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Figure retoriche: L'infinito di Giacomo Leopardi

Quali sono le figure retoriche presenti nella poesia L'infinito di Giacomo Leopardi: metafora, enjambement, antitesi, iperbole, onomatopea.
Infinito

Una delle più celebri poesie del poeta italiano Giacomo Leopardi è L'infinito, che è anche considerata tra le più rappresentative del Romanticismo italiano e del suo pessimismo filosofico. Dapprima il poeta descrive gli elementi naturali come il colle solitario e la siepe gli gli impedisce di osservare l'orizzonte e poi sposta la sua attenzione su una profonda introspezione nel quale entra a contatto con l'infinito e si lascia trasportare da esso. Ci spiega come la mente umana cerca di esplorare l'infinito per sfuggire dalla realtà e che si "vede" meglio chiudendo gli occhi e aprendo la mente, cioè attraverso il potere dell'immaginazione piuttosto che con il senso della vista.





Tutte le figure retoriche

In questa pagina trovate trovate tutte le figure retoriche contenute nel testo della poesia L'Infinito di Giacomo Leopardi. Le andremo a individuare e ad analizzare una persona per facilitarne la comprensione del testo e per poter apprezzare al meglio questo capolavoro poetico. Se invece volete approfondire su questo argomento vi invitiamo a leggere la sezione dedicata esclusivamente a questa poesia aprendo questa pagina: L'infinito di Giacomo Leopardi: troverete il testo, la parafrasi, l'analisi e il commento.



Anastrofe

La prima figura retorica è già presente nel primo verso. Per quanto possa sembrare normale leggerlo in questo modo, dato che l'abbiamo sempre letto così e ci fidiamo ciecamente delle capacità dell'autore, in realtà è stata applicata l'inversione tipica dell'anastrofe. L'ordine corretto sarebbe dovuto essere: "Quest'ermo colle mi fu sempre caro", ma sarebbe stato molto meno poetico e memorabile.
Sempre caro mi fu quest'ermo colle

Un'altra anastrofe è presente nel v.3, infatti l'ordine corretto del verso sarebbe dovuto essere il seguente: "esclude il guardo dell'ultimo orizzonte".
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude



Antitesi

La prima antitesi si viene a creare con l'aggettivo dimostrativo "questa" (v.2), e il pronome dimostrativo "quella" (v.5). Entrambi sono riferiti alla siepe, nel primo in modo evidente e il secondo in modo implicito trattandosi di un pronome messo lì per non ripetere due volte la stessa parola. La differenza tra i due dimostrativi consiste nel fatto che il primo indica una distanza vicina con la siepe e il secondo una certa lontananza, questo è l'effetto creato dalla figura retorica chiamata antitesi.
questa siepe ... di là da quella

Un'altra antitesi si trova nei versi 10-11 dal momento che il silenzio viene paragonato alla voce. Tuttavia, ricordate quel famoso indovinello che dice: "Quando lo chiami sparisce. Cos'è?". Ecco, se c'è voce non c'è silenzio, d'altra parte, se c'è silenzio non c'è voce. Quindi le due parole sono in contrasto fra loro.
Silenzio a questa voce vo comparando

Un'altra antitesi si viene a creare nei versi 12-13 per le poche parole di distanza che separano due parole opposte fra loro: "morte" e "viva".
e le morte stagioni, e la presente e viva,

Anche nel celebre verso conclusivo è presente un'antitesi. Il verbo "naufragare" si usa per indicare qualcosa che va a fondo, come una nave, e si può accostare al fallimento o comunque a qualcosa di disastroso, invece il termine "dolce" è un termine che si usa per indicare qualcosa di affettuoso e gradevole. Naufragar ... dolce


Iperbole

Nel verso 4 appare la prima iperbole con il significato di sterminati, vastissimi, immensi.
interminati spazi

Nel verso 5 appare la seconda iperbole col significato di qualcosa non esistente nel mondo umano, sulla Terra, un silenzio mai udito prima oppure al di sopra della normale comprensione umana.
sovrumani silenzi

La terza e ultima iperbole è presente nel verso 6 nel quale si esagera per indicare l'intensità della quiete.
profondissima quiete



Enumerazione

Dal momento che per due volte, dopo una virgola, viene inserita la congiunzione "e", si viene a creare un'enumerazione per polisindeto.
E sovrumani silenzi, e profondissima quiete

Un'altra enumerazione si trova nei versi 11-13. Si tratta ancora una volta di un'enumerazione per polisindeto per la ripetizione della congiunzione "e".
E mi sovvien l'eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei



Onomatopea

Il verbo "stormir" presente nel verso 9 crea un'onomatopea perché si tratta del rumore di foglie o frasche che agitate dal vento vanno a produrre un fruscio.
il vento odo stormir tra queste piante



Metafora

E finalmente siamo giunti all'unica metafora presente nel testo ma che è probabilmente la figura retorica più importante della poesia. Siamo nel verso 15 e la parola "mare" non è da intendersi come il mare vero e proprio dove in estate andiamo a farci le nuotate, bensì l'autore intende indicare metaforicamente l'infinito. Infatti a nessuno piacerebbe naufragare nel mare, anzi, sarebbe quasi un incubo. Invece l'autore fa riferimento al perdersi nei meandri della mente immaginando spazi che nemmeno esistono nel mondo reale.
Il naufragar m'è dolce in questo mare



Climax

Negli ultimi due versi è presente il climax discendente perché il pensiero dell'autore prima annega (sta per annegare) e poi naufraga (affonda).
s'annega (v.14); il naufragar (v.15)



Enjambement

Questi sono i 4 enjambement presenti nel testo, ovvero i versi spezzati che continuano nel verso successivo.
interminati/spazi (vv. 4-5);
sovrumani/silenzi (vv. 5-6);
quello infinito (vv. 9-10);
questa immensità (vv. 13-14).



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