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Libertà, Verga: riassunto, analisi, commento


Appunto di letteratura sulla novella Libertà di Giovanni Verga: riassunto, analisi del testo, descrizione dei personaggi, commento.

Libertà è una novella di Giovanni Verga pubblicata per la prima volta il 12 marzo 1882 nella rivista "La domenica letteraria" e l'anno successivo (1883) fra le Novelle rusticane. Narra un evento drammatico del Risorgimento italiano: i contadini meridionali erano insorti contro i notabili borbonici (che nella novella sono chiamati galantuomini o cappelli) e presi dalla foga divennero protagonisti di inutili stragi in nome della libertà, poi represse con esecuzioni sommarie da Nino Bixio.





Libertà di Giovanni Verga

In questa pagina trovate tutto ciò che riguarda la novella Libertà di Giovanni Verga: per cominciare un riassunto dettagliato della novella, a cui segue l'analisi del testo (struttura, linguaggio, descrizione dei personaggi, tempo, luogo, narratore, figure retoriche) e infine un lungo commento in cui si parla della mentalità dei contadini insorti facendo un confronto con le truppe delle camicie rosse, anche da un punto di vista storico, e più in generale della strage di Bronte (dato che nel testo non si parla espressamente di Bronte o di Garibaldi).



Libertà: scheda della novella

Titolo Libertà
Autore Giovanni Verga
Genere Novella
Raccolta Novelle rusticane
Data 1882 (in rivista); 1883 (in volume)
Corrente letteraria Verismo
Contesto storico Fatti di Bronte (2 e 10 agosto 1860), Spedizione dei Mille in Sicilia
Temi trattati La violenza selvaggia e incontrollata, l'egoismo, le gerarchie sociali, l'incapacità di guidare un gruppo
Luogo Bronte (Catania)
Personaggi principali Contadini siciliani, proprietari terrieri, Nino Bixio, truppe garibaldine
Frase celebre «Ora che c’era la libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini!»




Riassunto

L'insurrezione popolare

Dal campanile della chiesa sventolava un fazzoletto rosso, le campane suonavano di continuo e la gente del posto gridava in piazza: «Viva la libertà!». I contadini siciliani erano scesi in strada con le loro caratteristiche berrette bianche e, armati di scure e falce, avevano preso d'assalto il luogo di ritrovo dei galantuomini (che indossavano i cappelli). Tutti i contadini, incluse le donne, si erano fatti guidare dalla rabbia nel tentativo di spodestare le autorità del paesino siciliano: fu un vero massacro al quale nessuno era riuscito a sfuggire, e tra gli altri vennero uccisi il reverendo don Antonio, il figlio del notaio (Neddu) di soli undici anni, i notabili del paese, la baronessa e i suoi figli. I contadini accecati dal sangue ne avevano per tutti e non importava se tra le vittime figuravano anche dei bambini, perché crescendo sarebbero diventati come i loro genitori.


Il giorno dopo la rivolta

Il giorno seguente non fu una domenica come le altre, le campane non suonarono la messa perché il sagrestano era ancora nascosto e preti in giro non se ne trovavano più. I primi uomini che si fecero vedere nelle strade si guardavano in faccia sospettosi. Ogni contadino guardava i campi e i boschi e calcolava quanta terra gli sarebbe spettata. Vi era la libertà e terra ce ne sarebbe stata per tutti, o almeno questo è quello che pensavano gli insorti.


L'arrivo delle camicie rosse

Il giorno dopo venne a far giustizia il generale Nino Bixio insieme al suo esercito di camicie rosse che si dirigevano verso il paesetto. Uomini e donne li videro arrivare senza far nulla.


La giustizia di Nino Bixio

Il generale fece riposare i suoi uomini in chiesa su della paglia e pretendeva che si svegliassero subito al suono della tromba. L'indomani iniziò a far giustizia ordinando ai suoi uomini di fucilare cinque o sei persone prese a caso. Dopo arrivarono i giudici che interrogarono gli accusati. Il processo fu molto lungo, i colpevoli furono condotti in città a piedi per essere rinchiusi nel carcere in attesa del processo. Le donne potevano vedere i loro uomini solo il lunedì alla presenza dei guardiani dietro il cancello di ferro. Gli altri giorni non potevano nemmeno avvicinarsi perché venivano minacciati col fucile. Inizialmente le donne e le mamme andarono a trovare i loro uomini in carcere ma ciò costava tanto e così tornarono al loro paese facendo la loro vita abituale. Il figlio dello speziale, per vendicarsi dell'uccisione del padre, si era preso la moglie proprio del carcerato che gliel'aveva ucciso, rassicurandola che suo marito non avrebbe mai potuto arrabbiarsi con lei perché non sarebbe mai più uscito di prigione. Nel paese tutto era tornato come prima, poiché i galantuomini non erano in grado di lavorare la terra e la povera gente aveva bisogno di loro per vivere, perciò avevano fatto la pace.


