gloria letteraria, fonte di immortalità e di sicura invidia da parte dei suoi nemici (vv. 7072). Anche per questa doppia valenza, la profezia di Brunetto preannuncia quella definitiva e sublime di Cacciaguida.


La condanna di Firenze avara, invidiosa e superba
La profezia si trasforma automaticamente in una delle più crude accuse contro Firenze e la sua gente: con espressioni di particolare asprezza e violenza, Brunetto prima insulta direttamente i fiorentini (vv. 61-63), poi in similitudine li paragona a lazzi sorbi (v. 65), cioè frutti aspri e selvatici, «uomini rozzi, duri, ingrati e di malvagia condizione» (Boccaccio); quindi li accusa di cieca ignoranza (orbi, v. 67), e conclude parlando dei fiorentini come animali (il becco al v. 72, e le bestie fiesolane al v. 73). Ma l’accusa più forte, di natura morale, è nell’indicazione dei loro vizi principali: l’avarizia, l’invidia e la superbia (gent’è avara, invidiosa e superba, v. 68). È la stessa precisa accusa rivolta da Ciacco nel canto VI, ai vv. 74-75.


Il primato della letteratura
Nell’incontro fra due letterati, fra due persone che hanno affidato all’attività intellettuale la loro ragione d’essere, è naturale che le questioni dibattute e le mozioni sentimentali trovino espressione ultima nel riferimento alle loro opere. Brunetto Latini loda in Dante il giovanile ingegno letterario (vv. 55-60), lo consola annunciandogli la futura eccellenza poetica (v. 70), e chiede per sé di essere ricordato per la sua opera Livres dou Tresor (vv. 119-120); e Dante ricorda con commossa riconoscenza gli insegnamenti del maestro (vv. 82-87), che l’hanno avviato all’immortalità derivante dalla pratica morale della scienza e dell’arte (v. 85). Così, nel canto si afferma il motivo del primato della letteratura, come strumento di fama buona ed eterna. E la considerazione acquista speciale rilievo, in riferimento a chi, come Brunetto, è eternamente dannato e solo alla sua opera può affidare la propria positiva eredità; e a chi, come Dante, è escluso dalla vita sociale della propria patria e solo con la sua opera può affermare la propria personalità.


Similitudini, motti e proverbi
L’atmosfera di domesticità e quotidianità che caratterizza l’incontro fra Brunetto Latini e Dante si realizza nei registri e nelle formule linguistiche adottate, anche quando esprimono l’indignazione contro Firenze e annunciano futuri dolori e onori a Dante. Tra le tecniche espressive di uso più frequente, tipiche del linguaggio colloquiale, rileviamo similitudini (cfr. vv. 4-12, 17-21, 43-45, 122-124), modi di dire (cfr. v. 99), locuzioni proverbiali (cfr. vv. 65-66 e 95-96).



Commento

Cenere e lapilli piovono dal cielo: la punizione che Dio gettò sulla biblica Sodoma è la stessa che colpisce i dannati del canto XV, intellettuali ed ecclesiastici, macchiati del peccato di sodomia. Il canto nasce sull'imbarazzo di un incontro inaspettato, ma si sviluppa sul tema del rapporto maestro-discepolo e dell'importanza della cultura, per concludersi con la profezia dell'esilio di Dante e con l'invettiva contro Firenze. Che nel girone dei sodomiti ci fosse il suo dotto maestro, Brunetto Latini, Dante non se l'aspettava davvero, così come Brunetto non avrebbe mai voluto rivelare al suo illustre discepolo un vizio, da lui stesso condannato nelle sue opere: il Tresor e il Tesoretto. Ma il viaggio di Dante è talmente necessario per l'umanità intera che non può essere sottaciuta nessuna colpa. È così che il padre-maestro del poeta, colui che gli ha insegnato come l'uom s'etterna, è messo a nudo nella sua miseria di peccatore: tanto grande nella sua dignità di letterato e politico, quanto ripugnante nel suo vizio. Il canto alterna momenti di alto valore umano e civile ad altri nei quali ser Brunetto è colto nella sventurata dimensione di dannato: ad esempio quando, all'inizio, il suo volto appare cotto o, alla fine, nel momento in cui corre per raggiungere la schiera dei sodomiti cui appartiene. In questi due casi si evidenzia anche il sistema di valori umano-religiosi che Dante possiede: davanti a Dio non ci sono né potenti né grandi intellettuali, ma soltanto uomini, liberi di sbagliare o di meritare il conforto eterno.
Il canto contiene alcuni nuclei tematici molto alti, che ruotano intorno alla figura del docente che, da maestro di retorica, si fa maestro di vita. Ser Brunetto ha mostrato a Dante il valore immortale e la funzione eternatrice delle Lettere e, avendo intuito l'ingegno del suo discepolo, gli anticipa che, al di là della cattiveria invidiosa dei suoi concittadini, la sorte gli riserva una meritata fortuna. Egli è il politico impegnato che offre indicazioni di vita e un modello di riferimento culturale per le nuove generazioni. Quanto al peccato di sodomia, il XV canto riecheggia indirettamente i versetti biblici della Genesi sulla creazione dell'uomo e della donna, dove è detto che Dio li creò maschio e femmina e disse loro: «siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela... Perciò l'uomo abbandona il padre e la madre e si unisce alla sua donna e i due diventano una sola carne». Brunetto Latini aveva perduto il significato profondo di una sessualità che includa la procreazione e si realizzi nell'amore eterosessuale. Occupato totalmente nella costruzione di un mondo laico, legato a un'affettività che prescinde dalla donna, Brunetto ha tagliato nello stesso tempo i ponti con la trascendenza. Ciononostante, in virtù del suo impegno politico-morale, resta per Dante il suo maestro, colui che gli ha insegnato la via per conseguire l'eternità tra gli uomini tramite le proprie opere. Il poeta-discepolo, tuttavia, è andato oltre e, proprio grazie all'amore per una donna ( Beatrice), ha scoperto che esiste uno spazio infinito che supera il contingente e si apre a Dio.


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