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Paradiso Canto 16 - Figure retoriche

Tutte le figure retoriche presenti nel sedicesimo canto del Paradiso (Canto XVI) della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del sedicesimo canto del Paradiso. In questo canto Dante continua a parlare con il suo trisavolo Cacciaguida della decadenza di Firenze, del suo passato e della propria missione futura. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 16 del Paradiso.



Le figure retoriche

O poca nostra nobiltà di sangue = apostrofe (v. 1).

Ben se’ tu manto che tosto raccorce: sì che, se non s’appon di dì in die, lo tempo va dintorno con le force = metafora (vv. 7-9). Cioè: "Certo tu sei un mantello che si accorcia in fretta: cosicché, se non se ne aggiunge un po' ogni giorno, il tempo lo sforbicia continuamente".

Dì in die = poliptoto (v. 8). Cioè: "di giorno in giorno".

Le parole mie = anastrofe (v. 12). Cioè: "le mie parole".

Beatrice, ch’era un poco scevra, ridendo, parve quella che tossio al primo fallo scritto di Ginevra = similitudine (v. 13-15). Cioè: "Beatrice, che stava un po' in disparte, sorrise, e così sembrò quella donna che tossì al primo compromettente incontro di Ginevra con Lancillotto".

Il padre mio = perifrasi (v. 16). Per indicare Cacciaguida in quanto era un suo progenitore.

Voi = accumulazione (vv. 16-18).

La mente mia = anastrofe (v. 20). Cioè: "la mia mente, la mia anima".

Mia primizia = perifrasi (v. 22). Per indicare il fatto che Cacciaguida sia un suo antenato.

L’ovil di San Giovanni = metafora (v. 25). I fiorentini vengono descritti come il gregge di san Giovanni Battista, santo patrono della città.

Come s’avviva a lo spirar d’i venti carbone in fiamma, così vid’io quella luce risplendere a’ miei blandimenti = metafora (vv. 28-30). Cioè: "Come il carbone tra le fiamme si ravviva, se soffia il vento, così io vidi quella luce che risplendeva per le mie affettuose parole".

Occhi miei = anastrofe (v. 31). Cioè: "miei occhi".

Dolce e soave = endiadi (v. 32). Cioè: "pura e aggraziata".

Da quel dì che fu detto ‘Ave’ al parto in che mia madre, ch’è or santa, s’alleviò di me ond’era grave, al suo Leon cinquecento cinquanta e trenta fiate venne questo foco a rinfiammarsi sotto la sua pianta = perifrasi (vv. 34-39). Per indicare la data di nascita di Cacciaguida. la cui comprensione è legata ad una serie di fatti cronologici. Dal giorno dell'Annunciazione dell'Arcangelo Gabriele alla Vergine fino a quello della nascita di Cacciaguida il pianeta Marte era entrato in congiunzione con la costellazione del Leone per 580 volte; secondo le informazioni di Dante, il moto rivoluzionario di Marte avviene in 687 giorni terrestri, in questo modo si calcola che l'antenato di Dante sia nato nel 1091.

Antichi miei = anastrofe (v. 40). Cioè: "i miei antenati"

Li antichi miei e io nacqui nel loco dove si truova pria l’ultimo sesto da quei che corre il vostro annual gioco = perifrasi (vv. 40-42). Per indicare la località di nascita di Cacciaguida e della sua famiglia che è il sestiere di S. Pietro, che si trovava nell'ultima parte che deve percorrere chi partecipa al palio di Firenze.

Annual gioco = perifrasi (v. 42). Per indicare il palio fiorentino.

Villan d’Aguglion = perifrasi (v. 56). Per indicare Baldo d'Agugliano, giurista e uomo politico del XIII sec. che nel 1299 fu coinvolto nello scandalo di Niccolò Acciaiuoli.

Di quel da Signa = perifrasi (v. 56). Per indicare Bonifazio di Ser Rinaldo Morubaldini, giurista di parte Bianca passato poi ai Neri e che contribuì all'esilio di Dante.

Se la gente ch’al mondo più traligna = perifrasi (v. 58). Per indicare il Clero, la Chiesa.

Cesare = sineddoche, la parte per il tutto (v. 59). Per indicare l’intero istituto imperiale.

Noverca = latinismo (v. 60). Termine che viene ripreso da Dante dalle Metamorfosi di Ovidio dove Fedra, perfida matrigna di Ippolito, viene definita con quel termine.

Non fosse stata a Cesare noverca, ma come madre a suo figlio benigna = similitudine (vv. 59-60). Cioè: "se la Chiesa non fosse stata matrigna verso l'imperatore, ma fosse stata come un'amorevole madre verso il figlio".

