Inferno Canto 23 - Parafrasi


Appunto di italiano riguardante la parafrasi del canto ventitreesimo (canto XXIII) dell'Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Per paura che i dieci diavoli, beffati da Ciampolo e umiliati dal tuffo nella pece, possano inseguirli e attentare alla loro incolumità, Virgilio corre precipitosamente verso la sesta bolgia portando Dante in braccio come fa una madre con il figlio: non appena in salvo, i due vedono comparire sull'argine i diavoli, ormai inoffensivi perché incapaci di allontanarsi dal fossato a cui li ha ordinati la giustizia divina. La nuova bolgia è affollata dagli ipocriti, che camminano lentamente sotto il peso di cappe di piombo, esternamente dorate. Mentre i due procedono camminando sul fondo della bolgia, un dannato riconosce Dante dalla sua parlata toscana e lo invita a fermarsi con lui e il suo compagno di pena: i due ipocriti sono i bolognesi Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò, fondatori dell’ordine dei Cavalieri di Maria (detti popolarmente frati Godenti), che insieme furono podestà a Firenze. Crocifisso al suolo della bolgia c’è Caifas, che sconta così, insieme agli altri membri del Sinedrio, la condanna a morte di Cristo. Infine Virgilio domanda a Catalano di indicargli la via per la risalita: scopre così che tutti i ponti sulla bolgia sono franati, e che il diavolo Malacoda gli ha mentito.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 23 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

