Purgatorio Canto 11 - Parafrasi


Appunto di italiano riguardante la parafrasi del canto undicesimo (canto XI) del Purgatorio della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Tra i superbi ci sono nobili senesi come Umberto Aldobrandeschi, conte di Santafiore, e Provenzan Salvani, ma ci sono soprattutto gli artisti: il miniatore Oderisi da Gubbio considera quanto breve sia la fama terrena: Cimabue è superato da Giotto, Guinizzelli da Cavalcanti. La vita è un attimo in confronto all'eternità, la fama appassisce come l'erba (Salmo 89).
Dante è attento all'evoluzione dell' arte e alla gloria dei grandi, ma bada soprattutto alle conseguenze psicologiche e morali che travolgono chi nel mondo raggiunge tale gloria.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 11 del Purgatorio. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

«Padre nostro, che stai nei cieli,
non perché da essi limitato (circunscritto), ma per l’amore più intenso
che rivolgi alle prime creature (effetti) che ponesti lassù,
sia santificato il tuo nome e la tua virtù (’l tuo valore)
da tutte le creature, com’è giusto
render grazie al tuo dolce spirito (vapore).
Venga verso di noi la pace del tuo regno,
poiché noi non possiamo raggiungerla (ad essa non potem) da soli,
malgrado i nostri sforzi (con tutto nostro ingegno), se non ci viene incontro.
Come i tuoi angeli dedicano (fan sacrificio)
a te tutta la loro volontà, cantando osanna,
così facciano gli uomini della loro volontà.
Dacci oggi il pane (manna) quotidiano,
senza il quale in questo arduo (aspro) deserto
chi più si affanna a procedere (gir) maggiormente retrocede.
E come noi perdoniamo a tutti il male
che abbiamo subito (sofferto), anche tu perdonalo a noi
misericordioso, e non guardare il nostro merito.
Non mettere alla prova (spermentar) con Satana (l’antico avversaro) la nostra potenza,
che si abbatte (adona) con facilità,
ma liberala da lui che tanto la spinge al male (sprona).
Quest’ultima preghiera, signore caro,
ormai non la facciamo per noi, perché non ne abbiamo bisogno,
ma per gli uomini che sono rimasti dietro a noi (sulla terra)».
Così quelle ombre, formulando con la preghiera (orando)
a noi e a sé un buon augurio (ramogna), andavano sotto il peso (pondo),
simile a quello di un incubo notturno,
girando intorno al monte oppresse in misura diversa (disparmente)
e stanche (lasse) su per il primo girone,
purificando la nebbia (caligine) della vita mondana.
Se le anime del Purgatorio (di là) pregano sempre per noi (ben per noi si dice),
in terra (di qua) che cosa si può dire e fare per loro
da parte dei viventi che sono in grazia di Dio (hanno al voler buona radice)?
È doveroso aiutarli (atar) a purgare le macchie (note)
del peccato che portarono dal mondo (quinci), così che, puri e leggeri,
possano salire alle sfere celesti rotanti (ruote).
«Possano la giustizia e la misericordia liberarvi (vi disgrievi) presto
da questi pesi, in modo che possiate iniziare il volo,
che vi innalzi (lievi) secondo il vostro desiderio,
indicateci da quale parte si va più in fretta (corto)
verso la scala; e se c’è più di un passaggio,
insegnateci quello che scende (cala) meno ripido:
perché costui che viene con me, per via del peso
del corpo umano (lo ’ncarco de la carne d’Adamo) di cui è rivestito,
è lento (parco) a salire, contrariamente al suo desiderio».
Non fu manifesto da chi (da cui) venissero le parole,
che risposero (rendero) a queste che aveva
detto loro colui che io seguivo;
ma fu detto: «Venite con noi a destra lungo la parete,
e troverete un varco (passo) che rende
possibile la salita a una persona viva.
E se io non fossi impedito dal masso che piega (doma)
il mio capo (cervice) superbo, per cui è necessario (convienmi)
che io chini lo sguardo a terra, io guarderei costui,
che è ancora vivo e non dice il suo nome (non si noma),
per vedere se lo conosco, e per indurlo alla pietà
per questo pesante carico (soma).
Io fui italiano (latino) e nato da un nobile (gran) toscano:
mio padre fu Guglielmo Aldobrandesco;
non so se il suo nome fu mai noto a voi (vosco).
La nobiltà della stirpe (sangue) e le opere virtuose (leggiadre)
dei miei antenati mi resero così arrogante, che,
non pensando all’origine comune (comune madre) di tutti gli uomini,
ebbi in disprezzo (in despetto) ogni uomo a tal punto,
che fui ucciso, in che modo lo sanno i Senesi