E forse in Valdigrieve i Buondelmonti = ellissi (v. 66). Rispetto a due versi precedenti non fa uso del verbo "sariesi" (sarebbero rimasti).

Sempre la confusion de le persone principio fu del mal de la cittade, come del vostro il cibo che s’appone = similitudine (vv. 67-69). Cioè: "La mescolanza delle genti è sempre stato l'inizio del male delle città, come l'aggiunta di cibo ad altro non digerito è fonte di malanni nell'uomo".

Cieco toro = anastrofe (v. 70). Cioè: "toro cieco".

Avaccio = latinismo (v. 70). Significa "presto".

Cieco agnello = anastrofe (v. 71). Cioè: "agnello cieco".

E cieco toro più avaccio cade che cieco agnello; e molte volte taglia più e meglio una che le cinque spade = epifonema o aforisma (vv. 70-72). Cioè: "e un toro cieco crolla più velocemente di un agnello cieco; e molto spesso una sola spada taglia più e meglio di cinque spade".

Più e meglio = endiadi (v. 72).

Termine hanno = anastrofe (v. 78). Cioè: "hanno fine, sono destinate a finire".

Tutte hanno = anastrofe (v. 79). Cioè: "hanno tutte".

Le vostre cose tutte hanno lor morte, sì come voi = similitudine (vv. 79-80). Cioè: "tutte le cose terrene muoiono, proprio come voi uomini".

E come ‘l volger del ciel de la luna cuopre e discuopre i liti sanza posa, così fa di Fiorenza la Fortuna = similitudine (vv. 82-84). Cioè: "E come la Luna con le sue fasi copre e scopre senza sosta le coste (con le maree), così la Fortuna fa con le sorti di Firenze".

De la barca = perifrasi (v. 96). Cioè: "di Firenze".

Dorata in casa sua già l’elsa e ‘l pome = perifrasi (v. 102). Cioè: "avevano già in casa l'elsa e l'impugnatura della spada dorata", ovvero erano cavalieri.

Quei ch’arrossan per lo staio = perifrasi (v. 105). Cioè: "quelli che arrossiscono per la frode dello staio", per indicare i Chiaramontesi. La famiglia dei Chiaramontesi fu protagonista di uno scandalo di cui si parla nel Purgatorio canto XII.

Curule = perifrasi (v. 108). Il termine fa riferimento al sedile ornato d'avorio, simbolo del potere giudiziario nell'antica Roma. E viene usato per indicare le famiglie a cui hanno avuto accesso alle alte cariche.

Quei che son disfatti per lor superbia = perifrasi (vv. 109-110). Per indicare la famiglia degli Uberti.

Palle de l’oro = perifrasi (v. 110). Per indicare lo stemma della famiglia dei Lamberti.

L’oltracotata schiatta = perifrasi (v. 115). Per indicare la famiglia degli Adimari.

Indraca = dantismo (v. 115). Espressione coniata da Dante, sta ad indicare il gesto di qualcuno che si fa drago, cioè forte e potente, nei confronti di qualcun altro.

E a chi mostra ‘l dente o ver la borsa, com’agnel si placa = similitudine (vv. 116-117). Cioè: "mentre si placa come un agnello davanti a chi oppone resistenza o offre denaro".

A chi mostra ‘l dente = sineddoche (v. 116). Il singolare per il plurale, "mostrare i denti".

‘l Caponsacco = sineddoche (v. 121). Il singolare per il plurale, "i Caponsacchi".

E già era buon cittadino Giuda e Infangatosineddoche (v. 121). Il singolare per il plurale, "ed erano già diventati cittadini onorari i Giudi e gli Infangati".

Picciol cerchio = perifrasi (v. 125). Per indicare lo stretto cerchio delle antiche mura cittadine.

Del gran barone il cui nome e ‘l cui pregio la festa di Tommaso riconforta = perifrasi (vv. 128-129). Per indicare Ugo di Toscana, o di Tuscia, detto a volte Il Grande.

Con popol si rauni oggi colui che la fascia col fregio = perifrasi (vv. 131-132). Per indicare Giano della Bella.

La casa di che nacque il vostro fleto = perifrasi (v. 136). Per indicare la famiglia degli Amidei.

Se Dio t’avesse conceduto ad Ema = metafora (v. 143). Significa che sarebbe stato meglio se Buondelmonte fosse morto nel torrente dell'Ema.

Pietra scema = sineddoche (v. 145). La materia per l'oggetto, per indicare la statua mutilata di Marte.

Glorioso e giusto = endiadi (vv. 152-153).

Il popol suo = anastrofe (v. 153). Cioè: "la sua popolazione".



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