10° Giornata Decamerone - Riassunto


INTRODUZIONE
Sotto il reggimento di Panfilo, si ragiona di chi liberamente ovvero magnificamente alcuna cosa operasse intorno a’ fatti d’amore o d’altra cosa.


PRIMA NOVELLA (NEIFILE)
Ruggieri de’ Figiovanni, uomo ricco e di grande animo, decide di partire dalla Toscana, dove egli viveva, per recarsi alla corte del re Alfonso d’Ispagna, uomo molto conosciuto per il suo valore, e dimostrare lì le sue virtù. Sebbene già da molto tempo Ruggieri fosse vissuto a corte, mostrando in ogni occasione le sue doti, il re sembra non riconoscerle, ostinandosi a premiare, con poderi e ricchezze, chi non era meritevole. Per questo motivo Ruggieri decide di congedarsi dal re e tornare in patria. Il re lo licenzia, donandogli una mula per il lungo viaggio, e ordina ad un suo famigliare di seguirlo in incognito, ascoltando ogni giudizio che questi avrebbe detto su di lui e di riferirgli dopo una giornata di cammino che il re lo desiderava di nuovo a corte. Sebbene Ruggieri avesse mantenuto un comportamento lodevole nei confronti del re, durante il viaggio accade un episodio nel quale, per la prima volta, ne parla male. Infatti, essendosi fermati, lui e il famigliare del re per riposare, la mula, invece di abbeverarsi, essendo vicino ad un fiume, stallò, mentre quando giungono presso una stalla, luogo in cui era solito per le bestie stallare, la mula non lo fa, avendolo già fatto. Allora Ruggieri paragona la mula al re perché, come questi aveva donato ricchezze a persone non meritevoli, negandolo a persone che lo erano, la mula aveva stallato in luogo insolito, non facendolo nella stalla dove era solito per le bestie. A questo punto, il famigliare riferisce a Ruggiero che il re lo desiderava a corte e i due ripartono alla volta della Spagna. Il re, una volta giunti, interroga il famigliare e, saputo dell’episodio della mula, convoca Ruggiero. Preparati due forzieri chiusi, uno contenente terra, l’altro oro, il re lo esorta a scergliene uno come suo dono, e questi sceglie il forziere con la terra. Il re spiega, quindi, a Ruggieri che non aveva ricevuto doni a causa della sua stessa fortuna avversa. Ma il re, riconosciuto comunque il suo valore, decide di donargli il forziere con l’oro, proprio ciò che la sua stessa fortuna gli aveva negato. E Ruggiero, ringraziato il re per tanta magnificenza, se ne torna lieto in Toscana.


SECONDA NOVELLA (ELISSA)
Ghino di Tacco, uomo famoso per le sue ruberie, ribellatosi ai conti di Santafiore e alla Chiesa di Roma, allontanato dalla città, si rifugia a Radicofani, derubando chiunque si trovi nei territori circostanti al suo castello. Non risparmia neanche gli ecclesiastici e cattura, insieme alla suo seguito, un certo abate di Clignì, che passava per quei luoghi diretto ai bagni di Siena per guarire dal suo mal di stomaco. Una volta alloggiati l’abate e il suo seguito, Ghino si rivolge al suo prigioniero per essere informato dei motivi che l’avevano spinto in quei luoghi e, saputo della malattia, mosso a compassione, decide di curarlo lui stesso. Dopo vari giorni di cura, l’abate guarisce dalla sua malattia e Ghino decide che è il momento per l’abate e il suo seguito di lasciare il castello. Ghino, congedandolo, mostra all’abate la sua vera personalità, un uomo costretto a vivere in quel modo poco onesto per malvagità d’altri e non per sua scelta; si dimostra molto gentile nei suoi confronti e lo assicura che non avrebbe confiscato i beni che trasportava durante il viaggio, ma gli chiede di donargli liberamente ciò che ritiene giusto come pegno dell’ospitalità ricevuta. L’abate, sentite le sincere parole di Ghino, riconosce la sua onestà e abbandona lo sdegno avuto verso di lui. Decide di donargli tutto ciò che possedeva in quel momento salvo lo stretto necessario per tornare a Roma. Qui, incontrato il papa e raccontati i fatti accaduti, prega il Santo Padre di rendere grazia a Ghino di Tacco, che si era dimostrato uomo tanto valente. Il papa, udendo la richiesta dell’abate, chiama a corte Ghino, lo insignisce dell’ordine di cavaliere dello Spedale, nonché amico e servitore dell’abate di Clignì e della Santa Chiesa.