e lo sanno (sallo) anche i bambini (fante) in Campagnatico.
Io sono Omberto; e la superbia recò danno
non solo a me, perché essa ha trascinato con sé
nella rovina (malanno) tutti i miei consanguinei (consorti).
E qui è necessario che io porti questo peso
a causa della superbia (per lei), per il tempo necessario per pagare a Dio il debito (si sodisfaccia)
della mia colpa, qui fra i morti, poiché non lo feci fra i vivi».
Mentre ascoltavo chinai in giù la faccia;
e uno di loro, non questo che parlava,
si contorse sotto il peso che li impedisce (li ’mpaccia),
e mi vide e mi riconobbe e mi chiamava,
tenendo con fatica gli occhi fissi verso di me,
che camminavo tutto chino insieme con loro.
«Oh!» io dissi a lui: «Tu non sei Oderisi,
onore di Gubbio (Agobbio) e onore di quell’arte
che a Parigi viene chiamata alluminare?».
Egli disse: «Fratello, le carte che Franco Bolognese
dipinge (pennelleggia) sono più vivaci (più ridon);
l’onore è ora tutto suo, e mio solo in parte.
Certo io non sarei stato così generoso (cortese)
finché fui in vita, a causa del mio vivo desiderio
di primeggiare a cui il mio cuore fu rivolto intensamente (intese).
Io pago qui la pena (fio) di tale superbia;
e neppure sarei qui se non fosse avvenuto che,
pur potendo (possendo) ancora peccare, mi rivolsi pentito a Dio.
Oh, vanità dell’umano valore (posse)!
quanto poco tempo il verde permane sulla cima,
se non è seguito (è giunta) da età di decadenza (l’etati grosse)!
Cimabue credette di dominare gli altri (tener lo campo) nella pittura,
e invece Giotto ha ora la gloria (il grido),
tanto che la sua fama è oscurata.
In tal modo Guido (Cavalcanti) ha tolto all’altro Guido (Guinizzelli)
la gloria della poesia in volgare (lingua);
e forse è nato chi caccerà entrambi dalla loro sicura posizione (nido).
La fama (romore) mondana non è altro che un alito (fiato)
di vento che spira ora da una parte (quinci) e ora dall’altra (quindi),
e cambia nome perché cambia la direzione di provenienza (lato).
Quale maggiore fama (voce) avrai, se muori vecchio (se vecchia scindi da te la carne),
di quella che avresti avuta se fossi morto prima di smettere
di dire (lasciassi) ‘pane’ e ‘denari’,
prima che trascorrano mille anni? che è un tempo,
rispetto all’eternità, più breve di un batter di ciglia
rispetto al movimento del cielo (cerchio) che si volge (è torto) più lento.
Tutta la Toscana celebrò (sonò) colui che cammina
lentamente (sì poco piglia) davanti a me;
e ora si bisbiglia (sen pispiglia) di lui appena a Siena,
di cui era signore (sire) quando fu distrutta
la furiosa prepotenza (rabbia) dei Fiorentini,
che allora fu superba così come ora si vende per denaro (putta).
La fama umana (vostra nominanza) è come il colore dell’erba,
che nasce e presto muore, e la fa scolorire lo stesso sole (quei) in virtù del quale
essa ancora tenera (acerba) esce dalla terra».
E io a lui: «Le tue parole veritiere (Tuo vero) m’in fondono (m’incora)
un’umiltà che fa volgere al bene, e mitigano (m’appiani) la grande superbia (tumor):
ma chi è quello di cui tu ora parlavi?».
Rispose: «Quello è Provenzan Salvani;
ed è qui perché ebbe la presunzione di ridurre
tutta Siena in suo potere (recar … a le sue mani).
Già è andato (Ito) così chino e così va, senza tregua (riposo),
dal giorno che morì; chi nel mondo ha osato troppo (troppo oso)
soggiace a tale penitenza (cotal moneta) per pagare (sodisfar) il suo debito».
E io dissi: «Se quello spirito che attende l’estremo limite (l’orlo)
della vita prima di pentirsi, deve restare quaggiù (nell’Antipurgatorio),
e non può salire in questa cornice (quassù)
prima che passi tanto tempo quanto visse,
se preghiere di persone in grazia di Dio (buona) non lo aiutano,
come gli fu concessa (largita) l’ascesa (al Purgatorio)?».
«Quando era ancora all’apice della sua fama (glorïoso)», disse,
«deposto ogni sentimento di vergogna, si pose (s’affisse)
spontaneamente nella piazza del Campo a Siena;
e stando lì, per sottrarre un suo amico dalla pena,
in cui era tenuto nella prigione di Carlo,
si ridusse a tremare tutto dentro di sé per l’umiliazione.
Non dirò di più e so che parlo in modo incomprensibile;
ma non trascorrerà troppo tempo che i tuoi concittadini
faranno in modo che tu potrai interpretare con chiarezza (chiosarlo).
Proprio quel gesto (opera) lo liberò dai confini (dell’Antipurgatorio)».


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