Inferno Canto 26 - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del ventiseiesimo canto dell'Inferno (Canto XXVI) della Divina Commedia di Dante Alighieri.
Virgilio mostra a Dante le fiammelle dei fraudolenti, illustrazione di Paul Gustave Doré.


Analisi del Canto

Il canto di Ulisse
Due passi di assoluto valore poetico caratterizzano questo canto, fra i più celebrati della Commedia: l'invettiva contro Firenze, che apre con immediato impatto la sequenza, e l'episodio di Ulisse. Soprattutto il secondo, con l'antico eroe greco che narra in prima persona la sua estrema avventura, è ormai diventato un brano classico, da antologia della letteratura mondiale, e per l'universale valenza simbolica del personaggio, il XXVI dell'Inferno è noto per antonomasia come il «canto di Ulisse».
Fra i due momenti principali si inserisce la descrizione della bolgia e delle pene dei consiglieri fraudolenti, con accenti di alta emozione lirica nella similitudine dei vv. 25-33.


Il climax del canto
La solennità dell'incontro con Ulisse è preparata e sottolineata da almeno due elementi, inseriti nella parte centrale del canto:
  • Il paesaggio. La bolgia si presenta agli occhi di Dante con un'immagine lirica e quasi serena, in forte contrasto con il clima cupo e oppressivo di Malebolge: tutta rischiarata da fiammelle, quante sono le lucciole che il contadino vede accendersi dal poggio dove si riposa, giù nella valle nelle sere estive. Anche la pena dei dannati si consuma senza stravolgimenti carnali: il rapporto fra Dante e i penitenti sembra collocarsi in un'atmosfera più disposta all'ascolto, senza gli eccessi di rappresentazione realistica e bestiale che hanno caratterizzato le altre bolge, e che ritorneranno nei canti successivi.
  • La commozione di Dante. L'ardente preghiera rivolta da Dante a Virgilio per poter parlare con la fiamma cornuta di Ulisse e Diomede rivela un desiderio di insolita intensità (v. 69). Ne possiamo individuare due spiegazioni: da un lato tradisce la somma reverenza ed emozione per l'incontro con uno dei più grandi personaggi del mondo antico, e attraverso lui con un mondo, quello greco, che sente lontano e affascinante; dall'altro è l'occasione unica di narrare la fine dell'eroe come exemplum eccezionale di desiderio di conoscenza e ricerca della verità, fra ingegno umano e fede religiosa.


L'apostrofe contro Firenze
I versi 1-12 costituiscono un nuovo documento di quel sottogenere che è l'invettiva contro le città corrotte, così tipico nella Commedia e in particolare in questa cantica infernale. Abbiamo appena letto quella contro Pistoia ai vv. 10-12 del canto XXV, e ne troveremo una ancor più celebre al canto XXXVIII, vv. 79-84, contro Pisa. E sono anche ulteriore sviluppo del tema morale e psicologico di Firenze, cui Dante si rivolge costantemente con i contrastanti sentimenti di amore e di odio propri del figlio rifiutato. L'apostrofe risuona qui particolarmente violenta e solenne, quasi da maledizione biblica: con sarcasmo viene denunciata la sua universale fama di città di ladri e se ne profetizza la futura decadenza.


La figura di Ulisse
L'episodio di Ulisse si inserisce di autorità nella tradizione classica dei nostoi, cioè dei racconti epici sul ritorno in patria degli eroi greci, dopo la guerra di Troia. Dante costruisce la figura di Ulisse in base alle conoscenze che ne aveva non da Omero, bensì da Ovidio, da Stazio, da Virgilio e dalla diffusione del mito nella letteratura medievale. Una prima lettura «ingenua» dell'episodio potrebbe confermare l'idea di un Ulisse eroe della conoscenza, che fino alla fine della vita ha inseguito il desiderio di vedere e sapere le cose del mondo, come massima realizzazione della natura e dell'eccellenza dell'uomo secondo il celebre motto "fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza" (vv. 119-120). Si tratta di una lettura legittima, di una interpretazione «romantica» della vicenda e senz'altro affascinante. Ulisse diventa qui il simbolo dell'abuso e dell'insufficienza dell'ingegno umano a raggiungere la verità. L'ansia, il desiderio di conoscenza non è illuminato dalla Grazia, e quando egli valica i limiti posti dal divino (le colonne d'Ercole), la catastrofe sarà inevitabile. Egli è spinto da un anelito di verità insito in ogni uomo, ma in lui così intenso da portarlo a intravedere la meta (l'indistinta montagna del Purgatorio, in lontananza sull'oceano); ma non potrà raggiungerla perché senza la rivelazione della fede l'intelletto umano è impotente a conoscere il mondo di verità e salvezza ultime, cioè Dio. Per questo, il significato dell'intera vicenda si riassume nella definizione che Ulisse stesso dà del suo estremo viaggio: un folle volo, un'impresa cioè che valica i limiti umani e forza i divieti stabiliti da Dio. Proprio in questa luce va visto anche il richiamo che Dante fa a se stesso (vv. 19-24), uomo dotato per dono divino di alto ingegno, affinché non sprechi tale privilegio usandolo senza il sostegno delle virtù di fede. Intorno alla figura centrale di Ulisse ruota dunque tutto il canto, che si muove nella stessa atmosfera di alta tragicità e di dolorosa meditazione sul rapporto fra umano e divino.



