Inno alla morte - Ungaretti: spiegazione, analisi e commento


Appunto di letteratura riguardante la poesia "Inno alla morte" di Giuseppe Ungaretti: testo, spiegazione, analisi del testo, figure retoriche e commento.

La poesia "Inno alla morte" è stata scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1925 e fa parte della raccolta Sentimento del tempo, nella sezione La fine di Crono.



Testo

Amore, mio giovine emblema,
Tornato a dorare la terra,
Diffuso entro il giorno rupestre,
E' l'ultima volta che miro
(Appiè del botro, d'irruenti
Acque sontuoso, d'antri
Funesto) la scia di luce
Che pari alla tortora lamentosa
Sull'erba svagata si turba.

Amore, salute lucente,
Mi pesano gli anni venturi.

Abbandonata la mazza fedele,
Scivolerò nell'acqua buia
Senza rimpianto.

Morte, arido fiume...

Immemore sorella, morte,
L'uguale mi farai del sogno
Baciandomi.

Avrò il tuo passo,
Andrò senza lasciare impronta.
Mi darai il cuore immobile
D'un iddio, sarò innocente,
Non avrò più pensieri nè bontà.

Colla mentre murata,
Cogli occhi caduti in oblio,
Farò da guida alla felicità.



Analisi del testo e commento

Questa poesia inizia con un'invocazione d'amore, un amore collegato all'immagine del sole che illumina con la sua luce ed è dorato in quanto viene fatto riferimento ad Apollo, Dio del sole, che col cocchio dorato attraversava il cielo durante il giorno.
Ungaretti ricorre al binomio eros e thanatos, ma usa anche termini già presenti in alcuni suoi componimenti precedenti. Come per esempio il verbo "turbare" della prima strofa, era già stato usato in Sirene, ma come effetto dell’azione d’amore e che in questo caso invece viene applicato alla luce: se per Agostino essa mette in evidenza la realtà, dall'altra parte (per Cezanne) è quella che fa cambiare gli aspetti della realtà in quanto lui non dipinge quello che è, ma quello che vede e percepisce, che cambia a seconda di come è la luce (gioco di luci e ombre).
Qui, l'amore raffigurato come immagine del tempo, del sole e della forza è un'emblema di giovinezza che fa da contrasto alla vecchiaia ("mi pesano gli anni venturi"), che è solo il principio di un percorso che porta alla morte.
Il "giorno rupestre" sta a significare che l'alba è collocata all'interno di un paesaggio rupestre (costituito da rocce grandi e scoscese), a cui aggiunge che vi sono fossati, cavità naturali e corsi d'acqua che scorrono impetuosi.
Continua creando un legame di tipo sinestetico tra la luce e la tortora: dice che la scia di luce è paragonabile allo spostamento della tortora, perché la scia di luce è in continuo cambiamento. Di conseguenza si ha la percezione non solo del mutare delle cose ma anche del fatto che ci sfuggono e possiamo perderle per sempre e, quindi, la vita non è altro che la perdita di un qualcosa. È per questo che al poeta pesano gli anni che dovranno ancora arrivare (venturi), in quanto oltre a quelli che ha già perso se ne andranno ad aggiungerne altri che faranno la stessa fine. Continua dicendo che l'amore è una la luce che diventa lucente (v. 10), un altro modo per dire che è l'immagine stessa della vita, cioè senza amore non c'è vita.

Giungiamo quindi nei versi più importanti del testo "Abbandonata la mazza fedele..morte arido fiume", dove il poeta come era solito fare nelle poesie della raccolta Sentimento del tempo, fa riferimento a un fiume e per ogni fiume corrisponde un periodo storico della sua vita. Tutti i fiumi sfociano nell'Isonzo e il fiume in questione rappresenta la nostalgia per ciò che non c'è più; l'acqua è buia perché in essa si riflette l'oscurità della notte e il vuoto della perdita, ma anche perché è arrido. Per Ungaretti l'acqua raffigura la vita e l'assenza di acqua raffigura la morte. Il rapporto tra Ungaretti e la morte è così stretto da essergli familiare, infatti definisce la morte come una sorella ("Immemore sorella morte").

Infine, riprendendo il concetto di eros e thanatos, il poeta ci vuole dire che la piena consapevolezza del gesto di abbandonare la "mazza fedele", cioè accettando la morte, può scatenare nel nostro animo le stesse piacevoli sensazioni prodotte da un rapporto d'amore. È la fine dei rimpianti ("Non avrò più pensieri né bontà") e l'inizio di una speranza ("Farò da guida alla felicità").



Figure retoriche

Anafora = "Amore" (v. 1, 10).

Antitesi = "irruenti" (v. 5) e "arido" (v. 15).

Antitesi = "luce" (v. 7) e "buia" (v. 13).

Sinestesia = "scia di luce Che pari alla tortora lamentosa" (vv. 7-8). Sfera sensoriale visiva e uditiva.

Similitudine = scia di luce Che pari alla tortora lamentosa" (vv. 7-8).

Paronomasia = "turba" (v. 9) al posto di "tuba", che è il verso della tortora.

Metafora = "cuore immobile" (v. 21).

Paronomasia = "mentre" al posto di "mente" (v. 24).


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