Paradiso Canto 15 - Parafrasi


Appunto di italiano riguardante la parafrasi del canto quindicesimo (canto XV) del Paradiso della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Le anime beate del cielo di Marte fermano il canto per permettere a Dante di colloquiare con loro. Intanto una delle luci si rivolge al Poeta in maniera affettuosa: è l’anima di Cacciaguida, trisavolo di Dante, il quale, però, non riesce a farsi capire dal poeta, essendo il linguaggio troppo al di sopra delle umane possibilità di comprensione. Solo in un secondo tempo il discorso di Cacciaguida diventa chiaro alla mente del Poeta, il quale viene spinto ad esprimere i propri desideri. L’anima gli rivela il suo nome. Subito dopo parla dell’antica Firenze, nel tempo in cui la città viveva in pace e nell’osservanza di tutte le leggi morali, contrapponendo a questa serena visione quella della Firenze attuale, distrutta dalle lotte e dall’immoralità. Cacciaguida ricorda i costumi dei Fiorentini antichi, la loro serena vita familiare. Alla fine, dopo aver menzionato i nomi dei suoi due fratelli, Moronto ed Eliseo, e quello della moglie, parla della propria vita. Era al servizio dell’imperatore Corrado , come cavaliere. Lo seguì nella seconda crociata per conquistare la Terrasanta e morì durante la guerra contro i Saraceni.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 15 del Paradiso. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

