Inferno Canto 12: analisi, commento, figure retoriche


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del dodicesimo canto dell'Inferno (Canto XII) della Divina Commedia di Dante Alighieri.
Il Minotauro, immaginato da Gustave Doré

Ambientato nel girone I, quello dei violenti contro il prossimo (omicidi, tiranni, predoni e ladroni), condannati all'immersione nel Flegetonte, il fiume di sangue bollente che divide il sesto dal settimo cerchio. Qui Dante incontra il Minotauro e i centauri, tra cui Chirone, Folo, Nesso. Quest'ultimo trasporta Dante fino all'altra sponda.



Analisi del canto

Il Minotauro
Se il canto precedente (Canto XI Inferno) era incentrato sul tema dottrinario, questo descrive la realtà concreta a partire dall'ambiente che è fortemente accidentato e sconnesso e dal guardiano del settimo cerchio, il Minotauro, mostro mitologico dalla doppia natura umana e taurina (secondo alcune fonti avesse la testa da animale e il corpo umano, anche se secondo la tradizione lo si immagina con testa umana e corpo da animale). Esso simboleggia la natura bestiale che, in quanto stupida, si lascia facilmente dominare da Virgilio, che simboleggia la ragione umana. L'impotenza del Minotauro è descritta attraverso le sue azioni: saltella e scalcia infuriato contro se stesso, perché la stessa situazione gli rievoca l'insopportabile ricordo di Teseo, l'eroe ateniese che lo uccise.


Il canto dei Centauri
I centauri hanno caratteristiche simili al Minotauro perché hanno metà del corpo animale (equina) e l'altra metà umana. A differenza del Minotauro sono ubbidienti e infatti per liberarsi di loro Viriglio userà un dialogo più articolato invece della la solita "formula magica" (usata su Caronte, Minosse, Cerbero). Essi sono armati di arco e si trovano in questo cerchio perché la loro vita passata era caratterista da violenza e furti. Tra i centauri degni di nota vi sono Chirone, considerato da Virgilio il più savio, e Nesso, che è il più impulsivo, ma che si dimostra disponibile a trasportarli attraverso il fiume bollente.


Il Flegetonte
Si tratta del terzo fiume che viene nominato nell'opera di Dante, prima di esso troviamo l'Acheronte e lo Stige, in seguito si parlerà anche del fiume Cocito. Il Flagetonte è bollente ed è caratterizzato da un colore rosso, che non è fuoco, bensì il sangue dei dannati.


Il contrappasso
Tra i violenti contro il prossimo, i tiranni sono quelli che subiscono la punizione maggiore (perché maggiore fu la loro colpa verso beni e persone) e la loro pena è quella pena maggiormente descritta: stanno calati nel sangue bollente fino agli occhi. Invece gli assassini fino al collo, i predoni e i ladroni da strada fino al petto, altri ancora fino ai piedi.




Le figure retoriche

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del dodicesimo canto dell'Inferno. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 12 dell'Inferno.


Alpestro = metonimia (v. 2). È un termine arcaico che vuol dire "alpino", ma in questo caso sta per "montano" senza fare riferimento specifico alle Alpi.

Qual è quella ruina...cotal di quel burrato era la scesa = similitudine (vv. 4-10). Sta a significare "Come quella frana che colpì il letto dell'Adige a sud di Trento, per un terremoto o per mancanza di sostegno, tale che dalla cima del monte da cui si mosse fino alla pianura la roccia è sì dirupata, ma darebbe accesso a qualcuno che scendesse dall'alto: così era la discesa di quel burrone infernale".

Per sostegno manco = anastrofe (v. 6). Sta a significare "per mancanza di sostegno".

Come quei cui l’ira dentro fiacca = similitudine (v. 15). Sta a significare che "il Minotauro si morse come colui che è sopraffatto dall'ira".

Ma vassi per vedere le vostre pene = allitterazione della v (v. 21).

Quell’ira bestial = perifrasi (v.33). Sta a significare "mostro adirato", per indicare il minotauro.

Quell’ira bestial = metonimia (v. 33), cioè l'astratto per il concreto.

Oh cieca cupidigia e ira folle = apostrofe (v. 49). Ci si rivolge a un uditore ideale diverso da quello reale.

Che sì ci sproni ne la vita corta, e ne l’etterna poi sì mal c’immolle! = chiasmo (vv. 50-51). I verbi sono collocati all'esterno della frase e i sostantivi all'interno creando una sorta di incrocio immaginario tra due coppie di parole.

Quest’officio novo = anastrofe (v. 89). Sta a significare "questo nuovo compito".


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