Purgatorio Canto 20 - Parafrasi


Appunto di italiano riguardante la parafrasi del canto ventesimo (canto XX) del Purgatorio della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Ugo Capeto grida esempi di povertà e generosità; vedendo i due poeti, maledice i suoi discendenti, accennando alla discesa in Italia di Carlo d'Angiò e a Filippo il Bello che ruberà il tesoro dei Templari. Improvvisa arriva una scossa di terremoto e gli angeli cominciano a cantare.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 20 del Purgatorio. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Contro una volontà più forte lotta male un’altra volontà;
perciò, per fare cosa gradita all’anima di Adriano V, contro il mio desiderio,
trassi dall’acqua la spugna (della curiosità) non ancora sazia.
Mi allontanai; e la mia guida si avviò lungo gli spazi liberi da ostacoli,
sempre rasente alla parete del monte,
come si va in uno stretto muro di cinta rasentando i merli;
poiché le anime che espiano con un pianto continuo
che sgorga dagli occhi la cupidigia che invade il mondo,
s’avvicinano troppo al ciglio dalla cornice.
Che tu sia maledetta, lupa antica (quanto il mondo),
che induci al male gli uomini più di tutti gli altri vizi,
a causa della tua fame insaziabile e profonda!
O cielo, nel cui movimento alcuni credono ci
sia la causa degli avvenimenti terreni, quando verrà
colui, per la cui opera questa lupa dovrà andarsene?
Noi procedevamo con passi lenti e brevi (scarsi);
e io stavo attento a non pestare le anime,
che sentivo piangere e lamentarsi in modo da suscitare pietà;
e per caso (ventura) udii uno spirito davanti a noi invocare
«Dolce Maria!» con un tono così accorato
come quello di una donna che stia per partorire;
e sentii poi continuare: «Fosti tanto povera,
come si può vedere dal luogo che ti ospitò,
dove depositasti (sponesti) la creatura sacra che portavi in seno».
E subito dopo sentii: «O buon Fabrizio (Fabrizio Luscino, che rifiutò l’offerta di Pirro per non abbandonare la sua patria),
preferisti (volesti anzi) essere virtuoso nella povertà,
piuttosto che possedere con disonestà (vizio) grandi ricchezze».
Queste parole mi erano piaciute talmente,
che mi spinsi in avanti per fare conoscenza con quello spirito
che mi pareva avesse pronunciato quegli esempi.
L’anima esaltava ancora il dono generoso (larghezza)
che fece s. Nicola alle fanciulle (pulcelle),
perché convogliassero la loro giovinezza verso nozze onorate.
«O anima che parli (favelle) così bene, dimmi
chi fosti in terra», io dissi, «e perché tu sola ricordi (rinovelle)
queste azioni virtuose degne di lode.
Non sarà (fia) senza ricompensa la tua risposta, se
tornerò a completare il breve viaggio di quella vita
terrena che corre verso la morte».
Ed egli: «Risponderò alle tue domande, non
perché attenda un compenso sulla terra, ma perché
in te risplende tanta Grazia divina prima che tu sia morto.
Io fui il capostipite (Ugo Capeto, capostipite dei Capetingi) di quella malvagia dinastia
che adombra tutta la cristianità, tanto che raramente da essa
si produce (schianta) qualche buon frutto.
Ma se le città delle Fiandre, Douai (Doagio), Lilla, Gand
(Guanto) e Bruges (Bruggia) potessero farlo, presto si vendicherebbero;
io lo chiedo a Dio (lui) che tutto giudica.
In terra (di là) fui chiamato Ugo Capeto;
Da me discesero i Filippo e i Luigi, che hanno governato (retta)
nei tempi più recenti (novellamente) la Francia.
Io fui figlio di un mercante di buoi di Parigi:
quando si estinsero tutti i re dell’antica dinastia carolingia,
meno uno che indossò la tonaca monacale (panni bigi),
mi ritrovai stretta in mano la guida (freno) del governo del regno,
ed ebbi tanta potenza (possa) di nuove ricchezze (nuovo acquisto),
e così tanti seguaci (amici), che il capo di mio figlio
fu ritenuto degno (pro mossa) della corona
regale vacante (vedova), e da lui cominciò
la discendenza di tutti questi (costor) consacrati re.
Finché la grande dote della contea di Provenza
non tolse ai miei discendenti ogni pudore,
essi non erano molto potenti, ma non facevano azioni malvagie.
Da quel momento cominciarono con violenza
e con frode le loro rapine; poi per riparazione
s’impadronirono del Ponthieu, della Normandia e
della Guascogna. Carlo I (d’Angiò) venne in Italia
e, per farsi perdonare, fece uccidere Corradino di Svevia;
e poi, per farsi perdonare, spedì al Creatore s. Tommaso d’Aquino.
Io vedo un tempo futuro, non molto lontano da oggi,
in cui un altro Carlo (Carlo di Valois, detto “senza terra”) uscirà dai confini della Francia,
per far conoscere meglio se e la sua stirpe.