La volontà al bene (Benigna), nella quale si risolve (liqua)
sempre quell’amore che ispira rettamente,
come i bassi desideri terreni (cupidità) operano invece
in quella (volontà) al male (iniqua), fece tacere il sublime canto (lira),
e fece fermare le beate corde che la mano
di Dio (la destra del cielo) allenta e tende.
Come potranno non ascoltare le giuste
preghiere (degli uomini) quegli spiriti (sustanze) beati,
che, per invitarmi a rivolgere loro le mie preghiere,
si accordarono (fur concorde) nel far silenzio?
È giusto che eternamente soffra colui che si priva (si spoglia)
di quel santo amore per desiderio di cose effimere.
Come attraverso cieli sereni, quieti e trasparenti
talvolta (ad ora ad or) passa un’improvvisa luce (foco),
facendo spostare gli occhi che erano prima fermi (sicuri),
e sembra una stella che cambi posizione, non fosse
che nel punto in cui si è accesa non ne viene meno nessuna,
ed essa stessa presto scompare;
così dal braccio sulla destra (dal corno che ’n destro si stende) ai piedi
della croce si mosse velocemente una stella
di quella costellazione che brilla in quel luogo;
e l’anima preziosa (gemma) non si staccò dalla sua fascia,
ma percorse la linea radiale, in modo da sembrare una luce
che si muove dietro una lastra di alabastro.
Così benigna (pïa) l’anima di Anchise si mostrò (si porse)
quando si avvide dell’arrivo del figlio nei campi Elisi,
se merita credibilità il nostro più alto poeta (Virgilio).
«O sangue mio, o sovrabbondante grazia di Dio,
a chi mai come a te la porta del cielo è stata dischiusa due volte?».
In tal modo parlò quello splendore;
per cui io mi rivolsi (m’attesi) a lui;
poi voltai lo sguardo verso la mia donna (Beatrice),
e rimasi meravigliato da una parte e dall’altra (quinci e quindi);
poiché nei suoi occhi fiammeggiava un sorriso così intenso,
che mi sembrò di raggiungere con i miei il punto
massimo (lo fondo) della beatitudine e della felicità.
Poi l’anima di Cacciaguida (lo spirto), che dava gioia (giocondo)
a udirlo e a vederlo, aggiunse a ciò che aveva detto (al suo principio)
altre cose che io non compresi, tanto il suo discorso
si fece elevato; ed egli mi fu incomprensibile (mi si nascose)
non per scelta (elezïon), ma per necessità,
poiché il suo pensiero andò oltre (soprapuose) ai limiti dell’uomo.
E dopo che la tensione (l’arco) della sua carità (ardente affetto)
si fu sprigionata, così che il suo linguaggio
ritornò al livello dell’umana comprensione,
le prime parole che intesi furono:
«Lode a te, Dio uno e trino, che tanta grazia
concedi (se’ tanto cortese) alla mia discendenza (seme)».
E continuò: «Figlio mio, tu hai soddisfatto, in
questa luce nella quale ti parlo, una gradita e lunga
attesa (digiuno), nata da quanto ho letto nel grande
libro (volume) dove non varia mai ciò che vi è scritto
(bianco né bruno), grazie (mercé) a colei (Beatrice)
che ti ha fornito le penne per questa sublime ascesa (alto volo).
Tu ritieni che il tuo pensiero fluisca (mei) a
me dall’essere primo (Dio), così come dall’unità, se
la si intende a fondo, s’irradiano (raia) gli altri numeri (il cinque e ’l sei);
e perciò non mi chiedi chi io sia e perché proprio
io appaia a te più lieto (gaudïoso) di tutti
gli altri spiriti di questa gioiosa schiera (turba).
Tu credi il vero; poiché i più alti e i più bassi spiriti del Paradiso (di questa vita)
vedono in Dio, lo specchio (speglio) in cui si manifesta (pandi) il tuo
pensiero, prima ancora che tu lo concepisca;
ma affinché si realizzi compiutamente la santa carità
nella quale io vigilo (veglio) in eterna contemplazione (con perpetüa vista)
e che mi rende desideroso (m’asseta) di sublimi gaudi,
le tue parole chiare, ferme e gioiose esprimano ciò che vuoi,
esprimano ciò che desideri, alla qual cosa già
è stata decisa (decreta) la mia risposta!».
Io mi voltai a Beatrice, e lei comprese prima
ancora che io chiedessi, e assentì con un sorriso (arrisemi un cenno)
che aumentò l’intensità del mio desiderio.
Quindi iniziai a dire: «Il sentimento e l’intelligenza,
non appena vedeste Dio, assoluta eguaglianza (prima equalità),
divennero per ognuno di voi beati di pari forza (d’un peso),
poiché il Sole che vi illuminò e vi accese (Dio),
è così uguale in calore e luce
che tutte le similitudini sarebbero insufficienti.
Ma negli uomini il volere e il potere (argomento),
per il motivo che è noto a voi beati,
hanno forze diverse (diversamente son pennuti in ali);
per cui io, che sono uomo, mi trovo in tale sproporzione (disagguaglianza),
e perciò solo con la voce dell’animo (col core) esprimo
il mio ringraziamento per l’amorosa accoglienza (festa).
Ti prego ardentemente, o preziosa anima (vivo topazio)
che adorni (ingemmi) questo splendido gioiello,
di soddisfare il mio desiderio dicendomi chi sei».
«O discendente (fronda) mio nel quale mi sono
compiaciuto anche solo aspettandoti, io fui il tuo
progenitore (radice)», così iniziò a rispondermi.
E poi continuò: «Colui che diede
il nome (da cui si dice) alla tua famiglia (cognazione)
e che da più di cent’anni sta girando
sulla prima cornice del monte (del Purgatorio)
fu mio figlio e fu il tuo bisavolo: è proprio doveroso
che tu gli abbrevi la lunga espiazione con le tue buone azioni.
Firenze nei confini di quella antica cinta muraria,
da cui tuttora sente (toglie) suonare le ore,
viveva pacifica, morigerata, di buoni costumi.
Non si portavano monili, né diademi,
né gonne ricamate (contigiate), né cinture
che rendessero l’apparenza superiore alla persona stessa.
La nascita di una figlia allora non preoccupava il genitore,
poiché la data del matrimonio (tempo) e la dote
non oltrepassavano (fuggien) il buonsenso (misura).
Non c’erano palazzi vuoti; non era ancora arrivato
Sardanapalo a rivelare fin dove può giungere
la corruzione nell’intimità domestica (ciò che ’n camera si puote).
Montemario non era ancora stato superato dal fiorentino (vostro)
monte Uccellatoio, che come lo supererà nell’ascesa (montar sù),
così lo vincerà nella decadenza (calo).
Io stesso ho visto Bellincione Berti incedere
con una cintura (cinto) di cuoio e osso, e sua
moglie tornare dallo specchio senza il volto truccato;
e ho visto quelli delle famiglie dei Nerli e dei Vecchietti
accontentarsi di giubbe di pelle grezza (pelle scoperta),
e le loro donne filare la lana (al fuso e al pennecchio).
Felici loro! Ognuna era sicura di morire in patria (de la sua sepultura),
e nessuna era stata ancora abbandonata (diserta)
nel letto per andare in Francia.
La giovane madre (L’una) vegliava (vegghiava a studio) sull’infante
con amorosa cura, e per consolarlo gli parlava
con quel linguaggio (l’idïoma) che diverte (trastulla)
per primi gli stessi genitori; la donna più anziana,
mentre avvolgeva alla rocca il filo, raccontava alla sua famiglia
le leggende di Troia, di Fiesole e di Roma.
Allora avrebbe stupito una dissoluta Cianghella
o un disonesto Lapo Salterello; proprio come oggi
stupirebbe un uomo probo (Cincinnato) e una donna magnanima (Corniglia).
In una così pacifica e dolce convivenza
civile (viver di cittadini), in una tanto leale (fida) società,
in una tanto piacevole dimora (ostello), la vergine Maria,
invocata nelle grida del parto, mi fece nascere;
e nel vostro illustre battistero contemporaneamente
divenni cristiano e fui chiamato Cacciaguida.
Miei fratelli furono Moronto ed Eliseo;
mia moglie venne per sposare me dalla Valpadana (val di Pado),
e da lei (quindi) ebbe origine il tuo cognome.
Quindi seguii l’imperatore Corrado ed egli
mi fece suo cavaliere, tanto gli piacqui (li venni in grado)
per il mio buon operare (ovrar).
Marciai con lui contro l’iniquità di quella religione (legge)
i cui seguaci ingiustamente si impadroniscono (usurpa)
di ciò che è vostro diritto, per colpa del papa.
Qui da quegli uomini crudeli fui disciolto
dalla ingannevole (fallace) realtà terrena,
l’amore per la quale rovina molti uomini;
e da quel martirio salii a questa beatitudine».


Nessun commento :

Scrivi un commento

I commenti dovranno prima essere approvati da un amministratore. Verranno pubblicati solo quelli utili a tutti e attinenti al contenuto della pagina. Per commentare utilizzate un account Google/Gmail.