Inferno Canto 26 - Parafrasi


Appunto di italiano riguardante la parafrasi del canto ventiseiesimo (canto XXVI) dell'Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Dante scaglia una feroce invettiva contro Firenze, così ben conosciuta all’Inferno. I due poeti passano poi nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio dove si trovano i consiglierei fraudolenti che vagano incessantemente avvolti in una fiamma, e fra i dannati incontrano Diomede e Ulisse (eroi presenti nelle opere di Virgilio). Virgilio chiede a Ulisse come sia morto e l’eroe gli risponde raccontando il suo ultimo viaggio: quando si allontanò da Circe, nessun affetto l’avrebbe contrastato a viaggiare. Allora con una nave e i suoi fedeli uomini partì.
Arrivato alle Colonne d’Ercole, egli incominciò a incitare i compagni dicendo che erano nati per vivere nella conoscenza e nella virtù. Rincuorati, continuarono il loro viaggio. Erano trascorsi 5 mesi, quando videro una montagna: si rallegrarono, ma presto la felicità si trasformò in disperazione poiché sotto di loro si formò un turbine che li risucchiò e uccise.
Legge del contrappasso: avvolsero gli altri con l’inganno, adesso sono avvolti da fiammelle.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 26 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Godi, Firenze, poiché sei così grande
che diffondi la tua fama per mare e per terra,
e il tuo nome si spande per l'Inferno!
Trai dannati per furto trovai cinque noti (cotali)
tuoi cittadini per cui mi vergogno
e tu non puoi certo crescere molto in onore (orranza).
Ma se (è vero che) sul far del mattino,
si sogna la verità, tu sperimenterai, fra breve,
quello che Prato, e altre città (non ch'’altri), bramano per te.
E se questa punizione fosse già avvenuta, non sarebbe troppo presto.
Magari avvenisse, dal momento che deve succedere!
Poiché mi recherà tanto dolore (graverà), quanto più invecchierò.
Noi ci allontanammo, e su per quelle scale
che ci avevano fatti impallidire (iborni) prima, in discesa,
la mia guida risalì e trasse anche me;
e proseguendo per la solitaria via,
tra le rocce (schegge) e i massi sporgenti della parete (scoglio),
il piede non riusciva a muoversi (si spedia) senza l’aiuto della mano.
Allora provai dolore, e ancora oggi ne provo
quando ripenso ciò che vidi,
e freno il mio intelletto più di quanto sia solito fare,
perché non proceda senza la guida della virtù;
così che, se l'influsso benefico degli astri o se una forza migliore
mi hanno concesso il bene della salvezza, io stesso non me ne privi.
Quante lucciole vede giù nella valle
il contadino (’ villan) che si riposa sulla collina (al poggio),
quando il sole che rischiara il mondo tiene
meno nascosta a noi la sua faccia,
quando la mosca lascia il posto (cede) alla zanzara,
forse nel posto dove egli vendemmia oppure ara:
di altrettante fiammelle risplendeva tutta
l'ottava bolgia, così come io m'accorsi
appena giunsi in un punto dove si scorgeva il fondo.
E come colui che trovò vendetta (si vengiò) per mezzo degli orsi (Eliseo)
vide il carro del profeta Elia mentre si levava da terra (al dipartire),
quando i cavalli si levarono ritti verso il cielo,
tale che non lo poteva seguire con gli occhi,
tanto da non vedere altro che una sola fiamma
salire in alto, proprio come una nuvoletta:
così si muove ogni fiamma per le strettoie della bolgia,
poiché nessuna mostra l'anima che nasconde ('l furto),
e ogni fiamma nasconde (invola) un peccatore.
Io stavo ritto (surto) sul ponte a osservare,
in modo che se non mi fossi aggrappato a una sporgenza rocciosa,
sarei caduto in basso senza essere spinto.
E la guida che mi vide così intento a guardare,
disse: «Le anime sono prigioniere dei fuochi;
ognuna è avvolta (si fascia) dalla fiamma (di quel) da cui è arsa».
«Maestro mio», risposi io, «poiché lo ascolto da te (per udirti),
sono più certo, ma già m’ero reso conto
che era così, e già ti volevo domandare:
chi c'è in quella fiammella che nella parte
superiore è così divisa, da sembrare levarsi dalla pira
dove Eteocle fu deposto col fratello?».
Mi rispose: «Dentro quella fiamma sono puniti (si martira)
Ulisse e Diomede, e così vanno insieme
nel castigo come nella colpa commessa;
e dentro alla loro fiamma si espia (si geme)
l'inganno del cavallo che aprì (fé) la porta di Troia,
da cui uscì il nobile progenitore (seme) dei Romani.