TERZA NOVELLA (FILOSTRATO)
Viveva in Oriente un uomo nobile e ricco di nome Natan che, desideroso di essere conosciuto per le sue opere, aveva edificato uno sfarzoso palazzo dove ricevere e ospitare coloro che per viaggio passavano nei luoghi vicini. Grazie a quest’immensa opera, la fama di Natan si sparse in tutto Oriente, suscitando l’invidia di un certo Mitridanes, un uomo altrettanto ricco. Questi sebbene avesse costruito un palazzo simile a quello di Natan, diventando anche lui molto famoso, comprende l’impossibilità di superarlo e intuisce che l’unico modo possibile era ucciderlo. Così, deciso di assassinare Natan, dirigendosi verso il suo palazzo, lo incontra casualmente sul cammino. Ignorando chi realmente fosse, gli chiede informazioni e Natan, saputa la destinazione del forestiero, nascondendo la sua identità, finge di essere un servo di lui stesso e si offre di accompagnarlo a palazzo. Qui, interrogato Mitridanes, conosce lo scopo cui lui ambiva e, senza dimostrarsi spaventato né tanto meno rivelando chi fosse, decide addirittura di aiutarlo nell’impresa, rivelandogli che Natan era solito, ogni mattina, passeggiare da solo in un bosco vicino. La mattina seguente, Natan, segnato ormai il suo destino, si dirige nel bosco e aspetta che Mitridanes lo trovi e lo uccida. Questi non tarda ad arrivare, ma quando vede Natan e capisce che colui che la notte prima lo aveva ospitato, servito e aiutato era proprio quello che stava per uccidere, il rimorso e la vergogna lo fermano dall’impresa. Natan si dimostra comunque deciso e esorta Mitridanes a ucciderlo, perché infondo lui era ormai vecchio e poco gli rimaneva da vivere, ed era onorato che la sua morte potesse rendere migliore qualcun altro. Mitridanes, commosso dalle parole di Natan, decide di non ucciderlo e, riconosciuta la sua magnanimità, ritorna a palazzo insieme a lui, si congeda e ritorna alla propria dimora.


QUARTA NOVELLA (LAURETTA)
Nella nobilissima Bologna, viveva un certo Gentil de’ Carisendi, il quale era innamorato di donna Catalina, moglie di Niccoluccio Caccianimico, e non era ricambiato. La donna, a quel tempo gravida, fu colpita da una grave malattia, e in breve tempo in lei scomparse ogni segno di vita e, poiché il bambino che portava in grembo era stato concepito da poco, i parenti decisero di seppellirla. Gentile, saputa questa notizia, come segno estremo del suo amore, decide di profanare la tomba di Catalina per porgerle un bacio, non avendo potuto farlo mentre lei era in vita. Facendo ciò, si accorge miracolosamente che Catalina, sebbene molto debole, era ancora in vita e decide di trasportarla a casa sua per curarla. Qui Catalina e il bambino nel suo grembo guariscono completamente e la fanciulla partorisce un bel figlio maschio. Gentile decide allora di invitare a pranzo alcuni amici per mostrare loro Catalina, la cosa più cara che aveva, perché aveva saputo che questa fosse un’usanza dei Persi per onorare gli amici cari. Prima di chiamare Catalina, Gentile chiede un parere agli amici, domanda loro se fosse giusto che un uomo richiedesse indietro un suo servo, che aveva abbandonato perché malato, all’uomo che l’aveva trovato e curato. Un uomo risponde per tutti che non era legittimo perché, abbandonando il suo servo, il primo uomo non aveva più nessun diritto su di lui. L’uomo che aveva risposto era proprio Niccoluccio Caccianimico, il marito di Catalina e quando questa viene mostrata agli invitati e avendo Gentile sottolineato che il servo della domanda precedente rappresentava la fanciulla, capisce che rispondendo aveva perso tutti i diritti sulla moglie e sul figlio. Ma Gentile, notando il dispiacere e le lacrime sul viso di Niccoluccio, decide di rinunciare a Catalina, porgendola al marito, guadagnandosi l’amicizia della coppia e dei loro parenti.


QUINTA NOVELLA (EMILIA)
Nella città di Udine viveva insieme al marito Gilberto, donna Dianora, la quale era desiderata ardentemente da messer Ansaldo Gradense. La donna, stanca delle incessanti proposte e regali fatti da Ansaldo, decide di porre fine a questo tormento: riferisce ad Ansaldo che, se fosse riuscito, nel mese di gennaio in cui erano, a far fiorire il suo giardino come nel mese di maggio, lei lo avrebbe amato, mentre se non riusciva nell’intento, avrebbe dovuto per sempre dimenticarla. Il povero innamorato, dopo infinite ricerche, riesce a trovare un negromante capace di tale magia e così vedendo il giardino in fiore, Dianora si rassegna e racconta la promessa al marito. Gilberto, sebbene avesse reagito con l’ira, capisce che Dianora aveva fatto la promessa innocentemente e, conoscendo la purezza dell’animo della moglie, la invita a recarsi da Ansaldo per scogliere la promessa, ma se questo non fosse accaduto, l’avrebbe lasciata andare via con lui. Recatasi Dianora da Ansaldo e riferitegli le parole del marito, questi comprendendo la magnanimità di Gilberto e non volendo privare la sua amata dell’amore del marito, scoglie la promessa e la lascia andare. L’episodio sembra coinvolgere anche il negromante lì presente che, di fronte a tanta liberalità, segue l’esempio e rifiuta la ricompensa pattuita per far fiorire il giardino.