Uscirà dalla Francia senza armi, portando solo la lancia del tradimento,
con cui combatté Giuda, e punterà (ponta) quell’arma
in modo da far scoppiare il ventre di Firenze.
Da questa impresa non acquisterà terre, ma peccato e vergogna,
Cose tanto più gravi di per sé, quanto
più leggermente egli considera tale danno.
Vedo l’altro Carlo (Carlo II, lo “zoppo”), che in passato scese dalla sua nave
prigioniero dei nemici, vendere sua figlia e pattuirne il prezzo come fanno i
corsari quando vendono schiave qualsiasi (la figlia Beatrice fu data in sposa ad Azzo VIII, per denaro).
O avarizia, che male più grave puoi arrecarci,
dal momento che hai attirato i miei discendenti a tal
punto, che non si curano neppure dei figli?
Perché appaiano meno gravi le colpe future e passate,
vedo l’insegna francese (Filippo il Bello, che diede lo storico schiaffo a Bonifacio VIII) entrare in Anagni,
e Cristo imprigionato nella persona del pontefice, suo vicario.
Vedo rinnovarsi un’altra volta la derisione
contro di lui, vedo rinnovarsi lo scherno dell’aceto
e del fiele, e lo vedo ucciso fra i ladroni, che
resteranno vivi. Vedo il nuovo Pilato così spietato, che
neanche questo lo soddisfa, ma senza autorizzazione,
spinge le vele della cupidigia verso l’ordine dei Templari (che distrusse per impossessarsi delle loro ricchezze).
O Signore mio, quando potrò avere
la gioia di assistere alla punizione che, impenetrabile (nascosa),
già mitiga lo sdegno nei tuoi segreti disegni?
Ciò che dicevo di quell’unica sposa dello
Spirito Santo e che ti indusse a rivolgerti a me per
avere qualche spiegazione (chiosa), funge (è) da
responsorio a tutte le nostre preghiere per quanto
dura il giorno; ma appena scende la notte,
al posto di quegli esempi ne recitiamo altri di segno contrario.
Allora (allotta) noi rievochiamo l’esempio
di Pigmalione, che l’avida bramosia di ricchezze
rese traditore, ladro e assassino di un congiunto
(paricida); e ricordiamo l’infelicità dell’avido Mida,
che fu conseguenza della sua ingorda (gorda)
domanda, della quale è giusto che sempre si rida.
Poi ciascuno di noi ricorda il temerario Acan,
e come rubò (furò) una parte del bottino di Gerico,
tanto che sembra che lo sdegno di Giosuè lo colpisca (morda) anche qui.
Poi accusiamo Safira col marito (Anania);
lodiamo Dio per i calci con cui il cavallo colpì Eliodoro;
e ancora tutte le anime del girone fanno risuonare
con infamia il nome di Polinestore, che uccise Polidoro;
e infine (ultimamente) si grida: ‘Crasso dillo a noi (dilci),
dal momento che lo sai: quale sapore ha l’oro?’.
Talvolta uno ripete gli esempi a voce alta,
e un altro sommessamente, secondo l’intensità del desiderio
che ci spinge a parlare con un ardore ora maggiore e ora minore:
perciò poco fa non ero io solo a recitare gli esempi
di virtù che citiamo di giorno; ma in queste vicinanze
nessun’altra anima parlava a voce alta».
Noi ci eravamo già allontanati dall’anima di Ugo Capeto,
e ci sforzavamo di percorrere velocemente la strada
per quanto concesso alle nostre possibilità,
quando sentii tutta la montagna scuotersi, come se franasse;
allora si impadronì di me il terrore
che di consueto assale il condannato che va al supplizio.
Certo non tremò con tale violenza l’isola di Delo,
prima che Latona stabilisse in essa la sua dimora
per partorire i due astri più splendenti del cielo (Apollo e Diana, il sole e la luna).
Poi da ogni parte cominciò a udirsi un
grido tanto intenso, che Virgilio si accostò a me,
dicendo: «Non avere paura finché io ti guido».
‘Gloria a Dio nell’alto dei cieli ’, dicevano tutte le anime,
da quanto mi fu possibile comprendere dalle voci più vicine,
da cui si potevano distinguere le parole gridate.
Noi stavamo immobili con il fiato sospeso
come i pastori che udirono per primi quel canto,
finché il terremoto cessò e il canto si concluse (compiési).
Poi riprendemmo il cammino della salvezza (santo),
osservando le anime distese per terra,
che avevano già ripreso il consueto pianto.
Nessuna ignoranza mai, se la mia memoria sotto questo aspetto (in ciò)
non mi inganna, mi fece così desideroso di sapere con tanto ardore (guerra)
quanto mi sembrava di avere in quel momento, pensando a quanto era accaduto;
né osavo chiedere a causa della fretta di Virgilio,
né con le mie sole forze (per me) ero in grado di capire
la causa (cosa) di quel fenomeno (lì):
così procedevo timoroso di chiedere (timido) e pensieroso.


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