La fine del processo

Il processo durò tre anni, molti vennero dal villaggio per vedere i compaesani in carcere. Gli imputati aspettavano la loro sentenza e tra i membri della giuria figuravano galantuomini stanchi e annoiati, ma compiaciuti di non aver sperimentato di persona gli effetti della libertà. Fu un processo deludente perché i rivoltosi non ottennero niente di quello che si aspettavano: né terra né libertà.



Analisi del testo

Struttura

La novella si può suddividere in tre sequenze narrative:
  1. La prima sequenza si concentra sulla rivolta dei contadini contro i vecchi ceti dirigenti (nobili, ricchi e coloro che consideravano delle autorità, come i preti) perché proprietari di terreni e perché non facevano niente per tutelarli.
  2. La seconda sequenza è dominata da un clima di incertezza perché i contadini dovevano ancora spartirsi le terre e si guardavano con sospetto, e per l'arrivo dei garibaldini di Bixio che procede con le fucilazione senza un criterio preciso, ma c'era ancora l'incertezza del processo che poteva ancora andare a favore dei contadini;
  3. La terza e ultima sequenza riguarda il processo che dura tre anni e riporta la situazione allo stato precedente la rivolta, come se nulla fosse accaduto.


Il linguaggio

L'autore adotta un linguaggio semplice e fa un gran uso di similitudini e poi aggiunge altre figure retoriche popolari come una frase fatta, metafore e l'uso di una parola con un significato opposto.

Nella prima sequenza i dialoghi sono brevi e spezzati, per mettere in risalto il rapido crescendo del numero di uccisioni e la brutalità dei contadini che non si fermavano nemmeno dinnanzi alle richieste di pietà. Nella seconda sequenza i dialoghi sono più lunghi, il ritmo è meno veloce, per mettere in evidenza che il peggio era passato ma la situazione non è ancora ritornata alla normalità. Nella terza sequenza i dialoghi sono molto più lunghi, il ritmo è molto lento per mettere in evidenza il trascorrere del tempo e che la situazione era ritornata come prima: i contadini erano ritornati agli antichi rapporti di subordinazione.

Il narratore è interno perché il punto di vista adottato è quello del popolo, cioè è partecipe come se fosse uno dei protagonisti.



Tempo

La novella è ambientata nel 1860, ma è stata scritta nel 1882 cioè dopo la spedizione dei Mille.

In questa novella fabula ed intreccio coincidono: i fatti sono narrati in un ordine logico-cronologico.



Luogo

La rivolta popolare avviene a Bronte, alle pendici dell'Etna. La prigione in cui vengono portati a piedi i colpevoli si trova a Catania.



Descrizione dei personaggi

Contadini insorti = i loro principi di libertà, inizialmente giusti, che avrebbero dovuto porre fine ai loro torti subiti, evolvono rapidamente in risentimenti personali ed uccisioni evitabilissime, come quelle degli innocenti e perfino dei bambini. Finiscono per comportarsi peggio dei loro padroni.
I galantuomini = non possono fare niente contro la folla inferocita, provano a chiedere pietà ma non serve niente. Perfino la baronessa che si era barricata ed era difesa da due uomini armati ha la peggio.



Figure retoriche

Di seguito trovate le principali figure retoriche presenti nel testo della novella.
  • Similitudine = "Come il mare in tempesta"; "biondo come l'oro"; "su di un ginocchio come suo padre"; "tremava come una foglia"; "avvicinandosi come la piena di un fiume"; "come in paese di turchi"; "come i cani!"; "avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini!"; "come un padre"; "sacramentando come un turco"; "piangeva come un ragazzo"; "come i mortaletti della festa"; "alto e vasto come un convento"; "come a una festa, per vedere i compaesani".
  • Metafora = "ci hai succhiato l’anima";
    Epifonema = "che all’aria ci vanno i cenci", cioè a pagare sono sempre i poveri.
    Antifrasi = "Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure", perché in realtà non ha mostrato nessuna pietà nell'ucciderlo.