SESTA NOVELLA (FIAMMETTA)
Questa novella parla di una vicenda capitata a messer Neri degli Uberti con il re Carlo 1° D’ Angiò. Messer Neri decise di ritirarsi in un luogo solitario per finire nella calma i suoi giorni, così comprò un appezzamento di terra dove costruirvi una casa e un bellissimo giardino con un laghetto con dei pesci nel mezzo. Le voci sulla bellezza di questo giardino arrivarono al re che, incuriosito, decise di andarlo a vedere. Messer Neri ospitò umilmente il re e i suoi quattro compagni con una tavola ricca di bevande apparecchiata nel giardino. Ad un certo punto due giovani e belle fanciulle uscirono dalla casa e con delle reti entrarono nel laghetto e ne uscirono poco dopo con dell’ottimo pesce da mettere sul fuoco. Uscirono dall’acqua con i loro bianchi vestiti così bagnati da lasciar intravedere quanto di più bello avevano, e il re, osservandole, ne rimase colpito. Durante il viaggio verso casa e nei giorni seguenti il re non riuscì a pensare ad altro che a Ginevra la bella e ad Isotta la bionda (questi i nomi delle fanciulle), innamorandosi perdutamente della prima. Facendosi sempre più strada l’ idea di sposare la fanciulla, uno dei suoi consiglieri, capendo la gravità di questa vicenda se fosse avvenuta, disse al re che maritare le figlie di messer Neri sarebbe stato un grave errore, e che doveva vincere la “guerra” contro se stesso e le sue passioni; così, alla fine il re fece sposare le due con grandi baroni a cui donò anche delle province.


SETTIMA NOVELLA (PAMPINEA)
Questa novella narra di una giovane fanciulla che nel giorno in cui il vittorioso re Pietro dà una festa in paese, affacciandosi dalla finestra della sua casa, vede e si innamora pazzamente del re, non sapendo che quello fosse tale. Venutolo a sapere cade in malattia peggiorando periodicamente. Quando la sua situazione si sta facendo critica, pensa che non vuol morire senza aver prima fatto sapere al re del suo amore, e così chiede di vedere un cantore che possa riferire a corte quanto detto: così va a trovarla Minuccio e dopo appena tre giorni che era andato dalla fanciulla, aveva creato una canzone da presentare al re. Così la canta al re che, colpito dalla volontà della fanciulla, chiede di vederla e dopo averci parlato, preso dalla compassione, si impegna a farla sposare con un giovane barone così da farla felice.


OTTAVA NOVELLA (FILOMENA)
Questa è la storia di due amici molto cari, Gisippo e Tito,cresciuti insieme e molto legati. A Gisippo viene promessa in sposa la bella Sofronia. I due un giorno vanno a trovare la ragazza mai vista, e avviene che Tito si innamora della futura sposa dell’ amico, ma non lo dice a Gisippo. Dopo alcuni giorni in cui Gisippo vede che Tito è in condizioni pessime decide di parlarci e scopre che Tito è molto innamorato, e decide di cedergli la donna, ma non può farla sposare a lui altrimenti i genitori di lei e i suoi si sarebbero opposti. Comunque Tito parla con i genitori di Sofronia e la porta con sé a Roma. Intanto Gisippo diventa molto povero e ritorna anche lui a Roma dove viene riconosciuto dal vecchio amico Tito che lo accoglie calorosamente salvandolo da una condanna a morte autoaccusandosi. Viene però assolto anche lui da Ottaviano e accoglie Gisippo dandogli poi in moglie la sorella e condividendo i suoi beni con lui.


NONA NOVELLA (PANFILO)
La novella parla della storia di messer Torello che ospita il Saladino facendolo passare per mercante a Pavia, per saperne di più sui preparativi delle crociate; al momento di partire per le Crociate da un termine ultimo alla moglie per risposarsi. Durante la Crociata viene fatto prigioniero, ma viene riconosciuto dal Saladino che lo libera. A questo punto Torello deve tornare a casa per impedire alla moglie di risposarsi, e così si affida ad un negromante del Saladino che con la magia lo trasferisce in un attimo a Pavia, e Torello riesce ad arrivare al matrimonio della moglie che lo riconosce e così tornano insieme a casa. Ha impedito che si risposasse.


DECIMA NOVELLA (DIONEO)
Nell'ultima novella viene raccontata la storia del marchese di Saluzzo che sposa Griselda malvolentieri seguendo le preghiere dei suoi uomini. Griselda, figlia di un villano, viene sottoposta dal marchese a struggenti prove di fedeltà: il marchese finge di avergli ucciso i figli, finge di non essere più innamorato di lei e le porta dentro casa una donna facendola passare per la sua amante e finge addirittura di risposarsi. Dopo addirittura dodici anni, con i figli ormai grandi e maritati, svela tutto a Griselda e con lei trascorre la vecchiaia.


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