Commento

Dopo l'invettiva contro i ladri fiorentini, l'attenzione di Dante è catturata da una lingua di fuoco biforcuta. L'immagine allude alla doppiezza e fa pensare alla lingua del serpente, l'animale che, nel mito e nella cultura popolare, indica l'astuzia maligna. La fiamma a due punte fascia le anime di una coppia nota nel mondo antico: Ulisse e Diomede, compagni d'inganni e di frode. Dante si mostra desideroso di parlare con questa strana fiamma, ma Virgilio lo blocca: sarà lui stesso a condurre il colloquio, perché si tratta di personaggi del mito greco. Da ciò si intuisce che l'incontro è importante e che la mediazione di Virgilio si impone. Dei due parla la punta più lunga, narrando la propria fine. È in questo racconto che si concentra il tema che interessa Dante. La narrazione segue il tono epico richiesto dal personaggio, ma anche dalla trattazione di grandi temi umani: è stato così per Francesca (Inferno, canto V) e per Farinata (Inferno, canto X). Il discorso si sviluppa sul motivo della conoscenza che, per Ulisse, diventa uno scopo da perseguire a ogni costo. Non basta l'affetto per il figlio Telemaco e per il vecchio padre, né l'amore per Penelope a spegnere questo insaziabile bisogno che contraddistingue in maniera specifica l'eroe e dovrebbe distinguere l'uomo dagli animali: fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza. L'uomo non è stato creato per una vita vegetativa, tipica degli animali, ma per cercare continuamente la virtù, intesa come valore, forza, coraggio (affine al termine greco dynamis) e conoscenza. L'uomo si connota per la necessità di capire, per lo sviluppo che in lui hanno i valori dell'intelligenza: è un'affascinante proposta di vita, tant'è che tutti i compagni di Ulisse l'accolgono con la stessa intensa passione. Così una schiera di vecchi eroi che meriterebbero il riposo si proietta verso un sogno grandioso: conoscere il mondo sanza gente (secondo la cosmologia dantesca, l’emisfero sud del mondo era disabitato perché completamente ricoperto dall’oceano). Animati da questa motivazione iniziano un folle volo verso l'ignoto. Folle è infatti chi sfida l'inconoscibile, inoltrandosi al di là delle Colonne d'Ercole, nel mondo vietato all'uomo, chi crede di poter superare con le sue sole forze i limiti tipici della natura umana: il risultato è l'annientamento totale. Quando apparirà la montagna del Purgatorio, all'improvvisa gioia subentrerà la tragedia e la fatale fine. Il Purgatorio non è mondo da conoscere con lo sguardo pagano di chi, finito, pretende di cogliere l'infinito, e l'immagine di questi vecchi che remano all'impazzata suggerisce l'idea di ciechi che corrono sbandati senza meta. Dal racconto, tuttavia, si capisce che Ulisse, come già Francesca, non sa spiegarsi la sua tragedia, sa solo descriverla: la morte ha fissato per sempre una condizione psicofisica senza concedere alcuno sviluppo conoscitivo. Anche Dante si interroga sulla sua sorte, ma il poeta, che ha vissuto il dramma della selva oscura, ha ormai la risposta: "l'errore è stato nel fare della conoscenza un dio. Egli, invece, ha ancorato il suo forte bisogno di conoscere senza ricondurre le sue conoscenza all'esperienza: fra le grandi braccia di Dio si è aperto un varco all'infinito.


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