Commento

Nel testo della novella non si capisce chiaramente le ragioni della rivolta perché non vengono fatti i nomi della città o del generale, e probabilmente l'autore lascia quasi tutto sottinteso perché all'epoca la storia la conoscevano tutti molto bene, ma per chi la sta leggendo oggi per la prima volta sarà meglio fare un breve ripasso di storia. La rivolta popolare narrata è quella avvenuta nell'agosto del 1860 nel paese di Bronte (Catania). Il recente sbarco dei Mille di Garibaldi a Marsala, Sicilia, aveva portato entusiasmo e speranze. I siciliani si aspettavano sia la liberazione dai Borbone, che governavano il regno delle Due Sicilie, sia la riforma agraria (una più giusta ridistribuzione delle terre), da sempre attesa. Per velocizzare questo processo di cambiamento, i contadini si sono messi nelle vesti di combattenti, ma senza alcuna autorizzazione dall'alto.
Le camicie rosse di Garibaldi avevano successo perché erano ben viste da tutti, ma quello stato di anarchia creato dagli stessi contadini di Bronte in modo tanto violento quanto improvvisato era una macchia nel percorso dei garibaldini, perché rischiavano di perdere le simpatie di chi sosteneva le rivolte contro i Borboni, e per questo era necessario cancellare il loro operato istruendo un processo e condannando i colpevoli.
Ciò che mi ha colpito di questa novella è lo stile del narratore di dare voce ai contadini insorti e, attraverso questo espediente, tutte le uccisioni, incluso quelle di donne e bambini, vengono giustificate in qualche modo perché è il loro "carnefice" che ha la parola finale. Persone che fino a quel momento contavano meno che niente nella società, adesso potevano decidere a chi togliere la vita e questo potere che dovrebbe appartenere solamente al divino, fa impazzire uomini e donne, che si mettono a uccidere anche chi è appena più ricco di loro. Avevano preso di mira perfino i preti da cui andavano ad ascoltare la messa ogni domenica e difatti la domenica successiva si sentivano quasi a disagio senza la loro presenza, era una situazione del tutto nuova per loro. La scena più cruenta è sicuramente quella dell'uccisione del figlioletto del notaio, Neddu, che viene ucciso brutalmente con un colpo di scure, la cui morte viene giustificata dal fatto che avrebbe ereditato il ruolo del padre. Anche l'uccisione della baronessa che allattava e dei suoi figli è una scena davvero terrificante. La rabbia dei contadini era tale che li aveva resi ciechi e insensibili, alcuni addirittura non ancora sazi volevano continuare il bagno di sangue ma sono stati fermati solamente perché certi galantuomini come il perito e il notaio erano necessari per la spartizione delle terre. Da ciò possiamo capire che l'autore vuole trasmettere il messaggio che ognuno è fatto per adempiere un compito nella vita. I contadini non sono fatti per fare i galantuomini (fanno i conti con le dita, simbolo di ignoranza) e nemmeno le rivolte, e lo dimostra il fatto che non avevano nemmeno un leader che dettava le regole e nemmeno un vero esercito, erano diventati come delle bestie prive di coscienza, e la loro furia è durata un solo giorno, dopodiché sono ritornati a essere stanchi e impacciati. Il confronto fra questo gruppo di contadini e l'esercito delle camicie rosse guidato da Nino Bixio è evidente. Quando i contadini sminuiscono l'esercito delle camicie rosse, perché dall'alto gli sembravano così piccoli che potevano addirittura farli fuori facendo ruzzolare dei sassi, non fanno niente per fermarli, e perché mai? Forse perché sono sempre stati dei contadini, l'euforia del momento stava andando a diminuire e il gruppo che prima poteva affrontare chiunque, incluso i campieri armati della baronessa, adesso era ridotto a pochi signori che si guardavano l'un l'altro come dei cani che devono proteggere il proprio pasto da altri cani. Nonostante la convinzione che con la libertà ci sarebbe stata terra per tutti, continuavano a non avere fiducia nell'altro. Si può notare che quando guardavano le camicie rosse dall'alto verso il basso, perché i soldati stavano risalendo il burrone, in quel momento si sentivano addirittura superiori a coloro che avevano preso parte all'impresa dei Mille, come se bastasse impugnare una falce o una scure per vincere contro i fucili. E a proposito di fucile, quando descrivono Nino Bixio usano termini volti a sminuire il suo personaggio, dicendo che è piccolo, troppo piccolo per il suo gran cavallo, e addirittura isolato dal resto del gruppo. I contadini non si rendono conto della differenza fra il loro gruppo disorganizzato e della leadership di un generale, e ancora aggiungono alla sua descrizione che portava con se un fucile arrugginito, come a far credere che tanto è lo scarso utilizzo che ne faceva che ora era diventato così vecchio e arrugginito che probabilmente nemmeno più sarebbe stato in grado di fare fuoco. Il punto è che i contadini nemmeno lo possedevano un fucile né nuovo né vecchio, loro hanno combattuto solo usando falci e scuri e perciò tendono quasi a deridere l'esercito del generale Bixio perché il suo arrivo stava facendo sfigurare la loro libertà. A cosa è venuto a fare Bixio? Loro avevano già fatto la libertà, usando gli attrezzi da lavoro, e adesso dovevano solamente accordarsi col proprio vicino per spartirsi la terra.
Eppure quel generale era noto come quello che faceva tremare la gente, non un soldatino senza esperienza messo lì a fare presenza, e i fucili delle camicie rosse non erano poi così arrugginiti dal momento che il giorno dopo sono stati fatti fucilare i primi insorti presi a caso.
La novella si conclude con il lungo processo che condanna l'atto ribelle e sanguinario dei contadini che sconteranno la loro pena in carcere. D'altronde con una giuria composta interamente da galantuomini che godevano per il fatto che l'insurrezione fosse avvenuta in questo paesino piuttosto che nel loro, non ci si poteva aspettare di certo un po' di pietà. Per esempio il figlio dello speziale sapeva con largo anticipo che non sarebbero più usciti dalla prigione, e lo afferma con una certezza assoluta che lascia intuire quando fosse scontato l'esito del processo. Il lungo tempo del processo serviva prima a fare dimenticare l'esistenza dei prigionieri, cosi i loro familiari si sarebbero dimenticati di loro e poi mai al mondo li avrebbero liberati dal momento che essendo rimasta invariata la gestione delle terre, temevano nuove insurrezioni.
A questa rigida sentenza che condanna la rivolta, l'autore aggiunge un po' di ironia quando concede per l'ultima volta la parola a uno dei contadini che, ingenuamente, si aspettava un'esito diverso: perché lo volevano mandare in galera se tutto quel che ha ottenuto era niente? Nemmeno un pezzetto di terra? E poi avevano detto che c'era la libertà...
Notare l'uso del verbo "avevano", come se si stesse discolpando attribuendo la colpa ad altri. In un vero esercito c'è sempre un superiore che si prende la responsabilità delle proprie azioni e dà delle direttive in modo organizzato. Loro hanno provato a fare prima i "soldati" e poi i "galantuomini" ma hanno fallito miseramente in entrambi i ruoli, ed è per questo che alla fine vediamo contadini e galantuomini parlare insieme come se niente fosse successo... perché erano ritornate le gerarchie di prima e in fondo "si stava meglio quando si stava peggio".



