Danni con fantasia - Ungaretti: analisi e commento


Appunto di letteratura riguardante la poesia "Danni con fantasia" di Giuseppe Ungaretti: testo, analisi, figure retoriche e commento.

La poesia "Danni con fantasia" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1928 e fa parte della raccolta Sentimento del tempo.



Testo

Perché le apparenze non durano?

Se ti tocco, leggiadra, geli orrenda,
nudi l'idea e, molto più crudele,
nello stesso momento
mi leghi non deluso ad altra pena.

Perché crei, mente, corrompendo?

Perché t'ascolto?

Quale segreto eterno
mi farà sempre gola in te?

T'inseguo, ti ricerco,
rinnovo la salita, non riposo,
e ancora, non mai stanca, in tempesta
o a illanguidire scogli,
danni con fantasia.

Silenzi trepidi, infiniti slanci,
corsa, gelose arsure, titubanze,
e strazi, risa, inquiete labbra, fremito,
e delirio clamante
e abbandono schiumante
e gloria intollerante
e numerosa solitudine,

la vostra, lo so, non è vera luce,

ma avremmo vita senza il tuo variare,
felice colpa?




Analisi del testo e commento

Fornisco un'interpretazione personale di questa poesia, che è quello che mi ha suscitato leggendola e non sono per nulla certo che sia questo il messaggio che avrebbe voluto mandare Ungaretti (ammesso che ce ne sia uno, o se ce ne siano molteplici). Sentitevi libere di lasciare la vostra interpretazione nei commenti.

La poesia inizia con una domanda che che sorregge tutto il discorso del componimento: "Perché le apparenze non durano?".
Le apparenze non durano perché se si stesse riferendo ad apparenze di cose materiali allora potrebbero subire mutamenti nel tempo, niente rimane immutabile (ad esempio si consumano, o vengono riparate o restaurate). Se si stesse riferendo a qualcosa di astratto allora le apparenze possono cambiare anche in base al punto di vista di chi le sta osservando, perché una persona col tempo acquisisce esperienza e quindi un nuovo modo di vedere e può vedere anche più dettagli rispetto a prima o meno (se ad esempio ha perso interesse in essa, o se sta invecchiando e di conseguenza perdendo la capacità visiva).

La poesia si conclude con l'apostrofe "felice colpa", nel senso che probabilmente si stava rivolgendo ad essa sin dall'inizio. Si può essere felici sentendosi in colpa? Non credo, ma forse questo senso di colpa generato dalla sua mente (Perché crei, mente, corrompendo? Perché t'ascolto?) lo vede come una sorta di gioco mentale che lo perseguita ma da cui il Poeta non vuole nemmeno provare a scappare perché gli è caro (= felice).

Il titolo "danni con fantasia" visto in questa ottica del senso di colpa, potrebbe essere riferito alle pene  (= danni) che lo affliggono mentre sta pensando (= con fantasia).




Figure retoriche

Mi leghi ... ad altra pena = iperbato (v. 5).

T'inseguo, ti ricerco, rinnovo la salita, non riposo, e ancora, non mai stanca, in tempesta = climax ascendente (vv. 10-12).

Silenzi trepidi, infiniti slanci, corsa, gelose arsure, titubanze = asindeto (vv. 15-16).

E strazi, risa, inquiete labbra, fremito, e delirio clamante e abbandono schiumante e gloria intollerante e numerosa solitudine = polisindeto (vv. 17-21). In quanto si ripete la congiunzione "e".

Felice colpa = apostrofe (v. 24).


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