Dentro si sconta l’astuzia (l'arte) per la quale, sebbene morta,
Deidamia piange ancora per Achille,
e si sconta la pena (per il furto) della statua di Pallade».
«Se essi dentro queste fiamme (faville) possono
parlare», dissi io, «maestro, assai ti prego e ti rinnovo la preghiera,
e la mia preghiera ne valga mille,
che non mi neghi (facci ... niego) di attendere
fino a quando la fiamma bipartita (cornuta) giunga qua;
vedi che dal desiderio mi piego verso lei!».
Ed egli a me: «La tua preghiera è degna
di molta lode, e per questo (però) io l’assecondo (l’accetto);
ma fa in modo che la tua lingua si trattenga (sostegna).
Lascia parlare me, che ho capito (concetto)
quello che tu vuoi; poiché essi, dal momento che furono greci,
potrebbero essere schivi dal parlare con te».
Quando la fiamma giunse dove
alla mia guida parve il luogo e il tempo opportuno,
sentii lui parlare in tal modo:
«O voi che siete due in un solo fuoco,
se mai io ho acquistato qualche merito presso di voi quando ero in vita,
se io presso di voi ho acquistato qualche merito piccolo o grande che sia
quando nel mondo ho scritto i nobili versi (che vi riguardano),
non vi muovete; ma uno di voi riveli dove,
smarrito (perduto) (in un'avventura temeraria), egli andò (gissi) a morire».
Il lembo (corno) più alto di quella fiamma da tanto tempo accesa,
cominciò a muoversi mormorando,
proprio (pur) come quella che il vento scuote (affatica);
poi, muovendo qua e là la punta (la cima ... menando),
quasi fosse la lingua che parlava,
fece uscire una voce e disse: «Quando
mi allontanai da Circe, che per più di un anno
mi lusingò (sottrasse) presso Gaeta,
prima ancora che Enea così la chiamasse,
né l'affetto (dolcezza) verso il figlio (Telemaco), né la pietà
verso il vecchio padre (Anchise), né il legittimo (debito) amore
che doveva allietare Penelope,
riuscirono a vincere dentro di me l'ardente desiderio
che io ebbi di diventare esperto del mondo,
dei vizi umani e della virtù;
ma mi posi sul mare profondo (alto) e sconfinato
con una nave sola e con quei pochi compagni (compagna)
da cui non fui abbandonato (diserto).
Vidi una costa e l'altra (L'un lito e l’altro) fino alla Spagna,
fino al Marocco e l’isola dei Sardi,
e le altre che quel mare circonda (intorno bagna).
Io e i miei compagni eravamo vecchi e stanchi (tardi)
quando giungemmo a quello stretto varco (foce)
dove Ercole pose i suoi confini (riguar di)
perché l’uomo non si spinga oltre;
dalla mano destra mi lasciai Siviglia,
mentre dall’altra avevo già lasciato Ceuta (Setta).
‘O fratelli’, dissi, ‘che siete giunti in mezzo a centomila
pericoli all'estremità del mondo (occidente),
non vogliate rifiutare a questo poco tempo (vigilia)
della nostra vita sensibile (d’ nostri sensi) che ci resta (ch'è del rimanente)
di conoscere (l’esperienza), seguendo il corso del sole,
l'emisfero (inesplorato), senza gente.
Considerate la vostra origine (semenza):
non foste creati per vivere come animali (bruti),
ma per seguire la virtù e la conoscenza (canoscenza)’.
Io resi i miei compagni così desiderosi (aguti)
del cammino, con questa piccola orazione,
che a stento li avrei poi trattenuti (ritenuti);
e volta la poppa della nostra nave verso il levante (mattino),
dei remi facemmo ali al folle volo,
sempre procedendo (acquistando) verso il lato sinistro.
La notte mostrava (vedea) già le stelle dell'altro polo (l'emisfero australe),
mentre quelle del nostro erano così basse,
che non emergevano dalla superficie del mare (marin suolo).
Cinque volte si era acceso e altrettante spento (casso)
l'emisfero più basso della luna,
da quando (poi che) avevamo intrapreso l’arduo viaggio (alto passo),
quando ci (n') apparve una montagna, indistinta (bruna)
per la distanza, e mi parve così alta
quanto mai altra avevo veduta.
Noi ci rallegrammo, ma subito (la gioia) si convertì (tornò) in pianto;
poiché dalla terra sconosciuta si levò
un turbine e colpì la parte anteriore della nave.
Questo la fece girare tre volte in un unico vortice (con tutte l'acque);
alla quarta sollevò la poppa in alto e
la prora si inabissò (ire in giù), come altri stabilì (Dio),
fin quando il mare fu sopra noi rinchiuso».


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