Curiosità

- Nel 1971 è stato prodotto il film "Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato" diretto da Florestano Vancini. Il film trae espirazione da questa novella di Giovanni Verga e descrive l'episodio storico della sanguinosa rivolta di Bronte. Attualmente il film completo è disponibile anche su YouTube.

- Sebbene i dialoghi della novella possono essere stati inventati dall'autore con lo scopo di intrattenere il lettore mettendo in risalto l'orgoglio contadino, anche se è facile immaginare che non sono molto distanti dalla realtà, tutto il resto della storia riguarda fatti reali: la strage di nobili e borghesi nel corso dell'insurrezione; l'arrivo delle truppe garibaldine guidate da Nino Bixio, chiamate a ristabilire l'autorità da Garibaldi in persona; le fucilazioni esemplari.

- Nel testo è scritto che il carnevale furibondo, cioè la furiosa rivolta, è avvenuto nel mese di luglio. In realtà i fatti di Bronte sono durati dal 2 al 10 agosto 1860.

- Nella prima edizione della novella, il fazzoletto che sventolava dal campanile era tricolore, ma nella seconda edizione l'autore ha scelto di far diventare il fazzoletto di colore rosso. Questo cambiamento è dovuto al fatto che nel periodo della seconda edizione c'erano i Fasci siciliani, ovvero un movimento di protesta popolare di ispirazione socialista (la bandiera rossa è l'emblema del socialismo).

- Giovanni Verga aveva parteggiato per l'impresa dei Mille e per l'Unità D'Italia ma proveniva da una famiglia di proprietari terrieri.


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