In silenzio, soli, privi di scorta,
andavamo uno innanzi e l’altro dietro (dopo),
nel modo in cui camminano per strada i frati minori.
La mia mente era rivolta,
per la recente rissa, alla favola di Esopo,
in cui egli ha raccontato della rana e del topo;
poiché non c’è maggiore corrispondenza (pareggia) tra ‘mo’ e ‘issa’ (sinonimi di «adesso»)
come tra la favola e la rissa dei diavoli (l’un con l’altro),
se si raffrontano (s’accoppia) con grande attenzione l’inizio e la conclusione.
E come da un pensiero ne nasce (scoppia) un altro,
così da quello ne scaturì poi uno
che raddoppiò in me la primitiva (la prima) paura.
Io così pensavo: «Questi diavoli per causa nostra (per noi)
sono stati scherniti con danno e una tale beffa,
che penso che a loro rincresca molto (assai ... nòi).
Se alla loro malvagità naturale si aggiunge (s’aggueffa) la collera,
essi ci verranno dietro più inferociti di un cane
che sta azzannando la lepre».
Sentivo già arricciarmi i peli
per la paura e mi volgevo indietro a osservare,
quando dissi: «Maestro, se non provvedi
a nascondere me e te in fretta (tostamente), io ho paura
dei Malebranche. Noi ormai li abbiamo alle calcagna (dietro);
io li immagino a tal punto che li sento».
E questi: «Se io fossi uno specchio (piombato vetro)
non rifletterei la tua immagine esteriore
più presto di quanto accolgo (’mpetro) quella interiore.
Proprio ora (Pur mo) i tuoi pensieri si univano ai miei,
con un medesimo atteggiamento e aspetto (faccia),
così che da loro ho maturato un’unica decisione.
Se è vero (S’elli è) che la sponda destra digrada (giaccia),
in modo che noi possiamo scendere nell’altra bolgia,
noi sfuggiremo all’inseguimento che ci immaginiamo».
Non terminò di esporre (rendere) questa decisione,
che li vidi sopraggiungere con le ali tese
non molto distanti, con l’intenzione di catturarci.
La mia guida mi prese prontamente (di sùbito),
come fa la madre che è destata dal rumore
e vede le fiamme ardere vicino a sé,
e prende il figlio e fugge e non si ferma,
più preoccupata per lui che per sé,
tanto da indossare anche soltanto una camicia;
e dalla sommità (collo) del pendio roccioso (dura)
si lasciò andare (si diede) supino lungo la parete scoscesa
che delimita (tura) uno dei lati dell’altra bolgia.
Mai così veloce scorse l’acqua lungo il canale (doccia)
per far girare il mulino di terraferma (terragno),
quando si avvicina (approccia) di più alle pale,
come il mio maestro per quell’argine (vivagno),
portandosi me sopra il petto,
come se fossi suo figlio e non un semplice compagno di viaggio.
Nello stesso momento in cui i suoi piedi toccarono la superficie (letto) del fondo,
i diavoli giunsero sul colle soprastante noi;
ma lì non c’era più motivo di paura:
poiché la somma Provvidenza, che li ha voluti porre
come guardiani della quinta bolgia,
ha tolto a ciascuno di essi la possibilità di allontanarsene.
Laggiù incontrammo della gente dipinta
che procedeva (giva) a passi molto lenti,
in lacrime e nell’aspetto abbattuta per la stanchezza.
Essi avevano cappe con i cappucci bassi
su gli occhi, fabbricate secondo la foggia (de la taglia)
usata dai monaci in Cluny.
All’esterno sono dorate, tanto da abbagliare;
dentro sono però tutte di piombo, e molto pesanti (gravi)
che (al confronto) quelle che Federico II metteva (ai colpevoli) erano di paglia.
Oh gravoso manto per l’eternità!
Noi ci avviammo ancora a sinistra insieme a loro,
osservando (intenti) il doloroso pianto;
ma a causa del peso, quella gente affaticata
procedeva così piano, che noi a ogni passo (muover d’anca)
ci venivamo a trovare con compagni diversi.
Per cui io (dissi) alla mia guida: «Fa’ in modo di trovare
qualcuno che sia noto (si conosca) o per le imprese o per il nome,
e volgi gli occhi intorno, pur continuando a camminare».
E uno che sentì il parlar toscano,
ci gridò dietro: «Rallentate il passo,
voi che correte per l’oscuro cielo!
Forse potrai avere da me quello che tu chiedi».
Per questo la guida si volse e disse: «Attendi,
e procedi poi secondo la sua andatura».
Mi fermai, e vidi due peccatori che mostravano
con gli occhi un vivo desiderio di stare con me;
ma li attardava il peso e la via angusta.
Quando giunsero, mi guardarono a lungo (assai)
con uno sguardo obliquo (bieco) senza dire parola;
poi si consultarono tra loro, e dissero:
«Costui sembra vivo per il movimento della gola;
e se essi sono morti, in grazia di quale privilegio
se ne vanno liberi (scoperti) della pesante cappa?».
Poi dissero a me: «O Toscano, che sei giunto
nel gruppo (collegio) dei tristi ipocriti,
non ti dispiaccia (non avere in dispregio) dire chi sei».
E io a loro: «Nacqui e crebbi
presso la grande città (villa) sul bel fiume Arno,
e mi trovo con il corpo che ho sempre avuto.
Ma chi siete voi a cui il dolore, per quel ch’io vedo,
giù per le guance fa scendere tante lacrime (tanto distilla)?
e qual è la vostra pena che tanto risplende (a causa delle cappe dorate che indossano)?».
E uno mi rispose: «Le cappe dorate (rance)
sono di piombo tanto pesanti, che i pesi
nello stesso modo fanno cigolare le loro bilance.
Fummo frati gaudenti, e bolognesi;
fummo chiamati io Catalano, quest’altro Loderingo,
scelti insieme dalla tua città (terra) per conservare la pace,
un compito che di solito viene attribuito a una sola persona;
e ci comportammo in maniera
che ancora sono evidenti i segni (di distruzione) nella località del Guardingo (nei pressi di Palazzo Vecchio)».
Io cominciai: «O frati, i vostri mali...»,
ma non dissi altro, poiché mi capitò sotto gli occhi un peccatore,
crocifisso a terra con tre pali.
Quando mi vide, si contorse (si distorse) tutto,
sbuffando nella barba con sospiri;
e frate Catalano, che si accorse di questo,
mi disse: «Quel peccatore (Caifa) confitto a terra che tu osservi,
consigliò i Farisei che era conveniente
mandare a morte un solo uomo per preservare il popolo.
Nudo, è posto di traverso (Attraversato) nella strada,
come tu puoi vedere, ed è necessario (è mestier) che
lui sopporti il peso di chiunque passi.
Nello stesso modo viene tormentato (si stenta) anche il suocero (il sacerdote Anna)
in questa bolgia (fossa), insieme agli altri membri del Sinedrio (concilio)
che fu origine di sventure (mala sementa) per i Giudei».
Allora io vidi Virgilio che si meravigliava
di quel dannato steso a terra in croce
in modo tanto terribile per tutto il tempo dell’esilio eterno (cioè per l’eternità).
Poi al frate indirizzò questo discorso (voce):
«Non vi dispiaccia, purché vi sia consentito (se vi lece),
dirci se dalla parte destra esiste (giace) un qualche passaggio (foce)
per cui noi insieme possiamo uscire di qui,
senza costringere nessuno dei diavoli neri
a venire per toglierci da questo fondo».
Rispose allora: «È vicino più di quanto tu possa sperare,
un ponte che parte (si move) dal grande cerchio esterno
e attraversa tutte le bolge infernali
salvo che in questa bolgia è spezzato e non la valica;
potrete salire su per le rovine del ponte
che stanno sul pendio e sono ammucchiate (soperchia) sul fondo».
La guida stette un poco a testa bassa;
poi disse: «Falsamente raccontava il fatto (la bisogna)
il diavolo (colui) che dalla parte di qua colpisce con l’uncino i peccatori».
E il frate: «Io udii già raccontare a Bologna
dei molti vizi del diavolo, e tra questi udii
che egli è bugiardo e padre di menzogna».
Dopo la guida se ne andò a grandi passi,
alterata un poco nel volto dall’ira;
per cui io mi allontanai da quei dannati schiacciati dal peso (’ncarcati)
dietro le orme (poste) dei piedi dell’amato maestro (care piante).


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